Giovanni Pascoli – Tolstoi

Cercava sempre, ed era ormai vegliardo.
Cercava ancora, al raggio della vaga
lampada, in terra, la caduta dramma.
L’avrebbe forse ora così sorpreso
con quella fioca lampada pendente,
e gliel’avrebbe con un freddo soffio
spenta, la Morte. E presso a morte egli era!
e Dio gli disse: “Io già non venni a pace
mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia!
Né pensare al dimani: esso, ci pensi.
Ad ogni giorno basta la sua pena”.
E Dio gridò: “Chi ama padre o madre
su me, non è degno di me. Chi ama,
più di me, figlio o figlia, non è degno
di me. E chi non prende la sua croce
e segue me, non è degno di me”.
Ed e’ vestì la veste rossa e i crudi
calzari mise, e la natal sua casa
lasciò, lasciò la saggia moglie e i figli,
e per la steppa il vecchio ossuto e grande
sparì. Tra i peli delle ciglia gli occhi
ardeano cupi nelle cave occhiaie,
e gli sferzava intorno al viso il vento
la bianca barba. Tra le betulle irte
andava, curvo sul bordone, ed aspra
scrosciava sotto il grave piè la neve.
E mentre andava, a lui più forte il cuore
un dì batté; spicciava dalla fronte
ghiaccia il sudore ed anelava il petto.
Ond’ei sostò nella nevata steppa
in un crocicchio, in mezzo a grandi selve.
E chiuse gli occhi sotto i fili d’erba
delle sue ciglia. Ma li aprì stupito…

II

E si trovò sotto un pallor d’ulivi.
Ed una voce udì soave accanto:
“Frate Leone, Dio ti benedica”.
Ed era un poverello, ch’avea rotta
la tonica e il cappuccio ripezzato,
e scalzo andava, con la tasca al collo
sospesa, cinto d’un capestro i fianchi.
Erano intorno strida di cicale,
canti d’uccelli in chiarità di sole.
E il poverello disse al pellegrino
così: “Frate Leone pecorella,
ben tu scrivesti, ove è perfetta gioia.
Quando giungiamo al nostro loghicciolo
Santa Maria degli Angeli, e la porta
picchiamo, ed esce il portinaio, e dice:
– Chi siete voi? – Siam due dei vostri frati –
e colui dice: – Voi non dite vero;
andate via, che siete due ribaldi –
se noi gli obbrobri sosteniamo in pace;
frate Leone, ivi è perfetta gioia.
E se picchiamo ancora, ed egli ancora
esce e ci caccia con gotate e dice:
– Partitevi indi, o vili ladroncelli! –
se questo ancora noi portiamo in pace;
frate Leone, ivi è perfetta gioia.
E se, da fame stretti pur, picchiamo
e in pianto e per l’amor di Dio preghiamo
ed egli esce e ci batte a nodo a nodo
con un bastone, e noi soffriamo in pace;
frate Leone, ivi è perfetta gioia.
E però scrivi, che se il male al mondo
resta, soffrirlo è meglio assai che farlo;
meglio che dare, è che ti diano; meglio
giacer Abel, che stare in piè Caino.
E però scrivi, che non è nel mondo
pregio maggiore, ch’essere dispetti,
e somigliare, in anco noi volere
beffe, gotate, verghe, fiele e croce,
all’uomo in terra ch’era Dio nei cieli”.

III

E per la via moveano i due più oltre.
E li seguiva, a bocca aperta, un lupo,
grande, peloso. E ne vedeva l’ombra
il pellegrino, e lo credè venuto
dietro i suoi passi dalla bianca steppa.
Ma il poverello: “È frate Lupo, un lupo
ch’era omicida pessimo, e la terra
gli era nemica; ma gli accattai grazia
e feci dar le spese, ch’io sapeva
che tutto il male lo facea per fame”.
Così dicendo il poverello, il lupo
chiuse la bocca che teneva aperta
per anelare, e mosse un po’ la coda.
E per la via moveano i due più oltre.
E la campagna piena era d’uccelli
lieti del sole; e il poverello disse:
“Frate Leone, nella via m’aspetta
tanto che un poco io predichi a gli uccelli”.
Entrò nel campo, e cominciò da quelli
ch’erano in terra; e subito a lui tutta
venne la moltitudine infinita
che v’era, di su gli alberi; ed insieme
coglieano il frutto delle sue parole,
aprendo i becchi, distendendo i colli,
movendo l’alie; e quando fine e’ pose,
in schiera su frullarono cantando.
E per la via moveano i due più oltre.
Ed un mendico venne loro incontro
e chiese loro carità d’un pane
per Dio; ma il poverello nella tasca
non avea pane, e n’era assai dolente.
Ma un libro avea, ch’era il sol che avesse,
ed e’ lo prese dalla tasca, e diello
all’uom digiuno, e: “To'” gli disse “e vendi
questo a chi voglia, poi ch’a me non giova:
e compra pane, e Dio ringrazia e loda”.
E questi prese il libricciolo e corse
verso una terra, per mutarlo in pane.
E ‘l libro era il Vangelo di Gesù.

IV

Nella città rissavano i maggiori
ed i minori; e gli uni avean le spade,
gli altri i pugnali, ed erano di cenci
questi coperti, e que’ vestian di ferro;
gli uni più forza, gli altri avean più odio.
Ed ai minori si mescean le donne
forte strillanti e i figlioletti ignudi.
E quelle labbra quasi rosse ancora
del bere al petto, impallidian già d’ira.
E dagli obbrobri si veniva al sangue.
E il poverello si gettò nel mezzo
a gl’infelici, ferro fosse o cenci
lor vestimento, avessero più forza
ovver più odio, e per il santo amore,
e questi e quelli scongiurò, ch’è Dio.
E pregò tutti, poveri e banditi,
servi e padroni, artieri ed aratori,
vergini e spose, giovani e vegliardi,
malati e sani, gente d’ogni lingua,
uomini d’ogni parte della terra,
quelli che sono, quelli che saranno,
li pregò tutti, esso minor di tutti,
di star uniti, di formar un solo,
un solo in terra, come un solo è in cielo.
Così pregava e caddero le spade
ed i pugnali, e ruppero in singulti
uomini e donne, e gli uomini di ferro
prendean in collo i cattivelli ignudi,
che ognun vedesse tra la turba il Santo.
E tutti insieme, tese al ciel le mani,
davano lode a Dio ch’aveano in cuore,
che mai non muta, cui non vede alcuno,
né alcun comprende, dolce, alto… e la terra
tutta echeggiava Amore! Amore! Amore!
Ma il Santo volto al suo compagno: “Frate
Leone,” disse, “or va per altra via,
ché a me conviene ora fuggir celato…”
E sparve. E l’altro uscito dalla terra
andò ramingo per ignote strade.

V

E si trovò nel mezzo a una pineta.
Misto d’incenso v’era odor di mare.
Udì lontano un suono di compieta.

Pianger parea la squilla il dileguare
ad occidente d’assai più che un giorno!
E là tra il nero era un lucor d’altare.

Parea, la selva, un tempio. E quando intorno
tacque la squilla sola, ecco dei pini
s’udì l’aereo murmure piovorno.

Stridiano sulle stipe e sugli spini
tremuli i grilli, e rispondean le rane
a quando a quando di su gli acquastrini.

E notte venne, e fu tutt’ombre vane
l’antica selva, e risonò di rotte
grida di fiere e forse voci umane.

Uno sfrascare, un galoppare a frotte,
un grido acuto, e poi silenzio ancora,
e l’ansimare solo della notte.

E sorse il lume d’una strana aurora
notturna, che le strigi vagabonde
fece fuggir con muti voli anzi ora.

Trascolorò sotto le pallide onde
il tempio immenso con veloci fiumi
ed alte guglie e cupole rotonde.

E il pellegrino, in mezzo al lento fumi-
gare di luce vivida e spettrale,
un uomo vide lento errar tra i dumi.

Veniva dal gran Carro boreale.
Solcato d’ombre era il suo volto macro,
e fisso l’occhio, e sempre, il passo, uguale.

Egli avanzava per il luogo sacro,
tra un’infinita fuga di colonne.
Lo accompagnava il suono del lavacro

del mare eterno… di quell’altro insonne!

VI

E vide il vecchio, e gli mormorò: “Pace”.
E il vecchio scosse il capo: “Andai, lontano,
per aver lei, da tutto ciò che piace!”

“Io fui cacciato”: mormorò il silvano.
E poi soggiunse: “e mi sbalzò sul flutto
d’ogni procella il folle vento vano.

Così mostrai le piaghe mie per tutto.
Altro non fui che pianta di mal orto,
pianta silvestra senza fior né frutto.

A me fu questo che tu vedi, il porto.
Per questa selva m’aggirai cattivo
e lasso e tristo e cieco e nudo e morto.

Morto non pur, ma come non mai vivo.
Era il mio nome per fuggir disperso,
qual foglia secca su corrente rivo.

DANTE, il mio nome. Ero nel nulla immerso,
quando, guardato in viso la ventura,
sorsi e descrissi tutto l’universo.

Descrissi l’uomo, e il sonno nell’oscura
selva e il risveglio, e l’apparir di fiere,
l’una che attrae, la coppia che spaura.

Mi seppellii sotterra per vedere.
Vidi né vivi i più né morti, vidi
gli uomini bestie e l’anime più nere.

Ebbro di lai, d’urli, di guai, di gridi,
mi lasciai sotto capovolto il male,
e giunsi a santi solitari lidi.

A un santo monte su per aspre scale
salii, dove la pena era gioconda.
Gli angeli ventilavano con l’ale.

Nel fuoco entrai. N’ebbi la vista monda.
Entrai là dove bene è ciò che piace,
e l’uomo oblìa, poi si rinnova, all’onda

di sacre fonti. E ritrovai la pace”.

VII

Poi disse: “Ritrovai la beatrice”.
E il vecchio parve domandar qual era
quel monte, lungi, dov’è l’uom, felice.

Spirava un’aura placida e leggiera
che scivolava sopra i larghi pini,
recando odor di mare e primavera.

E con sommessi sibili tra i crini
irti soffiava, e giù garrian gli uccelli,
nell’ombra nera, gl’inni mattutini.

Già si vedean fioriti gli arboscelli
appiè dei pini, e l’acqua bruna bruna
moveva là, di limpidi ruscelli.

E il vincitore della sua fortuna
disse: “Non mossi il piè di qui. Del pianto
o della gioia, questa selva è una”.

Sorgeva il sole; e più che dolce, intanto,
tra il sibilare de’ chiomati rami,
fra l’infinito rompere del canto

degli uccelletti e il rombo degli sciami
e il singulto dell’acque andanti e l’almo
odor delle viole e de’ ciclami,

accompagnato dal respiro calmo
del mare eterno, su per la pineta
veniva il suono d’un eterno salmo.

Venìa Matelda lieta oprando, lieta
cantando, con sue pause per un fiore,
sempre movendo verso il suo poeta.

Ora la selva antica dell’errore
e dell’esilio e d’ogni trista cosa,
splendea di gioia e sorridea d’amore.

Dall’oriente acceso in color rosa,
cinta d’ulivo sopra il bianco velo,
perennemente a lui scendea la sposa,

per trarlo in alto, al Libano del cielo.

VIII

E si trovò tra massi di granito,
il pellegrino, irsuti di lentisco
e di ginepro, e v’odorava il timo
e l’acre menta e il glauco rosmarino
dai fior cilestri. E vi s’udìa lo zirlo
dei tordi e il trillo delle quaglie e il fischio
dei merli. E sparso era un armento bigio
d’onagri. E stava, sopra un masso a picco,
bianca una vacca avanti il mar tranquillo.

Ed era quella un’isola selvaggia,
con grande odor di regamo e di salvia.
Pascea sui picchi la solinga capra,
pascean le vacche chiuse nella tanga.
Né rissa mai v’ardeva, se non l’aspra
voce talora alta mettea la mandra
degli orecchiuti. E il mare sussurrava
come un po’ stanco, con la placid’ansia
quasi di sonno, all’ineguale spiaggia.

Pur altre volte il vento udire il rullo
facea di cupi timpani e l’acuto
squillo di trombe, andando al ciel lo spruzzo
salso del mare; e un secco fragor lungo
dava, ai macigni ed allo scoglio, d’urto.
Fuggiano il vento pallide le nuvole,
accavallate all’orizzonte oscuro;
e palpitava scosso da un sussulto
il cielo, il cielo che v’è sempre azzurro.
Ma il sole allora limpido come oro,
scaldava i pingui cavoli nell’orto,
le prime fave, i fiori del fagiolo.
E del fior d’uva già per l’alto poggio
spremea l’odore. E i petali di fuoco
già dei gerani trasparian dal boccio.
E luccicava l’àlbatro e l’alloro…

IX

E il pellegrino vide un uomo rosso
che arava. E miti vacche erano al giogo.

Ed un altr’uomo, che vestìa di fiamma,
spargeva il seme con man lenta e savia.
Ed un altr’uomo, che vestìa di grana,
copriva il seme con la grave zappa.
E l’aratore dalla fronte larga
spargea sudore, e lietamente arava
con un sorriso tra la fulva barba.
La chioma bionda fluttuava all’aria.
Specchiava il sole la pupilla chiara.

E venner altri da vicini tetti
recando cibo, che vestìano anch’essi
tuniche rosse. Avevano nei cesti
fave fumanti e pan raffermo e pesci
seccati al vento. All’ombra di due lecci
sederon tutti, come dei, sereni.
Erano a loro sassi erbosi i seggi,
sassi le mense. E sparsi per i greppi
parlavan olio e grano, uve ed armenti.

E già pasciuti, bevvero sul pane
acqua di pozzo. Non aveva altre acque
l’isola dura, né, pur mo’ piantate,
davan le viti ciò che fa buon sangue.
Né altro dava l’isola, che piante
di pino e tasso buoni per le fiamme
d’un grande rogo. Un’isola di capre
era, silvestri. Qualche angusta valle
sola pativa il ferro delle vanghe.

E il pellegrino s’indugiava, e stette
molto ammirando l’eremita agreste,
che aveva in odio lotte, risse e guerre,
che sazio e lieto, tolte ormai le mense,
sorgea dicendo: “Nella pace è il bene!”

X

Ma improvvisa ecco nitrì Marsala,
passò nitrendo la giumenta baia
libera e nuda. Un vento di battaglia
precipitò sull’isola selvaggia.

Era il corsaro, era il filibustiere
sfidante il fuoco in mezzo alle tempeste,
era il cavalcatore, era il truppiere
volante via tra un flutto di criniere,
via per le Pampe, via per le foreste,
un contro cento, e ora e dopo e sempre!

Era il romano difensor dell’Urbe:
Mario gli diede i fasci con la scure:
egli passò tra quattro genti, immune,
dalla tua rupe, o Giove, alla tua rupe,
Titano, da San Pietro alla Palude,
come l’eroe nascosto in una nube!

Era il nocchiero che volgea la barra
del navil mosso a ricercar l’Italia,
dietro una stella; e nel chiaror dell’alba
s’udì gridare: Italia! Italia! Italia!
Ella apparia tra fuoco ardente e lava
fumante. Egli vi scese con la spada…

E la giumenta ripassò nitrendo,
squillò quel ringhio come tromba al vento,
stettero, grandi, alti, col mento eretto,
guardando lungi, in fila ed in silenzio,
gli uomini rossi. Ognun pareva intento
a un’ombra dubbia, ad un rumor sospetto…

Ma l’aratore il liscio collo e l’anche
palpò plaudendo con le mani cave
alla giumenta e dielle del suo pane…
E presso lui si fece il vecchio errante,
vestito al modo delle sue campagne.
“Mugik eroe” disse: “io vuo’ qui restare”.

SVB ARBVTO

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