Luciano Zuccoli – La freccia nel fianco

PRIMA PARTE.

….fiori animati

esperti de la gioia e de l’affanno.

I.

S’eran conosciuti, una mattina di vento e di sole, in un piccolo paese sulle rive del lago.

Egli aveva otto anni e si chiamava Brunello. Un giorno doveva essere il conte Bruno Traldi

di San Pietro, con un largo stemma, varii titoli d’antichi dominii perduti e quel tanto di patrimonio

che Fabiano suo padre, giuocatore, avrebbe potuto lasciargli.

Ella si chiamava semplicemente Nicoletta Dossena, apparteneva a famiglia borghese

arricchitasi nell’industria; contava diciotto anni, era dritta nell’anima come nel corpo; alta e

formosa.

Il piccolo Bruno aveva già girato il mondo.

Recava dentro di sè una malinconia e una rabbia di ribellione, un germe di scoramento e una

volontà d’ostinazione meditata, un gusto di beffardaggine incosciente, che in così tenera anima

sbigottivano e parevano straordinarii.

Non aveva mai potuto vivere in pace quei suoi pochi anni di vita.

La madre, Clara Dolores, divisa dal conte Fabiano, voleva il figlio; il padre lo toglieva alla

madre: Bruno stava ora con l’una, ora con l’altro; più spesso col padre, più volontieri con la madre;

avvenivano liti, lavoravano avvocati, si scambiavano lettere e telegrammi e carta bollata per averlo.

E da ultimo era intervenuta anche la famiglia del conte Fabiano, madre e fratelli, per toglierlo ai

due coniugi in guerra e metterlo in collegio.

Quand’era con Fabiano, godeva una libertà pericolosa e piena; la madre lo teneva nascosto

come un gioiello perchè non glielo portassero via; i parenti non erano riusciti ancora ad averlo, e gli

uomini di legge avevan trovato ragione a costruire sulle pretensioni di quella famiglia un edificio di

cause e di beghe, il quale non sarebbe finito mai più, ma fruttava molto agli avvocati delle varie

parti.

Per tutte queste ragioni degli altri, Bruno aveva corso il mondo, ora con la mamma, ora col

papà, e ricordava d’aver visto sfilare sotto gli occhi le città, le campagne, i monti, in treno, in

carrozza, in diligenza, a dorso di muletto.

Era riuscito, tra quel tumulto, a imparare a leggere e a scrivere e si dava grandi arie per

questo coi piccoli amici che veniva a conoscere qua e là, in un albergo di prim’ordine o in una

casupola di contadini.

Suo padre gli insegnava qualche cosa, di tanto in tanto, per capriccio; sua madre lo istruiva

meglio, con maggior costanza. Aveva avuto qualche maestro privato, una istitutrice giovane e

bruna che stava presso suo padre, e di cui udiva parlar molto male da sua madre.

Egli non ascoltava se non ciò che poteva divertirlo, si faceva una specie di coltura a brani, e

un giorno voleva dipingere come Clara Dolores, un altro prender le sue note di viaggio come

Fabiano, un terzo vivere non facendo nulla o guidando i cavalli.

Il conte Fabiano aveva venduto, ricomprato, tornato a vendere la sua scuderia; ma dovunque

andava, teneva carrozza; sontuosa o no, a seconda dei colpi di fortuna.

Talora egli e il bambino erano ricchi e scialavano; talora veniva una raffica dal tappeto

verde, che portava via quasi tutto. Scendevano allora dall’albergo di prim’ordine a qualche albergo

pieno di poesia e d’incomodi, in un paesetto qualsiasi; la carrozza spariva; si vedevano intorno a

Fabiano certi uomini melliflui e diffidenti che gli procuravan danari.

E allora Fabiano e Brunello ripartivano, riprendevano la vita grande, sin che la mamma

sopraggiungeva, faceva una scena a Fabiano e si portava via Brunello.

Con lei, il bambino tornava bambino; andava a letto presto, mangiava regolarmente tre volte

al giorno, in ore fisse: studiava un poco, giuocava, non aveva per amici i domestici e i cocchieri, ma

altri piccoli ragazzi, che gli parevano molto stupidi; si lasciava cullare da tenerezze continue e si

annoiava leggermente. Aveva al suo seguito un cane di Terranova con pochissime pulci, mentre il

barbone del papà ne formicolava un giorno e l’indomani, per improvviso ordine del conte, pareva

tutto di seta, e puzzava di mille profumi che lo facevano starnutare ad ogni passo.

D’improvviso ricompariva il papà. Egli minacciava di bruciarsi le cervella se non gli

restituivano il bambino; la mamma correva dall’avvocato, poi sveniva, e il bambino finiva col

riprendere la strada insieme al padre.

Brunello viveva di questa vita, dalla nascita, attonito, impassibile, osservando; non poteva

affezionarsi nè a luogo nè a persona, e si contentava d’aver qualche preferenza; la madre, il padre, i

parenti, i conoscenti, gli sembravano curiosi e simpatici, quantunque sentisse che poteva fidarsene

mediocremente.

C’era del fracasso, dell’impreveduto, della commedia, nella sua esistenza. Capiva ch’egli era

causa o pretesto, o a vicenda pretesto e causa di tutto un congegnoso affanno; e assisteva,

inconsapevole spettatore, alla commedia, senza potersi dire s’egli valeva o non valeva tanto da

commuovere i personaggi, ch’erano cospicui e a lui parevano grandissimi.

Intanto viaggiava; egli, il padre, il cane barbone che si chiamava Tiè, e molti bauli; un intero

baule serviva pei balocchi, magnifici e varii, acquistati da Fabiano con la prodigalità che questi

usava in tutte le cose di sua vita.

Ma qualche volta Bruno era colto da malinconia e da scoramento. Voleva la mamma, se era

col papà; o voleva il papà, se era con la mamma. Quei due non potevano star mai insieme e in pace;

e questo inconveniente lo disturbava molto.

Arrivavano in un paese, gli portavano nella camera il baule perchè si divertisse, e Bruno

toglieva dalla compagnia delle marionette il Re moro, e arrampicatosi con quello sul coperchio,

rimaneva seduto malinconico a sognare.

Poi c’erano i giorni in cui pioveva e nevicava. In alcune città, la pioggia e la neve parevan

più uggiose che in qualunque altro luogo del mondo; non s’udiva che il rumore di qualche carrozza,

lo scalpito d’un ronzino, a lunghi intervalli.

Bruno passava ore con la fronte e il naso schiacciato contro il vetro d’una finestra a guardar

nella via una processione d’ombrelli, o su in alto qualche raro volo di colombi e di passeri.

Erano i giorni in cui non si faceva niente di bello, non si usciva a passeggio, non si andava a

teatro, non si mangiavano i dolci nelle pasticcerie; e non perchè pioveva o nevicava, ma perchè il

babbo aveva pochi quattrini o anche non ne aveva punti, e stava ad aspettarli.

Bruno aspettava egli pure, soffiando sui vetri e disegnando pupazzi col ditino nel velo del

fiato; ma ciò non bastava a divertirlo.

Finalmente Fabiano aveva avuto una buona idea ed era partito col figlio per una città che

sorgeva di là dalle pianure e dalle montagne, oltre i fiumi mormoranti nella loro spuma argentea.

E dentro la città, Bruno aveva trovato un tramestìo che non aveva mai visto, un passaggio

continuo di carrozze e di omnibus a tre cavalli e di carri e di carrette, e gente che galoppava tutto il

giorno e fracasso e urti e fretta e scalpitar di zoccoli ferrati sul selciato liscio.

Di sera, una festa di lumi ovunque, in lunghe file sulle rive d’un fiume, a tondo sulle piazze,

in alto dentro le case, nei larghi spazii delle vetrine; e lo scalpito e il tumulto non cessavano mai.

La casa di Fabiano fu subito frequentata da ufficiali che vestivano chiassosamente coi

calzoni rossi, le giacche azzurre e gli alamari bianchi alle giacche; e venivano anche damine gentili

molto odorose.

Tutti parlavano una lingua diversa dall’italiano; chiacchieravano, ridevano, – il salotto

pareva un’uccelliera coi più garruli uccelli, – prendevano il tè col babbo, che parlava quella lingua

speditamente, ciò che a Brunello dava idea che anche suo padre fosse uno straniero.

C’era in salotto un bel piano a coda ornato di ricchi bronzi, e ora un ufficiale vi si sedeva

innanzi a suonare un ballabile senza freno, ora una giovane, – tutte le donne che venivano per casa

erano giovani, – cantava una lenta languida romanza.

Bruno era accompagnato in salotto all’ora del tè.

Le damine gli si affollavano intorno ad accarezzarlo; ma di molte parole che gli si

rivolgevano egli non capiva che il suo nome un po’ stroppiato nelle vocali; e seguivano espressioni

che dovevano essere graziosissime, perchè tutti sorridevano approvando. Solo il bambino sbuffava

impaziente.

Il papà gli dava un bacio, e lo lasciava tra quelle sottane, perchè egli stava giuocando,

seduto a un tavolino con gli ufficiali. Molto danaro e un mazzo di carte attraevan tutta la loro

attenzione, e da quell’angolo non venivano risate.

Le donne facevan musica, cinguettando, si prendevan Bruno come una piccola scimmia

innocua e se lo mettevan sulle ginocchia; o lo lasciavan dormire in un cantuccio del divano, o lo

portavano in braccio, o se lo facevano arrampicare sul collo o si sdraiavano a terra con lui a

giuocare coi soldatini.

Egli s’era abituato così ai profumi, alle vesti seriche, alle mani dalle unghie dipinte, agli

occhi ombreggiati, ai colli bianchi, ai capelli morbidi, che sprigionavano olezzi misteriosi, alle

caviglie sottili, a tutte le malizie dell’eleganza; e precocemente aveva capito che le giovani eran

balocchi degli uomini; ogni ufficiale n’aveva una; com’egli era un balocco tra quei balocchi di

lusso.

Viveva da piccolo animale non anco pericoloso, tollerato e un poco beffeggiato, piuttosto

sul tappeto e sul divano che dritto in piedi; e la sua crudeltà infantile si scapricciava con quelle

ragazze, calpestandole, pungendole, scompigliandone i capelli, come la crudeltà degli altri bambini

si sazia torturando le mosche.

Ma avveniva che d’improvviso, ricordando d’avere un figlio e di doverne rispondere,

Fabiano non si occupasse che di lui. E non era piacevole, quantunque avessero detto a Bruno i

maestri e le istitutrici che l’amore paterno e l’amore materno sono due grandi tesori nella vita.

Fabiano voleva troppo dal piccolo, che a sei anni sapeva leggere e scrivere; lo ingozzava di

somme e di sottrazioni e di geografia, così che il bambino se ne sognava anche di notte, e aveva più

paura delle cinque parti del mondo che del diavolo.

E l’indomani, colto da una tenerezza repente, il papà conduceva Bruno con la carrozza a due

cavalli in un immenso parco, per le andàne del quale s’incontravano amazzoni belle, quelle stesse

che giuocavano col bambino, e cavalieri, quegli stessi che giuocavano col babbo.

In una grande trattoria elegantissima tra il verde e i fiori, al suono d’una musica invisibile,

Fabiano e Brunello si trattenevano a colazione; e tutto il giorno era festa, e la sera il teatro, per lo

più un Circo equestre, chiudeva degnamente la giornata faticosa. Bruno era soddisfatto, perchè il

babbo era stato sempre con lui e non gli aveva chiesto quali sono le cinque parti del mondo.

Pareva egli stesso un fanciullo, il babbo, in quelle rarissime giornate.

A casa difendeva in lunghe battaglie ordinate i suoi soldatini di piombo contro i soldatini di

Bruno, o improvvisava una commediola nel teatrino di marionette; ad ogni scena che gli garbava,

Bruno chiedeva immediatamente il bis, e l’autore si sforzava a piacer meno che fosse possibile per

non ripetere, una scena dopo l’altra, tutta la rappresentazione. Ma piaceva sempre troppo, al

contrario di ciò che avviene nella vita d’ogni giorno.

Quando compariva il Re moro, si faceva l’oscurità nella camera, e alla ribalta bruciavano

certi sali in due salierine d’argento che figuravan da tripodi, e tutta la scena era illuminata da vapori

azzurri. Poi il Re moro si sentiva male, e cadeva lungo disteso sul palcoscenico. Bruno aspettava il

seguito, e non udendo voce, si muoveva dalla sua poltroncina e scopriva che il babbo non c’era più;

se n’era andato alla chetichella, e Bruno lo ritrovava nel suo studio a leggere o in salotto a

chiacchierare con gli amici.

Il Re moro indicava con la sua morte la fine del dramma; epperò quando lo vedeva apparire,

Bruno gridava inquieto:

– Papà, non farlo cadere! Papà, lascialo vivere!

Brevi giorni di gioia, che saranno stati dieci, che saranno stati venti in un anno: gli altri,

Bruno se li doveva sbarcare da solo, ora coi domestici, ora con un maestro che insegnava tutto ma

non interrogava mai, ora con le donnine del babbo.

Disponeva della propria giornata a piacere, comparendo un po’ dovunque e cercando d’esser

vicino a suo padre. Qualche volta una ragazza se lo prendeva e se lo conduceva a spasso e a pranzo,

e lo faceva dormire in un lettuccio improvvisato, restituendolo a casa dopo due o tre giorni.

Egli tornava e non diceva nulla; lo interrogavano e si sbrigava con poche parole; aveva le

sue conoscenze personali qua e là, di cui alterava i nomi a caso e ricordava nella sua disordinata

conversazione qualche gesto o abbozzava qualche aneddoto. Le ragazze lo consideravano come un

amico discreto e placido, e ne sorridevano, quando non si dilettavano ad aizzarne la bizza sparlando

a bella posta del conte, o protestando perchè il Re moro puzzava di vernice.

La vita nella città dei lumi e del fracasso durò un tempo troppo breve per Fabiano e certo

troppo lungo per Brunello.

Finì il giorno in cui il Re moro perdette la corona di cartapesta dorata, la quale da qualche

tempo gli scivolava sull’occhio sinistro o sul naso, con danno alla sua gravità augusta.

Stanco degli scherzi e dello sfringuellare delle amiche e assordato dall’incrociarsi di

conversazioni di cui capiva ormai il linguaggio ma non afferrava tutto il significato, Bruno aveva

preso sonno in una poltrona, tenendo il Re moro tra le braccia; e un tintinnìo sul tavolino e qualche

fresca risata ne cullarono il riposo.

Quando si destò, gli ospiti erano partiti e la corona di cartapesta rotolata dal capo regale a

terra.

Restava il papà, assorto in un pensiero così difficile, che forse non gli lasciava nemmen

vedere il suo bambino; e passeggiava in lungo e in largo pel salotto.

Brunello e il Re stettero a guardarlo, fin che il papà, vista la corona a terra, si chinò a

raccattarla e la gettò dalla finestra nel giardino.

– Partiamo domani! – annunziò senza volger la testa a Bruno, forse parlando a sè medesimo.

La decisione della partenza sembrava così naturalmente scaturita da quel gesto, che Bruno

ne fu sorpreso.

Dopo un istante di silenzio, durante il quale non osò muoversi dalla sua nicchia, domandò:

– Perchè il Re non ha più la corona, papà?

– Perchè il Re non ha più la corona, – ripetè Fabiano fermandosi.

Allora Bruno ebbe coscienza che qualche grande fatto era avvenuto.

E vedendo che il papà riprendeva la corsa, il Re e Brunello scivolarono dalla poltrona; e

l’uno, con la testa scoronata e le braccia penzoloni, portato dall’altro che camminava piano con le

sue scarpette di panno, se ne andarono.

II.

Il cavaliere Maurizio Dossena chiamò sua figlia Nicoletta, una mattina di giugno, per

annunziarle che la villa vicina era stata presa in affitto da quel famoso conte Fabiano Traldi di San

Pietro, del quale anch’ella aveva udito parlar qualche volta a Milano.

Il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro, – Maurizio lo rammentava intanto alla

figliuola, – viveva separato dalla moglie, aveva dato scandalo come giuocatore sfrenato, ed era

continuamente in lite coi creditori, con la famiglia sua, con la moglie, con la famiglia della moglie.

Ed arrivava da Parigi

– Da Parigi! – ripetè solennemente il cavaliere Maurizio.

Prese un grosso libro di sulla scrivania, lo levò in alto, lo lasciò ricadere, perchè il tonfo

sottolineasse con terribilità il nome della città di perdizione.

A Parigi, il conte Fabiano, in un anno o due di soggiorno, aveva dato un forte tracollo al suo

patrimonio. Ne tornava per trovar danaro e forse per riprendere le vecchie liti con la famiglia.

Viveva nel frattempo in campagna, come vive il lupo nella caverna fin che gli ricresca il pelo; ma

non ci sarebbe rimasto molto, fortunatamente; la campagna è noiosa per uomini di tal fatta.

Era bene che Nicoletta sapesse tutto ciò. La villa del conte confinava con la villa Dossena; i

due giardini guardavano la strada e avevano in comune il tratto di spiaggia e di lago che si stendeva

loro innanzi.

Ora, Nicoletta doveva essere prudente; perchè il cavalier Maurizio e la moglie non

desideravano punto di conoscere quel personaggio. Occorreva dunque evitarlo, e quando fosse stato

necessario, anche rinunziare alle passeggiate sulla spiaggia.

Nicoletta vestita di bianco, un gran cappello di paglia ornato di papaveri sulla chioma nera a

riflessi azzurrini, ascoltò la discorsa di suo padre freddamente.

C’era da tempo, da due anni almeno, un malinteso tra il padre e la figlia.

La fanciulla aveva sognato un giorno, ancor bambina, di darsi all’arte; il palcoscenico

l’attraeva; s’era messa a studiare, prima di nascosto, poi palesemente, per essere attrice. Ma quando

aveva affacciato quel suo desiderio, era avvenuta una scena in casa.

Il padre non sapeva capacitarsi che Nicoletta bella, pura, intelligente, chiamata alla felicità,

poichè un giorno avrebbe potuto disporre di centomila lire di rendita, sognasse un sogno così

stravagante. La madre se n’era accorata, scusando la figlia con l’ignoranza del mondo, ma

guardandola da quel momento con occhi inquieti, come si guarda una persona dai gesti e dagli atti

poco rassicuranti.

Il teatro! La folla! I pericoli del palcoscenico! La intimità con gli uomini! L’arte di

rappresentar le passioni più colpevoli!…

– Basti il dire, – osservò il cavalier Maurizio, – che l’Alfieri ha osato scrivere Mirra pel

palcoscenico. E sapete chi era Mirra?

Nè la moglie nè la figlia, innanzi alle quali Maurizio esalava il sentimento della sua

indignazione, sapevano chi fosse Mirra; ma la moglie Carlotta alzò le mani e gli occhi al cielo,

scandalizzata; e Nicoletta alzò le spalle, tranquillamente.

– Mirra! – andava ripetendo il cavaliere Maurizio. – Mia figlia dovrebbe un giorno

rappresentare la scellerata donna con tutte le astuzie che assicurano gli applausi. Mirra!

– Ma che Mirra! – esclamò Nicoletta, arrischiando. – Son cose che si scrivono, ma che non si

rappresentano.

– Se ne rappresentano di peggio! – incalzò la signora Carlotta, la quale non sapeva che di là

dalla passione di Mirra non s’era inventato ancor nulla.

– E insomma, – concluse Maurizio risolutamente – fin che tua madre è viva, fin che tuo padre

è vivo, il palcoscenico no!

Levò la mano destra chiusa a pugno, e ripetè la frase che gli pareva sintetica:

– Il palcoscenico no!

Per due anni dai sedici ai diciotto, Nicoletta si provò a lottare; vano sforzo contro volontà

strapotenti che la fiaccavano, perchè la fanciulla si sentiva sola di fronte a tutta la famiglia, a tutti i

parenti i più lontani, a tutte le conoscenze e le amicizie di casa.

La signora Carlotta portava intorno la passione di sua figlia per il palcoscenico come un

mendicante porta in giro il suo moncherino, per ispirar pietà e ribrezzo; e si faceva compiangere

largamente e suscitava la simpatia che si riserba alle grandi sventure. Il padre ne parlava come un

giuocatore di Borsa parla della guerra imminente che gli farà perdere una fortuna. I parenti non ne

menavan rumore, ma ne discorrevano senza posa, sottovoce, come d’un mal di famiglia o d’una

piaga nascosta.

Nicoletta sentiva d’essere malamente amata; non già perchè si contrastava il suo desiderio,

ma pel modo chiassoso e villano con cui si contrastava, ma perchè pesava sulle sue fragili spalle

una riprovazione, palese o tacita, sproporzionata alla causa, ma perchè si ribellava, s’offendeva

della figura che volevan formarle: la figura d’una ribelle sconsigliata, d’una piccola sciocca

vanitosa, d’una ingrata senza cervello.

S’ostinò per due anni a dire: “Il palcoscenico sì” mentre suo padre urlava: “Il palcoscenico

no!”.

Ma intanto Nicoletta si guardava intorno, apriva gli occhi, sentiva il peso di quelle parentele

borghesi che vivono tra il danaro e il fasto, pel danaro e pel fasto; che costruiscon palazzi in modo

che si capisca che costano molto; che ogni cosa fanno per gli spettatori con una ostentazione

cocciuta di ricchezza e di potere; che sono larghe e liberali fino all’insolenza davanti alla platea, e

grette e timide e ingenerose non appena cala il sipario. La fanciulla ne ebbe un grande

accoramento; non v’era a sperar nulla di nuovo; anche la sorte di lei era segnata dalla nascita; e si

piegò con amarezza: non parlò più d’arte e di palcoscenico; era vecchia, a diciott’anni le grandi

attrici hanno già quasi un nome; ella sarebbe giunta in ritardo, quand’anche fosse avvenuta per

miracolo la conversione di suo padre e di tutto il parentado.

Ma il lungo periodo di contrasti e di dispute, l’abitudine a osservare la famiglia come un

manipolo d’avversarii spietati, la differenza scoperta tra la mentalità di quelli e la sua, le lasciarono

un solco nell’anima.

Colei che doveva essere la grande artista, oscillante come una fiamma nell’aria, si chiuse in

sè stessa; desiderava qualche cosa ch’ella stessa non avrebbe potuto dire, ma che doveva farle una

vita a parte, una qualunque cosa meno cognita, meno sicura, meno tradizionale, meno crassa della

placida sorte riserbata a una signorina borghese e ricca.

Sembrava gelida, e ardeva.

Le avevan messo accosto da qualche tempo il giovane Duccio Massenti, trovato al ballo

d’una famiglia amica.

Aveva ventisei anni, possedeva una discreta fortuna, portava il titolo di conte. Non era nè

brutto, nè bello; di figura media, coi capelli chiari, gli occhi castani, il mento ornato da una piccola

barba a punta, mancava d’una espressione decisa e significante; ma era gentile e compito.

Nicoletta capì; e di tutti i giovani che le stavano intorno, il conte Duccio fu immediatamente

il meno gradito alla fanciulla.

Egli rappresentava agli occhi di lei la soluzione cognita, sicura, tradizionale e crassa della

placida vita d’una signorina borghese: aveva in più, al confronto d’altri uomini incaricati di risolvere

la vita d’altre signorine borghesi, il titolo di conte; il quale piaceva molto al cavaliere Maurizio,

faceva diventar lustri gli occhi della signora Carlotta, ma non aveva eccitato la fantasia della

fanciulla.

Dopo pochi mesi di conoscenza, Nicoletta lo rimproverò un giorno, perchè egli aveva osato

scegliere la sua campagna in vicinanza della villa Dossena.

– Che cosa viene a fare? – gli domandò Nicoletta ruvidamente. – Io non godo un poco di

libertà che in campagna.

– Ma appunto per questo, – rispose Duccio, sorridendo, – appunto per questo spero che

potremo conoscerci meglio….

– S’inganna, – interruppe Nicoletta. – In campagna, io sto sempre sola; vado, vengo,

passeggio, esco in barca e in carrozza, e non dò conto a nessuno di ciò che faccio. Sto benissimo

così: sono felice soltanto quei pochi mesi e non muterei nulla alla mia vita per nessun patto.

– Saprò farmi tollerare, – rispose il conte col suo sorriso, che diventava impacciato.

– Non ci si provi neppure! – consigliò Nicoletta. – E del resto, perchè vuole conoscermi

meglio? Non mi conosce abbastanza?

– A dir vero, credevo, – osservò Duccio, – di conoscerla abbastanza. Ma ella mi prova col

suo acerbo rimprovero e con la sua severità che sono ancor lontano dal sapere tutto il suo carattere.

– Ho un carattere molto antipatico. Glielo dico io per la prima, – rimbeccò Nicoletta.

– -Vorrei essere sicuro che non è antipatico soltanto per me, – rispose Duccio timidamente.

La fanciulla rise.

– Oh no, – disse, – è per tutti! Ma se vuole che per lei sia meno antipatico che per gli altri,

non venga in campagna; mi lasci tranquilla….

Il conte si rabbuiò in viso.

– Forse, – arrischiò, – disturberei?…

Nicoletta lo guardò sorpresa, arrossendo.

– Spero che lei scherzi! – rispose freddamente.

– La ringrazio, – disse il giovane respirando meglio. – E allora, non verrò a disturbarla in

campagna!

– Tocca a me ringraziarla, – esclamò Nicoletta, stendendogli la mano.

E annunziò anche a suo padre e a sua madre, francamente, quello stesso giorno, che aveva

pregato il conte di non annoiarla troppo e di lasciarla libera in campagna.

– Non so perchè tu ci dica questo, – osservò Carlotta.

– Come? – rispose la fanciulla stupita.

– Ma sì, – spiegò Maurizio, – perchè ci dai questa notizia? Il conte non ci disturba se è

vicino, e non ci offende se sta lontano.

– Credevo che vi occupaste di lui, – confessò Nicoletta.

– Io? – esclamò Carlotta.

– Io? – esclamò Maurizio.

– E allora tanto meglio! – proruppe Nicoletta irritata, comprendendo che non le si voleva

ancora dir nulla dei disegni che si stavano maturando intorno a lei e a Duccio. – Tanto meglio per

tutti. Me ne sbarazzerò più presto.

La signora Carlotta mosse le labbra e fece un gesto come per protestare, ma un’occhiata di

suo marito la fermò.

Bisognava lasciar correre l’acqua per la sua china; non si doveva far di quelle speranze una

questione acuta come s’era fatta a proposito del palcoscenico. Il conte Duccio, se davvero voleva

quella figliuola, se davvero l’amava, si sarebbe ingegnato da solo a riuscire. Pel momento era

meglio non parlarne troppo e non irritar la fanciulla, o sarebbero occorsi altri due anni a

persuaderla, come pel palcoscenico.

Carlotta ebbe il lieve rammarico di non poter portare intorno quale una nuova stimmate

pietosa il rifiuto di sua figlia per un cospicuo matrimonio; ma si piegò alla volontà esperta di

Maurizio, del quale era caldissima ammiratrice.

Se non che, quando apprese, appena giunta in campagna, che la villetta vicina era affittata al

conte Fabiano Traldi di San Pietro, scattò improvvisamente.

Nicoletta scendeva dallo studio di suo padre, dove aveva udito la discorsa sulla vita e i

miracoli del conte Fabiano, e s’avviava a pian terreno, nella sala da pranzo, per sorbire la

cioccolata.

Aveva fame: era allegra; si riprometteva una gita, la prima gita nel bosco, che doveva essere

ancor fresco e odoroso per l’umidità notturna e tutto vibrante e scricchiolante al vento.

Diede gaiamente il buon giorno alla mamma, che aveva già bevuto il caffè e latte, e s’era

attardata per aspettar la figliuola.

– Sì, sì, buon giorno! – ripetè Carlotta, brontolando. – Hai fatto un bell’affare, tu!

Il domestico presentava con le mani guantate di filo bianco il vassoio alla fanciulla e la

cestina d’argento colma di biscotti. La fanciulla gli indicò di lasciargliela innanzi, con un gesto del

capo. Ella non sapeva nemmeno che faccia e che nome avessero i domestici. Poi attese che se ne

fosse andato.

– Ho fatto un bell’affare, io? – domandò quindi a sua madre. – E quale sarebbe?

– Sarebbe! – ripetè Carlotta col broncio.

– Oh Dio, mamma! – esclamò la fanciulla annoiata. – Non cominciamo; non farmi ripetere

venti volte una domanda. Se ho sbagliato, dimmelo. Io non mi sento colpevole di nulla.

Il candore con cui Nicoletta sosteneva un’accusa vaga, disarmò la signora.

– Colpevole non sei; non voglio dirti colpevole, – spiegò infine. – Ma stordita e bizzarra

come al solito.

Nicoletta si toccò in testa per assicurarsi che non avesse il cappello a rovescio.

– Ma no, – disse sua madre. – Si tratta di ben altro. Sai chi abbiamo per vicino di casa?

– Il papà me lo ha detto or ora; il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro. Famoso lo ha

chiamato il papà, perchè è carico di debiti e si accapiglia con sua moglie. E mi ha detto anche di

schivarlo quanto sarà possibile.

– È sottinteso, – assentì la signora. – Ma capisci quale sciocchezza hai commesso?

– Io? – esclamò Nicoletta sbalordita. – Gli ho detto io di far debiti e di accapigliarsi con sua

moglie?

– No: ma vedi quali vicini abbiamo? – osservò la madre con improvvisa dolcezza. – La

villetta non poteva essere affittata da un altro?

– Oh, da mille altri! – rispose Nicoletta ridendo. – E che me ne importa?

– Eh no, no! Un altro la voleva; io lo so, – disse la signora sempre dolcemente, con un

piccolo sorriso. – E per colpa tua, è andato tutto in fumo.

– Signore Iddio, vi ringrazio! – esclamò Nicoletta. – Duccio! La voleva Duccio! Ora ho

capito; e io l’ho pregato di star lontano…. È di questo che mi accusi?… Ma ne sono molto

soddisfatta, devo confessartelo. Ti figuri una vicinanza simile?

– E perchè no? Il conte Duccio Massenti è uno squisito gentiluomo, la cui compagnia

avrebbe fatto piacere a tutti.

– Fuori che a me! – interruppe Nicoletta.

– E tuo padre e tua madre non contano nulla, allora? – domandò la signora Carlotta,

aggrottando le sopracciglia.

– No: in questo caso non contano proprio nulla, – ribattè Nicoletta. – Perchè Duccio non

sarebbe già venuto per voi, ma per me. È inutile seguitar la commedia. So benissimo ch’egli

vorrebbe sposarmi: me lo ha fatto capire in tutti i modi. E allora sarebbe toccato a me sopportar

lunghe ore di conversazione sentimentale, ascoltar la sfilata delle sue speranze, far le passeggiate a

due, col papà o la mamma all’orizzonte, per decoro…. Meglio il conte Fabiano e i suoi debiti. L’uno

e gli altri non ci riguardano!

– Ma che cosa vuoi, che cosa vuoi tu? – gridò di scatto la signora, alzandosi in piedi.

Nicoletta, che aveva recato alla bocca la tazza, guardò sua madre di sopra l’orlo di quella,

assaporando la cioccolata che rimaneva.

Era un poco sorpresa dall’impazienza aggressiva della signora; ma quando si accorgeva che

gli altri avevano torto, si faceva subito fredda e indifferente, per vendetta.

– Che cosa voglio? – ella ripetè, deponendo la tazza sulla sottocoppa. – Chiedimi piuttosto

che cosa non voglio. Non voglio il matrimonio, per ora almeno, col conte Duccio Massenti. È

troppo presto: non lo conosco.

– Sfido io! – esclamò con un largo gesto la signora Carlotta. – Se lo mandi lontano, ogni

volta che cerca avvicinarsi, il poveretto!…

– Segno che non m’interessa! – dichiarò la fanciulla semplicemente.

Poi, quasi leggendo dentro il proprio animo, soggiunse:

– -Che cosa voglio? È difficile dire. Qualche cosa che non sia troppo comune, troppo

volgare, perchè mi sembra di meritar più che le altre.

La signora Carlotta che stava per andarsene, trovò opportuno fermarsi per dare segno della

sua disapprovazione.

– Ti sembra volgare e comune il partito che ti offriamo? – disse. – Che desideri? Un Re? Un

Imperatore? Sei sempre con la testa all’arte e al palcoscenico?

– Non è questo, non è questo! – osservò la fanciulla, scuotendo il capo assorta, con gli occhi

nel vuoto. – Non distinguo tra un matrimonio e l’altro…. Non ti saprei dire….

La madre riconobbe d’essere stata una sciocca ad aprire una discussione così imprudente, e

ammirò ancora una volta il marito che fuggiva le chiacchiere inutili. Nulla di più vano che chiedere

a una fanciulla di diciotto anni che cosa vuole; a diciotto anni non si sa; molti uomini non lo sanno

a trenta e a cinquanta, e camminano lo stesso.

Fatte rapidamente queste riflessioni, la signora Carlotta mutò discorso:

– Non esci? – chiese alla figliuola. – Il tempo è bello; c’è un poco di vento, ma non

infastidisce troppo.

– Sì, – rispose Nicoletta. – Ora vado.

E invece d’avviarsi alla soglia, per la quale sua madre era passata ed uscita, si levò da tavola

e andò a sedersi in una poltrona, di contro al giardino, che il sole illuminava per ogni angolo, che il

vento faceva tremare.

Che cosa voleva?

Nulla più la irritava che quella domanda categorica, la quale sembrava attendere una

categorica risposta; come se di fronte al mondo e alla vita il volere fosse cosa semplice, il desiderio

fosse definibile; come se nella sua anima giovane e palpitante non avessero dovuto vibrar mille

incertezze, mille timori, mille ritrosie, mille illusioni.

Anche non sapere ciò che si vuole è uno stato d’animo, pensava Nicoletta; uno stato d’animo

doloroso, che pure ha la sua triste dolcezza; uno stato d’animo che non ammette definizioni, perchè

ciò che si vuole qualche volta è fuori del mondo.

E suo padre e sua madre non potevano capire simili fantasie.

III.

Qualche cosa che non fosse troppo comune…

Ella credette sognare, vedendo sbucar d’un tratto da una siepe del giardino e correre verso di

lei uno svelto bambino tra i sette e gli otto anni.

Era vestito di bianco; i calzoncini chiusi al ginocchio lasciavan nudi i polpacci: un berretto

di panno sui capelli neri era un poco inclinato verso l’occhio destro.

Teneva in mano una canna alta e flessibile, da cui gocciolava l’acqua. E fermatosi sul

limitare, squadrò un istante Nicoletta per comprendere con chi avesse a fare; poi disse, ben sicuro:

– Signorina….

Nicoletta s’era alzata, arrossendo.

– Vieni ad aiutarmi, – seguitò il fanciullo, appoggiandosi alla canna e guardando

attentamente Nicoletta.

– Che vuoi, caro? – disse questa. – Che ti è avvenuto?

Il fanciullo la fissava con un poco di meraviglia, ascoltandone la voce calda e carezzevole.

Poi, invece di rispondere, interrogò:

– Perchè sei diventata rossa?

– Io? – esclamò confusa Nicoletta. – Son diventata rossa?

Ma egli si distrasse, e seguitò, accennando giù, in fondo al giardino, verso il lago:

– La mia goletta è andata troppo lontano. Ho cercato di riprenderla e non ci riesco. Ci vuole

una canna più lunga, e son venuto a domandartela.

Ella sorrise.

La parola di lui era chiara e precisa, come era dritto e fermo il suo sguardo.

– Davvero? – esclamò Nicoletta. – Andiamo a vedere!

E prontamente uscita in giardino, prese la destra del fanciullo nella sua sinistra.

– Vieni ad aiutarmi? – egli disse contento. – Vieni! Vedrai; è un bel bastimento; l’ha

comperato il babbo a Parigi.

Parigi! Il nome della città richiamò alla mente di Nicoletta gli ordini e i consigli di suo

padre. Non v’era più dubbio; ella teneva per mano il figlio del conte Traldi; già l’aveva indovinato

al primo vederlo, e aveva arrossito d’impaccio, sapendo che non poteva accoglierlo in casa.

– Come ti chiami? – ella chiese avviandosi con lui verso il cancello.

– Bruno, – egli rispose.

– Bruno Traldi di San Pietro, – ella seguitò. – Non è vero?

– Come sai? – egli interrogò ridendo.

– Me lo hanno detto.

– Mi avevi già visto?

– No. Mai. E tu?

– Io ti ho vista ieri, in carrozza. Son belli i tuoi cavalli.

La guardò levando il capo; poi soggiunse:

– Mi piaci.

– -Che strano, che strano fanciullo! – pensò Nicoletta.

Ma Bruno aveva già ripreso:

– Come ti chiami, tu?

– Nicoletta Dossena.

– Nicla, – corresse prontamente Bruno.

– Nicla; come vuoi, – assentì Nicoletta sorpresa. – Lo hai inventato tu….

E ripensò:

– Che strano, che strano fanciullo!

Erano usciti, avevano attraversato la strada,

tenendosi per mano; ambedue vestiti di bianco, lieti sotto il sole, camminando presto, già

amici fidati

Giunti sulla riva, Bruno indicò il bastimento; una goletta a due alberi e a due rande, armata

di cannoncini di bronzo, carica di soldatini di piombo, alcuni dei quali davan del naso nella schiena

dei compagni.

– Se ne va! – disse Bruno ridendo. – Ora come facciamo?

E tolta la mano dalla mano dell’amica, chiese di nuovo:

– Quanti anni hai?

– Diciotto, – rispose Nicla. – E tu?

– Quando sono savio, il babbo dice che ne ho sette, – rispose Bruno. – Quando sono cattivo,

dice che ne ho otto, perchè a otto anni bisogna essere uomo.

– Tra i sette e gli otto, dunque, – rilevò Nicla sorridendo. – E perchè sei cattivo?

– -Ah! – rispose Bruno sbuffando. – Come si fa?…

E c’era in quel sospiro tanta noia, tanta impazienza, che la fanciulla non rise….

– Non stanno mai tranquilli, – soggiunse Bruno. – Ho visto tutto il mondo….

Nicoletta non aggiunse parola. Aveva visto tutto il mondo!

– Andiamo, signorina, – riprese Bruno. – Bisogna fare qualche cosa pel bastimento.

– Io ti propongo questo, – disse Nicla seriamente. – Vedi la barca laggiù? È mia. Quando il

bastimento sarà più lontano ancora, noi entreremo nella barca, io remerò, e la raggiungeremo.

– Sì: tu remerai e io con la canna lo farò tornare, – assentì Brunello gioiosamente. –

Lasciamolo andar lontano, più lontano ancora, fino ai monti….

E guardava verso ponente le montagne che si disegnavano nere sull’azzurro, e pareva con gli

occhi valicare le vette e fissare altri paesaggi sconfinati, altri monti, e fiumi e praterie e valli e città.

La goletta vacillava sull’onda e le vele sbattevano al vento insieme al piccolo tricolore di

poppa.

Nicla e Bruno tacevano, ma si scambiavano un’occhiata di tratto in tratto sorridendo a

vedere il bastimento che si dilungava a poco a poco.

– Allora, non conosci neanche il mio papà? – disse Bruno improvvisamente. – Egli sta in

quella villa cinericcia, che è presso la tua.

– Villa Florida, – indicò Nicla.

– Sì, villa Florida. E la tua come si chiama?

– Villa Carlotta. È il nome della mia mamma.

– La mia mamma si chiama Clara Dolores.

– È un bel nome, – osservò Nicla. – E la tua mamma è bella?

– Credo, – rispose Bruno. – Anche tu sei bella.

Nicla avvampò in viso.

Non aveva mai udito da anima viva simili parole, e quantunque venissero da un fanciullo

innocente, ne sentiva la molestia.

– Ora andiamo, – disse Brunello. – Conducimi a riprendere il bastimento….

Sciolsero la barca lunga e sottile, raccolsero a prua la catena, spinsero nell’acqua.

Bruno, salito per primo, si volse ad aiutare Nicla, porgendole la mano; e partirono, la

fanciulla remando prima a sciaroga e poi adagio verso la goletta, e Bruno, seduto a’ suoi piedi,

guardando piuttosto la nuova amica che il bastimento, raggiunto con pochi colpi di remo.

– Eccolo! – disse Nicla, inchinandosi sul bordo e stendendo il braccio.

– Lascialo, – ordinò Bruno. – Rema ancora. Andiamo più avanti!

Nicla obbedì, accelerò la cadenza dei remi.

Quando allargava le braccia e quando le ritraeva a sè coi remi per puntar contro la pedagna,

il busto eretto e la linea del corpo si staccavano nitidi sul fondo azzurro: e dal basso in alto, Bruno

la vedeva candida nel cielo turchino.

Egli non parlava più; sembrava, coi grandi occhi neri velati, sognare.

Aveva sentito che Nicla non era come le altre; era invece come una fata, che sempre lo

avesse conosciuto ed atteso; e provava, il ribelle a tutti i baci e a tutte le carezze, un timido

desiderio di toglierle i remi dal pugno e di ricoverarsi tra le sue braccia, per chiudere gli occhi e

reclinare la testa sul petto di lei.

Anche Nicla sognava, abbandonata alla cadenza uguale, ascoltando il tonfo e lo sgocciolìo

dei remi e il cigolare d’una forcola.

Rapiva il fanciullo sbucato dal giardino, e lo teneva perchè non corresse più il mondo.

Tornato da paesi remoti con gli occhi foschi entro i quali mille vicende oscure s’eran

riflettute e le cuspidi dei campanili e il volo dei colombi, era venuto a cercarla, balzandole innanzi

d’un tratto, sorridente e fiducioso.

Un’ora prima, l’uno non sapeva dell’altra; ambedue credevano la vita più mesta che non

fosse.

Nicla abbassò gli occhi a guardarlo.

Egli dondolava un poco sul fondo della barca ad ogni brivido dell’onda, e Nicla sorrise,

abbandonati i remi.

Bruno si levò in piedi, si puntellò alle ginocchia della fanciulla e le posò due baci sulle

guance; ella lo baciò in fronte e lo tenne stretto fra le braccia.

– Vedi come siam lontani, – disse, accennando la riva e la goletta che s’era fatta piccina

sull’acqua.

Bruno, immobile tra le braccia dell’amica, con la testa appoggiata alla guancia di lei, volse

gli occhi a guardare in silenzio.

– Su! – fece Nicla, reggendolo dolcemente. – A cuccia ancora! Torniamo a casa!

Egli s’acquattò di nuovo ai suoi piedi.

Incontrarono la goletta a metà via e la raccolsero a bordo.

– Ci vedremo ancora, signorina? – chiese Brunello a un tratto.

– Quando vorrai, – rispose Nicla.

– Io voglio sempre.

– E allora tu mi aspetterai sulla riva, io ti vedrò, e uscirò a prenderti.

– Anche tu mi vuoi sempre?

– Quando sei savio.

– Quando ho sette anni, – riflettè Bruno.

Tacque un poco, indi riprese:

– Tu, che vuoi fare?

– Come? – domandò Nicla, che non aveva compreso.

– Io voglio guidare i cavalli e scrivere le memorie di viaggio. E tu?

– Io? – ripetè Nicla.

Stette un poco a pensare, poi rispose umilmente:

– Non so.

Bruno la guardò sorpreso.

– Non ti piace nulla?

– Molte cose mi piacciono, ma non so come averle. Mi piace essere sola e libera.

Comprendi?

– Anche senza di me? – chiese Bruno scorato.

– Tu hai la tua mamma e il tuo papà, – osservò Nicla.

– Ah! – disse Bruno, senza gioia. – E per questo non mi vuoi?

– Ti voglio. Ma sarà per poco. Il tuo babbo ti condurrà ancora lontano.

– Chi sa? – mormorò Bruno con un accento in cui era tutto il dubbio inconsapevole del

destino. – E allora non mi dici che farai?

– Volevo essere un’artista, e me lo hanno proibito, – disse Nicla con esitazione, quasi stesse

confidandosi a un giudice.

La barca strisciò sulla sabbia e la fanciulla ritirò ì remi perchè la prua toccasse la riva.

Scesero, legarono, tiraron la prua più in alto.

– Un’artista! – ripetè Bruno, mentre lavorava a passar la catena nell’anello ch’era sulla

spiaggia. – Di quelle che cantano? Io le ho viste a Parigi, quelle che cantano, e venivano anche a

casa mia. Ma tu non hai le unghie dipinte e l’acqua d’odore nei capelli….

– Oh, no, no, Bruno, che dici? – esclamò Nicla stupita. – Io volevo essere una grande attrice.

– Ah, è più bello; un’attrice, che fa la commedia e la tragedia, e ti fa ridere e ti fa piangere:

so com’è; ho visto; è molto difficile, ma a me piace.

– Sì, la commedia e la tragedia, ridere e piangere! – assentì Nicla. – L’arte, insomma, non le

unghie dipinte.

– E allora, quando cominci?

– Mai, – rispose la fanciulla. – Il mio papà e la mia mamma non vogliono.

– E perchè? Il mio papà mi lascerà guidare i cavalli e scrivere le memorie.

– Tu sei un piccolo uomo, che può tutto, – rispose Nicla. – Io sono una donna che non può

nulla. Mi hanno detto le ragioni per le quali una signorina non deve essere attrice; e sono giuste.

Bruno, che s’era messo a sedere a prua e stava ascoltando con le mani in mano, parve

incredulo.

– Una signorina non deve far la commedia e la tragedia e far ridere e piangere? – interrogò. –

Allora le attrici non sono mai signorine?

– Non puoi capire! – rispose Nicla sorridendo. – Si tratta forse di pregiudizi!: ma è così.

– Che cosa sono i pregiudizii? E allora non farai nulla?

– Nulla. Farò la signora, come le altre. – disse Nicla. – Sarò forse contessa.

– Come la mamma?

Nicla osservò attentamente Bruno, aspettando con ingenuità il suo giudizio.

– Ma questo, – egli seguitò, – non fa nè ridere nè piangere. Non diverte nessuno!…

– Oh, hai ragione! – esclamò Nicla con un breve sorriso. – Non diverte nessuno.

– Addio, – disse Bruno staccandosi dalla barca. – Più tardi, io tornerò sulla riva, e se mi

vorrai, uscirai a prendermi.

– Sì, verso le cinque; prima fa troppo caldo. Addio, Bruno!

– Addio, signorina!

– Chiamami Nicla!

– Addio, Nicla!

Stese le braccia, attirò a sè il viso della fanciulla e la baciò sugli occhi, sull’uno e sull’altro

sapientemente. Poi si mise a correre, si volse a salutar con la mano, e scomparve oltre il cancello

della villa Florida.

IV.

Tutti i giorni si videro così e più volte il giorno, ora allontanandosi con la barca, ora errando

nel bosco di cerri e di castagni che si stendeva e si arrampicava su pel monte a ridosso del quale

sorgevano le due ville.

L’esistenza di Nicla s’era tanto accomunata con l’esistenza di Bruno, che la fanciulla non

desiderava più d’avere ospiti per distrarsi; e quando giungevano amici e amiche e ad essi doveva

sacrificare i convegni con Bruno, le passeggiate dal pomeriggio fino al crepuscolo, durava fatica a

dissimulare il suo malcontento.

Il bosco saliva aprendosi lungo il monte; era qua e là fitto d’ombra, qua e là libero al sole,

con larghi spiazzi, con bruschi gomiti per dove s’ingolfava il vento, con vôlte ben conteste di

fogliame e ben riparate. Terminava su di un poggio, donde si scorgeva lontano il lago, e sotto la

valle umida, da cui fumigavano al tramonto fumi turchini di vapori e fumi densi di casolari che

indicavano il tempo della cena.

Nelle ore più calde, Nicla e Bruno coi seggiolini pieghevoli, avevano il loro posto prediletto

su una breve prateria, che i castagni tutt’in giro chiudevano e riparavano come grandi chiomati

spiriti verdi; e nell’ora in cui il sole andava scomparendo di là dai monti, salivano sempre al poggio

per udir le campane che annunziano da lungi il vespero, le campane degli armenti che si radunano e

tornano alla stalla, le campane flebili che mormorano a fior d’acqua sul lago.

E osservavano di là i fiumi densi, i fiumi turchini, la verzura che digradava giù pel versante

e si faceva a poco a poco bigia e poi nera; e ascoltavan qualche voce perduta che chiamava di tra le

macchie; e guardavan cangiarsi il color delle acque, dall’argento pieno di mobili riflessi alle

lividure dell’agata, al duro piombo senza luce.

Il lago diventava uno specchio magico, che d’ora in ora mutava, a seconda dell’aria e del

sole; una conca bianca, azzurra, aurea, opalescente, quando tutta corsa da brividi leggeri e quando

immobile come metallo.

Tornavano tenendosi per mano.

Si baciavano sul limitare del bosco e si lasciavano per rientrare ciascuno nella propria villa.

Nicla s’era chiesta che cosa poteva essere per quel fanciullo balzato così rudemente e

gentilmente nella sua vita.

Egli aveva la madre e il padre; aveva nonni e zii; troppa gente che invece di farlo felice, lo

rattristavano disputandoselo chi come un balocco e chi come un gioiello. Non aveva donne intorno.

La madre, a quanto Nicla aveva capito dai racconti del fanciullo, era un poco bizzarra e non

costante nel suo affetto; ella pure incline ai dispendii e alla vita leggera. Le altre, conosciute a

Parigi e altrove, quelle che giuocavano e si facevano calpestare da lui e se lo conducevano a casa

come un cucciolo riottoso, non erano donne agli occhi di Nicla.

Avevan lasciato in quel piccolo cuore un torbido ricordo, ed egli le rammentava troppo

d’improvviso, per un gesto o per una parola.

Nicla più d’una volta, nella dolcezza del suo idillio, n’era rimasta turbata sinistramente,

quasi avesse visto passar nel caro bosco dei castagni, sotto la placida luce, un faunetto lascivo.

Un giorno in cui Bruno sedeva sulle ginocchia di lei e tutti e due leggevano un romanzo di

viaggi, all’ombra dei pacifici loro alberi, il fanciullo la fissò a lungo.

Ella sentiva quello sguardo che la percorreva tanto vicino da non poter non rispondergli; ma

teneva gli occhi sul libro e continuava a leggere ad alta voce, chiedendosi perchè Bruno insistesse

così stranamente.

Era uno sguardo non più animato dalla devozione, ma freddo di curiosità ambigua, crudele

di dubbio e d’impertinenza. E d’un tratto il fanciullo disse:

– Nicla!

– Ascolta, ascolta, – rispose Nicla, senza levar gli occhi, indovinando che bisognava

distrarlo. – Ascolta com’è bello, ora che trovano il grande lago.

Bruno stese la mano aperta sul libro, perchè Nicla non leggesse più.

E disse, quasi a conchiudere un suo pensiero:

– Vuoi che ti baci dietro le orecchie?… Abbassa il capo, che ti bacio dietro le orecchie…. E

dopo, farai così….

Con le labbra modulò un lieve lungo sospiro.

– Che dici? – esclamò Nicla, gettandolo quasi dalle ginocchia a terra, e guardandolo offesa.

Ma si trattenne; capì che non doveva chiarire alla mente del fanciullo la sconvenienza delle

sue parole.

Lo prese per mano, lo condusse sul poggio a guardare la conca del lago in cui si riflettevano

con ombre verdastre i monti.

E senza volerlo, a cuore chiuso, fu così fredda e diffidente, che Brunello sentì d’averla

allontanata; ed egli ripercorse il bosco nella discesa, stretta la mano nella mano di Nicla e

singhiozzando.

– Piangi? – gli chiese Nicla.

– Non mi vuoi più bene – egli borbottò tra le labbra raccolte in un grosso broncio.

– Ti voglio bene ancora, ti voglio bene sempre – lo rassicurò Nicla, – ma oggi non sei stato

savio, e torniamo a casa più presto.

Egli non protestò, accettando la punizione; ma Nicla fu stupita che non chiedesse perchè lo

puniva. Il piccolo sapeva, aveva compreso.

Donde veniva il faunetto? Quale strana perfida esistenza aveva avuto lui per testimonio?

Già la candida ignoranza dell’età era qualche volta soverchiata da istinti obliqui, da

reminiscenze stravaganti. Pareva, a udirlo discorrere, che avesse conosciuto mille donne.

E tornava alla memoria di Nicla un delizioso quadretto del Castiglione, veduto in una

galleria d’arte a Roma. In aperta campagna, sotto un roseo tramonto, un piccolissimo fauno

s’avvicina in punta di piedi a una ninfa che dorme, e toltone cautamente ogni velo, ne occhieggia

cupido le nudità.

Nicla guardava talora Brunello col senso di corruccio con cui aveva guardato offesa il

piccolissimo fauno.

Perchè egli le sfuggiva di tanto in tanto.

Certi giorni era insofferente d’ogni tenera carezza; o dopo avere accolto un bacio, voleva

baciare a sua volta, e baciava Nicla sulla bocca, indugiandovisi, premendo le labbra di lei con le

proprie, sentendo ch’eran buone e fresche e che nessuno le baciava così, le aveva mai così baciate.

Poi il fanciullo tornava, il candore velava quelle precoci inquietudini, e in Nicla rinasceva la

fiducia. Sentiva di potere accarezzare Brunello, di potere stringerselo fra le braccia, di poter

maneggiarlo come cosa sua.

E voleva ostinatamente persuadere lui, persuadere sè stessa ch’egli era un bambino come

tutti gli altri; voleva tacitamente fargli dimenticare ciò che aveva visto o intuito, e addormentare gli

istinti, che le altre, le giovani sconosciute e perverse, avevano forse aizzato pel loro ozio.

Il bosco, il monte, il poggio erano lo scenario di quei piccoli drammi; e le risa e i pianti del

fanciullo e le risa e le rampogne della giovane eran noti agli annosi alberi amici, che stormivano al

vento, che stendevano il loro fogliame al tepore del sole.

I giorni di capriccio non eran pochi nella vita di Brunello. Talora non voleva nè leggere, nè

udir leggere, non voleva correre, nè star quieto, nè guidare il suo cavallo ch’era Nicla, nè ascoltar le

favole che lo avevano sempre dilettato.

E un giorno Nicla scattò:

– Che vuoi tu? Che vuoi tu, brutto ragazzo? che possiamo fare per te? Andremo a prenderti

il sole e la luna e tutti i pesci d’argento che sono nel lago?

Sorrise e d’un tratto, con un’altra voce, più alta, più libera, che pareva un’onda cullante, con

una voce in cui vibrava la sua bella giovinezza di cristallo, s’abbandonò a cantare:

/* Noi coglierem per te balsami arcani Cui lacrimâr le trasformate vite, E le perle che lunge

a i duri umani Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati, Esperti de la gioia e de l’affanno: Ei le storie d’amor de’

tempi andati Ti ridiranno…. */

Bruno stava ad ascoltare, gli occhi sbarrati e la bocca socchiusa, con l’anima rapita; un

piacere nuovo improvvisamente arricchiva la sua esistenza.

Non aveva mai udito recitare una lirica.

Il gesto, la voce, Nicla come uno stelo sul verde sfondo del prato; le parole numerate e

misteriose, in cui correva una trepida musica e aleggiava il profumo d’un tempo che non era più;

tutto spalancava un’ampia finestra sopra un mondo dai colori non mai visti, dai suoni ricchi e

prodigiosi, tutto, tutto, formava una rivelazione grande.

Nicla fu a sua volta sorpresa dall’effetto che le due strofi e la sua voce avevan destato

nell’animo del fanciullo.

Ella aveva recitato per giuoco, supponendo ch’egli non sentisse la parola sacra del poeta; ed

egli era stato colto d’un subito, strappato alla realtà, avvolto in una nube di sogni.

– Ti piace? – disse Nicla osservando lo stupore di Brunello.

– Oh sì, sì! – egli esclamò, seduto ai piedi d’un grosso tronco.

– Hai capito? – interrogò Nicla.

– Sì, – rispose Brunello superbamente. – Sì.

– È impossibile che tu abbia capito, – rilevò Nicla sorridendo. – Poi ti spiegherò.

– Ho capito, – ripetè Bruno. – Non voglio che tu mi spieghi.

Che cosa egli avesse capito, la fanciulla non potè sapere.

Ma intuì che il piccolo aveva ragione.

Perchè spiegare? Perchè determinare l’idea, circoscriverla, farla esatta, mentre Brunello

sentiva, vedeva, viveva un suo mondo, sterminatamente più grande di lui, nel quale egli si smarriva

con gioia, nel quale incontrava fantasmi e luci, che nessuno avrebbe potuto indicargli se non

rimpicciolendoli?

E Nicla seguitò:

Ti ridiranno il gemer de la rosa

Che di desìo su ‘l tuo bel petto manca,

E gl’inni, nel tuo crin, de la fastosa

Sorella bianca.

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti

De l’ametista grotte e del cristallo,

Ove eterno le forme e gli elementi

Temprano un ballo.

Bruno ascoltava senza più respiro.

Nicla fece una pausa, s’avvicinò al fanciullo, e presogli il capo fra le mani, lo baciò due

volte.

– Ti piace, dunque? – ella disse, felice. – Più che le favole, più che giuocare al cavallo, più

che stare sui miei ginocchi a leggere i viaggi?

– Io quando sarò grande – rispose Brunello solennemente – dirò anch’io così.

– Sarai anche tu poeta? – domandò Nicla.

E il piccolo, seduto ai piedi del tronco, ignaro che una formica impertinente gli correva sulla

schiena, promise:

– Sì; anch’io!

– Hai dunque trovato la tua professione, – osservò Nicla ridendo.

Lo fece alzare e s’avviò con lui verso la discesa, perchè le campane da lungi mandavano

l’eco dell’avemaria.

– Come sai tu queste belle cose? – domandò Bruno. – Come hai fatto a impararle?

– Le ho studiate nei libri e mandate a memoria. Non ti ricordi che io volevo essere attrice?

– Ah, è vero! – esclamò Bruno ridendo.

– E ne sai molte? Perchè un’attrice deve saper dire così bene?

– Non so se dico bene – rispose Nicla. – Ma avevo tanta passione, che certo sarei riuscita.

– E adesso – constatò fieramente Brunello – non dici che per me. Domani mi dirai ancora. Io

non sapevo che nei libri ci fossero cose tanto belle, e la musica….

Nicla ebbe un piccolo sorriso.

La musica era ciò che Bruno aveva subito afferrato; la musica del verso era l’elemento

nuovo della sua vita, e su quelle note egli si lasciava trasportare via, con voluttà.

Ma l’indomani, mentre la fanciulla, alla preghiera incalzante di Bruno, aveva ripreso a

cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani,

s’interruppe d’un tratto.

Alle spalle di Bruno era comparso un signore tutto vestito di bigio.

Nicla gettò un’occhiata a lui, gettò un’occhiata a Bruno, e comprese.

– Oh, il mio papà! – disse Bruno volgendo il capo e alzandosi.

Il conte Fabiano s’avvicinò e inchinandosi lievemente, col cappello nella destra,

– Signorina – disse – non le sia sgradito che io le esprima la mia riconoscenza per l’affetto

che dimostra al mio Brunello.

– Prego – balbettò Nicla confusa. – Egli mi tiene compagnia.

– Se non l’annoia, ne sono contento – seguitò Fabiano.

Nicla ricordò i consigli e gli ordini di suo padre, il cavaliere Maurizio; bisognava con

quell’uomo, con quel personaggio rotto a ogni vizio, essere freddi e contegnosi. Ma come poteva

ella respingere una parola di ringraziamento, come non esser turbata vedendo colui del quale tanto

si parlava tra i borghesi timorati e guardinghi?

– Oh no, non mi annoia! – esclamò Nicla. – È molto savio!

– Vedi, papà? – disse Bruno con espressione di trionfo.

Il conte e la fanciulla sorrisero.

Ma Nicla era sbigottita.

Il padre di Bruno, alto e slanciato, oltrepassava d’un palmo la snella figura di Nicla.

Anch’egli come il figliuolo aveva occhi neri in un volto magro e olivastro; e quantunque non

contasse che trentasette anni, già invecchiava, stretto nella morsa delle sue male abitudini. E ciò

sbigottiva la fanciulla, abituata a veder visi tondi e rosei ed espressioni di placido contento.

I capelli di Fabiano eran più bianchi che neri; molti fili d’argento si mescolavano ai morbidi

fili della barba corta a punta; e intorno agli occhi era una rete sottile di rughe, che apparivan quasi

impercettibili screpolature quando i muscoli del suo mobile viso si contraevano in un’espressione

pensosa o ironica.

– Egli è cresciuto selvatico e bizzarro – disse, accarezzando la testa di Bruno. – Lei,

signorina, potrà fargli molto bene.

Detto questo, s’inchinò ancora, si coperse il capo, e proseguì la sua passeggiata per il bosco

a passo lento.

– Vuoi andare col papà? – chiese Nicla a Bruno.

Egli guardò suo padre che s’allontanava e non si mosse.

– Dimmi la poesia, – rispose.

Nicla disse la poesia; ma andava nel frattempo pensando a quell’incontro.

Già sapevano in casa che ella aveva conosciuto il piccolo Traldi di San Pietro; e il cavalier

Maurizio e la signora Carlotta ne avevano avuto occasione per una lunga predica.

Bisognava ormai confessare d’aver conosciuto anche il grande, il personaggio famoso che

veniva da Parigi, come un modello del genere?

O l’incontro non avrebbe avuto seguito, e a Nicla sarebbe stata risparmiata un’altra ora

noiosa di avvertimenti e di rimproveri?

In verità, fino a quel giorno, il conte s’era ben guardato dal richiedere non chiesto l’amicizia

della famiglia Dossena.

Viveva nella sua villa, con un domestico, una cuoca e una governante vecchia. Riceveva

visite di gente che veniva da Milano, uomini e donne, che eran forse i suoi compagni di piacere.

Usciva con questi a far gite nei dintorni, e sebbene tutti in paese si occupassero di lui, egli aveva

l’aria di non occuparsi d’alcuno.

Con Nicla fu discreto, e non passò più pel bosco.

Dato uno sguardo alla fanciulla, di cui udiva raccontar maraviglie da Bruno, e giudicatala

subito, aveva lasciato il bambino a quelle mani fidate.

– Il papà ha detto che di mamma ne basta una – raccontò Bruno l’indomani – , ma che tu sarai

mia sorella. E che tu sei come egli aveva pensato. Aspetta. Tre cose. Ecco: timida, bella, e pura.

allora tu sarai mia sorella. Lo ha detto il papà. E ha detto anche che il difetto dei bambini, è che per

farli ci vogliono le mamme….

Quando Bruno raccontava, con una loquacità la quale non era del suo carattere, ma si

sfrenava innanzi a Nicla pel bisogno di confidarsi, la fanciulla lo lasciava andare fino al primo

intoppo, fin quando, cioè, non avesse riferito qualche stravaganza o non avesse esposto qualche sua

opinione zoppicante.

Udendo un così cattivo giudizio sulle mamme, Nicla lo fermò subito:

– Belle cose ti dice il papà!

– Non è vero? Il papà dice sempre belle cose! – confermò Bruno ingenuamente.

– E la povera contessa?

– Quale contessa? – domandò Bruno.

– La tua mamma.

– Ma egli diceva così per la mamma, non hai capito?

– Ho capito, ho capito: e me ne dispiace molto.

– Egli diceva così perchè la mamma ora è in Isvizzera, ma deve venire a trovarci uno di

questi giorni; e ciò secca molto il papà. La mamma mi vede, dice che sono magro, che sono malato,

e vuole portarmi via. Il papà non vuole e dice che sono grasso e non sono stato mai così bene…. La

mamma dice che….

– -Ma tu preferisci la mamma o il papà? – interruppe Nicla di nuovo.

Bruno si mise il piccolo indice dritto attraverso le labbra.

– Non sta bene domandare queste cose! – dichiarò sottovoce.

– Io non domando per curiosità! – rimbeccò Nicla. – Voglio sapere per giudicare come o con

chi puoi star meglio.

– Finora, proprio, sto meglio con te! – disse Bruno. – Ma tu fa finta di non saperlo, perchè la

mamma vuole che io stia meglio con lei, e il papà vuole ch’io stia meglio con lui; e se capiscono

che invece sto meglio con te, diventano molto gelosi.

– Allora non dirai nulla della nostra amicizia alla mamma? – domandò Nicla sorpresa.

– No. Io con la mamma sono un altro.

– Come, un altro?

– Sì, un altro, più piccolo!

– Fai l’impostore, insomma! – spiegò Nicla.

– Sì, faccio l’impostore! – confermò Bruno.

– Un bambinetto ingenuo, un po’ tardo, mezzo addormentato, mezzo scemo? – incalzò Nicla,

non potendo trattenere un sorriso.

– Proprio così! – dichiarò Bruno, battendo le mani.

– E perchè, povera mamma, perchè ingannarla?

– A lei piace che i bambini siano un poco scemi. E se si accorge che io sono intelligente mi

domanda che cosa facciamo, chi conosciamo, dove andiamo, e se il papà giuoca, e se ci sono in

casa le istitutrici giovani e se spendiamo molto. Una volta, io che non sapevo, le ho raccontato

tutto….

– Che cosa le hai raccontato?

– Le ho raccontato….

Esitò un istante, per chiamare in aiuto la sua memoria e ordinarla, poi seguitò:

– Le ho raccontato che c’era in casa, a Parigi, una governante che si chiamava mademoiselle

Praline e vestiva sempre la sera con gli abiti scollati, coi capelli biondi e lunghi e con belle

scarpette di vernice. E cantava tutto il giorno e aveva il naso voltato in su. Poi alla sera veniva a

pranzo con gli abiti scollati. Ma il papà l’ha mandata via perchè quando non cantava, era sempre in

cucina a farsi fare il tè e poi la bistecchina e poi ancora il tè, e mangiava tutti i biscotti; e io l’ho

vista nello specchio che intascava i cucchiai d’argento, e l’ho detto al papà. E allora il papà l’ha

mandata via, dicendo che voleva salvare almeno i coltelli e le forchette.

– E tu hai raccontato tutto questo alla mamma? – esclamò Nicla.

– Sì, io non sapevo che non bisogna raccontare tutto.

– La colpa non è tua, – mormorò la fanciulla col cuore stretto. – E allora?

– E allora la mamma ha raccontato tutto, anche lei, all’avvocato, e il papà ne ebbe molti

dispiaceri.

– E da quel giorno, hai fatto lo stupido per prudenza? – interrogò Nicla, accarezzando

lievemente la testa del fanciullo. – E ora andrai di nuovo con la mamma?

– No; ora la mamma viene soltanto a vedermi. Il papà la aspetta, e per ciò la governante è

vecchia.

Nicla non trovò la forza di sorridere.

V.

Bruno mancò infatti per alcuni giorni al solito convegno sulla riva del lago, e Nicla lo

vedeva passar dal giardino insieme a una signora giovane e sottile, vestita con semplicità costosa.

La contessa Clara Dolores aveva capelli castani, volto pallido e piccolo in cui ardevano

lunghi occhi scuri. S’indovinava in lei subito un temperamento impressionabile, mobilissimo,

fantastico, alla rivelazione del quale la bocca dalle labbra rosse un po’ tumide aggiungeva una nota

di passione.

Era scesa all’albergo Bellevue e si recava ogni giorno alla villa Florida, di là dalla villa

Dossena, a prendersi Bruno per condurlo a spasso e poi a colazione e a pranzo.

Nicla evitava d’incontrarli, ma quella giovane dritta, magra, nervosa, una frustata nell’aria, le

aveva, appena intravista, prodotto una sensazione di piacere e di meraviglia.

La psicologia di Bruno le si chiariva, pensando a suo padre, volontario e ostinato schiavo di

tutti gli appetiti, e a sua madre, sul cui volto si leggevano l’estro e l’impulso.

Venuto da quei due, dai quali ereditava, sommati, gusti e inclinazioni e rare sensibilità, che

dovevano essere causa di molti dolori a coloro che gli volevan bene, Brunello non poteva essere un

fanciullo come tutti gli altri.

Nicla s’era illusa. Sarebbe stato meglio o peggio: più suscettivo, più intelligente, più

sensuale, straordinariamente aristocratico, cioè lontano dalla folla e dai suoi talenti; uno di quegli

uomini il cui destino sta come in cima a una fiamma, che l’aria fa tremare e volgere a capriccio, o

lancia ebbra in alto con impeto.

E staccata a un tratto dalle abitudini quotidiane per le quali aveva fatto della propria e della

vita di Bruno quasi una cosa sola, chiedendosi perchè si fosse tanto stranamente occupata d’un

ragazzo che non le apparteneva, Nicla doveva convenire seco stessa che sarebbe stato meglio

lasciarlo a quel suo destino, a quei parenti che se lo disputavano, a quelle diversità il cui aspetto

l’aveva subito colpita.

Fu distratta in quei giorni anche dall’arrivo improvviso del conte Duccio Massenti.

Veniva dalla Svizzera, era sceso egli pure all’albergo Bellevue, e s’era tosto recato a far

visita alla famiglia Dossena.

La signora Carlotta e il signor Maurizio lo vollero alla loro tavola per il poco tempo che si

sarebbe trattenuto; e Nicla lo accolse ridendo, perchè egli subito l’assicurò che avrebbe presto

ripreso la via dell’esilio al quale ella lo aveva condannato.

– Esilio, esilio, – ripetè la fanciulla, arrossendo un poco innanzi a suo padre. – Le ho detto di

star lontano da questo villaggio, sapendo che non si sarebbe divertito. E confessi, infatti, che a

Lucerna….

– A Sonnenberg, – precisò Duccio. – È un poco più su di Lucerna, e vi si arriva con la

funicolare.

– A Sonnenberg si sta meglio, lo confessi! – concluse Nicla.

– C’è un solo grande albergo, e c’è più gente, ecco tutto, e tutta la gente è in quell’albergo, e

ci si conosce tutti, – rispose il giovane. – Dall’alto, la vista del lago dei Quattro Cantoni, invece che

del nostro. Per tutto il resto, la solita vita.

E parlarono d’altro, dei forestieri che dimoravano in paese e della contessa Clara Traldi di

San Pietro.

– È una signora molto fine, – osservò Nicla. – Lei forse l’ha conosciuta, conte?

Duccio parve esitare.

– Io? – disse. – Conosciuta dove?

– Al suo albergo; dev’essere arrivata lo stesso giorno in cui è arrivato lei: una signora esile,

coi capelli castani, elegantissima: una vera signora, in una parola.

– Sì, mi sembra d’averla intraveduta, – rispose Duccio come distratto.

– È venuta a trovare Brunello, un suo figliuolo di sette o otto anni, che sta qui, alla villa

Florida.

– Eh sì, sì, pur troppo! – soggiunse il cavaliere Maurizio. – Oltre il bambino, c’è il padre, uno

scavezzacollo; e la villa Florida è a cinta a cinta col nostro giardino. E Brunello è amico intimo di

Nicoletta. Non è vero, Nicoletta?

– Inseparabile! – dichiarò Nicla.

Duccio Massenti parve subitamente curioso.

– Conosce il fanciullo, signorina? – domandò. – E allora anche la contessa, forse?

– No, – rispose Nicla. – Finora non l’ho che intravista; la vedo passare ogni mattina col

fanciullo e un gran cane di Terranova.

– Purchè tutto vada a finir bene! – osservò il cavaliere Maurizio, – e questo non ci procuri la

conoscenza di suo padre!

– Non ce la procurerà! – assicurò Nicla. – Il conte non ha alcun piacere nè alcun bisogno di

conoscerci….

– Ma sono io, – protestò Maurizio, – che non ho bisogno nè piacere di conoscere lui!

– Allora andate perfettamente d’accordo! – constatò Nicla con un sorriso.

E volgendosi a Duccio, seguitò:

– Quando torna all’albergo, la osservi, la contessa. Mi pare una donna molto interessante….

– Crede? – mormorò Duccio con negligenza.

– Sarà la vittima di quel conte indemoniato, – seguitò la signora Carlotta. – Dicono che egli

ne abbia fatte e ne vada facendo di tutti i colori.

– E che si mangi il più bel patrimonio del mondo nella più sciocca maniera possibile! –

incalzò Maurizio.

Duccio Massenti credette opportuno stringersi nelle spalle e alzare le sopracciglia per

deplorare i trascorsi del conte Fabiano.

– Come si chiama il bambino? – interrogò poi.

– -Brunello! – disse Nicla. – Bruno Traldi di San Pietro.

E d’improvviso, a dispetto dei suoi savii ragionamenti, un acuto desiderio la prese di

rivedere il suo piccolo fedele amico.

Egli era in quel momento con la mamma, e faceva l’impostore.

La fanciulla sorrise, al ricordo.

E ripensando alla giovane signora dai lunghi occhi scuri nel piccolo volto pallido, su cui

spirava un’intelligenza sempre attenta, le sembrò che il mestiere d’impostore dovesse essere di

fronte a lei singolarmente difficile.

Ma Duccio cambiò discorso, chiedendo notizie delle famiglie che possedevano ville in

paese; e non si parlò più per quel giorno del conte e della contessa e di Bruno.

Soltanto l’indomani, a una nuova domanda di Nicla, egli annunziò d’aver conosciuto Clara

Dolores.

– Oh, due parole, stamane, durante la prima colazione! – soggiunse.

– È bella, non è vero? – disse Nicla.

– È strana! – rispose Duccio. – Bella, veramente, non direi. Io ho della bellezza un altro

concetto.

E i suoi occhi squadrarono la fanciulla da capo a piedi, con involontaria audacia. Ma subito

ridivennero calmi.

Rammentava ciò che Nicla gli aveva detto: occorreva ch’egli sapesse farsi tollerare; e

diligentemente studiava di non importunarla e di rispettarne la libertà ch’ella godeva in campagna.

Non mancava mai di portar fiori e dolci a lei e a sua madre, ma si guardava dall’accompagnarla

nelle sue passeggiate e dallo starle troppo accosto.

Dopo colazione s’intratteneva col cavalier Maurizio a parlar di terreni, d’industrie e di

politica, o giuocava a carte con la signora Carlotta pazientemente.

Nicla aveva finito per guardarlo con occhio benevolo, quantunque fosse ancora lontana dal

partecipare all’ammirazione che per il giovane avevano e dichiaravano il padre e la madre di lei.

– Sì, è un buon ragazzo! ~ ella diceva, come estrema concessione.

– Compìto, attento, gentile, generoso, intelligente, – seguitava sua madre, – serio, avveduto,

probo….

E la fanciulla prendeva il suo grande cappello carico di papaveri e usciva a cantare per il

bosco.

Ma un giorno, tornando dalla solita passeggiata, le toccò una grande emozione. Vide venire

a lei correndo il piccolo Bruno, seguìto da un grosso cane di Terranova, e poco lungi, ferma sulla

strada, la contessa.

– Vieni! – disse Bruno, gettandole le braccia al collo. – La mamma vuole conoscerti….

E Brunello e il cane ritornarono ancora correndo verso la signora che attendeva.

Nicla affrettò il passo, mentre Clara Dolores le andava incontro.

Dappresso il suo volto era anche più gentile; intorno agli occhi aveva certe venette appena

percettibili, delicatamente azzurre, le quali svelavano la straordinaria finezza della sua carnagione.

– Signorina, – disse, schiudendo le labbra a un piccolo sorriso, – Bruno mi ha raccontato che

lei gli vuol tanto bene e gli dedica tanto del suo tempo. Io parto questa sera, e desidero ringraziarla

con tutta l’anima per la sua bontà.

– Ma contessa, – mormorò Nicla, il cui volto s’era fatto di porpora, e la sua voce tremava, – è

impossibile non voler bene a Brunello. Egli è venuto un giorno a cercarmi, come….

Rivide nella memoria Brunello balzarle innanzi e domandarle aiuto, appoggiandosi alla sua

canna alta e flessibile; e trovò la similitudine:

– ….come un piccolo Amore! – disse

Poi aggiunse, premurosa:

– Noi abitiamo poco più innanzi. Vuole concedermi di presentarla alla mia mamma?

La contessa si schermì con un lieve cenno del capo.

– Grazie, signorina, – rispose. – Ma per partire oggi stesso, devo rientrare subito all’albergo e

aiutare la cameriera a fare le valigie. Tornerò; e al mio ritorno sarò lieta di conoscere la sua

famiglia.

– Sì, torni presto! – disse Nicla.

– Arrivederci, – seguitò Clara Dolores, – Il pensiero che Bruno ha un’amica, una sorella, mi

conforterà molto….

– Oh, una sorella! – esclamò Nicla. – Come potrei essere sua figlia?

La contessa, tenendo la mano nella mano di Nicla, la trasse a sè e la baciò leggermente sulle

guance.

– Arrivederci! – ripetè poi.

– Arrivederci, contessa! Buon viaggio!… Non tardi troppo!

– Addio, Nicla! A domani! – gridò Bruno alla fanciulla, riprendendo la mano di sua madre.

Ma allontanandosi, le due giovani si volsero più volte e si sorrisero.

Ciascuna portava in cuore un’imagine dell’altra, dolce e grata.

Nicla era anche intenerita per la bellezza fragile e l’amabilità signorile della contessa; e

pensò che quel conte Fabiano doveva essere veramente un famoso briccone per mancar di fede a

una donna che chiunque avrebbe potuto invidiargli.

– Bruno non ha saputo tacere! – ella si disse. – Mi vuole troppo bene, e l’amore gli deve

essere scappato fuori dagli occhi.

L’indomani il conte Duccio Massenti chiese alla signora Carlotta il permesso di fare con

Nicla una gita sul lago. Egli aveva pronta la lancia dell’albergo con due rematori. Sarebbe ripartito

la sera medesima per la Svizzera, e prima di allontanarsi desiderava rubar finalmente un’ora alla

selvatica abitatrice dei boschi.

Dicendo questo, un poco alla signora Carlotta, un poco al cavalier Maurizio, un poco a

Nicla, egli sorrideva con qualche timidezza.

La signora aveva già notato, presso la riva, la lancia con due barcaiuoli in assisa bianca e

fascia azzurra.

– Non allontanatevi troppo! – raccomandò con familiarità insolita. – Il tempo è incerto!

– Gironzeremo al largo, sotto i suoi occhi – promise Duccio. – Signorina, mi dice di sì?

– Ecco! – rispose Nicla. – Vado a mettermi il cappello.

Era vinta dall’attitudine sommessa del conte, che cominciava ad ispirarle qualche simpatia e

che sapeva pregare molto per le più piccole cose.

Ma quando fu nella lancia, seduta sugli stessi cuscini a fianco di lui, capì d’un tratto che

probabilmente il colloquio sarebbe stato decisivo per la sua vita, e si fece diffidente, mentre il cuore

le batteva forte nel petto.

– Ho saputo dunque farmi tollerare? – chiese Duccio, non appena la lancia prese il largo

sotto la spinta vigorosa delle quattro braccia.

– Mi dia la barra del timone, – pregò Nicla senza rispondere. – Voglio guidare io, perchè i

suoi barcaiuoli non ci portino troppo lontano.

E prendendo la barra con la destra, levò il capo a sorridere.

A una finestra della villa s’era affacciata sua madre, la quale osservava i due giovani belli

che partivano nella lancia tutta candida come per un felice viaggio. Ma Duccio trovò in Nicla una

resistenza sorda e ostile.

Ella fingeva di non comprendere le allusioni, e spesso rispondeva fuor di tono; più spesso

interrompeva con un’osservazione frivola, guardando in alto le nuvole rosee o perdendosi a seguir

con l’orecchio il tuffo dei remi.

Fece notare a Duccio la smorfia del primo barcaiuolo che ad ogni puntata torceva la bocca,

e dichiarò che la bandiera a poppa, gialla a scacchi azzurri, era di pessimo gusto. Domandò s’egli

sarebbe tornato ancora a Sonnenberg, se vi sarebbe rimasto a lungo, e chi vi avrebbe trovato;

scherzò volubilmente, rise quando s’accorse che Duccio stava per parlare con gravità, fu capricciosa

e a bella posta distratta.

Infine Duccio, vedendo ch’ella volgeva il timone pel ritorno, diede il crollo:

– Signorina, – disse. – Io ho bisogno di sapere che cosa ella pensa di me.

Nicla lo guardò e rise.

– Io? Nulla! – rispose tosto.

Il conte non potè trattenere un gesto d’impazienza.

Pure, aggiunse con imperturbabile cortesia:

– Mi sono spiegato male. Comprendo benissimo che io non valgo la spesa di molte

riflessioni. Ma devo pure confessarle che, non da ieri, nè da oggi, ma da quando ho avuto la fortuna

di conoscerla a un ballo, io ho sempre pensato a lei, come alla sola fanciulla che potesse rendermi

felice….

– Ci sono! – pensò Nicla con dispetto. – Ora tocca a me rispondere. E che cosa rispondo?

Non rispose nulla, e stette ad ascoltare.

– Chiedendole che cosa ella pensa di me, – seguitò Duccio, – intendevo chiederle

semplicemente se la mia assiduità non le dispiace, se riconosce la nobiltà del mio sentimento….

– Che cosa rispondo? che cosa rispondo? – si domandò Nicla irritata, volgendo a furia la

barra e mandando la lancia a sghimbescio.

– Attenta! Lei ci ribalta in acqua! – osservò Duccio con un sorriso, credendo la fanciulla

commossa e turbata.

Ella si decise a una parola indiretta:

– Sì, mi sono accorta, – disse a mezza voce, guardando i remi che uscivan dall’acqua.

– Si è accorta?… si è accorta che io l’amo? – interrogò Duccio ansioso.

– Mi sono accorta che lei pensa a me, – corresse Nicla.

– Dica pure che io l’amo, che l’amo ardentemente! – incalzò Duccio.

– Auf! Adesso piglia fuoco! – riflettè Nicla. – Ho fatto male a rispondergli.

E per ringraziarlo in qualche modo, volse il capo e gli sorrise un attimo.

– Posso sperare, Nicoletta? – seguitò il conte. – Posso sperare che il mio sentimento sia

accolto, e che un giorno, più tardi, anche assai tardi, sia da lei condiviso?… Essere amato da lei!

Quale sogno!… La mia vita non avrà, non potrà avere altro scopo se non quello di render felice la

sua…. Tutte queste grandi speranze aspettano d’essere confortate da una parola, Nicoletta….

Confortate…. o distrutte!

A mano a mano che il giovane parlava, l’anima di Nicla andava chiudendosi.

Nicoletta!… Già la chiamava Nicoletta! E un giorno, anche avrebbe allungato la mano ad

accarezzarla, le labbra a baciarla, le braccia ad avvincerla intorno al busto….

Lo guardò di traverso, vide ne’ suoi occhi una fiamma, sulle sue labbra un tremito.

E tutto ciò che doveva accenderla, che l’avrebbe forse accesa per un altro, in quell’istante

l’agghiacciò.

– Mi dica, mi dica, – insisteva Duccio, dimentico che i barcaiuoli potevano comprendere non

le parole, ma il gesto, – mi lasci sperare!… Sarà accolto il mio amore? Sarà forse un giorno

condiviso da lei?…

E, fattosi più vicino, stendeva il braccio destro sullo schienale, quasi a cingerla idealmente.

– Badi! – ammonì la fanciulla, indicando con gli occhi i due uomini.

– Non ci ascoltano! – rispose Duccio.

I rematori allentavano sciando; l’imbarcazione s’avvicinava alla proda, e il barcaiuolo di

poppa tirò i remi nella lancia.

– Oh, chi si vede, chi si vede! – esclamò giocondamente Nicla, volgendo lo sguardo alla riva.

– Ebbene? – supplicò ancora Duccio, senza staccar gli occhi dal viso di lei. – Posso sperare?

La fanciulla era ormai veramente distratta da ciò che vedeva sulla sponda; ma diede uno

sguardo al giovane e rispose, per finirla:

– Non so!

Poi aggiunse:

– Non creda che io voglia giuocar d’astuzia e farle desiderare una parola. Sarebbe indegno.

Oggi non posso dirle, con onestà e con lealtà, che questo: non so!

La barca scorrendo sulla sabbia toccava proda.

– Nicla, Nicla, Nicla! – risonò la voce esultante di Brunello. – Prendimi con te! Fammi fare

un giro!…

Egli stendeva le braccia, caracollando lungo la riva, come un piccolo puledro ritornato in

libertà.

– Le dispiace che lo faccia salire con noi? – chiese Nicla al conte.

Duccio si scosse, quasi uscendo da un velo di malinconia, e si guardò intorno.

– Il bambino? – disse. – Come vuole!

E diede ordine a uno dei rematori di prendere il fanciullo dalla spiaggia.

Bruno, balzato nella barca, si slanciò al collo di Nicla.

E la baciò, l’accarezzò con tanto fervore, con tanto improvviso brivido, ch’ella lo fissò un

poco sorpresa.

– Ma da dove vieni? – chiese, mentre i barcaiuoli vogavano a sciaroga. – Che è questo

furore? Non ci siamo visti ieri?

I suoi occhi sorpresero lo sguardo fosco e dubbioso del fanciullo, che scrutava il mesto volto

allungato di Duccio.

E capì. Era geloso.

Ella disse:

– Facciamo le presentazioni. Il conte Bruno Traldi di San Pietro. Il conte Duccio Massenti….

– Ah è questo, l’inseparabile? – chiese con indifferenza il giovane, squadrando Bruno senza

muoversi.

– È lui! – affermò Nicla. – L’indispensabile

E rivolta al fanciullo, seguitò:

– Vuoi sederti qui, tra il conte Duccio e me? C’è un bel posto….

– No, no! – rispose Bruno prontamente, come avessero minacciato di gettarlo in acqua.

– Allora a cuccia? – domandò Nicla. Egli sorrise e s’accovacciò ai piedi dell’amica.

E sentendo che il conte non aveva più voglia d’aprir bocca, e che il piccolo e il grande si

odiavano di tutto cuore, ella riprese:

– La tua mamma è partita?

– Sì: iersera! – affermò Bruno alzando gli occhi in faccia a Nicla.

E questa, per togliere l’ombra che andava addensandosi tra Duccio e Bruno, seguitò:

– Sai che anche il conte Duccio conosce la tua mamma?

– La conosce? – ripetè Bruno senza voltare il capo dalla parte dell’altro. – E gli piace?

Nicla diresse l’occhio inavvertitamente al viso di Duccio e fu stupita di cogliergli sulle

labbra un sottile ambiguo sorriso, ch’egli s’affrettò a dissimulare.

– Domandaglielo! – rispose, malamente impressionata.

– Le piace la mia mamma? – interrogò Bruno, guardando fisso innanzi a sè.

Nicla dovette stupirsi di nuovo.

Ecco Bruno che dava del lei, freddo e contegnoso, a quel signore che gli piaceva poco!

– Sì, – rispose Duccio. – È una bella e gentile signora.

– Molto bella, molto cara, la tua mamma! – rincalzò Nicla pensando al visetto pallido e fine

coi grandi occhi appassionati che le avevano così benevolmente sorriso. – E dove è andata ora?

– Ma perchè l’interroga tanto? – interruppe Duccio con prontezza. – Finirà con lo stancarlo.

– Egli sostiene una conversazione meglio d’un grande! – affermò Nicla.

– Lo credo; ma guardi il tramonto, – riprese Duccio, indicando con un gesto il cielo

opalescente e le acque che rabbrividivano alla brezza. – Guardi che meraviglia!

– Le dispiace che io parli con Bruno? – domandò Nicla.

– No no, la prego! – rispose Duccio.

– Poichè lei mi tiene il broncio e non dice parola…. – seguitò Nicla.

– Non le tengo il broncio, – ribattè il conte. – Sono triste; e sarebbe strano che non fossi….

– La mamma è tornata in Isvizzera! – dichiarò Bruno, levando ancora gli occhi in faccia alla

sua amica.

– Dov’era prima di venire a trovarti? – interrogò questa.

– Sì, dov’era prima di venire a trovarmi! E io so dove è. È su, in montagna; e si vede un lago,

un lago grande, più grande del nostro. Un lago che si chiama come quel giuoco, sai?

– Quale giuoco? – domandò Nicla ridendo.

– I quattro cantoni!

– Ah, il lago dei Quattro Cantoni! – ripetè la fanciulla, corrugando le sopracciglia. – Allora è

a Lucerna, la mamma.

– Vuole che torniamo? – interruppe il conte. – Temo che facciamo troppo tardi, e che la

signora ci aspetti….

La fanciulla lo guardò, e le parve un poco aggrondato.

Senza rispondere, volse la barca, fece descrivere alla lancia una larga curva, e diresse verso

la spiaggia.

Spronata da una curiosità repentina che le faceva male e di cui non sapeva rendersi ragione,

stava china sulla testa di Brunello accovacciato ai suoi piedi, e lo interrogava, fissandolo negli

occhi. Seguitò:

– Allora è a Lucerna, la mamma?

– Ma che cosa le importa, signorina? – disse bruscamente Duccio. – Non so perchè insista.

Nicla sentì che la voce di lui non era ferma.

– No, – rispose Bruno. – Ha detto Lucerna, sì, ma ha detto più in alto.

– Più in alto! – ripetè Nicla. – Ci si va con la funicolare?… Di’, Brunello, rammentati! Ci si va

con la funicolare?

Bruno, assorto, non rispondeva.

– Rispondi, caro! – incalzò Nicla fremente. – A che cosa pensi?

– Penso al nome, – egli rispose, – perchè la mamma me lo ha detto….

– Non ci pensare. Il nome lo troveremo. Dirami: ci si va con la funicolare?

– Sì, con la funicolare! – consentì il fanciullo.

Nicla tacque un istante, poi annunziò:

– Sonnenberg!… È Sonnenberg?

– Sì, sì, sì! – gridò Bruno, battendo le mani. – Proprio! Me lo ha detto la mamma! Come hai

indovinato?… Tu indovini tutto?…

Nicla si raddrizzò sul busto, pallidissima, e piantò in faccia al conte gli occhi scuri.

– Perchè questa commedia? – disse.

– Ebbene? – egli rispose, cercando di vincere la sua irritata agitazione. – Che è avvenuto? che

vuole significare il suo sguardo di rimprovero?

Ma Nicla insisteva a fissarlo, con sì disperato stupore dentro gli occhi, che Duccio abbassò

un istante i suoi.

– Tu indovini tutto? – ripetè sottovoce Bruno, alzandosi un poco e comprendendo che

avveniva qualche cosa di eccezionale.

Nicla lo afferrò e lo strinse fra le braccia.

– Ahimè, sì! – proruppe. – Sì, amore, indovino tutto!

Poi con le mani convulse adagiò quel capo innocente sul seno, che un singhiozzo mal

rattenuto sollevava in tumulto.

Nessuno fece più parola, fin che la lancia non ebbe toccata la riva.

E solo quando i rematori spalarono perchè la chiglia, scorrendo sulla rena, approdasse con

dolcezza, Duccio rispose:

– Prima di partire avrò bisogno di parlarle. Ne chiederò il permesso a sua madre.

Nicla lo fermò con un gesto.

– È inutile! – osservò. – So già quello che ha l’obbligo di dirmi.

E soggiunse:

– Lasci a me il diritto di concludere. Poco fa le ho risposto: non so. Ora le rispondo in tutta

coscienza: mai!

Duccio Massenti si fece pallido.

Ma senza curarsene, appoggiandosi al braccio d’un rematore, Nicla sbarcò; poi Bruno;

Duccio per ultimo.

– Salgo a salutare la sua famiglia, – annunziò questi. – Lei, signorina, non vorrà

accompagnarmi?

Nicla allungò la mano verso Brunello e traendolo al suo fianco, rispose:

– No. Io resto con lui!

VI.

E corsero a rivedere gli alberi amici, che sopra uno sfondo opalino mescevano e

confondevano in magici archi il loro fogliame, su cui il tramonto gettava un riflesso di luci dorate

E sotto gli archi si stendeva il terreno molle come una corsia di velluto cinereo; parevan più

dure e determinate le linee dei fusti, più vaghe e ampie le radure. Tutto il bosco esalava di legno

disfatto, e ai piedi dei tronchi s’ammucchiava il ciarpume di frasche e di sterpi che sprigionavano

un odore umido in quell’ora madida e calda.

Risonava qua e là il crepitare delle vecchie cortecce.

Bruno correva a fianco di Nicla, poi che ella stessa correva più che non camminasse; e

sentendo la mano dell’amica stringere, stringere forte la sua, il fanciullo tollerava il dolore senza far

motto.

Poi la luce intorno cangiò.

Bruno levò il capo a guardar Nicla e la vide tutta rossa. Ella abbassò gli occhi per

rispondergli e anche vide Bruno tutto rosso di riverberi.

Il tramonto si faceva vermiglio, e sul velluto cinereo del terreno serpeggiavano larghe

chiazze di color del sangue.

Nicla allentò la mano.

Eran giunti a uno spiazzo, su cui giacevano qua e là, disposti a gradi, tronchi abbattuti, e che

tutto in giro era chiuso da grossi castagni e da cerri poderosi.

Nicla sedette, e presso a lei Bruno.

– Ti ha fatto male, – egli chiese, – quel signore? Ti ha detto brutte parole?

La fanciulla scosse il capo, negando.

Guardava le vôlte che le fronde formavano e che parevano dilungarsi fin che si chiudevano

lontano con una fitta cortina di rami e di foglie.

Doveva essere veramente così.

Duccio e Clara Dolores s’eran dato convegno(1) a Sonnenberg, e di là eran tornati un giorno,

ella per rivedere il suo bambino, egli per corteggiare Nicla e forse chiederne la mano.

Erano scesi allo stesso albergo, insieme.

Duccio dedicava qualche ora a Nicla e alla sua famiglia, e si ritirava la sera all’albergo: la

sera e la notte. Conduceva nello stesso tempo due intrighi, l’avventura piacevole e il matrimonio

solido.

Clara Dolores non aveva colpa alcuna. Libera, mal conosciuta e abbandonata dal conte

Fabiano, aveva disposto del suo cuore come più le era piaciuto, certo con l’illusione di trovare in

Duccio Massenti l’uomo fedele e degno.

Fino a due giorni addietro, ignorava pur l’esistenza di Nicoletta Dossena, e ancora ignorava

e avrebbe ignorato sempre che la fanciulla era desiderata dall’uomo al quale ella s’era data.

Poteva essere triste per Brunello apprendere più tardi che anche sua madre non aveva saputo

resistere; poteva essere triste pel giovane che s’affacciava alla vita non trovar nella vita alcuna fede,

e dover dubitare di suo padre e di sua madre.

Ma di fronte a Nicla, la contessa non aveva macchia.

Lo sciocco, il fatuo, l’immorale era egli solo, quel Duccio Massenti, già così slombato a

ventisei anni da non sentire l’indelicatezza e la vergogna della sua condotta; melenso e maligno,

trattava Clara Dolores come una facile avventura e Nicoletta come una più facile preda.

– Non mi ha fatto alcun male, vedi? – esclamò Nicla riprendendosi. – Voleva offendermi, e

non vi è riuscito.

Il volto di Brunello si rabbuiò. D’un subito s’era ricordato che poco lungi di là, un giorno in

cui leggevano un viaggio al paese delle pellicce, anch’egli aveva offeso Nicla, ed ella, gettatolo

dalle ginocchia con rabbia, lo aveva rimandato a casa prima del consueto.

Nicla non gli aveva detto nulla allora, ma egli aveva capito ch’era offesa, perchè aveva

voluto baciarla come le ragazze di Parigi, che si rotolavan con lui sul divano.

E si levò repentinamente, affannato e sospettoso.

– Come? – disse. – Voleva baciarti dietro le orecchie?

– Sei pazzo? – esclamò Nicla arrossendo. – Chi ti ha detto mai questo?

Bruno respirò, e tornò a sedere, in silenzio; ma i suoi occhi andarono più volte agli occhi di

Nicla, interrogativi e solleciti.

– Io, – dichiarò infine, – sarò sempre savio. Con te sarò sempre savio.

– Va bene! – disse Nicla gravemente. – Tengo la tua promessa.

E Brunello confermò ancora, con un cenno del capo.

S’era messo a ginocchi innanzi alla sua amica e restava così a guardarla, mentre ella

pensava. Ella pensava all’inopinato avvenimento che d’improvviso stringeva anche meglio il

legame spontaneo fra lei e il figlio di Clara Dolores.

Non era più una simpatia, non un’amicizia fresca e rara, ma una simiglianza di casi per la

quale lo stesso uomo faceva male e al bambino e alla fanciulla. Questa involontariamente era

venuta in possesso di un segreto che toccava il piccolo Traldi e ch’ella non avrebbe detto mai.

Nicla allungò la mano ad accarezzare Brunello, guardando lontano, tra le luci del fondo che

si smorzavano a poco a poco e si facevano argentee.

– Se tu vuoi, – disse Bruno a un tratto, – io racconterò al papà che quel signore ti ha offesa,

ed egli lo punirà. Io sono ancora troppo piccolo. Come si chiama: Duccio?

Nicla fece un gesto di paura.

– Tu non racconterai nulla! – ordinò. – Quel signore è già punito.

– Ma il papà…. – insistette Bruno.

– Il tuo papà non è il mio. Io ho un altro papà! – rispose Nicla.

– Oh, il tuo non vale niente! – osservò Bruno sorridendo. – Egli non sa sparare con la pistola

e far la scherma come il mio. Non sa uccidere!

La fanciulla fissò Bruno con la fronte corrugata.

– Ma tu credi che bisogna uccidere per valer qualche cosa? – esclamò.

– E che dobbiamo fare d’un uomo che ti ha offesa? – disse Bruno placido. – Io lo dico al mio

papà, e il papà gli spara contro, come fa con quelle tavole che sono in giardino e che il papà

adopera pel bersaglio. Sopra c’è dipinto un uomo grande; e il papà mi ha fatto vedere che lo ha tutto

bucato nella testa e nel cuore. Non sbaglia mai….

– Duccio Massenti non è una tavola di legno, – rimbeccò Nicla.

– Ohi – disse Bruno alzando le spalle.

– Ed è così, – proruppe Nicla, – che tu fai il savio? Dicendomi che il mio papà non vale

niente e ostinandoti a voler far uccidere Duccio?

– Io ho visto due ufficiali degli ussari, – dichiarò Bruno, – che giuocavano a carte col mio

papà; e tutti e due avevano ucciso un uomo in duello.

– E allora? – interrogò Nicla.

– Allora vedi che si può uccidere; perchè gli ufficiali montavano a cavallo, pranzavano con

noi, ridevano, e facevano tutto come gli altri.

– Talchè, – seguitò Nicla – se tu fossi più grande, tu andresti a uccidere Duccio Massenti in

duello?

– Certo! – rispose Bruno. – Mi piacerebbe!

– Ma egli potrebbe uccidere te, – osservò Nicla.

– Tu credi? – fece Bruno sorridendo con lieve ironia.

– Per carità! – esclamò la fanciulla presa da un freddo. – Non dirmi queste cose, non dirmi

queste cose mai più! Che sei tu dunque? con queste idee pel capo, mi metti paura! Io pensavo che

tu fossi buono e caro per la tua Nicla, e invece sei crudele e quasi feroce…. Bisogna proprio che non

pensi più a te, non ti dia più la mia amicizia e ti lasci solo.

E a mano a mano che parlava, s’attendeva che il fanciullo s’accorasse, e andava studiandone

l’espressione per fermarsi a tempo e non farlo piangere.

Ma egli s’inviperì, e rizzatosi, stese le mani al volto di Nicla, gridò infuriato:

– E allora io lascerò che tu vada in barca con quel signore e che poi ti dica le brutte cose? e

allora ti lascerò offendere? E anche quando sarò grande, se Duccio ti avrà offesa, io dovrò essere

savio? allora egli sarà il padrone e io sarò niente?

– Ma no, ma no, ma no! – interruppe Nicla con dolcezza. – Nessuno mi ha offesa e nessuno

mi offenderà. Ti ho detto che Duccio voleva; voleva offendermi, e non vi è riuscito. Non ti ho detto

così?

Bruno assentì con un cenno del capo.

– Vedi che dico sempre la verità! – aggiunse Nicla con un trapasso ardito di logica. – E non

occorre muovere il papà e le sue pistole e le sue spade.

– Ma non andrai più in barca con lui? – interrogò Bruno ansioso.

– Sta tranquillo! – promise Nicla.

– Io so che veniva sempre a mangiare a casa tua….

– Non verrà più.

– Me lo giuri?

– Come? – esclamò Nicla. – Quale brutta abitudine! Non si deve abusare del giuramento. La

promessa basta.

Bruno s’acquetò; e rimettendosi a sedere, posò il capo sulle ginocchia di Nicla.

– Dimmi la poesia! – pregò.

Sommessamente, curva su di lui, sfiorandone la chioma e la guancia con lieve mano di

sorella, in una malinconica tenerezza, Nicla intonò:

Io vo’ da questa rupe erma cantare,

Te fra le braccia avendo e via lontano

Calar vedendo l’agne bianche al mare

Sicilïano.

E guardava le lunghe ciglia e la bocca fresca del fanciullo, che per chiamar le carezze

fingeva dormire, e spalancava gli occhi non appena le carezze tardavano. Povero piccolo uomo;

povero piccolo uomo, perduto nel mondo vasto e tremendo; debole e mal difeso e male sorretto nel

cammino; ma già pieno d’ira, d’orgoglio e di passione; già vendicativo e tirannico, audace e geloso;

lupatto tra i lupi.

Ti rapirò nel verso; e tra i sereni

Ozi de le campagne a mezzo il giorno,

Tacendo e rifulgendo in tutti i seni

Ciel, mare, intorno,

Io per te sveglierò da i colli aprichi

Le Driadi bionde sovra il piè leggero

E ammiranti a le tue forme gli antichi

Numi d’Omero.

E non poteva nulla per lui; domani forse avrebbe dovuto lasciarlo.

Egli s’era abbandonato nelle sue braccia, credendola una fata onnipossente; ma ella stessa

era debole e mal difesa e male sorretta nel cammino pel mondo vasto; e di lei pure, scampata

appena a un agguato, il destino era impenetrabile.

Noi coglierem per te balsami arcani….

Il fanciullo sorrise al ritorno della vecchia strofe, quella che prima gli aveva dato

l’impressione della musica in un mondo di mistero.

Noi coglierem per te balsami arcani

Cui lacrimâr le trasformate vite,

E le perle che lunge a i duri umani

Nudre Anfitrite.

L’aria s’era fatta violacea.

I grossi alberi, i rami, le foglie, i fantastici archi e le cortine che parevan chiudere in fondo,

in fondo, le imaginarie gallerie fronzute, il terreno cinereo, la radura coperta di sterpi e di tronchi,

andavano confondendo linee e profili.

Stendeva la sera un manto d’ametista, che aveva pei meandri del bosco le infinite gradazioni

del rosso, del pavoniccio, del gridellino; s’alzava il vento con un mormorio che aleggiava di fronda

in fronda.

Bruno circondò delle braccia il collo di Nicla, ed ella delle braccia circondò i fianchi di lui;

accostarono le tempie, confusero le rosee bocche, e restarono con l’anima tesa ad ascoltare il battito

del cuore, il quale aveva un linguaggio profondo, senza parole, nell’ombra.

VII.

La signora Carlotta osservò a Nicla ch’ella s’era comportata male.

Finito il pranzo, stavano nella grande sala prospiciente il giardino a prendere il caffè.

Nicla guardava fuori, da quella porta sul cui limitare era comparso un giorno Brunello

Traldi. Il cavalier Maurizio centellava, dopo il caffè, un bicchierino di liquore giallo; e la signora

Carlotta si faceva aria col ventaglio, sfogliando con la sinistra sulla tavola una rivista di arte, di cui

non comprendeva niente, nè figure, nè termini, nè scopi.

Nicla girò la poltrona verso sua madre.

Tornata a casa tardi, ancora agitata da quell’ora di tenerezza che il tramonto aveva chiuso,

come una perla in un monile, in un cerchio delicato di viola e di porpora, ancora i capelli e le vesti

odoranti di musco e d’umido e di molli cortecce cadenti, Nicla aveva trovato i suoi già a tavola, e

aveva sentito intorno una silenziosa riprovazione.

– Il povero Duccio, – seguitava sua madre, – è venuto a salutarci prima di partire. E tu non

c’eri. Dov’eri?… A spasso, pel paese, con quell’altro….

– Quale altro? – domandò Nicla.

– Il figlio del conte Traldi.

La fanciulla rise.

– Oh! – disse. – Che temibile rivale, un bambino di otto anni!

– Non si parla di rivali, – spiegò il cavaliere Maurizio, occhieggiando in giro per veder

dov’era andata a finire la bottiglia faccettata del liquore giallo. – Si vuol dire che il tuo posto era qui.

– Il conte mi aveva già salutato al ritorno dalla gita sul lago, – rispose Nicla, scoprendo la

bottiglia sopra un minuscolo tavolino di lacca, e alzandosi per prenderla e portarla a suo padre. –

C’era bisogno di tornar daccapo in casa?

– E anche della gita, – seguitò Maurizio, prendendo la bottiglia dalle mani di Nicla e

mescendosene un altro bicchierino, – che tua madre ha permesso, potresti raccontarci qualche cosa.

– Mi sembra, – confermò la signora Carlotta, allungando la mano per riprender la bottiglia e

piantarla sulla tavola, sotto il naso, con un’occhiataccia a suo marito, – mi sembra che un poco di

confidenza ci vorrebbe!

– Ah, la gita! – ripetè Nicla.

E pensò che valeva meglio dare battaglia subito, poichè battaglia doveva essere; e con

espressione scherzosa, quasi beffarda, soggiunse.

– È stato così. Il conte mi ha chiesto se mi sono accorta del rispettoso sentimento ch’egli

nutre per me. E io gli ho risposto che me ne sono accorta.

La signora Carlotta aveva tralasciato di sfogliar la rivista, e il cavalier Maurizio di assaporar

degli occhi il secondo bicchierino. L’uno e l’altra guardavano la figlia con attenzione non priva di

ansia.

– Egli mi ha detto poi se poteva sperare, – continuò la fanciulla, – che tale sentimento fosse

un giorno condiviso da me. E io gli ho risposto che non sapevo. Gli ho risposto così perchè in verità

non sapevo, in quel momento. Poi, stando in barca al suo fianco e udendo i suoi discorsi, ho saputo.

E mentre stavamo per lasciarci, gli ho risposto: mai!…

Una bomba che fosse caduta e scoppiata nel bel mezzo della sala, non avrebbe sbigottito

maggiormente e Maurizio e Carlotta.

Si trovarono in piedi ambedue contemporaneamente, guardandosi attoniti.

– Santo cielo! – esclamò la signora.

– Tu scherzi! – gridò il cavaliere.

– Una fortuna gettata dalla finestra! – riprese la signora.

– E per questo il conte aveva l’aria malinconica! – aggiunse il cavaliere.

– Ma è una follia imperdonabile! – affermò la signora.

– Una cattiveria determinata! – rilevò il cavaliere.

– Rispondevi con un’offesa a una parola da gentiluomo! – deplorò la signora.

– Noi stessi ne subiremo le conseguenze! – concluse il cavaliere.

Non volendo irritarli con un’attitudine di spavalderia inopportuna, e sapendo bene che

qualunque cosa avessero detto e fatto, non sarebbero riusciti nè a rimediare alla catastrofe nè a

smuovere lei dal suo proposito, Nicla restò con gli occhi bassi, immobile dentro la poltrona.

Pareva, se non conscia della sua grave azione, almeno dolente pel disinganno che

bruscamente causava ai suoi; e intanto pensava ch’era inutile accanirsi e che si poteva vincere con

dolcezza.

Prima tornò a sedere Maurizio; poi Carlotta.

Seguì un silenzio, durante il quale Maurizio tracannò il secondo bicchierino, e non sapendo

più quel che si facesse, riprese di sulla tavola e di sotto il naso di Carlotta la bottiglia faccettata, e se

ne versò un terzo.

– Ma i motivi? – interrogò severo. – Capisco un’esitazione, un dubbio, una ritrosia. Capisco

una risposta che chieda tempo. Non capisco un rifiuto definitivo, e senza discussione. Non capisco,

insomma, il mai! Per questa parola, i motivi devono e non possono non essere che gravissimi.

Si chinò a sorbire dall’orlo il liquore che traboccava, e ripetè:

– Gravissimi!

A Nicla tornarono in mente i tempi in cui suo padre gridava: “Il palcoscenico no!”.

– Maurizio dice giusto! – incalzò la signora Carlotta. – Per mettere alla porla un gentiluomo,

poichè lo hai messo alla porta, occorrono ragioni di gravità eccezionale.

– I motivi ci sono, naturalmente! – ribattè Nicla.

Carlotta e Maurizio si guardarono stupefatti. Passavano di maraviglia in maraviglia. Avevan

creduto prima a uno scherzo fanciullesco, poi a una sventataggine forse ancora rimediabile, e

infine, contro ogni verosimiglianza, si trovavano innanzi a motivi gravissimi che frustravano le loro

speranze e mandavano a rifascio un matrimonio di prim’ordine.

– Siamo qui ad ascoltare! – disse Maurizio, vedendo che Nicla non aggiungeva parola.

Ma la fanciulla aveva compreso di non poter aggiungere altro.

Come dire che Duccio Massenti era l’amante di Clara Dolores? Con qual diritto svelava ella

l’intimo segreto d’una donna che non era stata per lei se non gentile? Chi l’assicurava che sua

madre, facile a chiacchierare, non avrebbe portato attorno la colpa di Clara Dolores per farsi

compiangere, come già aveva portato attorno la vocazione di Nicla per l’arte drammatica?

– Spero avrete compreso, ad ogni modo, – ella disse, – che quei motivi non vengono da me.

Io non amo nessuno, e il mio cuore è libero.

– Sta bene, – dichiarò Maurizio. – -E allora, il conte ha una colpa ai tuoi occhi? Tu sei

giovane, inesperta, impressionabile. Devi confidarti con tua madre e con tuo padre, i quali ti

diranno se veramente quei motivi son tanto gravi, quella colpa è tanto significativa da giustificare

un rifiuto così brusco.

– Qualche amoretto? – insinuò la signora. – Qualche scappata giovanile?

– Giuoca? – riprese Maurizio.

– Beve? – incalzò Carlotta.

Nicla scosse più volte il capo.

– -Ma non perdiamo tempo negli indovinelli! – esclamò Maurizio. – Se tu hai fiducia in noi,

devi dirci spontaneamente e chiaramente quale accusa tu fai al conte.

– Ha qualche debito? – ricominciò Carlotta.

– Non crede in Dio? – riprese Maurizio.

– Vuole stabilirsi in campagna? – arrischiò Carlotta.

Nicla crollava il capo ad ogni domanda.

– Suvvia, – disse infine, – comprendo che mi è assolutamente impossibile rispondervi. Mi è

assolutamente impossibile dirvi quale accusa io faccio al conte. E non si tratta d’una accusa, ma

d’un fatto; d’un fatto certo, che io so, e che non devo svelare.

– Incredibile! – esclamò Maurizio. – Esistono dunque fatti che possono essere noti a te, e non

devono esser noti a noi? Ci rifiuti dunque la tua confidenza in un argomento di tanto peso e di tanta

delicatezza!

– Caro papà, – rispose Nicla, ferma nel suo atteggiamento sommesso e rispettoso, – non

bisogna veder nulla di male in tutto questo. Se per un caso disgraziato tu fossi venuto a conoscenza

d’un segreto che non riguarda la tua famiglia, ti sentiresti in diritto di svelarlo alla mamma e a me?

E tuttavia tu hai nella mamma e in me la più grande fiducia.

– Ma si tratta appunto d’un segreto, – esclamò trionfalmente Maurizio, – che riguarda la mia

famiglia. È il tuo avvenire in giuoco! Come? Noi vagheggiamo per te un ottimo matrimonio, noi

pensiamo che tu debba essere un giorno felice, noi viviamo nella certezza che la più brillante delle

situazioni ti è assicurata; e d’un tratto questo edificio precipita, le nostre speranze si disperdono, il

tuo avvenire è messo in forse, perchè tu hai scoperto un segreto…. E vieni a dirci che questo segreto

non ci appartiene e non ci tocca, e non dobbiamo saperne nulla e non dobbiamo esserne giudici?

– Tuo padre ragiona benissimo! – corroborò la signora Carlotta, ammirando la logica di suo

marito. – Ascoltalo, e non sbaglierai più!….

– E tu ci lasci all’oscuro, – soggiunse Maurizio, riscaldato dall’elogio, – tu ci lasci in preda a

mille dubbii, i quali possono anche essere ingiusti, anche essere offensivi, per il gentiluomo che

intendeva chiederci la tua mano? Il tuo silenzio ci dà diritto a supporre qualunque peggior cosa di

lui. Che so io?… Ch’egli sia ladro o falsario!… Dico per assurdo. Ch’egli sia libertino e beone, che

abbia mancato alle leggi dell’onore, che un delitto macchi la sua giovinezza…. Tutto questo noi

possiamo supporre, e altro. E perchè? Per tacere un segreto di cui sei venuta involontariamente in

possesso? Per salvare chi? quale nome?

La fanciulla sotto quella raffica s’era ancor più rannicchiata nella sua poltrona, ma rimaneva

imperturbabile e decisa.

– È giusto! – ella disse.

– Parlerai? – esclamò avidamente Carlotta.

– No. Non posso! – dichiarò Nicla. – Ma è giusto quello che dice papà. E con la stessa

franchezza con cui vi ho detto che so un fatto pel quale non potrò mai essere la moglie di Duccio,

con la stessa franchezza vi dico ch’egli non ha mancato alle leggi dell’onore, non è un beone, nè un

libertino, nè un ladro, nè un falsario, nè un delinquente. È un gentiluomo. Ma un gentiluomo che io

non voglio per marito; un gentiluomo di cui non so che farmi.

Maurizio respirò, gettando un’occhiata a Carlotta.

– La cosa non è irrimediabile! – egli disse.

– È irrimediabile! – dichiarò Nicla.

– Rientra nell’ordine dei peccati veniali, se peccato c’è da parte del conte, – si ostinò

Maurizio.

– È impossibile che tu giudichi ciò che non sai! – rimbeccò Nicla.

– Ne riparleremo! – soggiunse Maurizio.

– Non ne riparleremo più! – dichiarò Nicla.

– Ci ripenserai! – disse Carlotta.

– Ci ho già pensato! – rispose la fanciulla.

– Testarda! – esclamò Carlotta, perdendo la pazienza.

Ma suo marito le gettò un’altra occhiata, e la signora tacque.

– Magnifico, – ella disse, dopo un istante, mostrando un disegno, – questo brucia-profumi! Si

potrebbe comperare….

Il cavalier Maurizio si chinò sulla rivista.

– Non vedi, – rispose, – che fa parte di una collezione e costa venticinquemila lire?

Nicla si alzò per dare la buona notte.

– Addio, mamma! – disse. – Addio, papà! A domani.

Baciò in fronte l’uno e l’altra, e si avviò.

– Del resto, – ella aggiunse d’un tratto, – voi avete torto!

– Io? – esclamò Maurizio.

– Noi? – – disse Carlotta.

– Voi, voi! – ripetè Nicla. – Prima di partire da Milano, vi ho detto che avevo pregato Duccio

di non venire a importunarmi in campagna. E voi mi avete risposto che ciò non vi riguardava.

Come mai oggi fate tanto rumore perchè me ne sono sbarazzata? Non siete logici!

– Ma tu dimentichi, – rimbeccò la signora, – che nonostante il tuo divieto, egli è tornato; ed è

tornato a esporti le sue oneste intenzioni. Dopo aver parlato con te per sapere se la sua simpatia non

ti riusciva indifferente, avrebbe parlato con noi, per chiederci la tua mano….

– Nulla di più commovente! – aggiunse Maurizio. – Egli è uomo che sa ciò che vuole.

Nicla sorrise.

– Ed io, – disse, – so ciò che non voglio!

– Buona notte: col tempo, spero, ci darai ragione! – concluse Maurizio.

– Speriamo! – rispose Nicla, mitemente ironica. – Buona notte, papà! Buona notte, mamma!

Non appena ella ebbe varcata la soglia, Maurizio e Carlotta ripresero a discutere. Il padre

era d’opinione che la cosa si sarebbe accomodata; certo, il conte Massenti avrebbe scritto per

ringraziare dell’ospitalità ricevuta; occorreva stringere con lui la più cordiale amicizia, dando a

vedere che dei capricci di Nicla non si sapeva nulla o non si teneva conto

– Non si è ravveduta anche sulla questione del palcoscenico? – osservò Maurizio. – In fondo

è una cara e virtuosa figliuola. Si sa; a diciotto anni, c’è dell’inesperienza, c’è dell’ombrosità….

– Ma tu, che cosa credi di questo grande segreto, di questo grave fatto, che avrebbe

scoperto? – domandò Carlotta.

– Io credo a un malinteso. Qualche amorazzo che Nicoletta non capisce, a cui dà una

importanza esagerata….

La signora strinse le labbra con espressione di dubbio.

– Io ci perdo la testa! – esclamò. – Perchè tu dimentichi che l’amorazzo lo avrebbe scoperto

in barca! Come si possa scoprire in barca un amorazzo o un segreto, è ciò che mi vado

domandando.

– Hai ragione! – esclamò Maurizio. – E in barca non c’erano che lei e il conte?

– Sicuro: lei, il conte, e due barcaiuoli, – confermò la signora. – Poi, mi ha raccontato il

conte, hanno preso anche quel bambino, il piccolo Traldi, e gli han fatto fare un giro, per

divertirlo….

– Forse una lettera, caduta dalla tasca del conte? – arrischiò Maurizio.

– Nicoletta non se ne sarebbe occupata! – ribattè la signora.

– Forse un ritratto?

– Ti pare? Fare una dichiarazione d’amore a una fanciulla, col ritratto di un’altra in tasca?…

Il conte è incapace di questo cinismo!

– È giusto, – acconsentì Maurizio. – E se domandassimo, chiaro e tondo al conte medesimo

che cosa è avvenuto?

– Potrebbe risponderci di chiederlo a nostra figlia, – osservò Carlotta.

– Certo, avrebbe ragione! – confessò Maurizio. – Se si potesse farla parlare, persuaderla a

dirci tutta la verità….

– Lo credi impossibile? – domandò la signora.

– È difficile. Lasciamo passare qualche giorno. Tu non dire più nulla. Poi, mi ci proverò io,

con molta dolcezza, – concluse Maurizio.

Tacquero.

Maurizio bevve finalmente il suo terzo bicchierino.

E Carlotta, poichè aveva ancora la rivista squadernata sotto gli occhi, disse:

– Ma è proprio bello, questo brucia-profumi!

VIII.

Al solito convegno sulla riva del lago, Nicla giunse l’indomani, tutta attillata in un abito

color d’acciaio, con un morbido cappello bigio messo di traverso a guisa del feltro d’un arlecchino,

e coi guanti bigi lunghi oltre al gomito.

Presso la lancia di casa, appoggiati ciascuno al remo, due barcaiuoli aspettavano in silenzio.

A poppa sventolava, tutta bianca con un serpentello vermiglio aggomitolato in un angolo, la

bandiera di Nicla.

Bruno andò incontro alla sua amica e la guardò senza parlare.

Aveva con se la goletta, per la quale aveva fatto fare dalla governante una bandierina di seta

bianca identica a quella di Nicla; ma invece del serpente aggomitolato, suo padre gli aveva dipinto

in un angolo un asinello che sparava calci all’aria.

Quell’asinello era stato causa di molte discussioni tra padre e figlio.

Bruno non lo voleva: se ne sentiva offeso, e Fabiano gli aveva spiegato, con un ambiguo

sorriso, che c’era più forza nella groppa dell’asino che nella testa del serpente.

Del resto il serpente era un emblema femminile.

– Tu, alla tua età, – aveva soggiunto Fabiano col suo bonario sorriso canzonatore, – non puoi

avere per emblema che l’asinello. Specialmente considerando la vasta coltura che possiedi!

Bruno s’era infine persuaso o almeno rassegnato; ma udita la cosa, Nicla ne aveva riso fino

alle lagrime.

– Il tuo papà ha ragione! – aveva detto. – L’asino rappresenta una forza che io non ho, e puoi

contentartene.

Così la goletta aveva fieramente spiegato sui flutti la bandiera bianca con l’asinello riottoso,

di cui Bruno guardava di tanto in tanto la groppa, pensando alla forza di quei calci gagliardi.

– Ebbene? – gli disse Nicla stringendogli la mano. – Non mi dici nulla?

E lo fece salire nella lancia; poi gli sedette accanto sui cuscini bianchi dai bottoni rossi e

prese tra le mani i fiocchi del timone.

– Stai molto bene! – rispose Bruno, con l’accento d’un goloso soddisfatto.

– Allora sei rimasto muto innanzi alla mia bellezza? – disse Nicla ridendo.

– Proprio! – confermò Bruno. – Così, sei più bella ancora!

– Dove andiamo, signorina? – domandò il primo barcaiuolo, togliendosi il largo cappello.

– Alla Croda! – ordinò Nicla.

La lancia prese il largo; scintillavano sotto i raggi le pale dei quattro remi bagnati, come le

zanche d’un velocissimo insetto.

Tornando dal bosco la sera innanzi, Bruno aveva pregato Nicla di fare l’indomani una gita in

barca fino alla Croda, ch’era un frangente a fior d’acqua, a venti minuti circa dalla villa Carlotta.

Di quella roccia grinzuta, morsa e bucherellata dall’onda, con seni e rientranze e culmini e

schiene e venature, Bruno aveva fatto un suo dominio.

Vi aveva passeggiato altre volte con Nicla, dando nome ai solchi e alle vette, versando

acqua con le mani nelle cavità per farne mari e fiumi, stabilendo nel mezzo una capitale, animando

con la fantasia lo scoglio grigiastro, come sotto i suoi occhi brulicasse la vita d’un intero continente.

Ma da più tempo, rapito dal piacere di correre pel bosco, pareva aver dimenticato il suo

isolotto.

E non se n’era rammentato che la sera stessa della gita in barca, con Nicla e Duccio, per aver

pretesto a un’altra gita, la quale cancellasse dal suo cuore e dal cuore di Nicla la triste impressione,

il ricordo amaro della prima.

Nicla aveva capito.

E per fargli intendere a sua volta ch’ella apprezzava il suo sforzo e che si prestava a chiudere

per sempre quel molesto episodio, gli era comparsa innanzi con l’abito che non aveva mai

indossato, con un cappello nuovo, diversa da quella ch’egli aveva veduta con Duccio, “ancora più

bella”.

Egli aveva subito inteso.

E quando furono al largo, sotto il sole, tra la buona aria che fischiava ai loro orecchi e

baciava il loro viso, domandò:

– Non lo avevi mai messo questo abito?

– No, caro!

– E anche il cappello non lo avevi mai messo?

– Neppure.

– -Allora li hai messi oggi per andare in barca con me? – esclamò Bruno, aprendo i grandi

occhi in una luce di gioia.

Ma al momento di rispondere sì, di rallegrarlo e di farlo superbo, Nicla esitò. Non osava.

Una specie di verecondia subitanea innanzi a quel fanciullo delicato e geloso, che capiva e

sentiva come un uomo, la rattenne. Le parve di far male concedendo qualche soddisfazione al suo

amor proprio di maschietto prepotente.

– Bisogna bene, – rispose, – cambiar d’abito e di cappello, qualche volta.

Ma scorgendo che un velo di tristezza calava repentinamente sul viso del fanciullo,

soggiunse:

– No, no, caro! Ho messo proprio per te l’abito e il cappello nuovi. Proprio per te!

– Allora Duccio non sa che tu li avevi? – esclamò Bruno con uno scoppio di voce gioconda.

– Non sa!

– Allora non ti ha mai veduta così, vestita di ferro?…

– D’acciaio, – corresse Nicla. – No: non sa niente!

– Non sa che tu sei così bella? – gridò ancora Bruno.

– Zitto, zitto! – disse Nicla.

Egli le gettò le braccia al collo e la baciò sulle guance.

– Come mi piace! – esclamò. – Ieri nel bosco eri tutta rossa; oggi sei tutta grigia.

Tacque per ricordare, indi aggiunse:

– La mamma non veste mai come mi piace. Dice che non m’intendo.

– Ma è elegantissima, più elegante di me, – rispose Nicla. – E poi la mamma, poveretta….

E con maraviglia s’accorse che ogni altro elogio della contessa le moriva sul labbro, e un

beffardo spirito le fischiò all’orecchio che la mamma, poveretta, era a Sonnenberg, con Duccio

Massenti.

– Tu non sei come la mamma, – seguitò Bruno. – Tu non sei una donna.

– No? – chiese Nicla stupita. – E che sono allora?

– Tu sei una ragazza, come me.

– Sì: una donna ha troppe cose da pensare, – spiegò Nicla. – Una ragazza non ha nulla da

pensare e può perdere il tempo nei capricci. Sarà così….

– Sarà così! – disse Bruno, quantunque sembrasse poco persuaso.

Sbarcati alla Croda, Brunello mise in acqua la goletta per proteggerli, mentre più lontano

vagava lentamente la lancia, che rappresentava una corazzata.

Nicla ripensava alle parole di Bruno.

Una ragazza come lui! Ancora quel giorno e altri giorni. Poi la differenza d’età si sarebbe

aperta tra i due quale un abisso. Entro il breve giro di quindici anni, egli sarebbe stato il giovane

che s’affacciava impaziente di desiderii e d’illusioni, ed ella la donna placida e delusa, forse la

madre, con qualche rimpianto della libertà perduta.

Non avrebbero mai più trovato il linguaggio che li affratellava; non si sarebbero compresi,

se pur si sarebbero rivisti; ed egli certo non avrebbe cercato di lei….

Passarono un’ora sullo scoglio, intrattenendosi a riformar laghi e fiumi. Brunello sosteneva

che il suo dominio aveva cambiato figura e s’eran formate nuove valli, alle quali bisognava dare un

nome. Nicla, seduta sulla parte più alta della roccia, lasciava dire il fanciullo, che stava accosciato a

sbarcare i soldatini di cui la goletta recava un grosso carico, e a distribuirli nelle varie guarnigioni.

Osservando quella ingenua felicità, fatta di tanto poco, Nicla vedeva rinascere il bambino

che posava la testa sulle sue ginocchia, così diverso dal piccolo uomo che voleva baciarla dietro le

orecchie o far uccidere Duccio per vendicarne un’offesa. A quale di quelle due anime, la modesta e

candida, o la violenta e appassionata, avrebbe il destino dato forma e potenza?

– Dobbiamo tornare! – annunziò Nicla, notando che il sole era già basso all’orizzonte.

E fece segno alla lancia che si avvicinasse.

Una improvvisa malinconia le velava l’anima, senza ragione; e durante il ritorno,

abbandonata in un angolo della barca, con gli occhi che vagavano nel vuoto, non disse parola.

Bruno cercò d’appiccar discorso, ma dopo un vano tentativo, accorgendosi che la sua amica

era assorta in un pensiero, ne rispettò il silenzio e tacque a sua volta.

Guardava l’acqua che mutava sotto il riflesso del Sole morente il suo color verdastro in una

lieve tinta cremisi; e di tanto in tanto vi tuffava una mano, occhieggiando se Nicla non lo

sorprendesse.

Ma non appena furono sbarcati e la lancia si allontanò per rientrar nella darsena, fecero un

incontro singolare.

Un tizio che da qualche tempo gironzava sulla spiaggia, si avvicinò.

Era un uomo d’età mal certa, con la barba rossa non rasata, i capelli radi chiazzati di bianco;

vestiva un abito lucido nei gomiti, unto sul bavero e teneva in mano un cappello di paglia divenuta

scura, con le tese smozzicate.

– È il figlio del conte Traldi, signorina? – disse, indicando Bruno.

Nicla lo squadrò e procedette senza rispondere.

– Signorina, mi scusi, – insistette l’uomo.

La fanciulla, tenendo Brunello per mano, fece una sosta.

– Ho bisogno di sapere dove sia il conte Fabiano Traldi di San Pietro. Vedo che lei ha il

governo del bambino, e certamente vorrà dirmi dove si può trovare suo padre.

– Non so nulla! – rispose Nicoletta con voce asciutta.

L’uomo non si mosse.

– È possibile? – esclamò. – A villa Florida, il domestico mi ha detto lo stesso…. E si tratta di

cosa grave: della scadenza d’una cambiale di dodicimila lire….

– Andiamo! – disse Nicla a Bruno, avviandosi.

Era dolente d’aver appreso una notizia gelosa che non la riguardava.

– Forse è uscito per breve tempo, – insistette fastidiosamente l’uomo, mettendosi al suo

fianco. – Forse è andato a far qualche visita, una gita?…

– Le dico che non so nulla! – ripetè Nicla in tono reciso.

Ma l’uomo fece più dura la voce, e seguitò:

– La prego d’osservare che si tratta di cosa importante, gravissima, l’onore d’una firma. È

possibile che lei non sappia dov’è il suo padrone?

Nicla si scostò con un tal balzo, che per poco Bruno non ne fu rovesciato.

– Il mio padrone? – esclamò, volgendosi e piantandosi innanzi all’uomo dal pelo rosso. – Io

non ho padroni! Sono la signorina Dossena, e non faccio la serva!

– Oh che stupido! – disse Bruno.

L’uomo si curvò immediatamente fin quasi a terra, e la sua voce diventò piagnucolosa.

– Ah, mio Dio, mio Dio! quale errore! Le domando perdono, signorina Dossena! Un gran

nome delle nostre industrie! Le domando perdono con tutta umiltà, signorina! Quale errore!

E camminando per alcuni passi a ritroso, borbottando sempre con voce di pianto, l’uomo si

ritirò in fretta, e scomparve in direzione della villa Florida.

– Era molto stupido! – osservò Bruno.

– Ma il papà dice qualche volta che non c’è, per non vedere quegli uomini….

– Lo imagino, – rispose Nicla. – Ora, va a casa. A domani!… E al papà non raccontare nulla.

Egli avrebbe dispiacere, se sapesse.

– Tu non hai avuto dispiacere perchè quello stupido credeva che tu fossi la governante del

papà? – chiese Bruno.

– No, no, – rispose Nicla sorridendo. – Addio. Va a casa!

E si chinò a baciare il fanciullo.

Ma tornata a casa, cadde in preda a una più grave, a una più nera malinconia; e a pranzo non

toccò cibo.

– Riflette, riflette! – disse il cavalier Maurizio alla signora Carlotta, non appena furono soli e

poterono scambiarsi qualche impressione. – Vedrai che finirà col dirci spontaneamente il suo

segreto.

E rise, da furbo, mentre la moglie lo ammirava.

IX.

Fu l’indomani una indimenticabile giornata, che rimase nella vita di Nicla come una sinistra

conferma di presentimenti invincibili.

Era scesa, verso le nove del mattino, nella piccola sala da pranzo dove abitualmente faceva

colazione con sua madre, quando non v’erano ospiti.

Il cielo era tuttavia carico di nubi, strascico d’un temporale furioso durato l’intera notte, che

aveva impedito alla fanciulla di dormire. Odorava la terra d’umidità e il vento sconvolgeva il lago.

Oltre le vetrate della sala si scorgevano le onde che parevan venir dall’orizzonte bigio,

coronate di bianca spuma, e che dato un lancio, si gettavano con incessante fragore e si stendevano

sulla spiaggia.

La temperatura s’era abbassata da un istante all’altro.

Nicla vestiva di scuro.

Presso la tavola attendeva il domestico, pronto a servire.

La fanciulla baciò sulle guance sua madre; e questa, prima ancora che Nicla avesse preso

posto, con una voce in cui fremeva il piacere d’un pettegolezzo e la gioia di poterlo rivolgere in tutti

i sensi, domandò:

– Sai la notizia?

La fanciulla rispose, un po’ inquieta:

– Esco ora dalla mia camera. Non so nulla, mamma!

E pensò annoiata che si trattava forse ancora di Duccio, il quale aveva scritto, o stava per

tornare, o chiedeva di giustificarsi; e la battaglia sarebbe stata rude.

Ma Carlotta aspettò che Nicla fosse seduta e che il domestico, posto in tavola i vassoi e

mesciuto il cioccolatte, se ne fosse andato; e finalmente riprese:

– Il conte Traldi è scappato!

– Che dici? – esclamò Nicla, sorgendo in piedi.

E in un lampo comprese che non poteva esprimere nè dolore soverchio, nè compianto; ciò le

avrebbe cagionato altre noie.

Pallidissima, tornò a prender posto, e soggiunse:

– È scappato? Sei ben certa?

– Non so perchè te ne stupisca tanto! Sei diventata bianca in faccia, come se si trattasse

d’una disgrazia di famiglia, – osservò sua madre.

– Nervi: – rispose la fanciulla. – Non sempre si è padroni dei proprii nervi: io stanotte ho

dormito poco e male.

E dentro il cuore, una voce le gridava: “Bruno! Dov’è Bruno? Che è avvenuto di lui?”.

– Anch’io non ho dormito, – riprese con un sospiro la signora. – Fosse il temporale, fossero i

pensieri per quella tua scappata col conte Massenti, non ho potuto chiudere un occhio. Non so

quando ci dirai le ragioni per le quali hai messo alla porta, senza avvisarcene, senza averne il

permesso, quel vero gentiluomo.

Nicla fremeva in silenzio. Bruno? Dov’era Bruno?… E sua madre parlava di Duccio e del

matrimonio e del segreto!

Ma comprendendo che non v’era nulla da sperare, e che su quell’argomento Nicla non

avrebbe dato alcuna risposta, la signora si volse all’altro, e seguitò:

– Sicuro, è scappato. Ieri erano stati a cercarlo per il pagamento di cinquantamila lire. Egli

non riceveva. Poi ha licenziato tutti, e durante la notte è scappato coi cavalli, invece che con la

ferrovia. Credo sia pazzo. Viaggiare in carrozza da posta con un tempo infernale, sotto i fulmini,

per non trovar creditori anche in treno, è veramente un’idea da matto

– E dove è andato? – chiese Nicla, cercando d’ingoiare la sua bevanda con la gola serrata.

– Dicono a casa sua, dalla madre e dai fratelli, per estorcere altro danaro.

– E la villa?

– Credo sia chiusa: ci ha rimesso un mese d’affitto.

– E ha condotto con sè il bambino?

– Senza dubbio. Tu ne avrai dispiacere. È per questo che sei così agitata?

– Ne ho molto dispiacere – confermò Nicla. – Ma non sono agitata.

– Egli è con suo padre. Non è stato sempre con suo padre? – osservò la signora Carlotta. –

Suo padre ci penserà.

– Come sai tutti questi particolari? – domandò Nicla alzandosi.

– Ma non si parla d’altro, in paese. Stamane son venute dieci persone a raccontarmi

l’avvenimento. Bada che fa fresco; non andare al lago.

Nicla era già uscita.

Le martellava in cuore un’idea sola: “Non lo vedrò più!”.

Glielo avevano rapito di notte, durante una tempesta, sotto i fulmini, per trascinarlo

nuovamente a un’esistenza di disordini ansiosi e di febbrili vicende.

Non lo avrebbe veduto più. Suo padre s’allontanava per sempre dal paese, forse dall’Italia; il

bambino riprendeva la sua strada, dopo un intermezzo di dolcezza e di gioia; andava incontro alla

sua sorte, qualunque ella dovesse essere; e Nicla sentiva d’essere una intrusa, la signorina Nicoletta

Dossena, una vicina di campagna, e nulla più, la quale non aveva alcun diritto non che a giudicare,

nemmeno a chiedere e a sapere.

Perchè lo aveva amato?

Lo aveva amato come un bambino suo, più che un fratello. Gli aveva dato tutta la sua fresca

anima libera; ed egli, a guisa d’un piccolo Amore sbucato impensatamente fuor da una nube, le

aveva piantato nel fianco una freccia di cui ella non sapeva più liberarsi, di cui avrebbe portato il

peso e il segno per tutta la vita.

Sulla soglia del vestibolo, fingendo di cercare il cappello, un cencio qualunque da mettersi

in testa, pianse lagrime roventi.

Una cameriera, che le porgeva il cappello, non osò dir parola, e volse gli occhi per non

essere indiscreta; ma sapeva; tutti in paese sapevano che Nicla era per il piccolo conte Traldi,

meglio che una sorella, più che una madre.

Nicla uscì e corse a villa Florida.

Il vento fischiava; sulla riva, i barcaiuoli stavano vuotando le loro barche dall’acqua che le

aveva invase; e grandi nuvole viaggiavano frettolose per il cielo bigio.

La fanciulla guardò sulla spiaggia il luogo in cui Bruno l’aveva salutata la sera prima, e gli

occhi le si riempirono di lagrime.

Suonò alla portineria della villa, e la governante venne ad aprire.

– Oh signorina! – disse. – Favorisca. La casa è tutta sossopra, e vorrà scusarmi. Una partenza

così improvvisa….

E precedendo la fanciulla, la fece entrare nel salotto a pian terreno, i cui mobili eran coperti

di tela giallina, e le pareti di tappezzeria chiara a righe grigie, sul gusto inglese.

La governante era una donna di circa cinquant’anni, alta e robusta, con occhi cilestri;

portava in testa una cuffia nera orlata di bianco, e sulla veste scura un candido grembiale.

Ella restò in piedi mentre Nicla sedeva sopra un divano.

– Volevo avere notizie, – disse la fanciulla, – di Brunello.

– Me lo imagino. Oh quanto ho udito parlare di lei, signorina! Brunello non parlava d’altri,

lei era il suo Dio.

– Sì, un dio, – esclamò Nicla involontariamente, – che non può nulla.

– Il signor conte è partito stamane, all’alba, coi cavalli, – raccontò la governante. – È stata

un’idea bizzarra, così, venutagli d’improvviso, come tante altre. Il signor conte ne aveva di curiose

ogni giorno; era un carattere difficile. Iersera ci ha licenziati, Antonietta la cuoca, Carlo il

domestico, e me. Io sono rimasta per far la consegna della casa, e potrei rimanerci anche un mese,

perchè il signor conte ha pagato fino a tutto il mese venturo. Carlo non ha mancato di far osservare

al signor conte che poteva partire stamane alle undici, con un treno che è comodo. Ma egli s’è

infuriato: voleva partire subito; mandò a noleggiare da Vico Malerba una carrozza a due cavalli, e

la carrozza è venuta a prenderlo verso le quattro del mattino. Sono partiti così, e non erano a

cinquanta metri dalla casa, che è scoppiato il temporale…. Vergine santissima, che tempesta! acqua

e grandine e vento! Nessuno di noi si è coricato; pensavamo tutti al signor conte e a Brunello. Li

aspettavamo di ritorno da un momento all’altro…. Ma sì; neanche i fulmini lo trattengono il signor

conte quando s’è messo in capo un’idea; e non sono tornati.

– Ma dove andavano? – chiese Nicla ansiosamente.

– Chi sa? A prendere la ferrovia più giù, alla quarta o alla quinta stazione. Il signor conte va

a trovar la sua famiglia, per affari.

– E Brunello?

– Brunello dormiva. L’ho vestito io. Veniva a casa la sera sempre stanco, per le sue grandi

passeggiate e per le corse che faceva con lei, signorina. Dormiva, e l’ho vestito io, l’ho messo io in

carrozza, e l’ho avvolto ben bene di scialli e di coperte, perchè sentivo che il tempo era incerto. Non

s’è nemmeno svegliato quando gli ho dato due grossi baci.

E tacque. Nicla guardò a terra.

– Non torneranno più? – chiese dopo un istante d’esitazione.

– Vorrei! – esclamò la governante. – Ma io ho ricevuto ordine dal signor conte di spedir casse

e bauli che son rimasti qui all’indirizzo che il signor conte mi telegraferà.

Nicla si alzò lentamente.

– Non tornano! – disse. – Ma forse il vetturale. Vico….

– Vico Malerba….

– -Vico Malerba è già rientrato, e si potrà sapere almeno se Brunello non ha patito durante il

viaggio!

– Mi sembra ancor presto, – osservò la governante. – Ma andrò a vedere subito. E in ogni

modo non dubiti, signorina….

La riaccompagnava a passo a passo dal salotto verso il vestibolo; e attraversando un

corridoio laterale al giardino, la fanciulla vide in fondo, tra i fusti e il fogliame scuro, una tavola di

legno. V’era dipinto in rosso e nero un soldato in grandezza naturale.

Era il bersaglio del conte, quel bersaglio che Brunello avrebbe sostituito volentieri con

Duccio Massenti.

Le lagrime tornarono agli occhi di Nicla.

– In ogni modo non dubiti, signorina, – diceva la governante, – non appena avrò notizie, sia

oggi, sia domani, sia poi, gliele porterò. So il bene che lei voleva a Brunello, e l’adorazione che

Brunello aveva per lei.

– Sì, – disse Nicla. – La ringrazio e ci conto.

Salutò con un cenno del capo e uno smorto sorriso, e uscì, mentre la governante la seguiva

degli occhi.

Non v’era più speranza; Bruno era perduto, Bruno non sarebbe tornato mai più.

La spiaggia, il lago, il bosco, il poggio, tutto quel paesaggio di felicità, bello e immenso,

d’un tratto era divenuto misero, grigio, deserto, per la scomparsa d’un piccolo uomo che lo animava

con la sua presenza e lo possedeva con la sua voluttà di vivere.

Ma più fortunato, nella sua disgrazia, di chi rimaneva, Brunello sarebbe stato assorto in altri

spettacoli e distratto da altre vicende: non avrebbe rivisto ogni giorno quei luoghi che parlavano

d’un passato raro e maraviglioso, e facilmente avrebbe potuto dimenticare.

Nicla restava.

Restava sola a bere tutta la mestizia disperata delle ore cògnite, a udir le campane che

annunziavano da lungi il vespero, le campane degli armenti che tornavano alle stalle, le campane

flebili che mormoravano a fior d’acqua sul lago.

Dove trovar posa, dove trovare scampo, contro i ricordi che l’assalivano da ogni parte?

Come vivere senza parlare mai del proprio dolore, senza confidarsi ad anima viva, simulando anzi

il piacere pel piacere degli altri, la curiosità per la curiosità degli altri, simulando in una parola

quella vita che traeva placida e noiosa prima di conoscere Brunello e la dolcezza d’un casto idillio?

– Hai saputo qualche cosa? – le domandò sua madre, vedendola tornare.

– Non ho saputo niente, perchè non ho chiesto niente! – ella rispose.

E salita nella sua camera, vi si chiuse, e si gettò sul letto a piangere.

X.

Il viaggio di Fabiano e Brunello era stato spaventevole.

Il conte aveva pensato di partire in carrozza verso l’alba, per raggiungere una stazione

ferroviaria ch’era a dodici chilometri dal paese. Ma dopo pochi minuti di viaggio, l’uragano furioso

era scoppiato. Fischiava il vento attraverso il fogliame che si disperdeva nell’aria, tentennavano gli

alberi come dovessero ad ogni istante rovesciarsi addosso alla vettura, rombava il tuono da vicino e

da lontano incessantemente.

Vico Malerba, il vetturale, accecato da nembi di polvere, non vedeva più la strada, e uno dei

cavalli, ombratico e vizioso, tentava di prender la mano e di trascinare a sbrigliata fuga anche

l’altro.

Brunello si svegliò.

– Dove siamo? – chiese.

Cominciarono i fulmini a crepitare, squarciando le nubi dense; e venne una grandinata soda

come fosse fatta di proiettili, che spezzavano i rami più deboli e strappavano le foglie.

– Bisogna fermarsi! – dichiarò il vetturale.

La carrozza aveva un soffietto che la riparava soltanto a metà, e dentro precipitava la

tempesta, balzando sul legno, schizzando da ogni banda, battendo sulla groppa dei cavalli. Il

vetturale era sceso e s’era messo alla testa degli animali per frenarli; il conte scese a sua volta.

– Sta fermo! – ordinò a Bruno. – Vado a tenere i cavalli.

Ma Brunello non badava nè ai cavalli nè all’uragano.

– Voglio Nicla! ~ egli disse. – Nicla!… Dov’è Nicla? Papà, dov’è Nicla?

Suo padre non rispose: teneva il morso del cavallo di destra, mentre il vetturale teneva

quello di sinistra. Ambedue gli uomini stavano sotto la grandine, folgorati di continuo dai grossi

chicchi, feriti alle mani, e tuttavia pronti a parar gli scarti e a domar le impennate dei cavalli. Un

fulmine scoppiò poco lontano, fece traballare il conte e il vetturale; i cavalli diedero uno strappo,

furono rattenuti a gran fatica.

L’aria era così scura, che pareva notte; il vento cantava su mille toni, con mille voci, ora

sottili e gemebonde, ora minacciose e frementi; a quando a quando sibilava un fulmine, appariva tra

le nubi una linea d’oro, cadeva tra le chiome irte e sconvolte degli alberi.

Poi, cessata la grandine, cominciò la pioggia.

– Ora possiamo andare, – disse il vetturale. – A un chilometro da qui, anche prima, c’è

un’osteria, dove potremo fermarci, perchè i cavalli per oggi ne hanno abbastanza. Riprenda il suo

posto, signor conte.

Fabiano risalì nella vettura e si pigliò Brunello tra le braccia.

– Nicla, dov’è Nicla, papà? – disse il bambino.

L’acqua veniva a torrenti, inondava la carrozza, formava una pozzanghera nella pianta della

cassa, sgocciolava per le fiancate; e il vento rendeva più aspro e crudo quel diluvio.

I cavalli correvano con tutta la loro lena; drizzavan le orecchie ad ogni brontolìo di tuono,

scartavano ad ogni balenar di folgore, ma andavano a rompicollo, quasi avessero voluto sfuggire a

quell’inferno. E la pioggia entrando a sghembo nella vettura, aveva ormai inzuppato i due

viaggiatori.

– Dormi, piccolo, – disse Fabiano.

– Perchè mi porti via? – domandò Brunello.

Gli rispose uno schianto formidabile, che fece sobbalzare uomini e bestie; un fulmine era

scoppiato a pochi passi.

Il conte adagiò Bruno e prestò mano al vetturale, che s’era teso ad arco per trattenere i

cavalli, i quali puntavano sul morso e si sforzavano di precipitarsi finalmente a una fuga rovinosa.

Fu il più difficile episodio della corsa, e fu l’ultimo.

Indi a poco, la vettura poteva ricoverarsi all’osteria indicata da Vico Malerba, e gli uomini

ne scendevano.

Brunello era intontito; batteva i denti, tremava da capo a piedi, sgocciolava tutto.

Una grossa donna, che conduceva l’osteria, spogliò il fanciullo e lo mise a letto, ma qualche

ora più tardi una fortissima febbre lo colse. Delirava.

Seduto accanto al letto, spiando nel volto congestionato di suo figlio il progredire del male,

il conte stava assorto e dubbioso.

Fuori scrosciava ancora la pioggia e fischiava il vento, vicino e lontano.

La camera era illuminata da una candela e nulla pareva più malinconico che quell’uomo in

quella muta stanza, l’occhio fisso nell’occhio vitreo del suo bambino.

Vico Malerba, riparati i cavalli e datasi una scrollata, salì a prendere gli ordini.

– Fra mezz’ora splenderà il sole, – disse. Ma visto Brunello a letto e il conte immobile a

scrutarlo, tacque subito.

– Fra mezz’ora! – ripetè Fabiano. – È impossibile ripartire per oggi. Non vedi che il piccolo è

ammalato? Domanda all’ostessa se si può avere un medico.

– Vado, – rispose il vetturale. – In ogni modo, tengo il legno a disposizione del signor conte.

E avvicinandosi un poco al letto, soggiunse:

– Sarà cosa da nulla, vedrà…. Il cambiamento del tempo…. E poi i bambini salgono e

scendono con la febbre.

– Va a cercare il medico! – interruppe il conte.

Il vetturale uscì e parlò con l’ostessa. Non v’erano in quel villaggio nè medico nè farmacia.

Quando fu detto questo a Fabiano, egli tese il pugno verso il cielo e si lasciò sfuggire una

bestemmia.

– Bisogna trovarlo, – rispose. – Mandate a cercarne.

– Otto chilometri d’andata e otto di ritorno, signor conte, – osservò l’ostessa.

Fabiano le mosse incontro con tal piglio, che la donna uscì senza più ribattere.

Passarono due, sei, dieci ore; cessò la tempesta, venne il sole, tramontò. Nella stanza il

padre tormentato dallo spavento e dal rimorso percorreva chilometri in uno spazio di quattro metri,

e il bambino smaniava nel delirio.

Verso le sette di sera giunse il medico; un povero piccolo medico di campagna, il quale

aveva avuto la previdenza di portare seco il chinino. Non riuscì a fare una diagnosi precisa, parlò

d’elmintiasi e diede il chinino, prescrivendo di ripetere di tre in tre ore la dose.

Scese la notte.

Il conte, che non aveva gustato cibo nè mutato abito, vegliò, seduto in una poltrona stinta e

senza molle. Alle dieci di sera e al tocco dopo mezzanotte diede nuovamente il chinino; la febbre

scemava rapidamente; al levar del sole era cessata.

– Ebbene, piccolo, che m’hai fatto? – disse Fabiano, chinandosi a baciare Brunello.

Questi sorrideva, ma era stordito e debole.

Fabiano decise di fermarsi ancora tutto quel giorno all’osteria, e il vetturale si fermò egli

pure, a disposizione del signor conte.

Soltanto l’indomani, con le ossa rotte dalla febbre, le gambe tremanti pel chinino, una

grande lassezza in tutto il corpo, Brunello fu rimesso in vettura e riprese il viaggio.

Aveva negli orecchi il frinir continuo d’innumerevoli cicale; di tutto quanto era avvenuto

negli ultimi giorni riteneva alcune imagini confuse, venute in parte dalla realtà, in parte dalla

febbre. Rivedeva Nicla nel suo abito d’acciaio, Duccio Massenti che voleva offenderla, il papà che

l’uccideva, poi lo scoglio della Croda, i fulmini, le groppe dei cavalli gocciolanti di pioggia.

Ma non diceva parola con suo padre.

Lo guardava di sottecchi, mostrando il broncio, e aspettando d’essere più forte per tornare da

Nicla.

Prima d’abbandonar l’osteria, il conte compensò liberalmente il medico, l’ostessa, quanti lo

avevano servito. Era in dure strettezze finanziarie, ma quando metteva mano alla borsa, non sapeva

più contare.

Si recava a trattare con la famiglia, in una mediocre città di provincia di cui cinque secoli

avanti i Traldi di San Pietro avevano avuto il dominio; e ancora possedevano, oltre parecchie case

in città, vasti terreni e ricche fattorie nei dintorni.

Il conte Fabiano non si dissimulava che la lotta sarebbe stata dura, perchè la madre e i

fratelli non trattavan più con lui se non per il notaio Clemente Alemanni, amministratore della

sostanza; e Fabiano sospettava che l’Alemanni s’ingegnasse da tempo a fargli più avversi i fratelli e

la madre.

Quanto all’Alemanni, egli conosceva bene il conte, perchè da giovanetto, in seguito a una

disputa per affari. Fabiano lo aveva inseguito con la rivoltella in pugno, obbligandolo a ricoverarsi

in una soffitta.

Viaggiarono l’intero giorno, parte in vettura, parte in ferrovia.

Quando fu per congedarsi, Vico Malerba rivolse un saluto a Brunello:

– Stai bene, eh, piccolo? – disse familiarmente. – Spero che ci rivedremo, e tornerai dalla

signorina Nicoletta.

Bruno afferrò la mano scarna del vetturale e sorrise.

– È molto lontana? – dimandò.

– Sì, laggiù, dietro i monti; ma con la ferrovia si fa più presto! – rispose Vico.

Nicla laggiù dietro i monti! Non sì poteva nemmeno udir la sua voce!

– Le dirai che io torno? – riprese il fanciullo. – Le dirai che io sono qui per gli affari del papà,

adesso; ma poi torno; e che mi aspetti.

– Non dubitare! – esclamò il vetturale, mettendosi una mano sul petto. – Che io muoia qui, se

non glielo dico appena sono a casa!

Bruno sorrise ancora, più riposato, come un uomo che ha trovato intanto un piccolo rimedio

a un grosso malanno.

Quella sera le sue impressioni s’arricchirono della visione d’una città di provincia immersa

nel sonno con le persiane tutte chiuse, d’un omnibus che traballava sul selciato, d’un modesto

albergo.

Fabiano diede al fanciullo una tazza di latte caldo; poi lo svestì, lo lavò, lo mise a dormire.

Stette a guardarlo lungamente, meditabondo.

Brunello dormiva, coi pugni stretti e i capelli sparsi sul guanciale.

Che poteva sognare? La tempesta, la fuga dei cavalli tra fulmini e rombi, la pioggia, il

medico, l’osteria di campagna, lo scotimento del treno.

Non poteva sognare altro, non aveva più liete imagini che quelle.

Una sì, c’era, fresca e olezzante, l’imagine d’una fanciulla che lo proteggeva; ma

gliel’avevano strappato di mano, per ricondurlo attraverso il mondo, con la febbre sotto la pioggia

crudele.

Il conte ebbe un gesto desolato. Perchè condurre alla rovina anche l’innocente che non aveva

macchia e non chiedeva nulla?

Si scosse al pensiero della battaglia che lo attendeva l’indomani; e un altro pensiero

sopraggiunse, una speranza: la speranza di metter la mano sopra trenta o quarantamila lire. Allora

udì nell’orecchio il tintinnìo dell’oro fluido, il fruscìo delle carte, lo scalpito di superbi cavalli

ch’erano suoi; e si scostò dal letto, lasciando che il fanciullo sognasse i suoi tristi sogni.

Sbrigò la corrispondenza arretrata, e preparò un biglietto per Elia Polacco, personaggio che

gli era da più tempo ben noto.

XI.

Il notaio Clemente Alemanni era uomo freddo e risoluto; ma nel fondo dei suoi occhi

cilestri si leggeva un’espressione di dolcezza.

Non alto di statura, quadrato di spalle, indossava abitualmente la redingote, grigia d’estate,

nera d’inverno; e una bella barba in parte candida come neve, in parte rossa come il fuoco, gli

scendeva fino a mezzo il petto.

– Fatemi il favore, – disse a un cameriere che passava nel corridoio, – di presentare questo

biglietto di visita al signor conte Traldi di San Pietro.

Il cameriere prese la carta, entrò nella camera segnata col numero dieci, e indi a poco tornò

dicendo che il signor conte aspettava il signor notaio.

L’uomo trasse un sospiro, e drizzandosi sul busto come un lottatore che sta per comparir

nell’arena, seguì il cameriere.

Avrebbe preferito in verità di trovarsi altrove; ma fedele alla antica famiglia, per un’alta idea

del proprio dovere, si riprometteva di comportarsi degnamente e di condurre a termine la sua

missione fermamente e tuttavia col più scrupoloso rispetto e con serafica pazienza.

Il conte Fabiano stava seduto, nella camera da letto, in una larga poltrona, innanzi alla

tavola su cui si vedevano ancora il vassoio con le chicchere, il piattino del burro e il vaso del miele.

Si accarezzava nervosamente la barba brizzolata e fumava una sigaretta.

– Oh, caro Alemanni! – esclamò sarcasticamente alla vista del notaio. – Siamo alle solite. Io

chiedo di parlare con mia madre e coi miei fratelli, e mia madre e i miei fratelli mi spediscono un

impiegato con pieni poteri. Sono le corbellerie, per non dire le sconvenienze, della mia amabile

famiglia.

Il dottor Alemanni s’inchinò profondamente, mentre Fabiano seduto lo squadrava con

occhio freddo.

– Sua Signoria la contessa e le Loro Signorie i conti Francesco, Guido e Giovanni….

– Lasciamo stare l’araldica, – interruppe Fabiano.

– …. mi mandano da Vostra Signoria per sentire i suoi desiderii, – continuò l’Alemanni

imperturbabile.

– A sentire i miei desiderii? – ripetè Fabiano. – Soltanto per questo l’hanno mandata qui?

Caro Alemanni, lasciamo da banda gli scherzi. Io ho bisogno di danaro, subito, oggi stesso, o sono

perduto.

– Sua Signoria la contessa mi ha incaricato di presentare al signor conte l’espressione di un

vivo rammarico, – disse il notaio.

– Oh bravo! – esclamò Fabiano ridendo. – Dacchè ho l’età della ragione, mia madre non ha

mai altro espresso che vivo rammarico… Sentiamo anche questo….

– Sua Signoria….

– Lasci andare, per carità! – interruppe Fabiano. – Ciò prolunga la conversazione, che vorrei

fosse breve. Dica “il conte”, “la contessa”, e tiriamo via!

– La signora contessa si lagna di non aver notizie del signor conte che quando il signor conte

ha bisogno di denaro. In tutti gli altri giorni dell’anno, il signor conte non dà segno di vita ad alcuno

della famiglia.

– Questa è un’insolenza! – esclamò Fabiano, lanciando un’occhiata penetrante all’uomo che a

pochi passi dalla soglia stava ancor dritto in piedi. – E quando la incaricano di dirmi un’insolenza,

lei dovrebbe rispondere che la sua posizione d’impiegato non glielo permette, perchè io non posso

raccoglierla.

Il dottore Alemanni battè presto le palpebre, ma toccò il colpo bravamente in pieno petto,

senza dare altro segno di commozione.

Seguì una pausa.

Fabiano guardò il soffitto, verso il quale lanciò il fumo della sigaretta; ma vide per la prima

volta che il soffitto era dipinto a colori, verde con giallo, che si aggrovigliavano in arabeschi atroci

mal sicuri e mal finiti, e ritorse lo sguardo sdegnato.

– Alle corte, – riprese d’un tratto. – Mia madre è disposta ad aiutarmi?…

– Io sono incaricato…. – cominciò l’Alemanni.

– Non parlo di lei, parlo di mia madre e dei miei fratelli, – interruppe Fabiano. – Dunque: sì o

no?

– Forse! – rispose il notaio.

Il conte lo interrogò con lo sguardo.

– È già qualche cosa! – disse. – Non vogliono dunque ridurmi alla fame, alla disperazione, al

suicidio?… E quali sono i motivi di questa benevolenza improvvisa?

– Se il signor conte mi lascerà parlare, io potrò spiegare tutto, – rispose l’Alemanni

sorridendo, – ma se mi arresta ad ogni parola, non c’intenderemo.

– Si è che lei fa un abuso deplorevole di circonlocuzioni, – osservò Fabiano, – e le

circonlocuzioni sono utili in diplomazia, cioè sono utili a niente; quando si trattano affari, bisogna

parlar chiaro, secco e preciso….

Guardò ancora una volta il notaio, poi soggiunse:

– Sieda!

Il dottor Alemanni prese posto in una poltrona di fronte a Fabiano, e cominciò:

– Ecco: quanto alla cambiale di cui ella ha scritto nella sua lettera, la famiglia di lei è

disposta a pagare ancora per questa volta, purchè la cambiale sia presentata a Sua Signoria il conte

Francesco.

– Non si fidano di me?

– Il signor conte Francesco pensa ch’ella potrebbe venire a una transazione col creditore,

pagare una metà e giuocar l’altra, lasciando una nuova cambiale di seimila lire.

Fabiano diede in una risata.

– Come si vede, – esclamò, – che il signor conte Francesco Traldi di San Pietro mio

illustrissimo fratello, è un idiota!… Venire a una transazione!… Ma quel mio creditore è il più

feroce, il più avido strozzino di Milano; e son dovuto scappare (scappare, capisce?) dalla mia

villeggiatura sul lago, perchè non mi mettesse a soqquadro il paese e non mi facesse qualche

scenata per la strada!

Tacque un istante, poi soggiunse:

– Telegraferò oggi stesso a quella canaglia perchè presenti l’effetto al conte Francesco.

Andiamo avanti. Che c’è ancora?

– Il signor conte Francesco la prega di rammentare che questa è l’ultima, assolutamente

l’ultima volta che la famiglia interviene in suo favore; da ora in poi sarà sorda a ogni

considerazione, e lascerà che i creditori facciano tutti i passi consentiti dalla legge.

– Sta bene. Ma pagate le dodicimila lire, io rimango senza un centesimo. A questo la mia

famiglia non ha pensato?

– Ella sa, signor conte, – disse l’Alemanni con un sorriso, – che la sua sostanza è stata

interamente liquidata. Esiste ancora il fondo della Tralda, che frutta dalle sei alle ottomila lire

l’anno, ma appartiene al piccolo conte Bruno, il quale potrà disporne il giorno della sua maggiore

età. Le rendite sono ora versate a lei, signor conte, per il mantenimento e l’educazione del bambino.

Non c’è dunque più nulla…. Tuttavia….

– Tuttavia? – interrogò Fabiano ansiosamente.

– Tuttavia la sua famiglia è disposta ad aiutarla, assegnandole una rendita pari a quella che

riscuote ora per il mantenimento del piccolo conte Bruno.

– Ottomila? Quanto basta per non morir di fame…. – osservò Fabiano.

– Diciamo ottomila, – ripetè il dottor Alemanni. – Ma ad una condizione….

– La condizione sarà impossibile, – disse Fabiano. – Conosco la mia famiglia!… Sentiamo.

– A condizione che il piccolo conte Bruno sia consegnato al signor conte Francesco, il quale

ne curerà l’educazione e lo terrà seco fino all’età di ventun anno. In questo caso, il conte Francesco

che non ha figli, aggiungerà al fondo della Tralda, unico patrimonio del conte Bruno, una larga

parte della sua sostanza.

Fabiano si alzò in piedi e lentamente andò alla finestra.

– Vede, – disse al dottor Alemanni, che lo aveva seguito, – vede questa finestra? Io sono

pronto a scaraventarlo di qui il mio Brunello, piuttosto che consegnarlo a quel pazzo imbecille!…

La prima educazione che gli si darebbe, sarebbe quella d’odiare e disprezzare suo padre; poi si

farebbe di lui un gesuita. Lei non ignora che la famiglia Traldi di San Pietro è molto benevisa in

Vaticano e ha protezioni potentissime. Il mio Bruno abbraccerebbe la carriera ecclesiastica,

diventerebbe Cardinale e morirebbe Papa…. È un avvenire stupendo, ma a me non piace…. Intendo

che mio figlio sia uomo…. E del resto, son follie che possono passar pel capo di quell’asino di

Francesco.

Rise ironicamente, e proseguì:

– Perinde ac cadaver, il motto dei gesuiti, s’attaglierebbe giusto al mio Brunello!… Egli ha

tutta la fierezza, la tenacità, il coraggio, l’orgoglio della sua razza e nemmeno la Compagnia di

Gesù riuscirebbe a piegarlo…. Non sono punto impensierito per lui…. Sarà un lottatore di gran

tempra e spezzerà gli ostacoli che non potrà girare….

Il notaio s’inchinò.

– L’ho visto or ora sulle scale. Andava alla ricerca del cane, – disse, – per uscire a passeggio.

È un fanciullo incantevole.

– Non è vero? – esclamò Fabiano, tocco nel vivo del suo amor proprio. – Sono certo che non

m’inganno.

– Vostra Signoria non s’inganna, – confermò il dottore. – Basta osservare il portamento del

capo, lo sguardo che vi cerca lo sguardo, la piega sdegnosa all’angolo delle labbra… L’ho guardato

bene.

– E non si lamenta mai, parla poco, non vuole essere baciato, è pronto a tutto. Vive già come

un piccolo uomo e ha un’intelligenza che avanza di gran lunga la sua età, – soggiunse Fabiano.

Andò a sedersi di nuovo nella poltrona.

– Dunque, – seguitò rivolto al notaio, che gli stava di fronte, in piedi, – non ne facciamo

nulla.

– Io scongiuro il signor conte a prender tempo a rispondere. Vorrei recare una parola di

speranza….

Ma dopo quel breve intermezzo di sentimento paterno, durante il quale s’era trovato

d’accordo miracolosamente con le idee del notaio, Fabiano s’era come ripreso e allontanato, e il suo

sguardo era tornato freddo.

– Bella figura ci farebbe, Lei, col ramoscello d’olivo nel becco, – esclamò, guardando il naso

un po’ ricurvo del dottor Alemanni. – -Dica pure che non ne facciamo niente…. Me l’imaginavo che

doveva trattarsi d’un agguato o d’un trucco. Il mio buon fratello non è capace d’altro.

– Ma, mi perdoni signor conte, – insistette il notaio. – Lei potrebbe vedere suo figlio ogni

qual volta desiderasse. E potrebbe inoltre stabilire certe condizioni; condizioni scritte: per esempio,

il divieto assoluto d’avviarlo alla carriera ecclesiastica….

Fabiano squadrò il notaio sarcasticamente.

– Non mi faccia l’allocco! – disse ridendo.

– Il divieto assoluto…. Ma Brunello non ha che otto anni; e un bel giorno mi si dirà che a

poco a poco gli si è sviluppato un poderoso bernoccolo per il Seminario o per il chiostro o per le

missioni…. Vada lei a dimostrar che non è vero….

– Io la supplico, signor conte…. – incalzò il dottore.

Ma si arrestò a un’occhiata scintillante d’ira.

– Facciamola finita! – annunziò Fabiano. – Io mi tengo mio figlio…. Lei ha eseguito con

fedeltà gli ordini avuti, e non deve aggiungere parola…. Dica a Francesco che Brunello non lo

vendo nè per ottomila lire l’anno, nè per un milione. E impari, egli che è ricco, ad essere anche

onesto!… Può andare!…

Il dottor Alemanni s’inchinò, e raggiunta la soglia, uscì….

Non era stupito del cattivo esito della sua ambasciata; conosceva il conte da molti anni e

sempre lo aveva trovato superbo e caparbio, e sempre ne aveva ammirato quasi con timore l’arte del

sofisma, l’abilità del colorire i torti come ragioni, e di dare al capriccio la parvenza del diritto.

La famiglia stessa aveva preveduto che le sue proposte sarebbero state respinte, e non

s’aspettava affatto che il dottor Alemanni potesse compiere un miracolo e condurre Brunello a casa.

Il notaio scese le scale, dicendosi che bisognava pur giungere alla lotta aperta, o il bambino

sarebbe stato la prima vittima di quelle esitazioni.

Brunello era in cortile, dritto vicino a una piccola carrozza con due cavalli pomellati; in un

angolo aveva disposto la scuderia con altri cavalli, il cocchiere e il mozzo. Ma non giuocava.

Il dottor Alemanni lo sorprese mentre guardava fisso innanzi a sè, assorto in qualche suo

sogno lontano.

Pochi passi più in là un cane danese, il cane dell’albergo, disteso magnificamente a guisa di

un giovane tigre, sonnecchiava lanciando di tanto in tanto uno sguardo al fanciullo. Doveva essergli

compagno, come gli era stato compagno il povero Tiè, che il conte aveva affidato, partendo da

Parigi, alla portineria della casa che abitava in via Glück.

– Ebbene? – disse Bruno, scoprendo il dottor Alemanni alle sue spalle. – Hai parlato col

papà?

– Ne torno ora, – rispose il notaio.

– Gli hai portato i denari?

– Come sai tu che si tratta di danari? – domandò il notaio.

– Io so, – rispose Bruno. – Siamo partiti per questo di notte, col tempo cattivo. Glieli hai

portati?

– Glieli porterò.

– Fa presto, – soggiunse Bruno, – perchè io devo tornare in campagna. Non mi piace star qui:

qui è tutto brutto, non ho niente da fare.

Guardò il notaio, chiedendosi se potesse parlargli di Nicla, ma pensò ch’egli non la

conosceva.

– Non è vero che tu non la conosci, Nicla? – disse.

– Nicla? Chi è Nicla? – chiese il dottore Alemanni.

– Vedi, che non la conosci! – continuò Bruno con un senso di commiserazione.

Il dottor Alemanni si piegò sulle ginocchia come per veder meglio il piccolo equipaggio che

stava presso il fanciullo; e chiese:

– Bruno, se io ti prendessi per condurti da tuo zio Francesco, tu verresti?

– A far che? – domandò Bruno.

– A viver con lui, con gli altri zii, con la nonna….

– Non ne ho bisogno! – disse il fanciullo.

– Sì, che ne hai bisogno, – insistette il notaio, – per formar la tua educazione e diventare un

uomo.

– Oh, – rispose Bruno, con un’ombra di beffardaggine, – diventerò uomo lo stesso, anche

senza la nonna e gli zii. Io li ho visti, quando ero piccolo e il papà non aveva fatto lite. Sono brutti e

noiosi.

– Ma io so che ti vogliono molto bene, – insinuò il dottor Alemanni.

– Tutti mi vogliono molto bene! – ribattè il fanciullo. – Anche Nicla.

– Io so…. – riprese il notaio.

– Tu non sai niente! Porta i denari, presto, che io non voglio star qui.

Il dottor Alemanni si raddrizzò.

– Ma i denari, appunto, li danno gli zii e la nonna, – rimbeccò subito. – E se tu non sarai

savio, non ne daranno più.

– Non dire bugie! – consigliò Bruno. – Sono i denari di casa, e anche se faccio il cattivo, tu

devi portarceli.

Il notaio sorrise un poco amaro, e si chinò per baciare il fanciullo, ma questi gli sgusciò di

tra le mani e volse il capo bruscamente.

– Va, va! – disse. – Non perdere tempo!

– Razza di prepotenti! – borbottò il dottor Alemanni, allontanandosi.

XII.

Il colloquio col notaio non aveva punto scoraggiato il conte Fabiano.

Abituato a vivere con una folle imprevidenza, animato da una sragionevole fiducia

nell’avvenire e da un irrefrenabile desiderio di godimenti, considerava già come vittoria cospicua il

pagamento della cambiale di dodicimila lire, che gli dava fastidio da troppo tempo.

Al resto avrebbe provveduto per conto proprio, con altri aiuti.

E nel pomeriggio di quel medesimo giorno, in un quarto d’ora di liete speranze, fece

chiamare Brunello e gli offerse una battaglia coi soldatini di piombo.

La tavola nel mezzo della camera fu in un lampo coperta di cannoni, di tende, di uomini a

piedi e a cavallo, in chiassose uniformi.

All’un capo della tavola era Bruno, all’altro Fabiano, e la battaglia si svolgeva con rapidità

fulminea.

Brunello stava per perdere una fortezza; le sue linee di difesa erano sfondate dalle artiglierie

di Fabiano, e la cavalleria s’avanzava a disperdere i resti d’un esercito in fuga disordinata.

Si udì battere discretamente all’uscio, con le nocche delle dita.

– Avanti! – disse Fabiano.

Elia Polacco entrò.

Era un ometto basso, nasuto, dagli occhi jàlini penetranti, il mento raso e le basette fulve e

dure. Camminava così lestamente che pareva saltellasse.

– Buon giorno al signor conte! – proferì. – Ho ricevuto stamane il biglietto del signor conte e

sono accorso.

– Sta bene attento, – disse Fabiano a Brunello, senza levare il capo. – Bisogna che tu raduni

l’artiglieria intorno al forte, perchè i tuoi fantaccini sono in rotta, e io muovo ora a conquistarlo con

le mie truppe.

– Con tutti i cannoni, papà? – domandò Brunello.

– I cannoni innanzi, che appoggeranno la cavalleria e la fanteria; non perdere tempo!

– Ecco tutti i miei cannoni pronti! – annunziò Bruno, spingendo con ambo le mani ogni sorta

d’artiglieria sulla tavola, piccole mitragliatrici e grossi obici e cannoni da costa.

Elia Polacco col cappello floscio sotto il braccio sinistro si avvicinò alla tavola e stette a

guardare, piuttosto sorpreso dell’attenzione che il conte prestava al giuoco, che dell’accoglienza

ricevuta.

– Sei tu, Polacco? – disse Fabiano, senza volgersi.

– Per servirla, Eccellenza!

– Credo che c’intenderemo in poche parole. Ho bisogno di denaro.

Brunello guardò suo padre.

Ancora danaro! Non doveva portarlo il notaio della nonna?

Ma mentre stava per interrogare, suo padre gli si rivolgeva.

– I tuoi cannoni giungono in ritardo, – disse. – Io allargo il fronte del mio esercito e la mia

artiglieria è rapidissima.

– Di danaro ce n’è poco, ed è caro! – rispose Elia Polacco, guardando i cannoni che si

avvicinavano alla fortezza.

– Non cominciamo con le frottole! – rispose Fabiano. – Apro il fuoco: la tua artiglieria non

può resistere. La cavalleria fa una brillante evoluzione a sinistra….

– Apro il fuoco anch’io! – dichiarò Brunello, – Pim, pum, e pum!

– Se è caro, lo pagherò quanto vale, – dichiarò il conte a Elia Polacco.

E rivolto al figlio, seguitò:

– Dopo la brillante evoluzione di cavalleria, la fanteria si avanza sparando….

– Ciò dipende dalla somma che le occorre, signor conte! – rispose Elia.

– Pim, pum, e pum, e poi ancora pum! – gridò Brunello.

– Cinquantamila lire! – enunziò Fabiano. – Il tuo fuoco è ben nutrito, fa molti vuoti, ma come

vedi, i miei uomini hanno già invaso la piazza. Il forte si arrende….

– Nespole! – esclamò Elia.

– Innalza bandiera bianca! – ordinò Fabiano. – Sventola il fazzoletto!

Brunello trasse il fazzoletto dalla tasca e lo agitò in aria.

– La battaglia è finita. Sei vinto, e la fortezza è mia! – concluse il conte. – Adesso giuoca da

solo, che io devo parlare.

E alzandosi, guardò finalmente Elia Polacco in faccia.

– Ah, ah! Sei invecchiato, caro Polacco! – esclamò ridendo. – Non hai più un pelo in testa. Ti

sta bene; a furia di pelare gli altri….

– Sono dieci anni che non ho l’onore di trattar col signor conte, – rispose Elia con un sorriso.

– Il tempo è ingeneroso per tutti!

E preso un cannone di sulla tavola, e poi un soldatino, li girò, li pesò, li guardò

attentamente.

– Son molto fini! – disse. – Io non avevo ancora avuto il piacere di conoscere suo figlio,

signor conte!

– È molto fine anche lui! – dichiarò Fabiano. – Ti piace? È un bel ragazzo? Ne faremo

qualche cosa di grande. Ma veniamo agli affari. Hai inteso quel che ti ho detto? Io ho bisogno di

cinquantamila lire, subito.

Prese posto nella poltrona nella quale s’era seduto la mattina parlando col dottor Alemanni,

e lasciò Elia in piedi.

– Il signor conte avrà anche udito ciò che ho risposto! – osservò Elia.

– Hai risposto: “Nespole!” e questo non significa nulla.

– Significa che è impossibile trovar cinquantamila lire. Le troverebbe appena un signore….

che non ne avesse bisogno!

Ed Elia fece una risatina, che pareva un mugolìo.

– Io non valgo dunque cinquantamila lire? – esclamò Fabiano.

Elia non rispose, come non avesse udito.

– La mia famiglia non vale cinquantamila lire? – seguitò il conte.

– La famiglia Traldi di San Pietro vale milioni…, se paga. Ma io temo che non paghi.

– E perchè non dovrebbe pagare?

– Perchè il signor conte non è in buoni termini con la sua famiglia.

– Chi te lo dice?

– Me lo dice Lei stesso, signor conte. Ella è sceso all’albergo; e ciò spiega tutto.

Bruno aveva riadagiato i soldatini nella scatola e s’era ricoverato tra le gambe del padre.

– La mia famiglia paga! – dichiarò questi. – Tu vuoi essere sempre furbo e dici delle

sciocchezze. La mia famiglia paga bene. Informati, caro Polacco.

– Non dubiti, signor conte, – rispose Elia inchinandosi, – che m’informerò. Tuttavia devo

avvertire il signor conte che se la famiglia paga; la situazione s’aggrava….

– Hai voglia di scherzare? – esclamò Fabiano squadrando l’ometto impassibile.

– È questione di logica, – ribattè Elia. – La famiglia paga: paga cambiali con forti interessi;

pagherà oggi, pagherà domani, e poi non pagherà più e farà interdire il signor conte. Conosciamo

questa musica!

– Allora, con la tua logica si viene a concludere che se la famiglia non paga, non mi dai

denaro; e se la famiglia paga, non mi dai denaro. È una logica stupefacente…. In ogni modo, caro

Polacco, non ho tempo da perdere, e tu puoi andartene….

– Mi dispiace, – rispose Elia senza muoversi. – Mi dispiace perchè con la sua fretta e la sua

arroganza, il signor conte cadrà in mano di qualche strozzino….

Fabiano diede in una risata.

– La città è piena di gente senza scrupoli, – seguitò Elia, – che metterà la corda al collo di

Vostra Eccellenza per pochi soldi….

– È fatale! – esclamò il conte ridendo. – Cadrò in mano di uomini senza scrupoli, se quelli

che han gli scrupoli non mi danno un centesimo.

– Non dico questo, – ribattè Elia, pronto. – Il signor conte chiedeva cinquantamila lire subito.

Ciò è assurdo. Gli affari non si trattano così…. Bisogna ponderare, guardarsi intorno, vedere che

cosa offre il mercato, perchè il signor conte non ignora che anch’io dipendo da certi fornitori; e

allora poi si discute e si combina….

– Chiacchiere! – esclamò Fabiano alzando le spalle. – Io devo ripartire domani o doman

l’altro al più tardi.

– Doman l’altro! – ripetè Elia. – Il signor conte mi dia ventiquattr’ore di tempo, fino a domani

sera, per esempio. E domani sera tornerò col denaro che avrò potuto racimolare, e le dirò le

condizioni…. Ma fin da ora devo avvertire il signor conte che saremo lontani, ben lontani dalle

cinquantamila. Non le troverebbe che un Rothschild….

– Porta quel che hai, e finiamola! – ordinò Fabiano bruscamente.

E allontanato Bruno, si alzò voltando le spalle a Elia.

– I miei omaggi al signor conte! – disse questi. – Domani sera sarò qui, verso le otto.

– Adesso facciamo un’altra battaglia, – pregò Bruno.

– No, no, – rispose Fabiano, – di battaglie ne ho abbastanza per oggi.

– Che brava gente! – pensò Elia Polacco andandosene e richiudendo l’uscio. – Nè padre nè

figlio non mi hanno degnato d’uno sguardo! E sono io, dopo tutto, che devo correre per mantenerli

nell’ozio!

Non appena Elia fu scomparso, il conte prese Bruno sotto le ascelle e lo trascinò ballando

per la camera.

– Su, su, tutto va benissimo! – esclamò. – E doman l’altro ti condurrò al mare, in un paese

d’oro, sotto un cielo azzurro, e lasceremo qui questa masnada di provinciali. Salta, andiamo, salta

col papà!

E fischiettò il valzer della Madame Angot per accompagnare la danza.

– Tu sbagli, – dichiarò Bruno lasciandosi trascinare. – Io al paese d’oro non vengo. Io ritorno

sul lago. Il paese d’oro non mi piace, il mare d’oro non mi piace. Io voglio Nicla!

– Ancora! – disse il conte. – Quella ti piace, Nicla? Ho pensato anche a lei, e le ho scritto ieri

sera.

Bruno diede uno sgambetto e si divincolò, piantandosi a terra.

– Le hai scritto con molte parole? – chiese stupito e contento.

– Ma già, con molte parole, – rispose Fabiano, sedendo e riprendendo Brunello tra i

ginocchi. – E le ho mandato i tuoi saluti.

– Le voglio scrivere anch’io, – annunziò Bruno. – Tu mi correggerai. E le hai detto che deve

aspettarmi, perchè io tornerò presto a trovarla, e mi canterà la poesia?

– Oh, oh, questo poi! – esclamò Fabiano scandalizzato. – Il papà non è mica fatto per

combinarvi gli appuntamenti!…

XIII.

Nicoletta Dossena stava ancora coricata nella sua graziosa camera che guardava il lago,

allorchè la cameriera le recò la posta.

La fanciulla era stanca e scorata.

Il vetturale interrogato da lei il giorno innanzi non le aveva nulla taciuto: il viaggio sotto il

furioso uragano, la tappa all’osteria dopo tre chilometri, la ripresa allorchè Bruno non era ancora

ben rimesso.

Aveva aggiunto che il bambino s’era sentito molto male ed era molto debole quando era

salito in treno; e che il signor conte recava con sè tanta roba nei bauli e nelle valigie da far

presumere che non avesse alcuna intenzione di ritornare.

Queste notizie avevano tolto ogni speranza a Nicla.

Bruno era veramente perduto, e subito, dalla felicità della vita sana e libera in compagnia

della sua giovane amica precipitava nei disordini e nelle imprudenze di cui il cervello di suo padre

era fecondo.

Allorchè Vico Malerba le aggiunse che Bruno lo aveva incaricato di salutarla e di dirle che

l’aspettasse perchè voleva tornare da lei, Nicla non potè frenare un singhiozzo.

Ben lo aspettava e bene lo avrebbe aspettato sempre; ma sentiva che sarebbe stato invano.

Aveva pianto a lungo, sola; non era uscita di casa per non riveder luoghi tutti echeggianti

dei più teneri, dei più tristi ricordi; e mai non aveva capito come in quei giorni che nessuno dei suoi

poteva compatirla.

Sua madre menava ancora in lungo la storia di Duccio Massenti, e ne formava a poco a poco

un pettegolezzo. Suo padre andava esortando la fanciulla a confessare il segreto scoperto.

E tanto più l’uno e l’altra s’impuntavano nella loro idea, in quanto Duccio non aveva scritto

parola, non aveva dato segno alcuno di vita. Fatti i ringraziamenti e presentati di persona i suoi

saluti, s’era creduto assolto da ogni altro obbligo, considerando il brusco trattamento usatogli da

Nicla. Era la fine, silenziosa ma irrimediabile.

E nulla più cuoceva alla signora Carlotta che il non poterne afferrare il motivo riposto; e

nulla più cuoceva al cavalier Maurizio che non poter vincere la resistenza di sua figlia. Onde l’una e

l’altro, non che consolar Nicla della perdita di Bruno, l’avrebbero rimproverata duramente perchè

invece di provvedere al suo avvenire si perdeva in frasche e in fantasie non più perdonabili alla sua

età.

N’era venuta una freddezza nuova tra Nicla da una parte e Carlotta e Maurizio dall’altra, che

alla fanciulla aveva dato una grande sensazione d’abbandono; ancora una volta ella aveva guardato

a suo padre e a sua madre come a persone quasi estranee, immedicabilmente meschine; e di nuovo

sua madre guardava a lei come a una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.

La posta le recava quel mattino tre lettere; di due conosceva la calligrafia.

Erano Fanny Contini e Cecilia Verli, che le raccontavano le loro mirabili avventure

campestri, come ad esempio la conquista d’un ufficiale, il quale aveva detto sospirando a Fanny:

“Ah, vorrei essere quel ventaglio”, e la passione d’un giornalista che a Cecilia, la quale aveva

mandato cento lire per beneficenza, aveva risposto “per ringraziare” sopra un biglietto di visita.

Nicla giudicò che si poteva leggere più tardi la narrazione d’altre consimili avventure, e

aperse la terza lettera, dalla calligrafia aggrovigliata e rigida.

Guardò la firma: F. Traldi. E spalancò gli occhi.

La lettera diceva:

“Gentile signorina.

“Partito improvvisamente, mi è stato impossibile compiere il più gradito dei doveri, e

ringraziarla di nuovo dell’affetto e della protezione che ha prodigato al mio Brunello. Trovi qui

l’espressione della più viva mia gratitudine. Bruno sta bene. Mentre Le scrivo, dorme a pugni

stretti, e sogna forse i bei giorni della vita lontana. Noi ci fermeremo qui ancora per poco, ma

Bruno non mancherà di darle sue notizie. Accolga, gentile signorina, i sinceri augurii e gli ossequii

rispettosi di

“F. TRALDI.”

– Dove va? Dove va? Dove me lo trascina? – esclamò Nicla ad alta voce in un impeto di

dolore iroso. – Questo fanciullo mi dà troppi pensieri. È ridicolo soffrire tanto per il figlio degli

altri, e val meglio lasciarlo alla sua sorte.

Fece il viso oscuro e risoluto, sapendo benissimo che giuocava a mentire con sè stessa; e

udendo che la cameriera chiedeva di entrare, lasciò le lettere delle due amiche sulla coltre leggera, e

nascose l’altra sotto il guanciale.

– La signora, – disse la cameriera, – prega la signorina di non far tardi, perchè a mezzogiorno

sono attesi a villa Barbano.

Nicla sospirò.

Ma non appena la cameriera fu uscita, balzò dal letto e infilò l’accappatoio.

Bisognava sbrigarsi; far due passi in attesa che la mamma fosse pronta, e arrivar fino alla

buca delle lettere.

Scrisse in fretta, per la prima volta in sua vita, di nascosto, con un batticuore che le

sollevava il petto.

“Caro piccolo Bruno,

“Sono contenta che stai bene. Il vetturale mi ha detto di aspettarti. Io ti aspetterò sempre.

Sta lontano dai pericoli, dall’acqua, dalle vetture, dai cavalli. Voglio che tu sia savio e bello, come

quando andavamo a vedere il tramonto e tu ascoltavi la poesia, e poi giocavamo al cavallo e al

bastimento. Mandami presto tue notizie, per sapere dove sei….”

S’interruppe: aveva udito qualcuno rasentar l’uscio; nascose la lettera e si mise in ascolto. Il

passo della cameriera si allontanava.

Nicla riprese:

“….dove sei. Ti prego di ringraziare il signor Conte e di presentargli i miei saluti. Non ti

dimenticare della tua

NICLA”.

Scrisse l’indirizzo: al signor Conte Brunello di San Pietro, e vi aggiunse il nome dell’albergo

e della città, copiandoli dalla lettera del conte Fabiano.

Respirò: aveva riallacciato le fila interrotte dal destino avverso; ormai nessuno avrebbe

potuto mai più spezzarle.

Tre quarti d’ora appresso andava a salutare sua madre che stava ancora innanzi allo specchio

facendosi pettinare; e usciva poco di poi, accarezzando nella borsa che le pendeva dal braccio la

lettera segreta.

– Bisogna confessare, – pensò, – che v’è un certo piacere a ingannare la gente. Non mi sono

mai tanto divertita a impostare una lettera.

Costeggiando la riva, osservò che i barcaiuoli approntavano la lancia e issavano a poppa la

bandiera bianca col serpentello vermiglio.

– No, – disse loro, – mettete la bandiera grande.

Quella sua bandiera aveva sventolato l’ultima volta per Bruno, a fianco della bandierina con

l’asinello che il fanciullo andava guardando per intendere bene che c’era molta forza nei calci.

E Nicla voleva che non sventolasse più.

Entrata nell’ufficio della posta, comperò dieci francobolli, per l’avvenire. Poi, affrancata la

lettera, la gettò nella buca.

Ma subito le traversò l’anima un’inquietudine.

Non era stato un errore scrivere a Bruno invece che a suo padre? Che cosa avrebbe questi

potuto pensare? Si sarebbe offeso come d’una mancanza di riguardo, avrebbe creduto a una sciocca

civetteria femminile?

– Oh, – disse a sè medesima, alzando le spalle. – Io avevo voglia di corrispondere col mio

uomo e di parlargli direttamente per fargli piacere. Il conte Fabiano è intelligente e capirà. È

scappato di qui per non pagar la cambiale e ha già scovato anche il denaro per andare a divertirsi.

Dunque è intelligente…. Povero piccolo, il mio Bruno! Con quel papà intelligente, non troverà più

un soldo quando sarà grande, e dovrà lavorare per vivere!

E ricordò ch’egli voleva scrivere le memorie di viaggio e guidare i cavalli.

– Bisognerà che si decida tra il cocchiere e il letterato! – concluse sorridendo.

Ma la risposta di Bruno tardò quattro giorni; infine giunse dentro una busta col francobollo

del Principato di Monaco; e diceva:

“Cara Nicla,

“Io son qui con il papà a Monte Carlo. Non a voluto ricondurmi sul lago perchè dice che il

mare mi fa più bene, ma io sono maninconico ed egli è allegro perchè habbiamo tanto e poi tanto

denaro e il papà è fortunato. Io volio ritornare; io ti scrivo per dirti che volio ritornare; non mancare

di scrivermi per dirmi che mi aspetti sempre sempre. E sono molto savio. Il papà mi avverte che

partiremo per andare ancora lontano. Ti volio molto bene lo sai più bene che a tutti al mondo. Io

sono sempre maninconico senza di te. Addio. Ti do tanti baci grandi. Ti dico che ti volio bene e

bisogna(2) che io torni per darti i baci ma davvero. Tuo

“BRUNELLO.”

SECONDA PARTE.

Io coglierò per te balsami arcani….

XIV.

La notizia che Nicoletta Dossena sposava Luigi Barbano, proprietario d’un vasto e fruttifero

stabilimento per la fabbrica di saponi e per la distilleria di profumi, era attesa da tempo.

Si sapeva che il fidanzamento col conte Duccio Massenti era stato rotto, e la madre di

Nicoletta era andata parlandone e rammaricandosene per lunghi mesi, prima in campagna, poi tra

più numerosi amici in città.

Si diceva che la causa del matrimonio fallito era da ricercarsi nella diversità di carattere:

seria e chiusa Nicoletta, leggero e vano il conte.

Altri dicevano che il conte aveva troppo manifestamente fatto comprendere che le centomila

lire di rendita della fidanzata gli eran più care della fidanzata medesima, tanto che alla vigilia di

chiederne la mano, il giovane conte era ancora stretto di strettissimo legame con una signora

maritata, ed anzi viveva con lei in Isvizzera.

Donde la notizia fosse venuta, sarebbe stato difficile dire; forse da qualche imprudenza dello

stesso Duccio; ma si sapeva; e si dava ragione a Nicoletta, la cui dignità ombrosa aveva saputo

resistere tenacemente per interi mesi a suo padre, il quale voleva trattar l’indelicatezza di Duccio

come una scappata giovanile.

Nicoletta aveva rifiutato bravamente il titolo di contessa, che avrebbe pagato troppo; e si

attendeva ch’ella trovasse anche meglio di quel titolo, ricca, giovane, bellissima quale era.

Onde non fu senza qualche delusione che si apprese infine come Luigi Barbano si fosse

fidanzato con lei.

Luigi Barbano aveva già trent’anni e Nicoletta diciannove.

Era ricco, se si poteva dar nome di ricchezza a una sostanza proficuamente impiegata nelle

industrie; e senza madre e senza padre, viveva con una zia di cinquantacinque anni, Amelia.

Ma lo chiamavano il saponaio, e le fanciulle da marito non parevano considerarlo degno di

attenzione.

Mancava di qualità romantiche.

Era un bel giovane dal colorito rosso bruno, dagli occhi castani, dai mustacchi lunghi e fini;

di statura più alta della media; dedicava il tempo che gli affari gli lasciavano agli esercizii fisici, il

che aveva dato alla sua figura una prestanza agile e sicura.

Ma parlava poco, non si perdeva negli amoretti di famiglia che le fanciulle chiamano flirt,

odiava i sospiri e le occhiate inconcludenti, trattava tutti con familiarità piacevole senza cercare mai

l’intimità, pareva l’uomo più bonario del mondo e in verità non si confidava con nessuno, non aveva

avuto drammi passionali nella vita, non duelli, non amori celebri con celebri donne maritate, e

divertendosi come conveniva alla sua età, era tuttavia ordinatissimo e saggio.

Nicoletta che lo conosceva da anni, non gli aveva mai badato, e non s’era nemmeno accorta

ch’egli, discretamente e quando poteva senza farsi notar troppo, cercava la sua compagnia.

Presso di lui si sentiva più riposata, perchè non aveva bisogno d’affaticarsi con le

guerricciuole, i ripicchi, le spiritosaggini che divertivano le altre signorine e gli altri giovanotti;

parlava amichevolmente, e se ne fidava tanto che se le convenienze e gli usi avessero permesso,

sarebbe andata a trovarlo a casa sua, com’egli veniva a casa di lei.

Ma d’un tratto, quando ella stessa meno se lo aspettava, aveva dovuto guardarlo con

simpatia.

Era stato il solo che l’avesse compresa nel suo dolore per la scomparsa di Brunello.

Pochi giorni dopo che il fanciullo le era stato tolto, di notte, tra la grandine e i fulmini, era

andata coi suoi a colazione nella villa che Luigi abitava insieme alla zia Amelia.

E passeggiando pel giardino, egli le aveva rivolto poche parole gentili.

– So che ha avuto un grande dolore in questi giorni, signorina. Il suo piccolo amico è partito,

non è vero? Non ho mai visto due anime più strette da un sentimento così puro e nuovo. Lei gli

faceva da mamma e non lo lasciava mai; egli viveva della sua vita e camminava guardandola negli

occhi. È un fanciullo avido d’amore, perchè credo che il padre e la madre lo amino alquanto

bizzarramente.

Nicla fu commossa dalle parole buone, offerte con semplicità, quasi con timore.

Non rispose, ma porse la mano a Luigi, per gratitudine.

Erano in fondo al giardino, innanzi a una statua di Diana cacciatrice, che risaltava bianca sul

suo zoccolo nel verde sfondo dei platani.

E Luigi seguitò a parlar di Brunello, con tanta sicurezza di particolari, che Nicla ne fu

sorpresa: sapeva tutto, le gite con la lancia, i piccoli viaggi alla Croda, le corse nei boschi, il motivo

della partenza subitanea.

Si sarebbe creduto ch’egli non si fosse mai occupato, da lontano, che del fanciullo; o della

fanciulla.

Luigi fece anche qualche osservazione discreta sulla fragilità di quella amicizia. Avrebbe

mai potuto continuare? Il bambino sarebbe stato sempre un bambino?

– Oh sì, per me, sì! – esclamò Nicla. – Lo rivedessi fra vent’anni, sarebbe sempre Brunello!

– Lo credo! – affermò Luigi sinceramente. E s’avviarono verso la villa, soffermandosi a

guardar le aiuole colorate di croco e di vermiglio, acutamente profumate.

Quando furono sulla soglia. Luigi domandò a mezza voce:

– Il conte Duccio ritornerà presto?

La fanciulla s’arrestò.

Non voleva dire; ma per il bene che Luigi le aveva fatto comprendendo il suo dolore e

giustificandolo, rispose con franchezza:

– Non tornerà più!

Il volto di Luigi s’illuminò d’un lampo.

– Allora, – disse, quasi pregando, – potrò venire a trovarla nella sua villa?

– Ma lei poteva sempre, – rispose Nicla attonita.

– Non volevo…. – balbettò Luigi. – Perchè si diceva….

– So quello che si diceva, – rispose la fanciulla. – Chiacchiere di paese. E non si dirà più.

Luigi andò spesso da quel giorno a trovare la famiglia Dossena, qualche volta solo, qualche

volta con la zia Amelia, sempre cauto, un po’ timido, studiando di non tradirsi mai, per poter

leggere nell’anima di Nicla e saper che cosa ella pensasse di lui.

Tuttavia lo sguardo della signora Carlotta lo indovinò presto; e una sera ella annunziò al

cavalier Maurizio:

– Gigi Barbano è innamorato di Nicoletta!

– Corpo di mille bombe! – esclamò il cavaliere. – Anche questa? Sei ben certa? Il saponaio?

E Nicoletta?

– Eh! – disse la signora. – Così, così! Lo vede meglio che il conte.

– Cose inaudite! – fece Maurizio. – Rifiutare una corona di contessa per diventare la signora

Barbano! Ma quel Barbano, poi, non ha un soldo….

La signora Carlotta osservò che l’affermazione era esagerata.

Gigi Barbano, oltre lo stabilimento che gli assicurava un cospicuo reddito, possedeva la

villa in campagna, e la bella casa a Milano che teneva tutto l’angolo tra la via Santa Margherita e la

piazza Filodrammatici, situazione delle più animate ed eleganti della città.

– È sua la casa? – -domandò Maurizio.

– Me lo ha detto la zia.

– E anche la villa?

– Me lo ha detto la zia.

– Quella zia dice tutto! – osservò Maurizio.

– Avrà il suo perchè, – rispose la signora Carlotta sorridendo.

– E tu? – chiese Maurizio dopo un istante di riflessione.

– Io, che cosa?

– Come la pensi, come la vedi, insomma, che cosa ti sembra?

– Eh! – ripetè la signora. – Così, così….

– Davvero? Ti piglieresti per genero il saponaio?

– Abbiam combinato molto con le contee! – rimbeccò la signora. – Quell’asino non si è fatto

più vivo! Gigi Barbano, bisogna dirlo, è un bravo giovane, savio, quieto, onesto, buono, incapace di

far torto a un cane.

– La zia ti ha già montato la testa! – notò Maurizio. – State pettegolando l’intero giorno.

– Pettegolando! – esclamò la signora offesa. – Si discorre, del più e del meno.

– Il più sarebbe il matrimonio di Gigi con Nicoletta….

– Non se n’è detto parola! – osservò la signora. – Ma ti sembra? Nessuno sa ancora se

Nicoletta ci pensi; è capace di non aver nemmeno capito.

– Dunque, tu non ti opporresti? – chiese Maurizio per concludere.

– Io ti dico che di battagliare non ho più voglia. Prima c’era l’arte, il palcoscenico, la

recitazione, e che so io; poi il conte, col suo famoso segreto, che nè io nè tu siamo stati capaci di

scoprire, e che ha mandato tutto all’aria; poi l’avventura del bambino, i pianti e le malinconie per la

sua fuga. Adesso ci sarebbe quest’altro, e io ho perduto la pazienza, e non ho più voglia di

guerreggiare anche per quello del sapone!

– Ma bada che Gigi ha vent’anni più di Nicoletta! – osservò il cavaliere.

– Ha ventinove anni e sette mesi, giusti giusti; Nicoletta ne ha diciotto e undici mesi;

dunque, poco su poco giù, undici anni di differenza.

– Anche l’età giusta giusta, ti ha detto la zia? – domandò Maurizio ostile.

– E del resto, quando ci siamo sposati, – seguitò, passando oltre all’osservazione, la signora

Carlotta, – io aveva dodici anni meno di te. E non possiamo lagnarci! Siamo stati felici!

Il cavalier Maurizio, non sapendo che cosa rispondere, soggiunse:

– Altri tempi!

Ma la signora Carlotta s’era ingannata a proposito di sua figlia.

Nicla aveva capito benissimo che Gigi Barbano la amava; e il cuore di lui era così schietto e

leale, che, senza amarlo, Nicla aveva finito per tenersi caro quel giovane in cui le altre fanciulle non

vedevano l’uomo romantico.

Accoglieva molto volontieri le sue visite; spronava la mamma a non trascurare zia Amelia.

E con Gigi parlava spesso di Bruno e gli faceva leggere le lettere di lui che giungevano con

frequenza dalla Francia prima, poi dalla Germania, poi dal Belgio, e infine ancora dalla Francia.

– Ma veda come scrive benino! – diceva. – Segue tutti i miei consigli: si capisce che studia.

Suo padre gli ha trovato finalmente maestri italiani; pare che suo padre si sia un po’ calmato. Bruno

vuole scrivere un romanzo: la storia delle colombe dell’imperatore. L’ha sempre avuta la manìa

letteraria!

– Gli mandi i miei saluti, al romanziere! – disse Gigi una volta.

– Ma non la conosce! – osservò Nicla.

– Mi conoscerà! – rispose Gigi sicuro.

– Crede? Crede che ritorni?… Devo dirgli che gli vuol bene?

– Glielo dica: è vero. Non è come un suo fratello?

– E gli vorrebbe bene, se tornasse?

– Come a un suo fratello! – ripetè Gigi.

Nicla s’accorse che si sfiorava un argomento pericoloso.

Gigi dichiarava di voler bene a quel fratello della ventura, non potendo, non osando

dichiarare che voleva bene a Nicla. Ma quanto doveva voler bene a lei, se voleva bene

sinceramente a un fanciullo ch’ella aveva protetto?

E Nicla si scuoteva qualche volta, avvedendosi ch’ella e Gigi Barbano si perdevano a far

disegni sul ritorno di Bruno, come s’egli avesse appartenuto a tutti e due, come non avessero dovuto

mai più separarsi, come i loro cuori avessero dovuto battere all’unisono.

Era tra loro il ricordo or malinconico ora ridente del fanciullo lontano; e sembrava che quel

grande amico di Nicla li avvicinasse con le piccole mani e stesse tra l’uno e l’altro come un fratello

veramente; talchè Nicla si diceva che di Gigi Barbano egli forse non sarebbe stato geloso e i suoi

occhi non si sarebbero fatti per lui inquieti e torbidi.

A poco a poco entrarono in tale intimità di spirito, che Nicla non si stupì affatto allorchè

Gigi Barbano le comparve innanzi una mattina, un poco pallido, con un lieve tremito sofferente per

mille martirii di speranze e di dubbii.

Quella mattina era stata attesa da Nicla, era stata inconsciamente preveduta.

E allorchè, incespicando dapprima nelle prime frasi, poi con veemenza, egli le confessò il

suo amore, l’orgoglio di darle il suo nome, Nicla rispose:

– Lo sapevo. Crede che saremo felici?

– Ah signorina! – esclamò Gigi. – Non mi respinge, dunque?

– No, – disse Nicla semplicemente. – Sento che lei mi ama davvero!

– Allora, parlo con la mamma e col papà?…

– Parli! Lo sanno, del resto!

– E lei?

Nicla non rispose, ma un po’ arrossendo, un po’ timida, gli porse la mano.

Ed egli gliela coperse di baci, e volle anche la sinistra, per coprir di baci anche quella.

Poi, sulla soglia del giardino, gettò il cappello all’aria due volte, come un ragazzo, e due

volte corse a riprenderselo.

– Vado ad abbracciare zia Amelia! – annunziò. – È stata lei a farmi coraggio, a spingermi, a

dirmi che lei è tanto buona quanto bella! Io non avrei mai osato….

Nicla sorrise: ma arrossì fino alla radice dei capelli, quando, in un’ebbrezza di gioia, egli

soggiunse:

– Pensi che stasera, dopo che avrò parlato con la mamma e il papà, potremo darci del tu!

S’interruppe, guardando la fanciulla:

– Non vuole? – disse esitando. – Forse ho sbagliato?

– No, no! – rispose Nicla come trasognata. – È vero: potremo darci del tu!

Era l’uomo, che entrava con pieni diritti, bruscamente, nella sua vita. Ella non aveva dato

del tu che a quel piccolo uomo di Brunello (“Signorina, vieni ad aiutarmi?” “Come ti chiami?”), ed

ora un giovane si rallegrava di poterla avvincere per sempre con quel tono d’intimità che preludeva

oggi ad ogni altro possesso e lo avrebbe consacrato domani.

E per vincere la propria riluttanza, parlò ella medesima con suo padre, poco prima che Gigi

Barbano tornasse; e gli annunziò che s’era fidanzata e che sperava di non trovare opposizioni.

Maurizio, il quale non s’era deciso a considerar perduta ogni speranza d’un matrimonio che

coronasse il danaro con un blasone, strepitò. Nicla rimase imperterrita, aspettando che la raffica si

calmasse.

– Potevi essere contessa! Contessa, dico, e di quelle che hanno un titolo serio, non contessa

per ridere! E mi scegli l’uomo del sapone!

– L’uomo del sapone, l’uomo del sapone! – ribattè Nicla. – Sarebbe ora di finirla con questi

atteggiamenti principeschi. E tu, che sei? E noi, che siamo? Il bisnonno vendeva sughero; il nonno

vendeva olio; tu vendi olio e sughero. Non mancherò di dirlo, se si continuerà con la romanza del

sapone!… Lo dirò, che il bisnonno faceva i turaccioli!

Maurizio si rabbonì, accolse bene Gigi, non sollevò obiezioni, il fidanzamento fu

annunziato; e sei mesi dopo a Milano, con una ricca cerimonia, in un giorno di pioggia, Nicla

Dossena diventava la signora Nicoletta Barbano, e Gigi credeva di sognare, di travedere, di vivere

in un mondo irreale, tanto era spaventosamente felice.

XV.

Fu a Parigi nell’appartamento di via Glück, che Brunello ricevette da Nicla una lettera, la

quale terminava così: “Ti prego di scrivere da ora in poi non più alla signorina Nicla Dossena, ma

alla signora Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa Margherita. Hai inteso bene, caro?”.

Bruno corse da suo padre a chiedere spiegazioni.

– Vuol dire, – dichiarò il conte, dopo aver gettato l’occhio sul poscritto, – che Nicla si è

sposata con questo signor Barbano.

– E perchè non è più signorina?

– Ciò succede alle ragazze quando si sposano! – disse Fabiano col suo lieve sorriso

canzonatore.

– Ma che cosa significa se si è sposata?

– Significa che va a spasso con Barbano, pranza con Barbano, vive nella stessa casa di

Barbano, si lascia dar qualche bacio da Barbano, e fa baruffa con Barbano. Tutto Barbano,

insomma!

– Allora peggio di Duccio? – incalzò Bruno, stringendo e spiegazzando la lettera nel pugno

– Non so che cosa abbia fatto Duccio! – confessò il conte.

– Ma io Barbano non lo conosco! – riflettè Bruno.

– E nemmeno io! – aggiunse suo padre.

Bruno se ne andò.

Eran tornati a Parigi con un piccolo patrimonio, messo insieme coi danari di Montecarlo, il

prestito d’Elia Polacco, una certa somma che il conte Fabiano aveva saputo spillare ancora alla

famiglia: centomila lire a un dipresso.

Rivivevano la loro vita di lusso e di rumore, alla quale Fabiano aveva aggiunto una certa

vita di contemplazione, andando per le gallerie d’arte e per le chiese con Bruno.

A fianco del fanciullo stava sempre un precettore italiano, tale Salapolli, che il conte aveva

soprannominato Salafame, perchè non era possibile fargli conservare un centesimo in tasca.

Appassionato di libri curiosi e rari, spendeva tutto il suo, e, senza soprabito nè ombrello, andava

formandosi una biblioteca sontuosa.

Affinchè non morisse di freddo per via, il conte aveva finito col regalargli alcuni dei proprii

abiti pesanti, sempre in timore che vendesse pur quelli per aver qualche libercolo intignato.

Salapolli era conosciuto da tutti i piccoli librai che espongono la loro merce sui parapetti dei

ponti; e possedeva una coltura d’arte, di storia, di geografia, disordinata ma vasta. Le sue lezioni

eran piacevoli conversari a proposito di qualunque cosa, d’una vettura che passava, d’una vecchia

cornice, d’un trampoliere del Giardino delle Piante, d’una ragazza che strizzava l’occhio e che gli

offriva il paragone con la antica civiltà greca.

E Bruno sorbiva: sorbiva avidamente, quasi avesse intuito che toccava a lui farsi tra quei

due pazzi, il precettore bibliomane e il padre polimane.

Sembrava precocemente animato dal pensiero, e più che dal pensiero, dall’istinto d’armarsi

per la vita, poi che tutto gli crollava intorno. E lasciati prima del tempo i balocchi, quei soldatini

che pur ieri gli parevano vivi, non gradiva altri spassi che le visite al Louvre, ai musei di storia e di

costumi, alle gallerie d’arte e d’armi e di gioielli e di maioliche e di vetri e di disegni.

Aveva mutato carattere; sentendo l’impossibilità di lottare contro la volontà dei grandi, s’era

chiuso; o li beffava, mettendo ogni cosa in dubbio, spregiandone leggermente i discorsi e

guardandosi con diffidenza dalle loro promesse e dai loro progetti.

Usciva la mattina a cavallo col padre; questi montava una saura alla quale aveva dato il

nome di Virgo, e il fanciullo un morello bruciato, piccolo e robusto, che chiamava Spillo.

Pel resto della giornata stava con Salapolli e si lasciava guidar da lui; a Saint-Germain

l’Auxerrois, la chiesa raccolta e nera, che pareva trasudare il sangue della notte di San Bartolomeo e

figurava nella mente di Bruno come un gioiello pauroso, aveva avuto una lezione di storia; e

lontano, su in alto, nella Basilica del Sacro Cuore, Salapolli s’era intrattenuto con Bruno a parlar di

vetri, prendendo ragione dalle vetrate di quella chiesa, arancione su fondo azzurro o azzurro su

fondo arancione, sulle quali era tratteggiata la leggenda di Giovanna d’Arco.

Era quasi l’intero giorno in istrada, sotto la cupola di nebbia che incombeva d’inverno

perennemente sulla città; o partiva la mattina a cavallo col conte Fabiano attraverso la nebbia greve

e gialla come dietro fossero state luci nascoste, mentre nelle case s’accendevano le lampade, e

tornava verso mezzogiorno, quando squarciata la nebbia, il sole prorompeva e la vita si slanciava

febbrile.

Faceva colazione e ripartiva con Salapolli, a zonzo, in cerca di librai, al Palais Royal,

spingendosi con la carrozza fino alla Butte Montmartre, prendendo il tè all’Avenue de l’Opéra,

guardando da una finestra della sala i grossi omnibus cigolanti che andavano al Giardino delle

Piante. Ascoltava per le vie fracassose il trotto pesante e corto dei cavalli che battevano il terreno;

pareva che un reggimento di grossa cavalleria passasse di continuo sul duro selciato lubrico, sul

fango nero.

Pranzava di frequente col padre in un caffè di grido. Le piccole tavole erano ornate di fiori

vivi, e in certe nicchie tra una sala e l’altra eran cespi di fiori serici, su cui le lampadine elettriche

spruzzavan luci variate; e luce pioveva dall’alto, dorata sulle pareti dorate, che chiudevano in

cornici d’oro, tra decorazioni di pavoni, di pesci e di granchi, alcune scene settecentesche.

E si davan di gomito in quelle sale la grande signora e la grande mercenaria, il letterato

celebre e il giornalista alla moda, l’uomo politico in auge e l’uomo di Borsa, la cui vita era un

giuoco d’equilibrio. L’uomo di Borsa che sedeva spesso alla medesima tavola di Fabiano, il quale

conosceva tutti, sembrava a Bruno il più ambiguo.

Gli avevano indicato parecchie volte la Borsa in una bella piazza sotto(3) gli archi d’un

palazzo severamente semplice. Le sue colonne, nere da un lato di quel nerofumo che aveva morso e

penetrato per sempre Notre-Dame e Saint-Germain, e ancora bianche dall’altro, rammentavano a

Bruno i tronchi di pioppi argentei.

E intorno stava sempre una folla d’uomini. Tutti urlavano; molte mani eran levate in alto, e

qualcuno in fondo, innanzi a una tabella azzurra dalle diciture bianche, scriveva. Di tanto in tanto

l’urlìo saliva di tono, la folla si commoveva violentemente, le mani s’agitavano convulse, e gli

uomini sul fondo scrivevano sempre; poi riprendeva il gridare spezzato e insistente.

Lo spettacolo di quegli uomini che schiamazzavano in coro lo aveva arrestato di botto, la

prima volta; e suo padre gli aveva detto che stavan facendo il denaro.

Eran gli stessi uomini che sedevano a tavola con lui; la mattina avevan fatto gridare gli altri,

la sera mangiavano copiosamente e ridevano.

Bruno attraversava la vita in quell’epoca ad occhi sbarrati, per vedere tutto e comprendere.

S’era abituato a Parigi come a una sua città, e si diceva che da tempo immemorabile tutto vi

era stato disposto per fargli piacere.

Colore e movimento per rallegrargli gli occhi; uomini e donne che correvano lungo i

boulevards, s’arrampicavano sull’imperiale d’un omnibus, sgusciavan di furia tra un veicolo e l’altro,

popolavan le trattorie e i caffè, s’indugiavano a guardar le mostre, sparivan sotterra per raggiungere

una stazione del métro, non eran che figurine rappresentative.

La folla su cui la carrozza del conte gettava passando la sua polvere e nei giorni di pioggia

lasciava andare una frustata di fango e di spruzzi; negozii e teatri aperti perchè Bruno potesse

scegliere; giornali gridati con voci gutturali dagli strilloni perchè Bruno li leggesse e li traducesse

con Salapolli; tutto era stato fatto e disposto per dagli piacere.

Parigi era la sua Parigi; i boulevards i suoi boulevards.

Vi passava con la carrozza tratta da due bai in certi giorni d’inverno denso con lo stesso

animo col quale vi passava in primavera. E se al Pré Catalan gli alberi erano sfrondati e i tronchi

non più adorni di rosai rampicanti che salivano fin dove la pianta lanciava intorno la fronda verde;

e se al Giardino del Lussemburgo la cintura graziosa d’anfore e di vasi era spenta di colore e non

v’eran più che le foglie, Bruno si distraeva in altri spettacoli.

Perchè tutto lo interessava: anche il fango, alto un dito e pastoso, che copriva la strada;

anche il rigagnolo giallastro che correva lungo il marciapiede; anche la pioggerella minuta ch’egli

lasciava stillare sul pastrano per sentir l’autunno preannunziare le feste; la pace silenziosa della riva

sinistra, l’eleganza severa della via Royale, della piazza Vendôme, della via de la Paix; il fracasso

da fiera, la vita bruciante, grottesca, instabile, continuamente rinnovata dei boulevards.

Non era meno avido di sensazioni che di cognizioni.

E sognava in quella baraonda ch’era ormai per lui la vita, sognava i suoi sogni, e si faceva a

poco a poco impenetrabile.

Aveva portato per lunghi mesi nel cuore il desiderio di tornare da Nicla, e negli occhi la

visione della fanciulla; e non ne aveva parlato che nei primi giorni di lontananza. Poi sdegnando di

supplicare invano, s’era taciuto.

Ma dentro gli occhi la visione era rimasta ancora ostinatamente per altri mesi, netta e viva

come la figura d’un quadro.

Era Nicla seduta sopra un tronco abbattuto, rossa nel tramonto di fiamma; era Nicla tutta

chiusa in un abito color d’acciaio, con un cappello morbido piantato di traverso sulla testa a guisa

del feltro d’un arlecchino; era Nicla curva ad accarezzarlo, con gli occhi smarriti nella gioia pura

d’un’ingenua amicizia, con l’anima aperta a cantar la poesia misteriosa.

Era Nicla che vegliava il sonno di lui, che salutava il suo risveglio al mattino; era per Nicla

ch’egli studiava, voleva sapere e vedere; per Nicla non commetteva imprudenze, montava a cavallo

saviamente, senza far bravate; a Nicla avrebbe raccontato le sue gesta e confidato le sue

impressioni; a Nicla avrebbe descritto le donne che tornavano a passar per casa, belle esse pure, e

tuttavia a lui indifferenti, e tuttavia egli era loro spesso ostile; mancavano di qualche virtù preziosa

e arcana, che si leggeva negli occhi limpidi, sulla bocca soave della fanciulla.

Qualche cosa di tutto questo egli diceva già nelle sue lettere, che gli costavan molta fatica;

ma avrebbe detto il più a voce, con la guancia appoggiata alla guancia di Nicla.

Poi il sogno erasi disperso, l’edificio crollato rumorosamente.

Nicla non era più Nicla. Il matrimonio l’aveva fatta ritornar Nicoletta, e un uomo stava a lei

vicino…. La baciava!…

Bruno non aveva idea del tempo; non sapeva che mentre egli diventava, la fanciulla doveva

vivere, ch’egli andava incontro alla giovinezza ed ella se ne allontanava, che a un certo punto quella

medesima fanciulla la quale è una giovane signora se si marita, è una vecchia zitella se il marito

non c’è

Egli sapeva ch’ella offriva la bocca a un uomo e appoggiava la guancia alla guancia d’un

uomo, forse in quella medesima campagna, per i meandri fronzuti di quel medesimo bosco il quale

apparteneva al fanciullo, e, sacro alla sua storia, era stato arco e cornice al lontano idillio.

Non scrisse più a Nicla; aveva dovuto infine scrivere suo padre, pregato dalla giovane, la

quale chiedeva notizie dopo mesi di silenzio; e Bruno si ribellò all’ordine di riprendere la

corrispondenza.

– Non so nulla, io! – dichiarò a suo padre. – Non ho niente da scrivere.

– Ma Nicla, non ti ricordi più della tua Nicla, tanto bella, tanto buona? – chiese il conte

Fabiano.

– Scrivile tu, se è bella! – rimbeccò Bruno.

E alzava le spalle, duro e ostinato, sorridendo alla maraviglia di suo padre.

S’era dovuto concludere un patto, per rispondere alla premura di Nicoletta Barbano, la quale

di tempo in tempo chiedeva notizie inquieta: avrebbe scritto Salapolli.

E Salapolli scriveva con molta solennità, perdendosi a illustrare il talento precoce,

l’originalità di carattere e di idee che distinguevano il suo allievo; solo rammaricandosi che egli

fosse taciturno, un poco sempre diffidente, un poco troppo orgoglioso.

Bruno stava, in verità, dritto e solo in mezzo a una folla.

Era la folla dei bellimbusti, dei gaudenti, delle femmine, degli uomini di penna e di spada

che passava incessantemente per la casa, dando l’impressione di sbatacchiar tutte le porte, di

spalancar gli usci e le finestre; cosicchè pareva che il conte e suo figlio fossero essi medesimi ospiti

fra gli ospiti; e tutti comandavano; e i domestici non sapendo a chi obbedire, badavano ad

arrotondare il gruzzolo; e la tavola era apparecchiata la mattina, il giorno, la sera, la notte.

Se non avesse avuto in quel periodo di tempo una testarda e formidabile vena che lo

sosteneva al giuoco e gli dava quasi la magìa della divinazione, il conte sarebbe stato divorato in un

batter d’occhio; ma vinceva a tutti i giuochi, incuteva rispetto ai più audaci, arrischiava colpi

pazzeschi, e li guadagnava imperturbabile; e sentiva col presentimento misterioso del giuocatore di

razza che il colpo era giusto e poteva annunziarlo un attimo innanzi che si effettuasse.

Bruno seguiva qualche volta il suo giuoco, divertendosi allo stupore degli altri.

– Finirai come Elia Polacco, – gli disse un giorno beffardamente. – A furia di pelare, resterai

pelato! – E lanciò uno sguardo ai capelli già radi del conte.

Egli non aveva alcun timore di suo padre.

Le parti s’erano invertite. Era il figlio che di tanto in tanto, di ritorno da una gita al Louvre,

da una corsa alla biblioteca, da una scarrozzata, ancora gli occhi pieni di visioni che erano sue e che

fermentavano nel suo cervello, andava a dare un’occhiata al padre e agli amici di lui. Stringeva la

mano alle ragazze, alcune delle quali erano vecchie conoscenze, e s’intratteneva a discorrere con gli

ufficiali.

Vestito il più spesso di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, con un cappello morbido

dalla penna di fagiano, stava a guardare e sorrideva. Gli pareva assurdo, ridicolo, che uomini da lui

conosciuti fin da quando aveva sei anni, corressero ancora dietro a una combinazione cieca di carte;

e impallidissero e sudassero e si perdessero per quegli stupidi segni rossi o neri: e dovessero correre

ancora, per altri anni, vittime e zimbelli e carnefici a un tempo.

Il conte Fabiano aveva allora una bella amante, Paulette Demours, che sembrava palpitar

veramente per lui: e spaventata dalla fortuna vertiginosa, ne temeva il crollo da un istante all’altro.

Ella supplicava il conte di smettere; aveva ammassato un patrimonio, per un infernale

capriccio della sorte; non doveva forzarla di più, o la sorte gli si sarebbe ribellata, vendicandosi

atrocemente. E qualche giorno impediva davvero ch’egli tentasse colpi, non più arditi, ma assurdi.

Bruno sapeva tutto; e dopo aver dato un’occhiata in giro, andava da Paulette, e indicando il

padre, le diceva negligentemente:

– Bada che non commetta stupidaggini!

La ragazza prometteva con un cenno del capo; e seguiva degli occhi avidamente il fanciullo

vestito di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, col cappello dalla piuma di fagiano.

Gli amici di casa non avevano mai capito se Paulette fosse innamorata del padre o del figlio.

XVI.

Trascorsero mesi, trascorsero anni, così, in quella vita che aveva tutta l’apparenza d’un

giubilo festoso, d’un tripudio giocondo, ed era per Bruno un isolamento selvatico.

Da Parigi era stato più volte a Bruxelles, dove suo padre contava i migliori amici, scelti,

come ovunque, tra i più famosi scapestrati del regno; era stato più volte a Berlino e a Vienna con

sua madre, per consenso del conte Fabiano.

Ma la lingua tedesca gli dispiaceva, la cucina tedesca gli dispiaceva, gli ufficiali tedeschi

che parevano considerare il mondo come un dominio loro proprio, il quale sarebbe stato presto o

tardi tagliato a fette dalla loro spada, gli dispiacevano più che la lingua e la cucina.

A Vienna aveva trovato genti meno diverse, che sapevano l’eleganza e la grazia; le donne

erano sottili, molto bionde, nervose; i divertimenti avevano carattere di qualche bellezza, lontano

dalle sguaiataggini francesi e dalla brutalità tedesca.

Il professore Salapolli che accompagnava Bruno in quei viaggi non vi si era mai abituato;

gli mancava il pane dei vecchi libri; non era fatto per gli svaghi; e la contessa Clara Dolores lo

interrogava troppo sovente intorno alla vita che il conte Fabiano menava a Parigi.

L’ultima volta Bruno aveva incontrato sua madre a Vienna, e gli era parso che anche la casa

di lei fosse aperta a mezzo mondo.

Una governante ungherese aveva la direzione, ma la volontà di Clara Dolores, stravagante e

impronta, scompigliava ogni cosa.

Si combinavan partite di piacere a tavola, tra dame e gentiluomini, e si effettuavano sul

momento, correndo alla campagna di pieno inverno. Si parlava di pattinaggio e mezz’ora appresso

tutti dovevano essere al ring.

Qualche volta Bruno tornava a casa con Salapolli per far colazione, e la governante lo

pregava di raggiungere subito la contessa all’altro capo della città, in un ristorante celebre; la

trovava con altre signore e con un nugolo di uomini, uno dei quali aveva una specie di tutela su di

lei, una tutela che gli altri parevano rispettare.

Clara Dolores non scriveva mai: telegrafava, per la città e per fuori. Si faceva arrivare

dall’Italia, dalla Francia, dall’Inghilterra gli oggetti che le occorrevano o che il suo capriccio

chiedeva.

Andava dicendo che voleva Bruno, che intendeva ritornare in Italia e riprendere la sua vita

più riposata, anche pel bene del giovinetto; ma se ne dimenticava poi, sospinta da una specie di

fretta che si rispecchiava nella volubilità dei suoi propositi, nella instabilità delle sue idee.

Un tempo, quando era con suo padre, Bruno desiderava ritornare a sua madre; e quando era

con sua madre, desiderava ritornare con suo padre.

Ormai non desiderava più nè l’una cosa nè l’altra; ma delle due preferiva ancora la vita a

Parigi col conte Fabiano. Sua madre menava la stessa esistenza di lui, salvochè le persone intorno

svegliavano in Bruno una sorda avversione, forse per l’assoluta disparità di razza.

Non riusciva a comprendere come Clara Dolores potesse intedescarsi a quel modo; gli

pareva altra da quella che aveva conosciuta e amata da bambino. Era più attenta a tutte le minuzie

dell’eleganza, più gelosa della propria bellezza, e le visite della pettinatrice, della manicure, e il

massaggio e il bagno le rubavano tre quarti della giornata.

Bruno aveva osservato che le labbra di lei avevano un rosso inverosimile e che troppo

sovente apriva una scatola d’oro legata a una catenella che le pendeva dal fianco e guardandosi in

uno specchio piccolo, si passava sul viso, rapidissimo, un minuscolo piumino.

La governante non godeva in casa alcuna autorità innanzi alla manicure e alla pettinatrice, le

quali ordinavano a nome della contessa ogni giorno nuove acque e nuovi cosmetici mirifici. Veniva

di tanto in tanto anche un medico, specialista di segreti per la bellezza femminile, che alla sua

scienza aveva dato nome di Kallotrofia. E per ordinar ricette costose, il Kallotrofo era

impareggiabile.

Giovane ancora, bella di nobil bellezza, Clara Dolores si lasciava ciurmare per leggerezza

da quegli empirici; e sul suo viso ancora fresco e roseo andava stendendo una maschera che, non

potendo aggiungere, toglieva il colorito naturale, e a poco a poco alterava le linee e avvizziva le

carni.

Bruno notò un giorno, mentr’erano a tavola, le mani di sua madre, affusolate e bianche,

coronate da unghie d’un colore sì acceso che per certo il pennello vi era passato.

– Hai le unghie dipinte? – chiese Bruno.

Ella non rispose.

– Le ho già viste, – seguitò Bruno, aggrondando le sopracciglia. – Le ho viste già, a Parigi…

E sua madre sentì nella voce di lui un quasi impercettibile tremito.

Ella si guardò le unghie e rispose:

– È smalto del Serraglio….

La voce di Bruno si fece beffarda, d’un tratto, e osservò con finto candore:

– Del serraglio dove ci sono le bestie?…

Clara Dolores, non appena sentiva un’ostilità nell’animo del figlio, ne parlava col professore

Salapolli.

– È il carattere del conte! – diceva. – Ne sono spaventata. Ogni volta che il conte mi ha detto

una insolenza, non ho potuto ribatterla, e nemmeno rilevarla. Era più nella voce che nelle parole;

più in un doppio senso che nel senso diretto…. Bruno ha la stessa arte, lo stesso sarcasmo, lo stesso

amore della beffa. E quando penso che vive con quegli esempii sotto gli occhi, con quel grande

modello innanzi…! Tocca a lei, professore, dare al ragazzo un’educazione che gli serva da

contravveleno. Non desidero tanto che sia dotto quanto che sia diverso da suo padre!…

Il professore faceva un gesto di promessa.

Egli teneva per il conte e per Bruno. Gli pareva che sua madre non sapesse apprezzare il

talento e il carattere di quel ragazzo straordinario e che volesse ridurlo a una mediocrità grigia, al

figurino di ragazzo che si vedeva al Prater come pel viale dei Tigli come al Bosco di Boulogne:

un’oca per bene.

Il sarcasmo! la beffardaggine! l’ironia! Ma era ciò che tacitamente più ammirava il Salapolli,

il quale non era mai stato capace di sorridere per tutti i suoi cinquant’anni di vita. Il sarcasmo! la

beffardaggine! l’ironia! Ma era il colpo di spada con cui Bruno istintivamente troncava una

questione, uccideva un avversario…. Fin che taceva o s’irritava o si commoveva, l’uomo e la

questione eran vivi nel suo cervello. Quando vi gettava contro l’acido del suo spirito, la questione e

l’uomo eran ben morti.

Sua madre non poteva comprendere queste sottigliezze, perchè fra tutti era la persona che

meno conosceva Bruno; forse il gusto per le cose belle ed eleganti veniva da lei e s’era trasformato

in inclinazione d’arte; forse a lei doveva Bruno la mobilità dell’ingegno, la vivacità

dell’imaginazione, la squisita sensibilità.

Ma ella era lontana da lui; e al professore Salapolli pareva che la contessa non fosse più

tanto spaventata dall’idea dei cattivi esempii e dei grandi modelli di sarcasmo che stavano sotto gli

occhi di Bruno a Parigi. Eran passati i tempi in cui Clara Dolores sguinzagliava avvocati e sciupava

lettere e telegrammi e carta bollata per avere seco il figlio.

Fiutando in aria e guardandosi intorno e vedendo gentiluomini e ganzerini che

frequentavano in gran numero la casa, il modesto bibliomane aveva anche indovinato perchè Bruno

poteva stare e poteva andarsene, senza gioia soverchia e senza eccessivo dolore della madre.

Infatti, non appena egli espresse il desiderio di tornare da suo padre, Clara Dolores annuì.

Egli aveva allora quattordici anni; portava i capelli lunghi fino alle orecchie e tagliati a

tondo; era sottile ma ben costrutto; vestiva spesso di velluto, coi calzoni chiusi sopra il ginocchio,

le calze fini, le scarpette scollate. Se metteva in capo il suo berretto preferito con la penna di

fagiano, dava l’idea d’un paggio.

Le ragazze che frequentavano l’appartamento di via Glück lo guardavano con un sorriso un

po’ inquieto, ed egli non le guardava punto; o per vero dire, le guardava tutte nella stessa maniera,

con una cortese indifferenza.

Il conte che ne era superbo, teneva l’occhio piuttosto sulle ragazze che su di lui; teneva

l’occhio specialmente sopra una leggiadra bionda, esile, con grandi occhi grigi, mademoiselle

Armande Jeoffroy, dal fine profilo e dalla testa balzana. Aveva ventidue anni, era l’amante d’un

ufficiale d’artiglieria che giuocava sempre e perdeva forte.

Armande era stata presa per Bruno da un’affezione che al conte sembrava smodata; e di

tanto in tanto, battendo lievemente sulla spalla di lei e indicando con gli occhi il ragazzo

l’avvertiva:

– Glissons, mademoiselle, n’appuyons pas!

Fu in quei giorni che Bruno si battè in duello col conte Gastone de la Jonchère, altro

sbarazzino della sua età.

Bruno era andato a trovarlo; pieno la testa dei classici ai quali s’era dato con ardore da

qualche tempo e della grande letteratura, egli aveva espresso alcuni giudizii laudativi sulla lingua,

che Gastone aveva subito rimbeccato. Bruno sosteneva che la più perfetta lingua del mondo era

l’italiana; Gastone ch’era la francese, l’italiana essendo povera e stentata; Bruno osservava che in

francese una parola aveva tre, quattro, cinque significati; e che in italiano ogni idea aveva la sua

parola, e si avevano più parole per un solo oggetto; Gastone s’era messo allora a scimmiottar la

cadenza italiana e Bruno a beffar la cadenza francese; fin che, avendo detto Gastone che l’italiana

era lingua da miserabili maccheroni, Bruno perdette il senno e lasciò andare un potentissimo

manrovescio al suo amico.

Ma Gastone già sapeva comportarsi cavallerescamente; senza scendere a violenze

manesche, chiese immediata soddisfazione.

E ambedue si recarono in sala di scherma, staccarono dalla rastrelliera due fioretti, si misero

in guardia e cominciarono il combattimento.

Non v’eran testimonii; la sera calava e nella sala viveva appena una luce penombrosa;

s’udivano i ferri battere secchi e i due ragazzi ansare; già saltando e attaccando e respingendo,

mutavano il duello in giuoco, e ridevano ambedue senza poter toccarsi.

Ma d’un tratto risuonò un grido e i due fioretti caddero a terra pesantemente.

Bruno era stato colpito in bocca e mandava sangue copioso.

Gastone si gettò fuori a chiedere aiuto, urlando, più pallido del ferito.

Accorsero i domestici, accorse il conte de la Jonchère, fu chiamato il medico, il quale

constatò che si trattava di cosa da nulla; una larga graffiatura al palato, che sanguinava

abbondantemente; mezzo centimetro più giù, e Bruno sarebbe rimasto fulminato.

Il ragazzo fu ricondotto a casa, accompagnato da Gastone, che doveva chiedere scusa al

conte Fabiano; poi per riguardo alle famiglie, si tentò di nascondere la cosa, e non se ne parlò che

sottovoce.

Ma se ne parlò molto; il conte Fabiano rimase un paio di giorni come atterrito; il professore

Salapolli fu rapito in estasi. Arrischiar la pelle per la supremazia della lingua nazionale! farsi

infilare per il vocabolario! Non aveva mai udito nulla di simile: la letteratura aveva dato il suo

battesimo di sangue all’alunno prediletto.

E guardandosi intorno, e non trovando alcuno che la pensasse come lui e che volesse dare a

quell’avvenimento un significato più largo e simbolico di quel che non meritasse una ragazzata, il

Salapolli si ricordò che da molto tempo, da anni, la corrispondenza con Nicla era stata interrotta.

Giudicò che la signora fosse un’ammiratrice di Bruno; e scrisse un lungo particolareggiato

racconto dell’avventura sorprendente “alla signora Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa

Margherita, Milano (Italie)”.

Due giorni appresso ebbe una risposta, la quale lo confermò nel tacito disprezzo intellettuale

ch’egli nutriva per le donne del mondo intero.

La signora non aveva capito niente.

Scriveva accorata senz’alcuna parola ammirativa, esprimendo il più vivo timore per la sorte

del “bambino”. Ella ricordava che parecchi anni addietro voleva uccidere o fare uccidere un

signore che non gli piaceva; e supplicava di vigilarlo, di mettergli in cuore la pietà e la bontà. Del

vocabolario e della supremazia della lingua nazionale non teneva conto alcuno.

Salapolli ne rimase così mortificato che non disse nulla a Bruno.

Il giovinetto non faceva più parola, e da anni, di Nicoletta.

Nei suoi occhi la visione della fanciulla che cantava, diritta e sottile sullo sfondo del bosco,

la poesia dei balsami arcani, era andata lentamente scolorandosi e poi era scomparsa. Qualche volta

gli pareva ch’ella appartenesse a quel mondo fantastico dell’infanzia in cui tutte le cose hanno un

significato di miracolo, e un ruscello è un mare, e un arbusto è una selva, e una fanciulla è una fata.

Non già che l’avesse interamente dimenticata; ma non la comprendeva più; non sapeva più

s’ella fosse una creatura ornata di tutte le bellezze, viva e vera, o non piuttosto una stupenda

creazione del suo sogno.

Egli era tutto preso da un desiderio d’essere diverso, che lo studio dei classici e la biografia

degli uomini grandi gli avevan messo in cuore non appena aveva potuto comprendere che ciascun

uomo, come gli diceva Salapolli, teneva chiuso nel pugno il proprio destino.

Ciascun uomo serrava nella sinistra la debolezza e la volgarità; nella destra la virtù e la

grandezza. Non valeva lagnarci della nostra sorte; era un lagnarci di noi medesimi; era un

confessare che non avevamo voluto essere ciò che desideravamo.

E il giovinetto, guardando i suoi amici curvi da anni al tavoliere, contenti o disperati per la

sciocca vicenda delle carte, sentiva che nelle massime del Salapolli c’era qualche verità.

Aveva scritto un romanzo, non uno di quei romanzi di cui, quand’era fanciullo, annunziava a

Nicla l’idea e scombiccherava le parole dietro le paginette dell’albo di suo padre; ma un romanzo

vero, la storia d’un uomo povero che vince tutte le difficoltà le più aspre e diventa Re d’un grande

popolo.

Era breve, e Salapolli opinava che si potesse chiamarlo novella piuttosto che romanzo; ma il

maestro era rimasto stupefatto per certe pagine; per una, tra le altre, in cui Bruno comparava il

cammino dell’uomo che lotta al cammino del viandante in una campagna folta di nebbia, fredda e

senz’orizzonte. La descrizione della natura desolata e dell’ansia e dell’ira che prendevan l’uomo il

quale voleva giungere alla meta, eran parse al Salapolli eccezionali per intuizione e verità.

– Degne di stampa! – esclamava. – Degne di stampa! – andava gridando.

E ancora una volta gli era frullato pel capo di scriverne alla signora Nicoletta Barbano; ma

non ne aveva fatto poi nulla, pensando che la signora chiamava “bambino” ostinatamente l’autore,

ed era rimasta a otto anni addietro.

Contava allora Bruno sedici anni all’incirca; da poco Armande Jeoffroy, la giovane amica

dell’ufficiale d’artiglieria, gli aveva insegnato l’amore.

Ella ne faceva una passione; egli era calmo e sdegnoso. Gli pareva d’esser tornato ai giorni

in cui tutto gli diceva ch’era un balocco tra balocchi di lusso; e si prestava al capriccio d’Armanda

piuttosto per dare piacere a lei, che per far piacere a sè medesimo. Spesso mancava ai suoi

appuntamenti; s’era distratto per via; o vi giungeva annoiato e sbadigliando; o sorrideva un poco

alla felicità della ragazza che lo teneva come un suo dio crudele ed estroso.

Ed era in verità crudele per ignoranza, perchè non sapeva che cosa fosse la passione e non

faceva alcuno sforzo per simularla.

Guardava indifferente ai suoi piedi la ragazza discinta, coi capelli biondi prorompenti giù

per le spalle, e s’ella non lo baciava, egli si dimenticava di doverla baciare.

Chi era? Perchè piangeva? Che cosa doveva dirle per consolarla? Dal cuore non gli veniva

alcuna parola, e la lasciava piangere, annoiato, seguendo con l’orecchio il ritmo di quel singhiozzo

soffocato e guardando con curiosità le bianche mani dalle unghie dipinte che si rattrappivano in una

stretta d’angoscia.

Poi si scuoteva, indovinando d’essere troppo cattivo, e la carezzava leggermente perchè non

si rotolasse più sul tappeto come avesse mangiato funghi velenosi.

– Io, vedi, – le disse un giorno, – non sono fatto per essere adorato…. Quando mi dici che mi

adori, mi sembra di diventar d’avorio giallo, come un piccolo idolo, con la pancia solcata di grinze.

Ne ho visto uno, non so più dove….

E Armanda, per non morire, per non diventare pazza, dovette lasciarlo libero, non dargli più

appuntamenti, rinunziare alla terribile gioia di possederlo.

Egli mandò dal petto un grande “Auf”; e quello fu il suo primo amore.

Altri avvenimenti lo distrassero subito.

Lo zio Francesco era morto, lasciando, per bontà estrema, duecentomila lire al conte

Fabiano, e il conte Fabiano aveva fatto una corsa in Italia, solo, da una settimana all’altra, per

raccogliere l’eredità.

Gli giungeva in buon punto a rinsaldar la baracca, la quale tentennava pei venti che

soffiavano da tutte le parti.

Egli aveva ormai quarantacinque anni, era un po’ curvo, con la barba e i capelli interamente

bianchi; ma i suoi occhi scuri splendevano d’un fuoco singolare e intenso.

Aveva mutato abitudini da qualche tempo; e con le abitudini il carattere.

Era diventato sospettoso e misantropo; non sorrideva più col suo fine sorriso canzonatore; si

guardava intorno come fosse stato tra nemici; ogni giorno si lagnava di qualche malvagio tratto dei

suoi compagni, di qualche prova d’ingratitudine, di qualche mancanza di cortesia, che gli venivano

da quelli che più aveva careggiato.

Gli piaceva, a lui che della socievolezza era stato maestro e del rumore aveva fatto la sua

vita, e sangue delle emozioni e del rischio, gli piaceva non veder troppa gente intorno; qualche

volta non voleva veder nessuno; e i domestici ricevevano ordine di dire ch’era assente. Non si

poteva più rubare; il maggiordomo se n’era indignato e aveva preso congedo, perchè sua signoria

rifaceva i conti con una meticolosità che rasentava la grettezza, e con la persuasione preventiva che

lo avevano svaligiato e andavano svaligiandolo.

Toccava a Bruno e al Salapolli, ambedue silenziosamente inquieti, aggiustar le cose, riparar

le ingiustizie che il conte Fabiano commetteva, sanar le offese che faceva, spiegare le sue scortesie

involontarie.

Del figlio non chiedeva novelle per lungo tempo; e poi, lì per lì, se ne ricordava, lo voleva

con sè, lo stringeva fra le braccia, ne carezzava febbrilmente il capo, lo faceva chiamar di notte,

perchè Fabiano soffriva d’implacabile insonnia.

Bruno era la sua speranza, diceva, l’ultima radice della sua vita; sapeva d’esserne amato, e il

giovinetto lo avrebbe difeso, contro tutto e contro tutti.

– Dimmi, dimmi, – susurrava, tenendolo contro il petto e accarezzandolo, – dimmi che cosa

farai. Sarai grande? Porterai alto il nome dei Traldi?… Salapolli mi ha annunziato che sarai

scrittore, poeta, che certo la gloria coronerà il tuo capo.

E appuntandogli l’indice nel mezzo della fronte, chiedeva sottovoce, come avesse temuto

che lo ascoltassero:

– Hai molto ingegno qui? molto, molto ingegno, qui?

Bruno doveva dire che sì, sarebbe stato celebre; che sì, aveva molto, molto ingegno.

Non era più ironico, non era più beffardo; era sgomento e trepido: guardava suo padre con

occhio dubbioso, e sedeva ai suoi piedi per ore, cercando distrarlo e badando a dargli sempre

ragione.

Avrebbe versato tutto il suo sangue perchè egli fosse tornato quale era, giuocatore, amante

del gaudio, divoratore di patrimonii, lepido, forte, noncurante.

Sentiva d’amarlo con le più delicate fibre del cuore, d’essergli legato per mille affinità che

gli si eran chiarite col tempo innanzi agli occhi.

Gli serbava gratitudine per quella medesima esistenza disordinata che aveva fatto di lui,

Bruno, un uomo, quando gli altri eran fanciulli, che gli aveva dato la precocità dell’intuizione, la

mobilità dell’intelligenza, la forza libera e superba della solitudine, tutte le energie che gli

dormivano ancora inoperose nel cuore, e che gli avrebbero permesso di sforzar gli ostacoli.

– Per vederlo ridere, – egli esclamò un giorno col Salapolli, in un impeto d’angoscia, – per

vederlo ridere come una volta, io mi lascerei accecare!

E accarezzava la testa bianca di suo padre, con una tenera carezza, studiandone l’occhio,

sperando ad ogni istante di vederlo sorridere.

Ma era ogni cosa vana, e il giovanetto andava mormorando col Salapolli:

– Io non capisco!… Io non capisco!…

Capiva e sapeva.

Alcuni medici, introdotti abilmente dal Salapolli presso il conte, avevano detto ch’era

ammalato; o meglio, che andava ammalandosi. Uno aveva espresso la diagnosi, chiara e cruda:

mania di persecuzione. Un altro aveva avvertito il Salapolli che ben presto il conte sarebbe

diventato pericoloso e occorreva sorvegliarlo; in ogni caso non era prudente lasciarlo la notte col

figlio.

L’appartamento di via Glück, così gaio e festoso per lo passato, così ben frequentato da

uomini di grido e da donne incantevoli, era stato abbandonato da tutti; Bruno aveva fatto vendere i

cavalli da sella e la pariglia.

Studiava. Non appena il padre lo lasciava libero, correva in biblioteca; spesso leggeva,

accanto al padre o seduto ai piedi di lui, nella sua posa abituale.

Il conte Fabiano gli aveva dato la direzione della casa, le chiavi, i valori, che ammontavano

in quel tempo, compresa l’eredità dello zio Francesco, a circa duecentocinquantamila lire ben

collocate in titoli sicuri.

Poi inaspettatamente suo padre gli aveva ritolto ogni autorità, aveva ricomperato i cavalli,

pagandoli prezzi incredibili, e faceva spese insensate.

Il professore Salapolli, con discrezione ma con insistenza, pregava Bruno d’impedire quello

sperpero, o un giorno si sarebbe trovato sul lastrico.

– Perchè pagare cento ciò che vale uno? – diceva. – Son cose che strappano lagrime ai sassi!

Egli vedeva colar l’oro e sfuggir di tra le dita del conte Fabiano, e ne sentiva una malinconia

invincibile, non per l’oro, ma per le belle cose che si sarebbero potute comperare.

Bruno alzava le spalle.

– Lasciatelo divertire! – diceva.

E attirati dall’odor di cuccagna, i parassiti più impudenti eran calati sulla casa e avevano

sostituito la società fine e arguta che la frequentava in altri tempi.

Il parrucchiere del conte che veniva tutte le mattine a pettinarlo, gli aveva portato via egli

solo diecimila lire, col pretesto di collocarle in azioni d’una Compagnia mineraria; un tipo sinistro,

sbilenco e tossicolante, che si chiamava Bongrive ed era disceso non si sapeva donde, s’era fatto

prestar cinquemila lire per tentare un’esperienza scientifica, ch’egli stesso non poteva definire.

Tutti bevevano e mangiavano a ufo, e qualche volta comperavan roba presso i fornitori del

conte, onde ad ogni poco bisognava pagar lunghe note di oggetti che non eran mai entrati in casa ed

erano andati ad abbellir la casa degli altri.

Bruno si teneva in disparte, cercando di non dar di gomito a quella geldra famelica; ma per

giungere a suo padre, doveva pure sorridere al signor Bongrive e al parrucchiere, che gli stavano di

continuo alle costole.

E un giorno il conte Fabiano scacciò tutti, accorgendosi di punto in bianco della

devastazione che la gentaglia aveva fatto in casa sua, e ne tenne Bruno responsabile, perchè non lo

aveva avvertito in tempo.

Entrò in furore, contro il figlio, contro il Salapolli, contro i domestici, minacciando rovine e

vendette; aveva l’occhio fosco, fremeva, fiutava in aria, s’aggirava per le stanze come una belva.

Bruno dovette rassegnarsi con le lacrime agli occhi a chiamar due infermieri; il Salapolli

scrisse in tutta fretta alla contessa, avvertendola di quanto avveniva. La contessa rispose che partiva

all’istante per Parigi e consigliava nel frattempo di far chiudere il conte in una casa di salute.

Il professore Salapolli temette di diventar pazzo a sua volta, quando vide trasportar fuori il

conte Fabiano, con l’occhio vitreo e un ringhio continuo tra le labbra contratte. Era serrato ai polsi e

intorno alle spalle e al busto da larghe cinghie formidabili; e Bruno gli si avvinghiava al collo,

baciandolo, carezzandolo, chiamandolo coi più dolci nomi trovati nei ricordi della sua infanzia.

Non voleva che glielo togliessero; il suo passato intero se ne andava con lui, le commedie

con le marionette, il Re moro, le battaglie coi soldatini, la bandierina con l’asinello che recalcitrava.

Sentiva che malgrado tutto, il papà era stato il grande compagno della sua vita, colui che gli voleva

bene anche quando correva dietro alle carte e alle donne….

Non voleva che glielo portassero via, e s’avvinghiava alle balze che imprigionavano suo

padre, e si lasciava trascinare a terra, dietro di lui.

Clara Dolores sopravvenne in quel punto.

S’incontrarono così, in anticamera, il conte che partiva per la casa dei pazzi, la contessa che

giungeva da Vienna, leggiadra e impellicciata.

Ella afferrò Bruno e lo trasse lungi, aiutata dal Salapolli.

Bruno crollò al suolo pesantemente, e vi rimase, non seppe mai quanto tempo; poi udendo

una voce nota che lo confortava, cercò intorno smarrito, sollevò lo sguardo, lo fissò freddo e

nemico sui capelli di sua madre: fatto più pallido, pareva che il volto gli si fosse rimpicciolito nello

spasimo.

– Ah! – disse con voce rauca. – Sei diventata bionda?…

XVII.

La signora Nicoletta Barbano era uscita con la carrozza chiusa a due cavalli, per portar le

carte da visita a due vecchie dame alle quali era stata presentata la sera innanzi durante un ballo.

Le due dame abitavano ai due capi opposti di Milano; e sul ritorno, il cielo già freddo e

grigio aveva lasciato sfuggir qualche fiocco di neve; poi piano piano i fiocchi s’erano fatti più

spessi, turbinavano, giuocavano, danzavano col vento, scendevano a terra e vi si attaccavano.

Era la nevicata prossima, copiosa, che mandava avanti i primi annunziatori, e in breve

avrebbe coperta Milano intera d’un morbido mantello.

Nonostante il berretto e la pelliccia d’ermellino, Nicoletta si sentì penetrar dal freddo, un

freddo strano che pareva lambirle l’anima più che le carni; e quantunque fosse a pochi metri da

casa, tirò il cordone non appena arrivò davanti la soglia d’un caffè elegante, e fece fermare.

Era un piccolo capriccio. Nella sua casa, bella, tepida, raccolta, avrebbe trovato tutto ciò che

le fosse piaciuto; ma presa dalla voglia di bere un tè, s’era arrestata subito.

Scese di cassetta lo staffiere, aprì lo sportello, e la signora balzò dalla vettura nella prima

sala.

A quell’ora, le tre del pomeriggio, non c’era nessuno. S’udiva venir, da una sala nel fondo, lo

strepito dei dadi agitati in un pirgo d’argento e buttati sopra il tavolino di marmo. Qualcuno

giuocava.

Nicoletta si fece servire il tè, e ricoveratasi in un angolo, tutta chiusa nella pelliccia, si

rallegrò egoisticamente del piacere infantile che si largiva. Le pareva gran cosa d’essere entrata sola

in un caffè, sebbene la carrozza l’aspettasse fuori, e di rimanervi pochi minuti. Non l’aveva mai

fatto, non gliene era mai venuto il pensiero.

Quel giorno era stata fermata per via dall’innocente ghiribizzo, e aveva obbedito come a un

ordine. Centellava il tè, e con la sinistra andava sfogliando i giornali illustrati che un cameriere le

aveva posto vicino, sopra una sedia.

D’ora in ora dava un’occhiata alla via deserta, già tutta bianca. Sotto la nevicata silenziosa i

due roani stavano immobili a testa alta. Si vedevano qua e là pei negozii accendersi le lampade: e

ombrelli passar frettolosi in lontananza, punteggiati di fiocchi candidi.

D’un tratto Nicoletta sussultò; sentì un fremito che la percorse tutta, da capo a piedi.

Aveva udito una voce.

Impallidì; non osò voltarsi; forse era un’allucinazione.

Aspettò che la voce ripetesse.

– Nicla!

La donna si volse e balzò in piedi.

– Tu! – disse con voce ansante. – Brunello!

Le stava innanzi un giovane, chiuso fino al collo da una pelliccia nera, asciutto e pallido;

una lieve pelurie appariva sul suo labbro superiore; dentro gli occhi grandi la luce era viva ma

irrequieta.

– Nicla! – ripetè. – Mi riconosci? Ti ricordi ancora?

– Vieni! – ella disse con la stessa voce ansante.

Gettò sulla tavola alcune monete d’argento, e quasi trascinando Bruno, uscì, salì nella

carrozza; e durante il brevissimo tragitto dal caffè a casa, prese le mani del giovane, dicendogli:

– Brunello, bambino caro, amore mio!…

Egli chiuse gli occhi sorridendo, per assaporar quelle parole dette con quella voce, per

tornar d’un colpo indietro di dodici anni e ritrovar la propria anima d’allora e l’anima di Nicla, per

riprender la vita dal punto in cui era stata interrotta, sulla riva del lago, dall’uomo con la barba rossa

mal rasata e i capelli radi chiazzati di bianco.

Ma non appena furono in casa ed ebbero gettate, passando nell’anticamera, le pellicce al

domestico, Nicla si ravvide; squadrò Bruno e gli disse, uscendo dal breve sogno:

– No, non è possibile! Non devo darti del tu. Non sei più un bambino!

– Lo credo, – rispose Bruno con un sorriso. – Ho vent’anni!

Si guardò intorno: erano in un piccolo salotto, addobbato con una stoffa a liste verticali

argentee sul bigio; la luce falsa della nevicata dava un chiarore albale ai mobili di stoffa bigia a liste

argentee.

– Dimmi, – seguitò Nicla ansiosa. – Quando sei arrivato?

– Da due giorni, – rispose Bruno.

Egli stava seduto di fronte a lei e si tenevano ancora per mano.

– Col tuo papà? – riprese Nicla.

Un velo di dolore calò sul volto del giovane.

Nicla esitò: aveva toccato una ferita.

– Mio Dio, – interrogò a bassa voce. – Non c’è più?

– C’è, – disse Bruno sordamente. – Ma sta male: da quattro anni in una casa di salute.

– In una casa di salute! – ripetè Nicla, presa da un formicolìo di raccapriccio.

– Non me ne parlare! – mormorò Bruno, stanco.

Ella si alzò ad accarezzargli i capelli folti e ondulati.

– Ti chiedo perdono! – susurrò dolcemente. – Egli è stato sempre buono con me; mi ha dato

pel primo tue notizie, quando sei partito….

Bruno le fermò la mano e vi posò un attimo le labbra.

– Allora con la mamma? – riprese Nicla.

– Sì, – disse Bruno. – Veniamo da Roma; siamo stati a Roma quattro anni….

E mutando voce, gaiamente soggiunse:

– Ora tocca a me interrogare. Dov’è tuo marito? Sei felice? Quando mi presenterai al signor

Barbano? Che cosa hai fatto in questi lunghi anni?…

Si guardò in giro, a terra, come vedesse piccole cose o piccoli esseri corrergli incontro:

– E i tuoi bambini dove sono?

Nicla aveva ripreso il suo posto, e non distaccava gli occhi dal volto del giovane; lo

riconosceva, lo ritrovava a poco a poco, con un segreto palpito di gioia.

Era quel caro volto, un po’ smagrito, dalle linee decise, con la piega sdegnosa all’angolo

destro della bocca, era quello sguardo dritto negli occhi scuri, era quella voce, fatta più maschia, ma

uguale, senza soni falsi, che le portavano innanzi lutto il suo bel passato radioso di fanciulla.

– Aspetta, aspetta, – disse ridendo. – Mio marito non tornerà che per il pranzo; è tutto il

giorno nel suo stabilimento e spesso non lo vedo nemmeno a colazione. Lavora troppo, e ne sono

inquieta. Bambini? neppure uno, piccolo, piccolo così….

Il suo sorriso si fece incerto, scomparve un istante dalle labbra.

– Non ho bambini. Sì, sono felice: oggi più che mai. Mio marito è l’uomo leale, degno,

delicato, che può far felice con la sua bontà la donna più difficile. È impossibile non volergli bene;

anche tu gli vorrai bene subito…. Che cosa ho fatto in questi lunghi anni?

S’interrogò brevemente, gettò uno sguardo ai dodici anni trascorsi, poi constatò, come

sorpresa:

– Nulla! Non ho fatto nulla! Ho vissuto: sono invecchiata!…

E sorrideva con la bocca fresca e rosea, come ai giorni lontani.

Bruno l’aveva ascoltata, scrutandola attento. Si alzò, si mise a passeggiare.

– Dunque esisti, esisti davvero? – egli disse fermandosi, dritto in piedi a guardarla ancora

dall’alto in basso.

– Tu credevi che io fossi sfumata nell’aria? – rispose Nicla, alzandogli in volto gli occhi

limpidi.

– Sì, io credevo che tu fossi sfumata! – ripetè Bruno senza sorridere. – Quante, quante volte

mi son chiesto in questi ultimi tempi se tu esistevi, o se non eri piuttosto una creazione della mia

infanzia fantastica! Ti ricordavo così bella, così dolce, così diversa dalle altre, che avevo paura di

rivederti…. Avevo paura di ritrovare una donna placidamente volgare (mi perdoni?), priva di tutte

le bellezze d’anima e di persona che la mia imaginazione di fanciullo ti aveva donato…. E invece

esisti….

S’interruppe come per assaporar con gli occhi la svelta figura che gli stava innanzi: e Nicla

senza civetteria e senza ritrosia si lasciava guardare per rievocare il sogno di lui.

Era veramente, veramente Nicla, dai capelli bruni, dagli occhi scuri intorno ai quali s’era

adunata una lievissima ombra di stanchezza che ne aumentava la luce; e il busto forte e agile

balzava su dalla curva dei fianchi con tutto lo slancio giovanile dei più freschi anni; pareva fosse

rimasta intatta, salvo la piccola ombra intorno agli occhi profondi. E la bocca rosea, finemente

disegnata, era essa sola una giovinezza serena, diceva essa sola la purità tranquilla dell’anima.

– Come mi fa bene, – esclamò Bruno, accarezzando d’un tratto la testa della giovane con

mano lieve e fraterna, – come mi fa bene rivederti così bella!… Sei ancora la mia Nicla….

Ella rispose, abbandonandosi a quella carezza:

– Sì, sono ancora la tua Nicla! Non mi avevi detto d’aspettarti, che saresti tornato?

– Ti ricordi! – disse Bruno. – È sempre vivo il mio vetturale, Vico Malerba…?

– È vivo e allegro, e lavora!..

Tacquero un istante; poi Bruno riprese, allontanandosi:

– Perchè tu devi farmi dimenticare. Ho visto troppe cose….

Si fermò passandosi una mano sugli occhi.

– Tu devi strappar dalla mia vita alcune pagine d’orrore. Potrò sedermi ancora ai tuoi piedi, a

cuccia, ascoltarti…. E ti dirò io l’antica poesia nostra…. Io la so; e non l’ho mai detta a nessuno, l’ho

portata nel cuore per tutti questi anni, insieme al desiderio e al timore di rivederti….

Nicla ascoltava immobile, avvolta ella pure nell’illusione, con un sorriso piccolo sulle

labbra, che diceva un piacere infinito.

Parevano essersi staccati, ella e lui, dal mondo, avere obliato il mondo, come se la neve che

cadeva ininterrotta in un silenzio mortale avesse drizzato intorno a loro un palazzo candido, un

grandioso palazzo di sogni, entro il quale occhio umano non poteva penetrare.

E il palazzo si sfasciò d’un tratto, crudelmente.

Era comparso sulla soglia un domestico. E annunziò:

– La signora è chiamata al telefono

– Chi è? – chiese Nicla, scuotendosi.

– Il signore.

– Aspettami! – disse Nicla a Bruno.

Bruno aspettò con la fronte appoggiata ai cristalli d’una finestra, pensoso, come quando,

piccino, soffiava sui vetri e disegnava pupazzi col dito nel velo del fiato.

Nicla tornò.

– È mio marito, – disse, – che mi avverte che verrà a pranzo più tardi del solito.

Bruno la guardò e non rispose.

– Ascoltami, – ella soggiunse. – Bisognerà che io ti presenti. Vuoi questa sera stessa?

– No, – disse Bruno. – Domani. Mi aspettano a casa. Quando ti ho incontrata, ero con

Salapolli; non mi ha più visto, e avrà creduto che io sia scomparso nella neve….

– Rapito! – corresse Nicla. – E Salapolli è sempre con te?

– Sì, povero vecchio! Mi vuol bene, e vuole anche molto bene al mio papà….

– È un brav’uomo; l’ultima volta mi ha scritto pel tuo duello, pregandomi di lodarti e

d’incoraggiarti. Io gli ho risposto, facendogli comprendere ch’era un insensato.

E rise.

– Ah il briccone! – esclamò Bruno. – Non mi ha mai detto nulla!

– Ascoltami, – riprese Nicla. – Non potremo darci del tu….

– Lo so, – disse Bruno.

– Non potrai sederti ai miei piedi….

– Lo so, – ripetè Bruno.

– Nemmeno quando saremo soli, – aggiunse Nicla, esitando un poco.

E sentendosi arrossire, volse il capo perchè Bruno non vedesse.

– Nemmeno? – egli pregò con voce supplichevole.

– No. Non è possibile! – confermò Nicla.

– Abbiamo sognato! – disse Bruno dolente.

Nicla gli sorrise e gli prese le mani.

– T’inganni, – rispose. – Io sarò sempre la tua Nicla; io ti ho aspettato sempre. Ma lo saprai tu

solo….

E con voce tremante soggiunse:

– Lascia che ti chiami ancora Brunello, per l’ultima volta, amore mio, bambino caro….

Poi, d’un tratto, come trascinata da una follia, afferrò la testa di Bruno e l’avvicinò alle

labbra:

– I tuoi occhi hanno visto troppe cose d’orrore, – disse. – Io ti farò dimenticare!

E lo baciò sulla fronte e sugli occhi; egli ebbe un brivido e si fece pallido.

– Ti ricordi, – riprese Nicla, tenendolo ancora per mano, – ciò che mi disse un giorno tuo

padre?… Eravamo nel bosco; egli venne a ringraziarmi perchè stavo sempre con te. E mi disse: “Lei

potrà fargli molto bene, signorina!”.

– Sì, sì, mi ricordo! – esclamò Bruno. – Tu mi recitavi la poesia….

– E io ti farò molto bene! – promise Nicla. – Ora va; aspetto visite. Non voglio che tu ti

confonda con gli altri; non voglio distruggere quest’ora con discorsi insignificanti.

Sulla soglia, Bruno si volse, si chinò a baciar le mani di Nicla, una dopo l’altra,

ardentemente.

– Sei mia! – disse.

Ella col capo gli fece un cenno di promessa, sorridendo.

XVIII.

Dopo averlo aspettato per quasi un’ora, il professore Salapolli si decise ad andarsene dal

caffè e ad aspettare Bruno a casa.

Gli anni non eran riusciti a curvar la sua adusta, alta figura; ma aveva perduto fin l’ultimo

capello, e in compenso s’era lasciato crescere la barba, una barba lunga e sottile, di cui prendeva in

bocca e masticava la punta allorchè meditava sopra un’edizione aldina o sopra qualche gran caso

della vita.

Per quella figura e per quella barba e per la saviezza facile con cui aveva condotto sempre la

sua esistenza, Bruno lo chiamava qualche volta Pantalone.

Aveva trascinato seco, partendo da Parigi, la biblioteca raccolta coi più duri sacrifici; e da

Parigi a Roma, e da Roma a Milano non l’aveva mai abbandonata.

Egli contava di lasciarla morendo al suo alunno, ormai diventato un maestro che ne sapeva

più di lui.

Non aveva nella casa alcun ufficio speciale; faceva da bibliotecario pei libri suoi e pei libri

di Bruno, e serviva a questi da segretario, quando Bruno non aveva voglia di sbrigare la sua

corrispondenza con i conoscenti di Parigi, di Bruxelles, di Vienna, di Roma.

Conoscenti, diceva Bruno, calcando sulla parola; perchè amici, veri amici ai quali potesse

confidarsi, non ne aveva e forse non voleva averne. Il solo amico era il Salapolli, il quale era stato

testimonio di quasi tutta la sua vita; gli dava del tu; e il Salapolli da anni lo chiamava conte e nulla

aveva potuto ridurlo a trattarlo più familiarmente.

La devozione per il conte Fabiano, l’affetto e l’ammirazione per Brunello, i ricordi felici e

tragici d’un passato che apparteneva insieme a lui e a quei due signori, gli imponevano di trattare il

bambino di ieri con tenera fiducia, ma con forma rispettosa. Talora si lasciava scappare, parlando

con Brunello, anche qualche “Signoria” che faceva ridere il giovane.

Messosi dalla finestra a guardar nella strada, il Salapolli vide tornar Bruno in una carrozza

padronale, tratta da una pariglia di roani tarchiati.

Aveva già comperato i cavalli? Aveva già trovato amici?

Non disse nulla, ma andando incontro a Bruno, nel vestibolo, non potè non notare

un’espressione di gioia nervosa, di soddisfazione mal contenuta ch’era in ogni gesto di lui e che gli

faceva rilucere stranamente lo sguardo.

– Ah, ah, Pantalone! – esclamò il giovane ridendo. – Mi avrai aspettato per un bel po’, non è

vero?… Che vuoi? Sono stato rapito, in un turbine di neve, da una fata bianca!

– È arrivata molta posta per lei! – annunziò il Salapolli, il quale non aveva capito niente.

– Andiamo in biblioteca, e così vedremo! – rispose Bruno.

Consegnò il cappello e la pelliccia al domestico, e precedette il Salapolli nella biblioteca, a

pian terreno.

E camminandogli innanzi, seguitò

– Che vuoi, Pantalone mio? I bei ragazzi trovano le fate all’angolo della strada.

Poi, non appena fu nella biblioteca, fece tre o quattro salti, tre o quattro piroette, sotto il

naso del Salapolli trasecolato.

– Ah com’è bella! – esclamò. – Com’è bella, giovane, pura! Com’è ancora lei! Ed è mia, mia,

tutta mia!… Ha ancora diciotto anni!… Io sono ancora un bambino…. Non sognavo, quando la

vedevo così, unica al mondo, col cuore preso, invaso dal suo ricordo!… Mi ha sempre aspettato, ha

sempre fidato nel mio ritorno….

Fece ancora una piroetta con tale velocità, che il Salapolli si trasse indietro per non esserne

rovesciato.

– Ma, signor conte! – disse, strabiliando.

– E tu sei una bestia, vedi? – riprese Bruno, fermandosi di contro al Salapolli e

appuntandogli l’indice sotto il naso. – Le hai scritto che mi sono battuto, e le hai detto

d’incoraggiarmi!… Dio degli Dei, che bestie sono questi bibliomani…!

– La signora Nicoletta! – esclamò il Salapolli. – Ha ritrovato la signora Nicoletta!…

– Nicla, Nicla, Nicla! – esclamò Bruno. – La mia Nicla!

E il suo grido risonò tra i vecchi libri come il nitrito fremente d’un puledro.

Soggiunse:

– Era la fata bianca, veramente. Aveva pelliccia d’ermellino, un berretto d’ermellino, era

tutta bianca, come fosse nata nella neve. E mi ha portato via nella sua carrozza, e mi ha baciato

sulla fronte e sugli occhi. Caro Salapolli, io oggi sono felice!

S’arrestò, il suo pensiero corse lontano, rapidamente.

– Felice quanto mi è possibile essere!… – soggiunse in tono più basso.

Il Salapolli rimaneva a guardarlo, con le mani in mano, confuso e meditabondo; poi disse:

– Mi pare un grosso imbroglio!…

– Che cosa? Che cosa ti pare un grosso imbroglio? – domandò Bruno ridendo.

– Questo incontro con la signora. Quanti anni ha….?

– Aspetta. Io ne ho venti…. Dunque lei deve averne circa trenta….

– Fiore di donna! – definì il Salapolli.

– Fiore di donna, fiore di bellezza, fiore di virtù, fiore di bontà, fiore di tutto!…

– E la signora l’ha baciato sugli occhi!

– Naturalmente. Anch’io l’ho baciata. Non è mia sorella? Non è stata sempre mia sorella?

– Ah! – fece il Salapolli, negligentemente.

– Già, tu, vecchia cartapecora, non capisci nulla di queste cose!

– È arrivata molta posta per lei! – ripetè il Salapolli.

– Vediamo.

Sedettero a una lunga tavola, nera come le scansie che chiudevano i libri. La tavola

occupava il mezzo della sala, in cui pioveva la luce da due grandi finestre e da una tettoia di vetro.

Con un sottil tagliacarte che somigliava a un pugnale, Bruno tagliava rapidamente un lato

delle buste, apriva, leggeva, guardando innanzi tutto la firma.

– Oh! – disse a un tratto. – Armanda! È Armanda che mi scrive.

– Armanda Jeoffroy, – ripetè il Salapolli. – Credo che volesse molto bene al signor conte….

– Sì, poveretta, ed io era molto cattivo con lei….

Lesse attentamente, poi tornò a leggere; infine disse al Salapolli:

– Bisogna mandarle cinquecento lire.

– La signorina chiede cinquecento lire?

– No, non chiede nulla. Ma ha bisogno. Figurati che Etienne, l’ufficiale d’artiglieria col quale

viveva, si è bruciato le cervella; e la ragazza è sul lastrico….

– Basteranno cento lire, – osservò il Salapolli.

– No. Bisogna mandargliene cinquecento! – ordinò Bruno. – Perchè queste miserie con una

donna?

– Ma caro conte…. – insistette il Salapolli.

– Eh, lo so! – interruppe Bruno con un sorriso. – Se tutti i suoi amanti le mandassero cento

lire, diventerebbe milionaria!… Ma nessuno le manderà nulla. E in ogni modo ciò non mi riguarda.

– Io non volevo dire niente di tutto questo, – fece il Salapolli ostinato. – Volevo dire che

bisogna andar piano coi biglietti da cinquecento lire. La signora contessa….

– Sì, la signora contessa spende molto, getta i denari dalla finestra, se li fa mangiar da tutti….

Me lo hai fatto comprendere mille volte, caro Pantalone…. Ma oggi, proprio oggi che sono felice e

ho ritrovato la mia Nicla, proprio oggi vuoi ch’io lesini con una donna che mi ha amato? Non hai

vergogna, vecchio esoso?… Dunque, cinquecento lire a Armanda, e subito!

Il Salapolli scosse il capo, disapprovando.

– Sua Signoria sarà servita!

Bruno si mise a ridere; fissò il vecchio, che masticava la punta della barba; e seguitò:

– Ti ricordi che cosa diceva il povero papà? “Quando non ce ne sono più, ce ne sono

ancora!”. Ebbene, io son dell’opinione del papà!…

Il Salapolli continuava a scuotere il capo.

– Insomma, tu mi annoi! – dichiarò Bruno. – Tu vivi da anni in un grande errore!…

– Io? – esclamò il Salapolli.

– Tu sei sempre vissuto nell’errore di credere che io abbia mai contato e che conti sopra il

mio patrimonio. È qui dove si vede che tu sei uno sciocco. Neppure un centesimo di quel danaro si

troverà fra qualche anno, ne sono sicuro; sarà tutto sperperato; ha cominciato il papà; finirà la

mamma. E a me non ne importa nulla!

Il Salapolli lanciò un’occhiata interrogativa al suo giovane amico.

– Nulla! – ripetè questi.

Stese la mano destra sulla tavola, ne mostrò il palmo al vecchio.

– Vedi? – seguitò. – Qui dentro c’è tutto! Volontà, energia, forza, potenza di miracoli; e ci

sarà un giorno anche il danaro, e ci sarà un giorno anche la gloria; tutto è chiuso qui dentro! Non

sono uomo che viva del patrimonio comodo. Ho piacere, anzi, che al momento in cui balzerò nella

vita per combattere, quel danaro sia sfumato; altrimenti direbbero che la mia vittoria è stata troppo

facile, perchè non ho patito la fame e il freddo.

Guardò ancora la mano, e ripetè:

– Tutto è qui dentro, chiuso!

Ma alzando lo sguardo, vide che gli occhi del Salapolli s’erano inumiditi per una commossa

ammirazione.

– Se piangi, – gli disse ridendo, – ti getto tutte le buste sulla faccia!…

– Vuole, – mormorò il Salapolli, – che alla signorina Armanda spediamo mille lire?…

Bruno diede in una risata.

– No, – disse, – non esageriamo. Tanto più che di danaro Armanda me ne chiederà presto

dell’altro!

Salapolli voleva domandargli qualche nuova d’un libro che Bruno aveva pensato di scrivere;

meglio che un romanzo, un breve poema in prosa, agile e lieto, del quale gli aveva parlato sovente a

Roma: e doveva intitolarsi “Gli anelli del Serpente”.

Ma Bruno stava leggendo la sua corrispondenza; o, a dir vero, con gli occhi fissi sulla prima

pagina d’una lettera, galoppava col pensiero per campi sterminati e vaghi; e il Salapolli seguiva in

silenzio le fantasie del suo alunno, che non lo vedeva e forse non lo sapeva nemmeno presente.

Alzatosi di scatto, il giovane cominciò a passeggiar per la biblioteca intorno alla tavola

rettangolare, a capo basso, con le mani nelle tasche dei calzoni.

Poi subitamente proruppe:

– Com’è bella! Com’è ancora lei, fresca, giovane, pura!…

– Ho capito! – pensò il Salapolli. – Si tratta della sorella!

E borbottò tra i denti:

– Povero signor Barbano!

XIX.

Nicla voleva annunziare quella sera medesima a suo marito l’incontro con Brunello; ma

esitava.

Gigi Barbano era rientrato stanco; dopo avere sbrigato una copiosa e intricata

corrispondenza, aveva dovuto sul tardi ricevere il viaggiatore che tornava da un lungo giro

all’estero, ne aveva ascoltato il resoconto, ne aveva verificato gli acquisti, aveva dovuto posticipar

l’ora del pranzo, ciò che gli dispiaceva sempre.

Ma Nicla, pur vedendo che il marito non era allegro come di solito, comprese che bisognava

parlargli, o il suo silenzio sarebbe parso troppo singolare.

Dopo pranzo, mentre nel salotto di Nicla egli centellava il caffè, la giovane gli disse;

– Gigi….

– Che è, cara?

Gigi Barbano aveva di ben poco mutato; il suo colorito rosso bruno gli dava sempre una

espressione giovanile, e a mala pena si sarebbero scoperti nei lunghi mustacchi e nei capelli alcuni

fili d’argento. Il lavoro costante, gli esercizii fisici, e ancor più l’ordine e la semplicità della vita, lo

avevano fatto forte; e a quarantadue anni era svelto ed alacre come a trenta.

– Tu non indovini, – disse Nicla. – Non indovini chi ho incontrato io oggi e condotto a

casa….

– Ahimè, – rispose Gigi. – Ho così poca voglia d’indovinare!… Una persona che conosco?

– Certo: come potresti indovinare, se non la conoscessi?

E Nicla sedette sul largo bracciuolo della poltrona in cui stava Gigi.

– Con la quale parlo spesso? – continuò questi.

– Con la quale non hai mai parlato, ma ho parlato io, molto!…

Gigi sorrideva; la vicinanza di Nicoletta, che egli amava come ai primi tempi, gli aveva

ridato il buonumore e la voglia di scherzare: passò un braccio intorno al busto della giovane, e per

punzecchiarla, rispose:

– Con la quale hai parlato molto?… Duccio Massenti…!

Duccio Massenti era diventato una specie di fantoccio, che l’uno e l’altra agitavano in aria di

tanto in tanto….

Gigi diceva qualche volta: “Tu non mi ami; tu ami il conte Duccio!”. E Nicla diceva

qualche volta: “Allora andrò a trovare Duccio!”.

Ma quella sera, Nicla alzò le spalle.

– Duccio! Duccio!… Che meschina fantasia tu hai? Non sai trovare di meglio?

– Meglio di Duccio mi pare impossibile! – osservò Gigi ridendo.

– Non indovini: non ti riuscirà d’indovinare; allora ti dico io?

– Dimmi tu!

Nicla prese tempo: quindi annunziò:

– Brunello!…

– Che? – esclamò Gigi con uno scatto. – Brunello? Hai ritrovato Brunello?

– Ma sì, ma sì, ma sì! – -disse Nicla gioiosa.

E in brevi parole raccontò al marito il ghiribizzo di prendere il tè, sola, e l’incontro e la

visita del giovane.

– È cascato dalle nuvole! – osservò Gigi. – Chi pensava a Brunello?… E come è?

– Sempre il medesimo, – disse Nicla ingenuamente.

– Ah no, protesto! Gli anni saranno passati anche per lui! – ribattè Gigi scherzando. – Non lo

avrai trovato col bastimentino sotto il braccio e le gambette nude’

Nicla rise.

– A me pare di sì! Mi pare d’averlo trovato ancora come quel giorno! – disse. – E l’ho

chiamato bambino.

– Si sarà offeso?

– No, niente. Non si offende mai, Brunello, quando gli parlo io. Ed egli mi chiama ancora

Nicla….

– E ti dà ancora del tu? – disse Gigi.

Il viso di Nicla si fece di bragia; ella abbassò gli occhi, quasi colta in fallo, e disse:

– Sì.

Gigi Barbano stette silenzioso un poco; quindi domandò:

– Quanti anni ha?

– Venti! – dichiarò Nicla

– Come passa il tempo! come vola! – osservò Gigi. – Mi pare ieri che ti ho dato del tu la

prima volta.

Soggiunse(4) quasi parlando con sè stesso:

– Credevo che sarei stato il solo…. Nicla si morse le labbra: la stoccata arrivava dritta.

– L’ho pregato, – disse poi, – di cambiar tono. So che mi considera una sorella, ma non si

può.

– E verrà spesso a trovarti? – domandò Gigi.

– Se tu lo permetti…. – mormorò Nicla.

Il marito non rispose: Nicla si sentì stringere il cuore, e scrutò il volto dell’uomo che

guardava innanzi a sè, riflettendo.

– Ti dispiace? – ella chiese.

Gigi volse il capo; prese l’una mano e l’altra della giovane, le tenne strette nelle sue; poi,

fissandola negli occhi, quasi avesse voluto giungere fino all’imo della sua anima, rispose:

– Mi fido!…

Il seno di Nicla si sollevò con un respiro profondo.

Ella sapeva che cosa volevan dire quelle parole; suo marito le aveva pronunziate un’altra

volta, quando un nugolo di giovani e vecchi corteggiatori, di abili damerini e bellimbusti le si era

stretto intorno, assediandola tenacemente. Gigi non l’aveva sorvegliata; non aveva dubitato un

istante di lei; l’aveva lasciata alla sua coscienza e alla sua rettitudine. Era libera; non doveva render

conto alcuno di ciò che faceva. Suo marito aveva una troppo alta idea di lei per chiederle ragione

della sua condotta. La guardava negli occhi, e gli occhi rispondevano sereni e calmi.

Nicla ebbe quel sorriso di gratitudine contenta, che Gigi comprendeva.

– Ha chiesto d’esserti presentato, e verrà domani sera, – soggiunse la giovane.

– Oh, bene! – esclamò Gigi. – Domani sera conosceremo il bambino di vent’anni…. Sia detto

tra di noi: io penso che quel tuo bambino ne abbia già fatte di tutti i colori….

– È molto infelice! – ribattè Nicla.

– Lo credo; ma se è figlio di suo padre….

Il volto di Nicla si contrasse.

– Suo padre è chiuso in uno stabilimento di pazzi! – disse con voce sorda.

– Veramente? – esclamò Gigi Barbano addolorato. – Mi dispiace d’essere stato leggero e ti

prego di dimenticar le mie parole. Una simile sventura merita il più grande rispetto!

– Ti ringrazio! – disse Nicla semplicemente.

– Certo, certo, – riprese Gigi Barbano, quasi parlando con sè stesso, – quel ragazzo non può

essere stato felice. Noi gli apriremo la nostra casa ed egli si riscalderà al tepore d’una vita semplice.

Deve parergli strana una vita semplice, a lui, che è stato sempre in giro pel mondo e ha visto tante

cose! Finirà con l’annoiarsi, vedrai! E io sarò un poco impacciato, confessandogli che non ho mai

avuto tempo d’andare a Vienna e a Berlino e di conoscere bene Parigi. L’uomo di quarantadue anni

ne saprà meno del fanciullo di venti…. Verrà domani sera, hai detto?… Lo riceveremo soli? Non gli

farai trovare qualche poco di società intorno?

Nicla scosse il capo, sorridendo.

– No, no, – disse. – Lo riceveremo noi soli. Credo che di gente e di chiacchiere sia stufo….

– E con chi vive ora, a Milano? – seguitò Gigi.

– Con sua madre….

– E sua madre?…

Nicla non rispose: Gigi interpretò quel silenzio e capì; anche la madre doveva esser leggera

come una piuma.

E dopo una pausa domandò:

– È un bel giovane?

Nicla riflettè un istante, poi si mise a ridere.

– Come vuoi tu ch’io sappia? – rispose. – Non lo so davvero. È un fanciullo: per me è

Brunello, col bastimentino sotto il braccio. Tocca alle altre donne giudicare. Chiamarlo bel

giovane, mi sembra un’ironia.

Gigi trasse la donna a sè e la baciò sui capelli.

– Cara, – disse con tenerezza. – Anche tu sei una fanciulla!…

Ma l’indomani sera, quando Gigi Barbano vide Brunello Traldi varcar la soglia del salotto,

ne fu tutto scosso.

Non era soltanto un bel giovane; aveva quell’indefinibile sottile eleganza di modi e di

portamento, quella misura, quella sicurezza priva di spavalderia, quella nobiltà nel sorriso, nei

tratti, nella gentilezza medesima della persona, che vengon dalla razza. Pur vestito di cenci, il passo

o un gesto o un modo di guardare l’avrebbero svelato per un grande signore.

E Gigi Barbano, che sapeva la forza poichè era egli medesimo un forte, rilevò subito negli

occhi del fanciullo una luce e nella bocca una linea che ne dicevano l’energia straordinaria, la

volontà cocciuta, formidabile. Un guerriero antico, gettatosi a nuoto nel mare, voleva scalar la nave

del nemico; e s’era abbrancato al bordo con la mano destra; gli tagliarono la mano destra; egli

l’afferrò con la mano sinistra; e gli tagliarono la mano sinistra; egli vi si aggavignò coi denti; e gli

spaccarono la testa; e rimase, cadavere, coi denti infitti nel legno, in una presa tremenda che

nessuno riusciva a disserrare.

Brunello Traldi doveva aver la stessa forza di volontà cieca e dura.

Gigi Barbano gli si fece innanzi, mentre Nicla guardava, un poco timorosa, quel primo

incontro.

– So che tu sei un fratello per Nicoletta, – disse Gigi. – E ti accolgo come un fratello….

Gli strinse la mano, poi lo attirò a sè, e lo abbracciò.

Bruno sorrise; andò verso Nicla e le baciò la destra.

Un istante dopo, nel salotto a righe argentee sul fondo bigio, si sentiva che una fraternità

dolce e sincera aleggiava intorno alle tre persone.

Gigi interrogava avidamente Brunello chiedendo della vita di Parigi, di Vienna, di Berlino.

– Ma hai osservato tutto! – egli notò stupito.

– Non avevo altro da fare! – rispose Bruno.

Gigi si fece raccontare anche il duello col piccolo conte della Jonchère; e Bruno raccontò, e

rise.

Poi si fermò: aveva udito sè stesso ridere.

– È strano! – disse. – Non ridevo più da dieci o dodici anni.

Un’espressione di tenerezza sollecita si diffuse sul volto di Nicla; le pareva che una cosa

sola stonasse in quella calma ora di fiducia; egli era obbligato a darle del voi, e il voi le strideva

all’orecchio come un suono falso.

Quando sul tardi, Bruno si congedò, Nicla non potè trattenersi, e gli disse:

– Addio, bambino! Fa nanna! Gigi e Bruno sorrisero.

XX.

Per addobbare la casa di Milano in via Meravigli, erano stati mandati innanzi da Roma il

professore Salapolli, che doveva curare l’assetto della biblioteca, e la governante ungherese,

Maritza, che doveva disporre i mobili.

Ma giunti a Milano, Brunello s’era dichiarato contento del lavoro compiuto dal suo vecchio

maestro, e la contessa Clara Dolores aveva espresso la più viva disapprovazione per il lavoro

compiuto dalla governante.

Aveva ordinato che si tornasse daccapo, trasportando il mobilio dal secondo piano al primo,

dando tutto il primo piano a Brunello, mutando gli oggetti da stanza a stanza; onde ancora dopo

quindici giorni dall’arrivo, dopo più d’un mese dacchè la governante aveva lavorato, la casa dava lo

spettacolo d’un disordine che somigliava a uno sgombero interminabile.

Clara Dolores doveva ricevere i suoi amici così, in un salotto in cui i quadri erano

appoggiati a piè del muro, invece di pender dalle pareti, e le poltrone eran coperte di vecchie stoffe

accatastate; prendeva e offriva il tè sopra un angolo di tavolino, accoglieva insieme un’amica e il

tappezziere e lo stipettaio e il decoratore.

Bruno sbuffava; ella rideva noncurante.

Toccava ormai la quarantina; la sua figura era tuttavia snella ed elastica; ma i cosmetici del

Kallòtrofo e degli altri empirici le avevan presto avvizzito il volto, e le tinture bionde le avevano

devastato la chioma, bruciandola e tagliuzzandola. Aveva una testa da vecchia dipinta e rifatta

sopra un corpo giovanile e flessuoso; e la sola bellezza di quel viso erano gli occhi lunghi dalla

fiamma penetrante.

Dopo alcuni giorni dall’arrivo, Bruno, salendo verso le cinque a prendere il tè, aveva trovato

in salotto un signore, la cui fisionomia non gli parve ignota.

Non ebbe tempo a chiedersi dove l’avesse visto, che già Clara Dolores aveva fatto la

presentazione.

– Il mio Bruno. Il conte Duccio Massenti.

Bruno s’inchinò e si lasciò stringere la mano.

– Il conte è un vecchio amico di casa, – continuò Clara Dolores. – Tu forse non lo ricordi,

perchè eri piccino….

Bruno e il conte si guardarono di nuovo; ambedue rammentavano benissimo, ma nessuno

disse parola.

– Un vecchio amico e un fidato consigliere, – seguitò la contessa.

– Che cosa ti ha consigliato? – domandò Bruno in tono beffardo.

Ma la contessa spaurita dalla domanda insolente, finse di non averla udita, e parlò presto

d’altre cose, dell’addobbo, delle noie che le arrecavano gli operai, del tempo rigido.

Bruno ingoiò una tazza di tè, sogguardando il conte, fattosi canuto precocemente ma sempre

mellifluo, con un sorriso dolciastro sulle labbra. Il giovane sentiva in lui l’ipocrisia.

S’alzò, s’inchinò e se ne andò.

Duccio Massenti! Aveva un vecchio conto da saldare; ricordava bene ch’egli aveva offesa

Nicla in altri tempi; non sapeva come, non sapeva perchè, ma l’aveva offesa.

E gli venne l’idea, non appena fu da Nicla, di parlarne con lei.

Bruno andava da Nicla tutti i giorni, a qualunque ora, spesso trovandola sola, spesso con

altre signore giovani alle quali ella lo aveva presentato, dicendo in brevi parole ch’egli era stato il

suo fanciullo, il suo protetto; e poichè ne avevano udito parlare più volte, le signore lo accolsero

festosamente.

Quand’erano soli, Nicla e Bruno si davano ancora del tu; l’illusione era più forte d’ogni

ragionamento; e talora Brunello sedeva ai piedi dell’amica e posava il capo sulle sue ginocchia; ed

ella lo accarezzava lievemente.

Egli sentiva ch’ella era sua come aveva promesso; e invece di rallegrarsene. Bruno n’aveva

quasi sgomento. Nicla s’abbandonava a lui; s’egli avesse voluto baciarla, accarezzarla, prenderla tra

le braccia, ella avrebbe lasciato fare, nella inesperienza della sua anima; non sapeva d’essere bella e

desiderabile, o credeva che la sua bellezza fosse così pura agli occhi di Bruno da allontanargli ogni

pensiero cattivo.

Bruno la teneva in mano, inerte e arrendevole; ma sentiva la sua bellezza ben diversamente

da ciò ch’ella supponeva; e per non atterrirla, si frenava, nascondendo con cura la passione che

cominciava a soffiargli nel cuore.

Quando ella gli diceva di appoggiare il capo sulle sue ginocchia, egli tentava di rifiutare;

quando ella gli passava le mani sui capelli e sul volto, egli tratteneva un fremito, e con garbo,

sorridendo, le allontanava.

– Non mi vuoi più bene? – chiedeva Nicla.

– Sì, – egli rispondeva con voce malcerta.

– Perchè non lasci che ti accarezzi?

– Non so.

E si alzava di scatto e andava a posar la fronte contro i cristalli freddi della finestra.

Quel giorno le disse:

– Sai chi ho trovato oggi in salotto, dalla mamma? Duccio Massenti…

– Ah! – fece Nicla, reprimendo un moto di sorpresa.

– È molto antipatico, – osservò Bruno. – Mi ricordo ch’egli ti ha offesa, e non hai voluto mai

dirmene la ragione.

– Non è vero! – esclamò Nicla impaurita. – Non mi ha offesa.

– C’è sempre stato un mistero in quel piccolo incidente della nostra vita, – riflettè Bruno. – Io

voglio venirne a capo. La mamma mi ha detto che è un vecchio amico e consigliere fidato, e ciò mi

ha fatto ridere; temo sia stato lui a consigliar la mamma a tingersi i capelli color d’oro.

– Bruno! – esclamò Nicla in tono di rimprovero.

– Non mi vuoi dire dunque ciò che c’è stato fra te e lui? – incalzò Binino.

– Nulla; ti assicuro che non c’è stato nulla!

– Bada! – minacciò Bruno, alzando l’indice e sorridendo. – Bada che la tua ostinazione mi fa

pensare a molte cose brutte. Io ricordo ancora (ahimè, io ricordo tutto!), ciò che dicevi quel giorno

in barca a me e a lui…. E oggi più che mai, avrei piacere d’ammazzarlo come un cane.

Nicla s’alzò d’un balzo, tutta pallida, e afferrò Bruno tra le braccia.

– Se tu mi vuoi bene, – disse, – se tu mi vuoi bene, devi promettermi che non farai nulla, devi

prometterlo e giurarlo per ciò che hai di più caro…!

Ella lo stringeva sul seno, e il volto di lui era appoggiato alla spalla della giovane, gli occhi

erano fissi negli occhi.

Bruno sentì quel brivido che lo percorreva sempre, allorchè le mani di Nicla lo toccavano e

il profumo della sua persona lo avvolgeva.

Senza cangiar positura, con gli occhi affondati negli occhi di Nicla, muovendo appena le

labbra, disse:

– Perchè devo promettere?

– Per me, per la tua Nicla, per te stesso! – affermò la giovane.

– Io prometto a una condizione, – mormorò Bruno.

– Oh, il vile che si vende! – esclamò Nicla con un piccolo riso. – Sentiamo.

– A condizione che tu ti lasci baciare sulla bocca.

Impensatamente, dissennatamente, ella gli offerse subito la bocca.

E si baciarono, a lungo, gli occhi chiusi, con l’avidità di due anime che si confondono, con

la bramosìa con cui l’assetato beve, beve, beve, fino all’ebbrezza mortale, fino alla follia, fino

all’annientamento, si baciarono col cuore che pulsava vertiginoso, con la gioia di sentirsi vuotar le

vene di tutto il sangue.

Poi quando si sciolsero da quella stretta invincibile, si guardarono e videro gli occhi soli che

sfavillavano nel volto interamente bianco.

E tacquero.

Ciascuno era entrato nel cuore dell’altro e aveva capito.

La prima a riprendere la parola fu Nicla; ma la sua voce era nuova, col tremito che veniva

dal terrore d’un’anima sul ciglio d’un abisso imperscrutabile.

– La tua casa è pronta? – chiese, per dir qualche cosa.

– Non ancora! – rispose Bruno.

Tacquero di nuovo. Era impossibile parlar di cose comuni.

Avevano bisogno ambedue di raccogliersi e di meditare.

Nicla stava aggomitolata, meglio che seduta, in un angolo del divano.

Bruno trovò il suo sgabelletto e lo portò ai piedi di Nicla.

La donna fece un gesto istintivo, come per respingerlo.

– Lasciami! – supplicò Bruno.

Sedette ai suoi piedi, posò il capo sulle sue ginocchia, e pianse in silenzio.

– Bruno, – disse Nicla, a un tratto, con voce grave e pacata. – Ascoltami!… Devo dirti

qualche cosa che mi costa molto; ma tu comprenderai.

– Ti ascolto, – rispose Bruno senza muoversi.

Nicla si raccolse, meditò; poi con uno sforzo riprese:

– Oggi ho capito. Tu mi ami, non come una sorella; come una donna….

Arrossì, tacque ancora; si fece forza nuovamente, e soggiunse:

– Tu vorresti che io fossi la tua amante.

Bruno scosse il capo, ma non osò negare in altro modo.

– Ascoltami, Bruno. Io sono tua. Ma bada; tu non mi chiedi l’amore: tu mi chiedi la vita! Io

non saprei ingannare nessuno; e quand’anche sapessi, no, mio marito, colui che ti ha accolto a

braccia aperte e ti ha chiamato fratello, io non lo ingannerei. L’indomani del giorno in cui fossi stata

tua, mi darei la morte. Hai compreso?… Se tu vuoi ch’io muoia, chiedimi l’amore: e ti darò l’amore e

la vita; ma sopravvivere mi sarà impossibile…. Hai compreso…?

Egli si alzò.

– Ho compreso, – disse. – Non ti chiederò e non vorrò che il tuo affetto di sorella.

Nicla lentamente gli asciugò gli occhi arrossati da lagrime che parevano avergli bruciato le

palpebre

XXI.

Il professore Salapolli con molte circonlocuzioni e con un discreto timore, interrogò Bruno

intorno al libro che intendeva scrivere.

Gli pareva che da quando era arrivato a Milano, il giovane fosse irrequieto. A Roma, dove

aveva seguito per quattro anni i corsi universitarii, scegliendoli tra le materie che più lo

interessavano, era attivo e pertinace nel suo studio. A Milano si distraeva, stava quasi l’intero

giorno assente, un poco per rivedere la città, molto per vivere accanto a Nicla. E del libro non

diceva più parola, quasi l’avesse dimenticato.

Il Salapolli passava gran parte della giornata in biblioteca e solo, perchè al secondo piano

c’era un pandemonio, un disordine, un viavai di visite, che gli rammentavano i peggiori tempi di

Vienna e di Berlino. Come allora, la contessa non si stancava mai di ricevere; come allora, faceva

attaccare i cavalli da un istante all’altro, e usciva. Si faceva colazione e si pranzava quando si

poteva; e sempre c’erano invitati. Il cuoco, il cocchiere, la cameriera, il portiere, tutti si lagnavano.

L’instabilità della contessa, il suo dire e disdire, la vertiginosa attività che pretendeva, eran causa

che ad ogni poco i domestici si licenziassero, se non li licenziava ella medesima per un nonnulla.

Era il regno del capriccio: i fornitori portavano in casa oggetti svariati ch’ella degnava

appena d’uno sguardo e che aveva comperato in tutta furia un’ora prima, quasi non avesse potuto

viverne senza. Le era accaduto di regalar cappelli, vesti, scarpe, calze alla cameriera, alla manicure,

alla prima donnaccola che le capitava tra i piedi, senza aver nulla indossato, tutta roba nuova di

trinca: aveva visto di meglio; aveva pensato a un’altra foggia o a un altro colore.

A tavola, tra gli amici e le amiche, in una società elegante, scintillava di spirito e di grazia;

era affascinante a dispetto delle pitture che si metteva sul viso e dei capelli d’oro. Non si sapeva

comprendere come una donna intelligente e arguta qual’era si lasciasse abbindolare da tutti i

venditori di cosmetici portentosi e di acque vivificanti.

Non ne aveva alcun bisogno: la figura elastica, ancora bellissima, e lo spirito indiavolato le

davan tutte le vittorie che poteva desiderare; aveva ai piedi giovani dell’età di suo figlio e uomini

maturi. Il professore Salapolli, il quale, per desiderio di Bruno, sedeva a colazione e a pranzo con

quei signori, e sebbene si studiasse di tenersi in disparte, era trattato alla pari, vedeva che la

contessa quasi ogni giorno aggiogava qualcuno al suo carro; e col dovuto rispetto pensava che lo

schiavo non avrebbe avuto a sospirare molto.

Il solo che passava imperturbabile tra quel frastuono era Bruno; abituato al rumore dalla

nascita, non si stupiva di nulla, nè che si pranzasse alle dieci di sera, nè che si cenasse al tocco dopo

la mezzanotte, nè che la brigata intera corresse a una trattoria invece di far colazione in casa. Aveva

già visto tutto ciò con suo padre a Parigi e a Bruxelles, con sua madre a Vienna e a Berlino. Non se

ne annoiava e non se ne divertiva; prendeva parte a quel bulichìo come un uomo stretto e trascinato

dalla folla. Aveva in breve conosciuto tanta gente, che non ne rammentava nemmeno il nome, e se

gli avveniva d’esser salutato per via da persona che non ravvisava subito, pensava fosse un amico

della mamma, un frequentatore della casa.

La sensazione delle porte e delle finestre spalancate, l’imagine del vento che soffiava da

tutte le parti involando il danaro, gli erano abituali…. La sola cosa che lo stupiva un poco, si era che

il patrimonio resistesse ancora e che sua madre non si accorgesse della rovina imminente.

Spensierata e generosa, ella pareva invasa dalla furia di distruggere i resti d’una fortuna

cospicua, di due fortune cospicue, quella del conte e la sua. Faceva la beneficenza nella maniera più

impreveduta, regalando cento lire al primo cencioso che batteva alla porta, mandando mille lire a

un comitato che ne chiedeva cinquanta, non per vanità nè per grandezza, ma perchè le cinquanta e

le mille valevano lo stesso ai suoi occhi.

Bruno lasciava fare. Egli possedeva ancora il fondo della Tralda, di cui ritirava esattamente

il reddito di ottomila lire l’anno: e lo avrebbe difeso a prezzo del suo sangue, perchè quella somma

occorreva ad assicurare il trattamento di suo padre nella casa di salute.

Messo il papà al sicuro, non si occupava d’altro. La famiglia Traldi di San Pietro gli aveva

fatto intendere, appena tornato a Roma, che avrebbe avuto tutto ciò che poteva desiderare, se avesse

abbracciato la carriera ecclesiastica, aggiungendo che il suo nome e più il suo talento precoce e

straordinario gli assicuravano un avvenire impareggiabile.

Rimasti senza risposta, gli zii Guido e Giovanni – la nonna era morta poco dopo Francesco –

gli avevano mandato il notaio Alemanni(5) in persona a trattare e a circuirlo; ma nel ragazzo che

contava allora diciassette anni, il notaio riconobbe il bambino che gli aveva detto: “Tu non sai

niente; porta il denaro, e non perder tempo!”.

Il ragazzo lo aveva lasciato parlare e poi lo aveva garbatamente messo alla porta; onde gli

zii Guido e Giovanni avevano subito disposto perchè il loro patrimonio andasse intero a opere di

beneficenza e ad istituti di religione, tolto un lauto reddito per il notaio fedele. Non v’era dunque

speranza; gli ultimi danari che la contessa Clara Dolores sgretolava sotto i denti ancora

bianchissimi, eran veramente gli ultimi.

Bruno lo sapeva e rimaneva indifferente.

– Si può sapere, caro conte, – disse il professore Salapolli, – come vanno i suoi studii?

– Lo vedi, – rispose Bruno. – Non ho trovato ancora l’ubi consistam.

Erano nella biblioteca, nella quale il Salapolli si teneva al riparo dalla babele del secondo

piano; e accarezzando la barbetta aguzza, osservava Bruno, dicendosi che smagriva e impallidiva e

che doveva aver qualche nuovo demonio in cuore.

E pensava alla signora Nicoletta, alla Nicla famosa, e si stupiva, nella sua inesperienza da

topo di biblioteca, che la bella donna esitasse ancora a far contento il bel ragazzo.

– No, – egli riprese. – Intendo parlare del suo libro, caro conte, di quel libro, sa?…

– Eh, che vuoi? Ci penso! – rispose Bruno. – Io voglio farne un poema di speranza e di gioia;

e,dalla penna non mi stilla che amaro. Già tre volte ho cominciato, e già tre volte ho dovuto

smettere.

– Questo non è degno di lei! – obiettò il Salapolli con franchezza.

– Come! – esclamò Bruno sorpreso.

– Ripeto: non è degno di lei! – insistette il Salapolli Ostinato. – Perchè scrivere un poema con

un preconcetto? perchè voler che esso dica la gioia e la speranza?… Dica ciò che sente! La penna

stilla amaro? E lei scriva amaro! La penna stilla dolce? E lei scriva dolce…. In ogni modo, non

scriva falso…! È il grande precetto oraziano.

– Ah, caro Pantalone! – esclamò Bruno. – Se versassi in un libro metà del veleno che ho in

cuore, avvelenerei mezzo mondo.

– E tanto peggio per il mondo! – fece il Salapolli, alzando le spalle. – Un capolavoro vale il

mondo intero.

– Su, su, vecchio matto! – -disse Bruno ridendo. – Tu mi credi capace di scrivere un

capolavoro?…

Il Salapolli squadrò il suo allievo, pallido e nervoso, che sembrava divorato da un fuoco

interno.

– Eh! Chi sa? – mormorò.

Quindi, arricciando la punta della barba intorno all’indice destro, soggiunse:

– Tutti i capolavori sono nati dalla passione; l’odio, l’ira, lo sdegno, hanno creati i

capolavori; la gioia non ha mai creato nulla!

– È ardito ciò che dici! – osservò Bruno.

– Non lo dico io: lo dice la storia di tutte le letterature.

– Talchè, la disperazione potrebbe produrre il capolavoro?

– Sovente, sovente!…

– Andiamo, pagliaccio! E il Don Chisciotte, e il Decamerone, e il Canzoniere, da quale odio

son nati?

– Ma il genio di tutti i genii non ha scritto l’Inferno per odio e per vendetta, per ira e per

isdegno? Ma nello Shakespeare, dall’Otello all’Amleto, non sente il turbine di tutte le passioni? E la

disperazione non ci ha dato il Werther? Mediti ciò che le dice un uomo, il quale non s’intende di

nulla, fuor che di libri; se ha veleno nel cuore, lo lasci libero; sarà fecondo!

Bruno crollò il capo ridendo e parlò d’altro.

Ma gli parve molto strano che in quei giorni anche Clara Dolores gli tenesse parola del

libro.

Ella sapeva da tempo che il figlio aveva un’inclinazione spiccata per la letteratura e andava

preparando la sua prima opera; e gliene chiese notizie.

– Nulla di buono, nulla di pronto, cara mamma! – rispose.

– Io volevo dirti…. – seguitò sua madre.

Ma guardando il figliuolo che fumava una sigaretta, seduto in un angolo del salotto

finalmente ordinato, non osò proseguire.

– Volevi dirmi? Hai paura di dir qualche cosa a tuo figlio? – interrogò Bruno.

– Ho paura di farti dispiacere….

– Coraggio, mamma! – fece il giovane ridendo.

– Ebbene, volevo dirti che disapprovo le tue intenzioni, che se potessi, contrasterei il tuo

desiderio di darti alla letteratura.

– Davvero, mamma?…

Egli fece quella esclamazione con accento di meraviglia sincera; e interrogava attonito il

volto di sua madre. La prima opposizione alle sue più dilette cure gli veniva da una madre, la quale

non s’era mai altrimenti occupata di lui.

– Sì, – riprese la contessa. – Io avrei voluto che tu ti dessi al commercio o all’industria, che tu

entrassi, per esempio, in una Banca….

– Ma è impossibile, cara mamma! – esclamò Bruno. – La mia coltura non è fatta per ciò; la

conoscenza del latino e dei classici è assolutamente inutile per le Banche. Non è che io tenga in

poco conto il commercio e l’industria; si è che son nato ad altro, e son preparato per altro.

– Giovane come sei e col tuo ingegno, in breve tempo ti faresti la coltura necessaria per una

professione più pratica! – ribattè la contessa.

– T’inganni. Non avendo alcuna passione per il commercio, non vi apporterei nulla, – rispose

Bruno. – E resterei sempre tra gli ultimi.

La contessa tacque un istante, quasi cercasse argomentazioni più decise.

– Si è che, – ripigliò quindi, – si è che la letteratura non ti darà altro che fumo. Tu hai bisogno

d’una posizione indipendente, e i poemi e i romanzi e tutte le forme di letteratura non riusciranno a

fartela. Se non avrai danaro tuo, stenterai la vita. Un poema, oggi, non si paga nemmeno: un

romanzo si paga poco, e può costarti un anno, due, tre, di lavoro e di fatica. Hai scelto una carriera

alla quale occorrono non soltanto qualità d’ingegno, ma qualità di carattere che s’avvicinano a

quelle d’un apostolo o d’un martire….

– Mamma, – interruppe tranquillamente Bruno, – queste idee non sono tue.

– Lo confesso, – rispose Clara Dolores. – Non ho sufficiente esperienza della vita letteraria

per giudicarla con sicurezza. Sono idee degli amici coi quali ho parlato di te e ai quali ho chiesto

qualche consiglio….

Bruno si levò d’un balzo.

– Duccio Massenti! – esclamò.

La contessa non rispose.

– Duccio Massenti! – ripetè Bruno. – È lui che ti consiglia a contrastar la mia strada e a

spingermi verso una Banca, presso la quale sarei e resterei l’ultimo degli impiegati?

Si fermò innanzi alla contessa che stava seduta in una larga poltrona, l’oro del cui arco

superiore si confondeva con l’oro della chioma. La signora volgeva a suo figlio uno sguardo di

muto stupore.

– Vedo che non capisci, – disse Bruno, – ed è naturale. Io non ti ho mai detto che Duccio

Massenti lo conosco da dodici anni e lo rammento benissimo. Era sul lago lo stesso giorno e la

stessa ora in cui tu sei venuta a trovarmi; è ripartito per Sonnenberg, dove tu villeggiavi,

ventiquattr’ore dopo la tua partenza. A Sonnenberg tu eri con lui.

La contessa fece un gesto, ma Bruno proseguì subito:

– Tutto ciò non mi riguarda, sono io il primo a riconoscerlo. Non alzo gli occhi su mia

madre, della quale devo avere ed ho il più vivo rispetto. Tutto ciò non mi riguarda!

Si fermò un poco, con la sigaretta che fumava tra l’indice e il medio della destra.

– Tornato qui, – riprese, – ho incontrato di nuovo Duccio Massenti come amico di casa e

consigliere. Sta bene. Egli non ha detto nulla ed io non ho detto nulla della nostra antica

conoscenza e di una gita in barca, durante la quale io, fanciullo innocente, ho scoperta la trama

ch’egli andava tessendo.

S’interruppe ancora; quindi con voce secca e metallica, una voce diversa da quella con cui

parlava abitualmente a sua madre, seguitò:

– Ma occorre che tu lo avverta di star quatto e di non dare consigli sopra un argomento così

geloso come è la mia carriera. Bisogna ch’egli non si occupi assolutamente di me, se vuole che io

non mi occupi assolutamente di lui. Tu capisci, mamma, che si tratta d’una vera necessità. Può

consigliare chiunque sopra qualunque cosa, non me sopra la letteratura o il commercio. Mi ha già

fatto male. Non me ne faccia altro!

Ripetè con la voce stridente e un lampo negli occhi:

– Non me ne faccia altro!…

– Io non sapevo nulla di tutto questo! – mormorò la contessa.

Bruno si piegò, le baciò la destra, e con voce carezzevole soggiunse:

– Hai ragione, povera mamma; tu non sapevi nulla, e ti chiedo scusa d’aver parlato con

qualche vivacità. Ma Duccio Massenti sa tutto, e deve guardarsi.

Dopo quel colloquio, Clara Dolores non parlò più a suo figlio di letteratura; ma Bruno

s’accorse che Duccio Massenti era scomparso. A qualunque ora egli salisse da sua madre, a tutti i

ricevimenti, a tutti i pranzi, a tutte le gite di piacere, non gli avveniva mai d’incontrar Duccio

Massenti.

Bruno pensò che sua madre lo avesse messo alla porta, dopo una spiegazione; e non era

lontano dal vero.

L’accenno alla conoscenza di dodici anni prima e alla gita in barca avevan posto la contessa

sopra una traccia; e non le era stato difficile andar fino al fondo. Duccio Massenti era stato il suo

primo fallo, ed egli lo sapeva; e sapendolo contava d’abbandonarla alla lesta per contrarre un ricco

matrimonio. La contessa pensava mortificata che la signorina Dossena doveva aver capito tutto, e

che in quell’episodio singolare stava la ragione misteriosa per la quale il matrimonio con Duccio

Massenti era sfumato, e poco tempo di poi la signorina sposava Gigi Barbano, contro l’aspettazione

di tutti.

Il cinismo di Duccio, l’offesa fatta a lei e a Nicoletta, le parvero mostruosi; e chiamato in

fretta Duccio Massenti dopo il colloquio con Bruno, e strettolo di brevi domande sicure, lo aveva

cacciato di casa, in un impeto di furia irrefrenabile.

XXII.

Brunello Traldi era tornato savio.

Lo diceva egli stesso qualche volta con espressione infantile:

– Vedi come sono savio?

E Nicla gli sorrideva per gratitudine, certa che nessun pericolo li minacciava or mai più.

Il tempo s’era fatto bello; v’eran giornate in cui entrava dalle finestre un soffio di primavera

precoce, e dal palazzo Barbano si vedeva il lungo tratto fra via Santa Margherita, piazza della

Scala, via Manzoni, tutto scintillante di sole, tutto brulicante di folla; il rumore saliva infaticato a

dir che la festosa vita primaverile non era lontana e che la gente fluiva per le strade a godersi il sole

e la fresca aria. Si parlava d’anticipar la partenza per la campagna e già al sabato impiegati e

commessi e lavoratori correvano a far gite, lasciando quasi deserta la città.

Brunello Traldi era savio.

Non chiedeva più di baciar la bocca della sua amica e non era nervoso.

Aveva fatto appello alla forza di volontà della quale si vantava, ed era giunto a far tacere le

inquietudini del senso. Non provava, come aveva pel primo temuto egli stesso, alcuna gelosia di

Gigi; era fraterno con lui. Non si appartava selvaticamente, e sosteneva con gli amici e le amiche di

casa Barbano le conversazioni leggere, spesso fatue, che interessano le persone oziose.

Usciva a passeggio, non sovente per non esser troppo notato, ma qualche volta, con Nicla, e

andava con lei ai giardini che rinverdivano e di volta in volta si facevano più ricchi di fronde.

Gigi Barbano lo aveva invitato già a passar qualche tempo in campagna, sulla riva del lago,

non appena egli e Nicoletta vi si fossero recati; e Bruno aveva ringraziato senza promettere.

– Perchè? – gli aveva chiesto Nicla. – Perchè non hai detto subito di sì?

Egli non sapeva; aveva obbedito a una oscura voce.

– Che vuoi? – confessò infine. – Riveder quei luoghi che mi sono tanto cari, dove sono stato

felice con te e col mio papà…. Che vuoi? Ho paura!…

Nicla non aveva insistito.

– Eppure sarebbe molto bello! – disse soltanto. – Si tornerebbe fanciulli!

Bruno scosse il capo con espressione di dubbio.

Il ragazzo di vent’anni aveva dato a pensare a qualcuna fra le amiche di Nicla; le più

maligne supponevano senz’altro ch’egli fosse l’amante della giovane, e parlavan di quel povero Gigi

Barbano con un lieve senso ironico; le più accese guardavano Bruno e si sforzavano a farsi

corteggiare.

Sveltissima tra queste era una signora sui ventiquattro anni, bella d’una bellezza sensuale, i

cui occhi velati potevan dire le parole che la bocca taceva.

Si chiamava Claudia Viviani; e avendo più volte incontralo Bruno presso Nicla, n’era

rimasta assai piacevolmente impressionata. Accortosi ch’ella si faceva leziosa con lui e desiderava

essere sedotta, Bruno ne aveva riso; e pungendola e irritandola, l’aveva aizzata ancor meglio.

– Lasciala stare! – gli aveva detto Nicla. – Finirà con l’odiarti!

Ma Nicla non esprimeva tutto il suo pensiero; stranamente sentiva che l’incessante

schermaglia tra Claudia e Bruno, una di quelle schermaglie che il più spesso buttano gli schermitori

l’una nelle braccia dell’altro, la torturava come un’acuta e feroce tortura.

Non sapeva dirsene la ragione; eppure quando vedeva Claudia col volto a un dito dal volto

di Bruno, e vedeva quegli occhi velarsi e promettere, Nicla domava a fatica l’impeto di gettarsi tra il

giovane e la signora e di cacciar la signora come l’avesse sorpresa a rubarle qualche cosa che le

apparteneva.

Claudia, invelenita dalla mordente indifferenza di Bruno, s’era fatta ardita.

– Vi piace il mio nome? – gli chiese un giorno.

– No! – rispose Bruno.

– Come, non vi piace? Eppure è pagano, è classico!…

– Senza dubbio! – esclamò Bruno ridendo. – Ma Claudio in latino significa zoppicante….

La signora si morse le labbra.

– Non siete gentile! – disse.

– Io non sono mai gentile! – rispose Bruno.

E tuttavia quello stesso giorno, durante quella stessa visita, Claudia trovò maniera di dirgli

spiccicatamente, alla presenza di Nicla, che tutti i giovedì era sola, dalle tre alle sette.

Non appena ella se ne fu andata, Nicla balzò in piedi, e fece alcuni passi, come smarrita.

– Ebbene, – chiese Bruno attonito, – che cosa avviene, Nicla?

La giovane gli si volse.

– No, è troppo! – esclamò. – È troppo!… Tu non andrai da quella sfrontata?

– E quando dovrei andare?

– Non hai udito? Giovedì, dalle tre alle sette!… È troppo!… Quella donna perde la testa!…

– Lo ha detto per me? – domandò Bruno con indifferenza. – Non le ho badato….

– Sì? Non le hai badato? – fece Nicla, muovendo un passo per accarezzar Bruno, e

trattenendosi subito. – Allora non andrai?

– Certamente che no!

– Non ho bisogno di fartelo giurare? – insistette Nicla.

Bruno sorrise.

– Tu m’hai insegnato, quand’ero piccino, che del giuramento non si deve abusare, e che la

parola basta!…

– È vero: ma giuramelo!

– Te lo giuro! – affermò Bruno.

Poi guardando la sua bella amica pallida, che s’era lasciata andare in una poltrona,

soggiunse:

– Ma come sei agitata!…

– Sì, è vero! – confessò Nicla. – Quella cattiva donna mi ha messo l’inferno, il fuoco, nel

cuore. Non ho mai sofferto tanto….

E per spiegare a sè e a Bruno l’agitazione che la faceva tremare, seguitò:

– È lo spettacolo della sua sfacciataggine, del suo ardire, che mi fa male. Non sapevo che

una donna, una donna rispettabile, può aver tanta impudicizia. E ciò mi sconvolge.

– Senza dubbio! – confermò Bruno. – Io lo sapevo, e sono tranquillo.

Tacquero un istante. Bruno vedeva che Nicla combatteva una battaglia con sè stessa, e

voleva e non voleva, ed era inquieta. Alfine ella si decise, e chinando il capo a guardarsi la punta

delle scarpette, disse:

– Bruno!

– Che c’è?

Nicla tacque di nuovo. Bruno rise.

– Devi dirmi una cosa difficile! – osservò.

– Sì, – confessò Nicla. – Aiutami!

– Come posso aiutarti?

– Hai ragione: non sai….. Volevo chiederti….

Esitò ancora; poi, con uno sforzo supremo, abbrancandosi ai bracciuoli della poltrona, osò:

– Volevo chiederti se hai avute molte amanti?

– Molte? – ripetè Bruno sorridendo. – A vent’anni?

– Ma qualcuna sì?

– Qualcuna sì! – confermò Bruno.

– E ora? Quante ne hai?

Bruno scosse il capo.

– Non ne ho! – disse con franchezza.

E sbigottito vide che il volto di Nicla s’irradiava d’una gioia, d’una felicità così palesi, così

grandi, che davano ai suoi occhi una luce sfavillante. Volle provar meglio, dubitando ancora; e con

finta aria d’indifferenza soggiunse:

– Ma prenderò ora quella stupida tua amica, la Viviani, perchè ciò le fa piacere!…

Nicla mandò un grido soffocato.

– No! – disse. – Te ne supplico. Amore mio, te ne supplico!… Vuoi che mi getti ai tuoi piedi,

per supplicarti di più? Amore mio, non farmi morire!… Tu, nelle braccia d’un’altra donna, che ti

bacia e ti accarezza?…

Istintivamente e lentamente s’era drizzata.

Poi ricadde di schianto e si passò le mani sul volto come trasognata.

– No. Che cosa ti dico? Che cosa ti ho detto? – mormorò. – Non mi badare; prendi tutte le

donne che vuoi, tutte le donne che ti piacciono. È il tuo diritto. Ciò non mi riguarda.

Bruno le accarezzò le mani con dolcezza.

– Non sei tu la mia amante? – disse. – Tu sai che io non amo e non desidero che te. Ma noi

non possiamo ingannare. E non avrò altre donne. Te lo prometto, Nicla. Te lo giuro!

Ella levò gli occhi umidi a guardarlo con speranza.

Lo vide diritto come uno stelo, così elastico che pareva pronto a scattare in corsa. La fronte

era senza rughe, la bocca ancor fresca e rosea come d’una fanciulla; una pelurie lieve adombrava

appena il labbro superiore, e gli occhi splendevano nel carnato olivastro. Era la giovinezza

medesima, sciolta e possente, assetata d’amore.

– Oh, tenerezza mia! – esclamò Nicla con un grido d’angoscia cocente. – Bambino mio, è

assurdo ciò che tu mi giuri!

Poi, non appena egli volse le spalle per uscire, la giovane si rannicchiò nella poltrona.

Spasimava per quella freccia, di cui doveva portare il peso e il segno nel fianco tutta la vita.

XXIII.

In principio di quella estate, Bruno andò a Parigi a trovare suo padre.

Vi andava ogni anno, almeno un paio di volte: e per l’effetto, quelle visite eran più inutili, e

per l’impressione più disperate che la visita a una tomba.

Bruno ne tornava sempre col cuore affranto.

Suo padre, ch’egli amava con tenerezza infinita, non lo guardava; o lo guardava ora con

occhio stupido, ora con occhio torbido. La bocca che tanto aveva riso e sorriso, che aveva saputo

dir frasi di sottile arguzia e amabili parole, era aperta a un ringhio di minaccia o a un riso ebete.

L’affascinante conte Fabiano, il quale aveva attraversato mezza Europa in un’affannosa ricerca del

piacere, seminando il denaro e facendo tutti allegri quelli che lo avvicinavano, perchè gli era

intollerabile vedersi intorno visi scorati o smorfie d’angustia, non era più se non una rovina. Il volto

solcato da rughe mordenti, i capelli bianchi, la barba bianca scomposta, la schiena curva innanzi

tempo, davan l’imagine della decrepitezza; le mani stesse eran secche e gonfie di grosse vene; e i

denti eran caduti tutti.

Bruno lo chiamava, gli si metteva innanzi, lo accarezzava, cercava rammentargli nomi e

cose d’un giorno; la mamma, Villa Florida, il vecchio Elia Polacco, la sua amica Paulette Demours,

Parigi, lo zio Francesco, Nicla, Salapolli detto Salafame. Invano: era come gridar dentro un pozzo

senza eco.

Non rispondeva nemmeno al suo nome; si lasciava scuotere, e rimaneva insensibile.

Nulla era più spaventevole di quello sguardo aperto sul vuoto, di quello sguardo che non

vedeva.

Dopo lunghi sforzi, con lagrime silenziose che gli rigavano il volto, Brunello si ritraeva,

senza chiedere notizie ai medici. Ciò che aveva visto diceva meglio di qualsiasi parola ciò che si

poteva attendere.

Da Parigi scrisse a Nicla una lunga lettera di dolore.

Nicla, ch’era già in villa, rispose una lunga lettera di passione. Supplicava Bruno d’andare in

campagna, direttamente al ritorno da Parigi; avrebbe riposato là, avrebbe trovato memorie care;

tutti sarebbero stati felici di rivederlo, anche il vecchio buon vetturale.

Bruno tornò da Parigi, ma tornò a casa sua.

Un sordo inesplicabile presentimento lo teneva lontano dalla campagna e da Nicla, sebbene

desiderasse, anzi forse perchè desiderava appassionatamente l’una e l’altra.

Ormai egli a Nicla e Nicla a lui s’eran confessati: si amavano.

E dover vivere sotto il medesimo tetto, passare la notte in camere forse vicine, essere

martoriati di continuo dal desiderio ed eccitati senza posa da incantevoli ricordi, gli pareva

supplizio da fiaccar le forze del più tenace lottatore.

Nicla nella sua inesperienza poteva illudersi; egli non s’illudeva affatto.

E perchè cercare volontariamente e deliberatamente un martirio inutile? Perchè sfidare il

pericolo?

Talora si diceva che non era umano lottar con sì ostinata costanza; meglio valeva lasciarsi

travolgere dalla passione, correre da Nicla, suggellarle la bocca con la bocca, perdersi per sempre in

un delirio senza nome e senza fine.

Egli non aveva mai conosciuto la felicità; la felicità era Nicla, che pareva gelida e ardeva; la

felicità era Nicla, così sua, così legata a lui con tutte le più dolorose fibre dell’anima, che ella gli

avrebbe dato amore e vita e passione, in un grande inenarrabile empito di gioia. Meglio era amarsi

per un’ora sola, suprema, e poi morire.

Ma quando pensava in tal modo, e il sangue gli martellava nei polsi col furore dissennato

dei suoi vent’anni, gli si faceva tosto innanzi l’imagine di Gigi Barbano.

Gigi Barbano gli aveva gettato le braccia al collo e gli aveva detto: “Tu sei un fratello, e ti

accolgo come un fratello!”. E a Nicla aveva detto: “Mi fido!”.

Nè mai per un solo istante, per un solo attimo, aveva mentito alla sua parola. Nulla gli era

più caro che aver Brunello alla sua mensa; nulla gli era più caro che parlar con Brunello; spesse

volte gli aveva detto parole di conforto, animandolo a lavorare, a dar prova di volontà e d’energia;

con tatto squisito chiedeva sovente notizie di suo padre; e rievocava il passato di Brunello e la vita

sul lago e i giuochi e le corse nel bosco con Nicla.

Non era possibile ingannare un tale uomo. Nicla aveva ragione. Valeva meglio morire.

Gigi Barbano aveva ricevuto parecchie lettere anonime; Nicla lo aveva capito dall’insistenza

di certune col francobollo di città e con calligrafia alterata, che per maggior sicurezza erano

indirizzate a casa invece che allo stabilimento. Lo insultavano? Lo aizzavano? Lo beffavano?

Venivano da donne o invidiose di Nicla o desiderose di strappar Bruno al fascino di lei e di

impossessarsene.

Gigi aveva avuta la forza magnifica di non curarsene. Non gli importava nulla della

opinione pubblica, nè di parer ciò che non era: sapeva di non essere. E non domandava nemmeno

se e quando e quanto era stato Brunello. Aveva detto “Mi fido”. Si fidava. Aveva detto “Sei un

fratello”. Era un fratello. Meglio morire che ingannare un tale uomo!

Per tutto questo, Brunello era tornato direttamente a Milano.

Quantunque l’estate affocasse le strade e le case della città, Clara Dolores v’era ancora.

Stava scegliendo la sua campagna e aveva fatto più disegni: la Svizzera o il Cadore, un

viaggio al nord o una crociera nei mari d’Oriente. I bauli eran chiusi da tempo; ma avendo bisogno

ora d’un abito, ora d’un paio di guanti, li faceva aprire, gettava tutto all’aria, e lasciava che la

cameriera si rimettesse a ordinarli, fin che l’indomani non fosse venuta di nuovo la necessità

d’aprirli e di scompigliarli.

– Sono una scervellata, non è vero? – diceva a Maritza la governante.

– La signora contessa è padrona! – rispondeva Maritza.

Ella era secca a guisa d’uno stoccafisso, e più indifferente che una orientale fatalista; non

diceva che la contessa non fosse una scervellata; soltanto, essendo padrona, poteva essere

scervellata a piacer suo, e nessuno aveva diritto a contrastarla.

Clara Dolores aveva trovato a Milano ancora un manipolo di signore e di signori che vi si

trattenevano per gli esami dei figliuoli o per ragioni d’affari; e con quelli si divertiva a fare

scampagnate nei dintorni e a inventare ogni giorno un pretesto urgente per muoversi e muovere con

lei tutta la brigata. Bruno le aveva consigliato di prendere una automobile.

Ella respingeva il consiglio con orrore.

– Nulla di più borghese e di più ridicolo che un’automobile!

– Ma, – osservò Bruno, – quando si fanno come te gite di venti e trenta chilometri,

l’automobile è comoda.

– Una pariglia è ugualmente comoda! – ribattè la contessa.

– Bisognerebbe domandarlo ai cavalli! Tu li ammazzi!

– Domattina andiamo a far colazione fuori! – disse Clara Dolores per tutta risposta. – Verrai

anche tu?

– Verrò, – promise Bruno.

E l’indomani mattina, nel cortile di via Meravigli, tre carrozze aspettavano; il paniere di

vimini della contessa con due sauri poderosi, e due vetture scoperte con pariglie di bai.

Tutta una comitiva di dodici persone scendeva per le scale, uomini e donne con abiti chiari,

chiacchierando e ridendo; i domestici seguivano con le ceste perchè la colazione si faceva all’aria

aperta, in piena campagna.

Bruno che precedeva, scorse nel vestibolo un signore, il quale parlava col portiere; e questi

a capo scoperto gli dava indicazioni. Era Gigi Barbano.

– Gigi! – esclamò Bruno, correndogli incontro gioiosamente. – Cerchi di me?

– Sì, – rispose Gigi, stringendo la mano al giovane. – Mi dispiace di giungere in momento

così inopportuno!

– Che, che! Rinunzio subito alla gita; farò colazione con te. Vieni, che ti presento a mia

madre.

La contessa stava nel mezzo d’un crocchio e assegnava i posti, con una certa abile malizia

perchè tutti si trovassero appaiati opportunamente; e faceva i nomi delle coppie, che si

presentavano, salutavano e sorridevano.

– Che intelligenza! – borbottò un giovane vestito di bianco. – Come ha fatto a comprendere

che io non posso vedere la contessa Sbrùgola e l’ha ficcata nell’altra carrozza?

– Mamma! – chiamò Bruno.

– Caro? – disse Clara Dolores, allontanandosi un istante dai suoi ospiti.

– Permettimi di presentarti il mio amico Gigi Barbano.

– Oh, ne ho molto piacere! – esclamò la contessa, stendendo a Gigi la destra, ch’egli baciò. –

Io ho conosciuto la sua signora quand’era signorina Dossena; e non l’ho più dimenticata, tanto era

bella e gentile….

– La ringrazio! – disse Gigi inchinandosi.

– Oggi deve essere un fiore! – seguitò la contessa. – La rivedrei volontieri.

– Ma Nicoletta sarà felice di venire a presentarle i suoi ossequi, – rispose Gigi, – non appena

sarà di ritorno dalla campagna.

– Lei mi permette, non è vero? – soggiunse la contessa, indicando con gli occhi i suoi ospiti.

– Vada, vada, contessa! – esclamò Gigi, inchinandosi e baciandole di nuovo la destra. – La

prego!

– Mamma, io rimango! – annunziò Bruno.

– Naturalmente! – rispose Clara Dolores.

Gigi la vide allontanarsi, rientrar nel crocchio, dare ordini ai domestici, sorridere agli amici,

osservar che tutto fosse ben disposto: salire infine nella sua carrozza e guardarsi ancora in giro per

l’ultima occhiata.

– Che brio! – esclamò Gigi. – Che grazia!

– È la sua vita! – osservò Bruno. – Se non ha una brigata da comandare e un po’ di fracasso

intorno, sta male.

Assistettero alla sfilata delle carrozze, che passavano sotto l’atrio con fragore di zoccoli

ferrati; e salutarono.

Poi Bruno disse:

– Hai da parlarmi? Vieni su!

Lo fece salire al primo piano e lo introdusse nello studio.

Era una camera quadrata, con tappezzeria d’un colore bigio a righe verticali; sulle pareti

alcune vecchie stampe inglesi in cornici sottili di mogano e un quadretto, una testa di donna della

scuola del Rembrandt. Pochi mobili, di forma semplice; sulla tavola da lavoro, in un angolo, una

stupenda riproduzione della Giuditta del Botticelli; presso la tavola, una piccola biblioteca girevole

in cui erano adunati libri di consultazione e autori prediletti. Unico lusso, una grande larga poltrona

di cuoio, nella quale Bruno si stendeva qualche volta a fumare.

Volle che Gigi prendesse posto in quella poltrona.

– Hai da parlarmi? – ripetè.

– Ma no, caro Brunello! – rispose Gigi sorridendo. – Nulla di grave. Son venuto a

prenderti….

– A prendermi?

– Sì. Perchè non vuoi venire in campagna? Io ti ho invitato più volte; Nicoletta ti ha scritto a

Parigi…. Come hai trovato tuo padre?

Bruno non rispose, ma i suoi occhi s’infoscarono.

– È triste, è orribilmente triste! – esclamò Gigi che aveva compreso. – Tu hai bisogno di

distrarti; e per ciò ti abbiamo pregato e ripregato di venir da noi…. Forse ci tieni il broncio per

qualche ragione che non sappiamo.

– Oh, amico mio! – disse Bruno, afferrando la mano di Gigi. – Il broncio con te, con voi?

Si alzò e si mise a passeggiare inquieto.

– Non so che cosa mi tenga lontano! – soggiunse, fermandosi d’un tratto innanzi a Gigi. – Mi

pare che quella campagna, che mi è stata tanto cara, sia ora tutta lagrime; mi pare ch’io debba

piangervi e disperarmi! Troppi ricordi felici contrastano col presente! Vedi: tu hai ammirato mia

madre per la grazia ed il brio. È una donna straordinaria; è la sola persona che invidio; trova dentro

di sè una energia e una volontà che mi sbalordiscono ogni giorno come un nuovo miracolo. Io non

trovo nulla.

– Tu troveresti nel lavoro quel che cerchi! – rispose Gigi. – Ma lavorare non vuoi!…

– Non voglio? – ripetè Bruno. – Vorrei! Soltanto, ho nel cuore un tale frastuono….

S’interruppe; qualcuno batteva all’uscio.

– Avanti! – disse Bruno.

Il professore Salapolli varcò la soglia, ma vedendo uno sconosciuto, si ritrasse.

– Vieni, vieni! – gridò Bruno. – Vieni che ti presento!

E a Gigi disse:

– È il mio vecchio maestro, Salapolli!

Il vecchio inoltrò, e Gigi gli strinse vigorosamente la mano.

– Mi aiuti, – disse. – Sto pregando Bruno di lasciar per qualche tempo questa città infocata e

di venir da noi in campagna. Forse gli gioverà anche pel suo lavoro.

– Ma senza dubbio! – esclamò il Salapolli, deponendo la posta sulla tavola. – Il signor conte

verrà!…

Bruno sorrise.

– Come promettete sicuro per gli altri! – osservò.

– E dove vuol vivere meglio che in campagna, – ribattè il Salapolli, – meglio che in casa

Barbano, tra amici fidati? Che cosa fa qui, se non passeggiare nervosamente nel suo studio e nella

biblioteca l’intero giorno? Dicono che i vecchi sono ostinati; eppure tra il signor conte e me, il più

ostinato è ancora lui!

– Verrai? – incalzò Gigi.

– Vada, vada! – insistette il Salapolli. – Lei che è tanto cortese, non si faccia pregare!… E poi,

già, devo confessarle che lei m’ingombra….

– Ti pare che sia abbastanza insolente? – disse Bruno a Gigi, ridendo.

– Io voglio cambiar l’ordine della biblioteca, – seguitò il Salapolli, – e con l’aiuto d’un

domestico, in pochi giorni le faccio trovare qualche cosa di nuovo. La libreria antiquaria da una

parte; i classici dall’altra; i moderni in una terza…. Ho già pensato…. Ma se sta qui, non farò nulla,

perchè non voglio che mangi polvere.

– E tu non la mangi? – osservò Bruno.

– Io non ho mangiato altro in tutta la mia vita! – disse il Salapolli. – E la polvere dei libri mi

fa bene!…

Bruno esitava, combattuto tra il timore di ritornare a quei luoghi e il desiderio di non essere

scortese: il bisogno di riveder Nicla, di udirne la voce, d’ammirarne gli occhi e la bocca, di lasciarsi

cullar dalla sua voce, gli bruciava le vene.

Gigi Barbano diede l’ultimo colpo.

– È deciso, allora? – disse a maniera di conclusione. – Troverai in villa anche la zia, che non

conosci. La zia Amelia ha udito parlar tanto spesso di te, che desidera vederti. E nessuno ti lega;

prova. Starai un giorno, due, tre; e se non ti troverai a tuo agio, scapperai subito! Non ti sembra?…

Starai sette giorni, ecco: sette giorni….

Il vecchio Salapolli borbottò tra i denti:

– Sette giorni! “Sette paia di scarpe ho consumate – Di tutto ferro per te ritrovare”.

– È inteso! – disse Bruno, stendendo la mano all’amico. – Sarò da voi domani!…

E quando egli ebbe varcata la soglia. Bruno si volse al Salapolli, e gli annunziò:

– Domani! Vado da Nicla domani. Hai capito? Tu credi ch’io sarò felice?

– Sarà felice lei e sarà felice la signora! – rispose il Salapolli.

E finì lo stornello, ch’egli aveva le mille volte cantato a Bruno quand’era bambino a Parigi:

– “Tu dormi alle mie grida disperate – E il gallo canta e non ti vuoi svegliare!”.

– Silenzio! – interruppe Bruno, scosso da un brivido subitaneo.

XXIV.

Quando la zia Amelia, una vecchietta di circa settant’anni che si appoggiava a un bastoncino

d’ebano per civetteria perchè non ne aveva alcun bisogno, vide Brunello balzar dalla vettura del

treno, esclamò:

– Che bel ragazzo!

Nicla celò il volto in un mazzo di rose perchè gli altri non s’accorgessero che arrossiva.

Erano andati tutti incontro a Brunello con la carrozza; dalla stazione alla villa v’eran cinque

minuti di strada in discesa.

– Una valigia così piccola? – osservò Gigi, guardando la valigia che il giovane aveva affidato

al domestico.

– Per sette giorni, – rispose Bruno sorridendo. – Ma a Milano è pronto un baule.

Baciò la mano alla vecchia signora e a Nicla, i cui occhi parevano più grandi nella gioia.

E salirono in carrozza

– Tutti mi hanno parlato di te, – disse la zia Amelia a Bruno. – Tu mi permetti di darti del tu?

Io posso essere la nonna! E mi dicevano che sei bravo e gentile e colto…. Ma come sei fine! Un

poco magro; a vent’anni il sangue arde e smagrisce…. Sei un bel ragazzo, d’una gentile bellezza!…

– Zia, – interruppe Nicla, – egli crederà che tu voglia sedurlo….

La vecchia rise.

– Lasciami direi – esclamò. – Poter dire ciò che si pensa è il solo privilegio della vecchiaia!

– Abbiam dovuto mandare a prenderlo! – osservò Nicla. – Egli non ci voleva più, non ci

amava più!…

Nicla era tutta vestita di bianco, e attraverso una camicetta leggera trasparivano la sommità

del petto e le braccia arse dal sole, dorate dalla luce violenta.

Bruno la guardava.

Egli l’aveva vista così, già molti anni addietro; e nella svelta linea della figura, nella

freschezza delle carni, nella limpidezza dello sguardo pareva ch’ella contasse ancora diciotto anni;

perdendo l’impaccio timido della fanciulla, aveva acquistato splendore e flessuosità.

Quando furono alla villa, Gigi disse a Bruno:

– Spero che non ti annoierai. Ritroverai qui tutta la tua vita di ieri. E farai venire subito il

baule.

Bruno sorrise.

Aveva visto, aveva sentito venirgli incontro un mondo di ricordi che lo agitavano e lo

portavano lontano; la strada gli era nota. Dalla finestra della sua camera si scorgeva la spiaggia; e

più là, a oriente, la villa Carlotta, e poi la villa Florida; dalla torretta dell’una e dal frontone

dell’altra sventolava la bandiera.

Mutò d’abito, si vestì di bianco.

La colazione fu rapida. Nicla non parlava, e Bruno scoperse più volte su di sè gli sguardi di

lei, che gli dicevano un sentimento, una felicità, la quale avrebbe cercato invano lo parole.

Fortunatamente la zia Amelia lo interrogava ed egli raccontava con brio febbrile ciò che

aveva visto a Parigi; perchè Parigi era stato sempre il grande sogno d’Amelia, la città incantata nella

quale non era mai riuscita a mettere piede. Ed ella ascoltava avida, come s’egli le avesse avvicinato

il sogno, e presala per mano l’accompagnasse per vie rombanti.

Dopo colazione, subito, Nicla balzò in piedi dicendo:

– Andiamo! Ho fatto preparare la barca! Andiamo alla Croda.

E volgendosi a Gigi e a zia Amelia, soggiunse tranquilla:

– Lo porto via!… Sapete ch’egli mi appartiene!

– Andate, andate! – fece Gigi sorridendo. – Non volete prendere il bastimentino sotto il

braccio?

Brunello era pallido e sentiva il cuore battere in tumulto.

Uscirono, e non dissero parola.

La barca era approntata in quel punto della riva in cui Brunello s’incontrava sempre con

Nicla. Due barcaiuoli appoggiati al loro remo aspettavano; a poppa sventolava la bandiera di seta

tutta bianca, col serpentello vermiglio raggomitolato in un angolo.

– Vedi? – mormorò Nicla

Brunello accennò col capo; non poteva parlare.

– La barca non è più quella, – soggiunse Nicla. – Ma è identica all’altra. Non è vero?

Egli osservò una lancia vicina, sottile e così bassa di bordo, che s’alzava appena un palmo

dall’acqua; tutta nera, col nome in lettere d’oro: Saetta.

– È mia anche quella! – spiegò Nicla, seguendo lo sguardo del giovane. – È per me sola, ed

esco quando il lago è calmo, perchè basterebbe un’onda ad ingoiarla.

Salirono: Nicla prese i fiocchi del timone, e ordinò ai barcaiuoli:

– Alla croda!

Bruno taceva, guardando le due ville da cui la lancia si allontanava, guardando la spiaggia,

quel punto della spiaggia, l’acqua cilestre in cui tuffava la mano furtivamente perchè Nicla non lo

scorgesse e lo sgridasse. E guardava Nicla, che non diceva più parola ella pure, come si fosse ella

pure staccata dal mondo circostante.

Scesero alla Croda, rimandarono la lancia, che stette a girar lentamente nei dintorni.

– Vieni! – disse Nicla, prendendo Bruno per la destra. – Guarda qui; il laghetto che tu

formavi con le tue mani; qui, dietro questo rialzo, era la capitale; in questa baia ricoveravi la

goletta; e qui disponevi i tuoi soldatini. Ricordi, amore, ricordi tutto? Dimmi che ricordi tutto,

bambino mio! Dimmi che sei ancora mio come in quei giorni!…

– Sono tuo, più che in quei giorni! – rispose Bruno. – Assai più che in quei giorni, Nicla!…

La giovane ebbe un lampo negli occhi.

– E anch’io! – disse. – Tutta tua, perdutamente. E ripensando al mio passato, m’accorgo che

non sono stata mai d’altri che di te, e che il mio pensiero, la mia anima, non hanno appartenuto mai

ad altri che a te.

Andò a sedere sul più elevato rialzo dello scoglio: e Bruno le si mise ai piedi. Ella continuò:

– Avevo promesso di cogliere per te balsami arcani. E ti ho dato il balsamo arcano di tutta la

mia anima di fanciulla. Tu l’hai bevuta nelle mie carezze. Nessuno conosce la mia anima come tu la

conosci; e da allora non si è mutata più….

Bruno le prese le mani e le baciò dentro il palmo, a occhi chiusi.

– Come tu sai essere forte! – egli osservò. – Tu sai parlare: io non posso….

– È vero! – disse Nicla.

– Sei più fredda di me! – rispose Bruno.

Un sorriso, uno strano sorriso sfiorò le labbra della donna.

– Credi? – domandò. – Io ho pensato molte cose in questi giorni, che mi hanno resa felice.

– Dimmele! – pregò Bruno.

– Non posso! – rispose Nicla scuotendo il capo. – Le capirai più tardi. E da quando ho

pensato così, sono diventata calma, e posso parlare.

– Io soffro orribilmente! – disse Bruno.

– Lo so, – riprese Nicla. – Ma io voglio inebbriarti di ricordi….

– Perchè? – domandò Bruno.

– Lo saprai più tardi! – ripetè Nicla. Stettero in silenzio qualche tempo; e Bruno levò gli

occhi a fissar la donna, che appariva tutta candida sul turchino compatto del cielo.

– Come sei bella! – disse.

– Ti piaccio? – ella rispose.

– Nicla, non torturarmi! – esclamò Bruno, abbassando il capo.

Ella gli rialzò il volto perchè la guardasse ancora.

– Vedi? – osservò Bruno. – Tutto ritorna, tutto può ritornare; noi siamo ridiventati fanciulli….

Ma c’è chi non tornerà mai più e non godrà mai più questa luce.

– Ahimè, – disse Nicla. – È vero! E noi non possiamo nulla per lui…. Anche se gli dessimo

tutto il nostro sangue, egli non guarirebbe….

Si scosse, come per gettar lontano un pesante mantello di dolore, e soggiunse con voce

mutata, quasi gaia:

– Ma io posso altro. Egli mi ha detto “lei potrà fargli molto bene, signorina”. E io gli farò

molto bene, al suo fanciullo selvatico.

Bruno non ascoltava.

Aveva visto l’ombra di suo padre passare, la curva ombra senza denti, coi capelli bianchi e

lunghi, con lo sguardo attonito spalancato nel vuoto.

Nicla comprese e lo toccò su una spalla.

– Brunello! – mormorò. – Ora tornando, andremo a vedere il giardino della mia villa….

– Dove io sono venuto a cercarti? – chiese Bruno.

– Ma sì; dove tu mi hai detto: “Signorina, vieni ad aiutarmi!”.

– E chi c’è ora laggiù?

– Il mio papà e la mia mamma….

– E alla villa Florida?

– Una famiglia inglese.

– E vedremo anche la villa Florida…?

– Non ti ho detto che voglio inebbriarti di ricordi?

– Che folle idea! – esclamò Bruno.

Ella si guardò in giro per istinto, e poi rapida, afferrò tra le mani il volto di Bruno e lo baciò

sulla bocca. Egli n’ebbe una scossa che parve sospendere i battiti del cuore.

– Sei molto crudele! – disse.

Nicla sorrise senza rispondere, e col fazzoletto fe’ cenno alla lancia di avvicinarsi.

– Sai? – riprese Bruno, trovando per un attimo un poco di gaiezza. – Ho fatto cacciar di casa

Duccio Massenti….

– Non ischerzi? – esclamò Nicla stupefatta.

– Non ischerzo. Ho raccontato alla mamma qualche cosa, la gita in barca, la nostra

conoscenza di dodici anni or sono. E la mamma è rimasta molto colpita da quell’episodio. Non so

che cosa sia avvenuto poi; ma Duccio Massenti non si vede più….

– Te ne sei fatto un nemico mortale! – osservò Nicla.

– Mi duole che tu mi dica questo; dovevo dunque temerlo e accoglierlo, per non avere il suo

odio?

– Hai ragione! – disse Nicla. – Tu non hai paura.

Diresse la lancia verso la riva, per discendere presso la villa Carlotta.

La villa era ancora abitata dai genitori di Nicla; essi vi passavano l’intero anno; al cavalier

Maurizio era stata data la commenda della Corona d’Italia, non si sapeva perchè; probabilmente

perchè non l’aveva, dicevano i maligni.

Ma rimasti soli l’uno e l’altra, la signora Carlotta e il commendatore Maurizio, s’eran dati a

curare tremendamente il loro egoismo. leggevano libri d’igiene e si scambiavano le scoperte che

andavano facendo.

Prima era stata la signora Carlotta la quale aveva letto che per conservarsi arzilli e svelti

bisognava mangiar molto; e tutt’e due mangiavano molto, fin che potevano, e a tutte le ore. Poi il

commendator Maurizio aveva letto che il segreto della longevità stava nel mangiar poco; e tutt’e

due s’eran messi a mangiar poco, fino a patir la fame.

Un igienista illustre sosteneva che le fregagioni vigorose dopo il bagno erano salutifere; e

tutt’e due dopo il bagno si facevan fregar dal domestico e dalla cameriera fino a diventar rossi come

gamberi cotti.

Era poi venuto il giorno della ginnastica svedese: e di tanto in tanto si vedeva il

commendator Maurizio tirar pugni all’aria, lanciar calci, sbuffare, piegarsi innanzi e indietro; e la

signora Carlotta allargar le braccia, buttarle avanti, alzarle al cielo, contando: “uno, due; uno, due”!

E nelle ore di quiete, si rallegravano.

– Io, già, da quando mangio poco, sto meglio!

– Quella ginnastica! È un portento! Dormo tutta la notte!…

– E le fregagioni? Non so come ci sia gente che possa vivere senza farsi fregare!

– E le docce tepide?

– E il riposare con la testa bassa e le gambe alte?…

Si estasiavano sui varii trovati che andavano seguendo con vero scrupolo. La ginnastica

svedese li faceva sudare a catinelle, perchè erano ambedue corpulenti; ma non l’avrebbero

trascurata a nessun patto; e la mattina s’incontrava la signora Carlotta, che percorreva le stanze del

primo piano, contando “uno, due; uno, due” e roteando le braccia e allargandole e alzandole,

seguita a breve distanza dal commendatore, che tirava calci da mulo e soffiava come un mantice.

I domestici li osservavano indifferenti. Avevano finito col credere che fossero diventati

pazzi ambedue, d’una pazzia dolce ed innocua. E si scansavano al loro passaggio per non toccar

qualche calcio, che li avrebbe mandati a ruzzolare molto lontano.

D’ogni altra cosa al mondo i due vecchi non si occupavano più.

Sapevano che Nicla era felice, e puntualmente la domenica andavano a trovar lei e il genero.

Il commendatore diceva che quel saponaio era un brav’uomo; ma che anche il conte Duccio

sarebbe stato un marito ottimo. Gli anni eran passati, ed egli era rimasto della sua opinione.

La signora Carlotta, poi, parlando di Duccio, non mancava di dargli dell’asino, perchè non

aveva mai scritto; o domandava ancora a sè stessa e al marito quale segreto Nicoletta avesse potuto

scoprire in barca.

Poi riprendeva: “uno, due; uno, due”; mentre il marito sparava quattro calci all’aria, come

per punteggiare il discorso.

Nicla raccontava ridendo a Bruno quelle piccole manìe dei due vecchi, mentre la lancia si

avvicinava alla spiaggia.

– E tu, – disse Bruno, – non hai svelato il segreto che avevi scoperto?

– No, – rispose Nicla.

– Neppure a me non hai voluto dirlo, – osservò Bruno.

– Naturalmente: un segreto non è più segreto, se si racconta….

– Per me è stato il segreto di pulcinella! – disse Bruno.

La giovane non aggiunse parola.

Toccata proda, ella scese prima dalla lancia.

– Vieni! – disse a Brunello. – Non troveremo nessuno; a quest’ora stanno facendo la siesta.

Entrarono nella villa chetamente, facendo segno al portiere di non muoversi, e volarono

nella sala da pranzo, a pian terreno.

– Guarda, – disse Nicla, mostrando a Bruno il limitare della porta che dava sul giardino. – Io

ero qui, seduta in una poltrona; e stavo pensando che la vita d’una fanciulla è molto noiosa e

stupida, e che io meritavo qualche cosa di meglio: che sapevo io? qualche cosa di non comune…. In

quell’istante tu sei sbucato di laggiù, dietro la siepe, e mi sei corso incontro, dicendomi:

“Signorina!…”. Eri tutto vestito di bianco; anch’io era vestita di bianco….

S’interruppe: guardò Brunello; e soggiunse:

– Come oggi…. E subito io t’ho dato la mano, e tu mi hai ricondotta alla riva per ripescar la

goletta. Era una giornata calda come questa, ma soffiava il vento. Tu m’hai presa l’anima quel

giorno.

– E io quel giorno t’ho data la mia! rispose Bruno.

Istintivamente le loro mani si cercarono e si strinsero.

– Ricordi ancora tutto? – domandò Nicla.

– Ogni più piccolo particolare, – disse Bruno. – Tu avevi un cappello coi papaveri. Io ti dissi

che eri bella, e ti baciai sulle guance. Tu mi stringesti al petto. Ti chiamai Nicla; e tu mi dicesti di

chiamarti sempre così….

– Sono passati dodici anni, amore mio! – mormorò Nicla.

– Sì; dodici anni per me terribili, tra il fracasso e lo spavento; ma non ho dimenticato nulla,

nè di quel giorno, nè di tutti gli altri che passammo insieme; nè quella prima parola, nè quelle che

dicemmo poi.

– Nessuna donna ha potuto cancellarmi dal tuo cuore? – domandò Nicla.

– Quali donne? Non ne ricordo una!

Tacquero; rimasero a fissar dal limitare il giardino che il sole dorava; e sul terreno si

profilavano qua e là nere le linee dei fusti, le macchie chiomate delle fronde; nessun soffio alitava;

frinivano sotto i raggi roventi le cicale.

– Ora andiamo, – disse Nicla, che teneva Brunello per mano come un bambino. – Vuoi

vedere la villa Florida?

– Sì, – rispose Bruno.

– Non potremo entrare, – osservò la giovane. – È occupata, e non conosco quella famiglia.

– Non importa; la vedrò da lontano.

Uscirono sulla strada, e in breve giunsero alla villa Florida.

Il cancello era chiuso; ma si vedeva di là tutto il giardino, e sul fondo la villa cinerea, a metà

coperta dall’intrico degli alberi che le stavano innanzi. Nulla era mutato; avevan dipinto in quegli

anni più volte la villa intera e le persiane, sempre conservando il colore smorto che s’intonava con

le gradazioni di verde. Sventolava sul frontone non più la bandiera azzurra del conte Fabiano, ma la

bandiera bianca e rossa d’una famiglia ignota.

Bruno passò le braccia attraverso le sbarre che formavano il cancello e rimase immobile,

silenzioso, a guardare. Nicla fece lo stesso gesto, congiunse le mani di là dalle sbarre, e pregò.

XXV.

Verso sera, vincendo l’ebbrezza che l’aveva invaso durante la gita alla Croda e il pio

pellegrinaggio a villa Florida, Brunello si mise presso la zia Amelia che ricamava; e tenendo nelle

mani una matassa di seta dai varii colori, passava alla vecchietta le gugliate via via ch’ella le

chiedeva.

– Non potrete dire, – osservò zia Amelia ridendo, – che io non ho un bel cavaliere. Contassi

cinquanta, solo cinquant’anni di meno, tutti mi sarebbero addosso per tenermi lontana!

In un angolo, Gigi Barbano chiacchierava con Nicla.

Quella frase di zia Amelia doveva rammentargli un discorso che la zia gli aveva tenuto

mentre Nicla e Brunello erano fuori.

La vecchietta capiva l’amicizia del ragazzo con la giovane signora; ma n’era un poco

inquieta e ne aveva detto qualche timida parola con Gigi. Nicoletta era candida e fidente come una

fanciulla; Bruno era onesto e leale; e zia Amelia non temeva nè dell’uno, nè dell’altra; ma temeva di

qualche cosa di più forte dell’uno e dell’altra: della loro età, dell’amore, della passione che travolge

le anime pure a guisa delle più corrotte; il candore stesso di Nicoletta era un pericolo. Una donna

astuta ed esperta sfugge le occasioni, evita le intimità; una donna ingenua v’incappa ad ogni passo e

non sa nè prevederle, nè difendersene.

Zia Amelia aveva fatto osservare tutto questo con abili perifrasi, girando largo, a suo nipote.

Non che volesse far vigilare i due giovani e mostrar diffidenza; ma sarebbe stato prudente non

lasciarli sempre a viso a viso, in una familiarità della quale era difficile ormai stabilire i confini.

Gigi Barbano aveva risposto ch’era più sicuro di Nicoletta che di se medesimo; che quel

ragazzo gli ispirava una pietà profonda; gli avevan tolto il padre ch’egli amava teneramente per

rinchiuderlo in una casa di pazzi donde non sarebbe uscito mai più; la madre sua, a dir poco,

leggera e volubile; il patrimonio ridotto a qualche centinaio di migliaia di lire, le quali sarebbero

durate, sì e no, un anno col malgoverno della contessa. Che rimaneva a Bruno? L’amicizia di

Nicoletta, la fiducia di lui, Gigi. Non altro. Egli aveva promesso a Bruno d’essere un fratello, ed

era; come Nicoletta era una sorella per lui.

Zia Amelia non aveva insistito.

Ma la frase voleva far presente a Gigi il colloquio di poco prima.

– Un bel cavaliere! – disse Gigi alzandosi e avvicinandosi a Brunello. – Un bel cavaliere che

tutte le donne vorranno disputarsi!

Nicla represse a mala pena un sussulto.

Le parole venivano opportune a rammentar l’audacia di Claudia Viviani; la quale, respinta,

s’era messa a capo d’un gruppo di pettegole per bene che andavano sparlando di Nicla, di Bruno, di

Gigi; e certo aveva già spedito a quest’ultimo buon numero di lettere anonime.

– Io preferisco esser cavaliere di zia Amelia!… – rispose Brunello sorridendo.

– E le piccole ragazze di Parigi? e le dame bionde di Vienna? – insinuò Gigi.

Nicla serrò le mani per angoscia.

– Ascolta! – esclamò Bruno, abbandonando la matassa e tendendo avido l’orecchio.

Dalla finestra spalancata entrava un’onda di suoni.

Eran le campane delle reti che affioravano; eran le campane del paese che annunziavano il

vespro; eran da lungi le campane delle mandre che tornavano alle stalle: una musica lieve portata

lievemente sull’aria.

– Com’è bello! – disse Bruno, che s’era affacciato.

Ai colori brillanti del giorno erano subentrati i fragili colori del tramonto: un morbido color

di rosa che sfumava a poco a poco nel color di perla; un pallido cilestre che a poco a poco sfumava

nell’argento: e l’acqua, riflettendo con delicata armonia le mezze tinte, aveva le iridescenze

dell’opale.

Nicla s’era levata a sua volta e s’era posta a fianco di Bruno presso la finestra.

Ella ricordava.

Quanto l’avevan fatta piangere quegli spettacoli di mestizia, e quei suoni che s’intonavano

alla dolcezza dell’ora! Il crepuscolo nella campagna per lei era stato, durante lungo tempo, il più

pauroso momento della vita. Aveva perduto Brunello. Tutto diceva che non sarebbe tornato mai

più; e non aveva persone a cui confidarsi. Le campane singhiozzavano qua, là, sui monti, in basso,

da lungi e da vicino; il sole calava tra una pioggia di cenere; e Brunello viaggiava, chiamandola

invano com’ella chiamava lui, e le loro voci andavano disperse nella vastità del mondo.

Ed era tornato, subitamente.

Era a un passo, appoggiato alla finestra, l’occhio velato da soave tristezza e un incerto

sorriso sulle labbra. Era a un passo; e le apparteneva come cosa sua, nel più profondo del cuore;

ella sapeva il pensiero di lui, ed egli sapeva il suo pensiero; ella poteva fare di lui ciò che più le

fosse piaciuto, ed egli di lei poteva disporre come d’una schiava.

– Amore! – sussurrò Nicla così piano, che Bruno solo udì, quasi la voce venisse dal cuore

più che dalle labbra d’una donna.

L’eco delle campane si smorzava con lento rintocco. Il cielo era ormai tutto grigio, e le

acque riprendevano il loro color verdastro.

Ma dal giardino sottostante s’innalzavano volute di profumi con una sinfonia più vasta che

non fosse stata tra il cielo e l’acqua.

Erano aromi che venivano dai cespi immersi nell’ombra come in un mistero; dardi velenosi

che ciascun fiore vibrava; parole di voluttà che esalavano dalle corolle; incitamenti al piacere che

traboccavan dai calici; e tutti insieme si dilatavano nell’aria, ebbri ed inebbrianti, nell’ultimo

spasimo della morte che impendeva, nell’ultimo brivido che precedeva la notte.

Salivano, oscillavano, si moltiplicavano, si diffondevano, si facevan più acuti, bagnavano il

viso, penetravan le carni di Nicla e di Bruno, affacciati su quel prodigioso veleno.

E Nicla aveva la visione d’infiniti piccoli mostri lascivi che si tenevan per mano, superbi di

straordinarii colori, armati d’armi variopinte, chiomati di chiome cangianti, screziati, spruzzati,

gemmati, picchiettati, che le si serravano e le danzavano una tresca furiosa intorno.

Sentendosi prender dalla vertigine, si ritrasse prestamente e si rifece a parlare con Gigi e con

zia Amelia. Ma Bruno rimase alla finestra per bere tutto il veleno che i fiori gli prodigavano e

impallidire di desiderio e di passione.

Ogni giorno e per tutti i giorni ch’egli rimase a villa Barbano, quella sorda tempesta andò in

lui e in Nicla imperversando.

L’uno e l’altra resistevano perchè Gigi era tra di loro, e la sua presenza li richiamava alla

realtà; innanzi a lui svanivano i sogni, e i pensieri obliqui si ritraevano sconfitti.

Ma il desiderio era così atroce, la lotta così vana, che Brunello schivava la sua amica;

toccava a lei andare a cercarlo e condurlo a rivedere i luoghi più cari; pareva che la vertigine

rattraesse, o che avesse da tempo deliberato d’abbandonarvisi e di morirne.

Gigi Barbano, il quinto giorno, annunziò che ripartiva per Milano.

Brunello s’offerse di riaccompagnarlo.

– No, – rispose Gigi. – Tu rimani; io starò assente un giorno e voglio ritrovarti qui.

Soggiunse:

– Vi affido alla custodia di zia Amelia.

La vecchia disse:

– Conducilo con te; andrete e tornerete insieme.

Gigi non rispose, e partì. L’inquietudine di sua zia lo indispettiva come una tacita offesa a

Nicoletta.

Un’ora dopo la partenza di lui, giunse un telegramma di Clara Dolores. Aveva scelto

finalmente la campagna, e desiderava salutare Brunello.

Egli disse a Nicla, mostrandole il telegramma:

– Partirò questa sera.

Nicla riflettè un istante, poi rispose:

– Puoi partire domattina.

E guardandolo negli occhi, soggiunse con voce breve:

– Siamo soli!… Resta!…

XXVI.

Andarono sul tramonto a salutare il bosco di cerri e di castagni, che chiudeva, come perle in

un monile, i ricordi più belli nelle ombre e nei silenzii delle sue verzure.

Non v’erano stati mai, quasi temendo che innanzi a tanta gioia e a tanta mestizia le forze

avessero ad abbandonarli.

Bruno aspettava sulla soglia della villa. Si volse udendo il passo di Nicla, e si sbiancò in

viso.

Ella era apparsa, tutta chiusa in un abito color d’acciaio, con un morbido cappello bigio

messo di traverso sulla chioma a guisa del feltro d’un arlecchino; e aveva i guanti bigi lunghi fin

oltre il gomito.

Bruno la squadrò da capo a piedi desiderosamente, e non disse nulla.

Ma mentre s’avviavano, Nicla raccontò:

– Sai che quando eri piccino, mi facevi qualche volta paura? Avevi di tratto in tratto idee

così strane, che mi domandavo chi tu fossi e donde venissi. Mi sembravi un faunetto sbucato da una

siepe, e pensavo a un quadro che avevo visto a Roma e mi aveva molto offesa qualche anno prima.

– L’avrò veduto anch’io, forse, – mormorò Bruno.

– Forse, – ripetè Nicla. – Alla galleria Corsini.

Esitò un poco, e quindi aggiunse:

– Un piccolo quadro, nel quale un fauno, appostato dietro una quercia, allunga la mano a

denudare una ninfa che dorme; e il tramonto è rosso.

– Lo rammento, – disse Bruno. Egli era turbato; ella gaia e sicura

– Siamo soli, – disse, varcato appena il limitare del bosco. – Non ti senti felice?

Il bosco era incendiato dal tramonto, sul cui fondo spiccavan più decisi i fusti dei cerri e dei

castagni; gli archi formati dalle fronde sembravano gallerie in fiamme, dentro le quali oscillavano

stupendi riflessi d’oro.

A mano a mano che Nicla e Brunello inoltravano, si spegnevano le voci del mondo, e alle

loro spalle si chiudevano le dense cortine di fogliame, mosse dal brivido d’una brezza impercettibile

che veniva dal lago.

– Ecco, – disse Nicla. – Qui in questa radura, mi sei parso un faunetto impertinente; e qui

un’altra volta mi dicesti che volevi fare uccidere Duccio.

– Com’è bello, – osservò Bruno, – il riflesso di porpora sul tuo vestito d’acciaio! Sembra che

la tua anima proietti una luce.

– Ti ricordi il giorno in cui ho messo per te un abito simile a questo? – domandò Nicla.

– L’ultimo giorno. E tu non volevi dirmi che lo avrei indossato per me. Io ne rimasi tanto

mortificato….

Nicla rise.

– È vero, è vero! – esclamò. – Abbassavi il capo e mostravi il broncio.

– …. tanto mortificato, che finisti col confessare! – soggiunse Bruno.

– Strana cosa! Già allora, – osservò Nicla, – io facevo per te quel che si fa per un amante; e tu

godevi con la intelligenza d’un uomo.

La radura s’era allargata; il terreno molle e grasso era invaso da ampie chiazze di color

porporino, simile a sangue vivo; molti alberi eran caduti sotto la scure, e un cumulo di tronchi era

disposto a gradi sopra un lato.

Nicla sedette. Bruno s’accovacciò ai suoi piedi.

– Ascolta! – disse Nicla.

Tesero ambedue l’orecchio.

Veniva dal fondo uno stormire di foglie, un frullo, un pispigliare sommesso, come se il

bosco intero agitato dalla brezza fosse stato percorso da un fremito voluttuoso; e di tanto in tanto

qualche vecchia corteccia si screpolava scricchiolando.

Sole voci del mondo, giungevano confusi, quasi interrotti dall’intrico di foglie e di rami, i

suoni delle campane che la lontananza faceva più flebili. Su qualche tronco le cicale ostinate

mandavano con le elitre uno stridulo saluto al giorno agonizzante.

Aliava intorno lo spirito del bosco, che chiedeva ombra dopo tanto sole. Il cielo

trascolorava: si smorzava la porpora, si faceva opaco l’oro.

Nicla parlò sottovoce, mentre, appoggiato un gomito sulle sue ginocchia, Bruno la

guardava.

– Qui ti ho cantato i versi la prima volta, – ella disse.

– Sì, – rispose Bruno.

Anch’egli parlava a bassa voce, per non turbar le armonie e la deliziosa pace del luogo.

– -Sì, e da quel giorno ho cercato con bramosia i libri a ritrovar la musica che tu mi avevi

svelata.

– Qui, – seguitò Nicla, – i nostri destini si fusero, e io promisi a me stessa inconsciamente

che sarei stata tua sempre. Tu potevi da quel giorno chiedermi l’anima e t’avrei dato l’anima;

l’amore, e t’avrei dato l’amore; la vita, e t’avrei dato la vita. Io ti darò tutto questo, bambino mio,

perchè te l’ho promesso quando ancora tu non sapevi.

Bruno mosse le labbra, e Nicla lo fermò.

– Ascolta! – disse.

Il vento s’era alzato più forte; il brivido delle fronde riempiva lo spazio. Era uno scroscio,

uno schianto che scuoteva tutto fin nelle più intime latebre il bosco, dalla vetta del monte

all’estremo lembo che fiancheggiava la strada; e dondolavano i cimi degli alberi, e le chiome di

mille verdi si mescevano; tremavan gli archi delle imaginarie gallerie, si scomponevano, si

riformavano. Un ritmo ignoto agli uomini conduceva la lenta danza di foglie e di rami.

Nicla rispose:

– Ora tu mi devi giurare.

Bruno la fissò. Spiccava sopra uno sfondo paonazzo, tutta serrata nel suo abito d’acciaio

come in una sacra armatura, e il busto svelto ed eretto balzava su dalla sobria curva dei fianchi.

Aveva nel volto diffusa una bellezza nuova serena, e dentro gli occhi una fiamma ferma e costante.

– Tu mi devi giurare, – ella seguitò, vedendo lo sguardo interrogativo di Bruno.

– Perchè? – domandò il giovane.

– Non chiedere. Giurami che qualunque cosa avvenga, tu non morirai.

– Io volevo morire, – confessò Brunello, chinando la fronte, – volevo morire. Chiederti

l’amore per una volta sola, per una sola notte, e poi morire con te.

– No! – disse Nicla con un gesto risoluto del capo. – Devi vivere. Giurami che vivrai.

– Oh, amica mia, – proruppe Bruno, – io non ho mai conosciuto la felicità. Volevo berla dalla

tua bocca e morire.

– No! – insistette Nicla. – Devi vivere. Giurami che vivrai!

Bruno esitò un istante, poi interrogò:

– Se giuro, tu sei contenta?

– Sarò molto contenta. Non chiedo altro.

– Giuro! – disse Bruno.

– Per quel che hai di più sacro al mondo?

– Per quello che ho di più sacro al mondo.

– Per la vita di tuo padre e di tua madre?

– Per la vita di mio padre e di mia madre.

Il seno di Nicla si sollevò in un grande respiro di pace; ella afferrò Bruno e lo strinse fra le

braccia.

– Ora posa il capo nel mio grembo, – seguitò con espressione di gaudio che le tremava nella

voce e le traluceva dallo sguardo. – E ti dirò il canto che ti piaceva, bambino!

Curva su di lui, sfiorando con le mani leggere il volto e i capelli di Bruno che le

apparteneva, disse con la voce limpida di cristallo, armonica di penombre e d’inflessioni:

Ti rapirò nel verso; e tra i sereni

Ozi de le campagne a mezzo il giorno,

Tacendo e rifulgendo in tutti i seni

Ciel, mare, intorno,

Io per te sveglierò da i colli aprichi

Le Driadi bionde sovra il piè leggero

E ammiranti a le tue forme gli antichi

Numi d’Omero.

Bruno aveva chiuso gli occhi e scivolava lentamente in un abisso profondo di voluttà.

Gli venivano incontro, recati da quella voce ch’era per lui divina, gli incantevoli ricordi

della sua infanzia. Ed era ancora fanciullo, e le formidabili cose della vita, e il ghigno del destino e

le ansie e le torture e le speranze cupe e il bisogno di guerra e la strada spalancata innanzi ch’egli

doveva percorrere fra i triboli fino al fondo, e i dèmoni che lo rodevano, e l’odio e il dispregio che

gli davano amaro alla bocca, e il sarcasmo e la sottile ironia velenosa, tutto era scomparso come

sparivan le furie di Saulle al dolce tocco dell’arpa di Davidde.

E una giocondità sconosciuta gli saliva dal cuore, una confidenza nella sorte, che è arcigna

un giorno, e un giorno generosa.

Non lo circondavano ancora le braccia della donna infinitamente amata? Non susurrava

ancora intorno a lui il diletto bosco? E la luce non era ancor tutta porpora e di viola e d’oro? Non

aleggiava la musica sovrumana dei sogni sconfinati che lo esaltavano in altri tempi?

Ecco; tornava fanciullo; era il faunetto impertinente; pensava alla Croda grinzuta, al Re

moro, alla bandierina con l’asinello, e voleva far uccidere Duccio che aveva offeso Nicla

Noi coglierem per te balsami arcani

Cui lacrimâr le trasformate vite,

E le perle che lunge a i duri umani

Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati,

Esperti de la gioia e de l’affanno:

Ei le storie d’amor dei tempi andati

Ti ridiranno.

Balsami arcani, veramente, erano stati colti per lui.

Che poteva ancora chiedere? Tutta l’anima d’una vergine sbocciata appena, gli si era votata

per l’esistenza intera. Tutta l’anima d’una donna senza macchia gli si era data per sempre.

Egli l’aveva incatenata al suo destino, ed ella non viveva senza di lui; egli poteva

distruggerla o levarla in alto, farla sbiancar di contento o morire d’angoscia. Che doveva più

chiedere? Serrava nel pugno la sorte d’una creatura umana.

A vent’anni, quando gli altri balbettano appena le prime parole della scienza di vivere, egli

era un dominatore. Doveva partir di là, frangere i ceppi, scagliarsi nella lotta per giungere alla

gloria; e gettar quella corona ai piedi della donna, pronta a gettare per lui l’aulente corona della vita.

Due lagrime gli brillarono un attimo sulle ciglia e scesero silenziose per le guance.

Nicla, curvandosi un poco, lo baciò sulla bocca.

Egli si svincolò dalla stretta e si guardò intorno.

– Amore mio, – disse, – è tardi!

Si levò; e Nicla si levò pure con un atto di pigrizia.

La luce andava mutandosi.

Mentre Nicla cantava, l’oro, la porpora s’erano illanguiditi.

Prima d’indossare il suo mantello d’ombra che lo avrebbe affondato tra le altre ombre,

tenebra nella tenebra, il bosco si rivestiva d’un manto di viola in cui vibravano gli ultimi riflessi del

sole e poche pagliuzze d’oro pallido.

Le fronde avevano moltitudini di velluto, e la radura era un’ampia distesa, un tappeto vasto

sul quale avrebbero danzato tra poco e amadriadi e satiri; e tutto era circonfuso da quella luce di

viola, che partendo dai morenti sprazzi sanguigni del cielo, sfumava e si perdeva in toni infiniti di

bigio e di ferrigno.

Ritti in piedi, Bruno e Nicla s’abbracciarono.

Poi ella abbassò la testa con grazia, perchè il faunetto impertinente potesse baciarla dietro

l’una e l’altra orecchia, come aveva pensato fanciullo, come aveva desiderato più tardi, come aveva

sognato sempre.

– Andiamo! – disse Nicla, scuotendosi.

E tenendosi per mano, s’avviarono.

Precipitava l’ombra alle loro spalle; il manto di viola divenuto grigio si faceva rapidamente

fosco; l’armonia dei colori si dissolveva nel buio, il vento sibilava tra i rami e aggirava in terra le

foglie a ballo tondo.

Quando furono all’estremo limite, si baciarono di nuovo.

E Nicla disse con voce ferma:

– Fanciullo, vieni da me stanotte!

Poi vedendo che il fanciullo si scolorava in volto, soggiunse imperiosa:

– Ti aspetto!

XXVII.

Durante la notte, il vento aveva soffiato senza posa, adunando grosse nubi pesanti.

Con un’occhiata al cielo, Nicla comprese che tra poco si sarebbe scatenato all’improvviso

uno di quegli uragani brevi e furibondi, che danno al lago l’aspetto e la veemenza irresistibile d’un

mare in tempesta.

Discese per accompagnar Brunello alla stazione.

Divorato come da una sottil febbre, trasfigurato e vacillante ancora di gioia, egli le andò

incontro.

Lo staffiere aspettava a pochi passi con la valigia.

– Il mio treno s’incrocerà con quello che riconduce vostro marito, – fece Bruno ad alta voce.

– Gli direte, ve ne prego, che io torno domani?

– Gli dirò, – rispose Nicla.

E quando furono in carrozza, si avvinghiarono per le mani con una stretta tenace.

– Ti ricorderai di me, sempre? – interrogò Nicla.

Egli la guardò attonito.

– Perchè questa domanda? Non sarò di ritorno tra poche ore?

– Rispondi! – ordinò Nicla.

– Potessi vivere secoli, – rispose Brunello, – mai nulla e mai nessuno riuscirebbe a farti

dimenticare.

Ella sorrise contenta

Era vestita d’un abito bianco leggero; quando aveva conosciuto Brunello, era tutta bianca;

quando l’aveva ritrovato, era tutta bianca, chiusa nell’ermellino; e lasciandolo quel giorno, era tutta

bianca. I suoi occhi sfavillavano.

– Ricordati, – ella disse ancora, – ciò che mi hai giurato ieri sul tramonto.

– Potrei dimenticare un giuramento, il primo giuramento che ti ho fatto? – rispose Brunello.

Allorchè furono alla stazione, ed egli stava per salire sul treno, la donna seguitò a bassa

voce:

– Desidero baciarti.

Si guardò intorno; la stazione era popolata di villeggianti in attesa del treno che doveva

giungere da Milano.

– È impossibile! – disse.

E con voce in cui era tutto lo schianto d’un’anima, soggiunse:

– Addio, Brunello; addio, bambino caro; addio, passione; piccolo fauno impertinente! Io

sono felice!…

– Io sono felice! – rispose Brunello, – a domani!

Posò brucianti le labbra sulla mano di lei; poi dal treno salutò di nuovo più volte. Ella

rispose, e stette a guardare le vetture nere che si dilungavano, che sparivano tra nugoli di vapore

candido; impietrita, immobile, assorta, già fuori del mondo.

Poi si volse.

Il suo viso pareva rimpicciolito da un’espressione di dura volontà; gli occhi, perduto lo

sfavillio di poco innanzi, avevano una luce raccolta e fosca.

Scese dalla carrozza innanzi alla villa e si allontanò verso la darsena.

Con una lucidità fredda, in cui si sentiva il pensiero lungamente preparato, entrò nella

darsena, sciolse la Saetta, la piccola lancia nera che sopravanzava d’un solo palmo il pelo

dell’acqua; afferrò i remi, e uscì al largo.

Il tempo s’era rincupito; le nuvole parevano salir buie e gravi da dietro i monti come da una

vasta fucina, e le acque cominciavano ad agitarsi, sotto il soffio del vento.

Nicla guardò se nessuno fosse sulla spiaggia, che potesse scoprirla. La spiaggia era deserta.

Allora vogò con forza per arrivare presto nel mezzo del lago; e vide che le venivano

incontro ondate paurose, verdastre, coronate di spuma a guisa d’una ricca frangia. La Saetta fu

bruscamente sollevata in alto, una e due volte; poi imbarcò un’ondata a poppa.

Era finita. Nicla sentì che s’inabissava.

Incrociò le braccia e mormorò a fior di labbra:

– Brunello! Amore mio!…

XXVIII.

La contessa Clara Dolores accolse il figliuolo molto gentilmente.

Aveva accettato l’invito d’una famiglia amica, la quale si proponeva di compiere il giro del

Cadore in automobile.

– Ho voluto parlarti prima di partire, – ella disse a Brunello con insolita gravità.

Era seduta nel salotto, fra valigie e bagaglie che doveva spedire per ferrovia.

Brunello, scorgendo le sedie e la poltrona ancora sovraccariche di roba, vesti, libri e gingilli,

prese posto sul coperchio d’un baule, come quando piccino teneva tra le braccia il Re moro e

meditava intorno alle nequizie del mondo.

– So che tu sei ospite di villa Barbano, – seguitò la contessa.

– Sì, mamma, – rispose Brunello. – Sono corso qui a salutarti, e ritornerò domani sul lago.

– Chi c’era in villa? – domandò Clara Dolores.

– Nicla, suo marito, e la zia Amelia.

– Sempre?

– No. Ieri Gigi è tornato a Milano e ci ha lasciati soli. Stamane dev’essere tornato in

campagna. Ma perchè mi domandi?

– Vi ha lasciati soli, – ripetè la contessa.

Esitava, quasi avesse qualche cosa di difficile a dire.

– Mi hai presentato tu stesso il signor Barbano, – seguitò. – È un gentiluomo, e si sente che ti

ama come un fratello.

Bruno strinse le labbra, volgendo impacciato il capo a guardar fuori della finestra.

– Non è vero? – riprese la contessa.

– È vero! – confermò Bruno. – Come un fratello!

Vi fu un breve silenzio. Clara Dolores esitava ancora. Infine si decise:

– So che tu ami molto Nicoletta e che Nicoletta ti ama molto. Sarà oggi forse più bella di

quando l’ho conosciuta. Ebbene, figlio mio, tu che sei onesto, devi allontanarti da lei….

– Che cosa dici, mamma? – esclamò Bruno, quasi con un grido, alzandosi in piedi. – Sarebbe

come se tu mi proponessi di strapparmi il cuore.

– Lo so, – rispose Clara Dolores. – Ti propongo una cosa terribile. Ma a lei, a Nicoletta, io

non posso parlare, e potessi anche, non dovrei. Non ne ho alcun diritto.

Riflettè un istante, e quindi proseguì:

– So anche dove andate: andate incontro a una passione che vi spezzerà tutti. Figliuolo mio,

perdonami se ti dico questo. Nicoletta non saprà mai resistere. È stata sempre tua; non ha amato che

te in tutti questi anni, ha posto come scopo della vita non la felicità sua propria, ma la tua. Ti si darà

perchè ti appartiene, con la semplicità d’una donna che non può più ragionare. Tu devi salvarla.

Non ritornerai sul lago. Non ritornerai più. Partirai oggi stesso con me. Darò io gli ordini.

S’interruppe.

Bruno le si era gettato ai piedi e le si aggrappava alle vesti come un bambino.

– Mamma, – supplicò, – un giorno solo! Concedimi un giorno! Lascia ch’io la riveda, che le

dica addio! Partirò con te poi, ti obbedirò; ma dammi l’ultima gioia, l’ultima disperazione di

rivederla.

Clara Dolores scosse il capo e aggiunse risolutamente:

– No. Nemmeno un’ora! Sareste perduti! Tu sei già pazzo; lo sento nella tua voce. Ascoltami

bene, Brunello. In qualunque altro caso e per qualunque altro uomo, io avrei fatto finta di non

vedere e di non capire. La vita è lotta, e ciascuno si difenda come può. Ma Gigi Barbano ti ha

gettato le braccia al collo, me lo hai raccontato tu stesso, e ti ha aperto la casa e ti ha dato il nome e

i diritti d’un fratello. E io non posso sapere e tacere, indovinare e permettere. Non si tradisce

l’ospitalità d’un uomo come il marito di Nicla.

– Mamma, mamma, – interruppe Bruno, sempre inginocchiato innanzi alla contessa. – Tu

non comprendi? Come potrei spiegare a Gigi la mia partenza subitanea? Gli ho promesso di

tornare!

– Spiegherò io. Scriverò io oggi stesso, – promise Clara Dolores. – Gli dirò che sono malata,

che parto per una cura e che desidero averti con me. Scriverai anche tu la stessa cosa. Farò scrivere

dal medico, se non basta, perchè tutto sia chiaro. Ma tornare laggiù, mai, neppure per un’ora! Non si

tradisce un uomo come il tuo amico.

Bruno si levò in piedi.

– Sei implacabile! – disse. – Vuoi che Nicla e io moriamo.

– Non morirete; sarà una spaventevole prova, ma ne uscirete vittoriosi, – rispose calma la

contessa. – Lo dovete alla vostra coscienza e al vostro onore.

– No, no, no! – disse Brunello, scuotendo il capo. – La coscienza, l’onore, sono parole: io non

posso vivere senza Nicla, e Nicla non può vivere senza di me.

La contessa si levò pianamente e avvicinatasi al giovane gli osservò:

– Tu parli già come in delirio, figliuolo mio. Se tuo padre fosse qui, ti pregherebbe con me.

– Mamma, – balbettò Bruno. – Il papà mi pregherebbe? Tu credi?

– Ne sono certa, – disse Clara Dolores con fermezza. – Egli ha commesse molte leggerezze

nella sua vita, e lo sappiamo, e ne è stato troppo punito. Ma io so che non avrebbe mai tradito

l’ospitalità d’un amico. Egli sognava che tu fossi forte. E dov’è la tua forza, se non sai vincere una

battaglia, una grande battaglia? Ti domando questo sacrificio in nome di tuo padre, che te ne

sarebbe grato!

E parlando, scrutava sul volto bianco e disfatto del figlio le fasi della lotta che s’era

scatenata furiosa nel suo cuore.

– E che varrà questo sacrificio, – disse Brunello a un tratto, – s’egli non lo saprà mai?

– La pace della tua Nicla non varrà dunque nulla essa pure? – domandò la contessa.

– Mamma, lascia ch’io la riveda, – implorò di nuovo Brunello. – Un giorno solo. Le dirò ciò

che tu mi hai detto; la pregherò d’essere forte come sarò forte io.

– Ah, bambino, e cadrete nelle braccia l’una dell’altro! – esclamò Clara Dolores.

Quindi seguitò, inesorabile:

– -No, neppure un’ora, neppure un minuto! Vi rivedrete fra dieci anni!… Non credevo,

Brunello, che nemmeno il pensiero di tuo padre riuscisse a piegarti…. È dunque una passione che

non conosce più nulla di sacro e non s’arresta davanti a nulla?

Bruno esitò ancora un istante; poi con uno sforzo supremo, dichiarò:

– Ti obbedisco!

E a capo basso uscì, allontanando dolcemente sua madre che aveva aperto le braccia per

serrarlo sul petto. Ma quando giunse nello studio, sentì che precipitava in un abisso.

Nicla era stata sua la notte prima. Ed egli fuggiva? E come confessare a sua madre che

ormai era troppo tardi, ch’egli non poteva abbandonare una donna, la quale gli aveva dato l’ultima,

la più grande, indimenticabile prova del suo amore?

Seduto innanzi al tavolino, con la penna appuntata sulla carta, cercava invano una parola,

una frase, che non fossero vili….

Udì battere discretamente all’uscio.

– Avanti! – disse.

Entrò il Salapolli.

– È arrivato un telegramma per lei, conte, – egli annunziò.

– Sarà Gigi, – rispose Brunello, – che insiste perchè non manchi domani. Leggi pure.

E tornò a cercar nella mente una frase, una parola, che non fossero vili; ma non udendo più

voce dal Salapolli, girò il capo verso di lui, e lo vide bianco, terreo, muto, col telegramma aperto

nelle mani tremanti.

Gli fu sopra d’un balzo, gli strappò il telegramma dal pugno. Cinque parole.

“Nicla annegata. Vieni subito. Gigi”.

La sua bocca si aperse a un grido rauco, che somigliava all’urlo d’una belva ferita a morte; e

battendo l’aria con le braccia, Brunello Traldi precipitò al suolo, di schianto.

XXIX.

Bruno Traldi fu per più mesi ammalato, e vegliarono al suo capezzale la madre e il vecchio

Salapolli.

Il male era strano; una invincibile malinconia struggeva il giovane; di tanto in tanto i medici

esponevano una teoria nuova e prescrivevano una nuova cura. Brunello non potè salvarsi dai

medici e dai mali che grazie alla sua fresca età.

Era condannato a vivere; aveva promesso di vivere, solennemente.

E il sacrificio di Nicla sarebbe stato vano, s’egli dalla vita non avesse tratto forza a lavorare

e a gettar qualche luce su quel nome dei Traldi di San Pietro, il quale era stato caro a lui quanto alla

sua amica scomparsa.

Entrato appena in convalescenza, si mise all’opera; e diciotto mesi dopo il giorno di

sventura, il libro di Bruno Traldi vide la luce.

Aveva da lungo tempo imaginato un poema, un romanzo di gioia e di fede; e

inesorabilmente doveva creare un poema di sconfinata angoscia.

L’umanità cieca che s’avvolge a spirale su sè stessa come s’avvolge il serpe in numerosi

anelli; le schiere bestiali di gente nata a far folla e a brulicare come una verminaia; le illusioni di

coloro i quali credono alla gloria, rumore di cento anni, e lottano per trovar posto fra gli eletti, che

formano essi medesimi una folla di cui tutti in breve si dimenticano; il galoppo incessante di popoli

e di razze che conclude in un baratro, nel nulla; l’inutilità fatale dell’opera e l’inutilità fatale

dell’ozio: questo era il quadro, in cui si muovevano i suoi personaggi. E si muovevano con

franchezza, condotti da mano maestra. Egli aveva sì precocemente e intensamente vissuto e dentro

gli occhi portava tante diverse visioni del mondo, che un’acerba esperienza e un penetrante spirito

d’osservazione avevan potuto dettargli pagine stupende per verità e per colore.

Fu prima un susurro intorno al libro, poi un fracasso insostenibile.

Dissero alcuni che non si trattava d’un poema ma d’un romanzo; dissero altri che non si

trattava d’un romanzo ma d’un poema; e non potendo classificarlo esattamente, i critici s’irritarono.

In nome della virtù, non pochi si scagliarono contro il giovane frollo e sfiduciato che invece di

infiammar le genti, le scorava, invece di drizzar l’ingegno straordinario a predicar qualche fede,

adunava tutte le sue forze a seminar lagrime e disperazione.

Menava una guerra sorda e tenace contro di lui Duccio Massenti; il quale andava

scalmanandosi per l’immoralità del libro, immorale non di quella immoralità sciocca e villana che

consiste nelle scene e nelle parole e che il pubblico fugge; ma di una immoralità congenita, senza

farmaco possibile, ch’era in tutta la sostanza dell’opera, nel sangue e nel midollo. E un articolo,

certo inspirato da Duccio Massenti, faceva qualche allusione alla vita dell’autore, ai disordini di cui

era stato testimonio, a una passione cupa tragicamente finita, di cui era stato protagonista; allusioni

coperte, esposte con prudenza, che Bruno e i suoi intimi potevano comprendere e che sfuggivano

agli altri.

Bruno Traldi lesse l’articolo e sorrise di dispregio.

– Nicla me lo aveva detto, – confidò al Salapolli. – Duccio Massenti sarebbe diventato un

mio nemico mortale. Egli voleva sposare Nicla, poi diventar padrone di casa mia, poi consigliarmi

e condurmi; e perchè nessuno di questi tre fini gli è riuscito, mi odia.

– La signora benedetta, – rispose il Salapolli, – non aveva previsto però, e nessuno poteva

prevederlo, che Duccio Massenti sarebbe stato anche un imbecille; perchè nulla giova meglio a un

libro e a un autore che le polemiche, le ingiurie e le accuse.

Bruno alzò le spalle.

Il rumore saliva; molti critici confessavano d’essere innanzi a un ingegno strapotente, il

quale cominciava con la sicurezza d’un maestro. Nessuno voleva credere che l’autore non contasse

per anco ventidue anni, e un giornale ne pubblicò il ritratto.

Si leggevano in quel volto chiaro dalle linee ferme e dal mento breve un’anima amara e una

volontà ostinata; e tuttavia la giovinezza, una giovinezza senza sorriso, era nella persona dritta

come uno stelo e pronta a scattare in corsa.

Il pubblico si gettò sul libro con avidità; e il libro avvelenò molte anime ignare; il tossico

ch’era in tutta la vita di Bruno Traldi serpeggiava, entrava nelle fibre, recideva i nervi.

Solo, vicino a Bruno Traldi, in un cantuccio, stava il vecchio Salapolli, che s’ubbriacava di

quel trionfo come d’un liquore portentoso; in silenzio, perchè Bruno non voleva udirne parlare.

Onde il Salapolli ne parlava qualche volta con la contessa. Diceva:

– È la gloria. È il genio.

E batteva le palpebre quasi non avesse potuto sostener la luce che sfolgorava intorno alla

figura del diletto alunno. E con gli occhi umidi soggiungeva:

– Se il conte Fabiano potesse comprendere!… Quale consolazione ne avrebbe!… Come

sarebbe superbo!

Ma un giorno la contessa Clara Dolores scosse il capo.

Ella aveva da tempo rinunziato ai piaceri del mondo per stare a fianco del figliuolo, a cui

prodigava un tesoro di materna sollecitudine.

E scosse il capo, e rispose:

– Voi mi fate paura, caro amico. La gloria e il genio non hanno dato mai, a chi doveva

portarne il peso, se non dolore. Io vorrei che mio figlio non avesse gloria, non avesse genio; e che

la vita gli sorridesse, come sorride agli ignoti e ai mediocri.

XXX.

Bruno Traldi era passato indifferente attraverso altri frastuoni. E neppur la vittoria lo

commoveva, quasi ne fosse stato sempre certo.

Fuggiva quanto era possibile il mondo. La sua vita oscillava tra la tomba dei vivi in cui suo

padre vegetava ancora, e la tomba battuta dal vento e dalla neve e dalla pioggia e lambita dal sole,

in cui era stata composta la salma di Nicla.

Andava spesso a trovarla, e la raccomandava amorosamente al guardiano perchè nulla le

mancasse intorno.

Chiedeva a quella memoria la forza di vivere, come aveva giurato.

Dandosi a lui per sempre, Nicla gli aveva gettato ai piedi l’aulente corona della vita. Ed egli

gettava ai piedi della cara ombra la corona intossicata della gloria.

Ma assorto innanzi alla candida tomba, gli era avvenuto più volte di stendere le braccia nel

vuoto, mentre le sue labbra susurravano il ritornello che il vecchio maestro cantava a lui bambino:

“Tu dormi alle mie grida disperate – E il gallo canta e non ti vuoi svegliare”.

FINE.