Alfredo Panzini – Le vicende del Signor X*** e della Signorina Y***

Il signor X*** si era da due mesi abituato ad aver per vicina di pranzo la signorina Y***, la quale prendeva posto al tavolo N. 4, alle ore sei.

Il signor X*** prendeva posto al tavolo N. 5, regolarmente alle sei e mezzo, e, passando fra i due tavoli, salutava con soldatesca franchezza: perchè il signor X*** era maggiore di fanteria, come diceva ad ognuno la grossa fascia d’argento, rigida sul berretto rigido di quella figura ancor più rigida.

La signorina, alle ore sei e tre quarti circa, si alzava da tavola proprio nel momento che il signor maggiore ordinava il caffè, il virginia, la lampadina con lo spirito, il cognac.

La signorina con un moto rapido si metteva la mantella, si adattava la veletta e andava via sussurrando con lieve inchino e con voce assai dolce, un:

– Buona sera, signore!

Allora il signor X***, come sorpreso nelle sue meditazioni, tirava su le lunghe gambe, abbozzava una mezza figura di «attenti!» un lieve inchino non inelegante e che ricordava grazie e favori di altri tempi, mandava fuori un borbottio che evidentemente voleva significare:

– Buona sera, signora o signorina!

Quindi tornava con indolenza a stendere le sue gambe di airone sotto il tavolo.

– Qui fa un freddo maledetto; dammi la mantellina: versami un altro cognac: brucia il virginia: il pranzo del tuo padrone mi abbrevia l’esistenza. Va al diavolo!

Queste erano comunemente le parole che il signor maggiore scambiava col cameriere; poi si chiudeva in un profondo mutismo finchè il sigaro non fosse finito.

Ognuno poteva giudicare il signor maggiore ancora un bell’uomo e forte uomo, destinato a diventar colonnello e anche generale.

Giudizi fallaci!

Il signor maggiore si conosceva più profondamente: egli, senza tener conto del lento avvelenamento del trattore, era un uomo rovinato in tutto. Intanto lo stomaco non digeriva più bene e il suo capitano, quasi a farlo apposta, gli diceva sorridendo al mattino: «Che bella cera ella ha, signor maggiore!» Ah, l’uomo ipocrita e malefico quel piccolo capitano Raimondi! Egli lo sapeva che lui non sarebbe mai e poi mai passato colonnello, che anzi lo avrebbero fra poco messo in posizione ausiliaria, che lo avrebbero buttato via come un limone spremuto! Per questo sorrideva, come a dire: «fra poco, babbione, te ne andrai!» Che cosa valeva aver rischiato la pelle nel Tirolo, aver combattuto contro i briganti, aver passato due estati a Massaua?

Oh, il piccolo capitano era ben sagace! lui sì sarebbe passato nel corpo diplomatico dell’esercito, nello stato maggiore; non per nulla diceva le più grandi sciocchezze con voce piana, sempre corretto, calmo come un inglese, con la caramella incastrata nell’orbita. Antipatico!

E quel piccolo ipocrita sbilenco piaceva moltissimo alle signore, e il colonnello non vedeva che per gli occhi del capitano Raimondi!

Per tutte queste ragioni il signor maggiore, quando nello scompigliare il suo cassetto si imbatteva nella croce di cavaliere o nella medaglia commemorativa delle patrie battaglie, folgorava contro di esse due occhi terribili.

Intanto aveva disdetto l’abbonamento alla Perseveranza, non leggeva più il Corriere, comperava il Secolo e l’Italia del Popolo.

Ma da qualche tempo l’aveva su anche con questi due ultimi giornali: “Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere: la rivoluzione non la fanno che a parole, buoni a niente!”

Queste informazioni sul signor X*** noi le possiamo dare con piena sicurezza di dire il vero.

Quanto alla signorina Y*** non sappiamo nulla di certo.

Era maestra di storia in una scuola normale o tecnica che fosse: con la veletta e la mantellina pareva ancor giovane e flessuosa: senza veletta dimostrava, ad un occhio esperto, un’età alquanto vicina ai quaranta. Però aveva bei benti, carnagione olivastra, belle mani, begli occhi, almeno così avea finito col parere al signor maggiore, giacchè, ben si sa, l’abitudine di veder sempre una faccia di donna ha per effetto di farla trovar bella. Adone, se a lungo dovesse convivere con Megera, io penso che finirebbe per innamorarsene. Anzi una volta il signor X*** avea notato un lento palpitare in quel seno, come un richiamo melanconico ad una giovinezza un po’ lontana, ma non del tutto spenta: la qual scoperta avea finito col mettere il signor X*** di pessimo umore e avea dato tre volte al cameriere il titolo di ipocrita.

Insulto sanguinoso che non avea avuto altro risultato che di far stendere fino alle orecchie il sorriso del paziente tavoleggiante e fargli dire con voce melliflua:

– Il signor maggiore mi vuole onorare dei suoi scherzi!

Certo, anche il cameriere era un ipocrita, come il suo capitano, come tutti.

Vederlo con la mano sul petto, con quell’aria innocente, udirlo con quelle frasi convinte che asseveravano che tutto era di prima cottura, tutte le vivande fresche, preparate a posta per il pranzo, che bastava che il signor maggiore avesse respinto una vivanda perchè subito fosse cambiata!

Invece la signorina si accontentava di tutto: una minestra in brodo, un pezzo di bollito formavano di solito tutto il suo pasto. Però una volta anche la signorina aveva ordinato il medesimo arrosto, di pollo che aveva chiesto il maggiore, con la differenza che lui era andato su tutte le furie, mentre lei, la signorina Y***, andava pazientemente in cerca fra osso e stinco di qualche fibrilla di carne.

– Questo è un pollo morto di lunga etisia, e lei lo mangia senza lamentarsi, senza protestare?

Queste parole il signor maggiore rivolse con indignata meraviglia alla signorina, la quale sollevando i suoi occhi tranquilli, si accontentò di osservare:

– In verità è un pollo un po’ magro, ma chi deve andare a desinare all’albergo bisogna che si adatti.

Il disgraziato pollo fu il principio di una non breve dissertazione sul mangiare all’albergo, nella quale la parola pacata della signorina finì con l’avere ragione sull’irascibile signor X***. Anzi la signorina mostrò di conoscere a puntino come si prepara un pollo, come si deve ammannire un fritto, come fare un brodo che ristori lo stomaco.

– Credevo che lei non sapesse altro che la storia di Romolo e Remo e la pedagogia, – disse il signor X***, – ma mi ricredo: ella possiede delle cognizioni molto più utili.

Un altro giorno il signor X*** inveì contro un intingolo di lepre:

– Veda, signorina, io sentirò tutta la notte questa presunta lepre nello stomaco.

– Ma ella fa malissimo, – ammonì la signorina, – ad ordinare di coteste salse. Intanto ella saprà che negli alberghi approfittano di tutti i grassi che avanzano, e poi gli umidi non si confanno a chi soffre di stomaco.

– Ma allora che cosa devo mangiare, lo dica lei? – -domandò con voce esasperata il signor X***.

– Un po’ di brodo, un po’ di bollito, un beefsteak….

– Allora tanto vale che mi metta a razione co’ miei soldati, – disse con amarezza il signor X***.

– Allora faccia da cucina in casa….

– Aver da sorvegliare la cuoca? aver da combattere con le fantesche?!

– Allora…. prenda moglie.

Il signor maggiore rivolse alla signorina Y*** due occhi come quelli con cui guardava le sue medaglie. Suonò nervosamente il campanello, facendo voltar la testa a tutti i commensali e ordinò:

– Il cognac, per Dio!

Un giorno il posto della signorina Y*** era stato occupato da un grosso signore che mangiava con molta placidezza un mastodontico osso buco e parlava con un compagno di burro e di stracchini, di vecchioni e stravecchioni, nel più attico linguaggio di porta Ticinese, senza avvedersi menomamente del malcontento del signor X***.

In quel punto arrivò la signorina Y*** e parve sorpresa di trovare il suo posto occupato. Il signor X*** si levò in piedi per cederle il suo e andarsene altrove, ma allora il cameriere ebbe un lampo di genio:

– Se la signorina crede, posso preparare da pranzo di fronte al signor maggiore….

La signorina curvò le labbra con un lieve sorriso, diede uno sguardo attorno, e come s’accorse che tutti i tavoli erano occupati, fece atto di accettare il posto sul divano che il signor X*** le aveva cavallerescamente ceduto.

– Io, questa sera, guasto le sue abitudini e così rovino la sua digestione, – disse ella scherzosamente togliendosi adagio adagio i lunghi guanti e scoprendo due manine candide e signorili. Invece quella sera il signor maggiore non si accorse punto delle gravi imperfezioni del pranzo: anzi mangiò con eccellente appetito ed uscendo intravvide il cuoco e stese il dito verso quella faccia scialba e disse:

– Una delle poche sere che non mi hai avvelenato!

Il signor X*** e la signora Y*** si scambiano molte parole durante il pranzo, anzi hanno finito per desinare al medesimo tavolo. D’altra parte piuttosto che sedere di fronte a degli ignoti (gli avventori erano di molto aumentati coll’avanzar dell’inverno) era meglio per la signorina sedere di fronte ad un gentiluomo come era il maggiore e d’aspetto grave e punto compromettente. Queste osservazioni le aveva adombrate quell’oca ipocrita del cameriere e la signorina non avea trovato una ragione valida per ricusare. Evidentemente il signor X*** ora stava assai meglio di stomaco ed era anche di umore più lieto, o se si vuol dire il vero, meno stravagante. La signorina Y*** parlava pochissimo di sè ed ascoltava con interesse tutte le querele di lui, che di solito eran queste:

– Ho servito la patria, ho dato la mia vita tante volte e adesso mi mandano via. Bella gratitudine, eh? Valeva la pena di fare quest’Italia? Una manica di camorristi al ministero! In confidenza, abbiamo abbattuto la breccia di Porta Pia per mandar via i preti, e i preti sono entrati per un’altra porta: quelli laggiù sono più preti dei preti.

Il signor maggiore, nel dire queste parole, abbassava la voce verso la signorina Y*** e tendeva il braccio verso quella ipocrita gente laggiù.

– Ne vuole una prova palpitante?

– Dica pure.

– Abba Carima!, – pronunciava il maggiore, staccando ferocemente le sillabe e poi si ricomponeva. – Del resto non mi vogliono più? sono diventato inutile? Je m’en fiche!La mia pensione non me la possono portar via: anzi voglio mangiarci un generale all’Italia con la pensione! Ma quando verranno giù i francesi (i tedeschi ci sono già in casa) allora la vedremo! I francesi, quelli vengono giù di certo, faranno come quel tal re che da Susa arrivò sino a Napoli senza sparare un colpo di fucile: come si chiamava già quel re, signorina?

– Carlo VIII, signor maggiore.

Questi sfoghi aiutavano molto la digestione del signor X***, tanto più che la signorina Y*** avea in serbo di bei ragionamenti per confortarlo: l’Italia fu sempre ingrata verso i suoi figli migliori e questo si prova cominciando da Dante e venendo giù giù sino a Galileo, al Mazzini…. etc.

Da parecchi giorni la signorina è di lieto umore, pare ringiovanita: è venuta una sera con un’elegante mantella di fine pelliccia e un cappellino adorno di un ciuffetto bianco, ben audace.

Il signor X*** si è invece accigliato molto: ha dato tre volte il titolo di ipocrita al cameriere, cosa che non gli accadeva da molto tempo.

La signorina ha trovato un amante? la signorina si fa sposa? la signorina ha avuto un’eredità?

Niente di tutte queste cose. La signorina si è fatta elegante e lieta perchè si avvicinano le ferie natalizie: undici giorni di vacanza, concessi dal regolamento; ma che sono assolutamente di troppi a giudizio del signor maggiore.

– Dunque va via da Milano?

– Me lo domanda? Ma subito: pensi, signor maggiore, che a Reggio ho ancora la mamma ed una sorella con un amor di bambino di cinque anni e una bimba di tre. Le farò vedere i ritratti, proprio carini.

Di fatto la sera seguente la signorina Y*** espose una serie di ritratti:

– Questa è la mamma, questa la Sofia, mia sorella, questa Fifì, questo Totò, il mio nipotino che aspetta che gli porti il panettone. Sa Iddio cos’è che imagina che sia il panettone! Ah, – aggiunse con sincero egoismo, – poter passare quasi mezzo mese a casa propria con la mamma, vicino al caminetto!

– Credevo che voialtre superdonne, come dicono ora, donne istruite, donne emancipate, – borbottò con dispetto il maggiore, – ne faceste a meno volentieri della casa e della famiglia.

– Quando non si può fare in altro modo…., – rispose la signorina Y***, crollando melanconicamente il capo, – allora è buona regola il dire che se ne fa senza volentieri.

– Ecco un esempio di sincerità degno di essere registrato nelle storie.

– Crede lei che le donne dicano la bugia?

Il signor X*** si storse senza rispondere e anzi per impedire a certe frasi poco convenienti di uscir dalla bocca, vi versò dentro un bicchierino di cognac.

– Io, come io, – disse proseguendo con candidezza di sentimento e dolce loquela la donna, – avrei preferito essere una buona mamma che una mediocre maestra.

L’antivigilia di Natale la signorina X*** venne al restaurant con molti pacchi. Il maggiore volle veder tutto e passò una serata piacevolissima: sopra ogni altra cosa lo rallegrò una bambola snodata che muoveva gli occhi e faceva: na! na!

Ma i giorni del santo Natale furono per il signor X*** neri addirittura. Quando lo stomaco non digerisce, le tinte del mondo si mutano e poi tutta quella gente lombarda con delle facce ridenti come maggi (benchè si fosse d’inverno) che si salutava, che si augurava, che parlava di ben mangiare, di ben godere, di barbera, di tacchini farciti, del Bambin Gesù, dell’Albero di Natale con certe espressioni che eglino parevano ingrassarsi nel pronunciarle!

– La capitale morale! – borbottava sdegnosamente il maggiore, – ed hanno ancora i pregiudizi del Natale come i nonni dei nonni! E poi dicono che hanno fatto le cinque giornate!

Il tavoleggiante sentì tutto il peso dell’umor nero del maggiore.

Quando gli disse: – Domani, signor maggiore, si chiude alle cinque, perchè, sa, è Natale…. – dubitò di essere divorato vivo.

La signorina Y*** finalmente è tornata: il signor X*** sta molto meglio di stomaco. Ma una parte del merito è dovuta alla signorina Y***. Oramai è lei che consiglia il pranzo per il signore, anzi dà al padrone l’ordine di alcuni piattini, il giorno prima per il dì seguente. È giunta anche a limitare il numero dei bicchierini di cognac in fin di tavola: ha adottato l’uso della verdura che il signor maggiore non poteva soffrire. Egli era un animale carnivoro, ma si adattò al regime vegetariano docilmente.

Venne marzo.

L’albergo ha un piccolo scoperto che nella buona stagione si apre al publico, e, sopra, lungo il fil di ferro di un pergolato, si attorcigliano i viticci de’ glicini e alcuni grappoli timidamente cercano di aprirsi all’etico tepore del marzo.

Sopra, l’esile celeste di questo povero cielo lombardo è come lambito da rosee tracce di sole morente.

V’è un palpito di giovinezza nell’aria. Il signor maggiore lo sente tanto più questo diffuso piacere del tempo nuovo perchè ha pranzato squisitamente. Pensare: un’insalatina tenera tenera di lattuga con delle uova bazzottelle e una salsa squisitissima di acciughe preparata da lei, pacatamente, con le sue bianche mani!

– Impara, ipocrita, – avea detto il signor X*** al cameriere, – impara come si fa a condire l’insalata.

E ne aveva mangiata tanta e con che gusto! Poi la signorina se ne era andata e il signor X*** aveva rotto la consegna: – Porta una bottiglia di Lambrusco! – Uscì col virginia che tirava come un fumaiuolo, col cuore leggero e pieno di spiriti. Un’ondata di risa allegre lo investi: era una frotta di giovanette che usciva da una fabbrica vicina. Il signor maggiore battendo gli sproni come un ufficialetto di cavalleria a diciott’anni, camminò che pareva volesse oscurare coi buffi di fumo la luna nuova che pencolava sopra le impalcature delle grandi case in costruzione nei nuovi quartieri. Evidentemente meditava qualche cosa di nuovo, di audace, di inverosimile…. – Domani! – borbottò fra i denti.

Ohimè, domani è scoppiata la bomba, anzi un fulmine a ciel sereno.

La signorina Y*** disse col suo miglior tuono di voce:

– Sa ella, signor maggiore, la bella novità?

– Cosa? È caduto il Ministero? – domandò con tutta pace il signor X*** aprendo il Corriere col quale era tornato in buon accordo.

– Che ne so io! – disse ella. – Ho ottenuto il trasloco, il trasloco a Reggio! Ma pensi che felicità! Potrò vivere a casa mia con la mia buona mamma che è vecchia e mi scrive e mi vuole con lei. Ma pensi che felicità! Io sono una signora a Reggio con cento dieci lire al mese, mentre qui, sapesse ella che stenti dovevo fare, e poi creda che non ne potevo più di vivere a camere ammobigliate….

La signorina Y*** era raggiante di contentezza nel proferire queste parole, tanto che non s’avvide d’una rapida contrazione nel volto del signor X***, il quale però si ricompose subito e disse con grande calma, non in lui abituale:

– Ella non me ne ha mai parlato! Ad ogni modo me ne congratulo….

La signorina cominciò a spiegare come era andata la cosa, quante pratiche avea dovuto fare per riuscire.

– Così che ella è felice…?

– Felicissima!

– E non prova nessun rimpianto a lasciare Milano?

– Nessunissimo. Milano è da vero troppo grande per la mia piccola persona e mi vi trovavo a disagio; a Reggio, invece, ho la mamma, ho i parenti e qui chi conosco io? chi si cura di me? chi mi vuol bene?

– Troppo giusto, troppo giusto, signorina…. – poi cominciò a grattarsi la testa, poi si levò di scatto in piedi facendo tintinnar gli sproni, poi levò dal fondo delle tasche il cronometro con tanta forza che oramai ne strappava la catena.

Sacrebleu! le cinque e tre quarti, e il generale che mi attende in quartiere: buona sera, signorina!

– E non pranza? – domandò la signorina Y***, levando in su i suoi belli occhi meravigliati.

– Non intende? Mi aspetta il generale….

– Ma allora poteva far a meno di venire….

– Me ne sono dimenticato.

E ganciatasi la sciabola, inquadrò alla signorina Y*** un saluto che rispondeva alle più rigide prescrizioni regolamentari.

Il signor X*** non è più tornato al restaurant Il cameriere ha detto alla signorina Y*** che il mattino seguente aveva domandato il conto e lo avea saldato.

– E la causa?

Il cameriere si rannicchiò nelle spalle e allargò le mani, come a dire: se non lo sa lei, io l’ignoro.

– Un bell’originale, in fede mia, – diss’ella.

– Eh, un pochino. Peccato, perchè dava più mancie lui di tutti gli altri avventori.

La signorina Y*** è in gran da fare come ognuno può vedere. La padrona di casa la aiuta a riempire i bauli, le valigie, a metter a posto cappellini, gale.

Hanno suonato alla porta.

– Chi è?

La padrona è corsa ad aprire ed ha portato alla signorina Y*** un biglietto stemmato dove è scritto: Capitano cavalier Fabio Raimondi.

– Capitano cavalier Fabio Raimondi? – disse la signorina leggendo, – io non lo conosco; – ma poi ci pensò un poco e si ricordò che Raimondi era il nome spauracchio e così fieramente inviso al signor maggiore. Che voleva adesso costui? Pregò la padrona di riferire che in quel momento non era in grado di ricevere. La padrona fece l’ambasciata; ma tornò dicendo che il signor capitano veniva per parte del signor X***, e che l’oggetto della visita non ammetteva dilazione.

– Allora che venga avanti, – disse la signorina Y***.

E il signor capitano entrò con molto sussiego: un piccolo magro elegante capitano, tutto lucido dalle scarpe di copale al berretto, ai guanti. Aveva l’aspetto di chi deve compiere una seria e difficile missione.

– Le posso offrire il mio baule o questa sedia…. come crede, – disse ella liberando la seggiola meno ingombra, – Come vede, sono su le mosse di partire….

Il piccolo capitano fece cenno con la mano come a dire che non gliene importava niente del disordine e si sedette come chi ha da fare un lungo discorso. Cominciò:

– Ella saprà benissimo quello che accadde al signor maggiore….

– Mio Dio, gli sarebbe successa una qualche disgrazia?

Il signor capitano accennò un tranquillo diniego con la bella mano guantata.

– Ammalato?

– Nemmeno.

Si fermò, poi concentrando nel monocolo tutta la forza visiva, incise queste parole:

– Semplicemente innamorato!

La signorina Y*** diede in un’allegra risata: il signor capitano rimase serio.

– Scusi, e le viene a raccontare a me queste storie?

– Certamente; perchè è innamorato di lei!

Il piccolo capitano sillabò queste parole con tutta calma, e si adattava il monocolo per meglio studiare sul volto della signorina Y*** l’effetto delle sue parole.

La quale signorina a questa confessione, sotto quello sguardo insistente, quasi impertinente, si sentì turbata, poi volle ridere, poi le parve di esser fatta segno ad una celia non degna. Questo pensiero le fece nascere su le labbra queste parole:

– E lei, scusi, che parte ci fa, signor capitano?

Il capitano rimase imperturbabile a questa domanda scortese ed anche la caramella non si mosse. Rispose:

– Una parte da gentiluomo, signorina: vengo in nome del maggiore a domandare se ella acconsente di sposarlo.

La calma, la serietà di quel signore, la novità della cosa finirono per far perdere la direzione delle idee alla signorina Y***. Dopo un po’ di silenzio disse:

– Supposto che tutto questo sia vero, per quale ragione il signor maggiore non me ne ha fatto parola quando lo poteva? Perchè una bella sera si è eclissato e non si è fatto più vedere? perchè?

Egli rispose:

– Perdoni, ma ella con tutta la sua penetrazione non è giunta a leggere nel cuore del signor maggiore. Ahimè! solamente quando amano le donne sanno leggere! – sentenziò con intenzione semi-tragica il piccolo capitano, e questa volta gli cadde la caramella dalla profonda cavità orbitale ove era incastrata.

– -Ma io non mi sono accorta di niente; mai nulla in lui che non fosse il rispetto che un gentiluomo deve ad una signora per bene.

– Egli è che il signor maggiore, – spiegò il capitano Raimondi, – è uomo di una suscettibilità così morbosa, di un sentimento così esagerato da essere un vero infelice. Veda: quando ella gli ha detto che sarebbe andata via, che era contenta di lasciar Milano, per lui fu come un colpo di spada.

– E avrebbe forse preteso che gli avessi detto che per amor suo non ero contenta?

– No, ma avrebbe voluto che ella lo avesse compreso, che lo avesse indovinato…. che lo avesse…. prevenuto….

La signorina Y*** lo guardò con quell’occhio maliziosamente femmineo che la donna conserva a tutte le età e con tutte le doti di saggezza e di studio; come a dire: “Avete di queste pretese?”

– Sì, sì, capisco, – disse il signor capitano che aveva ben capito, – è un assurdo, ma il povero maggiore è fatto così: sta a lei il mutarlo: egli si sente vecchio, dice che tutto lo perseguita, che le donne non lo vogliono più vedere; mentre invece il signor maggiore è ancora un bellissimo uomo, regge in sella per delle marcie lunghissime, è un patriotta di grandi benemerenze, è ricco, il che non guasta, potrebbe passar colonnello e anche generale se non fosse il suo umore deplorevole, di cui io stesso sopporto le conseguenze con animo pacato perchè conosco le sue qualità eccezionali. Insomma che debbo riferire nel di lei riverito nome al signor maggiore?

All’acuta penetrazione del signor capitano non isfuggì che il silenzio e l’imbarazzo della signorina provenivano solo dalla novità della cosa e dalla mente che non avea nè potea aver ancor ponderato, però aggiunse:

– Se è sconveniente parlare a lei, dica a chi mi debbo rivolgere.

– Io vado a Reggio questa sera…, – disse la signorina Y*** arrossendo e con manifesto imbarazzo.

– Ed il signor maggiore non lo vuol vedere?

– Io non posso certo impedire al signor maggiore di venire a Reggio…. anzi lo rivedrò volentieri….

– E gli dà facoltà di venire a casa sua?

– Non so per quale ragione non dovrei ricevere un amico….

– Allora, signorina, la consiglio di partir subito, perchè altrimenti il signor maggiore rischia di arrivare a Reggio prima di lei.

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