Antonio Gramsci – Sì, l’ora della coerenza

Torna di nuovo l’accusa di settarismo nelle gazzette della socialdemocrazia, rivolta all’atteggiamento dei comunisti nei riguardi dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
Questa accusa di settarismo non è però nuova ai comunisti. La socialdemocrazia di tutti i paesi, per sottrarsi ai suoi impegni contratti con le masse lavoratrici, non ha trovato mai migliore espediente, nella sua lotta contro il proletariato rivoluzionario, che quello di mostrare come fatui «acchiappa nuvole» i socialisti marxisti rivoluzionari, cioè i comunisti, che credono al Marx della I Internazionale dei lavoratori e non a quello che in nome della socialdemocratica repubblica tedesca tratta gli affari degli eredi di Stinnes. Ma quali acchiappanuvole fossero i comunisti e continuino oggi ad esserlo lo hanno dimostrato e lo dimostrano i comunisti russi, che da sette anni dirigono il primo Stato proletario, il piú vasto del mondo per territorio e popolazione.
Che cosa hanno dimostrato di saper fare invece i «pratici» della socialdemocrazia arrivati al potere? In sette mesi di governo il presidente della II Internazionale, il signor MacDonald, non ha gestito piú o meno bene che gli affari dell’odiatissimo capitalismo borghese. E questo lo dice quel terribile… comunista che è l’ex premier inglese, Lloyd George. In Germania, il socialdemocratico Ebert non ha saputo in diversi anni di potere che gettare la rena su tutti i trattati e i provvedimenti che stabiliscono l’affamamento degli operai tedeschi, condannati oggi a dieci ore di lavoro ed a salari insufficienti rispetto all’alto costo della vita.
È tutto quanto hanno fatto i socialdemocratici su scala internazionale per meritare il titolo di strateghi della lotta operaia contro il capitalismo. E non ricordiamo neppure oggi che ricorre il decimo anniversario della guerra le responsabilità della socialdemocrazia nel prolungamento dell’ultima guerra, nella preparazione dell’altra che si avvicina, ad onta, anzi a motivo dello stesso proclamato socialpacifismo internazionale.
Settari? Acchiappanuvole? L’organo della socialdemocrazia italiana non ci sgomenta per questo. Noi sappiamo quello che vogliamo ed è appunto questa nostra chiarezza che sconcerta e turba le nebulose costruzioni politiche del socialriformismo. Il quale, sapendo però di non essere creduto dagli operai, ricorre alla calunnia e all’insinuazione. Esso ci dice: «Cosa vogliono mai i comunisti dalle opposizioni se ne sono fuori, se tutto attendono dalla classe operaia, dall’assalto finale, eccetera? Perché screditare le opposizioni con proposte e domande, che le opposizioni conoscono, ma che non potranno ricevere una soluzione se non quando le opposizioni avranno vinto?». E da questo si conclude che i comunisti, per coerenza, dovrebbero fare il piacere di non chiedere nulla alle opposizioni. Conosciamo per esperienza il valore di queste argomentazioni.
Anzitutto un chiarimento sul significato della proposizione che i comunisti attendono tutto dalla classe operaia. Certo è cosí. Solo la classe operaia possiede la forza e la capacità di guidare la lotta contro il fascismo. Questo non esclude che la classe operaia debba utilizzare tutte le incrinature che si manifestano nel muro avversario e che nella lotta contro la dittatura armata del capitalismo possa e debba trovare degli alleati. Gli operai russi, nel fare la rivoluzione e nel difenderla dagli assalti capitalistici, si sono alleati ai contadini e di questa alleanza hanno fatto la base del potere soviettista.
La politica estera della classe operaia russa, organizzata in classe dominante, verso gli Stati capitalistici nemici è tutta rivolta a sfruttarne gli antagonismi e le diverse contraddizioni interne a favore della rivoluzione mondiale.
Il nostro «classismo… di marca fascista», come pretende la Giustizia, si basa sull’esperienza di un grande Stato proletario diretto per la prima volta nella storia dalla classe operaia, com’è l’esempio della Russia soviettista, dove tutti sanno gl’immensi privilegi di cui gode il capitalismo. Ammettere dunque che la classe operaia deve utilizzare tutte le incrinature che si appalesano nella muraglia avversaria e non rifiutare alcun alleato per rovesciarla vuol dire anzitutto riconoscere due fatti: che bisogna rovesciare questa muraglia e che per rovesciarla è necessario la direzione della lotta l’abbia la classe operaia.
Ora, cosa fanno i nostri accusatori? Accettano la prima parte, ma ne dimenticano la seconda. Si ammette cioè la necessità del metodo, ma questo è impiegato non a dare alla classe operaia la sua libertà, ma a mettere le forze della classe operaia al servizio del suo stesso avversario. Brevemente: si deve lottare contro il fascismo. L’unità di fronte contro il fascismo deve crearsi nelle classi sfruttate e deve raggiungersi sotto la direzione della classe operaia. Solo le classi sfruttate hanno interesse a lottare realmente contro il fascismo, perché sono quelle che ne sopportano il peso. Si vuol forse discreditare con questo l’opera delle opposizioni? Facciamo opera utile al fascismo discreditando le opposizioni? Neppure di queste accuse, che sono quanto mai insulse noi possiamo gran che preoccuparci. Se qualcuno ha lavorato e lavora per il fascismo non è certo da cercarsi fra i comunisti. Un po’ di onestà, ammesso che di onestà si possa parlare con i nostri avversari e con gli avversari della classe operaia, sarebbe bastata a consigliare maggiore prudenza nell’impiego di certe frasi.
Chi ha dato i suoi ministri al governo di Mussolini? I popolari questo lo sanno e lo sanno pure gli amici di Amendola e di Di Cesarò. Chi ha illuso le masse, facendo credere alla possibilità che Mussolini «normalizzasse» il fascismo? Cosí presto si sono dimenticati gli scrittori di Giustizia, che rimproverano ai comunisti di non essere coerenti, i discorsi di D’Aragona alla Camera e le velleità ministeriali dei vari Baldesi, in fregola di feluche nel ministero di Mussolini?
I comunisti sono i soli che possono parlare sulla salma di Matteotti senz’aver bisogno di arrossire. Essi non hanno mai stretto alcun «patto di pacificazione» con i fascisti, come socialriformisti e massimalisti devono ricordare. Diciamo questa giacché si ama farci apparire dagli scrittori di Giustizia ancora una volta come coloro che si possono confondere con i colleghi di Dumini e compagni. Noi non abbiamo bisogno di rievocare Spartaco Lavagnini, Berruti, Pietro Ferrero e altre diecine di nostri assassinati, non abbiamo bisogno di ricordare gli anni di carcere distribuiti ai comunisti militanti, né di ricordare il regime eccezionale cui tutti i comunisti sono sottoposti dal fascismo per giustificare la nostra indignazione di fronte alla stupida insinuazione avanzata dai cattivi pastori del socialriformismo che noi si favorisca, coscienti o no, il fascismo. La storia di questi anni parla chiaro. Noi non abbiamo bisogno di rettificare nulla per essere coerenti coi bisogni di lotta della classe operaia. Combattiamo le opposizioni?
Non sappiamo se cosí devesi definire il fatto che noi chiediamo da esse che se vogliono lottare veramente contro il fascismo devono mostrare di non avere in diffidenza anzitutto la classe operaia, da cui indirettamente deriva la loro forza e prestigio. Noi chiediamo che la classe operaia abbia nel campo la direzione della lotta, perché essa sola ha la capacità della vittoria. E ciò si può ottenere unicamente mediante la lotta di tutti i giorni. La vittoria finale è il risultato dei nostri sforzi per conseguirla.
Non ha senso dire: «Noi vi daremo questo quando avremo vinto». Bisogna anzitutto lottare per quello che si vuole. La nostra richiesta di libertà ai prigionieri politici, di libertà alle organizzazioni operaie, di aiuto ai contadini poveri non sono che la piattaforma dell’azione che si deve condurre contro il fascismo. Sono semplici obbiettivi per l’azione, per ridare alle classi lavoratrici forza e fiducia nella propria capacità di lotta. Se questo vuol dire discreditare le opposizioni, noi abbiamo ragione di pensare che esse amano il silenzio per non essere obbligate alla lotta contro il fascismo.