Ercole Luigi Morselli – La Befana di Baciccia

Perfino i ragazzi si permettevano di chiamarlo per soprannome, e non solamente in terra, dove, più o meno, siamo tutti uomini, ma anche a bordo dove egli, essendo marinaio, era loro superiore.

E badate che, alla gerarchia, sopra un bastimento, ci si tiene quasi quanto alla vita. Così, che se un ragazzo della nostra «Meleda» si fosse arrischiato a chiamar Bascia sciavate il peloso dispensiere, il quale si godeva quel bel soprannome per essere appassionato collezionista di scarpe vecchie di tutto il mondo, si sarebbe buscato un tale scapaccione da non ritentare mai più la prova: e se poi avesse osato chiamar Oegio fritu il terribile guercio livornese, nostromo di bordo, avrebbe avuto subito rotte le reni da uno di quei maledetti calci, veri gastighi di Dio, per i quali egli era altrettanto rinomato a Cardiff, a Penzacola, a Cile o alla Boca, quanto nella contrada di San Ferdinando che l’aveva visto nascere.

Ma, per il bastardo Baciccia era un altro paio di maniche: si poteva tranquillamente chiamarlo col suo soprannome di Va bèn: perchè Baciccia con tutti i suoi muscoli d’acciaio, era uno di quegli uomini così buoni e pazienti che è come se portassero sulle spalle un gran cartello con scritto sopra: «Non metto paura a nessuno». Se considerate che, in fondo in fondo, in barba a tutte le maraviglie del progresso, un uomo vale ancora tanto quanta è la paura che sa mettere negli altri, presso a poco come prima del diluvio universale, potete fare il calcolo esatto di quel che valeva Baciccia. Era un «marino» schietto e capace come pochi: questo sì; ma ditemi voi a che cosa serve, a’ nostri giorni, saper fare il proprio mestiere ed essergli affezionati?

Infatti il capitano si serviva di lui ogni volta che gli bisognava un lavoro eseguito a puntino e diceva sempre: — Quell’animale di Va bèn ne vale quattro di nostromi! — ma soggiungeva: — Però se fosse nostromo lui, sarebbe la fin del mondo! — Una sera, anzi, nella camera glie lo fece addirittura a lui, questo discorso, a Baciccia.

Le prime parole gli fecero alzare gli occhi da terra, le ultime glie li fecero ritornar bassi com’eran soliti stare, ed egli concluse come già ci aspettavamo che concludesse: — E…. va bèn!

Aveva sempre concluso così, nella vita!

E c’era tutta una leggenda in proposito, che lo precedeva a suon di risate dovunque andasse: e tra le risate ce n’erano di buone, ma anche di cattive.

Si raccontava, ad esempio, che, quando era stato dinanzi al sindaco, per sposare, questi si fosse dovuto accontentare del suo «E…. va bèn!» invece del tradizionale «Sì»; ma si assicurava poi anche ch’egli avesse ripetuto la medesima frase, modificandone soltanto il tono, quando, poche ore dopo, s’era accorto che la sposa non rendeva quel buon suono di coccio senza falle, suono al quale i mariti tengon tanto, in ispecie se la pentola non è piena d’oro! In sette anni di matrimonio, poi, gli eran nati in casa sette figlioli: a ogni viaggio finito, n’aveva trovato uno nuovo; l’ultimo viaggio era durato due anni: niente di male! Ne aveva trovati due. E tutti biondi come il farmacista. La leggenda voleva che egli avesse sempre detto: E va bèn! Nè una parola di più nè una parola di meno.

Da soldato di mare era stato un esempio di coraggio e di disciplina. Glie ne avevano fatte di tutti i colori i suoi indiavolati compagni, ma i superiori lo avevano sempre benvoluto. E stava proprio per finire la ferma senza aver fatto nemmeno un giorno di ferri, vero miracolo! quando, una domenica, nel golfo di Spezia, mentre stava affacciato alla murata del suo incrociatore ancorato, vide, a cento metri, un barchetto a vela pericolare in una virata un po’ brusca, e imbarcare acqua, e abbattersi. Era di gennaio, faceva mare e soffiava una tramontana che tagliava la faccia: c’erano vicino a lui altri quattro o cinque marinai ed erano tutti vestiti a festa che aspettavano l’ora di andare a terra. — Bisogna mettere in mare la scialuppa! — grida uno. — Mettiamola! — risponde l’altro, e dànno mano.

Ma Baciccia in quel mentre è sparito. Dov’è, dove non è: finalmente uno lo vede, a cinquanta metri, che filava come un delfino, a salti, nero, tra la schiuma bianca. Il giorno dopo, l’ufficiale in seconda, che si picca d’essere oratore, è incaricato di radunare l’equipaggio in parata per un plauso solenne a Baciccia. Dopo un buon quarto d’ora di discorso, cioè sul più bello, ecco si vede Baciccia che volta le spalle e fa per andarsene; un capo lo trattiene per la giubba: — Non è mica finito! — Ma lui, di rimando, senza scomporsi:

E va bèn: ma mi nu ne voegio ciù!

Proprio come si trattasse di una minestra troppo acquosa. Baciccia era in buona fede: poichè quel discorso era fatto per lui, credeva in coscienza di poter dire «basta» senza offendere nessuno.

Ma dieci o dodici risate scoppiarono: sopratutto i sorrisetti maliziosi dei colleghi imbestialirono l’oratore, che chiuse rapidamente il discorso, e poi mise ai ferri il festeggiato e una quindicina di compagni.

La leggenda risaliva ancora la sua aspra giovinezza di bastardo. C’era chi si ricordava d’esser stato presente al primo incontro di Baciccia con sua madre, la quale, vedendosi deprezzare la propria carne a causa dell’età, era venuta da Parigi al natìo Camogli per fare incetta di carne fresca.

S’erano incontrati a un tavolino del Caffè Centrale. Li aveva fatti incontrare là la vecchia levatrice che l’aveva raccolto e che poi era stata sempre la intermediaria tra quelle due creature che non si erano mai vedute: eppure erano madre e figlio! La madre, di tanto in tanto, aveva mandato alla buna dona dieci franchi in oro per il piccolo Baciccia, ed essa li aveva puntualmente passati al ragazzo. Quando la vecchia arrivò davanti al tavolino dov’era Baciccia, con quella gran signora tutta carica di brillanti, verniciata sul viso sulle mani sui capelli, impellicciata d’ermellino come una imperatrice, con un cappello che sembrava un bastimento a tutte vele spiegate, e disse: — Ecco tua madre! — Baciccia, che compiva quel giorno diciott’anni, e già a Marsiglia a Barcellona a Genova aveva avuto occasione di vedere roba simile, fece un certo verso storcendo la bocca, e poi disse, strascicandosi più del solito le parole:

E…. vaa beèn!

Qu’il est fort! — esclamò la madre esaminandolo con un’occhiata che lo fece arrossire. — Joli garçon! — aggiunse ancora la madre, e gli offrì delle sigarette egiziane in un astuccio d’argento dorato.

Baciccia lo respinse e volle pagar da bere e da fumare, lui. Poi, come sua madre si dilungava in patetiche frasi e sembrava volergli ricordare ch’essa aveva sempre cercato d’aiutarlo un poco, facendo anche qualche sacrifizio per lui, egli si ficcò la destra bruna incatramata e callosa sotto il suo grosso panciotto di velluto e ne cavò fuori un libretto della Cassa di Risparmio e disse alla madre:

— Quando sarai malata in qualche ospedale, e non ci sarà un cane che ti guarderà, ricordati che i tuoi quattrini che m’hai mandato son tutti qui.

La madre, che aveva già toccato il tavolino di ferro e il suo rametto di corallo e fatte le corna e sputatoci in mezzo, si alzò gridando:

Pòscite müì d’en aççidente!

E così s’erano lasciati quel giorno; ed era la prima e anche l’ultima volta che si dovevan vedere nel mondo.

Perchè tre anni dopo, la profezia del figlio s’era avverata, e la madre, fatta memore dell’aiuto promessole, glie l’aveva mandato a chiedere con una lettera profumata e imbrattata di lacrime. Baciccia aveva spedito i denari. La madre, che non sapeva quanto valeva la parola di quel ragazzo, al ricevere il denaro, fu commossa e pianse d’un pianto che la stupì, tant’era nuovo per lei, e volle scrivergli un’altra lettera di otto pagine, dove le lacrime non si vedevano ma si sentivano nelle parole, e dove, sperando di ricompensarlo, gli comunicava una gran notizia che aveva saputo per un «vero miracolo» allora allora. Il padre di Baciccia non era morto niente affatto, come le si era voluto far credere, ma era vivo e verde non solo, ma anche ricco e senza figli: aveva delle fattorie nell’America del Sud e aveva anche la sua brava casa in città a La Plata in calle 24 esquina 13.

E va bèn! — disse tra sè Baciccia. — Quando capiterò da quelle parti, andrò a vedere che faccia ha.

Da quando aveva detto queste parole, erano passati otto anni, e l’ultima lettera di sua madre, nella tasca interna del suo panciotto di velluto, era diventata un mazzetto di sedici fogliettini gialli e sbrindellati, legato accuratamente in croce con del refe nero. In quegli otto anni Baciccia era sbarcato tre volte alla Boca di Buenos Aires e tutte e tre le volte i compagni che sapevano la sua storia, gli avevano consigliato di prendere un giorno di permesso e fare una corsa a La Plata: infine, con sei pesos se la sarebbe cavata, andata e ritorno, e…. chi sa mai? Se andava male, era male di poco; ma se andava bene, si trattava di diventar un signore da un giorno all’altro!

Baciccia però non sapeva ragionar così da giocatore. Diceva: E va bèn, gh’andièmo! — ma poi, quando era il momento di cavarsi di saccoccia sei pesos per il biglietto, non se ne sentiva la forza, e ritornava a bordo, e buona notte!

— Se è destino, una volta o l’altra, capiterò anche a La Plata! — diceva.

E, infatti, un giorno, mentre divorava una pagnotta imbottita di pizza di ceci, in Piazza Banchi, senza che lo avesse affatto cercato, gli era capitato l’imbarco sulla nostra Meleda, brigantino a palo di millecento tonnellate, il quale faceva appunto primo scalo La Plata per scaricarvi cotonerie e feltri e caricarvi foraggi per Port Elizabeth.

E, adesso, la Meleda, con tutte le vele ammainate e il tricolore al vento, tirata ora da un lato, ora dall’altro, ora dinanzi, da un vaporetto più ostinato che robusto, il quale pareva dire soffiando: «chi la dura la vince», faceva il suo ingresso nel superbo e deserto porto dell’Ensenada.

Era il giorno dell’Epifania, il cuore dell’estate australe, e sembrava che il sole fosse cascato sulla coperta per il caldo che faceva; e dal cassero, quell’aborto di metropoli che è la città di La Plata, tremava tutto ai nostri occhi, rovente nella fiamma del sole, disteso sull’orlo della Pampa bruciata, dove da trent’anni sta, aspettando che i suoi atenei, i suoi osservatori, le sue biblioteche, i suoi palazzi, e sopratutto il suo immenso porto, vanto di costruttori italiani, gli servano a qualche cosa.

E, poichè la terra è sempre terra, la gioia correva come grappa per il sangue di tutti, imboccando il canale che parte in due la selvatica isola di Santiago. Aggrappati ai pennoni del trinchetto e della maestra e sparsi su per l’altre vele minori a finir d’ammainarle, uomini e ragazzi cantavano in coro; e, a quel concerto insolito, l’unico abitatore dell’isola, il buon oste italico Pietro, che si incoccia a chiamar Chianti tutto il vino che ha in cantina, era sbucato sulla riva, presso il suo minuscolo imbarcadero, per veder che razza di gente arrivava. Il capitano ed io, da vecchi suoi amici, prima ancora ch’ei ci ravvisasse guardandoci di dentro le sue due mani messe sugli occhi a binocolo, gli avevamo gridato un: «Evviva Pietro!!» da farlo cascare in terra.

Aspettare i comodi della Capitaneria, attraccare, regolare i conti con la Dogana, e, per di più, in giorno festivo: ecco l’ora di cena.

Dopo cena i marinai si ripuliscono un poco, si mettono i loro abiti scuri, e coi berretti in mano, vengono a chiedere dei piccoli acconti di paga per andare a spenderli in terra. Il capitano con un sacchetto di monete alla mano dà, secondo i desiderî e il possibile, e segna col lapis le cifre sopra un piccolo registro lungo e stretto, nuovo nuovo. Ultimo viene Baciccia.

— Quanto?

Çinque liie, baccan.

Çinque liie!!? — gridò ridendo il capitano: — Feè attensiun! cun tütti sti dinèe in ta stacca!

Lo fa pelchè la paga ce la vól lascia’ a noi, pel mancia! — fece il nostromo, con animo incerto, tra lo scherno e l’invidia: — Domani è ‘n signore lui!

Alludeva al ritrovamento del padre, che per sessantotto giorni di navigazione era stato l’argomento preferito delle chiacchiere di bordo.

No ghe vadu, stasséia, — disse Baciccia scrollando le spalle — no ghe n’ho voeggia!

— Badate a quel che fate! — disse il capitano serio serio: — dopo quindici giorni di libeccio, proprio stamattina a sei ore si mette scirocco! per lasciarci entrare oggi, dunque! Il giorno della Befana! E volete un segno più bello di questo?! Non c’è dubbio! questa è la Befana che vi vuol bene, e ha preparato tutto in modo e maniera….

— La Befana! — disse senza ridere Baciccia. — Non m’ha mai portato niente a me, nemmeno quand’ero bambino….

— Tanto meglio! — tonò il capitano. — La vi porterà tutto in una volta.

Baciccia scrollò le spalle ancora.

Ma quando tutti se ne furono andati, in un momento che il nostromo non lo poteva vedere, scivolò giù quatto quatto per la plancia e andò verso la città la quale accendeva allora i suoi lumi bianchi sull’incendio lasciato dal sole. E un’ora dopo aveva trovato la casa indicata dalla madre: non solo, ma era anche entrato a comprare un po’ di treccia di tabacco nell’almaçen di faccia, per assicurarsi che nel frattempo la casa non avesse cambiato padrone. E non l’aveva cambiato infatti: l’antico amante di sua madre era soltanto arricchito sempre di più, perchè era una fibra d’acciaio, un uomo che a cinquantanni dormiva forse cinque ore per notte e stava in sella quindici, como un verdadero ijo del pais! L’almaçenero, un argentino di padre svizzero, che si ostinava a fingere di non capire l’italiano, se ne dimostrava addirittura entusiasta, sopratutto perchè quel signorone si serviva da lui e non nell’almaçen vicino che era «d’uno sporco napoletano». E pretendeva che questa cosa facesse piacere anche a Baciccia; ma Baciccia, pur non intendendosi di nazionalismo, lo sguardava con la sua faccia larga e dura, che sembrava un Budda scolpito nel legno.

Un trottorellar sordo di cavalli sulla spessa polvere della strada, un discorrere e ridere alla pretta maniera argentina, un cigolare di portoncino che s’apriva e una voce di vecchia che salutava ossequiosa, fecero esclamare pomposamente all’almaçenero:

— Eccolo! È lui! Non si sbaglia! È lui che ritorna dal rancho!

Baciccia scese sul marciapiede, e masticando un pezzo della sua treccia di tabacco guardava la faccia di chi l’aveva creato, alla luce che usciva dal portoncino della casa. Quella faccia rossa e solida, dal pelo brizzolato, dalla bocca larga e sempre pronta a spalancarsi al riso, non gli restò simpatica. Chi sa? Forse non gli sembrava che dovesse rider tanto chi lo aveva messo al mondo.

Tutti scesero di cavallo.

— Vedete quanta gente invita a pranzo tutte le sere? — disse l’almaçenero entusiasmato. Non ha figli: bisogna pure che li spenda in qualche modo i suoi quattrini!

Ma ora il padre di Baciccia non rideva più: s’era imbestialito perchè il suo stalliere non era lì a portar le bestie a riposare, che erano stracche morte.

— Gli è successa una disgrazia…. una disgrazia!… — cercava di dire la vecchia negli intermezzi dei suo rumoroso furore.

— Che disgrazia? — dimandò a un tratto il padrone, avendo finalmente compreso le parole della vecchia. — Ha rovinato qualche bestia quel maledetto camogliese? che si possano sprofondare quanti ne vive! Gli sfondo la pancia con un calcio io, se m’ha rovinato qualche bestia!

Baciccia che, passetto passetto, masticando sempre il suo tabacco, s’era avvicinato ai cavalli, non osservato, sentì bene che tutto, dentro, fin anche le budella, gli parteggiavano per quel povero ignoto compaesano suo, nato e restato povero come lui, contro quel cane rinnegato che, non contento d’avergli disonorato la madre, ora gli offendeva anche la sua patria.

— No! No! — disse la vecchia. — Non ha rovinato nessuna bestia, per fortuna…. È successo che la sua bambina….

— Che?

— …. la sua bambina vuol camminare per forza, e non sa, ancora, e c’era il pajolo dei maccheroni che bolliva, che oggi è festa…. e lei c’è cascata dentro!

— Aàh! — fece il padrone rivolgendosi agli amici che l’aspettavano sulla soglia della casa, con una franca risata da gorilla. — Si lamenta sempre, este gringo de mierda, che non ha carne da mettere al fuoco! Oggi, perdio! avrà fatto un buon brodo!

Era pretto spirito delle Pampas, e convengo che bisogni essere stati laggiù per credere il gran ridere che scoppiò in tutti a quella infernale arguzia.

Ma durò poco.

Chè non ebbe appena finita l’ultima parola il vecchio, un occhio gli fu coperto da un biascicotto nero e gocciolante.

Baciccia gli aveva sputato in faccia il suo tabacco.

Il vecchio si voltò come una iena: si guardarono per un attimo dentro gli occhi.

Ma prima ancora che la gente capisse che cos’era accaduto, il vecchio aveva già spaccato una guancia di Baciccia con un colpo di revenje.

Baciccia gli attanagliò la nuca e con la destra gli strinse la canna della gola. Il vecchio si levò una rivoltella dalla cintola e cominciò a sparar colpi nel ventre di Baciccia.

Allora la gente che stava per dar manforte al vecchio, si riparò come potè: e padre e figlio si rotolarono nella polvere fin sotto le zampe dei cavalli, lasciando una gran striscia di sangue; e i cavalli si impennarono, montandosi sulle groppe l’un l’altro, e nitrendo, e mostrando il bianco degli occhi, e pestando quei due poveri corpi, finchè furono qualche cosa di inseparabile fatto di carne e di polvere.

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