Angelica Palli Bartolommei – Un episodio dell’insurrezione greca

CAPITOLO I.

Siamo a mezzo marzo (stil vecchio); l’inverno siede tuttavia rigido e silenzioso sulle cime dei monti Acroceraunii, mentre la primavera ha già rivestito del suo manto di fronde e di fiori le valli e le colline della vicina Corcira.
Sulla spiaggia corcirese del Canale che separa l’antica Caonia dall’isola de’ Feaci, nel punto in cui il mare giunge appena alla larghezza di un miglio, due uomini vestiti colla fustanella albanese seggono all’estremità d’uno scoglio. Il sole è tramontato già da due ore, e sulla costiera d’Albania il belare degli armenti cessò allo sparire dell’ultimo raggio di luce. Sulle vette dei monti splende qua e là qualche fuoco, indizio di gente che veglia nel sospetto di una sorpresa: sono popolazioni albanesi, cui la vicinanza dei villaggi abitati dai Greci già erompenti in manifesta insurrezione comanda di vegliare e far guardia attenta.
Su i lidi corciresi l’unico punto illuminato è quello, dove splende il faro del porto; il resto dell’isola è immerso nella oscurità: i due che seggono sullo scoglio guardano il mare e tendono l’orecchio al leggiero mormorio delle onde.
“Dovrebbe essere già arrivato!” dice sottovoce il più giovane.
“Sì,” rispose l’altro; “ma chi vive in mezzo a continui pericoli non può sempre attenere quanto promette.”
Tacciono, perchè hanno udito un rumore simile a quello che fa un grosso pesce fendendo le acque.
“Ascolta!”
“Sto attento.”
Le due vigili sentinelle avevano appena finito di scambiarsi queste parole, che un oggetto da prima indistinto comparve a breve distanza e andò sempre più avvicinandosi con moto celere e continuo.
“È Anastasio.”
“Rendiamone grazie al Signore!”
Si alzarono, e il notatore arrivato alla punta dello scoglio vi si aggrappò con ambe le mani, lasciando che l’onda si ritirasse scarica del suo peso.
“Anastasio!”
“Amici!”
Aiutato da’ due che aspettavano la sua venuta, egli salì sullo scoglio e indossò un abito fatto secondo il costume dei contadini corciresi, là portato espressamente per lui.
Il viaggiatore marino era un giovane di statura alta, di belle forme, di occhi neri e vivaci; i suoi modi pieni di gentilezza contrastavano colla ruvida semplicità di quelli degli altri due Elleni. Mentre si vestiva, essi lo andavano interrogando intorno ai progressi della insurrezione in Epiro, e all’udire che i loro compatriotti erano usciti vincitori da tutti gl’incontri avuti coi Mussulmani, alzavano al Cielo gli occhi bagnati da lagrime di consolazione.
Poichè Anastasio fu pronto, scesero tutti e tre dallo scoglio, e presero un viottolo che da amene collinette e da boschetti di aranci tornava a vicenda sulla spiaggia, o precipitava nel fondo di cupi burroni. Arrivati là dove l’isola fa una curva, se fosse stato giorno avrebbero veduto di fianco le cime del Salvatore, i giganteschi olivi che ne circondano il pendìo, e le sue falde bagnate dalle acque del tuo lido, o Glifà, caro asilo di pace, verso cui tornano sempre con assiduo volo i pensieri del pellegrino, al quale fosti cortese di ospitalità e di riposo! Ah sì! ogni volta che le bellezze della natura accelerano i battiti dei suoi polsi, egli pensa a te, al nascere e al tramontare de’ tuoi soli, alla fragranza de’ tuoi mirti, al molle incarnato delle tue rose! Nè i colli della bella Toscana, nè gli ubertosi piani della terra lombarda, nè le Alpi spiranti sublime orrore dell’armigero Piemonte, valgono a offrirgli uno spettacolo pari a quello che egli contemplava sedendo sullo scoglio di Glifà, e volgendo l’occhio e la mente ora sui monti del vicinissimo Epiro, ed ora al non lontano lembo della penisola italiana! Il viottolo, risalendo, condusse i viaggiatori a una specie di terrazzo naturale, su cui è edificata una chiesetta: i due vestiti all’albanese s’inginocchiarono primi, Anastasio seguì il loro esempio, e tutti e tre pregarono il Signore di ricordarsi dell’Epiro nei giorni della misericordia, poichè ormai se ne ricordò in quelli dell’ira! Il viottolo di là dalla chiesa riscendeva al mare; l’aria imbalsamata dai fiori esalava profumi soavi, e il faro di Corfù balenava in faccia ai tre che affrettavano il passo, desiderosi di giungere alla mèta del notturno viaggio.
“Credete che li troveremo già radunati?” domandò Anastasio a Spiro, il più attempato de’ suoi due compagni.
“Ne sono sicuro,” egli rispose, “credo anzi che arriveremo gli ultimi.”
“Siamo a Glifà,” esclamò l’altro; “ecco là il casino, io distinguo il biancheggiare de’ suoi muri in mezzo al nero degli alberi.”

CAPITOLO II.

I tre viaggiatori erano in fatti arrivati a Glifà: un casino signorile è l’unica abitazione umana di quel luogo ameno, che sei miglia di mare in linea retta e dodici miglia di spiaggia serpeggiante separano dalla città capitale dell’isola. Il suo primo piano è addossato al monte, e il pian terreno arriva quasi a toccare la riva bagnata dal mare.
In faccia al casino, alla distanza di poche braccia da terra, sorge uno scoglio pittoresco che, molto elevato nel mezzo, decresce simmetricamente da ambo i lati e somiglia un immenso uccello con le ali spiegate, le cui punte formano due seni, dove il mare entra placidissimo a lambire la sabbia del lido.
“Hai ragione, Pietro; vedo anch’io il casino,” disse Anastasio; “non veggo però venire nessuna luce dalle finestre.”
“Avranno chiuse le impannate per prudenza; i vestiti di rosso ci lasciano fare, ma potrebbero cangiar condotta da un momento all’altro; è bene procedere con segretezza.”
Anastasio si mostrò soddisfatto della spiegazione data da Pietro al buio, in cui appariva immerso il casino, e cominciarono a salire la scala, per la quale si giunge a una loggia che gli serve di vestibolo. Pietro picchiò e l’uscio fu aperto da un giovane in abito nero, che appena visto Anastasio diede a Pietro la lanterna che teneva in mano e gli stese le braccia al collo con dimostrazione di molto affetto.
Spiro richiuse l’uscio della loggia ed entrarono tutti in una stanza buia, dalla quale il giovine vestito all’europea introdusse gli ospiti in un’altra più grande, illuminata e piena di gente.
Anastasio si trovò in mezzo a un consesso composto di Greci venuti da paesi lontani gli uni dagli altri per discutere insieme sul partito da prendersi nelle gravi congiunture, in cui l’insurrezione scoppiata in Epiro poneva tutti i popoli della Grecia.
Al suo apparire i seduti si alzarono e tutti lo accolsero con manifesti segni di cordialità e di piacere. Egli rese i saluti, stese la mano a quelli tra i membri dell’assemblea, coi quali aveva conoscenza personale, e con voce commossa così prese a parlare:
“Elleni! fratelli! noi siamo qui sicuri e tranquilli, mentre in Epiro e nella Tessaglia la spada fu già tratta dal fodero! Ciò è accaduto in un cattivo momento! Tutti lo gridano e sarà vero, ma ormai il male è fatto; siamo in aperta insurrezione…. Ci abbandonerete voi??”
“No, no;” gridarono tutti.
“I Turchi,” continuò a dire Anastasio, “ebbero paura dal 21 al 27, poi i loro spiriti feroci si andarono a grado a grado rialzando, e tornarono quelli che erano prima della insurrezione; noi, per lo contrario, dopo avere assaporate le dolcezze della libertà non potevamo più tornare alla obbedienza passiva: oltre ciò, il confronto del nostro stato infelicissimo con quello fortunato degli abitatori del regno ellenico ci addoppiava il soffrire: dopo avere combattuto insieme per la libertà, vediamo liberi loro e ci sentiamo il giogo sul collo!”
“Gli Epiroti hanno ragione.”
“Hanno ragione anche i Tessali e i Macedoni.”
“Tutti liberi o tutti schiavi.”
“No, tutti liberi o tutti morti.”
“Grazie, compatriotti, grazie!” esclamò Anastasio; “se i Governi e i popoli d’Occidente ascoltassero queste voci, si persuaderebbero forse che la Grecia non ista nel solo milione di Greci sudditi di S. M. Ottone I, ma in tutti i cinque milioni e mezzo de’ suoi figli legittimi…. Piacciavi continuare a prestarmi la vostra attenzione. Come io vi diceva dianzi, il nostro stato in questi ultimi anni andava sempre più peggiorando, ma lo sopportavamo in silenzio non vedendo modo di uscirne. Dopo la dichiarazione di guerra della Russia, sia che i Turchi supponessero in noi la intenzione d’insorgere, sia che provassero il bisogno di sfogare la rabbia dell’essere ridotti a chiedere aiuto ai Cristiani d’Occidente, fatto sta che cominciarono a mostrarsi più crudeli e più sanguinarii del solito. I consoli di Francia e d’Inghilterra pregarono inutilmente il Pascià di Giannina di tutelare gli averi e le vite dei Cristiani sudditi della Porta; le sevizie delle carneficine crescevano; la tazza delle tribolazioni andava sempre più empiendosi: quando fu piena traboccò! Il paese di Lacca, terra di Suli, fu il primo a sollevarsi: i suoi palicàri rammentarono le geste di Marco, e senza pensare al poi inalberarono il suo stendardo, intorno a cui stanno già radunate molte migliaia di valorosi: i monti si commovono, le valli romoreggiano, Paramithia è in piedi, le rive dell’Aspropotamo e del Calama suonano d’armi! le strade da Arta fino a Giannina sono nostre, l’antica capitale di Alì Tebelen è cinta d’assedio, e il presidio d’Arta si è chiuso nella cittadella aspettando soccorsi dalla Tessaglia. Fratelli! abbiamo fatto quanto dipendeva da noi; se il resto della Grecia non accorre a secondare i nostri sforzi, siamo vittime consecrate all’esterminio!… Voi chiamaste qui un messo de’ sollevati, eccolo in mezzo a voi: ditemi se posso portare una parola di consolazione al campo di Griva, di Zicos, di Caraiscacki e degli altri capi, che tutti vedono le loro bande decimate dalla fame e tremano molto più per questo flagello che pel nemico.”
Anastasio tacque: l’assemblea a mano a mano ch’egli s’inoltrava nella orazione gli si era sempre più andata stringendo d’intorno; poichè l’ebbe terminata, non echeggiarono grida, non proteste, non giuramenti. Le mani di tutti gli astanti, come se fossero sospinte da una forza magica, si trovarono in un attimo avviticchiate le une alle altre in una sacra catena, nel cui centro stava il messaggero dei fratelli pericolanti.
Peloponnesiaci, Attici, Acarnani, isolani dell’Egeo e dell’Ionio, scambiarono fra loro uno sguardo pieno di sublime eloquenza!
“Or bene!” disse Anastasio, appena la commozione gli permise di riacquistare l’uso della voce; “poichè siete quali ho sperato trovarvi, ragioniamo pacatamente di ciò che può giovare o nuocere alla causa comune.”
Quanti trovarono modo di farlo, sedettero, cedendo bensì i giovani il luogo ai vecchi. Spiro, uno dei due compagni di Anastasio, si fece avanti.
“Sono un uomo di Parga,” disse, “venni adolescente a Corcira; ma il mio cuore abita fra le zolle di quella terra diletta, all’ombra de’ suoi platani; me felice, perchè mi è concesso tornarvi colle armi in pugno!… Meco verranno tutti gli uomini di Manduchio.”
Il giovane che primo aveva accolto Anastasio alla porta della loggia dichiarò di essere incaricato dai Greci che mercanteggiano in Francia, in Inghilterra e in Italia, di offrire armi e denari per mandare avanti l’insurrezione.
“Ed io vengo a riunire per sempre la causa de’ Peloponnesiaci e degli altri Greci del regno a quella degli Epiroti, dei Tessali e dei Macedoni.”
“Chi ti manda?” domandò Anastasio al Peloponnesiaco che aveva pronunziate queste parole.
“Chi? i miei e i tuoi compatriotti.”
“Bada di non prendere il desiderio dei pochi per quello dei molti.”
“Con questo dubbio tu fai loro non lieve offesa.”
“Perdonino l’offesa al dovere dell’uomo onesto.”
“Quand’anche” replicò il Peloponnesiaco “il desiderio di partecipare al destino de’ sollevati non fosse nel cuore di tutti i sudditi del re Ottone, l’energia e il fervore dei meno basterebbero a spingere il paese nella lotta, che una volta cominciata diventerebbe generale per forza.”
“No, compatriotta, no! L’arte del mettere in impegno i popoli per costringerli a sollevarsi, non è per noi uomini stranieri alle astuzie politiche delle nazioni incivilite. Qui non si tratta di gente straziata al pari di noi dallo staffile del servaggio; le provincie del regno progrediscono nelle vie della civiltà e del benessere: noi, supplicandole di assistenza, non intendiamo ravvolgerle nella nostra fortuna.”
“Noi giuriamo parteciparne,” tornò a dire l’inviato della penisola; e quanti altri nativi del regno erano in quel consesso si unirono a lui per esprimere la stessa risoluzione.
“Barca greca!” susurrò un Corcirese agli orecchi del suo vicino: “discordi in tempo di bonaccia; concordi finchè dura la tempesta!”
L’inviato dei Cretesi dichiarò che la sua patria manderebbe l’oro de’ ricchi, e quanti fra i suoi potessero sfuggire alla vigilanza dei Mussulmani.
Quelli di Samo, di Scio e di Cipro promisero altrettanto.
“Quali provvedimenti prenderemo,” riprese a dire Anastasio; “su quali aiuti esterni possiamo contare?”
“Il grande Autocrate delle Russie” così parlò un Macedone “combatte per noi: v’ha egli d’uopo di altri aiuti? Le miriadi dei suoi guerrieri s’avanzano verso la città dei Cesari, e si preparano a restituire Santa Sofia al nostro culto, a fare di Costantinopoli la capitale di un regno greco.”
“Viva lo Czar!” gridarono molte voci.
“Viva l’Ortodosso protettore dei Cristiani d’Oriente!”
Il Macedone propose di mandargli una deputazione, e già molti consentivano, quando un vecchio, che fino a quel momento era rimasto muto al suo posto, si alzò e fece segno di voler parlare; il venerando aspetto impose silenzio a tutta l’assemblea, ed egli quando la vide pendere ansiosamente dalle sue labbra, prese a parlare in questa sentenza:
“Figliuoli! non contate sugli stranieri, e siano anche cristiani ortodossi. Nel 1770 la Russia ci chiamò alle armi; mio padre udì l’appello dalle cime dei monti della Messenia, e scese al piano armato del suo vecchio moschetto. Tutti gli uomini atti a combattere erano già pronti, e si unì con loro. I Turchi furono vinti, ed i Moscoviti ci lodavano e giuravano morire anzi che abbandonarci. Quel medesimo stendardo col segno augusto della redenzione, che sventola adesso in riva al Danubio, sventolava allora nel Peloponneso: ebbene, pochi giorni dopo, la Porta comprò la pace dalla ortodossa imperatrice, e noi fummo lasciati alla vendetta dei nostri tiranni. Il mio avo, mia madre ed io medesimo (avevo allora 15 anni) scendemmo alla marina con molte centinaia di sfortunati: le navi russe già si preparavano a sciogliere le vele; c’inginocchiammo sulla sabbia, supplicando ci accogliessero a bordo…. ma, oh Dio! i crudeli lavoravano con doppia fretta, ansiosi di salpare per sottrarsi alla noia delle nostre preghiere, della nostra disperazione! Il labaro colla Croce stava già ripiegato in fondo alla nave ammiraglia; l’armata partì, i Turchi arrivarono poco dopo e fecero strage di quella turba supplichevole; una barca veneta raccolse la mia famiglia e la portò a Parga…. io là crebbi.”
“Ahi! qual nome hai tu pronunciato!” esclamò Spiro, “Parga la mia dolce patria, la incancellabile vergogna dell’Inghilterra!”
“Ecco ciò, di cui io vorrei persuadervi,” riprese a dire il vecchio: “primi ci abbandonarono i Russi, gl’Inglesi hanno poi fatto altrettanto, e nessuno tra gli stranieri farà diversamente ogni qual volta troverà l’utile proprio nel danno nostro. Combattiamo dunque profittando della guerra iniziata dalla Russia, senza dichiararci suoi dipendenti: due parole soltanto sieno scritte sulle nostre bandiere: Croce e Indipendenza; e forse nessuna tra le Potenze cristiane d’Occidente ardirà strapparcele dalle mani.”
Il consiglio del vecchio fu accolto con plausi unanimi, e il consesso passò a deliberare sul modo da tenersi per provvedere le bande armate della Caonia e della Tesprozia di munizioni e di viveri. Uno Psariotto offerse il suo bastimento all’àncora nel porto di Corfù: fu risoluto di caricarlo segretamente di polvere e di farine, e farlo partire appena pronto per qualche rada della Terraferma già caduta in potere dei Greci insorti.

CAPITOLO III.

Chi mai arrivando a Corfù non si affretta a visitare Manduchio, l’asilo degli esuli di Parga, il luogo consapevole dei nobili dolori di un popolo generoso, che le astuzie di Alì Tebelen e i trattati del 1815 ridussero alla dura necessità di abbandonare la dolce terra natia? Manduchio avrebbe nome di villaggio, se fosse lontano qualche miglio dalla città; essendone quasi alle porte, deve chiamarsi sobborgo. I Pargioti si accatastarono ne’ suoi tugurii, e dal 1815 fino al 1831 vissero vendendo l’acqua nelle vie di Corfù; cotesto mezzo di sussistenza venne loro tolto appena si cominciò a far uso dell’acquedotto fatto costruire dagl’Inglesi, con la intenzione lodevole che la città non fosse più così povera d’acque potabili. Essi erano allora già molto scemati di numero, avendo presa parte viva alla guerra della indipendenza: i rimasti a Manduchio e i pochissimi tornati dal combattere si diedero alla coltivazione delle terre, alla navigazione e a qualunque siasi mestiere non portante seco la perdita della libertà personale, bene a cui pongono molta importanza, essendo l’unico che loro rimanga. La speranza di riacquistare la patria gli ha allettati durante qualche mese dell’anno corrente; nel marzo metà della loro gioventù avea passato il Canale a nuoto e stava già tra le file dei combattenti, mentre il rimanente già si preparava a fare altrettanto in compagnia degli uomini di età matura, e fino dei ragazzi e dei vecchi. Le madri, le figlie, le spose, non che tentassero trattenerli, erano a parte del loro ardore, e si inebriavano con loro bevendo alla tazza delle ridenti illusioni d’un avvenire fantastico! Già sognavano d’essere in procinto d’imbarcarsi per Parga! per andare a stabilirsi presso i sepolcri e nelle case dei padri loro!…. Esuli di Parga! ohimè, il caro sogno è svanito! Tornate alla triste realtà delle cose! ai tetti affumicati del fangoso Manduchio!
Sul tramontare del giorno che tenne dietro alla notte che avvenne il convegno di Glifà, un giovane e una fanciulla sedevano sotto il pergolato del giardinetto attiguo alla casa di Spiro Bucovala. Il giovane portava la divisa di ufficiale della marineria inglese; era biondo e bello, ma poteva dirsi di lui ciò che il Gray disse di un poeta nel Cimitero campestre: “Melanconia lo segnò in fronte per suo!” La fanciulla aveva bellezza di un tipo molto diverso, neri erano i suoi capelli, neri gli occhi vivacissimi, e l’insieme della fisonomia dava l’idea di un carattere bollente, incapace di lasciarsi dominare dalla mestizia indefinita che s’impossessa di chi nasce e cresce sotto un cielo freddo e nebbioso.
Sir Edoardo (così avea nome il giovine ufficiale) era venuto a Corfù capitano di un legno da guerra; la sua immaginazione romantica dopo essersi innamorata in Italia del bello della natura e delle arti, cercò nuovo alimento vitale nell’isola posta accanto ai monti del vecchio Epiro! Egli aveva intenzione di passare il Canale, visitare quei monti e interrogare il genio custode delle loro rovine; ma l’amore lo trattenne a Corcira! Il cuore del giovine ufficiale rimasto muto in faccia alle bellissime donne della nativa Albione, e a quelle forse meno belle, ma più seducenti nate di qua dalle Alpi, parlò alle feste di Scriparò, tra le danze delle vergini dei poveri esuli di Parga! Egli là vide Irene Bucovala, e quelle soavi sembianze gli si scolpirono profondamente nel cuore. La meschina condizione della fanciulla non gli fece nascere nella mente disegni e speranze colpevoli! Orfano e perciò padrone di sè medesimo, poichè seppe che essa apparteneva a una onorata famiglia, non esitò a chiederla in moglie ai suoi genitori.
Spiro ricusò da prima di dare sua figlia a un Inglese, razza (così egli diceva) dei venditori di Parga: sua moglie, la buona Paraschievì, non vedeva l’ufficiale di mal occhio, ma non osava contrastare alla volontà del marito. Passarono due mesi di dolore per gli amanti, di cattiva vita domestica per Spiro, che vedeva la figlia deperire e struggersi, e leggeva negli occhi della moglie un continuo rimprovero del sacrificio da lui fatto della sua felicità alle avversioni nazionali. Era tempo di quiete: sir Edoardo aveva nome di amare la Grecia e di disapprovare altamente la condotta del proprio Governo nella cessione di Parga; era buono, ricco e senza famiglia; prometteva uniformarsi in tutto alla volontà dei parenti d’Irene; il non dargliela sarebbe stata per conseguenza una ingiustizia priva di scusa! Il povero Spiro finì col persuadersene, e fidanzò la fanciulla al capitano di marineria.
Quando scoppiò la insurrezione in Epiro, ed egli vide gl’Inglesi fare causa comune con i Turchi, con i barbari oppressori del suo paese, lo prese un amaro pentimento della promessa e avrebbe voluto ritrattarla, ma come fare? Sir Edoardo non gli dava motivo personale di rimprovero, ed anzi sopportando in silenzio le imprecazioni da lui scagliate continuamente contro l’Inghilterra, gli provava sempre più di non partecipare alla ingiustizia del suo Governo.
Il giorno delle nozze sovrastava imminente, e Spiro lo vedeva arrivare come se fosse quello dell’esecuzione di una terribile sentenza pendente sopra il suo capo. Il convegno di Glifà era avvenuto nella notte dal 15 al 16 marzo, e i due amanti dovevano essere uniti il dì 17 del medesimo mese.
La sera adunque della vigilia degli sponsali, sir Edoardo intratteneva la sua fidanzata delle gioie, di cui ogni sposo novello che va a nozze ardentemente desiderate vede infiorarsi dinanzi a sè tutti i giorni dell’avvenire. Paraschievì stava affaccendandosi intorno agli apparecchi della cena, e Teodoro, l’unico fratello di Irene, seduto in un canto della stanza che serviva al tempo medesimo di cucina, d’entratura e di sala da pranzo, meditava sul come indurre suo padre a permettergli di partire per l’Epiro. Spiro entrò in casa tenendo per mano Anastasio, e lo presentò alla famiglia come il nipote di un illustre capitano suliotto morto nella guerra dei diciassette anni: sir Edoardo, appena lo ebbe veduto, si affrettò a salutarlo amichevolmente; si erano già conosciuti in Italia, quando viaggiavano ambedue per diletto e per istruzione. Il piacere dimostrato da Anastasio nell’incontro del giovine inglese fu un balsamo per l’animo del suo ospite, che aveva sentito una fredda mano posarsegli sul cuore nel trovarsi costretto a dire, presentandoglielo: “Ecco lo sposo di mia figlia.” La sua fronte si rasserenò, fu di buon umore in tutto il tempo della cena, e parlò al futuro suo genero con insolita amorevolezza. Dopo la cena sir Edoardo si congedò, annunziando che verrebbe la mattina dopo prestissimo per condurre Irene in chiesa. Anastasio, dovendo vedere molte persone in città, uscì seco di casa Bucovala e presero insieme la via di Corfù.
Dopo pochi minuti di conversazione, sir Edoardo con tale un suono di voce che svelava la profonda commozione dell’animo:
“Ecco la Grecia nuovamente impegnata nella lotta del 21!” disse al suo compagno di cammino, “vorrei che fosse con auspicii migliori!”
“Certo è,” rispose Anastasio, “che l’Europa non ha più per noi gli affetti del 21!”
“Dite pur troppo la verità!”
“Eppure, la nostra causa è la medesima.”
“Nessuno può negarlo,” tornò a dire l’Inglese, “ma la condizione delle altre nazioni è molto cangiata.”
“Voi convenite bensì che quella di almeno due terzi dei miei compatriotti non è minimamente?”
“Ne convengo.”
“I vostri uomini di Stato non ne convengono.”
Sir Edoardo sorrise: “Io non seggo nel Parlamento,” rispose, “ho gli occhi liberi dalle lenti della politica.”
“I vostri ministri hanno dichiarato che lo stato dei Greci era felice anche prima delle ultime concessioni fatte dalla Porta alle sue provincie elleniche.”
“Dovevano dichiararlo: la Porta è alleata dell’Inghilterra.”
“Che cosa sono in realtà coteste concessioni tanto magnificate! Polvere gettata negli occhi dei nostri falsi protettori! Le ragioni medesime che la ritennero dallo esterminarci nel 1770, le impediscono adesso di consentire di buona fede alla nostra emancipazione; se non vi fossero più rajas per pagare le imposizioni, su quali entrate potrebbe contare un Governo che non può percepirne dai suoi sudditi correligionarii?”
“I membri del Parlamento sanno, al paro di noi,” riprese a dire sir Edoardo, “che il Corano vieta ai credenti in Maometto di mettersi a parità di condizioni coi loro schiavi; ma, ve lo ripeto, caro Anastasio, la Turchia è alleata, e per conseguenza deve aver ragione in tutto e per tutto nei nostri discorsi parlamentari.”
“Pazienza!” replicò Anastasio, “se l’avesse unicamente nei discorsi parlamentari: l’Europa intiera alza la voce contro di noi!”
“Anche l’Europa ha ragione di farlo, perciò l’esistenza del suo edificio sociale dipende dall’esito della guerra colla Russia. La Russia non può esser vinta, se la Turchia non è vincitrice; nè la Turchia può vincere, se i Greci non la lasciano disporre di tutte le proprie forze contro gli eserciti del Moscovita. Come volete che gli amici, i parenti, i compatriotti dei Cristiani combattenti in Oriente affratellati coi Turchi facciano voti per il trionfo dei Greci?”
“Pur troppo è vero! o signore!” disse con amarezza il giovane elleno dopo qualche momento di silenzio; “le vostre ragioni si appoggiano a una logica disperante! Voi dunque disapprovate il nostro fervore verso la indipendenza?”
“V’ingannate! io lo ammiro; ma neanche biasimo l’Inghilterra e la Francia se lo disapprovano e si preparano forse a reprimerlo.”
“E se il padre della vostra sposa andasse a partecipare alle fatiche e ai pericoli dei sollevati?”
“Direi: Spiro adempie un santo dovere!”
“Strana cosa per Iddio! Tenete la nostra causa per giusta e sacra, e se il vostro Governo ve lo comandasse, impieghereste volenteroso il braccio alla nostra rovina.”
“La fortuna mi risparmierà, spero, questo dolore.”
Anastasio non replicò, perchè erano arrivati in città, ed ognuno di loro doveva prendere una direzione diversa. Nel lasciarlo sir Edoardo gli strinse affettuosamente la mano, e lo pregò di non dimenticare l’invito per la mattina. Si separarono, e ognuno di loro impiegò le ore notturne in modo molto diverso. Anastasio andò nelle case dei Corciresi e degli altri Greci, narrando le imprese dei combattenti in Epiro, e suscitando dappertutto le fiamme del patriottismo; sir Edoardo si ritirò nella casa propria, e stanco dalle commozioni del giorno dormì qualche ora di sonno, rallegrato dalle care visioni dei sogni dalle ali rosee.

CAPITOLO IV.

Dopo che lo sposo e il messo de’ sollevati se ne furono andati, i due Bucovala marito e moglie si ritrassero nella loro camera: Teodoro dopo avere espresso timidamente al padre il desiderio di far parte della spedizione per la Terraferma, fece altrettanto, e Irene si chiuse nella propria per riporre entro un baule tutto ciò che essa, uscendo dalla casa paterna, desiderava portare con sè in quella dello sposo. A mano a mano che levava i suoi arredi da un rozzo stipo, avanzo della casa di Parga, la fanciulla li bagnava di lagrime, e benchè codesti arredi fossero rozzi e poveri, ella non poteva distaccarne lo sguardo, nè si volgeva a rimirare quelli ricchi ed eleganti sopra il suo letto.
Consistevano questi nell’abito nuziale, la ghirlanda, il velo e uno scrigno di gioie risplendenti (tutti doni di sir Edoardo), pegni del lieto vivere, a cui andava incontro. La giovinetta nel ripiegare le vesti tolte dallo stipo era tornata alle care immagini dei tempi passati! Ognuna di quelle vesti era nella sua breve vita il simbolo di un tempo diverso; le richiamava al pensiero giorni di spensierata allegria e di mestizia senza dolore; danze, in cui ebbe lode di bella; feste della parrocchia del suo sobborgo, nelle quali molti sguardi si fissarono in lei, mentre colla cara madre stava inoltrandosi in mezzo alla chiesa per baciare o la Croce o il Santo festeggiato in quel giorno!… Le tornava in mente anche qualcuno di quegli sguardi di fuoco, che avevano fatto battere forte forte il suo petto verginale!… larve già dimenticate, ora apparse un momento dinanzi alla fantasia per ripiombare in un oblio senza fine!… Le venne in mano un’immagine della Madonna di Parga, e pensò all’avo che gliela diede dicendole: “Anche i tuoi figliuoli saranno sotto la sua protezione: serbala per offrirla un giorno ai loro baci, come io l’offro oggi ai tuoi.” – “Ohimè! e i miei figli non saranno sotto la protezione della Madonna di Parga!” disse fra sè la fanciulla; “io lascerò questa sacra immagine nella casa dello straniero, dove non avrà baci nè preghiere!…” A questo pensiero fu presa da un brivido; in quello stesso momento udì l’ululato di un uccello di sinistro augurio; la palma benedetta appesa accanto al suo letto si staccò dal muro e cadde a terra: v’era intrecciato un ramoscello di cipresso e andò a posarsi sul velo nuziale; la lucerna mandò una gran luce, poi rimase come se fosse spenta, e intorno a lei le sedie, il letto, il tavolino scricchiolarono; l’immagine le cadde di mano: “Vergine santa!” esclamò, gettandosi bocconi sul letto!

È ridente, o Corcira, il nascere del mattino sopra i tuoi lidi! La nebbia non copre mai col suo grigio ammanto i tuoi poggi, e le montagne dell’altro lato del Canale sembrano giganti posti dalla natura a guardia della tua soave bellezza. Il tuo mattino rammenta quello del giorno nuziale, olezzante per fiori coltivati dal desiderio e dalla speranza; fiori che spesso il soffio gelido della morte cangia in cipressi; ma la coppia che se ne inghirlanda, per benefica previdenza della natura non pensa al dimani e dimentica i pensieri e le lagrime del giorno innanzi!
Irene è vestita da sposa, le sue giovani compagne le cinsero il capo della candida corona di fiori d’arancio, e vi appuntarono sopra il lungo velo: la fanciulla riluce di più che umana bellezza: la madre appoggiata all’uscio sta contemplandola, nè saprei se la stilla che scende a inumidirle le gote sia tutta di consolazione; i suoi sguardi nel volersi fissare sulla figlia hanno incontrato gli arredi preparati per la partenza.
Spiro è già nella stanza del pian terreno con Teodoro e con i parenti e gli amici invitati per assistere al rito nuziale; egli è grave e pensieroso. Lo scalpitare dei cavalli e il cigolìo delle ruote che si fanno sentire da lontano, annunziano l’arrivo dello sposo. “Eccolo!” dice Spiro, e la sua fronte si copre di una nuvola anche più tetra. – “Eccolo!” ripetono i convitati: ma nessuno si muove, nessuno gli corre incontro. Anche Irene e Paraschievì hanno inteso l’avvicinarsi delle carrozze, e ambedue impallidiscono. La natura fa valere i suoi eterni diritti: Irene si stringe alla madre come se le dicesse: “Non permettere che ci dividano;” la madre intende quell’atto, e se la preme sul petto: ambedue singhiozzano…. Ahi! umano cuore! tu hai lagrime e singhiozzi anche per le nozze! non ti contenti di averne pei funerali!
Le carrozze sono arrivate all’uscio della meschina casetta e si fermano; sir Edoardo ne discende raggiante di felicità, inconsapevole degli affetti che sconvolgono il cuore della sua fidanzata! Spiro lo abbraccia, poi lo abbracciano gli altri. Mentre egli volge gli occhi all’alto della scaletta di legno che conduce alle camere da letto, una esclamazione di sorpresa esce dalle labbra di tutti; Irene è comparsa fuori dell’uscio della sua camera, l’adornano le proprie attrattive e i doni dello sposo! Scende a passo lento, appoggiata al braccio della madre, e sir Edoardo la contempla rapito! Quando è arrivata in fondo, il padre la bacia in fronte: “Va,” le dice, “io ti affido a quest’uomo onesto; sii nella sua casa quello che fosti nella mia, buona, docile, amorosa! La sua casa non è quella di un Pargioto, non vi troverai gli usi, la lingua, la religione della tua famiglia! non dimenticarli perciò: pensa a quelle montagne che io ti additai da che nascesti, come mèta a’ tuoi desiderii; pensaci anche non desiderando più di andarci a vivere e a morire….” Irene s’inginocchia, i due genitori le impongono le mani sul capo, e pochi momenti dopo le carrozze si rimettono in moto verso Corfù.

CAPITOLO V.

Lo sposo all’uscire di chiesa aveva invitati i suoi nuovi parenti e il loro ospite a uno splendido banchetto; sedevano già tutti intorno alla tavola lautamente imbandita, quando il padrone del bastimento psarioto si presentò alla porta della casa di sir Edoardo, chiedendo di parlare a Spiro. Venne introdotto in un gabinetto, dove il padre d’Irene andò subito a ritrovarlo. Egli recava tristi notizie; il Governo inglese era escito dall’apparente indifferenza, e disapprovando la condotta degli Ionici, pubblicava ordini severissimi, acciocchè cessassero dall’alimentare l’insurrezione sovvenendola di continui aiuti. L’editto del Lord Alto Commissario accennava anche alla imminente partenza di un legno da guerra destinato a incrociare nel Canale per impedire ai bastimenti greci di accostarsi alla Terraferma e sbarcarvi uomini e munizioni.
Spiro rimase costernato, e ambidue tacquero per qualche momento: ma ad un tratto il Pargioto rialzò il capo, e la luce di un’idea ravvivatrice del suo spirito gli balenò negli occhi:
“Per mia disgrazia,” disse, “e per colpa delle noie che mi ha fatto patire mia moglie, io sono suocero di un Inglese, e questo Inglese è capitano dell’uno dei due brick che sono ora nel porto di Corfù.”
“Ebbene,” domandò lo Psarioto, “a che vale per noi questa circostanza?”
“Io non avrei dato mia figlia a un turcofilo,” replicò Spiro, “quand’anche mia moglie avesse dovuto tormentarmi in eterno: mio genero ama i Greci per inclinazione e per dovere, e non ricuserà di aiutarli.”
“In qual modo?”
“Aspettate.”
Egli escì dal gabinetto e vi tornò quasi subito con Anastasio e sir Edoardo.
“Vieni, figlio mio,” disse a quest’ultimo dopo che ebbe richiuso l’uscio del gabinetto; “la tua nazione torna alle usate ingiustizie, vuole impedirci di portare aiuti in Epiro, e manderà un legno da guerra per trattenere i nostri dal toccare quel littorale; ma noi dobbiamo ad ogni costo toccarlo, e sbarcare tutto ciò, di cui abbisognano i combattenti sotto il vessillo della Croce: ecco qui Pietro pronto a partire, guai se lo trattenessero, i nostri palicàri morirebbero di fame! Tu sei un onest’uomo, tu sei mio genero, il Lord Alto Commissario ti stima e ti colma di cortesie; va, va subito a chiedergli di essere mandato col tuo brick a incrociare nel Canale; c’intenderemo in modo da essere gli uni a levante e gli altri a ponente; nessuno, tranne noi quattro, lo saprà, e quei disgraziati potranno vivere e continuare la guerra.”
Spiro aveva terminato di parlare e aspettava la risposta di sir Edoardo; ma la risposta non veniva.
“Ebbene, figliuolo?”
“Padre mio! io sono Inglese e ufficiale della marineria; giurai obbedienza alle leggi del mio paese; ciò che voi mi proponete di fare mi disonorerebbe….”
“Come! il non partecipare alla infamia de’ tuoi compatriotti, il non cooperare alla rovina di quelli di tua moglie, sarebbe un’infamia? Ahi, carne e ossa dei venditori di Parga!”
Anastasio, temendo che l’ira del suo ospite andasse tropp’oltre, tentò mitigarla, facendogli osservare che fra le nazioni incivilite vi sono certe norme di condotta, dalle quali non è dato scostarsi.
“Ecco,” esclamò Spiro, “che cosa si guadagna a girovagare nei paesi della civiltà; se Teodoro tornasse in casa mia colle idee che tu mi vai spacciando, troverei ben io modo di raddrizzargli il cervello.”
“Sospendete la partenza almeno di qualche giorno,” riprese a dire timidamente sir Edoardo; “forse gli ordini del mio Governo saranno mitigati da casi impreveduti; forse una vittoria in riva al Danubio cambierà l’aspetto delle cose.”
“Una vittoria dei Turchi, eh! tu l’aspetti dunque, tu la desideri! ed io ti ho dato mia figlia! Ah, sciagurato, che ho mai fatto!”
Dopo queste esclamazioni Spiro andò verso la porta per uscire, il povero ufficiale lo trattenne scongiurandolo di ascoltarlo, di giudicarlo con minore severità, e di non mettere in pericolo la causa dei Greci per troppo zelo.
“La causa dei Greci è giusta,” borbottò Spiro.
“Lo so,” rispose sir Edoardo con passione.
“Quella dei Turchi è scellerata.”
“Ne convengo.”
“Perchè dunque la favorisci?”
“Una funesta serie di eventi fa sì che sia collegata con quella della mia nazione.”
“Ah! sciagurato, sciagurato! che ho mai fatto!” ricominciò ad esclamare Spiro, e respingendo il genero aprì impetuosamente l’uscio ed uscì dal gabinetto. Appena fu rientrato nella sala dov’era radunata la sua famiglia: “Paraschievì,” disse alla moglie, “è tempo di andarcene.”
La moglie e la figlia lo guardarono; il suo viso era contratto dall’ira e le braccia gli tremavano.
Ambedue si alzarono spaventate.
“Che hai?” gridò la moglie.
“Nulla, nulla! andiamcene, ti dico.”
“Padre mio, che cosa vi è accaduto?” così domandò Irene, accostandosegli con affettuosa sollecitudine.
Egli non le rispose; si voltò verso Teodoro, lo chiamò a nome, e vedendogli le mani piene di confetti: “Di là dal Canale,” gli disse, “non hanno pane; come hai tu cuore di accostarti alla bocca coteste ghiottonerie? Lasciale a chi non è più dei nostri.”
Il giovinetto obbedì e posò i confetti. Tacquero tutti, finchè non furono rientrati in sala Anastasio e sir Edoardo. Quest’ultimo teneva in mano una lettera aperta; s’inoltrò verso Spiro, e con una fermezza che contrastava col profondo abbattimento, in cui appariva sepolto: “Questa lettera” gli disse “mi reca l’ordine di partire questa sera col mio brick; l’ufficio di fare la crociera nel Canale è fidato a me, all’onor mio. Non vi mettete in mare, ve ne prego in nome di quanto avete di più sacro; aspettate tempi migliori. Se io incontrassi il bastimento destinato per le coste di Terraferma, sarei obbligato a ricondurlo prigioniero a Corfù, o anche a colarlo a fondo se resistesse!… Non mi riducete a terribili estremità, lo fareste senza giovare alla Grecia….”
Il Pargioto questa volta non montò in furia, non rispose imprecando; un sorriso ironico gli spuntò sulle labbra. “Grazie del consiglio!” disse; poi volgendosi alla figlia: “Lo ascolti tu, fanciulla?” soggiunse collo stesso sorriso. “Il tuo dolce biondino si prepara a colare a fondo tuo fratello e tuo padre! ma la vedremo! Il bastimento di Pietro porta otto cannoni! Ora è tempo di uscire da questa casa per non rientrarci mai più…. Ho commesso un errore, anzi un delitto, dando mia figlia a un turcofilo…. felice me, se ella volesse aiutarmi a espiarlo!”
“In qual modo, padre mio?”
“Tornando con noi a Manduchio, al tugurio paterno; lasciando a costui i suoi gioielli e le sue fastose suppellettili. Tu sei greca, epirota e mia figlia! Quando egli tornasse glorioso per averci colato a fondo, tu non potresti rimanertene con lui! tanto fa separartene adesso.”
Mentre Spiro parlava, il volto d’Irene esprimeva la guerra degli opposti affetti che le infuriava nel cuore; i gioielli, le suppellettili erano facile sacrifizio, ma Edoardo, il suo amante, il suo sposo! come rinunziare a lui, all’amor suo!!
Egli rimaneva immobile cogli sguardi smarriti, aspettando che schiudesse le labbra alla tremenda risposta; intanto che la madre e il fratello, prendendole ciascuno una mano, la traevano verso la porta. La povera Irene assuefatta alla cieca obbedienza verso i suoi parenti, e avendo contratto il dovere di una nuova obbedienza da troppo breve tempo per rammentarsene, si arrese da prima all’impero dell’abitudine, e andò macchinalmente con la madre e col fratello fino alla porta. Vedendola sul punto di passarne la soglia, sir Edoardo proruppe in una esclamazione di dolore! Essa al noto suono di quella voce diletta si fermò, voltò il viso verso di lui, lo guardò muta per un momento: egli susurrò il suo nome…. la piena della passione le inondò allora il petto, staccò la mano da quelle dei parenti, tornò indietro: “No, no,” gridò; “non vo via, rimango con te, tu sei solo!”
Spiro, che era già nell’anticamera, rientrò in sala, ne spinse fuori la moglie e il figlio, tenne loro dietro, e tutti e tre accompagnati da Anastasio ripresero la via di Manduchio.

CAPITOLO VI.

Spiro tornò al suo sobborgo col cuore pieno di disperati proponimenti, corse di casa in casa, pregò i suoi compatriotti di riunirsi nella sua, e quando furono tutti arrivati:
“Fratelli!” disse loro, “ho dato mia figlia a un nemico della Grecia! Ho fatto male, ma quelli tra voi che sono ammogliati, intendono quanto pesino nella bilancia del cuore le preghiere della compagna di venti anni di tribolazioni! Colui portava la maschera del filellenismo, ed oggi soltanto si è smascherato: va col suo brick a incrociare nel Canale per impedirci di aiutare i fratelli! sa che dobbiamo partire, gliel’ho detto io medesimo, e va a colpo sicuro.”
“Se rinunziamo alla spedizione, come andranno le cose di là dal Canale?” domandò un vecchio.
“Malissimo!” rispose Anastasio, “ma come fare altrimenti!”
“Rinunziare alla spedizione? Chi lo ha detto, chi lo ha pensato?” gridò Spiro. “I nostri palicàri passino il Canale a nuoto; il viaggio sui monti è lungo e faticoso, ma non importa, arriveremo a salvamento là dove si combatte. Mio figlio ed io partiremo col bastimento.”
La proposta di Spiro ebbe molti voti contrarii; parendo ai più non convenisse l’esporsi a perdere carico e bastimento.
“E se non ci esponiamo a tal perdita,” replicò Spiro, “chi aiuterà i nostri fratelli? come faranno a tirare avanti?”
“Ohimè! essi non hanno più polvere nè pane!” Questa esclamazione di Anastasio ricondusse gli animi a non rigettare l’idea di un tentativo, giudicato pochi momenti prima come ineseguibile.
Spiro s’avvide del cangiamento, e coll’eloquenza della passione aggiunse nuovi argomenti in favore del disegno, che desiderava ardentemente di fare accettare al consesso. “Forse,” riprese a dire, “colui sarà punto dai rimorsi e ci lascerà passare; ma quand’anche ci abbordasse colla intenzione di ricondurci a Corfù, nel vedermi sul ponte pronto a morire piuttosto che arrendermi, credete voi che arriverebbe fino a colare a fondo il padre di sua moglie? Io, malgrado della pessima opinione che ho di lui e di tutta quanta la sua stirpe, confesso che non so persuadermene.”
“Caro Spiro! voi conoscete male gl’Inglesi,” disse Anastasio con un sospiro.
“Ebbene! ci coli a fondo, moriremo facendo il nostro dovere.”
Spiro ottenne finalmente che vincesse il partito di far partire il bastimento psarioto; Anastasio volle essere ad ogni costo nel piccol numero dei chiamati a montarlo, e la partenza fu stabilita per la mattina del giorno dipoi, non potendo il carico trovarsi pronto prima d’allora.
Spiro a mente queta non avrebbe mai acconsentito a farsi accompagnare dal figlio, trattandosi di una impresa circondata da tanti pericoli; ma nella febbrile concitazione del suo spirito egli adesso s’immaginava di provare sempre più il suo amore alla causa nazionale e l’odio verso gli stranieri, esponendo colla propria anche la vita del suo diletto Teodoro! Quando Paraschievì seppe la terribile notizia, protestò timidamente contro la risoluzione del marito, dicendo:
“Teodoro è sempre uccello di nido! lascia che vi rimanga per un altr’anno.”
“Donna!” rispose il Pargioto, “lo farei, se le tue preghiere non mi avessero ridotto a permettere che il nido fosse contaminato; ora per purificarlo bisogna che padre e figlio lo disertino insieme; restaci sola…. lo hai meritato!”

CAPITOLO VII.

Manduchio non echeggia più dei canti di Riga, i suoi palicàri passarono a nuoto il Canale, e per vie quasi inaccessibili si dirigono verso la Tesprozia; rimasero i fanciulli, i vecchi e le donne, creature deboli, che si affollano al piede degli altari, chiedendo al Signore ciò che i figli del vecchio Epiro gli chiedono da tanti secoli: un destino più mite per la terra degli avi e dei padri nostri!
Dal terrazzino di una casa che ha l’entratura sotto i portici della spianata e gode la vista del mare e del porto, una donna guarda il sole che s’alza sull’orizzonte. Il suo viso è pallidissimo, un cerchio quasi nero ne circonda gli occhi, su cui s’aprono a fatica le palpebre gravi del peso della veglia e del pianto. Benchè la circondino il lusso e la più squisita eleganza dei mobili e delle suppellettili, essa è vestita colla rozza semplicità d’una fanciulla di Manduchio: i capelli le ondeggiano sciolti sulle spalle, e un ricco velo di trina inglese e una ghirlanda di bellissimi fiori bianchi giacciono abbandonati in un canto della camera: un abito di trina simile a quella del velo rimane egualmente negletto sopra una sedia.
Quando sir Edoardo poche ore dopo gli sponsali si separò da Irene per imbarcarsi, ella si affacciò a quel verone, e vide il suo sposo discendere al porto, salire sulla barca e raggiungere il brick sull’àncora a poca distanza da terra. La mattina dipoi si riaffacciò per rinfrescare colla brezza marina la sua fronte che ardeva per la febbre del cuore, e riconobbe suo fratello e suo padre che si affrettavano con Anastasio a scendere verso il porto per imbarcarsi. Vinta da un trasporto di dolore e di tenerezza, la figlia di Bucovala si spogliò in fretta delle vesti nuziali, si strappò dal capo la ghirlanda che portava tuttavia intrecciata nei capelli, e senza pensare nemmeno a raccoglierli nel modo solito, appena che ebbe rivestito l’abito che portava nella casa paterna, scese a precipizio le scale e corse sull’orme dei suoi parenti. Spiro la vide venire da lontano, e forse per timore di lasciarsi dominare dall’affetto, disse ad Anastasio di trattenerla, e scese con Teodoro là dove li aspettava la barca; vi entrò seco, e dato da ambidue di piglio ai remi si scostarono dal lido. Irene trattenuta un momento da Anastasio, gli sfuggì di mano e scese lo scalo, ma era tardi; il padre e il fratello erano già nella barca, già vogavano verso il bastimento!… Si fermò, guardò prima la navicella, poi il lido, e dal lido rialzò gli occhi e li fissò sul bastimento, nè si mosse più, finchè i suoi parenti non furono saliti a bordo; allora, senza far motto, voltò le spalle al mare, risalì lo scalo e accompagnata da Anastasio riprese la strada della casa maritale. Appena vi fu rientrata, egli tornò al porto per raggiungere Spiro sul bastimento: Irene si riaffacciò alla finestra e vide il legno psarioto ondeggiare, muoversi da prima lentissimamente, poi scostarsi dalla terra, e prendere un moto sempre più celere tosto che, sprigionandosi dalla chiusura del porto, sentiva il vento trastullarsi più libero nelle sue vele.
La figlia di Spiro passò quel giorno e il seguente senza uscire dalla sua camera, e benchè spesso la prendesse un immenso desiderio di tornare a Manduchio, di gettarsi fra le braccia di sua madre, non intendeva essa medesima per qual motivo non lo facesse! La sfortunata era nello stato, in cui si trova l’aria nelle ore che precedono le grandi commozioni della natura, coll’apparenza cioè di una calma affannosa, e un’interna vibrazione delle fibre e dei polsi!
Allo spuntare del terzo giorno Irene stava al solito terrazzino cogli occhi fissi sul mare; un bastimento entrava nel porto; è legno di guerra, portabandiera britannica! La sposa di sir Edoardo palpitò forte! Prese un cannocchiale…. guardò quel legno…. e lo riconobbe…. vi era salita tante volte coi parenti e con lui: era il suo brick.
“Edoardo!” esclamò; il gelo accumulato nel suo petto si liquefece e le corse il pianto su gli occhi: pianto di gioia che la Misericordia divina le avrà perdonato, perchè essa, spargendolo, dimenticava la cagione della partenza del capitano del brick.
Egli torna! tra poco lo rivedrà! La prospettiva di questo gaudio le ingombra tutta la mente; il bastimento greco, la Grecia, la sua famiglia, si sono dileguate dalla memoria della giovane innamorata.
Il brick si va sempre più avvicinando; Irene coll’aiuto del cannocchiale distingue sir Edoardo ritto sul cassero, in atto di dare degli ordini a’ marinai; si scosta un momento dalla finestra, e passando davanti allo specchio volge quasi di soppiatto un’occhiata al bellissimo viso riflettuto in quel cristallo, e sorride di compiacenza; tornata alla finestra vede il brick gettare le àncore, le ginocchia le tremano e corre a distendersi in un seggiolone da riposo. Il molle abbandono del corpo dà agio all’anima di ravvedersi dell’involontario godimento; il legno veleggiante verso le coste d’Epiro sorge simile a uno spettro nel buio della sua mente: “Che fu di quel legno? perchè mai sir Edoardo torna sì tosto? ha dunque adempiuto la sua commissione? in qual modo?” – Irene si alza con impeto; qualche cosa di più terribile del legno psarioto le si è presentato dinanzi al pensiero, ed essa alzandosi tenta sottrarsi alla visione funesta…. Passeggia in su e in giù per la stanza, e a poco per volta la fisonomia le si compone, se non alla espressione della gioia, almeno a quella della speranza; come è accaduto il cangiamento? Essa ha trovato una risposta plausibile alle domande fatte poco prima dall’intelletto: sir Edoardo e suo padre devono aver fatto a gara nell’evitarsi; i Greci sono già sbarcati sul continente e il capitano del brick riconduce il suo legno a Corfù per darne avviso al Governo, per giustificarsi di non averli raggiunti e catturati. Questa spiegazione le si presenta così ovvia, così naturale, che fa le meraviglie come abbia potuto sospettare un momento che la cosa fosse andata diversamente! Si riaccosta al verone, e passando davanti lo specchio vi rivolge un’occhiata, mentre la sua mano allontana sbadatamente dalla fronte una ciocca di nerissimi capelli che la ingombravano.
Il brick ha gettato le àncore alle otto del mattino: è già mezzogiorno e più, e sir Edoardo non si è veduto; Irene si è affaticata durante quelle quattro ore, cercando sempre nuove scuse alla sua tardanza; spossata finalmente dalla impossibilità di trovarne una che valga più a soddisfarla, si riabbandona sulla sedia del riposo e chiude gli occhi. Si direbbe, guardandola, che gli abbia chiusi per procurare di addormentarsi; li ha chiusi, per lo contrario, con l’intenzione di raccogliere la potenza di tutti i sensi in quell’unica dell’udito! Dopo forse un quarto di ora, il campanello dell’uscio di casa si fa sentire; senza fretta però, con un suono fiacco, quale verrebbe da una mano renitente a farlo oscillare.
Irene si alza e corre all’uscio di casa: l’alzarsi e il correre non sono bensì moti spontanei, non partono dall’istinto del cuore. Quel suono di campanello non può venire dalla mano di Edoardo, dello sposo amante!… non può!
Irene è all’uscio prima del servitore e lo apre…. non è sir Edoardo!… Che importa a lei di sapere chi sia la persona, la quale non è sir Edoardo? Appena intravveduto un viso diverso da quello che anelava di vedere, vòlta le spalle e rientra nella sua camera.
Dopo pochi momenti un rumore di passi le echeggia vicino; l’uomo, cui essa ha aperto l’uscio, le ha tenuto dietro, è entrato dopo di lei nella camera, le sta accanto e con voce piena di mestizia: “Irene,” le dice, “venite a Manduchio, vostra madre vi aspetta.”
La figlia di Spiro ha riconosciuto la voce di Anastasio; alza gli occhi al suo viso e lo vede pallido, contraffatto. “Voi qui!” esclama, “e gli altri?” Il giovine non risponde.
Irene dovrebbe intendere quel silenzio, ma il cuore umano è tenace nel non volersi distaccare dalla speranza. “Sono sbarcati?” ridomanda.
Egli continua a tacere.
La disgraziata ha già bevuto più che mezzo il calice della tremenda verità; non ostante esita a convenirne con sè medesima!
“Perchè li avete lasciati?” torna a domandare.
“Non li ho lasciati!”
“Sono qui dunque?”
“Venite, venite!”
Essa travolge gli occhi, spalanca le braccia e precipita sul pavimento. Il veleno è penetrato nelle più interne latebre del cuore!

CAPITOLO VIII.

Manduchio è uscito dal silenzio; i suoi vicoli e la sua strada sono pieni di gente. Le vecchie Pargiote che nel giorno in cui partirono dalla patria, fecero voto di portare il bruno, finchè non venisse loro concesso di ritornarvi, e tennero il voto, benchè fossero allora negli anni della beltà e della giovinezza, stanno sulle porte delle loro case coi nepotini, e pare aspettino il cenno d’incamminarsi verso qualche ritrovo; le donne di mezza età, le giovani spose e le vergini, benchè l’essere nate a Corfù le faccia essere esenti dal voto, vestono anch’esse il saio nero, e stanno terminando in fretta le faccende domestiche per trovarsi pronte alla chiamata delle antiche matrone.
La chiesa è sparsa di funereo cipresso, i sacerdoti hanno indossato la nera stola riserbata ai riti sepolcrali; e si preparano a uscire preceduti dalla Croce e seguitati da due feretri vuoti.
L’aspetto delle case appare a Manduchio assai più tetro del solito, e la natura per non irridere ai miseri colla veste lieta e serena si è anch’essa vestita a bruno; il cielo è coperto di nere nuvole!
Forse da che gli esuli di Parga stabilirono la loro stanza nel sobborgo della ospitale Corcira, esso non aveva mai più presentato un’apparenza così simile a quella del giorno, in cui i dolori dell’esilio si ripararono all’ombra de’ suoi tugurii sdruciti.
La porta della casa dei Bucovala è spalancata, e vi si fa un continuo andirivieni di gente. Nell’entrata seggono otto o dieci vecchie colle mani incrociate sul petto; non piangono! gli occhi loro da molto tempo non hanno più lagrime; vanno bensì dovunque si piange! convitate immancabili alle feste del dolore!
Sulla scaletta che conduce alle camere da letto è un continuo urtarsi tra le persone che salgono e quelle che scendono, e nella più grande delle tre camerette due cadaveri stanno distesi l’uno accanto all’altro sopra il letto medesimo. Ai due lati e ai piedi del letto ardono molti ceri; due turiboli in continuo moto nelle mani dei due sacerdoti fanno grave l’atmosfera di un denso fumo d’incenso. Ciascuno dei due morti ha sul petto un Crocifisso e due immagini sacre: l’una è quella della Madonna protettrice di Parga, l’altra del Santo protettore di Corfù. Spiro è vestito com’era quando partì da Manduchio per imbarcarsi; sono le vesti di tutti i giorni, senza oro, senza ricamo. Teodoro, benchè vestito anch’egli dell’abito che indossò il giorno della partenza, ha il davanti e le maniche del corsaletto piene di ricami e guernite di bottoni d’oro. Il giovanetto si era adornato per la festa delle battaglie, ma il giorno di quella festa non doveva spuntare per lui!
Una donna sta ritta accanto al letto e tiene il capo appoggiato sul guanciale, su cui posa quello di Spiro: tiene gli occhi chiusi, non geme, non singhiozza! pare si trovi al suo luogo! Il rumore di tanti passi, l’eco delle preci, il fumo dell’incenso, nulla vale a riscuoterla. L’infelice sogna forse di essere tornata alle placide notti, in cui il suo capo posava sullo stesso guanciale col capo di suo marito: quel capo diletto le posa accanto come in quelle notti: il viso abbronzato dalle fatiche e dal mare è lì; ella può carezzarlo colla mano amorevole: in fatti, l’ha stesa più volte per farlo, ma ohimè! quella mano ha sentito un gelo di una natura a lei ignota fino allora…. Non è quello della neve che essa da bambina spezzava per giuoco sulle alture di Parga!… è il gelo della morte: il suo tocco la fa rabbrividire; la mano cade dal viso del cadavere, ma il capo rimane sul suo guanciale.
Un’altra donna, vestita anch’essa di saio nero, con lunghissimi capelli grigi, parte avvoltolati al velo che le cinge il capo, e parte cadenti in disordine sulle spalle e sul seno, si presenta all’uscio della camera, e gli astanti si ristringono gli uni agli altri per darle luogo, acciocchè possa entrare e accostarsi al letto. È di statura alta, e le sue fattezze conservano molti avanzi di una bellezza severa; benchè apparisca già inoltrata nell’autunno dell’età, le sue forze fisiche e morali non sembrano punto menomate dalla falce del tempo, ed ha negli occhi qualche cosa, cui può darsi nome di delirio o d’ispirazione.
Incede con passo lento e dignitoso, i sacerdoti le scuotono in faccia i turiboli e l’avvolgono dentro una nuvola di fumo odoroso. Ella si ferma ai piedi del letto, guarda i cadaveri, si fa il segno della Croce, poi comincia con voce da prima debole e fiacca, poi forte e vibrata di mano in mano che va avanti nel dire, a celebrare i pregi e le virtù di Spiro, a rammemorare i fatti principali della sua vita e a lamentarne la morte:
“Tu nascesti fra gli aranci e le rose di Parga, la mala fede degli stranieri ti tolse al dolce luogo natìo! Deh! perchè mai Parga pose fede negli stranieri!
”La fedele alleata di Suli si coperse il capo di cenere, vestì il saio del dolore e versò amarissime lagrime quel dì, in cui Avarico, Samoniva e le rupi di Cunghi videro la prima volta lo stendardo della Mezzaluna salire trionfante i loro gioghi; quel dì, in cui gli eroi caddero, e l’Aspropòtamo ne portò al mare i cadaveri sanguinosi…. Ohimè! che fato peggiore già le pendeva sul capo!… e donde avvenne, o mia Parga, che quel fato ti pendesse sul capo? Ahi, misera! tu ponesti fede negli stranieri!
” La schiatta dei Bucovala è schiatta di prodi; molte scimitarre e molti turbanti stavano appesi all’antica casa, retaggio degli avi loro. Quella casa è rimasta vôta di abitatori, il suo desco ospitale non s’imbandisce più per gli stranieri accorrenti a visitare le nostre belle contrade; gli stranieri hanno tradita l’ospitalità dei figli di Parga! Deh perchè mai, o figli di Parga, poneste fede negli stranieri!
” Corcira ti accolse, o valoroso rampollo di una schiatta incontaminata; Corcira sul suo lido suonante per flutti rompentisi alla lunga scogliera diede cortese asilo agli esuli volontarii, e benchè le sue rose e i suoi aranci non sieno quelli di Parga; benchè a chi in Parga nuotava nell’abbondanza fosse appena rimasto di che sbramarsi la fame, – Corcira è isola ellenica, rifulge della bellezza che versa l’ellenico sole sui lidi di Parga, e piacque agli occhi dell’esule. Deh! perchè mai l’esule dimenticò che anche Corcira è in balia degli stranieri!
” Il vento della libertà è tornato a soffiare nelle foreste dell’Epiro, e lo spirito di Riga è ricomparso nelle valli e sui monti della Tessaglia! ha posto un’altra volta sulle labbra dei pastori il suo inno immortale! L’eco prese sulle ali quell’inno, passò il Canale e lo fece risuonare alle orecchie degli esuli di Parga e di Suli; dalle orecchie scese nei cuori, e ben cento e cento braccia si armarono; ahi! ma si armarono sulla terra padroneggiata dagli stranieri!
” Ecco, tu giaci freddo cadavere e teco giace il florido ramoscello, speranza della tua stirpe! giace senza che la luce della libertà lo abbia irradiato mai di un suo raggio! Ahi! non conobbe, è vero, le delizie della libertà, ma neanche conobbe il dolore d’averla perduta!
” Dormite ambidue sepolti nella terra dell’esilio; dormite in mezzo ai parenti, agli amici, ai compatriotti! dormite in pace! Accanto a voi dormono le ossa dei padri vostri, dissotterrate per non lasciarle a Parga alla profanazione, agli insulti; ed oh! conceda il Signore che quelle ossa, tolte al cimitero di Manduchio, tornino colle vostre a quelle di Parga!… vi rimarrebbero fino al giorno del giudizio supremo, perchè Parga non porrebbe mai più la sua fede negli stranieri!”
L’improvvisatrice aveva appena terminato il suo carme mortuario, e s’intese da lontano il salmeggiare dei cantori e dei sacerdoti che venivano a prendere i due cadaveri per portarli in chiesa. Paraschievì si scosse, alzò il capo…. le salmodie si facevano sempre più vicine.
“Che cos’è mai questo canto?” esclamò la povera donna…. Si mosse, fece il giro del letto, e come se provasse rimorso d’avere trascurato il figlio per il marito, appoggiò il capo al guanciale, su cui giaceva il capo di Teodoro: “Figlio mio!” disse, e con atto d’ineffabile tenerezza impresse un bacio sulle pallide labbra del giovinetto.
Il corteo funebre si era fermato davanti l’uscio della casa; i cantori rimasero fuori, i sacerdoti entrarono e salirono la scaletta di legno. Paraschievì vide comparire la Croce, simbolo di sacrifizio, e comprese qual terribile sacrifizio dovesse compire…. l’animo non le resse, stese le mani in avanti, e: “No, no,” gridò, “sono miei!”
“Consegnali alla terra e ti saranno restituiti in cielo.”
Queste parole pronunciate con accento solenne dal sacerdote che portava la Croce e la porgeva al suo bacio, le rammollirono i sensi. Rimirò lungamente quei visi diletti con occhi avidi, con un’attenzione appassionata, come se tentasse di bene scolpirseli nella memoria! Poi: “Signore,” disse, “sia fatta la tua volontà!”
Il sacrifizio era compiuto! si scostò dal letto, e lasciò che i ministri del culto adempissero il loro pio ministero.
Quando i due cataletti furono usciti dalla camera, anch’essa ne uscì per accompagnarli in chiesa.
Prima veniva la Croce, cui tenevano dietro salmeggiando i cantori; dopo i cantori venivano i sacerdoti, recitando sotto voce le preghiere per i defunti. Quattro esuli, due di Parga e due di Suli, reggevano i lembi della coltre che copriva il cataletto di Spiro. Tutti avevano combattuto la sacra guerra della indipendenza: ed ora decrepiti, curvi sotto il peso degli anni e della sventura, vedevano dileguarsi il raggio di speranza che aveva brillato un momento sull’orlo dei loro sepolcri! E’ non torneranno a morire là dove nacquero, la chiesa verso cui s’incamminano accoglierà i loro cadaveri, e dal piede dei suoi altari li manderà al suo cimitero!
La bara, in cui giace Teodoro, è portata da quattro giovanetti, progenie anch’essi di Parga e di Suli: essi sentono come a diciotto anni sia dolce il vivere; non pertanto nessuno di loro si rifiuterebbe a morire in olocausto alla Grecia, alla sua indipendenza!
Gli sguardi della gente che da tutte le parti dell’isola è accorsa per assistere alle esequie dei Bucovala, si fissano con un senso di più profondo rammarico sulla creatura viva che viene subito dopo le due bare, anzi che sulle bare medesime! È Paraschievì, che rasciugati gli occhi cammina con passo fermo e misurato. Sembra ai Pargioti di trovarsi al giorno, in cui, prima d’imbarcarsi, s’incamminarono verso la chiesa della Vergine per pregare l’ultima volta al piede de’ patrii altari; i Suliotti tornano col pensiero al funebre corteo del più grande de’ loro eroi, Marco Bòtzaris!
La chiesa è sfavillante di luce, e nel suo mezzo sorge il catafalco, su cui devono essere deposti i due feretri. La Croce è già accanto al catafalco, i feretri le tengono dietro e stanno già al loro posto; i sacerdoti e i cantori danno principio alle esequie; gli uomini del corteo si dispongono a circolo intorno al catafalco, e Paraschievì, circondata dalle vecchie matrone, appoggia la persona a uno stallo.
La funzione è già vicina al suo termine e i cantori intuonano il canto dell’ultimo vale: l’invito al bacio dell’addio supremo su questa terra! Tocca al più prossimo parente dei defunti l’accostarsi primo alla bara; ognuno si volge a Paraschievì, e i cantori vanno ripetendo il: “Venite all’ultimo amplesso;” essa non si muove, nè v’è chi ardisca avvertirla di soddisfare alla dolorosa consuetudine.
Mentre dura l’ansietà e la sospensione degli animi, due persone si presentano sulla porta della chiesa; ognuno li riconosce, sono Irene e Anastasio. Non fu possibile al giovine suliotto il condurre prima la figlia di Bucovala presso sua madre, essa ha passata la notte in continui deliqui.
Paraschievì, che finalmente si è mossa, arriva barcollando al piede del catafalco nel mentre che Irene tocca il lembo del drappo nero, su cui giace suo padre! Vedendo la madre, essa si getta alle sue ginocchia, e la povera donna appena abbassato il viso sulla supplichevole, lo rialza e guarda d’intorno a lei come se temesse d’incontrarsi in qualche oggetto odioso, spaventevole; ma Irene è sola. La madre riporta lo sguardo sul suo viso, non più florido di salute e di fresca bellezza; poi si volge a quello dell’adolescente disteso nel feretro; ohimè! poca è la differenza fra il pallore dell’uno e quello dell’altro viso! Paraschievì se ne avvede, e vinta da pietà, da tenerezza getta le braccia al collo dell’unica creatura a lei rimasta delle tre, in cui pose tutta l’anima!… La madre e la figlia si stringono, si avviticchiano; l’assemblea prorompe in lagrime…. ma quelle piangono!
Paraschievì si rialza e seco rialzando la figlia: “Fratelli,” dice, “e voi servi del Signore, rischiarate il buio del mio intelletto; questa sciagurata è moglie dello straniero, di colui che fu cagione di morte a questi cari perduti; dite, può essa accostarsi ai loro cadaveri? baciare la mano del padre, che vivo non l’avrebbe concessa a’ suoi baci?”
Nessuno risponde, i sacerdoti non osano proclamare che al di là della fossa la misericordia è infinita! Irene in mezzo a quel silenzio spaventevole fa un passo verso il feretro del padre; Paraschievì vuol ritenerla: “Guarda,” le dice sua figlia, “egli mi sorride, egli mi fa cenno di accostarmi, perchè legge nell’animo mio e sa che lo straniero vi sta maledetto.” Così dicendo, afferra la gelida mano del padre e se la pone sul capo, esclamando: “Tu mi benedici!”

CAPITOLO IX.

I cipressi sparsi nella chiesa di Manduchio il dì delle esequie dei Bucovala ebbero appena tempo di appassire, e già il sagrestano spoglia di nuove fronde gli alberi lugubri che ombreggiano le fosse dei poveri abitatori del villaggio…. Un nuovo feretro esce nell’ora del tramonto dalla casa, donde uscirono gli altri due! Irene va a riunirsi al padre e al fratello; una febbre cerebrale l’ha condotta a morte il terzo giorno dopo quello dei funerali dei suoi parenti….
Gli esuli di Parga non danno tributo di pianto al fine immaturo della misera giovinetta. Sua madre, ah! il cuore di una madre contiene un tesoro di carità e d’amore! unisce nelle preci e nel pianto il nome d’Irene a quello degli altri due morti, di cui lamenta la perdita, e quando visita le zolle sotto cui riposano, la fossa d’Irene è sempre quella su cui s’inginocchia per rimanervi lungamente assorta nella meditazione e nella preghiera!
Che fu di sir Edoardo? Il suo brick raggiunse il bastimento psarioto, mentre stava per sbarcare le munizioni e i viveri sulla costiera d’Epiro, e gl’intimò di arrendersi prigioniero. Spiro e Teodoro vollero apporre resistenza, e trascinando seco i compagni a un conflitto disperato furono ambidue feriti mortalmente. Anastasio cadde in mare, e i marinai del brick lo raccolsero, mentre stava già per sommergersi. Il resto della marinaresca greca si arrese carica di ferite, il bastimento fu colato a fondo e i due Bucovala spirarono sul brick prima di arrivare a Corfù. Sir Edoardo, non osando presentarsi a sua moglie, mandò Anastasio, acciocchè la conducesse a Manduchio; sembrandogli fosse atto di dovere verso la infelicissima madre il restituirle la figlia nei giorni dei dolori supremi. Quando Irene agonizzava nella casa paterna, egli non lo seppe, perchè anche Anastasio giaceva in letto ammalato, e a nessun altro poteva cadere in mente a Manduchio di dargliene avviso.
Abborrendo dal richiedere i proprii diritti, il capitano del brick aspettava in preda a una dolorosa ansietà che Irene decidesse del destino d’ambidue, ma nessuna notizia gli giungeva dal sobborgo. Finalmente Anastasio potè trascinarsi a Corfù e salire alla casa di lui per far succedere la calma della disperazione all’ansietà, alle trepidazioni dell’incertezza.
Sir Edoardo non fece strepito, si atteggiò quasi subito al contegno dell’uomo afflitto, ma rassegnato, e Anastasio se ne andò, portando seco la persuasione che il tempo cicatrizzerebbe le ferite di lui senza molta fatica.
L’Inglese si rimise in mare, vigilò per altre due settimane nel Canale, vegliando con solerti cure alla esecuzione degli ordini del suo Governo: un altro brick venne a dargli il cambio, ed egli allora rientrò nel porto, scese a terra e corse a rinchiudersi nella sua camera; in quella camera, dove aveva lasciata Irene dopo le nozze!
Tornò in patria; ma il dolore non lo fe’ sopravvivere a lungo. Lo seppellirono insieme col ritratto d’Irene che gli fu trovato addosso.