Jolanda – Uguaglianza

Sempre Gesù procurava di divulgare le sue dottrine e di scuotere e migliorare le anime dei suoi rozzi ascoltatori per mezzo di semplici racconti ispirati dall’umile verità della loro vita. Così essi, udendolo parlare di cose note, e vedendo riflessi nella parola divina gli episodi, le incombenze, le passioni loro, vi si interessavano, e per mezzo dell’accesa fantasia scendeva nel loro oscuro mondo interiore alcun raggio di quella luce che poteva trasformare l’ignorante plebeo nell’apostolo di una fede destinata a rinnovare il mondo, l’intima donnicciola nella nuova madre conscia della sua grave missione. Ai più perspicaci di essi non sfuggiva il segreto intento del Maestro, sebbene non comprendessero il significato riposto nella parabola, e allora chiedevano insistentemente spiegazioni. E in una sentenza breve e profonda, il Nazzareno riassumeva l’essenza del suo pensiero.
Un giorno – forse era la stagione delle vendemmie, e l’opera gioconda diede alla Sua mente sempre assorta nel sogno sovrumano l’immagine ideale – ai suoi ascoltatori parlò così:
«- Il regno dei Cieli è simile a un padre di famiglia che uscì sull’alba a prender a opera lavoratori per la sua vigna. E avendo pattuito coi lavoratori per un denaro, il giorno li mandò alla sua vigna. E uscito sull’ora terza, vide altri che stavano sulla piazza sfaccendati, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna e vi darò quel che sarà giusto. Or quelli andarono. Uscì di bel nuovo sulla sesta e nona ora e fece lo stesso. Uscito poi sull’undicesima trovò altri che stavano sfaccendati e disse loro: Perchè state qui tutto il giorno inoperosi? Gli rispondono: Perchè nessuno ci ha presi a giornata. E dice loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama le opere e paga loro la mercede cominciando dagli ultimi sino ai primi. Venuti, dunque, coloro ch’erano andati circa l’undecima ora, ricevettero un danaro per uno. Venuti poi anche i primi si pensarono di prender di più: ma ebbero anch’essi un danaro per uno. E, presolo, mormoravano contro il padre di famiglia dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora, e li hai uguagliati a noi che abbiam portato il peso della giornata e il caldo. Ma egli, rispondendo ad uno di loro, disse: Amico, non ti fo ingiustizia, non hai pattuito con me per un danaro? Piglia il tuo e vattene; voglio dare anche a quest’ultimo come a te. Del mio non posso far quel che voglio? O è maligno il tuo occhio perchè io son buono? Così saranno ultimi i primi, e primi gli ultimi».
Bisogna sapere che i Giudei erano invidiosi dei pagani e non potevano rassegnarsi a vederli uguagliati a loro, per mezzo della conversione, nel sentimento di Gesù; e a malincuore si convincevano che, sebbene entrati tardi nella religione Cristiana, potevano pure conseguire il premio Celeste nell’eternità. Per questo, il Maestro divino, cui tanto spiaceva e ripugnava la gelosia e l’invidia tra coloro ch’Egli stimava fratelli, e che, donando alto esempio di giustizia e d’umiltà, non tollerava la presunzione e lo sprezzo, volle col racconto dei vignaiuoli esporre e commentare una delle teorie più nobili e grandiose della sua dottrina d’amore e di misericordia. Volle dire che non è mai troppo tardi, che non deve parer mai troppo tardi, per farsi seguaci del Signore e portare il proprio contributo d’opera buona e feconda. E se quest’opera sarà data con coscienza, secondo le proprie forze, con volontà ferma e sincero fervore, Dio la ricompenserà come quella di una vita, giacchè Egli non guarda al tempo ma al modo; non alla materialità del contributo ma allo spirito che lo muove.
I lavoratori reclutati all’alba, sono coloro la cui infanzia scorse tra buoni esempi, insegnamenti onesti, nell’unione e nella pace d’una famiglia cristiana che instillò saldi principi di fede, avviò all’esercizio delle pratiche religiose, abituò per tempo a distinguere il male dal bene. Noi tutti ne abbiamo conosciuti di questi lavoratori sereni che trascorsero tutta la loro giornata, dall’alba alla sera, nella vigna del Signore. Però il loro merito non fu tanto grande, perchè mancarono ad essi le occasioni di fuorviare e perchè la responsabilità della loro coscienza illuminata e ben nutrita di forti propositi era maggiore. Spesse volte, anche, la sicurezza della Grazia li rese meno zelanti nell’adempimento dei loro doveri o li macchiò di soverchio orgoglio, di modo che si ritennero perfetti e degni di privilegio, male riconoscendo i meriti altrui.
I lavoratori che entrarono nella vigna solamente nel pomeriggio sono coloro che tardi risvegliarono il loro spirito e la loro coscienza alla luce delle verità eterne. Forse, chissà? oziavano neghittosi e inutili perchè nessuno aveva detto ad essi la buona parola: nessuno aveva loro rivolto l’invito incitatore. Le anime loro erano sbocciate nel silenzio della voce interiore che ammonisce, consiglia e guida. La triste indifferenza per la vita spirituale, l’arido scetticismo per la fede, pura fonte di energia, aveva circondato la loro puerizia fiorita sotto il dominio delle preoccupazioni per un benessere materiale sempre maggiore da raggiungere. Nè tempio, nè preghiera, giudicati avanzi di superstizione, superflui, e forse dannosi in un’èra di scienza e d’indagini libera col pensiero indipendente. Ma venne un giorno nefasto in cui le promesse della vita mancarono ad un tratto, in cui ad un tratto si sommerse fra le tenebre d’un naufragio il sogno più accarezzato, più lungamente perseguito: venne un giorno doloroso in cui la morte crudele rapì l’essere più necessario, più appassionatamente amato e prediletto: e per queste rovine, per queste distruzioni, per questi strazi, la scienza non ebbe che una parola fredda, il mondo un frettoloso compianto, la vita materiale un’inutile ricchezza.
Allora, sull’orlo del precipizio in cui la disperazione gettava queste anime travagliate, una mano misteriosa trattenne, una parola nuova risuonò, una visione mistica si aperse nel buio orizzonte, e chi non sapeva pregare s’inginocchiò e pianse, e chi non sapeva vedere oltre la fine della morte, intravide il chiarore d’un’alba; e chi credeva che tutta l’esistenza si svolgesse sulla terra, fra le creature e le passioni, fra le vittorie e le sconfitte umane, si sollevò su una cima solitaria e in una trasfigurazione conobbe il cielo.
Tardi entrarono nella vigna del Signore, ma non troppo, i lavoratori dolenti, e lo zelo e la spontaneità della loro opera compensò del tempo ch’essi avevano trascorso nell’ignoranza del bisogno che qualche santa missione aveva di essi, così che, a sera, sull’ora del premio e del riposo, poterono raccogliere la spirituale mercede come coloro che li avevano preceduti nel mattino.
I lavoratori, poi, giunti sull’ora tarda verso la notte, quando nessuno li aspettava più, quando nessuno pareva più aver bisogno di loro, obbedienti all’estremo appello del Signore che li invitava nel suo campo, possono venir considerati coloro che compresero il vero fine, il vero significato dell’esistenza soltanto allorchè non v’era più tempo che per uno slancio muto, noto solo all’anima da cui partiva e alla infinita Bontà che lo accoglieva. Il risveglio, tardi avvenuto, ma non invano, d’uno spirito intorbidato dal vizio o profondamente assopito nell’oblìo dei suoi doveri, delle sue migliori e più alte energie.
La resurrezione d’un’anima negli anni ultimi del suo pellegrinaggio terrestre, quando, disgustata, avvelenata dall’amaro che è in fondo ad ogni piacere illecito, o inorridita dalla visione avuta della propria coscienza in un istante di raccoglimento austero, rinnegando e rompendo ogni vincolo, scende umile, vergognosa e contrita nell’acqua lustrale che dà il grande oblìo, la pace inalterabile e prepara alla suprema vittoria.
Tardi lavoratori del vespro possono essere o divenire alcune di quelle misere creature che tutto perdettero, persino il nome, e che, sotto la divisa dell’infamia, rifiuti della società, espiano il delitto a cui non sempre la malvagità li trasse: possono essere o divenire alcune di quelle donne perdute di cui noi arrossiamo soltanto a ripetere il nome, che non sempre e non solo il vizio può avere spinto nel buio profondo della fogna.
Passa, invisibile e divino, Gesù, il salvatore, il rinnovatore delle coscienze e dei cuori: passa, ed è un pensiero alato, benefico, ed è una nostalgia di vita onesta e pura; ed è un ritorno angoscioso verso un ricordo degli anni primi, ed è un ribrezzo salutare del presente, un singhiozzo che subentra al riso amaro, al riso impuro: passa Cristo invisibile e chiama i tardi lavoratori a cui nessuno più nulla chiede, da cui più nessuno spera nulla, e l’immonda spoglia animale cade, e sui volti stravolti vaga, poi si afferma il tornante riflesso dell’anima immortale.
«- Perchè – il Redentore dice ai perduti – perchè non vi recate a lavorare nella mia vigna?
Ed essi:
– È tardi, Signore, è tardi troppo, le tenebre ci avvolgono da ogni lato, che opera potremmo noi dare? – Andate – insiste il Divino – non è mai troppo tardi per dare l’opera propria, per passare dall’inerzia all’azione, per unirsi coi volonterosi. Andate, lavorate con coscienza, e a sera avrete con gli altri la vostra mercede».
Ed essi vanno, gli ultimi, gli smarriti, i reietti. Mentre tutti li scacciano, Gesù, bontà e misericordia ineffabile, li invita. Vanno, e la loro opera d’amore è così ardente che spesso per umiltà e fiamma d’ardore vale più di quella del giusto. Così nel momento in cui tutte le vite si uguagliano, nel momento della dipartita estrema, avviene che la mercede sia la medesima.
«Saranno ultimi i primi, e primi gli ultimi» ammonisce Gesù agli orgogliosi.
Non sia, la severa parola, per noi. Entriamo nella vigna del Signore di buon mattino e diamo alacremente l’opera nostra, ma vedendo sopraggiungere alcuni di questi lavoratori dell’ultima ora non imitiamo i vignaiuoli della parabola gridando all’ingiustizia e facendoli segno del nostro disprezzo, affinché il Signore non abbia a dire a noi pure: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti».