Francesco Petrarca – Triumphus Mortis

I

Quella leggiadra e glorïosa donna,
ch’è oggi ignudo spirto e poca terra
e fu già di valor alta colonna,
tornava con onor da la sua guerra,
allegra, avendo vinto il gran nemico,
che con suo’ ingegni tutto ‘l mondo atterra,
non con altr’arme che col cor pudico
e d’un bel viso e de’ pensieri schivi,
d’un parlar saggio e d’onestate amico.
Era miracol novo a veder ivi
rotte l’arme d’Amore, arco e saette,
e tal morti da lui, tal presi e vivi.
La bella donna e le compagne elette,
tornando da la nobile vittoria,
in un bel drappelletto ivan ristrette.
Poche eran, perché rara è vera gloria;
ma ciascuna per sé parea ben degna
di poema chiarissimo e d’istoria.
Era la lor vittorïosa insegna
in campo verde un candido ermellino,
ch’oro fino e topazi al collo tegna.
Non uman veramente, ma divino
lor andar era e lor sante parole:
beato s’è qual nasce a tal destino.
Stelle chiare pareano; in mezzo, un sole
che tutte ornava e non togliea lor vista;
di rose incoronate e di viole.
E come gentil cor onore acquista,
così venia quella brigata allegra,
quando vidi un’insegna oscura e trista:
et una donna involta in veste negra,
con un furor qual io non so se mai
al tempo de’ giganti fusse a Flegra,
si mosse e disse: – O tu, donna, che vai
di gioventute e di bellezze altera,
e di tua vita il termine non sai,
io son colei che sì importuna e fera
chiamata son da voi, e sorda e cieca
gente a cui si fa notte inanzi sera.
Io ho condotto al fin la gente greca
e la troiana, a l’ultimo i Romani,
con la mia spada la qual punge e seca,
e popoli altri barbareschi e strani;
e giugnendo quand’altri non m’aspetta,
ho interrotti mille penser vani.
Or a voi, quando il viver più diletta,
drizzo il mio corso inanzi che Fortuna
nel vostro dolce qualche amaro metta. –
– In costor non hai tu ragione alcuna,
ed in me poca; solo in questa spoglia
(rispose quella che fu nel mondo una).
Altri so che n’avrà più di me doglia,
la cui salute dal mio viver pende;
a me fia grazia che di qui mi scioglia. –
Qual è chi ‘n cosa nova gli occhi intende,
e vede ond’al principio non s’accorse,
di ch’or si meraviglia e si riprende,
tal si fe’ quella fera, e poi che ‘n forse
fu stata un poco: – Ben le riconosco, –
disse – e so quando ‘l mio dente le morse. –
Poi col ciglio men torbido e men fosco
disse: – Tu che la bella schiera guidi
pur non sentisti mai del mio tosco.
Se del consiglio mio punto ti fidi,
ché sforzar posso, egli è pur il migliore
fuggir vecchiezza e’ suoi molti fastidi.
I’ son disposta a farti un tal onore
qual altrui far non soglio, e che tu passi
senza paura e senz’alcun dolore. –
– Come piace al Signor che ‘n cielo stassi
et indi regge e tempra l’universo,
farai di me quel che degli altri fassi. –
Così rispose: ed ecco da traverso
piena di morti tutta la campagna,
che comprender nol pò prosa né verso;
da India, dal Cataio, Marrocco e Spagna
el mezzo avea già pieno e le pendici
per molti tempi quella turba magna.
Ivi eran quei che fur detti felici,
pontefici, regnanti, imperadori;
or sono ignudi, miseri e mendici.
U’ sono or le ricchezze? u’ son gli onori
e le gemme e gli scettri e le corone
e le mitre e i purpurei colori?
Miser chi speme in cosa mortal pone
(ma chi non ve la pone?), e se si trova
a la fine ingannato è ben ragione.
O ciechi, el tanto affaticar che giova?
Tutti tornate a la gran madre antica,
e ‘l vostro nome a pena si ritrova.
Pur de le mill’ è un’utile fatica,
che non sian tutte vanità palesi?
Chi intende a’ vostri studii sì mel dica.
Che vale a soggiogar gli altrui paesi
e tributarie far le genti strane
cogli animi al suo danno sempre accesi?
Dopo l’imprese perigliose e vane,
e col sangue acquistar terre e tesoro,
vie più dolce si trova l’acqua e ‘l pane,
e ‘l legno e ‘l vetro che le gemme e l’oro.
Ma per non seguir più sì lungo tema,
tempo è ch’io torni al mio primo lavoro.
I’ dico che giunta era l’ora estrema
di quella breve vita glorïosa,
e ‘l dubbio passo di che ‘l mondo trema,
et a vederla un’altra valorosa
schiera di donne non dal corpo sciolta,
per saper s’esser pò Morte pietosa.
Quella bella compagna era ivi accolta
pure a vedere e contemplare il fine
che far convensi, e non più d’una volta:
tutte sue amiche e tutte eran vicine.
Allor di quella bionda testa svelse
Morte co la sua mano un aureo crine:
così del mondo il più bel fiore scelse,
non già per odio, ma per dimostrarsi
più chiaramente ne le cose eccelse.
Quanti lamenti lagrimosi sparsi
fur ivi, essendo que’ belli occhi asciutti
per ch’io lunga stagion cantai et arsi!
E fra tanti sospiri e tanti lutti
tacita e sola lieta si sedea,
del suo ben viver già cogliendo i frutti.
– Vattene in pace, o vera mortal dea! –
diceano; e tal fu ben, ma non le valse
contra la Morte in sua ragion sì rea.
Che fia de l’altre, se questa arse et alse
in poche notti e sì cangiò più volte?
O umane speranze cieche e false!
Se la terra bagnar lagrime molte
per la pietà di quella alma gentile,
chi ‘l vide il sa; tu ‘l pensa che l’ascolte.
L’ora prima era, il dì sesto d’aprile,
che già mi strinse, et or, lasso, mi sciolse:
come Fortuna va cangiando stile!
Nessun di servitù giammai si dolse,
né di morte, quant’io di libertate
e de la vita ch’altri non mi tolse.
Debito al mondo e debito a l’etate,
cacciar me innanzi ch’ero giunto in prima,
né a lui torre ancor sua dignitate.
Or qual fusse il dolor qui non si stima,
ch’a pena oso pensarne, non ch’io sia
ardito di parlarne in versi o ‘n rima.
– Virtù more, bellezza e leggiadria! –
le belle donne intorno al casto letto
triste diceano – Omai di noi che fia?
chi vedrà mai in donna atto perfetto?
chi udirà il parlar di saver pieno
e ‘l canto pien d’angelico diletto? –
Lo spirto, per partir di quel bel seno,
con tutte sue virtuti, in sé romito,
fatto avea in quella parte il ciel sereno.
Nessun degli avversari fu sì ardito
ch’apparisse già mai con vista oscura
fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.
Poi che deposto il pianto e la paura
pur al bel volto era ciascuna intenta,
per desperazïon fatta sicura,
non come fiamma che per forza è spenta,
ma che per sé medesma si consume,
se n’andò in pace l’anima contenta,
a guisa d’un soave e chiaro lume
cui nutrimento a poco a poco manca,
tenendo al fine il suo caro costume.
Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso.

II

La notte che seguì l’orribil caso
che spense il sole, anzi ‘l ripose in cielo,
di ch’io son qui come uom cieco rimaso,
spargea per l’aere il dolce estivo gelo
che con la bianca amica di Titone
suol da’ sogni confusi torre il velo,
quando donna sembiante a la stagione,
di gemme orïentali incoronata,
mosse ver me da mille altre corone;
e quella man già tanto desiata
a me parlando e sospirando porse,
onde eterna dolcezza al cor m’è nata:
– Riconosci colei che ‘n prima torse
i passi tuoi dal publico viaggio? –
Come ‘l cor giovenil di lei s’accorse,
così, pensosa, in atto umile e saggio,
s’assise, e seder femmi in una riva
la qual ombrava un bel lauro ed un faggio.
– Come non conosco io l’alma mia diva? –
risposi in guisa d’uom che parla e plora
– Dimmi pur, prego, s’ tu se’ morta o viva. –
– Viva son io, e tu se’ morto ancora, –
diss’ella – e sarai sempre, infin che giunga
per levarti di terra l’ultima ora.
Ma ‘l tempo è breve e nostra voglia è lunga;
però t’avvisa, e ‘l tuo dir stringi e frena,
anzi che ‘l giorno, già vicin, n’aggiunga. –
Et io: – Al fin di questa altra serena
ch’ha nome vita, che per prova il sai,
deh, dimmi se ‘l morir è sì gran pena. –
Rispose: – Mentre al vulgo dietro vai
et a la opinïon sua cieca e dura,
esser felice non puoi tu già mai.
La morte è fin d’una pregione oscura
a l’anime gentili; a l’altre è noia,
ch’hanno posto nel fango ogni lor cura.
Et ora il morir mio, che sì t’annoia,
ti farebbe allegrar, se tu sentissi
la millesima parte di mia gioia. –
Così parlava, e gli occhi avea al ciel fissi
devotamente; poi mosse in silenzio
quelle labbra rosate infin ch’i’ dissi:
– Silla, Mario, Neron, Gaio e Mezenzio,
fianchi, stomachi e febri ardenti fanno
parer la morte amara più ch’assenzio. –
– Negar – disse – non posso che l’affanno
che va inanzi al morir non doglia forte,
e più la tema de l’eterno danno:
ma pur che l’alma in Dio si riconforte,
e ‘l cor che ‘n sé medesmo forse è lasso,
che altro ch’un sospir breve è la morte?
Io aveva già vicin l’ultimo passo,
la carne inferma, e l’anima ancor pronta,
quando udi’ dir in un son tristo e basso:
«O misero colui che’ giorni conta,
e pargli l’un mille anni! Indarno vive,
ché seco in terra mai non si raffronta;
e cerca ‘l mare e tutte le sue rive,
e sempre un stil, ovunque fusse, tenne:
sol di lei pensa, o di lei parla o scrive».
Allora in quella parte onde ‘l suon venne
gli occhi languidi volgo, e veggio quella
che amò noi, me sospinse e te ritenne.
Riconobbila al volto e a la favella,
che spesso ha già ‘l mio cor racconsolato,
or grave e saggia, allor onesta e bella.
E quando io fui nel mio più bello stato,
ne l’età mia pia verde, a te più cara,
ch’a dire et a pensare a molti ha dato,
mi fu la vita poco men ch’amara
a rispetto di quella mansueta
e dolce morte ch’a’ mortali è rara;
ché ‘n tutto quel mio passo er’io più lieta
che qual d’esilio al dolce albergo riede;
se non che mi stringea di te sol pieta. –
– Deh, madonna, – diss’io – per quella fede
che vi fu, credo, al tempo manifesta,
or più nel volto di chi tutto vede,
creovvi Amor pensier mai ne la testa
d’aver pietà del mio lungo martire,
non lasciando vostr’alta impresa onesta?
che’ vostri dolci sdegni e le dolci ire,
le dolci paci ne’ belli occhi scritte,
tenner molti anni in dubbio il mio desire. –
A pena ebb’io queste parole ditte,
ch’io vidi lampeggiar quel dolce riso
ch’un sol fu già di mie virtuti afflitte.
Poi disse sospirando: – Mai diviso
da te non fu ‘l mio cor, né già mai fia;
ma temprai la tua fiamma col mio viso,
perché a salvar te e me null’altra via
era e la nostra giovenetta fama;
né per ferza è però madre men pia.
Quante volte diss’io meco: «Questi ama,
anzi arde: or si conven ch’a ciò provveggia,
e mal pò provveder chi teme o brama.
Quel di fuor miri, e quel dentro non veggia».
Questo fu quel che ti rivolse e strinse
spesso, come caval fren, che vaneggia.
Più di mille fïate ira dipinse
il volto mio ch’Amor ardeva il core;
ma voglia in me ragion già mai non vinse.
Poi se vinto ti vidi dal dolore,
drizzai in te gli occhi allor soavemente,
salvando la tua vita e ‘l nostro onore;
e se fu passïon troppo possente,
e la fronte e la voce a salutarti
mossi, et or timorosa et or dolente.
Questi fur teco miei ingegni e mie arti:
or benigne accoglienze et ora sdegni
(tu ‘l sai che n’hai cantato in molte parti),
ch’i’ vidi gli occhi tuoi talor sì pregni
di lagrime, ch’ i’ dissi: «Questi è corso,
chi non l’aita, sì ‘l conosco ai segni»:
allor provvidi d’onesto soccorso;
talor ti vidi tali sproni al fianco,
ch’ i’ dissi: «Qui conven più duro morso».
Così, caldo, vermiglio, freddo e bianco,
or tristo, or lieto, infin qui t’ho condutto
salvo, ond’io mi rallegro, benché stanco. –
Et io: – Madonna, assai fora gran frutto
questo d’ogni mia fé, pur ch’ i’ ‘l credessi –
dissi tremando e non col viso asciutto.
– Di poca fede! Or io, se nol sapessi,
se non fosse ben ver, perché ‘l direi? –
rispose, e ‘n vista parve s’accendessi.
– S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,
questo mi taccio; pur quel dolce nodo
mi piacque assai che intorno al cor avei;
e piacemi il bel nome, se vero odo,
che lunge e presso col tuo dir m’acquisti;
né mai in tuo amor richiesi altro che ‘l modo.
Quel mancò solo; e mentre in atti tristi
volei mostrarmi quel ch’ i’ vedea sempre,
il tuo cor chiuso a tutto ‘l mondo apristi.
Quinci il mio gelo, onde ancor ti distempre;
ché concordia era tal de l’altre cose,
qual giunge Amor, pur ch’onestate il tempre.
Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,
almen poi ch’ i’ m’avvidi del tuo foco;
ma l’un le palesò, l’altro l’ascose.
Tu eri di mercé chiamar già roco,
quando tacea, perché vergogna e tema
facean molto desir parer sì poco.
Non è minor il duol perch’altri il prema,
né maggior per andarsi lamentando;
per fizïon non cresce il ver né scema.
Ma non si ruppe almen ogni vel, quando
soli i tuo’ detti, te presente, accolsi,
Dir più non osa il nostro amor cantando?
Teco era il core, a me gli occhi raccolsi;
di ciò, come d’iniqua parte, duolti,
se ‘l meglio e ‘l più ti diedi, e ‘l men ti tolsi!
né pensi che, perché ti fossin tolti
ben mille volte, e più di mille e mille
renduti e con pietate a te fur volti.
E state foran lor luci tranquille
sempre ver te, se non ch’ebbi temenza
de le pericolose tue faville.
Più ti vo’ dir per non lasciarti senza
una conclusïon che a te fia grata
forse d’udir in su questa partenza:
in tutte l’altre cose assai beata;
in una sola a me stessa dispiacqui,
che ‘n troppo umil terren mi trovai nata.
Duolmi ancor veramente ch’ i’ non nacqui
almen più presso al tuo fiorito nido;
ma assai fu bel paese ond’io ti piacqui,
ché potea il cor del qual sol io mi fido,
volgersi altrove, a te essendo ignota,
ond’io fora men chiara e di men grido. –
– Questo no – rispos’io – perché la rota
terza del ciel m’alzava a tanto amore,
ovunque fusse, stabile et immota! –
– Or così sia – diss’ella. – I’ n’ebbi onore
ch’ancor mi segue; ma per tuo diletto
tu non t’accorgi del fuggir de l’ore.
Vedi l’Aurora de l’aurato letto
rimenar ai mortali il giorno, e ‘l sole
già fuor de l’oceano infin al petto.
Questa vien per partirne, onde mi dole.
S’a dir hai altro, studia d’esser breve,
e col tempo dispensa le parole. –
– Quant’io soffersi mai, soave e leve –
dissi – m’ha fatto il parlar dolce e pio;
ma ‘l viver senza voi m’è duro e greve.
Però saper vorrei, madonna, s’io
son per tardi seguirvi, o se per tempo. –
Ella, già mossa, disse: – Al creder mio,
tu starai in terra senza me gran tempo.