Angelo Poliziano – Della congiura de’ Pazzi dell’anno 1478. Comentario di Angelo Poliziano voltato dal latino in toscano da Alessandro De Mandato

ALL’EGREGIO ED ONORANDO UOMO DOMENICO ABATEMARCO PARI DEL REGNO, CONSIGLIERE DELLA CORTE SUPREMA DI GIUSTIZIA, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DEGLI ESAMI PER GLI UFFIZII DE MAGISTRATURA, ec. ec. ALESSANDRO DE MANDATO

Egli non è gran tempo, egregio signor Consigliere, che ebbi tra mano il Comentario della congiura de’ Pazzi di Angelo Poliziano; il quale per quanto sia breve, e piccolo di mole, altrettanto è squisito ed aureo lavoro. Or io in leggendolo tal sapore assaggiai d’ogni maniera di eleganze, e di latine bellezze, che se io non avessi saputo nè della storia di Firenze, nè del Poliziano, avrei questa scrittura con quelle del buon secol d’oro di Roma di leggieri scambiato; onde io senza punto stancarmi, od infastidirmi, l’ho tutta da capo a fondo più volte discorsa.
Se non che di tanto momento trovai esser quella narrazione, che il desiderio mio di leggerla e pienamente gustarla quello di molti parea. Dappoichè in questa Congiura de’ Pazzi non pure la nobiltà e l’ornamento della forma, la esecuzion del lavoro, la descrizione e la dipintura infine dell’indole di ciascun personaggio con profondo giudizio ed arte ravvisiamo descritto, ma egli ci è cosa di assai maggior momento, che da me si pensava. Il decimoquinto secolo, come fu principio di civiltà e d’italiano risorgimento, fu altresì momento per le umane passioni e vicissitudini il più sconvolto e difficile. L’odio, l’ambizione, e l’invidìa, prima dentro della famiglia alimentata e nudrita, e poscia tutta una cosa rendutasi con l’uomo, non rimase giù una semplice parola, ma sibbene un fatto. Allora spento il lume dell’intelletto, ed attizzato nel cuore il fuoco della discordia, non rimase che una lotta aspra e feroce, un incrudelir tra l’uomo e l’uomo; e, quel che è peggio, fuor di ogni scopo o ragione, le vie di sangue fraterno inumanamente bagnare, e abbandonarsi ad ogni maniera di delitti e di stragi cittadine.
Tale generazion di fatti seguirono allora infelicemente in Italia; ed assai volte all’odio delle famiglie, succedeva quello de’ municipii, e con esso traeva pure quella fatalità tremenda delle italiane discordie, che per più secoli i popoli della penisola indebolirono e tenner divisi. La qual cosa mentre al di dentro ogni sostanza e cittadina virtù consumava, rendeva al di fuori la terra del sorriso e della potenza, serva e facile preda dello straniero. Il perche l’ambizion delle famiglie, e la licenza de’ loro partigiani, è stata, e sarà mai sempre, la peste di questo infelice paese; e, anzi che prosperità, e libera gloria, gli arrecò perennemente danno gravissimo, e lunga serie di sciagure e di guai. Di fatti Angelo Poliziano in questo suo comentario non fa che descriverci una terribile catastrofe, seguita tra due delle più nobili fiorentine famiglie; e con vivi colori ti dipinge innanzi agli occhi quel fatto, in cui di leggieri tu vedi tutti gli intrighi d’un odio e di una ambizione già adulta, la quale, non si potendo più contenere, trasmoda, e va potentemente a gittarsi in preda ad ogni maniera di eccesso e di scelleraggine. Nel qual lavoro, salvo la forma, anzi che una semplice narrazione, io ci ravvisouna per fetta tragedia; ove le passioni ed i grandi affetti dalla situazion del dramma e dall’indole di ciascun personaggio, e non da altra fonte, muovono e traggono origine. Il che siccome dalla congiura di Catilina scritta da Sallustio si ritrae, così pure nella congiura de’ Pazzi con assai magistero e splendore si ammira. E qui, per toccare alcun poco della forma, allegar potrei gli esempii dell’uno e dell’altro scrittore, e metterli in paragone tra loro, ne’ quali (comechè per molti secoli, e per varie ragioni fra loro distanti) osserveremmo lineamenti tali, e tale affinità e simiglianza nel descriver le diverse indoli degli uomini, che difficil cosa sarebbe che, non sapendo altri nè de’ Pazzi, nè del Poliziano, volesse questa scrittura a’ tempi moderni attribuire.
Egli è cosa veramente maravigliosa, che il Poliziano, giovane appena di ventiquattro anni, avesse tale profondo giudizio, da condurre un sì perfetto lavoro. Nè meno certo è da ammirare la squisitezza del latino gusto, e la maestria in saperne le più arcane e fine bellezze raccogliere; sì che non pure maestrevolmente imita, ma uno altresì de’ più stupendi scrittori del buon secol d’oro ti par leggere. Onde bene s’avvisò il dottissimo Vossio di solennemente dichiarar e, parlando del Cementano del Poliziano [1]: che una prosa così eccellente, e di stile sì grave e pulito, da nessuno, salvo che dal solo Tullio, dettar si potea. Gli è questo adunque un esempio nobilissimo da proporre a’ giovani, perchè veggano di leggieri come nell’idioma latino vanno messe le cose moderne; e come non pure negli antichi è facile incontrar la purezza dell’oro, e le grazie delle eleganze; ma ne’ novelli scrittori altresì, e segnatamente nel Poliziano, ci ha gran dovizia d’esempio di stile ornatissimo e splendidissimo. Or che parrà egli a voi, chiarissimo signor Consigliere, questo mio volgarizzamento, il quale com’egli sia uscito, ed in quali giorni, più voi, che sapete l’animo mio, potete conoscere, che io significarlo? Solo vi dico che, per cessar la noia e la tristezza, di che nel passato verno veniva preso, cercai modo a deviarla ed alleggerirla, passandomela dì e notte insino a tutta questa primavera con Angelo Poliziano. La cui traduzione com’ebbi mandata a fine, molte egregie persone e carissimi amici mi confortarono a pubblicarla, argomentandosi che grande giovamento trar ne potrebbero i meno conoscitori del latino linguaggio, e gravi documenti di storia verrebbero ad apparare. Il perchè io, veggendo il po’ di bene che pure arrecar potea, mi feci ardito a darlo per le stampe, comechè ben conoscessi quanta lontananza e disparità sia dal ritratto alla copia. Ciò nondimeno, dipoi che è fatto il lavoro, poco rileva; perciocchè chi come voi sa pienamente, quanta difficoltà sia nel voltar le forme latine nel toscano idioma, e massime del Poliziano, non pure i falli perdona, ma inevitabili parimente li crede, e pressochè impossibile tenersene lontano. La quale malagevolezza, quale sia, ed in che sia riposta, in tutte le lingue si ravvisa, come per lungo tempo apparai nella scuola di Basilio Puoti, carissimo amico vostro, e che voi avevate in tanto pregio ed onoranza; la cui affettuosa e pia rimembranza l’un dì più che l’altro m’educai a nudrir con amore, e teneramente alimentare.
Ma io vi ho troppo intrattenuto, onorandissimo signor Consigliere, e troppo mi son dilungato in parole; se non che io avea in animo di intitolarlo a voi questo mio volgarizzamento; a voi, che a’ pregi antichissimi di famiglia si congiungono eziandio memorie recenti, e troppo gloriose. Il guai mio picciol lavoro vi prego che siate contento di accettarlo; e, per quanto è in me di stima e di amore verso di voi, a venirlo tutto considerando vi esorto; chè, se all’aspettazion vostra in tutto non risponda, e voi allora in cambio del dono vogliate tener conto del donatore, il cui animo faceavi presente guanto egli potea maggiore. Il che facendo, voi addimostrerete non pure che mi avete caro, e avete a cuore le povere cose mie, ma e queste da voi riconosceranno ogni favore e grazia; e così sarete ad un’ora il proteggitore ed il benemerito del servidor vostro, come di già siete della patria e delle lettere. E vivete felice.

DELLA CONGIURA DE’ PAZZI

Io mi fo a scrivere brevemente la congiura de’ Pazzi; perocchè questa sopra ogni altro memorando fatto a tempo mio intervenne, e poco stette che non rovinasse al tutto la repubblica fiorentina. Lo stato adunque della città era, che tutti i buoni si tenean per Lerenzo e Giuliano fratelli, e per tutti gli altri di casa Medici; sola la famiglia de’ Pazzi, ed alcuni de’ Salviati, a contrastare il presente reggimento in prima celatamente, di poi alla scoperta cominciarono. Dappoichè a’ Medici portavano invidia, il cui privato decoro e somma autorità nella repubblica, per quanto era lor dato, svilivano.
La famiglia de’ Pazzi e da’ nobili cittadini e dalla plebe era parimente di mal occhio veduta; poichè oltre all’esser tutti avarissimi, la loro intemperante e superba natura non si potea in nessuna guisa patire. Il capo della cui famiglia Iacopo de’ Pazzi, dell’ordine de’ Cavalieri, passava i dì e le notti in giuocar a’ dadi; e, dove incontrava che mal gli gittasse, imprecava contro Dio e gli uomini. E talvolta lo scacchiere, o che che altro nello sdegno venissegli innanzi, in chi fossegli da presso ciecamente il tirava: e sovente come furioso dava del capo in esso scacchiere. Nell’aspetto pallido: il capo di continuo voltar qua e là, e (che è grandissimo segno di leggerezza dell’animo) con la bocca, con gli occhi, con le mani mai non istar fermo. In costui due grandissimi vizii signoreggiavano; (e che reca maraviglia) massimamente tra loro contrarii: grande avarizia, e grande ambizione. La casa paterna magnificamente edificala abbattè dalle fondamenta; diè opera a fabbricarne una nuova; al quale uopo usando di genti mercenarie, non mai quelle interamente pagava: ed i poverelli operai, che dalla fatica delle braccia si cavavano miseramente per la giornata il vitto, defraudava; il perchè era da tutti malveduto. Nè egli, nè i suoi antenati erano mai stati ben accetti al popolo. Non avea in oltre legittima prole; per la qual cosa dai suoi parenti, come quelli che la eredità di lui agognavano, venìa tra gli altri ben servito, e careggiato. La trascuraggine in lui grandissima, grandissima la negligenza delle cose familiari. E tali essendo i costumi di quest’uomo, di leggieri, quello egli sarebbe stato per fare, si vedea; e quali opere e ingegni, e qual fiero stimolo, e quai fiamme il sospingevano al suo disegno. Perocchè egli come uomo non usato, ed ambizioso, non si credea di portar di buon animo l’ignominia di dissipatore; sicchè studiavasi a tutt’uomo di gittare ad un’ora in un medesimo incendio sè stesso, e la patria.
Francesco Salviati, d’altra parte, uomo di tratto sollevato dalla fortuna, come colui che non molto innanzi fu ad arcivescovo di Pisa eletto, mal polendo sè stesso sostenere e la sua fortuna, avea cominciato, oltre ogni dire, per le prosperevoli cose ad insolentir vanamente, e tutto di sè e della sua fortuna si promettea. Quest’uomo, e ciò ben sanlo Iddio e gli uomini, fu d’ogni scienza umana e divina ignorante e dispregiatore: d’ogni nefandezza e ribalderia ricoperto: rotto a lussuria, e per lenocinii famoso: anch’egli perduto nel giuoco: inoltre grandissimo adulatore, molto leggiero, e pieno di vanità: audace, destro, scaltro e sfacciato. Con le quali arti (tanto non si vergognò della sua fortuna) conseguì l’arcivescovado, e fino il cielo prometteasi con preghiere.
Costui unitamente a Francesco de’ Pazzi, che a cagione della naturale ambizione dell’animo suo si avea grandi speranze promesso, è fama, che già molto tempo innanzi avea cospirato in Roma di finir Lorenzo e Giuliano, e d’impadronirsi della repubblica. Tutti i faziosi finalmente nella villa suburbana di Iacopo de’ Pazzi, che ha nome Montughi, congiurarono insieme al delitto. Esso Salviati ordinò il modo da tenersi in quella congiura. Francesco, nato da Antonio fratello di Iacopo, sendo uomo di animo presontuoso, si era in gran superbia levato ed in grande alterigia. Egli oltremodo adiravasi, che la famiglia de’ Medici era a lui preferita: di continuo sparlar contro di Lorenzo e Giuliano, e qua e là infamarli: non perdonare nè a scherni, nè a villanie di sorta: di tutto togliea occasione per arrecar loro ingiurie quanto potea maggiori. A Roma passava lungamente il tempo presso la medesima Banca de’ Pazzi; giacchè ben sapeva, che ei nessuna autorità aveva in Firenze, a cagione che i Medici, per la religione ed integrità de’ costumi, aveansi l’amore di tutti guadagnato.
Era inoltre, e ciò fu a tutti i Pazzi comune, sopra ogni credere, corrivo alla rabbia ed all’ira. Ebbe piccola persona, sottile corpicciuolo, colore alquanto livido, capelli bianchi, nella cui acconciatura molta cura e tempo spendea. Avea altresì tal forma di corpo e di volto, e tali atteggiamenti, che avresti di leggieri avvisato la incredibile insolenza di lui; la quale, massime ne’ primi abboccamenti, sforzavasi a tutt’uomo celare; il che non sempre gli venia secondo l’animo suo. Oltrechè era uomo sanguinario; e tale, che qualunque cosa gli si ravvolgea per l’animo, correva tosto ad ispacciarla, e non era da nessun riguardo tenuto nè per il decoro, nè per la pietà, nè per la fama, o pel nome di alcuno.
Iacopo Salviati poi era acconcio massime nel tirare a sè gli animi altrui; piacevasi mai sempre di tutte le graziose maniere; accogliea tutti molto lautamente; il solo suo pensiero si era la lussuria e le gozzoviglie: era tuttavia intento nel mercanteggiare, di cui era molto espertissimo.
Tra questi era un altro Iacopo figliuolo di quel Poggio, uomo eloquentissimo. Il quale sì per le strettezze della casa sua, sì per l’altrui danaro, di cui buona quantità avea accumulato, e sì per una certa sua naturale ambizione, delle cose nuove era grandemente desideroso. Il principal suo valore era nel dir male di tutti; nella qual cosa al padre suo, che era assai maldicente, in tutto somigliava. Avea mai sempre in costume o perseguitar dapertutto i principi, od inveir con parole contro i costumi de’ cittadini fuor d’ogni ragione e proposito, o infine le scritture di talun letterato provocar con ingiurie: a nessuno non la perdonava. Egli andava oltremodo superbo della sua grande memoria delle istorie, e della grande facondia del parlare: in tutti i cerchi ed adunanze ripetea sempre il medesimo, fino a stomacar gli uditori. Il patrimonio, che largamente ereditò dal padre, avea in pochi anni interamente sparso e consumato; il perchè, mosso dalla povertà e dal bisogno, si diede tutto a’ Pazzi ed a’ Salviati; perciocchè era quello, che per lo innanzi fu stato, vendevole a qualunque compratore.
Fu ancora tra costoro un quarto Iacopo, fratello dell’Arcivescovo, uomo ignobile e vile. Oltre a questi, era Bernardo Bandini, uomo perduto, audace, intrepido, cui il guasto dato alle sostanze della sua casa, l’avean rovinosamente tratto ad ogni maniera di ribalderia.
Furon sette que’ cittadini, che al nero disegno diedero cominciamento; e a costoro vennero aggiunti Giovambattista da Montesecco, famigliare del conte Girolamo, ed Antonio da Volterra, il quale l’odio di patria, ovvero una cotale indole facile e leggiera a secondare altrui, il sospingeva al delitto. Eravi inoltre Stefano, sacerdote, e cancelliere di Iacopo de’ Pazzi, uomo lascivo, e di pessima fama per ogni generazion di delitti; anzi correva voce che egli in casa Iacopo non usava punto onestamente; poichè l’unica figliuola di lui, si ha per documenti di lettere, sia stata per adulterio concepita.
Egli è manifesto che Renato e Guglielmo de’ Pazzi non ignoravano cotale congiura. Guglielmo medesimo menato avea in isposa Bianca, sorella di Lorenzo de’ Medici; ond’ella era di già venuta a far parte dell’illustre famiglia; per il che si congetturava che egli tenesse il piè in due staffe. Costui era maggiore di Francesco suo fratello, del quale poco innanzi tenemmo parola. Renato fu figliuolo di Pietro, dell’ordine de’ Cavalieri, fratello di Iacopo e di Antonio, a Guglielmo e Francesco cugino. Questi era uomo non meno scaltro, che dissimulatore grandissimo dell’odio e delle ingiurie. Non pure avea l’animo smisuratamente audace, ma tale, che qualunque cosa per tempo gli passava per l’animo, metteva celeremente in atto. Egli era eziandio avaro, ed avidissimo del danaro; onde pure dal popolo era mal voluto. Oltre a questi, non poca parte ebbe in questa congiura Napoleone Francesi, vassallo di Guglielmo. In essa ebbevi ancora talune persone, delle quali, altre erano dell’Arcivescovo, ed altre de’ Pazzi. Tra gli altri un cotal Brigliaino, uomo di streme condizioni; e Nanni da Pisa, notaio, tenuto scellerato e fazioso.
Se non che quegli, che tra questi forestieri prese le prime parti, fu Giambattista, che noi dicemmo innanzi, famigliare di Girolamo. Costui la trama, da ben due interi anni avanti trattata, avea insino al dì 28 di aprile differita dell’anno della salute di Cristo 1478, la domenica avanti l’Ascensione. Era uomo di grande ingegno, di molta astuzia, e di scaltro animo; facile e destro massime nel trar le cose al suo avviso; ed in questo moltissimo si esercitava: onde il Salviati, e tutti gli altri congiurati, grandissima fidanza aveano in lui.
Ma è oramai tempo che il disegno della congiura venghiamo sponendo.
La famiglia de’ Medici, come in molte cose, così pure nel ricever massimamente ospiti illustri, fu mai sempre splendida e magnifica assai. Nessun chiaro personaggio pervenne mai in Firenze, o nel territorio toscano, verso di cui non abbia quella casa usato ogni maniera di onore e di magnificenza. Raffaele Riario adunque, nato della sorella del conte Girolamo, a caso cardinale, avea non molto tempo prima preso alloggio nella villa suburbana di Iacopo, ove, è detto di sopra, ebbe luogo la congiura. Da ciò tolgono i congiurati occasione all’infame delitto. A nome del cardinale fanno a’ due fratelli assapere che il ricevino a Fiesole, vicino loro feudo. Lorenzo ed io stesso ci riducemmo colà insieme col fanciullo Pietro, figliuolo di lui. Giuliano, poichè trovavasi infermo, restò in casa: il che nell’istesso dì, che abbiamo detto, attraversò il disegno. Gli mandano di nuovo avviso molto familiarmente, che il cardinale avea desiderio d’intervenire al convito in Firenze; ed ivi voler gli ornamenti del palagio, le vesti, i drappi, i gioielli, le argenterie, e tutte le preziose suppellettili riguardare. Di nessuna frode sospettavano gli egregi giovani. Adornano la casa, metton fuori gli ornamenti, dispiegano i drappi; le argenterie, gli stendardi, i bassirilievi pongono in mostra; cavan fuori della guardaroba le gemme; il convito è parato molto magnificamente.
Ed ecco innanzi tempo una mano di congiurati van dimandando: Dov’è Lorenzo? dove Giuliano? Rispondesi essere ambedue nel tempio di Santa Riparata: colà essi vanno. Il cardinale, com’è l’usanza, ascende al seggio più alto del coro; e, in quel mezzo che la messa si celebra, l’Arcivescovo con Iacopo Poggio, e con i due Iacopi Salviati, e con alcuni altri compagni, va nel Palagio per gettar giù dalle mura i Priori di Firenze, ed occuparlo. Tutti gli altri rimangono nel tempio a compiere l’assassinio. Giovambattista, destinato a dar la morte a Lorenzo, si era ricusato all’impresa. Avean tolto questo carico Stefano ed Antonio da Volterra; gli altri avean di mira Giuliano. Come fu quivi compiuta la comunione del sacerdote, dato il segnale, Bernardo Bandini, Francesco de’ Pazzi, ed altri de’ congiurati, fatto un cerchio, circondano Giuliano. Il Bandini, capo di loro, cacciategli uno stilo nel petto, trapassa il giovane da banda a banda. Quegli moribondo alquanti passi fuggire, ed essi inseguirlo d’appresso; il giovane, essendogli già tutto il sangue e le forze mancate, cadde morto per terra. In quella che a terra giaceva, Francesco con spessi e ripetuti colpi di pugnale il trafisse: in tal guisa ammazzano il virtuoso giovane. Il servo che lo seguiva, si era in luogo riposto vergognosamente rifuggito.
In queslo mezzo gli scelti sicarii assaltano ancora Lorenzo; e per il primo Antonio da Volterra avventa la mano sinistra alla spalla di lui, e gl’indirizza il colpo nella gola. Quegli intrepidamente si toglie il mantello, e l’avvolge alla mano diritta, trae tosto il pugnale dal fodero da un sol colpo è ferito; e il riceve nel collo, nel mentre che ei si svincola. Incontanente egli da prode e coraggioso uomo impugnato lo stilo si volge a’ sicarii, ed ingegnosamente da loro si guarda, e si difende. Quelli sbigottiti si mettono in fuga. Nè fuvvi altrimenti alcuno aiuto per parte di Andrea, e Lorenzo Cavalcanti, tardi nel difender lui (de’ quali per staffieri egli usava); il primo di essi è nel braccio ferito, e l’altro scampa sano e salvo la vita.
Gli era un vedere il popolo che tumultuava, uomini, donne, sacerdoti, fanciulli, andar qua e là fuggendo, dove menavali la fuga. Tutto era di fremito e di dolore ripieno: nessuna voce udivasi nientemeno espressa: vi ebbero persino di quelli, che credettero rovinare il tempio. Bernardo Bandini che ucciso avea Giuliano, non contento pure di questo, va per Lorenzo. Quegli opportunamente si era con altri pochi nel sacrario del tempio rifuggito. Bernardo disavvedutamente uccide Francesco Nori (prudente uomo, e soprastante alla mercatura della casa Medici) di un sol colpo di spada, cacciatagli nel petto; il cui cadavere ancora spirante fu nel sacrario medesimo portato, dove Lorenzo si era posto rinchiuso. Allora io, con taluni altri, la porta, che era di bronzo, chiudemmo; in questa forma dal pericolo cessammo, che dal Bandini ne sovrastava.
In quello stante che noi guardiamo la porta, gli altri sbigottirsi al di dentro, ed essere per la ferita di Lorenzo accuorati. Ivi Antonio Rodolfo, virtuoso giovane, figliuolo di Iacopo, succhiargli la ferita. Lorenzo della sua salute nessun pensiero si dava; anzi continuamente dimandava: se Giuliano era salvo. Non però di meno talune fiate tutto adirato minacciava insieme, e si querelava, che la sua vita, da chi mano si dovea, veniva assaltata. Incontanente una moltitudine di giovani, fedeli alla casa Medici, armati di pugnali innanzi la porta del tempio si affollano; e, dandosi a conoscere per amici ed intrinsechi, gridano unanimemente: Esca, esca fuori Lorenzo, innanzi che la fazione nemica non prenda vigore. Noi di dentro intimoriti eravamo dubbiosi, se questi eran nemici, od amici; domandiamo pertanto, se Giuliano era in salvo: al che quelli non risposero nulla. Allora Sismondo Stufa, giovane egregio, come quegli che insin da fanciullo era stato con singolare amore e mirabile pietà a Lorenzo congiunto, monta su per una scala, va subitamente al fenestrone, che mettea nel tempio, da quella parte ove l’organo è posto; e dal cadavere di Giuliano, che vede steso per terra, viene tosto a sapere l’assassinio. Guarda che quelli che stavano di fuori erano amici: dà la voce, si aprisse la porta. Quelli in gran numero mettono Lorenzo in mezzo ad un cerchio di armati; e, acciò non s’imbattesse nel cadavere di Giuliano, per una via più lunga lo scortano a casa. Io mi vi trassi per la via più corta, ed urtai in esso cadavere da molti colpi trafitto, che imbrattato tutto di sangue miseramente giaceva. Quivi per il dolore grandissimo vacillante, e mal fermo di mente, fui da taluni amici sollevato, ed a casa ridotto.
Da per tutto eravi moltitudine di armati; da tutte le vie udivansi le grida de’ partigiani; ogni casa di voci e di strepito risuonava. Vedeansi fanciulli, vecchi, giovani, cherici, e laici prender le armi: la casa de’ Medici non altrimenti che se pubblica salute ella fosse, andar tutti difendendo.
In questo mezzo il Priore di Pisa viene in segreto abboccamento con Cesare Petrucci, gonfaloniere, come dicono, di giustizia, col disegno di trucidarlo; e dice: dover egli alcune cose per parte del papa riferire. Taluni fuorusciti perugini, che consapevoli del delitto lo accompagnavano nel palagio il podestà, si mettono nella camera della cancelleria per tener luogo opportuno; le porte della stanza rinchiudono; nè quelle, ove il caso volesse, possono mai aprire; e così non tornare di nessuno aiuto nè a sè, nè agli amici loro. Ma Cesare nel guardare il Salviati, che era titubante, temendo di frode, dà la voce d’allarme a’ sergenti. Il Salviati invaso dalla paura si spinge fuori della stanza. Quegli si abbatte in Iacopo figliuolo del Poggio; e poichè avea grande vigor d’animo, presolo pe’ capelli, lo gitta per terra, ed ordina alle guardie di tenerlo.
Incontanente con molti della Signoria corre in fretta sull’alto del Palagio. Ivi tolto che ebbe uno spiedo da una cucina (chè tale arma il timore e lo sdegno gli avean dato tra mano) quanto può il più difende la porta; e con grande intrepidezza di animo la vita sua e la pubblica fieramente difende: il medesimo fanno gli altri ciascun per sè coraggiosamente.
Nel palagio di Firenze ci ha di molte porte; le quali, serrate da’ sergenti, tengono i principali de’ congiurati disgiunti; i quali essendo in questa forma in molti drappelli divisi, perdono ogni impeto e forza. In questo mezzo tutto il palagio fremea al di dentro, e traevano colà pochissimi cittadini.
Dall’altra parte Iacopo de’ Pazzi, come d’aver fallito il colpo di uccider Lorenzo s’avvide, consapevole di essersi fatto reo di tanta scelleratezza, con ambedue le mani si percuotea nel volto. In quella che egli frettolosamente moveva per la casa, prima che egli uscisse fuori del tempio, a cagione dell’affanno dell’animo suo, cadde a terra. Come egli si vide ultimamente essere a mal partito, deliberando di tentar la fortuna, con pochissimi compagni se ne va dirittamente alla piazza del Palagio. Nulla incontra di male: solo tutti detestavano il suo delitto, e gridavano la croce addosso all’infame; il quale tutto intimorito a mala pena il suono della sua voce lasciava sentire. Tostochè egli nessuno aiuto ebbe trovalo nel popolo, comincia a tremar tutto, ed a venir manco di animo.
Quelli che da alto del Palagio erano saliti, di grandi sassi e dardi lanciano con violenza su Iacopo: egli sbigottito se ne ritorna a casa. Colà pure Francesco, il quale avendo in quel tumulto gravi ferite riportato, si era rifuggito immantinente.
Indi a poco tempo i partigiani di Lorenzo ricuperano il Palagio; i Perugini, scassinata che fu la porta, furon tutti tagliati a pezzi; dipoi fu fatto strage ancora degli altri. Iacopo del Poggio fu alle finestre impiccato: il Cardinale [2] intorniato da un grosso corpo di armati, è in Palagio tradotto; ed a fatica dalla furia della moltitudine il difendono. Parecchi, che erano usati tenergli compagnia, furono dalla plebe uccisi: da per tutto fu dato il guasto; sino gli stessi cadaveri furono bruttamente lacerati a brani. Di già un capo umano era stato confitto in sur una lancia d’innanzi la casa di Lorenzo; e già aveano il rimanente del corpo strascinato. Niente tuttavia udirsi, se non rumori di popolo da per tutto gridando: Palle, Palle; che è l’arme della casa Medici. Laonde Iacopo de’ Pazzi, perduto tutto, si delibera di fuggire; va con una mano di armati alla porta, che dicesi alla Croce, e di là si mette in fuga.
In tutto il qual mezzo tempo al palagio de’ Medici il popolo trarsi in folla con affetto mirabile, e maravigliosa sollecitudine; dimandar tosto i traditori al supplizio; non perdonare nè a vituperio, nè a minacce di sorta, insino che gli scellerati non si ordinasse, venissero menati a morte.
Quivi la casa di Iacopo de’ Pazzi a stento fu dal guasto campata. Francesco tutto ignudo e pien di ferite da dentro l’istessa casa del zio è, quasi semivivo, tratto al capestro da Pietro Corsino; il quale era colà corso, seguito da una grossa mano di suoi partigiani. Ei non era agevol cosa tenere in freno il popolo infuriato.
Incontanente da quella istessa finestra, ove pendeva Francesco de’ Pazzi, sopra esso corpo spento è ancora il vescovo di Pisa appiccato. Il quale essendo gettato giù, si avventa co’ denti nel cadavere di esso Francesco (il che, stimo, parrà a tutti maraviglioso; sebbene a niuno non fu ignoto); e con tutto che soffocato era dal laccio, con gli occhi furiosamente aperti la mammella di lui tenea fortemente stretta. Dopo di lui ambedue i Iacopi della famiglia Salviati vengono altresì impiccati.
Mi ricorda d’essermi ridotto in Palagio (chè la casa era già tutta in calma), ed ivi cadaveri bruttamente pesti e dimembrati qua e là vidi stesi per terra; su i quali il popolo usava dileggi assai, ed assai crudeltà.
La casa de’ Medici era per molte ragioni grata al popolo; il perchè tutti allora l’assassinio di Giuliano imprecavano, e contro l’infame delitto andavan gridando: Che un giovane egregio, letizia della fiorentina gioventù, era stato con perfidia, con frode, e con tradimento da persone ucciso, cui niente caleva; e che una famiglia vile e sacrilega, di Dio nemica e degli uomini, avea tanta infamia commesso. La memoria recente altresì del suo valore mettea forte stimolo nella plebe. Perciocchè, celebrandosi pochi anni innanzi la giostra de’ cavalieri, il maraviglioso valore di Giuliano avea quello di tutti superato, e n’avea a casa riportato la palma e le spoglie; la qual cosa acquista grandemente l’amore e la benevolenza del volgo. A questo aggiugnevasi ancora la crudeltà del delitto; poichè nullo di più scellerato dir si potea, o pensare, che a tanta atrocità di scelleraggine si agguagliasse.
Fremevan tutti, che il giovane pio ed innocente, dentro il tempio, tra l’altare ed il sacrifizio era stato crudelmente trucidato; l’ospitalità violata, violato il sacrificio, il tempio di umano sangue polluto: insin Lorenzo, al quale solo era la repubblica di Firenze affidata; quel Lorenzo medesimo, in cui eran tutte le speranze e ricchezze del popolo riposte, veniva col ferro assaltato: il che l’andavan gridando nefandissima cosa. Già da tutti i municipii, come quelli che eran più vicini alla città, gran copia trarre d’armati al Palagio, pe’ trivii, e principalmente alla casa de’ Medici: ciascuno addimostrava dalla parte sua ogni cura e sollecitudine: i cittadini in folla co’ loro figliuoli e vassalli profferivan l’opera loro, la mano, e le sostanze; andavan tutti dicendo: che dal solo Lorenzo non pur la pubblica salute, ma la privata eziandio pendeva.
Per parecchi dì egli era un veder continuamente da tutte le parti arrecare armi a casa Lorenzo; trasportar carne, e pane, e tutto che al vitto facea d’uopo.
A Lorenzo medesimo, nè la ferita, nè la paura, e il dolore che sentito avea grandissimo della morte del fratello, lo tennero dal provvedere alle sue bisogne; rende grazie a tutti i cittadini: a ciascun di loro ei si mostra strettamente tenuto: dichiara di riconoscer solo da loro la ottenuta salvezza: di quando in quando al popolo sollecito della sua salute dalle finestre si rappresenta. Al che tutto il popolo far plauso, ed acclamare: levar tutti le mani al cielo; della sua salute rallegrarsi ed esultar per la gioia. Egli a tutto era intento: non si perdea nè di animo, nè di consiglio.
Mentre queste cose accadono, fu annunziato che Giovanfrancesco da Tolentino, prefetto d’Imola, con una mano di scelti cavalieri era violentemente da’ suoi confini nella nostra terra entrato; e che il medesimo in quello stante fatto avea Lorenzo da Città di Castello da quella parte, che i confini senesi mettono, nel fiorentino. Per molti corrieri e lettere ne siamo avvertiti: in qualunque modo fu allora da’ nostri respinto, e tornossene a casa. Sendo buia la notte, furon messe le sentinelle per la città; la casa di Lorenzo fu diligentemente guardata: ne’ quadrivii, nella piazza, per tutta la città sentinelle di armati.
Il dì appresso Giovanni Bentivoglio, cavaliere di Bologna, e principale di quella repubblica, uomo per molti uffizii strettissimo alla casa de’ Medici, con alquante compagnie di cavalieri e con molte compagnie di pedoni era in suo aiuto venuto nel Mugello. Ed ecco tutta la città riempirsi di soldatesca. Ma, temendo gli Otto, de’ quali era capo Dionigi Pucci, che i soldati avidi della preda non facesser tumulto, scelti quelli che custodissero la città, dánno ordine che gli altri, siccome eran prima quivi venuti, al proprio paese, o in qualunque altro luogo venisse loro a grado, ritornassero.
In questo mezzo Renato de’ Pazzi, il quale il giorno avanti che l’assassinio fu compiuto, si era nella villa del Mugello ridotto, ed ivi radunava soldati, con i due fratelli Niccolò e Giovanni è tratto prigione. Giovanni de’ Pazzi, fratello di Guglielmo e di Francesco, viene in un giardino allato alla casa sua sorpreso. Quelli che Iacopo inseguirono, ormai abbandonato da tutti, il prendono in Falterona. Il primo, che il raggiunse, fu un cotal contadino per nome Alessandro dell’età di venti anni e più: costui gli mise le mani addosso. Ma Iacopo, offerendogli sette monete di oro, cominciò a scongiurarlo, perchè gli desse la morte: il che non piacque punto al villano. In quella, che ei maggiormente lo prega, è preso a bastonate dal fratello di Alessandro. Allora egli atterrito ben comprese esser vero ciò che si dice: Il destino conduce chi vuole, chi non vuole trascina. Egli è menato in Firenze col presidio degli Otto; e, per non lasciarlo straziar dalla plebe, è ridotto in Palagio, ove senza veruno oltraggio, fatta la confession del delitto, dopo poche ore pagò la pena col laccio. Costui già presso a finir la vita non lascia niente della sua indole fiera e rabbiosa: esclama di voler dare l’anima sua in mano all’avversario. Dopo di lui fu ancora alla stessa guisa morto Renato; i rimanenti fratelli menati a’ ferri; il più piccolo de’ quali Galeotto, essendo ancor giovinetto, vestito da donna, si era dato subitamente in fuga; ma conosciuto che venne, è nel medesimo carcere tradotto; quivi non molto di poi traggono ancora Andrea de’ Pazzi, arrestato in fuga, fratello di Renato.
Il Bandini andando fuggendo pervenne in Città di Castello; onde, unitosi ad una brigata di armati, passò in Siena.
Napoleone aiutato da Pietro Vespucci si mise in salvo con la fuga: dopo alquanti dì fu pure Giovambattista fatto morire. Antonio da Volterra, e Stefano, che ferirono Lorenzo, si tennero pochi dì nascosti nella Badia di Firenze. Il che saputo, il popolo vi accorre subitamente in folla; a fatica si tengono dall’infuriare contro di essi monaci, che quelli per iscrupolo ebbero manifestati; i presi sicarii martoriano crudelmente; ed infine mutilato loro il naso, troncate le orecchie, tutti gonfii e pesti da’ moltissimi pugni, fatta la confessione, vengono menati al capestro. Fu di poi decretato pubblicamente, e fatto annunziare per il banditore un premio a coloro, che avessero o il Bandini o Napoleone uccisi, o vivi li traesser prigioni. Guglielmo de’ Pazzi, il quale, confidando nella parentela, si era nella casa di Lorenzo messo in salvo, una con i suoi servi è confinato a ben venticinque miglia dalla città. Inoltre molte stragi seguirono; e di tutti i complici, altri furono uccisi, altri stretti ne’ ferri, ovvero cacciati in esilio.
Come in Roma pervenne la notizia del fatto, il dolore fu grandissimo, e maravigliosa fu la gioia di tutti per la salvezza di Lorenzo.
L’esequie di Giuliano molto magnificamente si fecero; e nella Chiesa di S. Lorenzo si compierono i funerali: moltissimi giovani addossarono il bruno. Egli era stato da ben diciannove ferite trafitto: era vissuto venticinque anni.
Come si seppe che Napoleone fu da Pietro Vespucci campato, lui pure prendono incontanente. Costui, prodigo insino dall’infanzia, avea i beni paterni del tutto consumati: il perchè di buon’ora scadde pure dal diritto della eredità lasciatagli in testamento dal padre. In casa strema miseria avea, grandissimi debiti al di fuori; onde non pure lo stato presente della repubblica recavagli molestia, ma e delle novità desideroso era. Costui adunque, come fu l’assassinio di Giuliano compiuto, sendo egli di subitanea e pronta risoluzione, cominciò a levar forte le grida contro l’assassinio di Giuliano: e, tostochè vide tutto il popolo, tutti i cittadini tener per Lorenzo, corse subitamente a dare il guasto alla casa de’ Pazzi; ed abbattutosi in soldati avidissimi di preda, poco mancò che in sommo pericolo non ponesse tutta la città, i beni e le sostanze de’ cittadini, se Pietro Corsino, egregio giovane non fosse contro alla ferocia di lui accorso: insino a tal segno avea l’impetuoso e furibondo uomo inanimito il popolo e tutti i soldati alla preda. Finalmente non solo egli fu nelle carceri menato, ma pure Marco, figliuolo di lui, fu a cinque miglia dalla città confinato.
Dopo pochi giorni, essendo molte piogge seguite, incontanente da tutte le terre vicine trasse in città gran moltitudine di gente, gridando: che era nefanda cosa che il corpo di Iacopo de’ Pazzi stesse in luogo sagro sepolto: che non per altro era tanto tempo piovuto, se non perchè ebbero contro ogni diritto e ragione sotterrato in chiesa uno scellerato uomo, il quale neanco in sul morire nè dell’anima, nè di Dio volle sapere. Il che, giusta l’antica superstizion de’ contadini, al grano ancora in latte danno e nocumento recava: il medesimo andava pure la plebe, come in tal caso incontra, da per tutto dicendo. E tosto traggono in folla ad esso luogo della sepoltura; e, disotterrato il cadavere di lui, lungo le mura della città il seppellirono. Ed in quello stante (talmente alla superstizion della plebe arrideva la fortuna) il cielo, che era di nubi ricoperto, cominciò a dare lo splendore del sole. Il dì appresso (il che parve simile ad un prodigio) una gran moltitudine di fanciulli, tutti come da arcane faci di furie accesi, cavan fuori di nuovo il sotterrato cadavere; e non so chi, che questo vietava, poco mancò, che non lo uccidessero con sassi. Gli stringono il capestro con il quale era stato morto, con assai strazii e villani schiamazzi per tutte le vie della città il trascinano. Altri poi andando ridicolosamente innanzi ordinavano a quelli, che incontravano per istrada, di far luogo, dicendo che essi menavano un insigne cavaliere; altri con mazze e pungiglioni percuotendolo lo avvisavano che non indugiasse a venire da’ cittadini, che aspettavanlo in piazza. Tostochè il cadavere fu alla casa sua tradotto, a picchiar l’uscio col capo il sospingono insiememente dicendo: Quale de’ famigliari è dentro? quale di loro in sul tornare egli a casa il riceverà con sì gran seguito?
Venendo loro vietato di ridarsi alla piazza, muovono per Arno, e colà vi gittano il cadavere; il quale andando a galla, una gran moltitudine di contadini levando alti gridi e schiamazzi il seguiva dappresso. Onde è fama che altri non per giuoco detto avesse, che tutto a suo talento intervenuto sarebbe, se quell’accompagnamento di popolo che egli ebbe estinto, l’avesse avuto ancora vivente.
Oltre di che molte canzoni burlesche in dispregio di Iacopo de’ Pazzi ed in abbominio di tutti i congiurati furon per tutta la città da’ fanciulli cantate; molti infamatorii libelli contro di loro in ogni parte si scrisse. I beni de’ quali furon venduti all’incanto; e fu per decreto del Senato stabilito, che nessuno da quel giorno in poi togliesse il nome di quella famiglia; che le arme de’ Pazzi in nessun luogo più rimanessero; che niuno finalmente nella nostra repubblica con essi in parentela si legasse: chi facesse il contrario, egli farebbe contro della repubblica, e dell’autorità del senato.
Per tanta mutazion di cose sono stato sovente della incostanza dell’umana fortuna ammaestrato; e del dolore incredibile di tutti per la morte di Giuliano mi sono grandemente maravigliato.
Di costui qual forma di corpo, e qual portamento e costumi si ebbe, dirò brevemente. Ebbe gran persona; membruto di corpo; il petto alto e largo; le braccia ritonde e nerborute; forti giunture, ventre raccolto, cosce torose, le gambe alquanto piene; gli occhi neri e vivi, viso severo, di color bruno; la chioma folta, i capelli neri e lunghi dalla fronte rivolti in dietro; nell’andare a cavallo e nel tirar l’arco maestro; nel salto e nella palestra eccellente; della caccia solea maravigliosamente prender diletto; tollerava lungamente la fame ed il vegghiare: era di sì poco bere, che talune fiate fino ad un intero giorno si tenne agevolmente dal bere. L’animo avea grande; e costanza grandissima; religioso e ben costumato; della pittura massimamente, e della musica, e di ogni maniera di gentili arti si dilettava; alla poesia era mezzanamente disposto. Scrisse alcuni versi toscani mirabilmente gravi e pieni di sentenze; si piaceva di spesso legger versi amorosi: era facondo e prudente, ma risoluto per niente. Egli non solamente amava moltissimo la gentilezza, ma esso stesso era gentile; i mentitori, ed i vendicativi ebbe grandemente in odio. Modesto nell’ornamento della persona; nel resto molto elegante e magnifico. Avea l’andar grave, e decoroso, e tutto pieno di dignità: molta cortesia, e moltissima amorevolezza; venerava il suo fratello, e grandemente l’amava; avea gran fermezza e virtù. Queste e tante altre cose il rendevano, mentre visse, al popolo ed a’ suoi carissimo; queste cose medesime lasciano in tutti noi una acerbissima e luttuosa memoria del giovane illustre. Onde preghiamo Dio, ottimo massimo, che si piaccia

“Di far che l’alma sciolta dal suo velo
“Si conforti beata almen nel cielo.

L’anno MCCCLXXVIII.

FINE

Note:
[1] Gerh. Joan. Vossius. lib. 3 de Historia Lat. cap. 8, pag. 628.
[2] Landuccio. MS. Il cardinale rimase in Palazzo, e non li fu fatto villania; se non che gli feciono scrivere di sua mano al Santo Padre di tutte le dette novità.