Gandolin – Guerra in tempo di bagni – Edizione Liber Liber

I.

Nel quale già si vede un amore infelice.

— Ma quest’omnibus è tornato, sì o no?
— Non ancora, signor conte.
— Pure, il diretto dovrebb’essere già arrivato da mezz’ora!
— Lei sa bene che un treno in orario ha sempre mezz’ora di ritardo, tanto più se è un diretto.
Il conte Giorgio Tibaldi mormorò tra le labbra una parola italiana, che somigliava alquanto al sinonimo d’un accidente, poi escì dall’atrio del Grand Hôtel e si fermò sopra l’ampia gradinata, a fumare rabbiosamente una favorita, guardando, spazientito e distratto, il Tirreno troppo turchino e troppo tranquillo, in desolante monotonia, e la rotonda di Pancaldi, popolata di sonnolenti leggitori di giornali, di mamme industriose, assorte nei lavori di uncinetto, nell’ombra dei larghi tendoni, che riparavano dai raggi torridi, non dai fastidiosi riflessi d’un sole tremendo che pareva l’ira di Dio.
Ogni tanto, il bagnino Tenebrone, con le carni del colore del bronzo, traversava la rotonda e, col sorriso ebete e cortese, diceva a qualche signora, toccando rispettosamente il cappello di paglia:
— Signora Teresina, la baracca è pronta.
Perchè Tenebrone, labile di memoria quanto ai nomi, ha trovato uno spediente machiavellico: qualsiasi bagnante, per lui, è «la signora Teresina».
Due signori, alti di statura e di eleganza irreprensibile, si alzarono dai tavolini del caffè, dove avevano bevuto un vermouth con china e ghiaccio, e col passo indolente del fannullone estivo, traversarono lo stabilimento piano piano, diedero una occhiata a quei magnifici coralli e specialità di Sorrento che nessuno compra, ascoltarono con indulgenza la cantafera del mercante di bastoni, salutarono l’onorevole Guido Baccelli, incantonato nell’ombra con un mucchio di giornali sui ginocchi, indugiarono davanti al mercante di cianfrusaglie giapponesi, che da molti anni ha sempre le stesse ultime novità, e poi si diressero verso il Grand Hôtel. Giorgio salutò familiarmente uno dei due che si avvicinavano:
— Ciao, Cicillo.
— Tu qui? e che ci fai?
— Faccio l’uomo che aspetta.
— A proposito, ieri ho inteso parlare di te. Sei dunque a Livorno da qualche tempo?
— Da un giorno appena.
— E come mai ti circondi di mistero? Assassino, tu premediti qualche cosa.
Giorgio arrossì e sorrise col sorriso idiota dell’uomo il quale ha da nascondere un segreto che vorrebbe far conoscere, poi soggiunse:
— Tu, piuttosto, ho sentito dire che premediti qualche cosa: un romanzo, è vero?
— E come s’intitola?
— Ananke.
— È il nome del protagonista?
— Press’ a poco: è una parola greca, che significa fatalità.
— Parole greche? male, amico mio: indizio di decadenza.
— È quel che gli ho detto anch’io! — esclamò l’altro signore, — ho conosciuto un barone De Renzis molto giovane, che non diceva mai una parola greca, neppure alle signore.
— Ti sbagli: mi son servito di tutte le lingue, — interruppe, ridendo, il barone, quindi aggiunse: — facciamo la presentazione: il conte Tibaldi.
— Tanto piacere! conoscevo molto il generale suo zio.
E il barone completando la presentazione:
— Il commendatore Bellotti-Bon.
Il conte, inchinandosi:
— Ho conosciuto molto suo padre.
— Possibile.
— Diamine! quello che ha formato le più belle compagnie del teatro di prosa.
— Allora, mi spiego! mio padre…. sono io.
— Proprio lui! — proseguì il barone De Renzis, — questo giovane, come lo vedi, ha già centodieci anni.
— Mi permetto dirle che lei è un fenomeno.
— Sono il risultato di una vita virtuosissima. Guardi invece il barone com’è ridotto dagli abusi di gioventù.
— Senti chi parla!
— È a Livorno per i bagni o per l’arte?
— Per una cosa e per l’altra: io recito, e il pubblico fa i bagni. Ma la colpa è mia. Avrei dovuto mandare il pubblico a recitare e io a fare i bagni: ma pur troppo la vita è seminata di sbagli.
— Lasci andare; non è certo lei che deve lagnarsi della vita.
— Sa, io considero la vita per quello che è, da capocomico, appunto come una commedia, — esclamò il Bellotti-Bon, con malinconico e sereno umorismo, — e sia pur certo di una cosa: il giorno in cui, con la pratica che ho, mi accorgessi che la commedia non va più, conosco bene il segnale per la calata del sipario.
— Lo sai che qualche volta sei alquanto funebre? Si direbbe quasi che tu non ami la vita.
— Per un uomo acuto come sei tu, questa considerazione ti fa torto. È uno sbaglio comune di credere, per esempio, che i suicidi sieno stanchi della vita. Al contrario: è gente che ama vivere bene, s’intende secondo il rispettivo punto di vista, e preferisce non vivere, anzichè privarsi di quello che suppone sia la felicità.
— Troppa filosofia; e a mia volta ti dico: bada! è un indizio di decadenza.
— Veramente, — soggiunse Tibaldi, — anch’io son di parere che la vita, quando non si possa ottenere quel che si desidera ardentemente, non sia altro che un fastidio.
— Ci sei cascato! Alla tua età, la filosofia wertheriana non è più decadenza: è sintomo certo di malattia di cuore.
Giorgio si fece rosso una seconda volta.
— E il male, ahimè, è già molto inoltrato! — proseguì, fissandolo, il barone.
— Pur troppo, — rispose sospirando Giorgio, — datemi pure dell’ingenuo, ma io sono innamorato come un collegiale. Quistione di temperamento. Credi, è una cosa seria, sento che sarà il mio primo e ultimo amore.
— Non si comprometta! — l’interruppe gaiamente il commendatore Bellotti-Bon, — io ebbi almeno dodici primi e venti ultimi amori.
— Eh, no: qui non si tratta d’un passatempo qualsiasi, è una passione vera e pura….
— Ho capito! — esclamò il barone, — passione platonica, romantica e ardente: c’è di mezzo un marito e una virtù indomabile….
— Niente di tutto questo: è una ragazza bella come l’aurora….
— L’aurora? Dio mio, il male è gravissimo. E ti ama?
— Non lo so, ma suppongo che mi amerebbe. Tu sorridi? Te lo avevo detto che amo come un collegiale: eppure, vedi, per aver la mano di quell’angelo, sarei capace d’ogni ardimento.
— Ma è dunque una fata chiusa in un castello di bronzo, guardato a vista da un drago con sette teste e sette lingue di fuoco?
— Eh il drago c’è, ma non ha sette teste; però quella sola che ha, è tanto bizzarra!
In quel mentre, un cameriere consegnò una lettera al conte Tibaldi, che la dissuggellò e la lesse con una certa commozione.
— È l’angelo che ti scrive?
— No, è il drago.
— Quand’è così, dal momento che pendono dei negoziati….
— No, purtroppo, non pende nulla.
— Ma viva tranquillo! — disse bonariamente il commendatore, — nell’epoca in cui siamo, un essere qualsiasi, che si presenti come un marito possibile, si vede spalancare tutte le porte. Si figuri poi un giovane come lei! Ma non sa che, se apre un concorso per matrimonio, non saprà come salvarsi dalla processione delle concorrenti?
— E che me ne importa, se io non desidero che quella, e quella appunto non posso avere?
— Senti, se non ti spieghi meglio….
— Perdona, non posso: tu sai quanto ti stimo, ma è una faccenda troppo delicata.
— Va bene, ma non siamo mica due ragazzini: anzi potremmo giovarti coi consigli, magari con l’opera….
— Sicuro! — aggiunse il commendatore, — sarei l’ultimo degli uomini, se non mi prestassi con simpatia in un caso simile. Un giovane ricco, amabile, che vuol prender moglie, figuriamoci! In cento anni di vita è il primo caso che mi capita.
— Centodieci.
— Oh Dio, mi permetterai di nascondere quelli che non dimostro.
— Voialtri vi burlate gentilmente di me. E poi, non avrei nulla da confidarvi, anche perchè non ho preso e non so prendere nessuna decisione….
— E Massimo non ne ha preso nessuna?
— Bravo! Mi vedi giusto un po’ inquieto, perchè l’aspetto da Firenze con certe notizie che mi premono moltissimo; anzi, se permettete, vado a informarmi come mai non sia giunto ancora l’omnibus dell’albergo.
Mentre il conte rientrava nell’atrio, il barone e il commendatore si misero a sedere sopra certi seggioloni giapponesi di paglia, e il De Renzis disse al Bellotti-Bon:
— Ora mi spiego tutto. Quel Tibaldi è un giovane che vale tant’oro, per tutti i sensi: ma non ha volontà. Egli non si deciderebbe mai a far nulla, se non avesse a fianco un uomo che invece è tutto volontà….
— Capisco: qualche imbroglione che gli mangia il patrimonio.
— Non capisci niente: è invece la perla dei galantuomini. Per eccezione, il conte si è imbattuto bene. Il suo segretario, il suo factotum, per dir meglio, è Massimo Cybeo.
— Il nome non mi riesce nuovo.
— Lo credo: è figlio di quel deputato Cybeo, che rimase rovinato nella speculazione edilizia, quando la capitale era a Firenze, non ricordi?
— Sicuro: era anzi uomo giovialissimo, e per questo appunto è morto di aneurisma.
— È la forma scientifica del crepacuore. Massimo, che aveva fatto gli studi insieme con Tibaldi, tanto fece, e agì con tale delicatezza, che lo indusse ad accettare un posto di fiducia presso di lui: non è segretario, non è cassiere, ma è qualche cosa di più e di meglio: è l’amico vero, che fa tutto, e dispone di tutto, più e meglio di quel che potrebbe fare il conte.
— È ricco assai questo Tibaldi?
— Stava già bene di suo: e ora, da poco, gli è morto lo zio generale, che gli ha lasciato, a dir poco, dai tre ai quattro milioni: e tutto in magnifici possedimenti, in Valdarno. Tu vedessi, che paradiso!
In quel momento, con grande fragore, giunse l’omnibus dell’albergo, passando tra i cancelli e fermandosi appiè della gradinata. Scesero due o tre signore, chiuse negli spolverini estivi, un vecchio apoplettico, e finalmente un giovane disinvolto verso il quale si precipitò il conte Tibaldi, accorso al rumore del veicolo, dicendogli:
— Non sapevo più se eri morto o vivo; potevi ben mandare un dispaccio!
— Ma non s’era rimasti d’accordo che sarei arrivato quest’oggi, col diretto?
— Capisco: ma non si sa mai! e poi capirai, con quale impazienza….
— Credi, forse, che a me non importasse di tornare a Livorno?
— E dimmi: tutto è andato bene?
— Oh Dio! permetti almeno che vada a lavarmi la faccia: non vedi che sembro un carbonaio?
Il conte famigliarmente si mise a braccetto con Massimo Cybeo, entrarono nell’Hôtel e salirono al primo piano, in un quartiere composto di due stanze e saloncino, mobiliato con eleganza e risplendente di pulizia fiamminga. Non era chiuso l’uscio, che il conte tornò daccapo:
— E racconta, dunque: com’è andata?… non vedi che sto sulle spine?
— È un po’ di tempo che stai sulle spine, e dovresti già averne l’abitudine. Tutto, dunque, è andato abbastanza bene, per te e anche un pochino per me.
— Assassino! tu almeno sei quasi certo….
— Ecco gli amici: invidiosi e ingiusti.
— Hai ragione: racconta: dove hai trovato miss Trollope?
— Ho dovuto girare un pezzo, prima di trovare la palazzina dell’amica sua, ma, sapendo che era sul viale dei Colli, l’avrei trovata a costo di esplorarle tutte, a una a una.
— Eh, non era poi un’impresa tanto difficile.
— Già! avrei voluto veder te a girandolare, chiedendo: scusate, mi sapreste dire dove sta di casa una signora che non so come si chiama, nè chi sia? Basta: ho spiegato una astuzia tale, che credo d’avere la vena del poliziotto. Finalmente, trovai quello che cercavo e mi presentai. Miss Trollope parve un po’ sorpresa, perchè, dopo tutto, non c’era tra noi quella grande confidenza….
— Non c’era! dunque adesso c’è?
Massimo sorrise e tirò via:
— Io poi, ti confesso, mi sentivo alquanto impacciato, tanto più che l’amica della Trollope, una signora inglese e matura, mi guardava con gli occhiali, che luccicavano come iridi d’un uccello grifagno. Allora, ebbi una pensata audace e dissi francamente: — Signora, vengo da parte dell’ammiraglio. L’amica suppose si trattasse di faccende di famiglia ed ebbe la cortesia di lasciarci soli.
— Tutte le fortune!
— E dài, con l’invidia! brutto manigoldo, in quel momento, capisci? non pensai che a te solo, e siccome credo che la più accorta delle diplomazie consista nel dire nuda e cruda la verità, spiattellai a miss Trollope tutto quanto e magari anche di più.
— E che disse lei?
— Una donna capisce tutto a volo: disse che anche lei s’era accorta di qualche cosa per via di tuo zio, ma che, con dispiacere suo, non poteva darti speranze, perchè l’ammiraglio è deciso, incaponito a non darla che a un uomo di marina, e tu, lo sai, soffri di mal di mare solo a sentir parlare d’ariguste.
— Domando io se questa sia la decisione d’un uomo ragionevole!
— E chi ti dice che l’ammiraglio sia un uomo ragionevole? Senti dunque: esposte le cose, dissi a miss Trollope il tuo desiderio, ch’ella anticipasse la sua venuta a Livorno. Da principio, non voleva saperne, rigida e cocciuta come tutte le inglesi. Ho un permesso di quindici giorni, — diceva, — e anticipando il mio ritorno, non saprei come giustificarlo. Potete ben dire, — soggiunsi io, — che l’amica vostra ha lasciato Firenze. Una bugia! — disse lei. Quando è così, allegate un pretesto più semplice, ch’è pure la più scottante delle verità: dite che a Firenze si muore di caldo e che non vedevate l’ora di tornare a Livorno per fare dei bagni. Figurati che sui Lungarni, la notte, a dirittura, tanta è l’afa, non si respira. A lei parve una ragione e consentì
— E quando arriverà?
— È già arrivata.
— Col diretto dunque? con te?
— Con me.
— Mostro!
— Stupido! sai che divertimento! ella, con tutto il suo spirito, non intese ragioni e si chiuse nel vagone delle signore sole e ragazzi.
— E tu?
— E io nel vagone dei signori soli…. senza ragazze.
— Dev’essere stato un martirio?
— Peggio ancora: è stata un’infreddatura tremenda, perchè io, da vero imbecille, nella speranza di vederla qualche volta far capolino, sono stato sempre, per quant’è durato il viaggio, affacciato al finestrino. Ci parlammo soltanto qualche minuto alla stazione di Empoli, dove le offersi una limonata.
— E che ti disse di Bice?
— Come? avresti preteso che si parlasse di Bice nella stazione di Empoli? vile egoista! in quel fugace momento, se tu permetti, non ho parlato che di me.
— E come accolse la tua apologia?
— Sorridendo: mi rispose che a Firenze aveva parlato con qualcuno che mi conosce molto bene, ch’ero pieno di onestà e laborioso, ma che avevo anche fama di donnaiolo.
— Non può essere che un amico.
— E una linguaccia.
— Se tu conducessi una vita più morigerata!…
— Smettila, gesuita! i santi più celebri, alla mia età, erano diavoli: san Paolo, sant’Ignazio, san Gerolamo….
— Orate pro nobis! lascia in pace i santi, e parliamo delle nostre faccende. Ora, finalmente, abbiamo una persona amica dentro la cittadella….
— E s’è impegnata a informarmi, assai minutamente, di quel che vi succede o possa succedere.
— Possiamo dunque contare su molte probabilità di riuscita. Miss Trollope mi pare assai più furba di quel che non sembri.
— Eh! pare anche a me.
— Tanto meglio: e se la mia Bice….
— Ma dimmi una cosa: hai fatto conoscere, in qualche modo, le tue intenzioni alla signorina Bice?
— No: mi è mancato il coraggio.
— Sempre così: tu sei l’essere più sconclusionato della terra. Perchè non prendi esempio da me? Quando le intenzioni sono buone, non si deve aver mai paura di nulla. Alla mia bella Annie ho parlato chiaro e tondo….
— Capisco: ma è un tipo d’altro genere.
— Che tipo e che genere: in fatto di cuore, tutte le donne sono compagne. Come vuoi che la signorina Bice conosca le tue intenzioni, se non hai ardito mai neppure di farle un’allusione?
— E tu credi che una ragazza abbia bisogno che le si parli, per capire che le si vuol bene? Sta tranquillo: i suoi occhi me lo dicevano: ella ha capito e col suo contegno mi ha dimostrato sempre che la cosa le andava a genio. Quando una giovane vuole liberarsi d’una corte che le dà noia, ha cento maniere per mandar l’uomo a spasso.
— Certe volte, è anche questione di temperamento, d’educazione e d’esperienza. Se non ero io, per esempio, non saresti riescito a liberarti della contessa…. Cosa che pure t’era antipatica. E poi la signorina Bice era uscita allora allora dal collegio di Poggio Imperiale: un’educanda!
— Ma non m’hai detto tu che, in faccende di cuore, le educande sono più sopraffine delle altre?
— Hanno l’intuito ma non la pratica del mondo: può piacere a un’educanda, anche per la novità, che un giovane come te le faccia la corte, quand’anche le sia poco meno che indifferente.
— Non mi sai dire che delle cose spiacevoli.
— Niente affatto: cerco sempre di ricondurti nella realtà e ti ripeto che l’amore non è per i sordo-muti: parla, parla e fa parlare. S’ella ti ama, godrà sentirsi dire che tu le vuoi bene: se non t’ama, ne avrà piacere lo stesso, ma almeno ti farà conoscere il suo sentimento.
— Ho pensato invece di scrivere al padre.
— Gli hai detto forse che…. ami lui?
— Ma no: gli ho mandato un biglietto assai cerimonioso, per domandargli quando, senza suo disturbo, avrei potuto fargli una visita.
— E non era meglio che ti presentassi, senz’altro?
— Capirai! per quanta sia l’amicizia, son quasi dieci anni che non ci vediamo: e poi quell’uomo, te lo confesso, mi incute una specie di paura.
— Questo non è che un effetto del tuo spirito irresoluto: io non conosco l’ammiraglio, ma ho inteso dire che, in fondo, non è altro che un burbero benefico.
— Egli mi ha risposto…. ecco la lettera.
Il conte porse il biglietto dell’ammiraglio Sterbini, e Massimo lesse:

«Carissimo Giorgio,

«Che bisogno c’è di cerimonie tra noi? avreste fatto meglio di venire a casa mia, anzichè andare all’ albergo. C’è sempre una camera per un amico: per voi, c’era a dirittura una palazzina….»

Massimo s’interruppe, dicendo al conte:
— Ma guarda quanto sei stato scemo! a quest’ora, già saresti dentro la cittadella.
— Mai più: ma ti pare? e non capisci che la delicatezza più elementare….
Massimo crollò le spalle e continuò a leggere:

«Tra poco, nell’andare da Pancaldi, passerò a prendervi all’Hôtel. Ci faremo compagnia, in questa gran noia ch’è la bagnatura. E poi verrete almeno a pranzo, alla buona, con noi. A rivederci fra poco.
«Vostro ETTORE STERBINI.»

— Bene! — esclamò Massimo, — siamo a cavallo!
— Ma che! neanche in vettura: io non metterò piede in casa Sterbini, se prima non avrò fatto conoscere le mie intenzioni all’ammiraglio.
— E allora parla: parla al babbo, se non vuoi e non sai parlare alla figlia.
— Bisognerebbe che tu….
— O sta a vedere che dovrò io domandargli la mano della figlia!
In quel momento fu bussato all’uscio del saloncino e Giorgio disse:
— Avanti.
Entrò un cameriere, annunciando:
— L’ammiraglio Sterbini!
II.

Le fissazioni dell’ammiraglio.

Nella frescura dell’atrio, intorno a una tavola tonda, ingombra di giornali illustrati e di riviste s’era formato, nel riposo d’un marivaudage sottovoce, un gruppo di signori e dame, alla cui oziosa fantasticheria l’arrivo inopinato dell’ammiraglio Sterbini, aveva prodotto una certa sensazione. La bella marchesa di Santacilia aveva chiesto al barone De Renzis:
— Come mai quell’orso d’ammiraglio, nel Grand Hôtel?
— Fa specie anche a me: sarebbe lo stesso che veder voi entrare in chiesa.
— Eppure, ci vado spesso.
— Dunque peccate assai?
— Voi non siete il mio confessore.
— Ma sarei lieto…. di prepararvi dei materiali per lui.
L’ammiraglio attraversò il vestibolo, senza guardare in faccia a nessuno. Era un uomo piuttosto alto, alquanto corpulento, eppure ben proporzionato. Il viso maschio, di lineamenti pronunziati ma regolari, era incorniciato da due scopettoni folti, crespi e grigi, come i capelli, e due sopraccigli ispidi ombreggiavano lievemente lo scintillìo di due occhi vivaci, penetranti, che non mancavano di dolcezza, gli occhi dell’uomo abituato alla vita libera e al comando. Entrato giovinetto nella marina napoletana, era poi passato sui legni italiani col grado di tenente di vascello, percorrendo man mano tutti i gradi, fino al supremo di ammiraglio. Dopo la presa d’Ancona, era stato posto all’ordine del giorno, esempio di valore e d’audacia. Salvatosi per prodigio, dopo atti eroici, nelle acque di Lissa, aveva avuto la medaglia d’oro e soleva dire:
— Questa vale meglio d’un titolo di principe.
Era stato anche ministro della marina, ma s’era dimesso dopo due o tre mesi, uggito delle formalità parlamentari.
— Preferirei — diceva — affrontare dieci Tegethoff, che un solo avvocato.
I colleghi videro con piacere la sua uscita dal gabinetto, perchè la sincerità del carattere è un gran brutto difetto, nella vita politica.
A poco a poco, l’ammiraglio s’era ritirato quasi da tutto, rifugiandosi a Livorno in una casa bella e tranquilla, con un giardino folto d’oleandri e di magnolie che proiettavano un’ombra mite e profumata sopra un grazioso chalet, trasformato in un nido carino per la figlia Bice che l’ammiraglio, s’intende alla sua maniera, idolatrava con tenerezze quasi materne miste agli scoppî irrefrenabili del suo carattere impetuoso, che non ammetteva volontà superiori alla sua, in nessuna questione, grande o piccola che fosse.
L’ammiraglio, dirigendosi al segretario dell’albergo, disse:
— Fatemi annunciare al conte Tibaldi.
Il barone De Renzis, che lo seguiva con la coda dell’occhio, bisbigliò nell’orecchio roseo della Santacilia:
— Suppongo d’essere sulle tracce.
— Si tratta di cosa interessante?
— Dipende: può finir subito nel modo più volgare, ma può diventare una commedia ricca d’intreccio e divertentissima.
— Quell’orsacchione avrebbe dunque qualche intrigo?
— Per amor di Dio! non sapete ch’egli, da vent’anni, ha una ripulsione profonda verso il gentil sesso?
— Non è che una restituzione.
— Eppure…. sarebbe meglio odiarvi!
— Badate: voi vi compromettete.
— Ah, siete voi che non vi compromettete mai abbastanza.
Sebbene aspettasse la visita, nel sentire annunciare l’ammiraglio il conte Tibaldi trasalì e rispose, con voce alquanto tremula, al cameriere:
— Fatelo passare nel salotto.
Massimo lo guardava con piglio un po’ canzonatorio, dicendo:
— Non ti manca più che svenire.
— No, — rispose Giorgio, — ti garantisco che sono forte e deliberato a parlare con la più grande chiarezza.
— E allora va e che Dio t’assista.
Giorgio si precipitò nel salone e afferrò la mano grossa e larga dell’ammiraglio che, in una stretta poderosa d’espansiva amicizia, quasi minacciò stritolare le dita sottili e aristocratiche del giovine conte.
— Come va, come va? caro conte! — esclamava l’ammiraglio, con la sua voce stentorea, — sono parecchi anni che non ci siamo visti; ma vi trovo sempre lo stesso: tranne i baffetti, siete sempre quel monello di una volta. Come somigliate alla mamma vostra! eh, gli anni passano: io vi ho visto alto così e allora eravate un grano di pepe. Vi ricordate quando, nel salotto, riesciste a portarmi via la sciabola? Io ci ridevo come un matto, ma qualcuno vi diede una buona tirata di orecchi. E a proposito di tirare: Avete continuato a tirare la grammatica in faccia al vostro maestro?
— Al contrario: ho fatto tutti i miei studi, con zelo prodigioso: basti dire che ho la mia laurea, e potrei anche difendere la vedova e il pupillo.
— Male, male: io detesto gli avvocati. Oh, scusate…. ma già voi lo siete così poco! Soltanto io non capisco come, con l’esempio di vostro zio…. quello era un uomo!… non vi siate dato anche voi alla carriera delle armi. Quante volte gli ho detto: consegna Giorgio a me, e ne farò un buon marinaio. A quest’ora, sareste già tenente di vascello: magari mio aiutante di bandiera. Ma egli vi amava come un padre e non volle mai separarsi da voi. I vecchi sono egoisti.
L’egoismo dei vecchi? Ecco appunto, — pensò Giorgio, — il bandolo del discorso, l’argomento per entrare in materia: e raccogliendo le proprie forze, quasi soffiando con l’anima sulle fiamme dell’amore, per avvivarne l’incendio e ritrarne vigore, balbettò:
— Non tutti sono egoisti: voi, per dirne uno, siete l’esempio del contrario.
— Vi sbagliate, caro Giorgio, sono appunto il Dio degli egoistoni.
— Eppure, consacrate la vostra vita, come una madre, alla signorina Bice.
— Per amor del cielo! ho fatto appena appena il mio dovere e forse neanche, ma non potevo far di più. Avrei voluto tenerla con me, ma che educazione potevo dare io, un marinaraccio che qualche volta ha bisogno assoluto di bestemmiare, a una ragazza delicata come quella? Per ciò, fui costretto a metterla nel collegio di Poggio Imperiale, indicatomi appunto dal vostro povero zio. E ne fui ben soddisfatto. Bisogna dire che quelle brave signore hanno saputo coltivare mente e cuore nello stesso tempo. È istruita, è svelta, è amorevole….
— Ma dica pure liberamente ch’è un vero prodigio. Non ho avuto l’onore d’avvicinarla che nei tre giorni ne’ quali mio zio la volle presso di sè….
— Brav’uomo! quanto le voleva bene!
— Ma come si fa a non volerle bene? Le assicuro che io…. tutti ne siamo rimasti incantati: non ho mai trovato, in nessuna creatura, unite tante doti di bellezza, di grazia, di spirito….
La faccia larga dell’ammiraglio si spianava, irraggiando tutto l’orgoglio paterno: pure, bruscamente interruppe:
— Peccato che sia una ragazza! io non avevo, sognato che un maschio magari brutale come sono io, a costo che facesse eco ai giuraddii che mi scappano ogni tanto di bocca. Quando mi scappano, Bice fa una certa smorfietta, che bisognerebbe vederla: e io a dirle: abbi pazienza, figliuola mia, non conosci il nostro proverbio? si naviga senza vento, ma senza moccoli no!
— Sarà contenta però d’essere in casa sua, vicina al suo papà.
— Poverina: si contenta di ben poco, perchè, diciamolo pure, io non sono una delle compagnie più piacevoli per la sua età. A proposito, venite a trovarci la sera: almeno, si faranno quattro ciarle: berrete del grog delizioso e vi farò fumare le sigarette russe.
— Buone: ma non verrò certamente attratto dalle sole sigarette russe….
— Pure, è quel che troverete di meglio; apprezzo gli amici, ma non amo i conoscenti: per cui le visite sono molto rare e la conversazione è poco brillante. Tali sono le mie abitudini. Quando mia figlia sarà maritata, diventerà lei la padrona e farà quel che le piacerà. A me basta che mi lascino un cantuccio caldo e una tazza di grog.
— E pensate di maritarla presto?
— Più presto che sia possibile.
— Vedete, dunque, che siete tutt’altro che un egoista?
— Al contrario: tutto è ispirato dal mio egoismo di vecchio. Ah, io non dissimulo: proprio così. Il matrimonio di Bice non porterà nessun cambiamento nella mia vita. Ella sposerà il capitano Ezio Liberti, che a giorni appunto, reduce da Massaua, deve arrivare a Livorno.
— Ma è proprio deciso questo matrimonio?
— Sfido! voi sapete che il padre di Liberti mi ha salvato la vita, a Lissa….
— Conoscevo quest’episodio, ma mio zio mi raccontò invece che foste voi a salvare la vita al Liberti.
— Non importa! — brontolò l’ammiraglio, — sarà meglio dire che ce l’abbiamo salvata uno coll’altro, perchè ci siamo trovati nello stesso pericolo. S’egli non avesse spinto verso me la tavola che appena gli serviva d’appoggio, sarei perito: viceversa se, quand’egli, perdendo sangue dalla sua ferita alla spalla, quasi si svenne, non avessi nuotato per me e per lui, si sarebbe perduto. Del resto, povero amico, sarebbe stato meglio! La sua fine, in quel mare e in quel giorno, valeva meglio che una consunzione cancrenosa nell’ospedale. Ebbene, in quel momento supremo, facemmo quello che tutti avrebbero fatto nel caso nostro. Il superstite avrebbe pensato alla famiglia dell’amico. Io aveva una bimba, egli un ragazzino. Toccò a me essere il padre di suo figlio. E mi fa piacere d’avere esaudito i voti di quell’amico impareggiabile, perchè il capitano Ezio Liberti è degno figlio di suo padre. È marinaio di razza. È stato nelle Indie, al Giappone, in America, sempre in navigazione, da dodici anni, egli non conosce che la vita del mare. Lo lasciai, si può dire, ragazzo: e ora si sarà fatto bello, grande e grosso, forte come suo padre. Mi par di vederlo.
— E vostra figlia è contenta?
— Ma sarà contentona! e dove trovare un marito meglio di Liberti?
— Capisco; ma se non si conoscono?
— Tanto meglio; passeranno il tempo a conoscersi. E come vi dicevo, con questo matrimonio sarà coronato il mio legittimo egoismo. Un uomo di mare è il marito ideale. Ogni tanto parte, fa un viaggetto, ritorna come un fidanzato e ricomincia la luna di miele. È soppressa quella eterna vita in comune che spegne ogni poesia nel matrimonio. Credete, quand’ io, di ritorno dai paesi lontani, rivedevo la mia buona Eleonora, mi pareva di tornare, com’è veriddio, a vent’anni. E così, ora, quando Ezio sarà in viaggio, io riacquisterò in casa tutta la mia sovranità di padre: e farò tutto quello che voglio io, anche perchè io voglio soltanto quel che vuole mia figlia.
— Dunque la signorina Bice consente a questa unione?
— Non c’è dubbio.
— Non ha fatto nessuna obiezione?
— Anzi, è stata esplicita: lo sposerò se mi piacerà. E siccome non può a meno di piacerle….
— Resta a vedersi: alla simpatia non si comanda. Credo anch’io che il capitano Liberti sia un valentuomo, ma potrebbe essere pure che non le andasse a genio.
— Ma dal momento che piace a me.
— Non dovete mica sposarlo voi! e se a lei non andasse, vorreste sacrificare vostra figlia?
— Ma che sacrificio d’Egitto! Non è gobbo, non è storto, farà una splendida carriera, che mai si potrebbe desiderare di più?
— Va bene, ma intanto non lo ha mai visto. E se provasse un senso di ripugnanza….
— Fisime da ragazza! penserei io a farla rinsavire, e a farle capire tutti i vantaggi che…. E poi se non volesse capire, corpo d’un cane, dovrebbe sposarlo ugualmente! Non mi rimangio la mia parola, io, per le smorfie d’una ragazza. Cioè, no: che cosa vado dicendo? sempre il mio caratteraccio. Intendevo dire, che farò di tutto per persuaderla: se poi, davvero, non volesse saperne, dopo avere esaurito tutti i mezzi, non abuserò certo della mia autorità. E che diavolo!… le voglio troppo bene a quell’angelo mio.
— Ma se lo dicevo che siete un padre adorabile: e queste vostre parole mi dànno il coraggio di….
— Forse Bice vi avrebbe fatto qualche confidenza?
— No: Sono io piuttosto che vorrei prendermi la confidenza di….
— E parlate, perdio!
Si fa presto, a dire: parlate! Proprio in quel momento, Giorgio si sentiva ingrossare la lingua, come avesse, Dio liberi, bevuto dell’acido fenico: gli si confondevano le idee, e non riesciva neppure a spiccicare una parola che avesse un po’ di senso comune. Oh quanto volentieri avrebbe chiamato Massimo, per dirgli:
— Parla un po’ te.
E quel birbante di Massimo, che stava in ascolto dietro la portiera, si godeva l’imbarazzo dell’amico, mentre l’ammiraglio non sapeva spiegarsi quella pausa troppo lunga, che aveva interrotto un così amichevole discorso.
Finalmente, Giorgio, a un punto verde e paonazzo, fece uno sforzo supremo.
— Le mie parole arrivano male a proposito, lo capisco, ma è necessario ch’io mi spieghi: signor ammiraglio, io sono innamorato di vostra figlia.
E sospirò, come si fosse tolta dallo stomaco una macina da molino.
— Ah, questa non me l’aspettavo.
— Neanch’io: io non so come, in così poco tempo, questa passione si sia impadronita di tutto il mio essere, nel cervello, nel sangue, in tutte le fibre….
— Ohe, un caso grave?
— Gravissimo.
— Ne sono proprio desolato. Non è necessario che vi dica della simpatia grandissima che ho per voi; in altre circostanze, sarei stato felice di ammettervi nella mia famiglia….
— Sarò un genero…. sarò un figlio, ve lo giuro, dei più amorosi e devoti.
— Ve lo credo: ma come si fa? Al punto in cui sono le cose, è impossibile.
— Voi mi riducete alla disperazione!
— Accidenti, che fuoco! non vi sapevo infiammabile a tal punto.
— Se avete amato, ammiraglio, mi capirete.
— Ah sì! chi se ne ricorda più? storia del medio evo! A ogni modo, vi compatisco, e non saprei neppure che cosa dirvi per consolarvi. E d’altra parte, credete che mia figlia sia disposta a corrispondervi? Non ho notato in lei nessun indizio che riveli preoccupazione di cuore, e voi sapete che l’amore è come il mal di denti, non si può nascondere.
— Vostra figlia è un angelo e non avrei mai osato dirle una parola, ma l’adorazione con cui la circondavo era a lei molto gradita e non ne faceva mistero. Quando le stringevo la mano, sentivo di non esserle indifferente. I suoi occhi si fissavano certe volte ne’ miei con un’insistenza dolce che mi fa ancora rabbrividire.
— E se non fossero che illusioni vostre?
— Non credo: a ogni modo, siate umano, lasciate che io le parli, lasciate ch’ella decida della sua e della mia sorte.
— Perdonate, ma questo è impossibile: anzi, con mio dispiacere, poichè le cose sono a tal punto, e per quanto io vi conosca per quel gentiluomo che siete, sono costretto, perdonate, vi ripeto, a chiudervi l’uscio di casa mia, che vi avevo spalancato con tanta cordialità.
— È una vera crudeltà.
— Ne sono afflitto quanto voi, ma è necessario, la prudenza lo esige, anche per evitare di trovarci tutti in una posizione falsa. Magari, quando sarà fatto il matrimonio….
— Prego, non me ne parlate. Questo matrimonio non si farà!
— Oh oh!… questo è un po’ troppo, caro conte, il matrimonio si farà.
— Non si farà.
— E io vi dico che si farà, — replicò a voce alta l’ammiraglio, cominciando a scaldarsi, — oh, corpo d’una saetta! vorrei vedere anche questa.
— Può essere ch’io ve la faccia vedere. Dal momento che mi respingete e mi mettete agli estremi, sento d’avere esaurito tutti i riguardi dell’amicizia….
Massimo, nell’udire queste parole dal suo nascondiglio, si stropicciò le mani, dicendo entro di sè:
— Bene, bene! l’amore improvvisa degli eroi.
L’ammiraglio pareva interdetto, quasi non sapesse se ridere di tale provocazione o prenderla sul serio. Poi, scoppiò in un accesso d’ilarità e disse a Giorgio:
— La vostra audacia non mi dispiace. È una specie di duello che mi proponete, e sia!
— È una guerra leale, in cui farò di tutto per impedire il progettato matrimonio e indurre vostra figlia a schierarsi dalla mia parte.
— E io farò di tutto in senso contrario.
— Ma io, assistito dall’amore, sarò più forte di voi.
— Non mi conoscete abbastanza, figliuolo mio. Sono vecchio e grossolano, ma furbo e forte.
— Sarò più fino di voi.
— Benone: e io vi do carta bianca: fate quel che volete, e se riescirete a mettermi nel sacco, mi confesserò per vinto.
— E io abuserò della vittoria.
— Si sa: guai ai vinti! ma se il vinto foste voi?
— Non posso essere vinto, perchè, son deciso: o vincitore…. o morto!
— Peccato che non siate entrato nella marina! Siamo dunque intesi?
— La guerra è dichiarata fin d’ora.
— Guerra senza tregua!
— Guerra aperta e inesorabile.
— Ma badate a spicciarvi, perchè il capitano sta per arrivare, e dovrete allora combattere due eserciti.
— Il vostro alleato sarà la vostra debolezza.
— Convien conoscere il nemico, non già disprezzarlo, voi commettete un primo errore strategico.
— Non importa: il mio piano è tutto di sorpresa.
— E il mio di non lasciarmi sorprendere.
Stretta calorosamente la mano al conte, l’ammiraglio si dispose alla partenza.
Giorgio lo accompagnò assai gentilmente per le scale, e giunti nell’atrio si scambiarono una suprema stretta di mano.
L’ammiraglio disse gaiamente:
— Caro nemico…. addio!
— Nemico carissimo…. a rivederci.
— Da lontano!
Dopo un ultimo cavalleresco saluto, Giorgio si voltò per tornare in camera, e si trovò la via sbarrata dal barone De Renzis, che gli disse:
— Povero amico! c’è stata dunque una sconfitta?
— Ma che! appena adesso comincia la battaglia.
— Se vuoi mobilitarmi, son tutto a tua disposizione.
— Non dubitare, profitterò. Adesso, salgo un momento in camera mia….
— Potresti dire all’osservatorio. Ora mi spiego quella finestra d’angolo, tu puoi sorvegliare il campo nemico.
— Dunque, tu avevi capito?…
— Io? ma la cosa, caro mio, è ormai di dominio pubblico. Tutta la colonia ha gli occhi su te. Pensa, amico mio, che, in una stazione di bagni, l’unica distrazione è quella di sorvegliare il prossimo. Tu hai già un pubblico. Attento, a non farti fischiare.
— M’affido a te: sei troppo abile commediografo, per non evitarmi un simile guaio. A rivederci più tardi, ti terrò informato di tutto. E mi raccomando, la discrezione!
— Diamine!
Giorgio non aveva fatto ancora il primo capo di scale, che il barone disse alle signore e agli amici:
— Vi terrò a giorno di tutto.
Massimo, sdraiato sopra un sofà, aspettava nel saloncino.
— Siamo alla guerra, Massimo mio! —esclamò Giorgio entrando, — ti dirò, adesso, quel che ha risposto l’ammiraglio.
— Risparmia questa fatica; ho inteso tutto.
— E come ti pare che me l’abbia cavata?
— Meglio di quel che mi aspettavo. Adesso, dunque, per la prima cosa, devi far conoscere alla signorina Bice, chiaramente, le tue intenzioni. Sarebbe impresa da sciocco, voler entrare in paradiso a dispetto dei santi.
— E come si fa?
— Troveremo: intanto, passiamo un po’ in rassegna l’esercito nemico, la guarnigione della cittadella. Prima di tutto, c’è l’istitutrice, miss Trollope.
— E quella è nostra.
— È mia, se permetti; o almeno così spero. Poi c’è la governante, Teresa Baliani, una specie di duegna spagnuola, matura, orgogliosa, vanitosa e interessata.
— Ha troppi difetti, per essere temibile. O col denaro o con altri mezzi….
— Non pretenderai mica che conquisti la signora Teresa? L’avanguardia è composta del portiere Esposito Gennaro….
— Briacone, sordo e imbecille.
— Poi viene la linea di sostegno: il giardiniere.
— Prospero…. Tacconi; no, un nome che finisce in oni, cervello sottile e spirito maligno, giocatore di lotto.
— Ogni uomo ha il manico per afferrarlo; il manico di questo Prospero è la cabala; passiamo alla difesa interna; c’è Mario, il servitore, ex-marinaio, uomo fedele a tutta prova.
— Quello è un cane.
— E infine Lisetta, la cameriera…
— E quella è una civetta.
— Guardata dal cane; sono stato bene informato da miss Annie.
— L’essenziale, dunque, sarebbe di sedurre la governante.
— Una cosa da niente! è la sola impresa che mi spaventa.
— Guarda, guarda! — esclamò Giorgio, che occhieggiava dalla finestra, verso la palazzina dell’ammiraglio, — giusto lei, donna Teresa, che, armata del suo ricamo, va nello stabilimento per aspettare la padroncina. Coraggio, Massimo, il momento è propizio.
— Quanto berrei più volentieri due litri d’olio di fegato di merluzzo!
III.

Nel quale s’ammira l’amato oggetto.

Era proprio una cittadella, graziosa molto, ma ben fortificata, l’abitazione dell’ammiraglio. Le opere avanzate erano costituite da una palazzina di tre piani, con linee semplici e di buon gusto, secondo il costume toscano, fabbricata a ridosso d’un vecchio palazzo, che un tempo è stato anche un rinomato albergo e ora domicilio d’un banchiere, ritirato dagli affari, e tormentato da una malattia non meno cronica della sua avarizia. Dopo l’andito del portone, una larga invetriata di cristalli opachi metteva in un grande vestibolo, con pochi mobili di legno di noce intagliati, che da una parte aveva la sala da pranzo allegrata di piante e fiori, dall’altra un bel fumoir di stile orientale e l’ampia scala che portava al piano superiore, accanto alla porta, pure a cristalli, che dava nel giardino. Il fumoir era la residenza abituale dell’ammiraglio, che vi aveva radunato tutte le sue memorie marinaresche, e i libri prediletti, tra cui il preferito, le Vite di Plutarco, libro al disopra del quale non c’era che l’affetto per Bice e una lunga pipa olandese che da vent’anni l’ammiraglio circondava di una specie di cura religiosa, con terrore grande di Mario, che aveva sempre paura, nello spolverare, di mandarla in pezzi.
Il giardino era rettangolare, di confini modesti, ma foltissimo di piante, col pittoresco disordine dei giardini abbandonati a sè stessi. Qua e là, tra il fogliame, si vedevano statue barocche, diventate graziosissime, perchè avvolte d’edera e tigrate di muschi vellutati, con ghirigori bizzarri. Nel mezzo, mormorava una piccola fontana, nascosta da ciuffi di papiri e di ninfee. Negli stretti viali, la sabbia, tutta screziata di foglie e di fiori di oleandro, sembrava un bel tappeto di Fiandra. In fondo, tra i rami delle alte magnolie, e i larghi ventagli dei chamaerops eccelsi, tra le yucche e i rododendri, s’intravvedeva la facciata d’un capriccioso chalet, un piccolo Trianon, come negli sfondi di una tela di Greuze o di Fragonard. Lo aveva fatto costrurre, con intenzioni alquanto pornografiche, un noto giocatore di borsa, che poi rovinato più dalle ballerine e dal macao, che dalle Meridionali o dalla rendita, era stato costretto a vendere tutto a buon mercato, e l’acquisitore fu l’ammiraglio che, non curandosi dei precedenti, a lui probabilmente ignoti, s’era innamorato dello chalet, nell’idea di farne il grazioso nido della figlia e del marito che le aveva assegnato.
Così, la purità verginale era entrata in quel tempietto d’orgie eleganti, dove certi affreschi color di rosa, sulla maniera del Boucher, apparivano ancora tutti lieti di Veneri vaporose e di amorini alati, a cui l’ammiraglio non aveva dato nessuna importanza, perchè, in fatto di pittura, non faceva differenza di sorta tra la Danae del Tiziano o la Immacolata del Murillo. Soleva dire:
— Sono tutti santini.
Bice era molto soddisfatta di quel nido: le pareva d’avere quel che una donna, in alto o in basso, ardentemente desidera: una casa sua, ma proprio sua, interamente, un dominio incontrastato, che diventa il suo piccolo mondo, al di là del quale c’è l’indifferenza e il nulla. Quella graziosa scatola di confetti, quasi dimenticata in mezzo al giardino, aveva agli occhi di Bice tutta l’importanza della reggia di Caserta. Sarebbe stata stupefatta, se le avessero detto che la sala del gran Consiglio, nel palazzo ducale di Venezia, era almeno trecento volte più grande di quel saloncino a stucchi, dove metà dello spazio bastava appena a un modesto pianoforte. Bice sopratutto era innamorata d’un gabinetto di studio, un vero buco, tappezzato di stoffa empire, con qualche gruppetto di Sassonia sopra mensoline dorate, e una scrivania di palissandro, su cui Bice dava corso a quel che chiamava la sua corrispondenza, che poi consisteva in una lettera che, un giorno sì, e l’altro no, riceveva da una sua prediletta compagna di collegio. Quello stambugio elegante, che pareva quasi un armadio a muro, era sempre allegrato di fiori, che spampanavano le corolle variopinte sopra alcuni bei vasi del Giappone: e all’unica finestra si vedeva ogni tanto Bice seduta, in atto di leggere un romanzo, della cui scelta era arbitra la sola miss Trollope, perchè l’ammiraglio soleva dire:
— Non m’intendo di quelle corbellerie.
Quella finestra, con le tende di lampasso, a fiori candidi su fondo d’oro vecchio, era, con la presenza di Bice, un vero delicato quadretto, con una cornice floreale di rose d’Olanda, di gelsomini e d’eliotropi, che diffondevano un profumo soavissimo, tra un insolente cinguettio di passeri e una ridda festosa di farfalle.
Gerard Dow avrebbe speso tre anni di intenso lavoro per fissare, in uno dei suoi piccoli dipinti inarrivabili, ogni minimo particolare di quel vivente e olezzante soggetto.
Sopra lo sfondo del gabinetto, in tenue penombra, risaltava luminoso il profilo di Bice, coi capelli fulvi, prolissi, rialzati e annodati su la nuca, con adorabile negligenza, in una massa dorata, da cui sfuggivano ciocche ricciute, rutilanti di aurei riflessi, sopra i piccioli orecchi color di rosa, e sulla fronte liscia, avorina, lieta di giovanile serenità. Il naso era alquanto pronunciato, ma di linee delicate, con tinte perlacee, che andavano digradando, verso le guance, in una leggerissima sfumatura rosata, come i lumi dell’alba, mentre i labbri arcuati e turgidi, avevano il colore fresco e provocante delle fragole agresti. Il mento sfuggiva un poco, con curva leggiadra, verso i mirabili contorni d’un collo tornito, pieno insieme di vigore e di grazia, con pronte e agili movenze di leopardo. Già, sotto una cascata di merletti di Valenciennes, palpitavano le promesse nascenti, con una certa insolente aspirazione di donnina, che cresceva le malie della fanciulla. Il busto si disegnava agile, flessuoso, sotto le pieghe amorevoli d’una vestaglia crème, stretta ai fianchi da una bizzarra cintura montenegrina d’argento, cesellato a ghirigori bizantini.
Bice passava lunghe ore seduta a quella finestra, leggendo con la febbrile curiosità dell’educanda, che nella fantasia intravvede nuovi mondi, e spesso alzando gli occhi e guardando, con fare distratto, al di là della cancellata, coperta di glicine, verso il mare e l’angolo occidentale del Grand Hôtel: pareva che guardasse senza niente vedere, ma sarebbe imprudente giurare che non vedesse assolutamente nulla.
Fu appunto in uno di tali momenti che entrò miss Trollope per domandarle:
— Signorina, fa il bagno?
— Oggi no; il mare mi ha lasciato ieri un po’ di stanchezza.
— Ma non andiamo da Pancaldi?
— Possiamo andarvi una mezz’oretta: non mi ci diverto molto; si fanno sempre gli stessi discorsi. Sai niente se siano arrivate altre famiglie? si aspettavano i Giustiniani.
— Col treno mio, è arrivata la contessa Cingoli con le ragazze.
— Parlano troppo forte, quelle due pedanti.
— Sa chi c’era nel treno? Il signor Massimo Cybeo.
— Ah, ah! — esclamò Bice con un’aria furbetta che fece arrossire miss Annie, — una persona molto simpatica: e dove ha lasciato il conte Tibaldi?
— Non so…. ma suppongo che…. sia a Livorno.
— E io sono molto meglio informata di te: è a Livorno e alloggiato al Grand Hôtel. Guarda a quella finestra: non è lui? Se non è lui, è qualcuno che gli rassomiglia in un modo spaventevole.
— Infatti…. mi pare…. dev’essere lui…. che bravo giovane!
— Quanto sei ottimista, oggi. Da che sei tornata a Livorno, trovi tutto buono e bello.
— Sarà, perchè ho trovato lei.
— Dicevi dunque che…. il signor Massimo?
Annie non rispose nulla; guardò Bice, che a sua volta la fissò nel bianco degli occhi, e scoppiarono entrambe in un’adorabile risata.
— Ma perchè — soggiunse Bice con simpatia — far dei misteri? credi tu che non mi sia mai avvista di nulla?
— E io, signorina, le ho forse mai dato occasione di credermi una sciocca?
— Tutt’altro; ora, dunque, dal momento che non c’è nulla di male….
— Ma io sono in una condizione molto delicata; suo papà mi onora di tanta fiducia….
In quel punto si sentì sbatacchiare, con insolito rumore, la grande vetriata del vestibolo e la voce stentorea dell’ammiraglio che gridava, con una certa concitazione:
— Prospero, Gennaro, Mario, Teresa! Dove siete? venite tutti qua!
Mario, il domestico, accorse per il primo, brontolando:
— Ahi! l’ammiraglio oggi ha la voce della burrasca. Tira libeccio!
Prospero, il giardiniere, giunse anche lui di corsa, con una faccia stralunata, cercando indovinare dagli occhi di Mario che ci fosse di nuovo.
Quasi nello stesso punto, arrivò il portiere Gennaro, con quel suo naso grosso, porporino, luminoso, che ricordava quei boccioni pieni d’un misterioso liquore con la tinta del rubino che i farmacisti mettono nelle vetrine, per attirare l’attenzione del pubblico, mentre invece non servono che a spaventare i cavalli.
Lisetta scese dalla scala e, vedendo quei tre uomini in riga, prese anche lei bravamente il suo posto, mentre l’ammiraglio passeggiava su e giù, con le mani incrociate sul dorso, come un caporale di settimana, che si stia eccitando per dare ai suoi quattro uomini una solenne lavata di testa.
La verità era che l’ammiraglio non sapeva di dove cominciare; al suo carattere aperto ripugnavano le vie oblique, mentre d’altra parte non gli pareva conveniente di mettere la servitù a parte di faccende di famiglia.
Finalmente si arrestò in faccia a Gennaro, lo guardò fisso fisso, quasi volesse indagare quanti litri n’avesse bevuto quel giorno, e disse:
— Voi mi siete molto affezionati, lo so, ma siete anche un branco d’imbecilli.
Poi soggiunse correggendosi:
— Secondo i casi, s’intende. Voi Lisetta, per esempio, quando si tratta dei comodi vostri, siete più furba di un demonio.
Lisetta abbassò gli occhi mormorando:
— Non so che cosa abbia a rimproverarmi, signor padrone. Non credo di aver mancato, nel mio servizio.
— Eh, non parlo del mio servizio, giuraddio! parlo piuttosto del servizio…. doganale.
— Hai capito? — mormorò Prospero sottovoce a Gennaro, — si tratta di quella guardia di finanza.
Gennaro non aveva capito, ma sorrise ugualmente. Dal momento che c’entrava una guardia di finanza, la cosa doveva essere comica.
L’ammiraglio si lisciò nervosamente i favoriti e continuò:
— Vi ho radunati per avvisarvi che c’è qualcuno che minaccia di farmi un qualche brutto tiro.
— Chi è, chi è? — esclamò Mario, con accento di Rogantino: — gli do una lezione, che non se ne scorda più.
— Smetti, con queste tue solite bravate; qui non si tratta di sbudellare nessuno; desidero soltanto che raddoppiate la vostra vigilanza. C’è un pazzo che pretende a ogni costo la mano di mia figlia, il conte Tibaldi…. io ho dovuto rifiutarla e allora egli mi ha minacciato di riescire, per inganno, nel suo progetto. Quel che voglia tentare non so, e appunto per questo è più che mai necessario di stare in guardia.
— Ammiraglio, voi avete un Mario al vostro servizio, e quando mi dite: Mario, bada che….
— Io ti dico che tu non sei che un gran parolaio, e che qui invece si tratta d’agire e di sorvegliare sul serio, tanto più, — proseguì fissando Lisetta, — che il nemico potrebbe avere qui dentro delle intelligenze, ma se Dio liberi, mi accorgo di qualche cosa!…
— Senta, ammiraglio, — disse Prospero, — quanto al giardino, garantisco io, giorno e notte.
— Mi fido sino a un certo punto; ricorda che ti hanno sempre rubato gli aranci e le camelie.
— Eh, ma io lo so chi è stato! non ho voluto rovinare un giovane, per quanto sia un birbaccione.
— Io non so nulla: so che hanno rubato. La tua pietà, a spese mie, è bella e buona, ma sarebbe anche più pericolosa per adesso, poichè si tratta anche qui d’un giovane, che non è punto un birbante. E sopratutto voi, Lisetta, che vi lasciate troppo commuovere dalla gioventù. Capisco! il prestigio dell’uniforme….
— Sono, creda, una brava ragazza, — balbettò Lisetta, — e poi ha promesso di sposarmi.
— E allora basta, che diavolo! io vorrei sapere quale guardia di finanza abbia visto una ragazza, senza prometterle di sposarla. Siete tutte così. Se un rinoceronte vi promettesse di sposarvi, sicuro gli andreste appresso. Dunque intendiamoci bene, non voglio storie, non voglio sotterfugi. La consegna è chiara e precisa: in casa mia, sotto nessun pretesto, non deve entrare nessuno, se io non ho dato il permesso. Anzi, metterò la quistione più chiara e più semplice: non deve entrare nessuno. Mi spiego?
Tutti fecero un cenno affermativo col capo, tranne Gennaro, che bisbigliò al giardiniere:
— Che cosa intende dire?
— Se voi sarete vigili e fedeli, — proseguì l’ammiraglio, — il giorno delle nozze di mia figlia con Liberti vi regalerò cento lire a testa, ma se, al contrario, mi accorgo d’una qualsiasi minima cosa che mi dia sospetto, vi licenzio, senza pietà, su due piedi….
Momento di silenzio.
— Anzi, sopra un piede solo…. il mio!
Ciò detto, e tutti persuasi non essere vana minaccia, l’ammiraglio si ritirò nel suo studio, e la gente di servizio escì nel giardino, ciarlando a bassa voce, con grande curiosità, sopra quell’avvenimento inatteso che veniva a turbare la vita tranquilla di quel cantuccio di mondo, dove le stesse frequenti sbornie di Gennaro avevano qualche cosa d’innocuo e d’arcadico. Bisogna pur dire, che, per quanto il giardiniere vi si provasse di buona voglia, non fu possibile far capire a Gennaro la faccenda: egli si ostinava a ripetere:
— Non so che questo: non devo lasciar entrare anima viva.
— E se viene il macellaio? il fornaio?
— Non entra neanche Cristo.
— Dunque non aprirai neanche all’ammiraglio?
— Neppure a lui, se prima non me ne dà il permesso e per iscritto.
— Ma la signorina saprà niente, — chiese Lisetta, — di tutto questo pasticcio?
— Io credo di no, — rispose Mario, — e sarà meglio che non sappia nulla.
— È quel che pensavo anch’io! — replicò Lisetta, e andò allo chalet, dalla signorina Bice, per ispiattellarle tutto quanto, dall’a fino alla zita.
Donna Teresa Baliani, lenta e dignitosa quanto una processione del Santissimo, aveva attraversato la rotonda di Pancaldi, e s’era seduta in un cantone, presso quel buco dove si vendono i sigari e s’affittano ai ragazzini, spavento della colonia, quelle tremende canne da pesca che vanno sempre a finire nell’occhio di un bagnante.
Donna Teresa, dopo avere scambiato un saluto cerimonioso con un gruppo di esseri anfibi, tra l’istitutrice e la bambinaia, riprese con diligenza il suo ricamo, un paio di pantofole, con la cifra in mezzo e un’orrenda ghirlandetta di fiori, destinate all’ammiraglio. Massimo, fumando una sigaretta, passeggiò un pezzo avanti e indietro, mormorando:
— Ma guarda, adesso, che cosa mi capita! e che dirò io a quella graziosissima strega?
La cosa proprio non gli andava giù, neppure dopo aver bevuto, al caffè, due bicchierini di sherry, per infondersi maggiore ardimento.
— Eh, dopo tutto, — pensò, — mica mi ammazzerà!
E presa la risoluzione a due mani, come un disperato che sia per buttarsi a fiume, mosse, con apparente disinvoltura, verso la governante, rimase un momento a contemplare una scaletta, quasi un archeologo attratto dai frammenti d’una epigrafe latina, poi si sedette accanto a donna Teresa, dicendole:
— Perdoni: che le dà noia il fumo della sigaretta?
— Signor no, faccia pure.
— Senza complimenti, sa: fumare o no, per me è lo stesso.
E buttò via, con atto cavalleresco, la sigaretta, dicendo entro di sè:
— Non l’avrei fatto neppure per una duchessa.
Donna Teresa non potè a meno di mostrarsi sensibile alla delicata attenzione, e sopra il viso arcigno, si disegnò un sorriso che pareva la smorfia d’un mascherone di fontana.
— E non dice una parola, che il diavolo se la porti! — mormorò Massimo, sconcertato da quel mutismo.
Non sapendo che altro fare, guardò il ricamo e poi disse:
— Non ho mai capito, come ci si possa raccapezzare, in mezzo a tutte quelle tinte diverse.
— Sa suonare il pianoforte?
— Signora, no.
— Eppure c’è tanta gente che ci si raccapezza in mezzo a quei tasti: questione di studio e di abitudine.
— Ma c’è chi suona a orecchio.
— E c’è chi ricama a occhio, — replicò donna Teresa, superba del suo talento, — guardi, non ho mica un modello, davanti a me.
— E anche sua figlia ricama?
— Non ho figlie! — rispose asciutta Teresa, con un’occhiata piena di sospetto.
— Come? quella signorina, che ho visto con lei, non è sua figlia? eppure, si somigliano tanto! — esclamò Massimo, e aggiunse mentalmente: — Perdona, clemente Iddio, quest’orrenda bestemmia!
— Lei ha voglia di scherzare, — disse donna Teresa con accento acre, prendendo in mala parte quell’adulazione troppo smaccata, — c’è una differenza come dal giorno alla notte.
— Al contrario! — borbottò Massimo, — creda che…. c’è qualche cosa…. nei lineamenti…. nel naso….
— Ma vada là, lei e il suo naso! senta, se mi ha preso per una grulla, si sbaglia di grosso: ci vuol altro che un pivetto come lei, per grattare una donna della mia esperienza e della mia età.
— Perdoni, ma io non ho nessuna intenzione di grattarla.
— Abbia lo spirito, almeno, di non farmi il nesci. Vuole che sia tanto ingenua da credere che un signore come lei, che sta qui a Livorno, che frequenta Pancaldi, non conosca la figlia dell’ammiraglio Sterbini? È come se mi venisse a domandare se la signora Rodocanacchi sia giapponese o russa. Ma le pare? Crede che ci voglia molto ingegno a capire che lei ha smania di attaccare discorso per le vie traverse? Eh, se sapesse! me ne son già capitati dei più furbi di lei. Se ne venga lindo e schietto, senza tanti rigiri di frase.
Massimo rimase un po’ sbalordito, ma pensò:
— Perdinci! o io non capisco più nulla, o la strega se ne viene da sè nel paretaio.
E ripreso coraggio, fece un sorrisetto d’intelligenza e soggiunse:
— Con una persona di spirito, come lei, la migliore diplomazia è la sincerità.
— Tanto più che l’altra non serve.
— Nè io aveva intenzione di fare il diplomatico: e se ho cominciato a parlare del ricamo….
— Era per poi ricamare sopra la signorina.
— Dio me ne guardi! quello è un ricamo divino, cui non c’è più nulla da aggiungere.
— Ci siamo! — pensò donna Teresa, e riprese, con accento un po’ beffardo: — lei ne parla con un calore, che non mi lascia più nessun dubbio.
— Badi, chè lei sta per pigliare un equivoco sul conto mio.
— Badi: chè le potrei rispondere altrettanto. Le ripeto che me ne son capitati degli altri: purtroppo, la signorina è tal bellezza, che ogni momento è seccata dai cascamorti.
— Non sono uno di quelli: e anzi, le dirò che della signorina, salvo la sua grazia adorabile per tutti, non me ne importa proprio nulla.
Donna Teresa lo guardò talmente stupefatta, che le cascarono due punti delle maravigliose pantofole. Massimo, imperturbabile, proseguì:
— È vero; mi son seduto qui con l’intenzione di parlarle, ma per perorare la causa di un altro, di un amico mio….
— Oh!
— Un bravissimo giovane, bello, buono, nobile e ricco, degno insomma di casa Sterbini.
— Ma che mi va cantando?
— La verità; io le domando di darci una mano per compiere una bella e buona azione; e stia pur certa che non s’impegna con gente ingrata….
— Mi meraviglio di lei.
— Non si meravigli, cara e buona signora; e pensi che un migliaretto di lire non ha mai fatto male a nessuno.
— Sa che le ho da dire? — rispose irritata e seccamente donna Teresa, — le ho da dire che lei, signorino, fa…. un bel mestiere, ma che questo mestiere non è il mio.
Ciò detto, si alzò con dispetto, raccogliendo tutte le sue matassine di lana, e andò a sedersi cinquanta passi più in là.
Massimo rimase male assai e se ne andò via, come un cane bastonato, borbottando:
— Si trova al mondo una governante onesta, e ha da capitare proprio a me!
IV.

Parla l’interessata.

L’ammiraglio, fumando come una vaporiera, stava leggicchiando il volume dello Stanley, quando si spalancò l’uscio dello studio e Bice entrò, sorridente, tranquilla, fresca e olezzante come rosa di maggio.
L’ammiraglio buttò da parte libro e pipa e afferrò, con tenerezza, la vita snella di Bice, sballottandola paternamente quasi fosse un bimbo, mentre la figlia gli passava dolcemente la mano entro i ruvidi capegli.
— Babbo mio caro!
— Come va che non sei al bagno?
— Mi sento un pochino stanca.
— Ninì mia: che vuol dire? non saresti mica indisposta?
— Ma no, papà: t’assicuro che sto benissimo, è l’effetto appunto dei bagni e nulla più.
— Lascia che ti guardi! — esclamò l’ammiraglio, dopo averle baciato le punte rosee delle dita: — sì, sì, hai ragione: hai ragione: stai benissimo: sei uno splendore.
— Non sono una smorfiosa; sai bene che non ho mai avuto neppure un leggero dolor di testa.
— Precisamente come me; il sangue non mentisce.
— Tu lo sai; son qualche cosa più d’una ragazza: quando mi metto sul serio, son quasi…. un uomo.
— Meglio per te; e poi, cara bimba mia, vedi, purtroppo s’avvicina l’epoca della serietà. Tu stai per prendere marito, per formare una nuova famiglia…. tu stai per chiamarti la signora Liberti….
— Ma, dunque, è proprio deciso?
— Che domanda! — sai bene che abbiamo preso impegni precisi. Il capitano dev’essere giunto o deve giungere a Napoli, da un momento all’altro, e son sicuro che volerà subito a Livorno.
— Veramente, il caso è ben curioso; sposare un uomo che non conosco neppure di vista!
— Questo non vuol dire che sia un ignoto; dal momento che sappiamo appunto chi è, chi non è….
— Sappiamo, sappiamo! — esclamò Bice, con una smorfietta d’impazienza, — che cosa sappiamo? che ha ventisei anni, che è bruno, che è capitano di vascello…. Ah, no: sappiamo pure che si chiama Ezio, un bel nome, molto romano, ma che, per dirne una, non mi piace per nulla.
— È la prima volta, che mi parli in questa maniera!
— No, caro babbino mio; diciamo, piuttosto, che è la prima volta che se ne parla. Tu, quando ero in collegio, mi promettevi questo maritino, per dire come dicevi te, così, senza importanza, come si promette un libro di premio, rilegato in rosso e oro, a una ragazza diligente, purchè perseveri nello studio. E io, dal canto mio, non davo più importanza alla cosa di quel che non avessi dato alle mie bambole. Ma poi si cresce, si diventa donnine, si capisce qualche cosa del mondo, si suppone, almeno, di conoscere qualche cosa della vita, e allora si comincia a riflettere….
— E tu hai riflettuto?
— Molto, papà.
— E perchè non mi hai detto mai nulla di queste tue profonde riflessioni?
— Prima di tutto, perchè le stavo facendo, e poi perchè non si è mai presentata l’occasione di esporle.
— Tale occasione sarebbe dunque venuta?
— E perchè no? vogliamo parlarci liberamente, col cuore in mano?
— Ma sicuro: io non domando di meglio.
— Ebbene, papà mio: ti confesso che non mi sento punto disposta a questo matrimonio, combinato così alla cieca, come se si trattasse d’estrarre un numero alla lotteria.
— La fortuna entra sempre in tutte le vicende umane.
— E se mi toccasse un numero cattivo? Per lo meno, mi pare che non si dovrebbe precipitare nulla. Non sono poi una zitellona, da correr dietro a un marito, per paura che scappi.
— In quel che dici, devo riconoscerlo, c’è molto buon senso, e potrei anche darti ragione; ma io sono vecchio e pratico di mondo, e mi domando: sotto questa tua resistenza, non ci sarebbe qualche cosa di nuovo, che mi nascondi? Vedi che anch’io sono schietto.
Bice abbassò gli occhioni cerulei, sorrise amabilmente e arrossì.
— Ah, dunque si nasconde qualche cosa al «caro papà» al «carissimo babbino mio»? Male, male: una figlia come te, non deve avere nessun sotterfugio, con un padre come sono io. Voglio dunque sapere, e bada che indovinerei, se mi celassi, in tutto o anche in parte, la verità.
— Io non rispondo nulla, — replicò Bice con tranquillità piuttosto apparente, dominando la propria emozione, — del resto, farei male a fingere, perchè so che voi…. sapete quello che vi potrei dire.
— E come lo sai?
— Perchè me lo figuro. Quando intesi che il conte Tibaldi….
— Dunque siete in corrispondenza? — gridò l’ammiraglio, battendo il pugno.
— Ma no, papà mio: non t’inquietare, perchè non c’è nulla di male. A Firenze, il conte mi fece comprendere la simpatia che gli avevo ispirato. Quando seppi dunque che era venuto a Livorno, che desiderava vederti, parlarti…. quando vidi che tu stesso andavi a fargli visita, supposi…. una cosa naturalissima….
— Non tanto naturale: quel Tibaldi, per tua regola, è un prosuntuoso, un insolente.
— Che dici mai? non è possibile….
— Possibilissimo.
— Se è quasi più timido di me: tanto riguardoso: fin troppo…. non osa dire una parola che non sia misurata.
—Ah si?… e sai che questo signore tanto misurato, che parla col metro e col decimetro, ha avuto l’audacia di dirmi in faccia…. proprio a me…. di dirmi….
— Che cosa mai?
— Che cosa? che pretende la tua mano, e che l’avrà a mio dispetto, a costo di farmi qualsiasi tiro birbone. Come? Non ti sdegni? Ci ridi anche sopra? Francamente, sono cose dell’altro mondo.
— Papà mio, ti prego di riflettere che noi consideriamo lo stesso fatto da due punti di vista, non solo diversi, ma del tutto opposti. Quello che in te produce indignazione, in me deve produrre una sensazione contraria: è naturale. Ma vuoi tu che io mi arrabbi perchè un giovane gentiluomo, assai simpatico, mi vuole tanto bene, da affrontare dei pericoli per me?
— Ma metti un po’ ch’egli volesse rapirti?
— Prima di tutto, ci dovrei essere anch’io, mi pare: eppoi, credi che per il cuore di una donna sia dispiacevole pensare che un uomo l’ama al punto da pensare di rapirla?
— Ma una signorina per bene….
— Prego, non fare sentenze sopra le signorine per bene: io credo che anche una regina non possa odiare un uomo che l’ama rispettosamente, sia pure d’umile condizione. Essere amate, non offende mai.
— Ma chi t’ha insegnato questa razza di filosofia?
— Nessuno, papà mio: è logica semplice del cuore. Ma tu stesso non sei forse come tutti gli altri? forse che tu detesti chi ti vuol bene e ami chi ti odia?
— Io, io…. Io so quello che devo fare. Se quel signorino ardisse tentare qualche sotterfugio, non ci pensare, che avrò gli occhi aperti e gli darò tali lezioni…. Quanto a te, poi, dal momento che ti vedo prevenuta in suo favore, vigilerò anche con la massima severità: ti metto intanto in consegna e, ove sia necessario, magari agli arresti di rigore.
Bice fece una risata trillante e argentina, esclamando:
— Gran Dio, anche prigioniera! bada, babbino mio, chè tu sbagli strada. Noi non possiamo essere prigioniere che dell’affetto, sotto qualunque forma. Pensa che essere carcerata, fa nascere nel cervello una sola idea: quella della liberazione.
— Saresti dunque capace di tentare una fuga?
— Eh, chi lo sa! — rispose Bice, gaiamente, — a ogni modo, non sono cose che…. si devano confidare proprio al carceriere.
— Tu prendi la faccenda in burletta, ma invece io parlo molto sul serio.
— Ne sei persuaso? a me invece pare che, pigliandola troppo sul serio, la cosa volga in burletta.
— Con me non si scherza! — gridò l’ammiraglio, alquanto sovreccitato nel sistema nervoso, — intanto, cominciamo da questo: tu non uscirai, finchè non sia giunto il capitano Liberti.
Bice continuò a ridere e, facendo la voce grossa con graziosa comicità, rispose gravemente:
— Sta bene, signor ammiraglio; vado a rinchiudermi nella mia, cella, a pane e acqua!
E scappò via, come una farfalla, attraverso il giardino, ridendo più che mai.
L’ammiraglio rimase qualche momento sopra pensiero, lisciandosi, con moto convulso, i favoriti, poi diede una crollata di spalle e mormorò tra sè:
— Il caso è ben curioso! devo fingere di pigliarmela contro una figlia che adoro: e sono costretto a fare l’orso, il leone, la tigre, verso un giovane che, in fondo, mi è molto simpatico. Ma dopo tutto, corpo d’un cannone! non mi lascio fare la barba da nessuno: e se il conte mi cimenta, non sento più nulla, e chi ne piglia son sue.
Dopo di che, l’ammiraglio uscì, non senza ripetere a Gennaro:
— Bada bene: se lasci entrare anche un gatto in casa, ti dò tante di quelle legnate che non bevi più vino per un paio d’anni.
— Non dubiti, signor padrone: non passerà nessuno, se non attraverso il corpo.
— E allora, felice notte: perchè se si presenta un fiasco di Chianti, passa subito!
V.

La prima imboscata.

A poco a poco, le dicerie, le indiscrezioni, gli eleganti bisbigli avevano destato l’interesse della colonia balneare, che grazie alle suggestioni abili e amichevoli del barone De Renzis, parteggiava tutta per il conte Tibaldi, tranne il gruppo delle due Cingoli, ragazze già un po’ mature e pruriginose, le quali naturalmente dovevano detestare un giovane che pensava di sposare un’altra. E nell’animosità istintiva spiavano tutto, cercavano di sorprendere qualche barlume di cospirazione, magari con l’intenzione pia di riferirne in tempo all’ammiraglio e sventare così gli strattagemmi dell’amore.
Ma se il conte Tibaldi era fiducioso fino alla ingenuità, Massimo era furbo e vegliava per tutti, affinchè al nemico non giungessero informazioni sopra i piani strategici. Egli aveva notato l’atteggiamento ostile delle contessine Cingoli, e anzi aveva pensato di profittarne, facendo dar loro delle informazioni false, che giungendo all’ammiraglio, avrebbero servito a disorientarlo.
Frattanto, nei circoli sfaccendati, si seppe che il conte Tibaldi, col suo inseparabile Cybeo, aveva avuto una lunga conferenza segreta, nel fumoir dell’albergo col barone De Renzis e col commendatore Bellotti-Bon e s’era anche notato che, nel separarsi, il conte aveva il viso raggiante e si stropicciava le mani, come uno studente che ne abbia fatto una delle sue. La Santacilia, un po’ più tardi, chiacchierando intimamente con le Cingoli, aveva detto:
— Ve lo dico in tutta segretezza e mi raccomando!… domani, il contino entrerà in casa Sterbini, travestito da portalettere.
Mezz’ora dopo, per mezzo dell’ostricaro, la maggiore delle Cingoli aveva spedito all’ammiraglio questo biglietto:
— In guardia! il nemico verrà domani mascherato da portalettere.
— Va bene! — pensò l’ammiraglio, — mi ci voglio divertire e fargli fare una di quelle figure!…
Ma, mentre stava a tavola, gli giunse questa lettera, che gli cagionò il più profondo stupore:

«Signor Ammiraglio!

« Non creda ch’io sia diventato pazzo: possiedo lucidamente tutte le mie facoltà mentali: e appunto nella pienezza della ragione, sento che non posso vivere, se non unisco la mia sorte a quella della signorina sua figlia. Ricorrere a mezzi fuori delle abitudini sociali, non è degno nè di me, nè di lei. Le scrivo dunque, un’ultima volta, con la massima serietà e il più deliberato proposito. Vuol concedermi la mano della mia Bice? Una risposta negativa deciderà della mia vita, che mi diventerebbe un fastidio intollerabile. Ci pensi!
«GIORGIO.»

— Ma questo davvero è matto da legare! — esclamò l’ammiraglio; e poi, dopo una breve riflessione: — ma già, di che mi preoccupo? se lo dice, è segno che non lo fa.
E per tutta risposta, non rispose nulla.
Intanto, diede le istruzioni necessarie circa il falso portalettere. Appena si fosse presentato, farlo entrare, subito, e chiuderlo per così dire in trappola, onde godere della sua confusione e magari non lasciarlo andar via senza un qualche ricordo.
Non parve vero a Gennaro d’aver una missione di tale importanza, e si piantò sul portone, con aspetto quasi feroce, come un generale che deva difendere il punto più pericoloso, la chiave di tutto il sistema strategico.
Ne passarono due, di fattorini postali, frettolosi come il solito e goccianti sudore, e Gennaro li guardò con l’occhio dell’inquisitore e con un sorriso sarcastico, che pareva dire:
— Mascherina, ti conosco!
Tale era la sua prevenzione, che guardò male e con insistenza noiosa, perfino un giovanetto, fattorino del telegrafo, che gli fece uno sberleffo, gridandogli:
— Ohe, sor baffone, m’avanzate qualche cosa?
Soltanto a ora tarda, vide inoltrarsi un postino barbuto, una faccia nuova, che con un mazzo di lettere e plichi guardava i numeri delle case e si diresse, finalmente, verso la palazzina dell’ammiraglio.
— Ecco, ci siamo! — esclamò Gennaro, con una certa commozione di visceri.
Il fattorino si fermò davanti a lui, con una tranquillità spaventosa, e domandò:
— Sta qui la signora Bice Sterbini?
— Signorina, se vi piace.
— Signorina o signora, poco m’importa! sta qui?
— Manigoldo. — pensò Gennaro, — guarda come sa fare l’indiano.
Poi soggiunse:
— Sì, caro: sta proprio qui: abbiate la compiacenza d’entrare.
Con una cortesia goffa, esagerata, quasi inchinandosi a un principe in incognito, Gennaro introdusse il portalettere nel suo stanzino, chiuse a chiave e andò a chiamare l’ammiraglio, dicendogli:
— Il sorcio è nella trappola.
L’ammiraglio si precipitò nello stanzino, facendosi a esaminare minutamente il portalettere dalla testa ai piedi, e mormorando:
— Non c’è che dire: è perfetto…. persino la camicia bagnata di sudore! ma questo è un vero artista!
Il portalettere, attonito, non capiva nulla di tutte quelle manovre singolari, e spazientito richiese:
— Ma c’è o non c’è, questa signorina Bice Sterbini?
— Avete proprio da parlare con lei personalmente?
— Che parlare d’Egitto! devo consegnare a lei, in persona, questa lettera con ricevuta di ritorno.
— Ma voi non siete il nostro fattorino solito?
— Nossignore: son quello delle raccomandate.
— E dite: l’accettereste, per vostro vantaggio, una buona raccomandazione?
Il portalettere guardò inebetito l’ammiraglio, come se gli parlasse turco.
— Andiamo, via, signor conte! non si vergogna di queste commedie?
— Signor conte! — balbettò il portalettere, — ma son dunque capitato in un manicomio?
— Si levi quella barbaccia, se non vuole che gliela strappi!
— Ohe, strapparmi la barba, poi! — gridò il portalettere interrorito e fece un salto verso l’uscio, ma trovò la via sbarrata da Gennaro, che lo guardava con occhi di gatto inferocito.
— È inutile fingere, — proseguì l’ammiraglio — vedete bene che siete scoperto.
— Ohe, a che gioco si gioca? — urlò il povero portalettere, — io chiamo le guardie. Con chi credono di aver che fare? Sono il portalettere Luigi Carrani e qui c’è una raccomandata per Bice Sterbini: se la vogliono, bene, se no, vadano all’inferno tutti quanti.
L’accento di sincerità sconcertò l’ammiraglio, che guardò Gennaro, il quale guardò l’ammiraglio senza capirci una saetta.
— Dite dunque che proprio avete da consegnare una lettera a mia figlia?
— So assai che sia o non sia sua figlia: ho da consegnare questa lettera a chi si chiama Bice Sterbini: c’è o non c’è?
— E non potete consegnarla a me, che sono suo padre?
— Il regolamento lo proibisce.
— Venite dunque di là.
Il povero portalettere, inquieto e sospettoso, guardandosi davanti e didietro, seguì l’ammiraglio nel vestibolo, dove tosto, chiamata da Lisetta, comparve la figlia.
— È lei Bice Sterbini?
— Appunto io.
— Oh, ci voleva tanto! prenda questa lettera, e mi faccia la ricevuta, qui.
— Ma dunque, — esclamò con accento desolato e stupefatto l’ammiraglio, — siete un vero portalettere?
— O quante volte gliel’ho da ridire? sa, che son già seccato!
— Scusate, galantuomo e prendete queste due lire per bere alla mia salute.
— Mancomale! — esclamò il Carrani e se ne andò, augurando la buona sera a tutti.
— Che cos’è quella lettera? — gridò l’ammiraglio a Bice, che la rigirava tra le dita.
— E che vuoi che ne sappia?
— Qua, chè voglio vedere….
— Perdona, ma se è diretta a me….
— Una ragazza non può aver segreti epistolari per suo padre: qua la lettera.
E più che prenderla, l’ammiraglio le strappò di mano la lettera, rompendone rabbiosamente i suggelli.
— Anche la violenza! — esclamò Bice, — davvero, non ti riconosco più.
Ma l’ammiraglio non la sentiva: stracciata nervosamente la busta, si trovò in mano una seconda busta, sopra cui lesse, sbalordito:
— La violazione del segreto postale è un reato punito con parecchi mesi di reclusione.
Strappò rabbiosamente anche questa seconda busta, e ne trovò una terza su cui era scritto:
— Bada chè avrai a pentirtene!
Bice rideva e l’ammiraglio, invelenito, lasciandosi scappare una bestemmia, lacerò la terza busta, e finalmente trovò un biglietto sul quale, con una calligrafia che somigliava molto a quella di Cybeo, stava scritto:
— Quando un padre è tanto indiscreto da aprire le lettere non sue, può anche fare la figura di un imbecille.
— Non c’è che dire! — mormorò l’ammiraglio, — l’ho fatta.
E per nascondere la propria confusione, si chiuse dispettosamente nel suo studio.
Scendeva, intanto, la sera e cominciava a sentirsi da lontano il fragore musicale e confuso di trombe, tamburi e gran cassa, proveniente dai casotti di meraviglie inaudite, dalle giostre e da tutte quelle baracche rumorose, che costituivano una specie di permanente festival lungo la spiaggia del mare. Ma intorno alla palazzina Sterbini, immersa in placida e completa oscurità, tutto era silenzio. Gennaro stava dietro il suo finestrino, mangiando del prosciutto per bere un bicchier di vino e bevendo un gotto di Chianti per mangiare una fetta di prosciutto, quando, nella via debolmente rischiarata, vide un lampo e sentì echeggiare due botte, secche e sinistre. Non c’era dubbio: eran colpi di revolver!
Gennaro non era un vigliacco. Anzi, una volta s’era perfino buttato in mare, per salvare un bambino. È vero che si trattava di un bimbo caduto in un metro d’acqua, ma l’atto non era meno eroico, poichè il caso era successo in inverno. Con tutto ciò, sarebbe esagerazione affermare che Gennaro fosso tipo adatto a creare un parallelo a Giovanni dalle Bande nere, che volle reggere il lume, mentre gli tagliavano la gamba. A Gennaro qualche volta era capitato di reggere il lume, ma senza farsi tagliare mai nulla.
Quando dunque sentì i due colpi di revolver, il primo e generoso moto dell’animo fu quello d’almeno affacciarsi al finestrino. Ma poi pensò:
— E se si trattasse d’un fattaccio, perchè procurarmi il disturbo d’essere citato per testimonio?
Il ragionamento gli parve viziato d’egoismo e lo temperò con quest’altro:
— E poi, devo badare alla mia consegna!
Nel mentre, il suo esercizio di logica fu interrotto da Prospero il giardiniere, che piombò nello stanzino, chiedendo:
— Hai sentito quelle due botte? che diavolo succede? andiamo a vedere….
— No, non conviene schiudere il portone….
— Dunque, dal finestrino?
— No, non conviene neppure aprire il finestrino: guardiamo piuttosto attraverso i vetri.
E così fecero. A un cantone della via, mal rischiarato da un fanale, si vedeva un certo brulichio di tre o quattro persone, attorno a una cosa nera, stesa sul marciapiede. A Prospero parve di sentire dei gemiti. Poi videro uno che s’allontanava correndo, mentre gli altri gli gridavano:
— Un medico qualsiasi: il primo che capita!
Prospero, malgrado le obiezioni di Gennaro, non potè a meno di spalancare il finestrino e allora un incognito, che passava in furia gridò a Prospero:
— Per carità; avreste dell’acqua…. una catinella…. qualche cosa?
— Ma che c’è? un ferito?
— E grave.
Prospero afferrò la sua catinella, con la brocca, e la porse attraverso il finestrino. Intanto, ritornava il primo ch’era partito, dicendo:
— Ecco ne ho trovato uno.
Un signore lo seguiva di corsa brontolando.
Avvenne un certo movimento in quel gruppo e poi tutti si curvarono a terra, accendendo parecchi cerini.
— Andiamo a dar una mano anche noi! — disse Prospero.
E uscì, seguìto da Gennaro avvicinandosi a quel capannello. Eran tutte persone vestite per bene e un di quei signori disse a Gennaro:
— Dite, brav’uomo, non avreste una poltrona?…
— Ma si potrebbe trasportare? — soggiunse un’altra voce.
— Che cosa crede il dottore?
— Qui, si lavora male: se ci fosse una camera a pianterreno…. con precauzione….
Gennaro, confuso, intontito, disse:
— Se vogliono profittare del mio stanzino, è qua a pochi passi.
Quella gente allora, spenti i cerini, sollevò da terra la cosa nera e si diresse verso la villa Sterbini. Gennaro, tuttochè confuso, raccolse da terra la concolina e la brocca e seguì il convoglio, che pareva conoscere la strada quanto lui.
Quella cosa nera, era poi un giovanotto pallido, con gli abiti tutti sconvolti e una camicia finissima, sulla quale apparivano sinistramente macchie rossiccie.
Uno di quei signori chiese al medico:
— Come le par che vada, dottore?
— Secondo me, non credo vi sia pericolo, salvo complicazioni. Ho fatto alla meglio una prima fasciatura, e per adesso non conviene rimetterci mano. Vedremo domattina.
— Ma che è stato? — chiese Gennaro, — una aggressione?
— Che aggressione! è un suicidio.
— Oh, povero giovane.
Il suicida schiuse penosamente gli occhi e domandò, con voce fievole:
— Dove sono?
— In casa dell’ammiraglio Sterbini, — rispose Prospero.
— Che combinazione! — mormorò il ferito, con un pallido sorriso, — un amico!… — Un amico del padrone ? — esclamò Gennaro, — andiamo subito a chiamarlo.
E mentre il portiere correva dall’ammiraglio, il dottore chiese al suicida:
— Come si sente adesso?
Il suicida gli volse un’occhiata di riconoscenza, rispondendo:
— Grazie; non mi sono sentito mai tanto bene.
L’ammiraglio non poteva credere alle parole di Gennaro, e masticando dei per Cristo! che fulminavano, accorse nello stanzino, dove, alla vista del conte Tibaldi, si mise a gridare:
— Ma dunque siete proprio matto, disgraziato? e volete far impazzire anche me? oh Dio santissimo e santo: che avete fatto?
— Perdonate! gemette il ferito, — ve ne avevo pure avvisato….
— Ma chi poteva mai supporre?… per mille diavoli! e ora che si fa? che si fa? — urlava l’ammiraglio, cacciandosi la mano nei capegli.
— Si calmi, signor ammiraglio! —— disse il dottore, — quel che si poteva far di meglio, già è stato fatto. Non credo che il caso sia dei più gravi, sebbene la ferita sia molto pericolosa. Per il momento il ferito ha bisogno unicamente di riposo….
— Va bene: ma intanto? animo, portiamolo di là, sul sofà dello studio mio: vi starà molto meglio.
Non aveva finito di parlare, che tutti afferrarono il ferito, e lo portarono con sollecitudine nella camera indicata dall’ammiraglio, mentre il dottore diceva:
— Spero che, tra qualche ora, lo potremo riportare al suo domicilio: anzi andrò all’ospedale, a dar ordine per una barella, chè così si eviteranno le scosse.
E senz’altro, con quella specie di freddezza che è propria della professione, il dottore se ne andò. Mentre s’avviava, uno di quei signori gli disse:
— Vengo anch’io….
— Oh, non serve! resti pure, — rispose il dottore, con sorriso indefinibile, e uscì.
Intanto il conte, con moto convulso, stringeva la mano dell’ammiraglio, dicendo:
— Perdonate…. non sapevo più quello che facessi!… e la signorina Bice?… dov’è?… potrei vederla, un momento solo?
L’ammiraglio, lì per lì, non seppe che rispondere, poi farfugliò:
— Non mi sembra conveniente…. vi pare, che nello stato in cui siete?… e poi davanti a degli estranei!… lei è tanto sensibile….
— Comprendo tutto, caro ammiraglio; ma si può salvare ogni convenienza, non è necessario dirle quel ch’è avvenuto. Fingerò di star male, d’un male qualsiasi…. E quel che le vorrei dire, poi, può essere inteso da tutti. Vi supplico! non desidero che vederla, sia pure un’ultima volta. Non potete negare questo favore supremo a uno che…. non sa se avrà un domani.
Gli astanti erano o parevano commossi, e l’ammiraglio faceva sforzi eroici per nascondere il proprio turbamento. Finalmente, alzò gli occhi e incontrò appunto quelli di Lisetta, che pareva aspettasse un ordine.
— Va un po’ a vedere, — le disse, — se mia figlia può venir qui nello studio.
Seguì un silenzio perfetto, che fu interrotto da Giorgio, il quale pregò uno di quei signori tanto amabili, che sconosciuti, di prestargli un paltoncino leggero, grigio, con cui riparare al disordine della propria toletta. In quel mentre, dall’uscio di strada, rimasto aperto, entrarono due signore, una delle quali era la Santacilia, insieme col dottor Baccelli, e fecero irruzione nello studio, con grande sorpresa dell’ammiraglio.
— Abbiamo sentito parlare di una disgrazia: è dunque vero?
L’ammiraglio, rimasto senza parole, indicò Giorgio mezzo raggomitolato sopra un divano.
— Proprio vero! — esclamò la Santacilia, congiungendo le mani, in atto di grazioso terrore, — ma guarda che pazzia! abbiamo portato con noi l’amico Baccelli, per il caso che….
— Grazie, non serve, — rispose Giorgio, — pur troppo, ho già trovato un dottore, che mi ha imposto l’esistenza.
L’onorevole Baccelli non disse nulla, guardando con curiosità e tenendo le mani sprofondate nelle saccoccie.
Lisetta aveva trovato la signorina nello chalet, mentre faceva, con miss Trollope, una gran chiacchiera in inglese, interrotta da frequenti risate.
Il musetto malizioso della cameriera assunse un’espressione intraducibile, quando disse a Bice:
— Signorina: l’ammiraglio la desidera nel suo studio, dove c’è molta gente.
Bice diede un’occhiata all’istitutrice e le disse in inglese:
— Ci siamo, vieni con me.
Nell’entrare in quella sala tanto affollata, Bice si fece rossa come una fiamma, e, istintivamente, si appoggiò al braccio di miss Trollope.
La Santacilia le corse incontro, l’abbracciò e la baciò più volte, con grande tenerezza.
Poi, tutti si ritirarono rispettosamente e discretamente in un cantone, mentre Bice, abbassando modestamente gli occhi, ma tutto vedendo, s’inoltrava verso il padre, che stava accanto a Giorgio. L’ammiraglio, in tale novità di caso e di situazione, si sentiva molto impacciato; e non sapendo come cavarsela, disse alla figlia con un’intonazione quasi gaia, che contrastava molto con la fisonomia così rannuvolata:
— Guarda chi c’è! una visita che proprio non s’aspettava…. il conte Tibaldi…. vedi? vorrebbe alzarsi, ma non può…. gli è capitato un male improvviso…. un disturbo…. un giramento di….
— Sta male veramente, signor Giorgio? — chiese Bice, con la sua vocetta d’argento.
— Stavo male e molto! — rispose Giorgio: — ma lei diffonde tanta grazia, che già mi sento meglio. È un vero prodigio! guardi: son sicuro che, se lei m’imponesse di alzarmi, lo farei e mi parrebbe d’essere perfettamente guarito.
— Non facciamo altre scioccherie! — brontolò l’ammiraglio.
— Mi perdoni di averla disturbata, — proseguì Giorgio, prendendo la mano di Bice e baciandola, — ma proprio, appunto in queste mie poco liete condizioni di salute, sentivo la necessità prepotente di vederla, non fosse che per un minuto.
— Ma io spero che ci vedremo più a lungo.
— Così spero anch’io.
— Quando sarete guarito! — brontolò l’ammiraglio, un po’ inquieto della piega del discorso.
— Suo padre — soggiunse il conte — sa quali sentimenti io abbia per lei….
— Credo di conoscerli anch’io…!
— Se potessi dunque sperare?…
Bice, arrossendo, gli strinse la mano, mormorando:
— È un peccato mortale indurre la gente in disperazione.
La Santacilia, che s’era avvicinata all’ammiraglio, gli bisbigliò:
— Ma guardi che bella coppia; è un vero peccato!
— Un matto da catena! — mugolò il vecchio crollando le spalle.
— Dunque? — chiese Giorgio, guardando Bice negli occhi.
— Dunque…. guarisca subito: e pensi che il mio cuore…. d’amica non può a meno di augurare che si avveri tutto quel che desidera!
— Ma allora, eccomi guarito! — esclamò Giorgio, e levandosi in piedi, stese la mano, ridendo, all’ammiraglio, dicendogli — Carissimo suocero, la vostra figlia adorabile ne sa più dell’onorevole Baccelli.
L’ammiraglio pareva a dirittura don Bartolo, nel momento più critico.
— Questa è un’indegnità! — balbettava, soffocato dalla bile, — una mistificazione!… e mi meraviglio che anche questi signori!…
— Papà: e la calma?
— Calma! voi ritiratevi subito, chè voglio dire il fatto mio a….
— Ammiraglio! — lo interruppe la Santacilia, — badate a non dire cose che vi farebbero torto. Se si sapesse che avreste preferito la tragedia a un lieto fine, tutta la società sarebbe contro di voi.
— E io me ne strainfischio della società! — urlò l’ammiraglio.
— E invece la società vi augura la felicissima notte! — replicò gaiamente la Santacilia, e dato il braccio a Giorgio, che guardava Bice allontanarsi, cominciò la ritirata di quella curiosa comitiva, che sfilò davanti all’ammiraglio, mezzo inebetito da simile baraonda.
Quando furono usciti, l’ammiraglio si volse attorno guardando con occhi spiritati Gennaro, che balbettò:
— Bisognerà prendere più precauzioni!
— Hai ragione, intanto…. piglia questa!
E gli consegnò un solennissimo schiaffo.
Quando i reduci dalla palazzina Sterbini, tra un sacco di ciarle e di risate, giunsero al Grand Hôtel, il commendatore Bellotti-Bon stava seduto fuori del portone, al fresco, bevendo una ghiacciata di caffè, e appena li vide, domandò:
— E così, com’è andata a finire?
— Perchè non è rimasto anche lei?
— Non era conveniente: un dottore che ha tempo da perdere, non è più verosimile. E poi, mentre si trasportava questo caro suicida… A proposito, dica la verità, conte: come ho saputo fasciarlo?
— Anche troppo bene: e se permettono vado a cancellare le traccie ancora visibili del mio suicidio.
Il conte salì nelle sue stanze e il commendatore proseguì:
— Avevo visto, da lontano, due carabinieri: e la mia paura, francamente, era che, attratti dai colpi, venissero a ficcare un naso importuno nella nostra commedia di salon.
— Con prologo in mezzo a una strada! — soggiunse il cavaliere Garzes, che gentilmente si era assunto una modesta, ma utilissima parte di comparsa, — e io, non fo per vantarmi, ho fatto a dovere la mia parte di persona caritatevole che non parla. L’ammiraglio ogni tanto mi guardava stupefatto, quasi chiedendosi: ma chi è costui? E io gli sorridevo familiarmente, quasi fossi uno di casa.
— Dunque, com’è finita? — ridomandò il commendatore.
La Santacilia ricostruì spiritosamente la scena singolare e patetica, e finito il racconto, il commendatore esclamò:
— Bellissimo risultato! non s’è conchiuso assolutamente nulla: siamo al punto di prima, mi pare.
Oh, no: per questo, s’è fatto un gran passo. Tibaldi ha saputo fare più di quel che si poteva aspettare da lui, e ora almeno si conoscono le ferme intenzioni della ragazza: vale a dire che si può tentare qualunque cosa, certi d’essere vigorosamente secondati da lei. Ora, tra una ragazza e un ammiraglio, la vittoria non può essere che della ragazza.
— Se dovessi subire un investimento, — esclamò il Garzes, — piuttosto da lei, che da lui?
— Vergogna! — lo interruppe il commendatore, — simili cose in bocca d’uno sposo morigerato! e che succederà adesso, in casa dell’ammiraglio?
— Lo sapremo più tardi, — rispose il barone De Renzis, — da Massimo, che deve ricevere un rapporto dall’ inglesina.
— Anche quella non c’è male, — mormorò il Garzes, — ha una bella prua!
— Se non la smetti, finirò per applicarti la museruola.
Giorgio, rimesso per così dire a nuovo, raggiunse la comitiva, facendo portare pasticcini, the, cognac e rinfreschi.
— Come le pare che me l’abbia cavata? — chiese al commendatore.
— Piuttosto benino: come un discreto filodrammatico: le manca il possesso di scena.
— Nonchè quello di Bice! — esclamò la Santacilia.
— Procuri di acquistare il primo e avrà anche l’altro; perchè verremo alle scene più grosse.
— Ecco il signor Cybeo.
— Ebbene? che notizie? — chiese il conte Massimo.
— Ecco il foglio che è cascato da una finestra, oscuro, laconico, ma consolante.
E lesse:
«L’ammiraglio sta chiuso; non parla con nessuno; tutto tranquillo; soltanto temesi imminente venuta Liberti; sarebbe grave complicazione; agite, seconderemo.»
— E non c’è altro?
Massimo arrossi:
— Ancora due parole in inglese, ma non ti riguardano.
— Ho capito; sono tuoi speciali studi di lingua. Questo Liberti, dunque?…
— A proposito, — s’affrettò a dire il barone, — ho parlato stasera col comandante Cottrau e mi ha detto che il legno deve giungere a Napoli, sicuramente, tra un giorno o due, e fors’anche più presto.
— Che il diavolo se lo porti.
— Sarebbe davvero una complicazione spaventevole.
— Il mio parere sarebbe questo, — disse il Bellotti-Bon, — anticipare l’arrivo del capitano Liberti.
— Non capisco.
— Capisco io! — esclamò il barone, — egli ha ragione; dal momento che l’ammiraglio non sa più come sia fatto, perchè non presentargli un falso Liberti?
— Piano: ma qui si va addirittura sui margini del codice penale.
— Ma che! la stagione balneare è il carnevale estivo, e tutto è permesso. In ogni caso, garantisco io, sono membro della commissione del bilancio e amico intimo del guardasigilli.
— Non si tratta del guardasigilli; piuttosto del questore! — fece Massimo.
— Anche il questore è un amico e per giunta con fantasia di romanziere; è il commendator Serrao; dove occorra, me lo combino io.
— Tutto sta bene, ma veniamo al difficile: chi può essere capace di simulare un capitano Liberti?
— Massimo, per esempio: con un po’ di truccatura, se ne farebbe un tipo di marinaio perfetto.
— Per me, ci starei; ma non è possibile; sarei riconosciuto da quella stregaccia della governante.
— In tal caso, dove pescarlo?
Bellotti-Bon, sorridendo sotto i baffi, soggiunse:
— Non c’è che uno, capace di sostener bene la parte: l’amico Garzes….
— Io? ma che?
— Oseresti ribellarti alla suprema autorità del capocomico? È vero ch’egli sarebbe un individuo pericoloso: possiede appunto una magnifica uniforme di capitano di vascello; e quando se la mette, v’assicuro io, è irresistibile.
— Me lo ricordo, infatti! — esclamò la Santacilia, — le va proprio a perfezione.
Il cavalier Garzes parve molto lusingato di tale ricordo, ma oppose ancora qualche resistenza.
Il commendatore ne combattè vittoriosamente tutte le obiezioni: quindi espose un piano così brillante, che l’uditorio fu elettrizzato d’entusiasmo, e tra le acclamazioni unanimi fu strappato il consenso al Garzes, il quale conchiuse:
— Badiamo: se la ragazza poi volesse sposare me, io non garantisco di nulla.
— Sciagurato! vuoi dunque impiantare la setta dei mormoni?
La comitiva dei congiurati, presi i debiti accordi, si separò verso la mezzanotte, dicendo in coro:
— A domani.
La simulazione del suicidio fu il gran fatto della rotonda, il giorno appresso, e il chiacchiericcio infinito, dalle più alte sfere aristocratiche, scese fino al mondo ignoto dei bagnini e dei camerieri di caffè, dell’ostricaro e di quel cupo venditore di coralli, che sembra un tiranno in permesso. Tenebrone, dopo aver ascoltato il cicaleccio delle bagnine, pronunciò una delle sue più solenni sentenze.
— Se Teresina vuole, non c’è Dio che tenga!
Verso il meriggio, le due Cingoli, che quel giorno parevano morsicate dalla tarantola, sparsero una gran notizia, dolenti solo di non poter affiggere un manifesto:
— Questi scandali ridicoli, la Dio grazia, sarebbero finiti! L’ammiraglio aveva ricevuto da Roma un dispaccio che gli annunciava essere in viaggio il capitano Liberti, il quale sarebbe giunto col treno delle quattro.
Per curiosa combinazione, anche il capitano Liberti sarebbe sceso al Grand Hôtel.
E le Cingoli aggiungevano:
— Noi lo conosciamo benissimo, questo Liberti: è un giovane che non si lascia far la barba da nessuno. Figuratevi, che ha già avuto dieci o dodici duelli: mentre quel cosino di Tibaldi non ha certamente l’aspetto di un eroe. Vedrete che piano, piano, dopo tanto chiasso indecente, fa le sue valigie e si squaglia, come niente fosse. E così, sparirà pure quell’antipatico di suo segretario, un ineducato che manda il fumo in faccia e guarda fisso, con un’insolenza proprio da schiaffi.
La curiosità divenne così acuta, che parecchi sfaccendati, tra cui alcune signore, andarono alla stazione, a presenziare l’arrivo del capitano Liberti.
Con quel treno arrivò un visibilio di gente, essendo il treno del sabato, il cosidetto treno dei mariti, istituzione puntuale e bonaria che, ogni settimana, produce, per almeno ventiquattr’ore, dei singolari cambiamenti a vista, con largo pascolo della malignità. Anche le Cingoli erano alla stazione e facevano centro del gruppo dei curiosi, per essersi vantate di conoscere il capitano Liberti.
Per quanto guardassero, non si vide nessuna uniforme d’ufficiali di marina.
— È naturale! — dissero le Cingoli, — gli ufficiali di marina viaggiano sempre in borghese: tanto più poi il capitano Liberti, che sta in permesso.
— Ma, insomma, c’è o non c’è?
— E che volete distinguere, in questa confusione?
— Andiamo allora a far la posta presso l’omnibus dell’albergo.
— E se fosse andato in carrozzella?
— Proviamo intanto: ma come mai l’ammiraglio non è venuto alla stazione?
— Dite per burletta? e vi par possibile che un ammiraglio vada a ricevere un capitano? lo aspetterà in casa sua.
— Anche un genero è dunque sottoposto alla gerarchia?
— Si sa: lui più d’un altro.
Il gruppo dei curiosi uscì all’aperto, ispezionando l’omnibus del Grand Hôtel. Anche lì, nessuna traccia d’uniforme. Erano saliti in quell’arca di Noè cinque o sei viaggiatori di vario sesso, e tra gli altri, seduto in un cantone, c’era un giovanotto bruno, abbronzato, con la barba nera, che attirò maggiormente la curiosità delle Cingoli. La maggiore bisbigliò all’orecchio della sorella:
— Che ti pare? non può essere che quello.
— Così sembra anche a me: gli altri non presentano analogia con l’individuo.
— Che ho da dire: sarà quello!
E raggiunta la comitiva dei curiosi, la Cingoli disse con franchezza:
— Vedete quel pezzo di giovanotto nel cantone? è lui il capitano Liberti.
— Ha infatti il viso d’un uomo che non ischerza.
VI.

Il caro genero.

Il giovane alto e bruno, segnalato dalle Cingoli, giunto all’albergo, diede la sua carta di visita. Era infatti un ufficiale di marina, ma non aveva nulla di comune col capitano Liberti: era invece il tenente Settembrini, aiutante di bandiera del ministro. Le Cingoli avevano mandato Tenebrone all’albergo, per informazione, ma allo scopo d’evitare pettegolezzi, l’istruzione era stata questa, assai generica:
— Domanderai al portiere se sia giunto un capitano di vascello.
E Tenebrone era ritornato con questa risposta:
— Il portiere non sa se sia un capitano: ma è arrivato uno alto, bruno, ch’è ufficiale di marina.
— Abbiamo indovinato! — esclamarono le Cingoli, — era proprio lui.
Mezz’ora dopo, mentre stavano curiosando davanti al bazar giapponese, videro uscire dall’albergo un legno col soffietto alzato, ma un certo scintillìo di bottoni e di filetti dorati non lasciava nessun dubbio. E tosto andarono nei crocchi delle conoscenti a partecipare la fausta novella.
— Il capitano, in uniforme di parata, era andato a casa dell’ammiraglio.
Proprio così. Sebbene la palazzina fosse a pochi passi di distanza, il capitano Liberti aveva avuto l’idea alquanto originale di andare in legno e oh quanto volentieri vi sarebbe andato in vettura cellulare!… A ogni modo, quando la carrozzella si fermò, il capitano disse fra sè:
— Il dado è tratto: e ora vediamo di non far la figura dell’imbecille.
Scese dalla vettura e disse a Gennaro, che stava con saluto tra il civile e il militare, sul portone:
— Annunziate all’ammiraglio il capit…,
— Lo so, eccellenza; è aspettato; entri pure; l’ammiraglio è nel salotto, su al primo piano.
Mario, che ossequioso aspettava nel vestibolo, fece un grande inchino, e precedette, per annunciarlo, il suo futuro padrone.
Dire che il cavaliere Francesco Garzes, nello ascendere le scale, fosse tranquillo e sicuro di sè, come quando aveva da recitare la Fiammeggiante, sarebbe una menzogna: ma, dopo tutto, questa finzione molto arrischiata sorrideva alla sua fantasia di commediografo, e inoltre il pensare che tante gentili dame seguivano con interesse la sua impresa, gli dava un coraggio da leone.
Quanto all’esteriore, addirittura era incensurabile, e se l’avesse veduto Bice, in quell’uniforme attillata, elegantissima, non avrebbe potuto a meno d’esclamare:
— Non è quel che credevo! ha ragione papà: è uno degli ufficiali più distinti e simpatici.
Quando il domestico alzò la portiera del salotto, il capitano, chiamiamolo così, ebbe ancora un momento d’esitazione: ma poi si precipitò audacemente nelle braccia aperte dell’ammiraglio, che gli gridò:
— Qua, figliuolo mio, un bell’abbraccio: è la provvidenza che vi manda!
— Perdonate, ammiraglio, ma io non credo alla divina provvidenza!
L’ammiraglio, incerto se fosse uno scherzo, guardò con una certa meraviglia il capitano.
— Possibile, — disse poi, — che un uomo di mare….
— Già, prima di tutto, — proseguì il capitano, con accento freddo e sarcastico, — io sono pochissimo uomo di mare.
— Come mai tale cambiamento? Quando eravate appena alto così, non amavate che il mare, e i vostri giocattoli, me lo ricordo benissimo, erano barche e barchette.
— L’uomo serio deve cambiare per forza: guardate, vi pare che abbia lo stesso fisico di quando mi avete conosciuto?
— Questo è vero: sto per dire, anzi, che non ne resta traccia: avete persino un naso aquilino, mentre allora avevate un nasino all’insù, che mi faceva tanto ridere.
— Così è la vita: quando l’uomo si sente il naso all’ingiù, non desta più nessuna ilarità.
— Con tutto questo, qualche cosa c’è: gli occhi sono sempre quelli, neri e vivaci; curiosa! i capegli si sono fatti morati e lisci, mentre erano castano chiari e crespi. E poi, mi ero figurato che sareste diventato più alto di statura, come il padre vostro….
— Eh, c’è purtroppo la legge della degenerazione!
— E n’è una prova anche questa vostra curiosa ripugnanza per il mare.
— Intendiamoci: io amo il mare, ma quando sto a terra: già, ho un temperamento fatto così, desidero tutte le cose che non ho: mi piacciono tutti i posti dove non sono. Il mio umore è assai fantastico….
— E che cosa ci può essere per la fantasia di più confacente del mare?
— Vedo le cose in altra maniera: quando sono in viaggio, come ora sulla Cariddi, quell’eterno cielo, quelle solite stelle e quelle vecchie nuvole, mi pesano sopra, con monotonia infinita e m’infondono un’uggia mortale. Il firmamento è stupendo, non dico il contrario, ma preferisco una partita di tresette col morto.
— Me ne spiace sinceramente per voi, tanto più che io detesto il giuoco del tresette.
— Ma non è necessario che abbiamo gli stessi gusti: la diversità di carattere è una garanzia sicura d’amicizia. Due persone che abbiano le stesse tendenze e che la pensino allo stesso modo, non hanno nulla da dirsi e devono annoiarsi mortalmente.
— Pure, per vivere insieme, occorre una certa omogeneità!…
— Ma noi, — esclamò il capitano schiettamente, — non siamo destinati a vivere insieme!
— Scusate, ma allora non ci siamo spiegati bene nelle nostre lettere?
— Lasciamo andare le lettere! — soggiunse il capitano con vivacità, — per iscritto, è difficile intendersi. Si dice più in quattro parole che in cento epistole.
— Vi par possibile che io mi possa dividere da mia figlia? non ho altro al mondo.
— D’accordo: ma d’altra parte, io sono contrario, in massima, all’istituzione del matrimonio: non ammetto poi che sia complicato da una suocera.
— Ah, questa poi è grossa! forse che io sono una suocera?
— Quando, dei genitori, uno solo resta, diventa sempre una suocera. Ne volete una prova? Voi cominciate a contrariarmi. Ecco dunque che ufficialmente già entrate nelle funzioni di suocera.
— Ma sapete, per non dir di peggio, che siete un bell’originale?
— Sembra originale sempre l’uomo che si conduce secondo verità.
— La verità è ch’io casco dalle nuvole: m’ero figurato una cosa tutta diversa.
— Meglio dunque che sappiate come sono realmente.
— V’ingannerei se vi dicessi che vi preferisco all’ideale che avevo in testa.
— Sta bene: ma non potrete accusarmi mai di avervi illuso.
— Qui avete ragione: e anch’io preferisco la sincerità: non vi nascondo, però, che a parer mio abusate persino un po’ troppo di sincerità: e a mia volta, a titolo di ricambio, vi dirò che mia figlia faceva qualche difficoltà, e non so se i vostri modi sian tali da renderla più favorevole.
— Non importa! — esclamò sfrontatamente il capitano, — sposare vostra figlia o un’altra, per me, francamente, è lo stesso. Chiunque diventi la mia compagna, purchè mi lasci fare il comodo mio, può essere sicura di non seccarsi: perchè io non intendo il matrimonio in altra maniera: libero io, libera lei.
— Ahi, ahi, mi sembrate disposto a prendervi…. troppe libertà!
— Ma scusate, io sono giovane e ricco. Prendendo moglie, naturalmente, intendo lasciare la carriera….
— Ah, questo poi!…
— E che pretendereste che portassi la moglie a consumar la luna di miele nella cuccetta? Vostra figlia ha una bella dote. Saremo dunque alla testa di quarantamila lire di rendita: quel che basta, appunto, per viaggiare in lungo e in largo, godere il mondo, la vita, sotto tutte le forme.
— E io?
— Non dubitate: vi manderemo una lettera la settimana e un dispaccio tutti i giorni.
— Ma siete matto? ho tutto disposto per costituire qui una famiglia, secondo i miei gusti, adatta alla condizione mia, e voi, tutto in un momento, vorreste buttare all’aria tutto quanto, e gettare mia figlia in una vita zingaresca?
— Che le piacerà moltissimo, ne sono certo. Conoscete voi i suoi gusti?
— L’ho fatta io, anima e corpo.
— La solita illusione di tutti i genitori, che si scordano perfino d’essere stati giovani, e suppongono che la prole pensi con tutte le riflessioni della maturità.
L’ammiraglio represse un sagrato, che stava per esplodere e disse, con rabbia concentrata:
— Del resto, caro mio capitano….
— Prego: datemi del capitano meno che sia possibile!
— Dicevo che, del resto, potrete facilmente verificare se Bice la pensi come la penso io. Non avete che a interrogarla, e sarebbe tempo, mi pare: perchè mi fa qualche meraviglia che non abbiate ancora chiesto di vederla.
— Oh, avremo tanto tempo per vederci! ma sia pure fatto come volete: vedrò la signorina con moltissimo piacere.
— Meno male, perdiobacco! — ruggì l’ammiraglio e sonò il campanello.
Comparve Mario.
L’ammiraglio, con voce corrucciata, quasi comandasse una manovra in momento di burrasca, gli ordinò:
— Cerca Lisetta e dille che vada a chiamare la signorina: porta qualche cosa da bere: capitano, che cosa desiderate? una tazza di thè freddo e un bicchierino di cognac?
— A piacere vostro, ammiraglio: preferirei…. un bicchierino di thè e una tazza di cognac.
L’ammiraglio gli lanciò un’occhiata di traverso, che pareva piuttosto una tazza d’arsenico, mentre Mario usciva, per tornare poco appresso, con un vassoio d’argento, col servizio del thè, e una bottiglia di cognac nazionale.
Il capitano guardò l’etichetta, e chiese, facendo le boccacce:
— E chi mai vi fornisce di queste porcherie?
— Queste porcherie, — rispose fremendo l’ammiraglio, — sono vera acquavite di vino invecchiata: mentre il vostro famoso Boulestin, non è altro che distillazione di rape, di barbabietole, di scarpe vecchie e che so io. Io non bevo altro che cognac del mio paese.
— Vi compiango, ma non ho il coraggio di imitarvi.
— Oh, sapete che vi voglio dire? che vi compiango anch’io.
— Compiangetemi pure, ma risparmiatemi il patrio cognac. Non avete del rhum della Giamaica? del rhum testa di moro?
L’ammiraglio ebbe uno slancio, che pareva dire chiaramente: — Ti darei del rhum testa di cavolo! — ma invece premette furiosamente sul campanello. Mario ricomparve.
— C’è del rhum in casa?
Mario, arrossendo, rispose:
— Ne ho mezza bottiglia io, signor ammiraglio.
— Contentiamoci — esclamò il capitano — della tua mezza bottiglia.
Mario andò a prenderla.
L’ammiraglio rimase un momento in silenzio, poi facendo uno sforzo visibile, disse al finto capitano:
— Parliamoci chiaro, carissimo signor Liberti: voi avete delle maniere…. come ho da dire?… un po’ troppo francone. Possono piacere a me, possono essere adatte in un club, ma ora avrete a che fare con una fanciulla assai delicata, che appena da pochi giorni è uscita di collegio, dove ha ricevuto un’educazione rigida e piena di riguardi. Non so se mi spiego!…
Il capitano fece una risataccia clamorosa e rispose:
— Ammiraglio, voi tutto mi potete insegnare, tranne che le donne. Ne ho conosciute di tutti i generi e so il modo che conviene a una monaca e quello che è preferito da una duchessa. So stare nel salotto, come nell’educandato: so vivere a Corte e nel boudoir della donna galante. Sono arrivato anche alla donna selvaggia. In Africa, ho avuto fino a otto donne, tutte negre, bellissime, una più bella dell’altra….
— Vi prego di non vantarvene, almeno davanti a mia figlia.
— Credete che le dispiacerebbe? vi sbagliate: son sicuro che a lei non importa nulla di re Menelicche, mentre s’interesserebbe assai sulle donne di quei paesi. Il mondo, adesso, è fatto così: l’uomo non si occupa che della donna: la donna non s’interessa che del proprio sesso. Siamo in un periodo di femminilite morbosa.
— Dunque, birbaccione che siete, otto in una volta?
— Vedete? anche voi, alla vostra età, non vi interessate che delle donne. Sì, caro suocero: tutte magnifiche statue d’ebano, e la più vecchia non aveva che sedici anni. È vero che in quei paesi, a vent’anni sono già meritevoli di collocamento a riposo.
— E amano i bianchi?
— Sul principio, provano una certa ripugnanza istintiva: ci credono uomini senza pelle: ma, una volta superato tale pregiudizio, s’affezionano anche troppo: ma non è amore, è una specie di sommessione devota: è inutile, sono nate per la schiavitù!
— Proprio il contrario delle donne bianche.
— A nostra volta, poi, è necessario abituarci all’odore di quelle creature, che da principio pare nauseabondo, come quel tanfo che si sente la domenica, nelle chiesette di villaggio, quando son piene di contadini d’ambo i sessi.
— E da che dipende?
— Dal clima, dal genere di teletta, e sopratutto dalla ignoranza completa delle nostre norme di pulizia. L’acqua la conoscono di vista, ma il sapone è una rarità totalmente sconosciuta.
— Oh, diavolo!
— Proprio così. Una tra le altre, un’amore di ragazza, la piccola Aissa, mi piaceva assai e aveva delle tendenze alla civiltà. Una mattina le consegnai un bel pezzo di sapone Windsor e le dissi: senti, se veramente mi vuoi bene, adopera questo e mi farai felice. Più tardi, quando rientrai, ella mi abbracciò, esclamando: Sono felice anch’io, mi hai dato una cosa veramente squisita!
— S’era pulita?
— No…. se lo aveva mangiato!
L’ammiraglio, quasi dimentico della situazione, fece una risata sonora, mentre il capitano buttava giù, un dopo l’altro, due bicchierini di rhum.
Mario annunciò:
— La signorina.
— Mi raccomando, — disse l’ammiraglio, — niente Aissa, almeno, e niente sapone Windsor!
Bice entrò, con semplicità dignitosa, fermandosi a una certa distanza dal fidanzato, e guardandolo con la coda dell’occhio.
— Figlia mia, — disse l’ammiraglio con un accento che tradiva una certa tal quale preoccupazione, — ecco il momento che abbiamo tanto desiderato; ti presento il capitano Ezio Liberti, che dobbiamo considerare ormai come uno di famiglia.
— Non ancora! — interruppe il capitano, inchinandosi.
E Bice, con ingenuità e voce incantevole:
— Stavo per dire lo stesso anch’io….
— Corbezzoli! — brontolò tra i denti l’ammiraglio, — si comincia bene.
— Io non intendo, — proseguì il capitano imperturbabile, — intrufolarmi in questa casa come un incomodo o un intruso….
— Ma che dite? dopo quello che mi avete scritto!…
— Prego: lasciamo andare lo scritto. Io detesto sopratutto gli equivoci. La signorina non mi conosce: io non conosco lei. E non possiamo conoscerci che per via della completa sincerità. E per cominciare dal principio, io domanderò francamente alla signorina: le pare che avrà simpatia per me, oppure il suo cuore è già prevenuto in favore di qualcun altro?
— Ah, perdiosanto! — scoppiò l’ammiraglio, — questa non me l’aspettavo!
Bice sorrise finemente e rispose, con pacata dolcezza:
— La domanda sua, perdoni, mi pare un po’ indiscreta e anche, scusi la franchezza, alquanto inabile. I cuori delle fanciulle non sono un soggetto da interrogatorio: conviene spiarli, conquistarli, o…. rispettarli!
— Benissimo! — esclamò l’ammiraglio che, per dire la verità, non ci aveva capito una saetta.
— Signorina, — replicò il capitano, — lei mi ha dato, non c’è che dire, una lezioncina molto squisita: ma io non sono qui per fare un corso di psicologia!… — soggiunse, versandosi un terzo bicchierino di rhum, e a un tratto: — Signorina, mi permette di offrirle?…
— Ma, capitano! — disse l’ammiraglio, con accento desolato, — voi sareste capace d’offrirle a dirittura mezzo litro di grappa.
— Scusate: credevo che in casa vostra ci fosse l’abitudine delle bevande alcooliche.
— Ma guarda, questo mascalzone! — pensò l’ammiraglio, — o dove crede di essere? in un’osteria?
— Berrò io, alle vostre grazie! — proseguì tranquillamente il capitano, mandando giù il rhum come fosse acqua, sebbene la lingua cominciasse a farsi un po’ grossa, e soggiunse: — Così che, dicevamo, il vostro cuore è perfettamente libero?…
— Finiamola una volta, con questo cuore! — lo interruppe l’ammiraglio, — e anche con queste domande curiose: mi fate l’effetto di uno che vada cercando un quartiere da affittare. Parliamo pure praticamente, se così vi piace, ma non divaghiamo. Mia figlia, ve lo scrissi, non ha preoccupazioni, nè impegni. Sa che siete un giovane di onore….
— Sta bene, — interruppe Bice, a sua volta, — ma, poichè il capitano insiste tanto sull’argomento, mi pare che potrei rivolgere anche a lui la domanda che pretenderebbe fare a me: è libero il suo cuore?
— Rispondo subito: il mio cuore, se non divento un imbecille, sarà sempre libero. Io devo essere un marito, non un amante: la quistione del cuore è dunque estranea alla faccenda del matrimonio. Si tratta di concludere una specie di società….
— Faccenda!… società!… —brontolò l’ammiraglio, — ma che razza di linguaggio!…
Il capitano fece finta di non sentire e continuò:
— Io porto, in questa società un bel fondo di salute, di quattrini e di buon umore! — e si versò, ridendo, ancora un bicchierino di rhum — e dico eccomi qua, un bravo giovane, che non vuol seccature e non vuol darne, non sa offrire passioni patetiche, ma una compagnia piacevole: non domanda sentimentalismi, ma cordialità. Per questo genere di vita, che si dovrebbe svolgere nella massima libertà, è necessario che sappia, perchè mi sembra un punto essenziale, se il cuore della signorina sia disposto a godere di tutta questa libertà. Se mi prendesse per forza, sarebbe l’infelicità di tutti e due.
— Ma come volete che….
— Scusate, ammiraglio, ma già ve l’ho detto: tutto potete insegnarmi, tranne la conoscenza della donna….
— Oh, andate al diavolo!
— Il capitano ha ragione; — si affrettò a dir Bice, vedendo che il papà stava per uscir dai gangheri; — e io lo voglio ricambiare della medesima sincerità. Siete voi il mio ideale? No.
— Dunque, c’è un altro ideale?
— Mi siete antipatico? Neppure. Il mio temperamento può andare d’accordo col vostro? Può essere, ma suppongo il contrario. Ci conosciamo ben poco finora: ma quel poco già basta per provare che vediamo la vita in un modo diverso.
— Non occorre dilungarci in divagazioni metafisiche! — disse il capitano.
L’ammiraglio spalancava tanto d’occhi, mormorando:
— Parola d’onore, mi par d’essere al manicomio!
— Signorina, limitiamoci al primo argomento voi avete implicitamente confessato che il vostro cuore non è libero del tutto, e tal confessione confermerebbe certe informazioni che ho ricevute da persona amica….
— Non facciamo pettegolezzi, non facciamo chiacchiere! — gridò l’ammiraglio, che presentiva un brutto avviamento del discorso.
— Non sono chiacchiere, — ribattè il capitano, — si tratta di cose abbastanza serie: non posso nascondere che ho inteso parlare d’un certo conte….
— È un matto qualsiasi, senza nessuna importanza.
— L’importanza dipende da quel che ne pensa la signorina.
Bice non rispose.
— E il vostro silenzio, — aggiunse il capitano, — è più eloquente di qualsiasi risposta.
— Ma se non ci pensa neppure!
— Lo dite voi! ella intanto continua a tacere e chi tace….
— Non dice niente.
— Dice anche troppo.
La conversazione scabrosa, con aumento di pericoli perchè il capitano proseguiva a sorseggiare del rhum, fu interrotta da Mario, che parlò sottovoce all’ammiraglio, il quale fece un motto di viva impazienza, gridando:
— Eh, perdio, chiamate i carabinieri! Mario rimase lì, tonto e confuso.
— Ma che c’è? che c’è? — chiese il capitano.
— Non è niente; — rispose l’ammiraglio, ruggendo; — per cento diavoli! vogliono farmi perdere la testa; ma a momenti, ne fo qualcuna delle mie.
— Papà mio! — esclamò Bice: — che succede?
— Sono arcistufo! — urlò l’ammiraglio, facendosi scarlatto; non posso più sopportare queste scene di quell’altro pazzo da catena!
— Il conte?
— Sì, sì; il contino del cavolo! io non so chi mi tenga….
— Vedete dunque, — soggiunse con flemma atroce il capitano, — che appunto ci troviamo in mezzo a chi sa quali pasticci.
— Ma che pasticci d’Egitto! è un imbecille che mi crea una quantità di noie, e adesso vorrebbe provocarvi….
— Provocar me?
— Già: è giù che passeggia: ha chiesto a Gennaro se siete in casa, se siete uscito…. con accento minaccioso…. — proseguì l’ammiraglio, strepitando, fuori di sè e passeggiando su e giù: poi si accostò alla finestra e urlò: — Eccolo là, eccolo là, quella faccia di gesuita, di seminarista!
Il capitano si accostò anch’egli alla finestra e vide il conte Tibaldi che stava presso la cantonata, mulinando un bastoncino, e voltando spesso la testa con molta nervosità.
— E quel bellimbusto, — esclamò il capitano, — ce l’ avrebbe con me? vado a dargli subito una buona lezione! — e fece per avviarsi.
L’ammiraglio lo fermò:
— Non facciamo complicazioni; penso io a sbrigare questa faccenda.
— Piano un momento. Non sono un ragazzino e non voglio far la figura d’un vigliacco che si nasconda dietro le falde di papà. Se voi faceste un passo solo, sarei disonorato in faccia alla società!
L’ammiraglio rimase immobile e disarmato dalla logica cavalleresca del capitano.
Alla fine, l’ammiraglio grattandosi furiosamente la nuca:
— Fate un po’ quel che volete: io me ne lavo le mani. Soltanto, raccomando una cosa: pensate che c’è di mezzo il buon nome d’una ragazza e fate meno scandalo che sia possibile.
— Non dubiti, e neppur lei, signorina, s’impensierisca, — concluse il capitano, — e stia certa che non avrà la più piccola noia.
E congedatosi rispettosamente, il finto capitano uscì, mentre il vecchio Sterbini ammirava, stupefatto, la straordinaria placida calma della figlia, dicendo entro di sè:
— Quella meritava di essere un uomo.
Poi, seguito da lei, corse alla finestra, per vedere almeno che cosa fosse per succedere tra quei due, ch’egli già battezzava così:
— Il matto e il cichettaro.
L’ammiraglio si provò ad allontanare Bice, ma ella, sempre conservando l’invidiabile tranquillità, disse al padre:
— Lasciami vedere: la cosa mi diverte: sono sicura che il conte saprà mettere a posto quel tuo capitano, che adori…. non si sa perchè.
— Io l’adoro! — esclamò vivamente l’ammiraglio e stava per aggiungere una parolaccia molto espressiva, quando la scena, che si svolgeva nella via, attirò tutta la sua attenzione.
Come in certe scene mimiche, che si vedono a teatro, come in certe storielle senza parole che compaiono sui Fliegende Blätter, non era necessario udire, bastava vedere i due personaggi, per capire, anche nei minimi dettagli, quel che passava tra loro.
Il capitano, uscendo dalla palazzina, con tutta l’apparenza decorosa d’un dignitoso sangue freddo, accese una sigaretta e si mise a fumare con grande energia, mandando fuori larghe spirali di fumo bianco come una vaporiera al momento della partenza. Non mancava che il fischio.
Con passi lenti e quadrati, quasi fosse il padrone della strada, il capitano si avviò verso il punto dove stava il conte, che aveva cominciato a fissarlo, con insistenza provocatrice e insolente.
Il capitano, aspirando sempre più fortemente la sigaretta, passò davanti a lui, mentre il conte, con fare ironico, si batteva il bastoncino sui polpacci. A un tratto, il capitano si fermò e, con un movimento assai brusco, buttò a terra la sigaretta, guardando fisso il conte Tibaldi.
— Ci siamo! — mormorò l’ammiraglio, — ecco la provocazione.
E guardò con maggiore intensità, come se potesse raccogliere le parole provocanti dei due rivali.
Ma fortunatamente non giunsero fino a lui, se no, avrebbe inteso il cavalier Francesco Garzes dire, con cipiglio molto arrogante, al conte Tibaldi:
— Faccia un viso più brusco, perchè il vecchio sicuramente sta alla finestra, e magari mi minacci con la mazza.
Il conte fece uno sforzo veramente eroico per frenare una risata, e rigirò tra le dita il bastoncino procurando di darsi un aspetto insolente.
— Ecco, vedi? — bisbigliò l’ammiraglio, fremendo, alla figlia, — mi pare di sentirli: perchè mi guarda lei? mi avanza qualche cosa?… guardo come mi pare!… e io non amo di essere guardato in quel modo!… se la prenda come crede!… vedi?… si arriva al momento dello schiaffo!
E a occhio, veramente pareva che la scena si svolgesse appunto così come si andava sviluppando nella fantasia dell’ammiraglio. Il finto capitano aveva fatto un gesto stupendo, pieno di disprezzo, mentre diceva sottovoce al conte:
— Chi deve fingere di dare lo schiaffo? io o lei?
— Guarda, — diceva intanto l’ammiraglio, — come il capitano si avvicina al conte! pare che se lo voglia mangiare con gli occhi.
Bice, sorridendo nella penombra, seguiva la scena con infantile curiosità.
— Ecco, ci siamo! — gridò l’ammiraglio.
Infatti, i due si erano messi d’accordo, e il capitano, con un gesto pieno di grazia e d’energia, degno di un tenore di cartello, aveva alzato il braccio destro ripiegato, ma pronto a stendersi: senonchè il conte, con fermezza dignitosa, lo aveva fermato a tempo debito.
— Patatrac! — esclamò l’ammiraglio, — l’affare è combinato: ecco che si scambiano le carte di visita: figuriamoci adesso le dicerie della città!
I due avversari si separarono, movendo per direzioni opposte, ma se l’ammiraglio avesse potuto seguirli con lo sguardo, li avrebbe visti unirsi cordialmente a braccetto davanti alla trattoria dei Cavalleggeri dove entrarono e si misero a sedere sotto le acacie odorose, ordinando un solenne caciucco.
— Veramente, — esclamava il cavaliere Garzes, — farei meglio d’andare a spogliarmi di questa uniforme, chè non mi avesse a succedere qualche guaio.
— Ma lei scherza! non le può succedere nulla, poichè la sua trasformazione è perfetta: io guardo con ammirazione quella barbetta nera, che so finta, mentre pure non saprei indovinare come se l’abbia messa.
— Le confesso che mi ha dato non poca noia: con tutto il mio sangue freddo sudavo molto davanti a quel diavolo d’ammiraglio e avevo paura che, da un momento all’altro, mi si staccasse.
— E Bice?
— Mi guardava con curiosità e temevo che, ogni tanto, scoppiasse in una risata. Io, poi, ero costretto a figurarmi d’essere proprio sulla scena davanti al pubblico, se no, sarei morto dalle risa. Le assicuro che mentre raccontavo le mie avventure d’Africa, ero proprio impagabile.
— Me lo figuro: e adesso vediamo di combinare il resto. Massimo sostiene che l’ammiraglio si arrenderà per evitare uno scandalo.
— Non credo: quell’uomo è un pesce cane. Egli già s’immagina che ci troviamo uno di fronte all’altro, in procinto di farci dei buchi nelle parti più sensibili.
— Oh, ecco Massimo: sentiamo che cosa ne pensi.
Massimo, prima di tutto, cominciò a servirsi largamente del caciucco, che giungeva allora in tavola, e poi manifestò il suo concetto.
Bisognava far sapere all’ammiraglio che il duello era alla pistola, a venticinque passi, con facoltà d’inoltrarsi fino alla barriera di cinque passi, tirando fino a che uno dei due avversari non cadesse sul terreno.
— Se non è un cannibale, — concluse, — vorrà certamente evitare questo spaventoso macello.
— Chi sa in che ansie già si trova, a quest’ora!
L’ammiraglio, in vero, proprio in quel momento si trovava in preda a un’agitazione straordinaria, ma per una causa ben diversa da quella che supponevano i mangiatori di caciucco. In quel momento l’ammiraglio aveva ricevuto questo dispaccio da Napoli:

«Sbarco adesso: la mattina di domani l’altro, col primo treno arriverò a Livorno. Auguri e saluti.
«LIBERTI.»
VII.

Il sarto della sarta.

La sera, sulla rotonda di Pancaldi, era gran febbre di curiosità.
— Dunque, il capitano Liberti?
Ma coloro che sapevano qualche cosa, erano impenetrabili: e tale riserbo faceva supporre che le cose non andassero troppo bene per il conte Tibaldi, sebbene egli con aspetto sorridente e sicuro troneggiasse, quasi, come l’eroe del giorno, in un gruppo di signore e di gentiluomini, dove un elegante bisbiglio era interrotto da frequenti risate, sopratutto nella bocca adorabile della contessa Cellesi, nel cui viso ovale e sereno splendevano le grazie.
Le due Cingoli, invece, parevano afflitte da invincibile musoneria e respingevano, asciutte asciutte, tutti gli assalti dei curiosi, trincerandosi in un contegno che pareva riserbo prudente, mentre non era invece che ignoranza perfetta.
A un tratto si manifestò un movimento generale, in quel brulichìo di teste, sotto la luce viva e livida delle lampade Siemens. Sul ponticello di ingresso, s’inoltrava lentamente con le mani incrociate sul dorso, l’ammiraglio Sterbini, fumando, con disinvoltura, un gigantesco sigaro d’avana. Egli non era quasi mai apparso ai concerti serali, perchè, tra l’altro, detestava la musica. Di rado usciva la sera e unicamente per andare a prendere una tazza di cioccolatto nel severo e taciturno stabilimento Palmieri, dove barattava qualche parola con due senatori e un generale a riposo, i quali, più che discorrere, sentenziavano, e si trovavano d’accordo soltanto sopra un vitale argomento: il mondo andava di male in peggio!
Le Cingoli aguzzarono gli occhi e tesero gli orecchi.
Massimo, seduto tra la Santacilia e il conte Tibaldi, esclamò:
— Attenti: c’è da temere qualche sorpresa del nemico, che s’inoltra con troppa sicurezza, verso le nostre trincee.
Infatti, l’ammiraglio, dopo aver dato un’occhiata a destra e a sinistra, s’avanzava, a lenti passi, con fare indifferente, verso il gruppo dei cospiratori, accorgendosi che le sue mosse erano seguite con molta curiosità.
Forse avrebbe preferito una furiosa tempesta dell’Oceano a tutti quegli occhi indagatori che lo spiavano, ma in quel momento raccolse tutte le abitudini dell’uomo di comando, per conservare un’apparenza dignitosa, imperturbabile: e spiegò un sangue freddo degno veramente d’ammirazione quando salutò, con tutto l’ossequio romantico del bel giovane del 1849, la Santacilia, il barone De Renzis e gli altri componenti il gruppo, per poi sedere, con grande naturalezza, proprio accanto al conte Tibaldi, come niente fosse.
Le Cingoli, pur non sapendo come spiegare tutta quella strategia, notarono e sopratutto fecero notare che il conte, due o tre volte, aveva cambiato di colore, che la sua espressione dimostrava un visibile impaccio e che Massimo Cybeo, il quale aveva sgallettato fino a quel momento, quasi colto da una improvvisa smania per la politica, s’era allontanato, verso il tabaccaio, per leggere troppo attentamente un articolo di fondo della Tribuna, sopra la ricomposizione dei partiti parlamentari.
L’ammiraglio fremeva e se la godeva, nel tempo stesso, scorgendo la visibile confusione del conte e l’imbarazzo degli altri: inutilmente, la contessa Cellesi sfoggiava il suo spirito, per dare un avviamento possibile alla conversazione: i discorsi parevano cadere nel vuoto, e il barone De Renzis, macchinalmente ripeteva, come un intercalare:
— Ma non finisce più, questo concerto?
L’ammiraglio sorrideva sotto i baffi, e a un certo punto, con la destra, battè famigliarmente sul ginocchio del conte Tibaldi, dicendogli:
— Come va, caro Giorgio? mi sembrate un pochino distratto.
— Ho un gran sonno.
— Meglio per voi: credevo, invece, che l’aria del mare vi facesse passare delle notti molto agitate. E infatti, sembrate anche un pochino nervoso. M’hanno detto che oggi vi hanno veduto al tiro a segno.
— È vero, — arrischiò maliziosamente il conte: — ho tentato qualche tiro!
— Qualche tiro…. birbone? — soggiunse l’ammiraglio.
— Ma che! — balbettò Giorgio, — sono stato là un’oretta per ammazzare il tempo.
— Ecco come siete fatti voi altri giovanotti moderni: il tempo è galantuomo e tutti cercano di ammazzarlo! ma proprio vero che ce l’avevate solo col tempo? ragazzo mio, non scherzate con le armi da fuoco; non si sa mai quel che possa succedere. Siete già stato sul terreno?
— Due volte.
— Alla pistola?
— No: alla sciabola.
— Con esito felice?
— Ho ferito sempre l’avversario.
— Ma la pistola è tutta un’altra faccenda: io, ai miei tempi, ho avuto tre duelli alla pistola e tutti e tre a morte.
— I vostri avversari, dunque?…
— Due son più forti e sani di me: soltanto il terzo è morto….
— Sul terreno?
— No: dopo dieci anni, di polmonite.
— I duelli alla pistola, — disse il De Renzis, per dire qualche cosa, — o sono troppo tragici o sono una grandissima burletta.
— Avete ragione! — soggiunse l’ammiraglio, e volgendosi al Tibaldi: — se, adunque, vi capitasse un duello alla pistola, procurate che sia una grande burletta, e ci faremo tutti un sacco di risate.
— Mi sentirò incoraggiato a riderne, se me ne darete l’esempio.
— Magari: io, vedete, ne rido già fin d’ora: e vi raccomando un’altra cosa: che il duello sia a tre passi, o anche a due: gli avversari sparano, poi si pigliano a braccetto e vanno a far colazione: così, non soltanto l’onore, ma anche l’appetito è soddisfatto.
Il conte simulò una schietta risata, esclamando:
— Voi la sapete lunga, sui duelli alla pistola.
— M’è cascato il discorso su questo argomento, perchè so che ne deve succedere uno qui a Livorno….
— Davvero? — chiese, ostentando naturalezza, la Santacilia.
— Oh sì! — rispose gaiamente l’ammiraglio, — ve ne posso dare io la notizia ufficiale: un duello tremendo: già si stanno fabbricando i proiettili…. con mollica di pane.
L’ammiraglio tormentò ancora un pochino il conte e i suoi amici con velati epigrammi, poi andò a chiacchierare con le Cingoli, che l’aspettavano con ansia, per uscire da tanta e crudele oscurità.
Massimo si riavvicinò al conte:
— Mi pare che il vecchio, — gli disse, — si burli di te, di voi, di tutti.
— Appunto.
— E che pensi di fare? Ti vuoi appigliare o no al passo decisivo?
— Il cassone! — mormorò Giorgio, con una specie di brivido.
— È necessario: — replicò Massimo, con fermezza, — miss Trollope m’avverte che in casa Sterbini si preparano delle novità, che ancora non ha potuto scoprire, perchè l’ammiraglio diffida di tutto e di tutti: pare abbia fatto una gran scena alla signorina, e voglia precipitar tanto le cose, che ha dato ordine di preparare la corbeille nuziale.
— Tanto meglio, servirà per me.
— Speriamolo: ma dovrai avere delle delusioni, se si continua nelle farsette: la signorina Bice ha dichiarato a miss Trollope d’esser pronta a tutto, anche a compromettersi.
— E miss Trollope?
— Quanto a lei, poi, mi sono compromesso io; mi sono impegnato di sposarla il giorno stesso del tuo matrimonio.
— E in compenso?
— Nessun compenso: quella ragazza è fredda e pratica come un notaio: come amante, lascia a desiderare…. tutto: come moglie, sarà perfetta.
La verità è che, in casa Sterbini, in mezzo a un’apparente tranquillità, c’era molto trambusto, a cominciare dal povero Gennaro, che non sapeva darsi pace d’essere stato canzonato atrocemente, tanto nel finto suicidio, come nel falso capitano, senza contare l’equivoco del portalettere, che avrebbe potuto finire anche peggio. Per giunta, Mario e Prospero si burlavano continuamente di lui, dandogli dell’imbecille a tutto spiano. Il pover’omo se l’aveva presa tanto a cuore, che si scordava persino d’ubbriacarsi e quando, ritto sul portone, vedeva passare qualche ufficiale dì marina, che andava all’accademia navale, lo guardava con paura feroce quasi avesse visto un coccodrillo.
L’ammiraglio poco parlava e poco si lasciava vedere: ma guai a chi capitava sotto la scarica dei suoi malumori concentrati.
Per paura di qualche strattagemma, non aveva partecipato a nessuno, neppure alla curiosità morbosa delle Cingoli, la notizia del prossimo arrivo del Liberti: s’era limitato a pronunciare una specie di sentenza inappellabile, secondo cui, come egli diceva, o per amore o per forza, si sarebbe compiuto il matrimonio dentro una settimana e aveva soggiunto a miss Trollope:
— Abbia la bontà, lei, che è l’unica persona seria qua dentro: s’incarichi alla svelta di tutti i preparativi necessari. Bice è largamente provvista di tutto, ma un bel corredo è necessario.
— Se il signor ammiraglio vuole indicarmi a chi devo dirigermi?
— Brava! e che ne so io di sarte e di modiste? se si trattasse di tabacco!
— Se crede, posso avvertire mademoiselle Eugénie.
— E chi è?
— Una parigina, che l’inverno sta alla capitale: e l’estate porta a Livorno le ultime novità della moda per contentare le sue clienti: è all’albergo del Giappone. So che, tra l’altro, in fatto di biancheria e di ricami, ha cose stupende e di ottimo gusto.
— Fate quel che volete voi: è roba che non mi riguarda. Vi raccomando soltanto una cosa: vedete d’indurre Bice a mettere giudizio e a non ficcarsi in testa cose impossibili, perchè, lei lo sa, son buono come il pane, ma se mi piglia una arrabbiatura, non ci vedo più, e allora, figlia o non figlia, comando io e guai a chi mi resiste.
La mattina appresso, Gennaro, con uno straccio stava ripulendo i cristalli dell’invetriata del vestibolo, borbottando contro la sua cattiva stella e le malizie degli uomini, quando una carrozza si fermò davanti al portone e Gennaro, dall’alto della scala a libretto, voltandosi, vide scendere un ufficiale di marina, che somigliava a quell’altro, come due goccie d’acqua.
— Ah, ci siamo, — esclamò, — ma questa volta, non mi ci pigliano.
E sceso dalla scala, afferrò la scopa con piglio marziale, come fosse un fucile, e si piantò, in atto offensivo e difensivo, in mezzo al corridoio che aveva da poco lustrato con la pietra pomice.
L’ufficiale oltrepassò il limitare e Gennaro gli gridò con voce arrogante:
— Dove va lei, scusi? chi vuole? chi cerca?
L’ufficiale s’arrestò, tutto sorpreso per l’accoglienza così brusca, come non si farebbe a un cane in chiesa, e rispose con asprezza risentita al portiere:
— Andate a dire all’ammiraglio che c’è il capitano Liberti.
— Ma finiamola con queste burlette! non venga a seccar la gente! vada pei fatti suoi, se no, la finisce male.
— Ma son matto, io, — esclamò l’ufficiale, — o è matto questo mascalzone?
— Un mascalzone sarete voi! — urlò Gennaro inviperito, brandendo minacciosamente la scopa, — ma siamo stanchi di questi gabbamondi e, se non ve ne andate di corsa, vi sfascio questa sul grugno.
L’ufficiale afferrò rabbiosamente la scopa che quasi gli sfiorava la faccia e lasciò andare un ceffone a Gennaro, che liberò la scopa e gliene diede una botta sopra una spalla, urlando:
— Guardie, soccorso!
Arrivò Mario, che non capiva niente in quella colluttazione e afferrò per il colletto l’ufficiale, che si divincolava furiosamente, facendosi lacerare l’uniforme. Così, tra tutti e due, riescirono a spingerlo fuori dal portone, appunto mentre giungeva di corsa una guardia di pubblica sicurezza, che stava facendo l’asino a una venditrice di aranci.
L’ammiraglio, che ancora stava a letto, sentì del baccano di fuori, ma s’imaginò che fosse una rissa di monelli o di vetturini e proseguì la sua lettura dei giornali, sorseggiando il caffè, tanto più che quella cagnarata giungeva assai smorzata di tono a lui, che aveva la camera verso il giardino.
L’ufficiale, incespicando nello scalino, era mezzo scivolato a terra, e si rialzò rosso, acceso, convulso di rabbia, con gli occhi sfavillanti, fuori della testa.
Anche la guardia l’aveva, lì per lì, afferrato per il collo, ma poi, davanti a un’uniforme di ufficiale, lasciò andare la presa, e si mise in atteggiamento di rispetto, chiedendo a Gennaro, con forte accento meridionale:
— Neh? che gosa è quesdo ammutinamendo?
— Guardia, arrestatelo! è un imbroglione….
— Imbroglione a me? pezzo di canaglia! — gridò l’ufficiale, misurando un nuovo ceffone al portiere che rialzò la scopa, come una bandiera.
— Signor gomandante! — s’intromise la guardia, — abbia la sofferenza; uno sbiegamiendo è negessario!
— Ma andate a farvi friggere anche voi.
— Si manca di risbeddo all’agende dell’autorità! non sendo più nulla….
— Ma io sono il capitano….
— Non è vero, è una mascherata! — strillò Gennaro.
— Gabidano o non gabidano, abbiate la combiacenza di seguirmi con le buone in quesdura!
E non ci fu verso! Il capitano, bestemmiando, risalì sulla carrozzella; la guardia si pose a cassetto, e Gennaro seguì a piedi la vettura, dopo aver consegnato la scopa a Mario con lo stesso gesto con cui gli avrebbe consegnato lo scettro del sacro romano impero.
Mezz’ora dopo Mario credeva d’impazzire.
La palazzina, così tranquilla e silenziosa, parve diventata un covo di serpenti a sonagli.
Suonava il campanello del portone di strada. Suonava il campanello dello chalet. Suonava il campanello dell’ammiraglio.
Tinniva furiosamente, con la petulanza abituale dell’infernale strumento, il campanello del telefono.
Mario, impicciato come Arlecchino, servo di due padroni, sbuffava nell’atrio, si voltava a destra e a sinistra, e non sapeva nel contrasto del cervello a chi dare la preferenza.
Ma, dopo un momento d’esitazione, prese la decisione più logica, sia per affetto, sia per evitare un paio di schiaffi: andare dall’ammiraglio. Il quale si stava vestendo e sagrando secondo il solito.
— Vedi un po’, — gridò a Mario, — quella bestia feroce di telefono: è un’ora che suona e mi urta i nervi.
Mario corse al telefono ch’era in un gabinetto attiguo, e poco dopo l’ammiraglio intese la sua voce:
— Signor padrone, vogliono lei.
— Rispondi tu: sai bene che io non ci capisco mai niente, in quell’abominio, che il diavolo se lo porti. Chi mi domanda?
— La questura centrale.
— La questura? vada all’inferno; e che vuole da me ?
— Dice che si tratta di faccenda delicata, che vada subito…. Dev’essere per la questione di Gennaro.
— C’è stata una questione Gennaro?
— Signor sì: ha preso a legnate un altro di quei tali imbroglioni che vengono a molestarci. Gennaro, appunto, sta in questura.
— Questa ci mancava! basta, andiamo a sentire che diavolo succede.
— Se permette, intanto, vado a vedere chi ha suonato al portone.
Nel vestibolo, Mario incontrò Lisetta, che gli disse:
— L’inglese ha detto che, se viene la modista parigina, la fai passare subito da lei: hai capito?
Mario rispose con un brontolìo e un’alzata di spalle: da che Lisetta preferiva a lui una guardia di finanza, non la poteva soffrire. Dischiuso il portone, Mario si vide davanti un giovanotto vestito con eleganza esagerata, vistosa, seguito da due uomini, con un carretto, su cui torreggiava un vecchio cassone, dipinto di verde, di proporzioni enormi.
Il giovane chiese con accento esotico:
— Monsieur l’ammiraglio Sterbini?
— Che desidera? chi è lei?
— Sono la modiste.
— Ma allora si tratta della signorina?…
— Precisamente: ho apportato tutto quello che si può desiderare di più distinguato e della derniera novità: posso far importare questa mia malla dalla damigella?
Mario diede una mano ai facchini e il cassone, meno pesante di quel che pareva a prima vista, fu portato nel vestibolo, mentre appunto scendeva l’ammiraglio i cui nervi erano tesi come corde di violino.
— Che cos’è, — domandò, — quell’impiccio?
— È la roba della sarta, — rispose Mario.
— E la sarta dov’è?
— Per voi servirvi, me voila! — esclamò il giovanotto.
L’ammiraglio lo guardò tutto sorpreso.
— Voi siete…. una sarta?
— Me sono il primiero commesso di madamigella Eugénie, pronto a voi servirvi.
— E perchè non è venuta lei? pretendereste prendere voi le misure alla signorina?
— Non si tratta prendere misure: sufficierà che madamigella prenda cognizione degli articoli, per indicare quel che di suo piacimento: in seguito, mia padrona molto orosa venire prendere vostre ordinanze.
— Basta, — brontolò l’ammiraglio, —questo cicalone mi fa perdere il tempo: chiamate miss Trollope e che se la spicci lei. Corro in questura a sbrigare quest’altro pasticcio.
Appena l’ammiraglio fu uscito, Mario mandò Lisetta a chiamare miss Trollope, che tosto comparve con l’abituale sua serenità. Non ci fu mestieri di molte spiegazioni, poichè ella disse:
— Ho capito di che si tratta: fate portare i campioni nel saloncino al pianterreno dello chalet.
I facchini, aiutati da Mario, trasportarono il cassone nel luogo indicato e poi aspettarono gli ordini del commesso di mademoiselle Eugénie, il quale disse loro:
— Andate pure e rivenite verso mezzogiorno.
Quando tutti si furono allontanati, il commesso afferrò la mano bianca e affusolata di miss Trollope e vi impresse un lungo bacio, ma l’inglese si svincolò dalla stretta dicendo con un sorriso:
— Liberiamo il prigioniero.
— Può liberarsi da sè, — rispose Massimo, — perchè il cassone si apre per di dentro: guardate, ecco Lazzaro che viene fuora.
Infatti, Giorgio, che non aveva perduto una parola, alzò il coperchio del cassone, e fece vedere la sua faccia pallida, spaurita e sorridente, che pareva un misto fra la convalescenza e l’agonia.
Massimo l’aiutò a uscire dal cassone, chiedendogli:
— Respiravi bene?
— Benissimo: soltanto la posizione era molto disagiata e sentivo intormentirsi le braccia e le gambe in un modo spaventoso: quando poi mi hanno calato dal carrettino, ho preso una botta qui alla testa, che vi dev’essere rimasto il segno.
— No, non si vede niente.
— Meno male: e la signorina Bice? — chiese Giorgio a miss Trollope.
— Adesso scende: capirà!… è un pochino turbata, scossa: e poi l’imminente arrivo del capitano….
— Se lo trovo, lo strangolo! — borbottò Giorgio.
— Lascia andare questi propositi feroci, — soggiunse Massimo, — o piuttosto questi spropositi, e vediamo di far qualche cosa di decisivo, di serio.
— Fare? io non farò nulla che non piaccia alla signorina Bice.
— E io credo abbia più coraggio lei di te.
— Eccola! — disse miss Trollope che aveva sentito un leggero fruscio per la scaletta.
E Bice comparve, serena sempre e fiorente come calendimaggio.
Massimo e la inglese, in un cantone, parevano profondamente assorti nelle faccende loro, tanto che Giorgio e Bice, alla fine, si potevano credere soli, senza la noia di nessun terzo incomodo. Eppure, non parlavano nessuno dei due. L’emozione li vinceva e Giorgio appena aveva trovato la forza di stringere assai teneramente la mano delicata e tremante della ragazza.
— Massimo, pur facendo finta di non vedere, disse a voce alta:
— Annie adorata! io vorrei dirvi un mondo di cose: ma questa felicità non può durare che ben pochi minuti e conviene profittarne, per intenderci sul da farsi.
Giorgio capì l’antifona di Massimo. Parlo a nuora perchè suocera intenda!
Bice, a sua volta, lo incoraggiava con certi dolcissimi sguardi, che invece lo confondevano. Finalmente, balbettò:
— Signorina….
— Chiamatemi Bice: quel signorina mi è tanto antipatico!
— Ebbene, sì, Bice mia, delizia mia, fiore mio, adorazione mia, anima mia….
— Così va bene! — esclamò Massimo, quasi rispondesse a una frase di miss Annie.
— Io mi sento desolato, — proseguì Giorgio con ardore, — di pensare che tanta felicità non durerà che un lampo; io, che vorrei passare la eternità accanto a voi, bel giglio profumato….
— E io pure sento, — rispose Bice con adorabile semplicità, — che vi voglio tanto, tanto bene e che la mia vita non può essere felice, se non unita alla vostra.
— Grazie, anima mia! — gridò Giorgio, febbrile per entusiasmo e baciando e ribaciando la mano della fanciulla; — noi dunque non facciamo niente di male: non è un delitto il nostro amore: delitto vero è voler separare due esseri che sono fatti l’uno per l’altro; noi dobbiamo unirci a dispetto di tutti: davanti a un amore così puro e sacro, voi dovete bandire tutti gli scrupoli di fanciulla….
— Io non ho scrupoli; — rispose Bice, con voce calma e sicura: — io non ho pregiudizi; so che il vostro amore è degno di me, comprendo che l’affezione vostra è grande quanto il rispetto, e non ho nessuna esitazione: qualunque cosa si deva fare, eccomi pronta: mi affido totalmente al vostro onore di gentiluomo, senza dubbi, senza sospetti. Nessuno, neanche mio padre, appunto perchè mi è padre, ha diritto di sacrificarmi.
— Sono orgoglioso d’infondere nel vostro bel cuore tanta fiducia e ne sarò degno….
— Decidete voi della mia…. della nostra sorte.
— Io farò ancora un tentativo presso l’ammiraglio….
— Sarà inutile; è troppo testardo, — l’interruppe Massimo, il quale pur discorrendo a bassa voce con Annie, non perdeva una sillaba del dialogo dei due innamorati.
— E allora, — esclamò Bice, con desolazione, — che fare?
Giorgio esitò un momento, poi diede un’occhiata a Massimo, che l’incoraggiava a parlare, e finalmente si decise a dire:
—Non c’è che una via di salvezza: uscire da questa casa!
— Fuggire da casa mia? — mormorò Bice, colta da un tremore istintivo.
— Perchè esitare, amore mio bello! — replicò Giorgio, con passione, — quando sapete che, al di là di questa casa, c’è il rispetto, c’è l’amore, c’è un nome degno di voi? Credete a me, vi parlo con coscienza: vostro padre, alla fine, sarà e si mostrerà felice di vedervi unita a me. Non mi disse forse che, senza l’impegno con quel capitano, sarebbe stato fortunatissimo di chiamarmi suo figlio?
Massimo credette opportuno il suo intervento:
— Guardi, signorina: miss Annie, senza dubbio, è il modello dell’onestà, della virtù: eppure ella non esiterà un momento a seguire i nostri disegni: è vero, mia bellissima Annie?
— Verissimo: quando il fine è giusto, nobile e onesto, son lodevoli i mezzi.
— Logica del cuore e della mente! — esclamò Cybeo, tentando un bacio sulle guancie biancorosate dell’inglese, — decidiamoci, dunque. Io già ho a tutto pensato. Il muro del giardino è alto due metri appena….
— Sempre troppo, per noi donne, così impicciate…. dalle vesti! — soggiunse Annie.
— Ve lo dissi: si può escludere anche tale ostacolo. Vi farò avere due vestiti da uomo.
— Shocking!
— Sì, sì, shocking, ma comodissimo….
Bice fece una gran risata all’idea di travestirsi da uomo; il progetto la divertiva immensamente e Massimo profittò di quel momento ilare, per esporre il suo piano strategico, che, secondo lui, era infallibile….
Una scenetta curiosa, intanto, si svolgeva in questura. Il commendator Serrao, il quale aveva avuto una confusa nozione di quella commedia amorosa e dal barone De Renzis era stato pregato di non produrre complicazioni, all’arrivo di Gennaro e dell’ufficiale, era stato a sentire l’uno e l’altro, con un sorrisetto sarcastico, senza accordare fiducia a nessuno dei due. Era il vero capitano Liberti o un falso Liberti? Nel dubbio, il questore, pure mostrandosi molto gentile e deferente verso il capitano, si teneva sulle generali, e finì per consentire, parendogli ragionevole, alla proposta del capitano, chiamando l’ammiraglio.
Quando l’ammiraglio si trovò davanti al capitano Liberti, l’animo suo fu combattuto in un singolare contrasto: — Devo abbracciarlo o stare in guardia, per paura d’un novo imbroglio?
Ma bastarono pochi secondi a dissipare ogni equivoco, con grande confusione di Gennaro, che, smessa l’alterigia, avrebbe voluto trovarsi due metri sotto terra.
Malgrado gli anni decorsi, questa volta l’ammiraglio, senza equivoci, riconobbe i lineamenti di Ezio Liberti e soffocandolo di abbracci, gli domandò mille scuse del qui pro quo, dicendogli:
— Venite subito a casa mia: vi spiegherò, per la strada, questa dispiacevole faccenda.
Il commendator Serrao si stropicciò le mani, lieto di non aver avuto noie e l’ammiraglio col capitano salirono in carrozzella, avviandosi verso la palazzina. E strada facendo l’ammiraglio, lasciando da parte quei dettagli che avrebbero potuto urtare l’amor proprio del capitano, espose la situazione, facendo passare il conte Tibaldi per un pazzo di cui Bice non teneva nessun conto.
Appena entrati nella palazzina, l’ammiraglio disse al capitano:
— Credete a me: Bice sarà incantata di vedervi.
E trascinandolo attraverso il giardino, si precipitò verso lo chalet, gridando:
— Bice, Bice! Ecco finalmente il capitano Liberti!
E prendendolo per mano, entrò nel salottino a pianterreno, ma si arrestò come fulminato, esclamando:
— Porco Giuda!
Il povero ammiraglio non osava credere ai propri occhi: gli pareva di fare un gran brutto sogno.
Massimo saviamente pensò ch’era meglio rimanere in trappola un solo, anzichè due, e profittando della sorpresa, si avviò, pian piano, quasi inosservato, verso l’uscita.
Il conte Tibaldi, a sua volta, conservò la necessaria presenza di spirito, e, fatto un inchino assai rispettoso all’ammiraglio, cui la rabbia concentrata aveva tolto l’uso della parola, gli disse, con accento molto cortese:
— Non avendo trovato voi, ho voluto procurarmi il piacere di salutare la signorina Bice, lieto di trovarla nelle stesse disposizioni d’animo verso di me.
— Questa è un’audacia senza confronti! — balbettò l’ammiraglio, che si sentiva scoppiare, — in casa mia! in casa mia….
— Avete ragione, e vi prometto che non rivedrò più la signorina, se non quando voi stesso mi obbligherete a vederla.
E salutando ancora, il conte s’avviò per andarsene, mentre l’ammiraglio, stupefatto, intontito, non faceva che ripetere:
— Io?… io…. io stesso…. mondo ladro…. accidenti e saette…. io?
— Sì, sì, — replicò Giorgio, dal fondo del giardino, — voi stesso in persona.
Seguì un momento di silenzio. L’ammiraglio roteava gli occhi accesi in giro, come una belva inferocita, dentro un gabbione, e proruppe, finalmente, contro miss Annie:
— Giusto lei! con quella faccia di santarellina; e io che mi fidavo, mannaggia il firmamento! sa che le ho da dire? che quanto più presto se ne andrà per i fatti suoi, mi farà un piacerone che non se l’imagina neppure.
— Anche subito, se desidera! — rispose l’inglese con una flemma che chiamava gli schiaffi.
— Subito no, — rispose invelenito l’ammiraglio, — domani, doman l’altro, quando piacerà a me: lei è pagata fino alla fin del mese.
Miss Annie fece un lieve inchino e scomparve dopo aver detto freddamente:
— Aspetterò i suoi ordini!
Mentre l’ammiraglio sbuffava, rimasero di fronte il capitano, molto imbarazzato, rigirando tra le dita il berretto filettato d’oro, e la signorina Bice, che, un pochino rossa in faccia, pareva nondimeno avere appreso da miss Annie l’invidiabile flemma britannica. Del resto, conosceva troppo bene l’indole del papà: un eccellente can barbone, che abbaiava moltissimo, senza mordere mai.
— Ecco…. ecco qui…. — prese a dire l’ammiraglio più confuso che mai, — ti presento il capitano Liberti.
— È già la seconda volta che me ne presenti qualcuno! — rispose Bice, ridendo.
— Questo è il vero, l’autentico, per cento diavoli. Ti presento dunque…. anzi, non ti presento nulla, perchè sono indignatissimo della tua condotta.
— Non ho niente da rimproverarmi.
— È quello che vedremo poi: ritirati nelle tue stanze e aspetta i miei ordini.
— Dio mio! — esclamò Bice abbracciandolo e dandogli un bacione forte forte, — non vorrai mica licenziarmi, come miss Annie?
E poi scappò, ilare e leggera, come una gazzella.
Tutto l’uragano che s’era addensato sulla fronte rugosa dell’ammiraglio, a un tratto, disparve. Il tenero occhio paterno pareva seguire ancora la graziosa fanciulla. Poi, si volse al capitano, lo prese a braccetto e, rifacendo il cammino attraverso i viali fiorenti di ligustri e d’eliotropi, gli disse:
— Vedete, come si profitta della mia bontà? ma, del resto, che cosa farci? tutto quello spirito, non è che un effetto della sua ingenuità; credete, è ancora una vera bambina, che non capisce niente, una bambina stordita….
— Sarà! — brontolò il capitano, — ma confessate, caro ammiraglio, che mi trovo in una condizione molto curiosa e punto lusinghiera. Capirete! un fidanzato che viene accolto a legnate….
— Lasciamo andare! vi ho spiegato l’equivoco.
— Va bene: l’equivoco si è dileguato, ma…. la scopata resta! — proseguì il capitano, stropicciandosi la spalla ancora indolenzita, — ma passiamo pure sopra la scopa e veniamo…. allo scopo: vi pare piacevole per un fidanzato, che, proprio nella prima visita alla futura sposa, trovi…. il suo posto occupato da un altro?
— Vi ho già spiegato….
— D’accordo, ma noi passeremo la vita a farci delle spiegazioni, senza spiegarci chiaramente mai. Vostra figlia mi piace e mi conviene, non do nessun peso ai grilli e a imprudenze ingenue d’una ragazza, ma intendiamoci! non pretendo impormi, non intendo che si faccia nulla per forza e a controgenio: se la signorina sente di non avere nessuna inclinazione per me, rinunciamo pure ai nostri progetti.
— Ma vi dico di no! — l’interruppe l’ammiraglio con la sua cocciutaggine rabbiosa, — se non era l’intrusione di quell’imbecille, Bice era contentissima, me lo scriveva sempre, dal collegio di Poggio Imperiale! non vedeva l’ora di diventare la signora Liberti. Venite qua, nel mio studio, vi farò vedere le sue lettere, e voi stesso vi convincerete che non fu mai fatta all’animo suo la più piccola violenza.
Infatti il capitano lesse quelle famose lettere, in cui Bice, con entusiasmo di ragazzina, parlava del suo futuro matrimonio.
E dopo aver letto, anche per soddisfazione di amor proprio, convenne nei ragionamenti dell’ammiraglio e concluse:
— Lasciamo dunque passare questo periodo di capricci senza conseguenze.
— Al contrario; le cose finora sono in uno stato che non pregiudica nulla, ma lasciarle inoltrare sarebbe peggio. Non conviene dar tempo alla fantasia d’una giovinetta di scaldarsi. Credete a me: il matrimonio concluso in pochi giorni troncherà ogni pasticcio.
— Facciamo pure come vi piace; ma ve lo dichiaro fin d’adesso: non si concluderà nulla, senza il consenso della signorina.
— Pienamente d’accordo; tornate questa sera e avrete di sicuro tale consenso, con la massima spontaneità.
Il capitano uscì dalla palazzina Sterbini alquanto pensoso e mormorando tra sè:
— Uhm! la cosa mi sembra chiara: il giorno che andiamo al municipio, lei…. ne sposa un altro!
VIII.

Mina e contromina.

Mentre, per vedere di riordinare un pochino le idee, ch’eran tutte sossopra, l’ammiraglio s’avviava, irto e concentrato, verso la tranquillità del suo fumoir, gli venne in mente di tornare allo chalet, col pensiero di spiare quel che facesse Bice, e magari col proposito di farle una paternale solenne. Ma entrato appena, così astratto com’era, battè una ginocchiata contro il cassone scuro che, spalancato e vuoto, ancora stava nel saloncino a pianterreno. Se l’ammiraglio avesse avuto famigliarità col palcoscenico, tosto avrebbe riconosciuto, dalla forma solida, semplice e speciale, uno di quei cassoni voluminosi che compongono, per il trasporto dei vestiari, l’enorme bagaglio delle compagnie drammatiche moderne; e invece di fantasticare sopra certe sigle che spiccavano, in bianco, sopra le assi dipinte di verde scuro, avrebbe subito capito che quell’indovinello CDBB, simile a un rompicapo, significava solamente: Compagnia Drammatica Bellotti-Bon.
L’ammiraglio chiamò Prospero, che stava sarchiando nel giardino, e gli chiese:
— Che cos’è quest’impiccio?
— Mi pare, — rispose il giardiniere, — la casa della modista.
— Accidenti alle modiste! fa venire Mario e Gennaro, e levate di qui questo bussolotto d’inferno.
Accorsero il domestico e il portiere e, senza gran pena, sollevarono il cassone che dianzi era parso così pesante.
— Eccellenza, dove lo dobbiamo mettere?
— Bruciatelo…. anzi, no! — esclamò l’ammiraglio, quasi colpito da una bella idea, — mettetelo in un cantone del giardino. là, presso la piccionaia; se quel matto birbone avesse l’audacia di ripresentarsi, lo chiudo lì dentro e lo rimando all’albergo come un collo di merci, per fargli fare la figura che merita.
Tale vendetta sorrise non solo all’ammiraglio, ma ben anche a Gennaro, cui sorrise anche più l’idea di far ballare il contino, durante il trasporto, per compenso di tutte le noie che, non esclusi gli schiaffi, gli aveva procurato e di quelle altre che ancora avrebbe potuto procurargli.
L’ammiraglio, intanto, salì la scaletta dello chalet e si fermò sul ripiano. Non si sentiva rumore di nessuna specie; nè si scorgeva traccia d’anima vivente: lo chalet pareva disabitato.
— Che ho da fare? — pensò l’ammiraglio, — una buona predica ci starebbe veramente bene; ma ora sono troppo eccitato e non vorrei, poi, con quell’umore capriccioso di Bice, raggiungere precisamente l’effetto contrario: ci sarà tempo questa sera.
E ficcate le mani in saccoccia, se ne tornò al suo prediletto fumoir, dove la sua nervosità subito gli procurò una grande e irreparabile disgrazia, la rottura della pipa olandese ch’egli amava quasi più delle Vite parallele di Plutarco.
— La cosa è chiara! — brontolò, con un brivido superstizioso, — mi trovo in un periodo di grande iettatura.
Verso sera, l’ammiraglio mandò Lisetta in cerca di Bice: la cameriera tornò per dirgli:
— La signorina domanda scusa, ma s’è messa a letto, perchè ha un pochino di mal di testa.
— Perdio, chiamate il dottore!
— Non si spaventi, signor padrone, non c’è di che: proprio ha una cosa da nulla che, col sonno, passerà.
— Ne siete certa?
— Si figuri! — rispose Lisetta, con un risolino, — a noi donne arrivano spesso tali disturbi insignificanti, ma non ce ne diamo per intese; vengono, passano e buona notte.
L’ammiraglio pensò che il dolor di testa fosse un pretesto per evitare il suo sermone e in fondo ne fu contento anche lui, perchè se a Bice non garbava di sentir le prediche, a lui piaceva anche meno di farne.
Una buona sfuriata gli andava, ma la predica no.
E tanto per sfogarsi un pochino, fece una sfuriatella con Lisetta, dicendole che non stava attenta a nulla e che non le importava neppure cascasse il mondo, purchè rimanesse salva la sua guardia di finanza.
Lisetta prese in gran pace la lavata di testa, poi se n’andò con una crollatina di spalle che rimediava a tutto, perchè ella era della natura dei gatti.
Eran sonate da poco le dieci, quando Gennaro bussò all’uscio del fumoir.
— Avanti! — fece l’ammiraglio.
— Signor padrone, — disse Gennaro, — c’è un uomo che dice d’aver da consegnare un biglietto in sue mani, della massima urgenza.
— L’hai fatto entrare?
— Signor no: l’ho lasciato in strada col portone chiuso, non si sa mai: fosse un’altra modista!
— Che uomo è?
— Ha un gran cappellone: pare un bagnino: mi ha detto che si chiama Tenebrone.
— Tenebrone! e chi diavolo è? Fallo entrare in sala, che vengo subito: e bada di tenerlo d’occhio.
— Non dubiti!
Gennaro, sorvegliando con sguardi obliqui e minacciosi, introdusse nel vestibolo il buon Tenebrone, il quale non sapeva capacitarsi come quel villano di portiere lo guardasse dalla testa ai piedi, a quel modo, come si guarderebbe un ladro o una bestia rara.
Giunse tosto l’ammiraglio, il quale, alla vista di quel nasone, di quella figura comica, avrebbe fatto una risata, se non avesse avuto ben altro per la testa, e gli chiese:
— Chi ti manda?
— La signora Teresina.
— Teresina chi?
— Una delle due Teresine…. — balbettò Tenebrone, e porgendo una lettera: — del resto, veda lei!
L’ammiraglio, stordito in tale abbondanza di Teresine, prese il biglietto, e dalla busta riconobbe tosto il carattere della maggiore delle Cingoli.
— Ci siamo! — pensò, —— qualche altra diavoleria!
Lacerata febbrilmente la busta, ne cavò un bigliettino su cui non si leggevano che queste parole:
«State in guardia, stanotte, ammiraglio! Non abbiamo potuto afferrare di che si tratti, ma è positivo che si trama qualche cosa dalla parte del giardino.»
L’ammiraglio rimase attonito, e poi macchinalmente chiese a Tenebrone:
— E non sai altro, tu?
— Io non so nulla.
— Ah, è vero! — esclamò l’ammiraglio, e data una liretta a Tenebrone lo congedò dicendogli: — Avvertirai la signorina che hai eseguito la commissione e che sta bene.
Poi, fece chiamare Prospero, il giardiniere, e alla presenza di Mario e di Gennaro, disse:
— Stanotte è necessario vigilare continuamente sopratutto nel giardino: io starò alzato, nel mio studio; qualunque cosa succeda, fosse pure insignificante, correte ad avvisarmi!
Poi, rivolgendosi a Prospero:
— Hai notato niente di strano nel giardino?
— Nulla, — rispose Prospero, — poco fa ho sentito un tonfo e mi sono persino affacciato alla finestra della casetta, ma non ho visto nulla e non me ne sono dato per inteso, perchè, con tanti gatti che vanno e vengono, di quei tonfi lì, se ne sente ogni momento.
— Va bene, ma stanotte, converrà badare anche ai salti dei gatti.
E l’ammiraglio non aveva torto, perchè, se avesse guardato meglio, avrebbe veduto miss Trollope la quale, raccolto da terra qualche cosa che non era un gatto, se ne tornava guardinga dentro lo chalet.
Per dire la verità, l’ammiraglio, in cuor suo, prestava una fede assai scarsa alla denuncia sollecita della Cingoli. Sarà un’altra boieria, — pensava, — come quella del portalettere! Qualche cosa gli faceva presentire che quelle due ragazze inacidite si lasciavano abbindolare, mistificare, per la smania cronica di ficcare il naso nelle faccende altrui: ma, tutto considerato, stava in guardia contro ogni sorpresa possibile. Del resto, gli pareva impresa da pazzi un tentativo in quei quattro palmi di giardino, su cui potevasi vigilare con grande facilità.
— Già! — borbottava, — ci vorrebbe un pazzo!… ma un innamorato è forse un savio?
Istintivamente, dalla finestra diede una occhiata in giardino e vide che i suoi tre uomini s’erano seduti presso la fontanella; per questo lato, dunque, poteva rimanere tranquillo. E tanto tranquillo rimase, che si sdraiò sopra un divano, prese in mano le Vite di Plutarco e giunto alle prime gesta di Antonio e di Cleopatra, cominciò a russare, e profondamente s’addormentò.
Al giardiniere, a Mario, a Gennaro s’era aggiunto un rinforzo, affrettiamoci a dirlo, di ben dubbio valore: la maliziosa Lisetta.
— Potete andarvene a letto, — le aveva detto Mario, sempre amareggiato dal fantasma della guardia di finanza, — per quel che ci sarà da fare, siamo anche in troppi.
— Non mi pare, — rispose Lisetta, — con quel fiasco che avete davanti, tra poco sarete decimati: ecco Gennaro che già sonnecchia e casca a pezzi.
— Io non sonnecchio affatto, — mugolò Gennaro, — io penso.
— Bestia curiosa! — soggiunse Prospero, — quando pensa russa peggio d’un contrabasso.
— Vi dico che non dormo e che ci vedo e sento meglio di voi! — replicò Gennaro, inasprito, — e sarò proprio io, ci scommetto, che agguanterò per il collo quella canaglia del conte!
— Tu bevi bene, — osservò Lisetta, — ma non sai dire che degli spropositi. Si vede proprio che non capisci niente. Perchè dài della canaglia a quel signore, che un giorno o l’altro sarai costretto a inchinare e a servire come padrone?
— Ma siete matta in mezzo al cervello?
— Niente affatto, — disse Prospero, Lisetta ragiona giusto. E vi dirò, francamente, che pensavo la stessa cosa anch’io. Non ci facciamo illusioni: la padroncina tiene dalla parte del conte e, se loro due sono d’accordo, l’ammiraglio può sbuffare quanto gli pare e piace, ma dovrà finire per adattarsi e fare il pateracchio.
— Ne dubito, — esclamò Mario, — il vecchio è più testardo di un mulo!
— Io non so nulla! — soggiunse Gennaro predominato da un’idea fissa, — non conosco altro padrone che sua eccellenza: e se mi arriva sotto alle unghie quell’imbroglione di conte, mi voglio sfogare, e facendo finta di nulla, gli do certe strette che n’ha da portare i lividi per un pezzo.
— Bel gusto! — replicò Lisetta, — bada, chè puoi avertene a pentire.
— Sicuro, dice bene Lisetta, — rincalzò il giardiniere, — noi dobbiamo fare nient’altro che il nostro dovere, senza maltrattare nessuno: se accadesse un guaio, sono sempre gli stracci che andrebbero in aria. E non bere più, chè a momenti il fiasco è asciutto.
— Buona guardia! — concluse Lisetta, con accento canzonatorio, — badate che la rugiada non vi faccia gonfiare i peperoni.
Quando Lisetta se ne fu andata, Mario cominciò a borbottare:
— Guarda che bella nottata che ci tocca passare.
— Per fortuna che la notte è calda e serena.
— Tanto serena e calda, che in verità si dormirebbe meglio all’aperto che in camera! — mormorò il domestico, quasi rispondendo a un intimo pensiero.
Gennaro fece un grugnito d’approvazione e appoggiò la schiena, con le mani conserte, al piedestallo di una statua di Flora, che pareva versare, sulla sua testa scarmigliata, un odoroso cornucopia di giacinti, di primule, di pervinche, di papaveri.
Mario, a sua volta, appoggiò i gomiti sui ginocchi, reggendosi la testa fra le mani, come Archimede assorto in una profonda elucubrazione matematica.
Prospero, vinto anche lui dal sopore, si alzò, fece cautamente un giretto nel giardino, poi, confortato da quella grande claustrale tranquillità, si buttò a sedere sopra un’aiuola d’erba tenera, che pareva un tappeto: ma in un certo modo di sedere, che pareva quasi sdraiato: in capo a dieci minuti, sdegnando ogni ipocrisia, si distese lungo sull’erba, al monotono canto del grillo, e bentosto le tre vigili scolte somigliavano assai alle guardie leggendarie del santo sepolcro.
Era passata già un’ora, quando Mario, ch’era in postura assai disagiata e aveva il sonno leggero, trasalì e si stropicciò le palpebre, guardando attorno, in quella oscurità. Gli pareva di avere sentito un colpo secco, sulla sabbia, dalla parte del muro, come d’un oggetto pesante caduto per terra, indi un leggero bisbiglio nella strada.
Mario chiamò sottovoce:
— Prospero! Gennaro!
Nessuna risposta.
Mario allungò il piede e diede un calcio negli stinchi a Prospero, che si destò di soprassalto, gridando:
— Che c’è?
— Parla piano, figlio d’un cane! hai sentito nulla?
— Niente.
— Io sì: o almeno mi pare di aver sentito un colpo…. un botto…. un non so che….
Rimasero qualche minuto in ascolto, e in quel silenzio profondo intesero un pss! pss! che pareva un sospiro.
— Non c’è dubbio: ci siamo! — mormorò Prospero, — svegliamo questa bestia di Gennaro.
— Lascialo stare, non ci può essere che d’impaccio: lo sveglieremo se sarà necessario…. Vedi niente ?
— Perdinci: mi pare di vedere un’ombra sopra il muro.
— E io ne vedo una muoversi attorno lo chalet.
— Leviamoci le scarpe.
Così fecero e curvi, guardinghi, strisciando lungo le spalliere, come due caraibi, s’avvicinarono un poco al punto minacciato.
Sentirono, intanto, due colpetti leggerissimi sui cristalli delle finestre e una voce soffocata, che diceva:
— Signorina!
Qualche cosa di nero, che poteva essere una testa, un cappello o un gatto, s’agitava al di sopra del ciglio del muricciolo. A un tratto, si udì un fracasso improvviso e l’ombra sparì, mentre un’altra usciva dallo chalet e, perplessa un momento, si nascondeva poi dietro alti gruppi di lactanie!
— Accidenti! — fece Mario, — ho paura d’essermi spaccata la testa!
Nell’oscurità, pure inoltrandosi lentamente, Mario, a testa bassa, aveva investito, come una catapulta, contro una leggera e corta scala a piuoli, ch’era precipitata a terra, rompendo un vaso di camelie. Il fracasso aveva svegliato Gennaro che balzando in piedi, tutto insonnolito, s’era messo a gridare:
— All’armi!
— Senti, — esclamò Prospero, — quest’altro imbecille!
E prima che l’avesse potuto richiamare all’ordine, Gennaro, parendogli una trovata da maestro, aveva dato due o tre colpi alla finestra del fumoir, poi s’era slanciato per i viali del giardino, come un cane alla ricerca della selvaggina.
— Gennaro, vieni qua! — aveva gridato Mario.
— No, venite qua voi altri…. c’è qualcuno…. ecco…. gira dalla parte della serra…. ah! l’ho preso, aiuto!
Mario e Prospero in due salti, furono presso Gennaro, che aveva preso una bracciata di piante mentre l’individuo fuggiva, ma Prospero gli sbarrò il passo e quasi lo ricevette fra le braccia, dicendogli sottovoce:
— Signor conte, stia fermo e tranquillo, chè non le sarà fatto nessun male.
Dal fondo del giardino si sentì la voce dell’ammiraglio:
— Ebbene?
— Abbiamo il prigioniero, — rispose trionfante Gennaro, che aveva le mani sanguinanti per innumerevoli punzecchiature di spine.
— Presto, nel cassone! — gridò l’ammiraglio.
Prospero, infatti, conduceva il prigioniero verso il cassone, mormorando sempre, memore delle riflessioni di Lisetta:
— Lasci fare, non dubiti: conosco i riguardi che gli son dovuti.
E il prigioniero, conviene dirlo, si prestava con grande docilità e si pose anzi da sè, raggomitolandosi bene, dentro il cassone, che stava nel giardino: mentre Prospero, attento a impedire che Gennaro facesse qualche mal garbo, chiudeva il coperchio e, aiutato dalla perizia marinara di Mario, legava in croce con una corda quel misterioso bagaglio. Poi disse all’ammiraglio:
— Siamo pronti!
L’ammiraglio si avvicinò di qualche passo e rivolgendosi al cassone, disse, con gravità sardonica:
— Felicissima notte, caro conte: sarete ricevuto all’albergo con tutti gli onori che merita un sorcio caduto nella trappola.
Dall’interno del cassone, s’intesero tre colpetti leggeri e secchi, come nelle sedute spiritiche.
— Prego! — proseguì l’ammiraglio, che si divertiva un buscherio, — non fate male alle vostre mani bianche e delicate: del resto, siete abituato a star dentro le casse: i miei uomini vi porteranno assai meglio dei facchini della modista. Animo! Trasportate questo collo posapiano, franco di spesa a domicilio.
Mario e Prospero sollevarono il cassone, con molta delicatezza di movimenti, e uscirono, seguiti dagli epigrammi gioviali dell’ammiraglio, che dimenticava, in tanta letizia, persino la rottura della pipa olandese, e centellinava con voluttà il soave liquore della vendetta.
Nel brevissimo tragitto, fra la palazzina e il Grand Hôtel, i due portatori notarono un movimento insolito di persone, e appena passata la cancellata dell’albergo, si videro venire incontro garzoni e domestici, e il segretario che disse loro:
— Va bene: è roba per il conte Tibaldi: lasciate fare a noi: ecco, per il vostro disturbo!
E Mario e Prospero, trasecolati, si videro mettere in mano, ciascuno, un biglietto da venticinque lire. Istintivamente, avrebbero voluto respingere quella grossa mancia. Dio buono! come si fa a trovar la forza per rifiutare venticinque lire?
Fatto è che se ne tornarono addietro contenti come pasque: fecero all’ammiraglio regolare rapporto di quanto era avvenuto, passando sopra alla generosa mancia, con ammirevole accordo.
L’ammiraglio, a sua volta, nell’eccesso della propria soddisfazione, diede cinque lire a testa, così a loro due, quanto a Gennaro, che per dirla schietta, se le meritava pochissimo.
Dopo di che, andò allo chalet, onde rassicurare la sua Bice, intorno a tutto quello scompiglio.
L’ammiraglio, nell’attraversare il giardino, pareva alla testa del suo stato maggiore, perchè circondato da tutta la gente di servizio che portava lampade e candele, come una piccola processione, tanto che Prospero aveva detto sottovoce a Lisetta:
— Adesso, arriva il viatico!
Entrati nel salotto a pianterreno, tutti si arrestarono, con un generale oh! di sorpresa, che pareva un coro concertato dal Mascagni.
Tranquillamente seduta sopra un divano, c’era miss Annie Trollope vestita da uomo.
— Ah, che bel biondino! — pensò Lisetta.
— Che cosa significa questa mascherata? — gridò l’ammiraglio, — perchè la trovo qui in questo modo?
— Me ne spiace per lei e per me, poichè a quest’ora avrei dovuto essere alquanto lontana.
— E Bice dov’è?
— Non saprei dirlo.
— Non è in camera sua?
— No; era uscita un momento nel giardino e poi non è più ritornata: credevo fosse da lei.
— E come mai non l’avete veduta? — urlò l’ammiraglio, volgendosi ai domestici.
— Noi non abbiamo visto che un uomo!
— E quell’uomo…. era lei! — soggiunse, con calma, miss Annie.
L’ammiraglio si lasciò cadere sopra una sedia, senza trovar più nemmeno la forza di dare sfogo a qualche centinaio d’accidenti.
— E sono io!… sono proprio io!… — gemeva, — io stesso che l’ho spedita al conte come un pacco postale! e che cosa posso fare adesso? che fare, corpo di Giuda?
Miss Annie rispose, con pacatezza:
— Una cosa sola: dare la vostra santa e paterna benedizione!
L’ammiraglio chinò la fronte, davanti alla logica inoppugnabile dell’inglese e, dopo avere pensato un pochino, crollò la grossa testa bonaria, e diede un pugno sul tavolino, esclamando:
— Oh, dopo tutto, non è mica una gran disgrazia! sia fatto quel che vuole il destino.
E preso un foglio, con una busta, scrisse:
«Figliuoli miei, venite: papà v’aspetta.»
E sulla busta:
«Bice e Giorgio Tibaldi. – Grand Hôtel.»
Tutte le faccie s’illuminarono di grande letizia, e Mario, memore anche delle venticinque lire, volò più che non corse al Grand Hôtel. Mezz’ora dopo, nella gran sala terrena della palazzina Liberti, l’ammiraglio accarezzava dolcemente la sua bionda creatura, dicendo a Giorgio:
— Malandrino, voi me la rubate!
— Al contrario! — rispose Giorgio, prendendo Bice a braccetto, — ve la restituisco, raddoppiata di tenerezza; avevate una figlia e ora avete anche un figlio che non vi adora meno di lei.
— E così sia! — concluse l’ammiraglio, — questa sarà la tana dell’orso marino: e quello, — aggiunse, indicando lo chalet, dolcemente illuminato dalla luna, sorta allora, — quello sarà il nido dei vostri amori.
E Giorgio, con Bice a braccetto, istintivamente si avviò verso il giardino.
L’ammiraglio lo arrestò con un abbraccio, esclamando gaiamente:
— Oh, non ancora! Per andare a quello chalet, non si passa dal giardino. Si passa…. dal municipio!

da: www.liberliber.it