Neera – Il libro di mio figlio

A MIO FIGLIO ADOLFO.

Scrivo su queste pagine il tuo caro nome perchè in te le pensai, per te le raccolsi, a te le dedico.
I consigli, che ti presento, sono tutti frutti maturati ad uno ad uno dalla osservazione, coltivati nel mio cuore. So che si potrebbe dire di essi come di tutti i frutti del mondo: altri simili e migliori ne ha il vicino. Ma questi sono miei; e tanto per me, come per te, la giustificazione è di quelle che si possono ascrivere fra le circostanze attenuanti.
Nulla io tolsi agli illustri scrittori che mi precedettero nel trattare lo stesso tema; e ciò per la semplice ragione che non li ho letti. Così questo volume mancherà di dottrina, ma se, per avventura, qualche mia osservazione fosse avvalorata dall’osservazione di altri, meglio per te, ne ritrarrai maggior convincimento e profitto.
La mia vita somiglia ora ad un paesaggio da cui il caldo sole del meriggio si ritrae per lasciar posto alle ombre della sera; la luce non è ancora scomparsa, ma la notte è vicina. Possa tu trovare in questa fusione di raggi e di ombre tutta la saggezza della madre, tutta l’indulgenza dell’amica.
Il volume è piccino, perchè tu possa tenerlo sempre con te, accompagnarti nei tuoi viaggi, sorriderti sempre nella solitudine della tua camera, e sopratutto, e più ancora, tenertelo vicino quando non sarai solo.
È concettoso più che descrittivo, perchè voglio lasciare molta parte alla tua fantasia; indicarti, ma non limitarti la strada.
Non è un trattato di filosofia, dove nulla è trascurato ed ogni idea giunge ad una conclusione. È piuttosto un indice, un catalogo di idee. A te, a’ tuoi giovani compagni, che siete la forza viva del paese, dò questo terreno da lavorare.
Vorrei infine che il mio libro fosse una specie di dizionario dell’anima, al quale tu avessi da ricorrere in tutti i casi dove non sarai ben sicuro di te e dove ti apparirà un aspetto nuovo della vita e degli uomini.
Rifletti su ognuna delle mie frasi – leggendo attentamente – e fanne l’applicazione di volta in volta, secondo che i fatti ti si presentano. È questo il solo metodo per impossessarti della verità. Quantunque io sia persuasa di dirti il vero, ho piacere che tu stesso abbia a persuadertene.
A guisa di semente data a prova, non tutti i chicchi spunteranno subito, ma ciascuno alla sua stagione; e quelli che ora ti sembrassero acerbi, riponili; verrà il loro tempo. Verrà il giorno in cui, rileggendo questo libriccino con animo e criteri nuovi, una sola forse delle mie parole ti rischiarerà la via fatta spinosa e difficile. Pensa allora a tua madre.

Se non avesse l’apparenza un po’ cinica vorrei incominciare con una massima che io ritengo cardinale. Qualunque tu voglia essere, o galantuomo o briccone, siilo per intero.
È certo che per te non temo l’ambiguità della interpretazione, nè io mi credo obbligata a soggiungere: sii galantuomo. Tuttavia per galantomismo non intendo quella onestà rudimentale che consiste nel non rubare e che per una classe numerosissima di persone sarebbe affatto senza valore; nella stessa guisa che il pudore personale si chiama virtù solamente quando è applicabile alle donne e l’ubbidienza quando si tratta di frati, di soldati e di bambini.
L’onestà deve abbracciare tutto il carattere, tutte le classi, tutte le età. Deve essere la base e il coronamento, stendersi ai lati più lontani, penetrare e cementare lo intero edificio. Si potrà poi riuscire spiritosi o imbecilli, lavoratori o pigri, educati o villani – è una questione di più e di meno – l’indispensabile è di essere onesti, esserlo da cima a fondo; perchè l’onestà, la quale non guida sempre alla fortuna, basta a farci sopportare le disgrazie ove essa sia ampia e superiore.
Una mezza onestà invece è spesso un guaio; difficilmente resiste alle tentazioni, dunque non è valida; d’altra parte ci lascia sentire il rimorso, dunque non ci rende felici.
Ti esorto a meditare questa affermazione ed a farne l’esperimento su te stesso, che è cosa facilissima. Ogni qual volta nell’attrito del tuo interesse cogli interessi altrui l’egoismo la vince, ma pure non sei contento, vuol dire, sì, che l’egoismo era in te maggiore della virtù; ma quel malessere che senti, quella specie di amarezza che ti avvelena il trionfo, mentre prova l’esistere della coscienza, si erige ad ostacolo verso il pieno godimento egoistico. Soffri perchè non sei nè interamente buono nè interamente malvagio. Ecco dunque la necessità di decidersi per l’una e per l’altra di queste due strade.
Una persona che non abbia la vera vocazione del birbante deve, per suo vantaggio, avvicinarsi possibilmente a un ideale di onestà; la via di mezzo in questo caso è la peggiore.
O felici calpestando gli altri, non badando ai loro gemiti, godendoci il bottino. O felici innalzando le anime nostre a quelle regioni di filosofia pura dove la felicità non è altro che sinonimo di coscienza.

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La coscienza è tanto necessaria all’ingranaggio della vita che, per supplire alle deficienze naturali, si prevò il bisogno di stabilire quei vade mecum della coscienza che vengono chiamati Decalogo e Codice; come sarebbe a dire le dande dell’umanità, una specie di cercine contro le cadute.
Ma a te sembra un uomo, un vero uomo, colui che cammina appoggiato solamente e ciò?
Nella storia appaiono fiacchi ed imbelli quei popoli che accettano la tirannia di un re; forti quelli che si reggono da soli – onde il frequente giudizio che la repubblica sia il migliore dei governi per ogni popolo, mentre non la forma di governo è quella che importa, bensì la saggezza dei popoli.
La forma anche qui, come nelle religioni, nelle arti, nella poesia, non è che la veste sotto la quale è necessario che palpiti un corpo ben conformato per dare impulso alla vita. È desso, il corpo, che deve plasmare ogni piega, ogni linea dell’involucro esteriore; ed è giudizio della più grossolana ignoranza credere che, mutando di abito, si mutino i nervi ed i muscoli.
Io non so se nei secoli futuri si potrà far senza dei freni addentati ora con tanta violenza da coloro che si definiscono da sè stessi “i ribelli.”
Ma veramente non si deve pretendere l’effetto prima della causa; allontanare il decalogo, il codice, il re, prima di avere, e fortemente, una coscienza.
A questo ideale l’umanità non giungerà che assai tardi. Frattanto chi sa, chi può, deve applicare le sue forze non ad abbattere la palizzata dei doveri riconosciuti, la quale, se non risponde più ai bisogni moderni, cadrà da sè senza bisogno di Maramaldi; ma ad iniziare la più grande conquista dei secoli venturi: la coscienza individuale.
Davide era un santo re, un uomo che viveva secondo le leggi di Dio; ma quando la legge di Dio si trovava in lotta colle sue passioni egli la metteva da parte, facendo uccidere con disinvoltura i mariti delle donne che gli piacevano. Sono costumi antichi che non differiscono molto dai moderni.
Nessuna legge esterna può frenare validamente le tempeste del cuore e dei sensi. Il freno deve pur esso nascere in noi, far parte delle nostre sensazioni e dei nostri bisogni, essere un coefficiente primo del nostro perchè di vivere.
L’onestà di un uomo, che mira ad essere qualcosa più del primo venuto si appoggia, non alle minacce del castigo, non agli allettamenti del premio, ma alla rivolta di tutto il suo ente superiore contro l’ente inferiore.
Senza questa necessità dell’animo non ci potremo mai chiamare interamente onesti. Somiglieremo ai cani che si illudono di essere liberi perchè scorrazzano per le vie, ma che hanno la museruola.

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Una caratteristica delle nazioni oneste e culte, è il rispetto della proprietà e delle opinioni altrui, la quale trova poi nell’individuo la sua più alta estrinsecazione che è il rispetto di sè stessi.
Credersi degno di grandi imprese è magnanimità. Rispettarsi e stimarsi è semplicemente dovere. Se ognuno sentisse vivamente questo dovere, non si avrebbe la curiosa contraddizione che, mentre nel giudicare gli altri la nostra opinione ci sembra inappellabile, quando si tratta di portar giudizio sopra noi stessi ce ne rimettiamo facilmente al parere altrui, tenendoci da molto o da poco secondo che ci voglion fare.
Se ci stimassimo in noi e per noi, avremmo minore smania di apparire gentili, puliti, culti, e maggiore cura di esserlo.
Infine, preferendo il verdetto del prossimo al nostro, noi ci diamo una tacita patente di imbecilli.
Se si deve – e si deve senza dubbio – rispettare l’opinione di tutti, perchè non incominciamo da noi stessi? Questa è la sola via aperta a quel nobilissimo sentimento umano che è la dignità; sentimento per cui, anche cadendo, l’uomo superiore non si degrada mai e porta fin nei luoghi più turpi, fin nelle carceri e sul patibolo, la continua presenza di sè stesso a sè stesso.

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L’uomo superiore non fa caso dei giudizi del mondo; egli ha in sè stesso un giudice unico che è la sua coscienza.
Capirai però che per usare di questo diritto è d’uopo tenere molto alto il proprio senso morale. Per bastare a sè stessi bisogna esser ricchi, e solo chi ha dovizie d’alti sentimenti e di propositi generosi può fare a meno del plauso della folla.
Se tu vedi qualcuno che va in cerca della lode e della approvazione altrui, di’ pure con certezza ch’ei si sente meschino; potrà essere onesto, ma è senza dubbio debole.
Questa ricerca di plauso, questa vanità del successo, in fondo non è altro che povertà, insufficenza, impotenza.
Nel detto antico “virtù basta a sè stessa” è racchiusa una profonda conoscenza dell’intelletto umano, il quale tanto più si appaga quanto maggiormente si nutre di sè.
L’importante è di non mettersi dalla parte del torto. Gl’insulti, la malignità, tutto è niente quando la ragione è nostra. La miglior risposta che si possa dare ad una parola bassa è un fatto magnanimo. Gli insulti appartengono a chi li fa, non a chi li subisce. Noi soli siamo i padroni delle nostre parole e dei nostri atti.
Essere malcontenti e tormentati dalla condotta altrui è un affanno volgare. Il solo affanno che t’auguro di non provare mai è il malcontento di te stesso.

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Ti accadrà qualche volta di sentirti chiedere un consiglio, essendovi una quantità di persone che in ogni circostanza fuori dell’ordinario perdono la bussola e vanno tastando la coscienza del terzo e del quarto per confortare la propria. Tu dà sempre consigli onesti e schietti. Evita di chiederne se puoi. Taci se non sai e non credi.
Coltiva di buon’ora dentro di te il criterio e la rettitudine, così avrai due amici sicuri che non mancheranno di darti in qualunque occasione il migliore dei consigli.
C’è poi un metodo molto semplice per consigliarti da te stesso: “Nel fisico fa quello che senti, nel morale quello che devi.”
Ma anche qui occorre che tu rifletta come per affidarci sicuramente al nostro giudizio lo dobbiamo rendere perfetto, sì che non sia possibile nè un inganno dei nostri sensi, nè un inganno della nostra coscienza.
Ad ogni modo, e cogli uni e coll’altra, non bisogna mai transigere se si vuole dominarli. Dobbiamo tenerci cari i nostri sensi, ma non in diverso modo che ci teniamo caro un buon servitore; e verso la coscienza, questo Faro misteriosamente acceso in vista delle passioni che ci insidiano, pieghiamo sempre la prua vacillante dei nostri dubbi e dei nostri sconforti.

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Vi sono persone di mente ristretta che, pur volendo assurgere ad un ideale qualsiasi, lo vanno cercando nell’osservanza scrupolosa di certe regole sociali; e più si credono educati quante maggiori catene si sono imposte; essendo per essi la livellatura delle belle creanze il suggello esclusivo della superiorità.
Tutti eguali: è il loro motto. Tutti lisci, levigati, lucidati, tosati a un modo; con quelle frasi, quei saluti, quel sistema di divertirsi, di estasiarsi, di addolorarsi; gli entusiasmi di ordinanza come la forma del cappello e i giudizi passati di cranio in cranio e di bocca in bocca come una parola d’ordine. Somigliano ai gnocchi fatti colla siringa, che l’uno non differisce dall’altro.
Di queste animucce di pecora vi è larga abbondanza fra gli uomini, e nelle donne poi è una gara a chi meglio vi riesce.
Tali persone piacciono, a dir vero, per la stessa ragione che nulla è più gradevole al palato dei più, quanto un gnocco ben fatto, rotondo, morbido, scivolante e senza troppo sale.
Ma per te, figlio mio, non desidero questa specie di perfezione meccanica. Sii sempre e anzitutto te stesso e lascia la meccanica a coloro che non possono avere altrimenti una forma.

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Dicono che l’educazione può tutto, facendo essa ballare gli orsi.
Tuttavia non fa ballare le foche, ed a queste si accontenta di insegnare i vocalizzi. Ciò sembrerebbe un avvertimento della natura, la quale permette all’educazione di cacciare sopra i suoi possessi, ma con riserva.
Infatti si può fare qualche cosa di un uomo quando sia dotato di intelligenza e di criterio; ma da un rozzo cretino, da un arido egoista che ne trarrebbe la migliore delle educazioni? Essa darà solamente la vernice; tegamini da pochi soldi che si screpolano al primo fuoco.
L’educazione più potente di tutte, che è la scuola della vita, ha ottenuto prodigi con Franklin, con Muratori, con Lincoln (falegname, quasi analfabeta, poi presidente degli Stati Uniti), con Giotto, con Shakspeare, con Sisto V, con Nicola Breakspeare, che cominciò la vita mendicando per terminarla sul trono pontificale sotto il nome di Adriano IV – perchè questi uomini avevano in sè la molla che rispondeva, che scattava all’urto.
Ma gli scolari degli educandati più coscienziosi son sempre i migliori cittadini, i geni preclari?
E che si può pretendere dal povero maestro, quando gli si affida un fanciullo stupido, caparbio, materiale, con tutti gli istinti cattivi e nessuna scintilla nel cervello, nessuna goccia di sangue generoso?
Non era che ai tempi biblici e sotto la verga di Mosè che dalle rupi infeconde zampillavano le sorgenti vive. Oggi non si fanno più miracoli. Ogni conquista è il frutto di lunghi studi, di pazienti e audaci ricerche.
La pianta-uomo va innestata al pari delle altre nel profondo, nel midollo.
E noi dobbiamo a noi stessi questo innesto, pensando ai figli nostri che saranno per tal modo migliori di noi, che faranno fede dell’amore allargato fuori della persona, nei secoli, nelle generazioni che verranno.

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Quello che manca assai è il criterio. Se si potesse istituire cattedre di buon senso, allora sì, che l’istruzione cadrebbe in terreno fecondo.
Ma il criterio è uno dei più eletti doni della natura; difficilmente si acquista. Tanto è vero che noi vediamo degli avvocati ragionare come pappagalli, o certe signorine, uscite dalle scuole superiori, ricche di diplomi e così povere di cervello da far pietà.
È raro che ingegno, criterio e cuore si trovino riuniti nello stesso individuo. Per me, se dovessi scegliere fra questi meriti, lascierei fuori l’ingegno; e se me ne fosse concesso uno solo tirerei a sorte fra il criterio e il cuore, cercando di pigliare il criterio.
Non ti sembri eccessiva durezza la mia nel mettere il criterio a pari meriti col cuore e anco un pochino di più.
Il cuore da solo fa commettere molte sciocchezze; quanto all’ingegno esso potrà servire in date occasioni, mentre il criterio ci occorre tutti i giorni, nelle grandi e nelle piccole cose, negli affari come negli affetti.
I manicomi sono popolati da infelici a cui, nella maggioranza dei casi, nè l’ingegno nè il cuore facevano difetto.

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A fianco del criterio deve camminare la fermezza; è una qualità indispensabile del carattere. Senza fermezza, nessuna dote d’ingegno o di cuore è veramente pregevole e nemmeno utile.
Uomini che pur avevano ingegno fallirono in ogni loro tentativo perchè mancanti di fermezza. Giovanetti che davano le più belle speranze si sfiancarono e caddero a mezza strada, perchè incapaci di persistere, incapaci dì lottare.
Il genio non si conquista nemmeno dai più volonterosi; il carattere sì, se c’è la fermezza. Non confondere però la fermezza colla ostinazione. La prima è figlia di un nobile ideale, la seconda è il rampollo mal combinato della vanità e dell’impotenza.
La fermezza va applicata su vasta scala, con mète grandiose, senza preoccupazione dei minuti particolari sui quali appunto si abbarbica qual gramigna e arranca e succhia ed alza il capo prepotente per farsi vedere da tutti la meschinissima ostinazione. Direi: la fermezza è la prova che noi diamo a noi stessi del nostro valore; l’ostinazione e quella che pretendiamo di imporre agli altri. Sono la luce e l’ombra di un medesimo prisma.
Per esempio. La risposta che diede Galilei a tutti gli scienziati del suo tempo era la convinzione di un vero afferrato, era la sicurezza di chi sa. Una baracca di legno comparsa a diverse Esposizioni con la presunzione di svelare il segreto del moto perpetuo, non era altro che l’ostinazione di un ignorante in lotta coi principii più elementari della materia; non era più un genio che intuiva e provava, era un mattoide fantastico che voleva imporre il suo sogno.

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Si dà tanto vanto all’ingegno adesso, e le mamme si pavoneggiano con tanta compiacenza per la mente svegliata delle loro creature, ed i premi delle scuole sono così sempre volti all’intelligenza ed allo studio, che poco o nulla – nulla addirittura – si concede alla formazione del carattere, lasciando che i giovanetti se la spiccino da sè col proprio temperamento.
Ora, e per le pochissime lotte che la civiltà lascia all’adolescenza, e per gli agi della vita, e per l’invadente scetticismo, e per la mancanza d’ideali, raro è il caso di una vera forza di animo.
Sieno prova di ciò le statistiche dei suicidi incapaci di sostenere le lotte della vita, dei cassieri che non resistono alla tentazione dei denari a loro affidati, degli strilloni politici e declamatori di morale che avranno, magari, una aspirazione patriottica e virtuosa, ma che la perdono subito di vista quando casca a loro un’offa in bocca. Tutta un’armata di soldati a parole, di gente che vorrebbe rifare il mondo e la quale non arriva in conclusione che a rifare le proprie tasche quando può, disdicendo gli ideali, preferendo una bassezza ben nutrita ai magri eroismi che non rendono nulla.
Questi, naturalmente, gli effetti estremi; senza parlare dei casi minori e molteplici di fiacchezza che tu stesso devi osservare per essere, come già ti dissi, mio collaboratore nella ricerca della verità.
Prendi nota frattanto che la strada fatalissima dove si mina la fermezza è quella delle concessioni. Oggi si cede un dito, domani un palmo, poi tutto il braccio, finchè l’intero corpo è preso.
Non vi sono mai passi senza pericolo quando si cammina sopra un abisso.
Ricordalo.

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Una imperfezione del carattere che pone maggiori ceppi all’ingegno e sfronda molte gloriose corone e fa spargere infinite lagrime, è la leggerezza.
Fuggi per quanto puoi le persone leggiere. Ti sarà qualche volta difficile, perchè ve ne sono fra esse di simpaticissime. Hanno generalmente un abbandono, una grazia ingenua e naturale, una vivacità, una socievolezza che incanta e crea loro dovunque molte amicizie. Ma questi cari esseri che noi amiamo talvolta fino alla follìa sono i nostri peggiori nemici.
Cento volte meglio una persona malvagia; almeno noi ne diffidiamo e, al postutto, non commetterà il male a tutte le ore del giorno.
Coi leggeri invece non sai mai dove cammini; credi di correre sopra un praticello fiorito e sprofondi nella mota. Essi ti vorranno tutto il bene immaginabile, ma per inavvertenza ti uccidono.
Sono esseri ibridi, commedianti d’occasione, oggi eroi, domani vigliacchi, senza coscienza nè dell’una nè dell’altra parte; un po’ matti, un po’ fanciulli, innamorati sempre di quel che luccica, del similoro, delle gemme di vetro, delle pagliuzze, delle trombe e delle baracche di cerretani; con un bisogno continuo di movimento e di rumore, sia poi rumore di istrumenti musicali, o fischio di palle, o scrosciare di fulmini; per essi è tutt’uno.
A sette e a dieci anni sono i fanciulli adorabili, i graziosi birichini che ottengono quel che vogliono a furia di baci e di promesse. A quindici scroccano l’esame per la prontezza del loro spirito, per l’audacia e la duttilità della loro intelligenza. A venti anni si gettano a capo fitto nella vita, e siccome non mancano di una buona dose di arditezza che simula coraggio, molti fra essi hanno la fortuna di morire sul campo dell’onore, rimpianti ed adorati sempre.
Ma quelli che vivono lasciando giorno per giorno un lembo delle loro vesti ai rovi del sentiero, atterrando nella loro corsa cieca qualunque ostacolo, sia esso il cuore di una madre o l’onore di una sposa, sia una fortuna che dilapidano od un’amicizia che tradiscono, o una fede a cui vengono meno? Ma quando giunti al termine della loro esistenza guardandosi indietro trovano di aver lacerato, disperso, perduto tutto – salute, affetti, considerazioni, ricchezza – qual’è il loro grido? Essi dicono: Eppure non sono cattivo, non fui altro che leggiero!

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Non essere cattivi è una forza passiva, quindi pressochè inutile. Buoni bisogna essere.
La bontà è una qualità innata del carattere e ne parrebbe a tutta prima difficile l’acquisto, ma non è.
Nella stessa guisa che molte persone naturalmente buone riescono per ignoranza o per mali esempi a sviare i loro migliori istinti, altre ve ne sono le quali, non ottime in natura, alla bontà si avvicinano colla intelligente frequenza di sentimenti alti e gentili.
È dunque utile fare uno studio speciale per migliorarci sempre, che è anche una strada che conduce alla felicità. Una persona veramente buona si sente, non altro che per questo, paga.
La bontà che consola, la bontà che incoraggia, la bontà che insegna, la bontà che perdona, ecco altrettante sorgenti di purissime gioie per un’anima elevata.
Quasi tutti hanno qualche lampo di bontà. Pochi sono sempre e sinceramente buoni.
Conosco una quantità di persone delle quali si dice che non farebbero male ad una mosca. Ma va a domandare a queste persone un sacrificio, una noia, un disturbo un’ora di pazienza e di abnegazione! Va a dire a quel grasso sibarita che interrompa il suo desinare per correre a spegnere un incendio, a salvare un bambino. Egli ti darà venti lire perchè queste non gli costano nessuna fatica. Va a chiedere a quella signora, che sta vestendosi per il ballo, di levarsi l’abito elegante per sedere al capezzale di una donna che muore. Ella ti prometterà di fare al ballo una colletta.
È facile essere buoni così!

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Un uomo dal temperamento molle, dal cuore dolciastro e piagnucoloso, sensibilissimo al benessere materiale di una buona digestione, si commuove leggendo sul giornale che una madre ha ucciso a busse il suo bambino. Oppure, trovandosi davanti al fuoco, coi piedi nelle pantofole di pelo, un buon bicchiere davanti, si intenerisce ai disastri di una spedizione polare. Positivamente si intenerisce.
La sua piccola immaginazione gli rizza davanti una folla di pericoli e di sofferenze che avrebbero potuto, Dio guardi, toccare a lui stesso; e si agita, e versa qualche lagrimuccia, esclamando: “soffro troppo, soffro troppo!” finchè, getta via il giornale, tracanna il contenuto del bicchiere, adagiandosi pian piano, solleticato dalla morbidezza della poltrona, chiudendo gli occhi a un sonnellino benefico.
Che cuore sensibile! si dice intorno a lui.
Costui è un egoista di tre cotte. Egli non farebbe un passo per nessuno; ma è un egoista sorridente, inoffensivo, senza nervi e senza malizia, e tutte queste qualità negative lo circondano di un piccolo nimbo serafico, nel quale egli si compiace, come un santacchione, canonizzato in buona fede dall’ignoranza di chi lo circonda.
Noi vogliamo una bontà più intelligente e più forte; una bontà che dovrebbe forse cambiar nome e chiamarsi giustizia; una bontà attiva che ci faccia ricercare i mali del prossimo, una giustizia serena che ci induca a compensarli con quanto noi abbiamo di migliore: l’intelligenza e la volontà.

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L’eccesso di sensibilità nervosa, che è poi debolezza, non ha niente a vedere col sentimento. I moti generosi del cuore hanno ben altra sorgente.
Ora se una donnina grida al vedere una farfalla infilzata sopra uno spillo, la si crede molto sensibile e buona. Una volta le donne si chiamavano Cornelia, Lucrezia, Veturia, Virginia, Camilla, non sapevano nemmeno che cosa volesse dire la parola nervi; giurerei che una farfalla infilzata le lasciava indifferenti, e che per ciò? Diremo che erano peggiori di noi? Che non amavano la patria? Che non educavano altamente i figli? che non sapevano morire?
Dagli antichi romani che permettevano lottassero insieme uomini e fiere, al giorno d’oggi in cui vediamo riprovato nella cronaca cittadina delle gazzette un uomo che batte il suo asino, del cammino se n’è fatto. Ma chi corre di più? Il cuore o la fantasia?
La morbosa filantropia che popola le carceri di comodità e di diletti, che offre concerti ai ladri, delle commedie agli assassini, mentre a migliaia e a migliaia i morenti di fame esulano tutti gli anni verso lidi meno filantropici, che cosa vi induce a pensare? Che il sentimento vero è troppo spesso sacrificato al sentimentalismo.
Quella specie di sofferenza che le persone impressionabili risentono per i mali altrui (nota che la risentono per i soli mali che vedono) è affatto inutile, è anzi dannosa alla economia della natura, perchè non scema il male vero e per contro vi aggiunge il male immaginario.
Non crederti dunque un’anima nobile se l’aspetto di un uomo accoltellato ti dà una fitta al cuore. Soccorrilo. È la sola forma d’umanità che merita lode; tutto il resto è sentimentalismo vuoto.

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Certo dobbiamo a questo sentimentalismo la maggior parte del bene che si fa. Ognuno che benefica è persuaso di agire per la misericordia del prossimo, ma effettivamente il bene lo fa per sè stesso, per mitigare la suddetta sofferenza fantastico-nervosa.
La prova di ciò puoi averla, osservando come, novanta volte su cento, se noi arriviamo a vincere il nostro dolore pei mali altrui, non benefichiamo più.
Siamo tutti di un gran cuore al momento dell’impressione, cioè quando il nostro egoismo è trascinato a soffrire. Così non siamo generosi nè buoni, nè degni di assurgere alle glorie della carità.
La conclusione è pessimista. Pur troppo, lo studio dell’uomo conduce al pessimismo, ma non si deve fermare qui; il pessimismo non è un ostacolo alla mèta. Riconoscere la nostra deficienza non vuol dire accettarla ed accontentarsene. Il pessimismo in questo caso deve servirci di fiaccola.
Scrivo questo libriccino per allargare l’animo alla comprensione del bene. Il bene facile, quello che sgorga appunto dal midollo rammollito dei sentimentaloidi o dalla febriciattola dei vanitosi non basta più alla umanità matura.
Altri ideali, altre conquiste dovete avere, o giovinetti della nuova generazione, voi che inizierete il ventesimo secolo.

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Quando un uomo, movendo i primi passi dal presepio di Betlemme, percorse tutta la Palestina predicando l’amore, e disse di morire egli stesso per amore de’ suoi simili, le turbe meravigliate lo adorarono chiamandolo Dio.
Quelle turbe passarono, ed altre ne vennero tramutandosi la leggenda dell’uomo divino; ne fecero una religione, crearono dogmi, si ebbero guerre, odi, martiri ed eroi. Nessuno dopo Cristo, se non il poverello d’Assisi, ha mai dimostrato coi fatti che il progresso doveva consistere nella imitazione di quel sublime altruismo.
Ed ora, dal cuore di questo vecchio mondo si alza più che mai bisognoso, più che mai ardente e terribile il grido dell’umanità mistificata. Siamo fratelli; non vogliamo più vessilli, nè parole sonanti, nè cieli lontani, nè sterili lagrime. Dateci l’amore.
Oh! non l’amore volgare del pezzo di pane sbattuto sul viso, della colletta pubblicata sui giornali; ma l’amore vero, umano, il grande che corra qual soffio simpatico dalla reggia al tugurio, che sollevi dai solchi il contadino abbrutito, che unisca l’ingegno al denaro, la forza al sentimento, che redima la donna dalla sua abbietta condizione sessuale; l’amore che freni i nobili e disperati tentativi dei nichilismo; l’amore che infiammi di una religione nuova gl’increduli, che desti i pigri, che animi i codardi, che ispiri i generosi.
Quanto siamo lontani da questo ideale! Esso diventerà realtà il giorno in cui le coscienze elevate non saranno più sparsi drappelli, saranno legioni, saranno popoli; quando l’altruismo, vincendo l’immane battaglia che lo aspetta, avrà dimostrato che, meglio dell’egoismo, esso può dare la felicità.
Sicuro, bisogna capovolgere l’attuale sistema materialista che sotto forma di venali conquiste accarezza i peggiori istinti dell’uomo e lo spinge all’odio de’ suoi simili.
Nello stesso modo che si curano i polmoni coll’aria delle alte montagne, bisogna trasportare le nostre coscienze in alto, molto in alto.
È una cura lunga e faticosa alla quale si opporranno i malati più che i sani; e qui sorge spontanea la domanda: Chi ci condurrà, poichè Cristo non è più con noi a trascinare la sua croce?
No. Cristo non è più. Ma diffidare delle forze della natura, ma non credere che alle conquiste del pensiero abbia da aggiungersi la conquista della coscienza, e non sentire il dovere di concorrere a questa opera di civiltà, è un rinnegare il progresso, è un correre ciechi verso la barbarie più mostruosa di tutte, quella che non ha nemmeno la scusa dell’ignoranza.

* * *

Del resto, io non intendo già d’inventare una virtù e di imporla agli uomini. Il vero spirito della carità esiste, è sempre esistito; non si tratta che di svilupparlo, deviando a suo vantaggio quella grande massa di forze morali e pecuniarie che si sperperano ogni giorno a profitto del sentimentalismo e della vanità.
È difficile che in una calamità, sia pubblica che privata, non si riveli improvvisamente il criterio di un uomo di cuore.
Dal re al soldato, dal giovanetto elegante alla suora di carità, nell’ultima epidemia colerosa che afflisse l’Italia, l’altruismo ha portato alta e superba la sua bandiera.
C’è un’innondazione, un terremoto? I fatti magnanimi si moltiplicano, non per opera dei comizi e delle fiere di beneficenza, no; ma dalle viscere stesse del popolo battuto dalla disgrazia sorge e si sviluppa il germe dell’amore per i fratelli.
Durante una gita alpina, tre uomini cadono in un burrone. I compagni già estenuati, avendone tentato inutilmente la salvezza, raccolgono le loro forze e muovono in cerca di aiuto.
Il paese dove essi giungono è povero, quasi disabitato: essi, esausti, più morti che vivi.
Non importa; bussano alla casa del parroco, additano il pericolo e svengono. Il parroco si alza, corre di porta in porta, chiede, esorta, impone, commuove, elettrizza. Raggranellata una piccola scorta, nel cuore della notte, tra i ghiacci minacciosi, rischiando la vita ad ogni passo, i modesti eroi dell’amore raggiungono i morenti e li salvano.
Che cosa dobbiamo concludere?
Che la forza vitale c’è; che in mezzo al putridume egoistico una vena di sangue generoso scorre ancora.
È piccola, è scarsa, ma deve bastare alla nostra fede. Un solo lembo di terra scoperto da lontano ridonò le forze ai compagni dell’audace genovese, che proseguirono animosi e trovarono un mondo.

* * *

Giunta a questo punto m’arresto un istante e ti chiedo, figlio mio, sai soffrire?
Avendo deliberatamente bandito da questo libriccino le citazioni poetiche, dò però posto ad una che vorrei veder scritta su tutte le case abitate dagli uomini:

Liberamente il forte
Apre al dolor le porte
Del cor, come all’amico.

Il dolore è la più alta espressione del sentimento, è l’agente più nobile dell’educazione e della morale. Esso è necessario alla vita di una persona che non voglia assomigliare ad una marmotta.
L’educazione antica, dove aveva tanta parte il dolore, crebbe all’ammirazione dei posteri le tempre bronzine degli eroi di Plutarco.
Tutte le arti si ispirarono al dolore, dal gruppo di Laocoonte alla Deposizione, dal pianto di Andromaca al dubbio di Amleto e al grido di Rigoletto.
La setta degli stoici fiorente nella antica Grecia, se volle togliere alla vita il dolore dovette privarla anche del piacere. Fu essa che inventò la massima: il saggio poco si allegra e poco s’addolora. Chi soffre poco, gode leggermente, questo è innegabile.
Nel dolore l’anima ci affina, il pensiero si eleva. Il dolore ci avvicina al genio e ce ne rende comprensibili le opere, poichè da Omero a Leopardi i grandi uomini hanno grandemente sofferto. Una profonda verità filosofica sta racchiusa nel concetto cristiano che Dio manda il dolore a quelli che maggiormente ama.
L’esistenza è tessuta di piaceri e di sofferenze; ma nel mentre i primi scorrono, goccie limpide senza lasciare traccia, le sofferenze imprimono un marchio inedelebile.
Per questa sua potenza duratura il dolore sviluppa e modifica semi che giacerebbero forse inoperosi nel petto dell’uomo: per esempio la sensibilità, l’indulgenza, la pietà; così più giova alla educazione della vita una disgrazia che non una fortuna.
I grandi benefattori dell’umanità, incominciando da Cristo che nacque in una stalla, ebbero umili natali e giovinezza stentata.

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Si sente spesso citare il fatto di uno che impazzisce in seguito ad una sventura, che muore disperato o che si suicida. Ma queste non sono prove contro il dolore.
Nessuna sventura può far girare la testa a chi l’ha saldamente attaccata alle spalle. Niobe, non si è suicidata e Respha ha difeso fino agli estremi, ritta e forte, i cadaveri dei suoi figli minacciati dagli avoltoi.
Questi miti della favola antica, come il principio di tutte le religioni del mondo, si appoggiano ad una profonda esperienza realista.
Chi diventa matto, qualunque sia la causa apparente, è perchè sortì nascendo il cervello di un matto; lo stesso dicasi del suicida.
Il Fattore del mondo, dando all’uomo il dolore, gli ha pur dato la facoltà di sopportarlo.
Siamo noi che a furia di accidia paralizziamo le nostre forze, riducendole pressochè tutte allo stato di un meccanismo irrugginito. Stoltamente egoisti, facciamo muovere solamente quei congegni che ci dànno un immediato diletto, e non si pensa che in natura tutto è collettivo, tutto è necessario; il dolore al pari del piacere.
A ben riguardare, il dolore è in certo modo una forma eccessiva del piacere; forma elevata, ignota al volgo, che ha fascini possenti, misteriosi come quelli dell’abisso.
Chi pensa e chi ama va incontro al dolore, così come affronta volontariamente la morte l’esploratore dei mari. Salomone lasciò scritto: avanzarsi nella sapienza è avanzarsi nel corruccio. Colui che studia lo sa e non indietreggia davanti a questo dolore necessario all’anima sua.
Ma se appaiono libere ed ampie le vie del dolore, non è così della gioia. Erra assai l’egoista che fuggendo il dolore si immagina di prepararsi un letto di rose; il dolore lo coglierà impreparato, fiacco, e allora, sì, farà di lui uno scimunito, un pazzo od un suicida.

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Il coraggio si allea naturalmente al pensiero del dolore. Al pari di quello si può dividere in coraggio fisico e coraggio morale.
Il coraggio guerriero è, nella maggior parte dei casi, frutto di un temperamento sanguigno e robusto, e deve necessariamente appoggiarsi sopra una fibra resistente. Difatti ai soldati non si chiede quale sviluppo abbia il loro essere pensante, ma se misurano ottanta centimetri di torace.
La pazienza, l’abnegazione, la perseveranza sono tutte forme di coraggio. Lottare per una convinzione, combattere per un’idea, è altrettanto coraggioso quanto scendere in campo. Lottare colle proprie passioni è l’espressione più alta del coraggio.
Ogni conquista, sia dessa fisica o intellettuale, rappresenta un nucleo di forze sostenute dal coraggio. Cesare, Napoleone, Franklin, Galileo, Savonarola, Giordano Bruno, Alighieri, Jenner, Stephenson, stanno a capofila dei coraggiosi.
Ma gli ospedali pure raccolgono nelle lente agonie, nelle eroiche operazioni chirurgiche, la somma di grandi, di ignorati coraggi; e nelle soffitte dei poveri, accanto alla miseria, alla malattia, agli stenti, il coraggio di un’umile madre è molte volte il perno intorno a cui si aggirano le onestà laboriose e rassegnate dell’operaio, della fanciulla, dei bambini affacciantisi alla vita.
È necessario ad ogni modo coltivare una certa forza di trasfusione per il caso che il nostro coraggio, invece di esserci domandato tutto intero, non lo si voglia suddiviso, centellinato nelle proporzioni inafferrabili ma continue dei piccoli sacrifici, dove la vittoria è meno splendida, meno appariscente, ma dove appunto il merito è più grande.

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Si è sempre detto che la virtù è rara. Fino ai vent’anni non lo credetti; giunta ai trenta mi parve vero, ma dopo venni fra me formulando la convinzione che essa sia, nel fatto, anche più rara di quel che si dice.
Uno avrà la virtù di buon cittadino e sarà cattivo figlio o cattivo padre. Un altro sarà onesto in tutti i suoi rapporti sociali preveduti dal codice, e nella sua vita intima batterà vie tortuose e buie. Così si sono visti dei ladri e degli assassini capaci di azioni eroiche, di affetti tenaci e profondi.
Strigelli, un bandito che viveva ottant’anni fa depredando diligenze, terrore di tutti i gendarmi e spauracchio dei viaggiatori, solea portare con sè dell’acqua di Melissa per sostenere le signore nei loro svenimenti; le confortava, le incoraggiava, riconducendole col cappello in mano nella vettura che egli aveva svaligiata. Non era certamente un malfattore volgare.
Lacenaire, omicida, scriveva dal carcere versi pieni di idealità, come La silfide. Non era dunque tutta bestiale l’anima sua.
E accanto a costoro, quanti poeti celebri, quanti scrittori morali che passarono ai posteri per l’alta virtù delle loro opere scritte, furono nelle loro opere vissute non meno colpevoli di Strigelli e di Lacenaire? Essi ebbero solamente il genio in più, e nei raggi di questo gran sole nascosero tutto ciò che era in loro di meschino e di volgare.
Si trovano qua e là dei frammenti di virtù, come si trovano in certe montagne rocciose dei filoni d’oro; ma una virtù intera, completa, dubito assai che esista.
È d’uopo aggiungere che l’occasione di essere eroi, capita quando capita, una volta nella vita; mentre a tutte le ore del giorno abbiamo bisogno di essere o pazienti o generosi o compassionevoli o fermi.
Ogni alba che spunta ci prepara un sacrificio.
È qui, in queste lotte meschine, incessanti, vere lotte di quei pigmei che noi siamo verso l’infinita incognita che ci domina; è in questo campo ristretto, apparentemente inglorioso, che noi dobbiamo esercitare le nostre modeste virtù, sviluppare il nostro coraggio, renderci forti contro la sofferenza, forti al punto di guardarla in faccia pari a pari come un nemico che non temiamo non solo, ma che disprezziamo.
E un’altra cosa occorre. Bisogna avere molte volte il coraggio di soffrire un momento, subito, per risparmiarci lunghe sofferenze poi. Questa massima, applicabile tanto ai casi di idrofobia quanto ai casi di passione, te la raccomando caldamente.
Forse è uno di quei chicchi acerbi di cui ti parlavo in principio. Passa oltre per ora, ma segna codesto punto colla matita rossa.

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La schiettezza e la sincerità non devono scompagnarsi dall’uomo onesto. L’ipocrita è ripugnante a tutti. Noi dobbiamo avere la convinzione dei nostri ideali e il coraggio delle nostre convinzioni.
Ma vi sono eziandio molti sciocchi i quali si vantano sempre di dire la verità, cioè quel tanto che essi credono verità, e bisogna appunto essere sciocchi per dire con tutti ciò che si pensa.
Questo non è certamente un omaggio alla verità. Può sembrare indizio d’animo schietto in un adolescente e come tale è bello; ma l’uomo che si addestra alla vita, così piena di tranelli e di maschere, deve procedere cauto.
La verità che giova altrui, la verità che sbugiarda il vizio, la verità che afferma i nostri diritti, ovvero i diritti del prossimo, ecco le verità che si debbono dire sempre a qualunque costo. Ma è strano come effettivamente queste qualità siano trascurate e si coltivi invece la inutile verità di mostrare al tale che ci è antipatico, al tal altro che non ha spirito e che veste male o che i suoi gusti in arte sono sbagliati.
Non dobbiamo scordarci di appartenere alla fragile discendenza di Adamo e concedere qualche cosa all’amor proprio.
E ad ogni modo una verità rustica, sgarbata, impertinente, la si tollera in un libro stampato o la si accetta per tradizione uscita dai labbri di un filosofo antico, molto antico.
Tra noi, in questa valle d’eguaglianza, anche la verità sorta ignuda dall’olimpo celeste deve coprirsi di qualche velo per far sì che tutti almeno la possano guardare.

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Certuni, sotto pretesto di esser sinceri, lasciano trasparire qualunque brutto movimento dell’animo; e se capita a trovarli in un’ora di malumore un amico, non gli nascondono la loro contrarietà, adducendo che già sono franchi e non sanno fingere.
– Mi trovi più sincero che obbligante, – dicono. E dall’aria soddisfatta, altera, traspare l’intima loro persuasione di essere qualche cosa, di avere un carattere.
Ma la sincerità rozza, egoistica, non è una virtù, non è franchezza, non è sincerità; è semplicemente cattiva educazione.
In tale caso e in tutti i consimili è facile capire che c’è molto maggior merito a frenarsi ed a coprire con un po’ di discrezione la sfacciata nudità di un vero che non giova ad alcuno.
Non si può nemmeno immaginare che nella nostra società raffinata, l’integrità del carattere possa bastare a rendere accetta una persona triviale. È indispensabile un po’ di amabilità, perchè se le persone intelligenti potrebbero stimarti egualmente anche se privo di quella, il numero infinito dei vani, dei poveri di spirito, dei cervelli limitati, non te la perdonerebbero mai.
M’aspetto questa interruzione: “Che importa a me di costoro?”
Niente, lo so. Ma se puoi fare a meno del loro giudizio, essi sono troppo numerosi perchè non ti possa occorrere talvolta l’opera loro. Non dunque come giudici, ma come strumenti ti terrai amici anche costoro; e non per far piacere ad essi, ma per evitare dispiaceri inutili a te ed a’ tuoi cari, darai loro equo tributo di benevolenza.

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La necessità di nascondere, in certi casi, quello che si pensa, mi si presentò per la prima volta evidentissima in una circostanza che ti voglio raccontare a fine di chiarir meglio il mio ragionamento.
Ero giovine affatto, forse ancora nella adolescenza, quando frequentavo la casa di una ricca signora che era stata molto elegante e che dall’abitudine dell’alta società conservava i modi più attraenti.
Mi voleva bene, mi usava infinite gentilezze; i giorni passati da lei erano per me giorni di festa; li ricordo ancora con dolcezza. Una volta trovai sul tavolino della mia nobile amica l’almanacco di Gotha e mi misi a sfogliarlo, fermandomi sopra i ritratti di due principesse di cui ora non saprei ricordare il nome.
La signora, che guardava al disopra della mia testa, additò improvvisamente una delle principesse esclamando: “Assomiglia tutta alla mia povera figlia!”
Le era morta una figlia bellissima nel fiore degli anni. Io non l’avevo conosciuta; ma, osservando entrambe le figure dell’almanacco, trovai più di mio gusto l’altra principessa, e mentre la povera madre si estasiava in esclamazioni: “Vedi che occhi! che fronte! che bocca!” io scioccamente, senza necessità, per quella stupida mania di dire tutto ciò che si pensa, affermai risolutamente: “Eppure, è più bella l’altra.”
Il volto, l’accento, i modi della gentilissima dama mi dimostrarono in un baleno quanto ero stata zotica e male educata, come il mio giudizio fosse inutile e la mia schiettezza inopportuna, ed evidente solo la mia assoluta ignoranza del vivere sociale.
Che importava il mio gusto sopra un genere piuttosto che sopra un altro di bellezza femminile? Non era invece il caso di accondiscendere la parzialità materna, di dare una gioia, una consolazione, una soddisfazione a lei che piangeva sempre la figlia morta? E neppure era necessaria una bugia, una negazione della mia preferenza. Bastava ch’io avessi detto: “Sì, è bella.”

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Ora, se si possono presentare delle circostanze in cui la prudenza, la cortesia od altro fanno transigere colla assoluta schiettezza riguardo al nostro prossimo, ciò non deve esser per noi e con noi. Ed è il punto difficile.
I lenocini della vanità sono sempre lì pronti a persuaderci dei nostri meriti. Ci acconciamo subito senza esame, senza indagini, senza paura di offendere la giustizia quando si tratta di credere a un complimento.
Vantano il nostro ingegno? La cosa ci sembra affatto naturale. Esaltano la nostra bellezza, la nostra amabilità? Niun vero ci appare sulla terra più chiaro di questo.
Ammettiamo astrattamente di avere dei difetti; ma alla resa dei conti, non ci ritroviamo che difetti graziosi, simpatici, provenienti dall’eccesso stesso delle nostre buone qualità.
Ah! povera schiettezza, quando si tratta di noi, quando bisogna discendere nel nostro interno risolutamente, e ghermire il nostro io nel momento della colpa, e smascherarlo, e batterlo e gridargli: “Sei vile!”
Eppure, figlio mio, bisogna fare così.

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Il nosce te ipsum scritto sulla porta del tempio greco è pur sempre la base d’ogni educazione, come è la base della giustizia, della moralità, della salute.
In verità lo studio di noi stessi è molto più necessario di tante altre cose per le quali vi sono cattedre e maestri patentati. La fonte della sapienza è in noi. L’uomo è il principio di tutto.
Che diresti di un padrone di casa il quale non conoscesse le proprie masserizie o di un condottiero che ignora il numero dei suoi soldati?
Nosce te ipsum per l’anima dunque: cioè, per le tue facoltà pensanti e sensibili. Nosce te ipsum per il corpo: igiene e bellezza.
Ma è proprio nella applicazione di questa massima che si intoppa contro il disamore della verità per il soverchio amore di sè stessi: base falsa d’amore, perchè rinnegare il brutto non vuol dire non averlo, anzi l’ignorarlo è la strada per tenerselo eternamente.
Si deve dunque avere il coraggio di confessare a sè stessi: io sono sleale o invidioso o maligno o ambizioso o infingardo o egoista. E sono: tubercoloso o sciancato o ipocondriaco o guercio o gobbo.
Queste sono le basi immutabili del sapere e del progresso.

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L’indagine costante del vero conduce assai spesso al dolore, ma su questo punto siamo già d’accordo.
Sappiamo, cioè, che il dolore non ci deve arrestare mai. Chi vuole la verità vuole il dolore.
Considera però, figlio mio, che il dolore qui non è che uno stato transitorio, una specie di limbo purgante dove l’uomo depone le sue scorie animali e dal quale passa alle serene intangibili regioni della filosofia pura, in cui l’elevatezza morale tien luogo di ogni altra felicità.
E nella applicazione materiale della mia massima il vantaggio è anche più immediato.
Conosco persone coraggiose che, in seguito alla schietta ricognizione di un fisico disgraziato e alla ferma persistenza nella cura di esso, vinsero una vera e propria battaglia colla natura.
Altri invece ne conosco deboli e vani, menti paurose che rifuggono da ogni scandaglio, bugiardi per fiacchezza, ciechi per ignoranza, che piangono e si disperano alla sola supposizione di non essere perfettamente sani, negando la malattia, fuggendo il medico, tutto ciò in odio a una dolorosa verità e vittime immancabili della loro codardia.

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Nella ricerca assidua del vero e procedendo, come già ti dissi, attraverso noi stessi, ci dobbiamo anzitutto rendere mondi da ogni preconcetto. Dobbiamo avere sì, il nostro giudizio che è un diritto sacrosanto; ma ci corre in pari tempo il dovere di rispettare e di studiare anche le convinzioni altrui, perchè, o le troviamo migliori delle nostre e allora le adotteremo, fedeli alla bandiera della verità che reca il motto: dovunque; oppure ci sembrano false e ciò servirà a consolidare la nostra fede.
Del resto, a voler mettere in sodo in un modo assoluto qual è il vero, qual è il falso, e tutte le derivazioni, applicazioni e conseguenze, c’è da riedificare la torre di Babele, perchè tutti gli assiomi creati dagli nomini sono impugnabili.
Il più grande filosofo, il primo dei pensatori ha pure un temperamento attraverso il quale il suo genio deve passare volere o no.
Tutte le scuole in filosofia e in arte nascono dal temperamento; l’inutilità delle discussioni lo prova abbastanza chiaro.
Noi possiamo essere grandi o meschini, ma sempre nell’indole nostra la quale ci è vietato di mutare; e se pare che muti qualche volta, ciò avviene per un processo naturale; nello stesso modo che il vino diventa aceto e l’acqua ghiaccio.
Non dunque io ti dirò: Questo o quello è il vero; sibbene: cercalo.
È in tale ginnastica, la più nobile per il cervello umano che troverai la tua via e sovr’essa imprimerai sicuro il passo. Prendiamo un esempio che valga a dimostrare meglio le mie osservazioni sul temperamento.
Agostino, nato a Tagaste in Africa, era un bellissimo giovane, nobile, pieno d’ingegno, di foga e di ardore. La scienza e l’amore lo trascinavano egualmente, tal che egli si ammaestrò in tutto lo scibile permesso a quei tempi (354-430) e lasciò pure scritto nelle Confessioni: “Quello che io volevo, quello che io cercavo, era d’amare e di essere amato.” Desiderio che fu ampiamente esaudito; come trovò ristoro la sua sete di imparare nelle scuole di Madaura, di Cartagine, di Roma, tra Cicerone e Platone, fra le teorie del Cristianesimo e quelle dei Manichei.
Ma temperamento straordinariamente appassionato, insaziabile di ideale, mobile, nervoso, multiforme, nè gli amori, nè i viaggi, nè i libri, nè le orgie, nè la scienza, nè le vive amicizie allacciate o sciolte potevano acquietare il vulcano che era in lui.
Avendo provato tutto a trent’anni, cadde finalmente nelle braccia della Religione cristiana che, splendida e nova, doveva affascinare quell’anima altamente generosa.
La Chiesa ascrive tra i suoi vanti la conversione di Agostino, attribuendola alle preghiere della santa madre di lui, Monica. L’osservatore, tuttavia, non può fare a meno di considerare che miscredente o cristiano il vescovo di Ippona resta sempre ciò che natura lo ha fatto: un uomo ardente, ricco di passioni.
L’indomito africano potè diventare uno dei capi del cattolicismo e tendere alteramente la destra al suo maestro ed emulo sant’Ambrogio. Dubito però ch’egli potesse mai diventare nè un umile san Pietro, nè un mansueto san Giuseppe, nè un san Giovanni Stilita da passare la vita sopra gli alberi, nè un ascetico san Luigi Gonzaga, nè un mistico san Filippo Neri.
L’evoluzione violenta, la soluzione estrema, erano naturale conseguenza del suo temperamento avido di ricerche.

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Astrattamente dunque ci è permesso di tracciare la via della verità, e fra le due verità indiscutibili della vita e della morte dar posto all’arte, alla scienza, all’amore, alla pietà, questi altri veri, mobili e cangianti, dove ognuno di noi cerca il proprio ideale.
Ma nella osservazione positiva, dobbiamo andare cauti assai per non incorrere nei giudizi temerari, così facili, spesso falsi.
È proprio di un osservatore superficiale l’attenersi agli effetti senza indagare le cause.
Uno si mostra freddo e taciturno: è insensibile. Non prende parte agli scherzi, ai motti di una società allegra: è senza spirito. Non accenna a commuoversi al racconto di una sventura: è senza cuore.
Ragionando in tal modo limitato non si tien conto dell’orgoglio, dello sdegno, della noia, della timidezza, della preoccupazione; tutte cause validissime, capaci in date circostanze di far parere cretino Dante Alighieri e spietato san Francesco di Paola.
Questi giudizi avventati provengono da leggerezza e dall’abitudine che si ha, giudicando gli altri, di non riportarsi mai a sè stessi, di non fare esami di coscienza, mentre l’uomo saggio dovrebbe a tutte le ore mirarsi nella propria coscienza come dentro a uno specchio e non imitare le donne vane che fatte vecchie non tengono più specchi intorno.
Io ho sempre trovato un po’ d’indulgenza per coloro che in una società vengono qualificati per imbecilli, rifacendomi poi, non lo nego, sopra una quantità di gloriole mondane, ingegni da salotto, rivenduglioli dello spirito e della scienza altrui.
Ammiriamo l’indulgenza; essa è la virtù dei grandi e dei puri.

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Vi è però una specie di indulgenza che sembra bontà e non è altro che debolezza ed accidia; l’indulgenza che assolve tutto senza esaminare; senza discutere, che si mostra facilmente caritatevole per evitarsi la noia di essere giusta; manica larga che ricopre egualmente il galantuomo ed il briccone colla ragione speciosa che siamo tutti fratelli.
Mettiamo in una società, in una famiglia, un terzo solo di persone siffattamente indulgenti; che cosa diventerà quella società, quella famiglia? Indulgenza ci vuole, ma non cieca, non pigra, sopratutto non complice.
Questa complicità la si osserva con frequenza nei partiti politici, nelle sette religiose, nelle combriccole letterarie, dappertutto dove un principio, una credenza o un interesse comune tengono uniti insieme molti uomini quali per onorare il principio nascondono o negano le colpe affidategli.
Comunissima è poi l’indulgenza per i difetti che abbiamo noi stessi. Sentirai dire dall’uno: io abborro l’ipocrisia; dall’altro: per me non v’è maggior peccato dell’avarizia; un terzo scaglierà i suoi fulmini contro la gola. E per logica conseguenza, il primo avrà molta tolleranza per la brutalità delle persone sedicentesi schiette; mentre l’altro, prodigo lui stesso, è convinto che la prodigalità sia un vizio amabile; e per l’altro ancora il primo eroe del mondo dovrebbe essere san Gerolamo, così alieno dal peccato della gola che beveva l’olio della lampada scambiandolo per acqua.
Principio rudimentale d’ogni studio sull’uomo è la serenità dell’osservazione.
L’indulgenza non deve consistere nel modo di giudicare ma nel modo di concludere; e tutte le volte che il tuo giudizio non ti presenta un caso di malafede, di disonestà, di offesa ai sani principi della morale, sui quali non è possibile transigere e dove l’indulgenza sarebbe colpa, devi usare verso il prossimo quella misericordia di giudizio che è una specie di carità dell’animo.
La sottile divisione, la linea leggera che separa queste due indulgenze basta a renderle tanto differenti. Non vi è norma in proposito. La regola ci viene dettata al momento pratico dal nostro criterio, da quel senso morale che si potrebbe chiamare il sesto senso e per il quale chi ne è dotato, all’infuori d’ogni legge e d’ogni dogma, in qualsiasi grado di coltura e di civiltà, riconosce subito il vero e dice con sicurezza: Questo è bene, questo è male.
Nature elette per cui sarebbe inutile scrivere qualsiasi trattato, perchè hanno in sè stesse il germe di tutte le cose belle, alle quali arrivano per naturale e spontaneo sviluppo.
Ma d’altra parte, siccome è ancor più inutile scrivere per i disgraziati privi di sentimento e di senno, niuna cosa ottiene minor premio quanto gettare buona semente in un terreno sterile, ben vengano gli eletti.
Di essi è il regno della verità.

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Nel viaggio sentimentale di Lorenzo Sterne c’è l’episodio di un povero il quale non cercava mai inutilmente la carità ai passeggieri.
Colpito da questo fatto persistente, il filosofo volle avvicinarlo per scoprire la molla segreta di tanto successo, e si accorse che la adulazione formava tutta la batteria aggressiva di quel furbo.
Chiamando belle le donne, generosi gli uomini, vispi e seducenti i vecchi, lusingando infine la vanità di ciascuno, egli accumulava elemosine, dove per vero dire il diavolo ci aveva a che fare ben più che Domeneddio, ma questo doveva importargli poco.
Resistere all’adulazione volgare, veramente, non dovrebbe essere molto difficile. Ma vi sono certe adulazioni sottili che si infiltrano colla soavità di un lento profumo, che ci stringono in un amplesso, che toccano giusto il nostro lato debole e vi versano sopra un balsamo a petto del quale l’olio, il miele, l’ambrosia e tutte le dolcezze conosciute non sono più nulla.
Sentendo vantare i nostri meriti, noi che, realmente, abbiamo il costante ideale di renderci meritevoli, ci persuadiamo subito di esserne in possesso. E un fumo come d’incenso di turiboli agitati, di corone sospese sulla nostra fronte, di fiori sparsi sotto ai nostri piedi, ci trasporta, ci esalta, non tocchiamo più la terra.
Quando ti senti preso da una simile ebbrezza, sta in guardia. Pensa all’accattone e metti la mano sulla borsa.

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Volgendo la massima dall’altro lato ti dirò ancora: tu non scenderai mai alla bassezza dell’adulazione.
Molti se ne servono per leggerezza, per divertirsi alle spalle dei gonzi che ci credono senza nessun altro scopo che di fare un esperimento. Ma anche questo è male. Non si deve scherzare colle cose sacre, e la coscienza umana, che una falsa lode può turbare, è fra le più sacre.
Valersi poi dell’adulazione per scopo di lucro, per ingraziarsi la benevolenza, per ottenere favori e parzialità, è uno dei più ignobili traffichi che l’uomo fa del suo io morale: dopo del quale non m’indigna più chi vende il proprio corpo.
La libertà fisica è priva di nobiltà e di coraggio quando sovr’essa non è libera l’anima: cioè il pensiero. E l’anima non potrà mai concedere una porzione di sè stessa ad una causa che non la persuade solo perchè le torna utile, o ad una persona che non ama, solo perchè la persona è potente.
Qui, dopo averti quasi promessa una sola citazione di versi, ti chiedo grazia per una seconda dello stesso autore; ma così veramente educatrice e degna dell’altra che mi è caro consegnarle entrambe a queste pagine che portano il tuo nome:

Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà ma libero,
Il regno della morte.

Non senti tutta la fierezza di questo concetto, diciamo pure tutto l’orgoglio?
L’orgoglio, vedi? io lo stimo moltissimo – a parte l’orgoglio dell’asino che portava reliquie e che, vedendo i contadini inginocchiarsi dietro i suoi passi, rizzava le orecchie credendosi un gran personaggio.
Il vero orgoglio non si circoscrive alla meschina compiacenza di sè stessi. Si deve essere orgogliosi del principio che si professa; orgogliosi non dei meriti che abbiamo, ma del dovere di portarli altamente e nobilmente.
La modestia dei grandi è una virtù molto apprezzata dai piccoli, perchè la loro vanità ne esce incolume. Tuttavia occorre distinguere.
Di fronte all’ideale, ogni uomo per quanto grande, anzi in ragione del suo valore, proverà quel sentimento di ritrosia, quasi di rispetto, che è la sola modestia permessa: direi la modestia naturale.
Si oltrepassa però il limite della modestia e si entra nel convenzionalismo e nella ipocrisia quando l’uomo grande o semplicemente superiore, od anche solo onesto, trovandosi di fronte all’inetto, al birbante, credesi obbligato a farsi loro pari per modestia.
Una modestia che giunge a questo punto non mi persuade; niente più di quella umiltà che fa presentare la guancia sinistra dopo di aver ricevuto uno schiaffo sulla destra.
Francamente preferisco l’orgoglio di Napoleone, quando, mettendosi in capo la corona, getta al mondo come una sfida le altere parole: guai a chi la tocca! Nelle fibre di un eroe c’è sempre la stoffa di un orgoglioso.
Ripeto, orgoglioso; non superbia, non vanità, non iattanza. Soggiungo: orgoglio intimo. E se non sembrasse un paradosso direi: orgoglio modesto. Deve essere infine un fermo e giusto convincimento del nostro valore, senza boria, senza offesa per gli altri.

* * *

Gli altri!
Parola che non ha un senso vago, misterioso; che svolge davanti ai nostri occhi un panorama di onde cozzanti, ruggenti; una folla indistinta oppure paurosa, tra la quale noi sentiamo che si agitano le fila del nostro destino.
Gli altri? Chi? Tutto il mondo. I nostri amici e i nostri nemici, i vicini, gli assenti, i futuri, coloro che amammo nel passato e coloro che, sconosciuti oggi, segneranno domani il loro nome incancellabile nella storia della nostra vita.
Non siamo più noi nella sostanza, ma siamo ancora noi collettivamente; sono gli anelli della nostra catena, le facce del nostro prisma, i nostri maestri, i nostri scolari, i nostri giudici; attori a vicenda e spettatori; la ragione unica del nostro essere, perchè se non ci fossero essi, noi non potremmo nè amare, nè odiare, nè combattere, nè produrre, nè esser buoni, nè esser cattivi e nemmeno vivere. Il nostro io, quell’io di cui siamo così teneri, non sarebbe che una nullità, uno zero senza valore, un atomo disperso.
L’uomo, solo nell’immensità del creato, sarebbe più meschino del filo d’erba che tremola sullo stelo. La sua forza gli viene dal numero. Il suo io non si afferma che moltiplicato per milioni.
È in quest’onda vivente che ne circonda che noi troveremo i nostri palpiti migliori, la migliore estrinsecazione delle nostre forze. Tutto è stato esplorato, i cieli, gli abissi, la profondità del mare, la sommità delle vette.
Dovunque l’uomo ha portato la fiaccola del progresso; ha studiato tutto intorno a lui, fuorchè sè stesso.
I minerali hanno dato il loro nome a diverse età; e come si ebbe il secolo dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, questo secolo decimonono si è chiamato da sè il secolo della luce. Ma quando verrà il secolo dell’uomo?

* * *

Amando e cercando i nostri simili dobbiamo però inoltrarci colla stessa prudenza che ci guida attraverso un ospedale, dove noi passiamo accanto ai tifosi ed ai vaiolosi guardandoci bene dall’assorbirne l’infezione.
Non altrimenti va inteso il precetto di Orazio: Odi profanum vulgus et arceo. Non disprezzare il volgo, ma non averne bisogno, non subirne le debolezze, non lasciarti trascinare.
Fuggi la messa in iscena, la pompa, l’apparenza, la polvere negli occhi; ciò che brilla, che scoppietta, che abbaglia, che stordisce, che frastuona; i cerretani politici e i cerretani della morale: tutti quelli che fanno ballare le scimmie vestite da uomo.
Modesta la parola e alta l’idea. Così nei tempi splendidi consacrati dalla storia usavano i padri nostri. Così dobbiamo usare noi, se di quegli uomini sentiamo il cuore e l’intelletto.
Continuando il paragone dell’ospedale, ti dirò, che non deve aggirarsi tra la folla chi non abbia i disinfettanti con sè e robusto il temperamento.
Per questo il debole leggero si getta spensieratamente nel mondo; il debole prudente lo schiva; solo il forte lo affronta e ne esce incolume.
Il forte assomiglia a una lama di tersissimo acciaio; i putridumi vi passan sopra senza intaccarla.

* * *

Hai mai osservato che i fiori, le stelle, i cristalli dei monti, tutte le meraviglie della creazione inanimata sono pure nel loro insieme un prodigio d’armonia; ma quando si manifesta la vita, questo fermento ignoto che anima uomini e bestie, la moltitudine diventa pericolosa?
Uno stormo di uccelli devasta quel campo che un uccello solo deliziava col suo canto. Una formica ci meraviglia e ci fa ridere per la sua piccolezza, ed una colonna di formiche invade la nostra casa.
Esistono gli eroi, i saggi, gli onesti, i magnanimi; esistono separatamente, flora privilegiata che si estolle in qualsiasi regione; ma le masse sono sempre e dovunque brutali.
Perchè? Per la stessa ragione che i morbi infuriano dove gli uomini sono più spessi; perchè in una maggioranza di deboli, il contagio si propaga rapidamente; infine perchè quando si lotta fianco a fianco l’egoismo prevale, e nella smania frenetica della conquista gli uomini diventano fiere.
L’assimilazione della folla è un grande pericolo per un giovinetto, quando non vi sia preparato da una seria educazione.
È nelle riunioni, nei teatri, nei comizi, che vengono a galla come materie impure, la grettezza, la stupidaggine, la volgarità, la sensualità: ed è diguazzando in codesti pantani che gli inesperti si insudiciano.

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Ciò che rende anche pericolosa la folla è la varietà della sua composizione, per cui quegli che resisterebbe ad un elemento soccomberebbe ad un altro.
Vi sono alcuni temperamenti così potentemente assimilatori che ben si potrebbero rassomigliare ad una spugna, la quale, nata in mare, beve acqua salata e null’altro desidera o cerca; estratta dal mare ed appesa ad un chiodo si impregna di polvere; tuffata nell’acqua dolce, nel latte o nell’acqua di Colonia diventa pulita, candida, profumata; messa in fondo a un calamaio assorbe l’inchiostro colla stessa facilità.
Di quante persone si può dire che sono riuscite candide o no, solo per essere cadute in un bagno di latte o in una bottiglia di inchiostro!
A questo proposito è facile sentire un buon uomo che vive di rendita, che ha sempre il suo letto rifatto e la tavola apparecchiata, sentirlo inveire contro il fatto diverso del suo giornale, dove si narra che un disperato mezzo morto di fame ha osato rubare. Rubare? Ma che si canzona?
E quelli che gridano, alle frutta: non si deve aver paura: l’uomo pauroso io lo disprezzo! Ma essi, per loro conto, non sono mai stati in battaglia, non hanno aiutato a spegnere nessun incendio, non si sono gettati in fiume per salvare un naufrago, non hanno assistito un coleroso; non ebbero infine nessuna ragione per provare nè a sè stessi nè agli altri il proprio coraggio.
Solo chi ha combattuto, chi ha sofferto, chi ha resistito può alzare la fronte in mezzo alla folla, ripetendo: Odi profanum vulgus et arceo.

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Se è vero quel che disse Tommaseo che le passioni sono una escrescenza della virtù, non dobbiamo soffocarle barbaramente, ma solo dirigerle.
Ciò concorderebbe con quanto lasciò scritto il poeta satirico Lucilio: “La virtù sta nel porre un limite e un freno al desiderio.”
Leopardi, infine, asserisce: “Niun maggior segno di essere poco saggio e poco filosofo quanto voler savia e filosofica tutta la vita.”
E consideriamo anche la bella definizione di Voltaire: “Le passioni sono i venti che gonfiano le vele del bastimento: lo sommergono qualche volta, ma privo di esse non potrebbe avanzare.”
Senza passioni non avremmo nè i capolavori dell’arte, nè le conquiste della scienza. Coloro che hanno fatto un po’ di bene a questo mondo furono tutte persone appassionate.
Abbiamo dunque un cuore caldo, una fervida fantasia, un sentimento vivo del bello; abbiamo delle passioni, ciò è permesso!
Badiamo solo che le passioni non giungano a dominarci, a vivere noi in loro, invece che esse in noi. La passione non deve in nessun caso intralciare il nostro dovere, nè far soffrire coloro che amiamo.

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Malgrado l’opinione contraria largamente diffusa, io sostengo che l’ideale è ciò che noi abbiamo di più concreto, di veramente nostro.
L’ideale è una delle forze occulte della natura, non meno misteriosa e non meno vera dell’armonia che guida gli astri, della nascita, della morte, della trasformazione, di tutto ciò infine che noi vediamo senza poter spiegare.
Quando si dice di uno: è troppo ideale: non mi pare esatto. Non si può essere troppo ideali, come non si può essere troppo sani, nè troppo belli. Egli è che il concetto esatto della idealità manca sovente e si scambia per idealismo l’assenza del criterio. Così si chiamano troppo idealisti i propugnatori di utopie, i fanatici, una quantità di persone squilibrate e ammalate di nervi.
L’ideale è il sangue del nostro cervello, e la giusta circolazione di esso può dare la norma della nostra costituzione psichica.
Poichè ognuno di noi ha per modo di dire due anime: l’anima sensibile e l’anima pensante: tutte e due bisognose di un nutrimento che solo l’ideale ci somministra sotto le diverse forme di religione, d’arte, di amore, di carità.
La religione è la forma più popolare della idealità. È quella che mostrandosi in ogni popolo, in ogni paese, attraverso tutti i tempi, dà ragione al motto profondo di Voltaire: “Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo.”
L’arte è la manifestazione dell’anima pensante.
L’amore e la carità intrinsecano i bisogni dell’anima sensibile.
Ma adorazione, arte, amore, non sono che parvenze, forme, come sarebbe a dire il sapore del cibo; essenzialmente nutrono allo stesso modo.
E tutte queste espressioni parziali della più nobile facoltà dell’uomo, l’anima, non hanno in certe anime di prim’ordine limiti definiti. Meglio che accentuarsi solitariamente si fondono in una gamma ascendente di sensazioni squisite, di idealità inafferrabili al volgo: sentire, amare, adorare, beneficare, ecco l’ideale della vita per una tempra salda e gentile.
Si trovano nella storia, vediamo intorno a noi, qualche bella figura che non è precisamente il primo dei poeti, nè il più filantropo degli uomini; che non ha inventato una religione e non è morto d’amore; ma possiede il germe di tutti questi sentimenti che fanno di lui il più simpatico degli uomini celebri o il più amato dei nostri amici, quello a cui istintivamente vorremmo assomigliare.

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Poche parole ti dirò a proposito della religione. Essa è un sentimento, non una pratica. Se tu senti, credi. Se la voce divina non giunge a te, non negare per questo, non irridere. Cercala sotto altre manifestazioni. In ogni forma dell’ideale Dio esiste.
Ma, te ne prego, figlio mio, non tentare mai di togliere ad altri la fede. Essa è per molte persone l’unico bene.
Hai mai osservato la domenica in campagna? Le campane suonano a distesa perchè tutti i contadini possano udirle ed accorrere dai casolari lontani. Ed ecco che s’avviano da destra e da sinistra, a drappelletti, soli, a due a due, gli uomini cogli uomini, le donne colle donne, lenti, gravi, silenziosi.
Prendono posto in chiesa, gli uomini da una parte, le donne dall’altra; i primi arrivati siedono, gli altri stanno in piedi, molte donne si accoccolano per terra. E tutti zitti!
A guardare quella fila di faccie immobili dove l’eccesso della fatica materiale ha distrutto la fiamma del pensiero, ci si domanda con sgomento: sono questi i nostri fratelli?
Capiscono poco, povera gente. I più svegliati leggono in certi libri stampati a caratteroni grossi come ceci, dove le pagine della messa sono segnate al basso da due sfumature nereggianti che sono la traccia dei pollici. Qualcuno sgrana il rosario. Quando il prete sale sul pulpito stanno tutti attenti; quando canta lo accompagnano in una lingua che essi non intendono affatto; rivolgono a Dio, alla Madonna, una quantità di preghiere delle quali ignorano il significato; ma in quella elevazione qualsiasi delle anime i duri volti si illuminano, qualche pupilla si vela di lagrime di tenerezza. Da tutti i cuori si sprigiona un lamento, una domanda, uno sfogo.
I filosofi, le persone istruite, coloro che mangiano bistecche e leggono Schopenhauer, si capisce, possono fare a meno di ciò. Essi l’hanno il loro ideale, alto, orgoglioso, libero, comodo sopratutto.
Ma a questi umili cuori che cosa resterà se togliamo la loro piccola chiesa e il loro piccolo culto? Se togliamo quella fede misteriosa, quella speranza vaga, quel dolce e terribile ignoto che li frena e li consola?
Che cosa daremo loro invece della pace del tempio, della solennità dei riti, della poesia di un amore sconosciuto e potente?
Noi abbiamo le ricchezze, l’intelligenza, il sapere; essi hanno la fede! Essi credono che, condannati a lavorare ed a soffrire, li attende una vita nuova; e per un istante, almeno una volta alla settimana, quando il parroco parla loro delle gioie celesti intravedono anch’essi un raggio della divina immortalità; sulla loro fronte scende la luce di un pensiero ideale e tornano alle loro case più contenti, più calmi, recando il conforto di un bene interiore che non possono spiegare, ma che sentono. Passando vicino al cimitero, provano la commozione di un sentimento tenero e malinconico, che li fa sostare davanti alle croci come innanzi all’opera di una giustizia grande e sopranaturale, come alla sicura promessa di un premio.

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Lo so che qualche moderno riformatore, sogghignando mi può dire: “Oh ingenuità sentimentale! crede di giovare meglio al povero lasciandogli l’ostia che dandogli una grammatica!”
Veramente lo credo, perchè senza grammatica si può vivere, e senza ideale, no; e per una classe infinita di persone la religione è il solo ideale possibile.
Nè vale che mi diciate: “Istruiteli e non avranno più bisogno di religione.”
Facile è togliere e difficile dare! Migliorate pure le condizioni intellettuali e materiali del povero, ma accostatevi a lui coll’amore, non colla rapina: non spogliatelo di quello che ha, promettendogli un beneficio lontano, del quale poi non sapete nemmeno se vi sarà grato.
Non tutte le anime anche fra le persone le più culte, sono accessibili ai principî filosofici. Togliere a queste la fede è una mala azione come privare un bimbo della sua innocenza e un povero del suo unico soldo.
È per smania di atterrare la vecchia fede che noi vediamo tutta una generazione, non ancora preparata all’austera religione della coscienza e già priva dell’antico freno, brancicare con dondolamenti da ubbriaco.
Questa febbre distruggitrice mi fa pensare ad un povero ciliegio che alcuni monelli dopo di aver saccheggiato si posero a schiantare col pretesto che era vecchio e che già doveva morire lo stesso… Essi non pensavano che tuttochè vecchio poteva dare ancora ombra nei giorni estivi, poi foglie secche per le allegre fiammate d’autunno, finchè dai solchi pazientemente fecondati sorgesse l’albero nuovo.
Dicono anche gli innovatori: “Conservare il popolo nella religione, è conservarlo nella menzogna e nell’errore.”
Oh! uomini impastati di creta, cui sola esca e capitale conquista è il raggiungimento dei beni materiali, che ne sapete voi dei bisogni profondi di altri uomini che non potete giudicare perchè non li capite, ma che hanno diritto al pari di voi di scaldarsi ai raggi del loro sole? Essi non vi impediscono di correre al denaro. Perchè vietereste a loro di andare dove li porta il loro ideale?
La religione conserva l’ignoranza – voi dite. Ma è permesso almeno di sollevare un dubbio, quando il ciabattino che rimette il tacco delle vostre scarpe dichiara altezzosamente di non credere in Dio, perchè noi allora pensiamo a Manzoni, a Tommaseo, a Fogazzaro…
Ed anche fra i più giovani studiosi di ogni sistema filosofico, fra coloro che più audacemente si abbandonarono all’acre voluttà della negazione, non vediamo forse ora caldi e sinceri ravvicinamenti al principio cristiano del nostro nulla in rapporto al mistero che è dentro di noi e intorno a noi?
Inutile far nomi. Guardiamo. Dalle più sottili intelligenze, dai cuori più ardenti che già in veglie operose inseguirono il mistero ribellandovisi, ecco un tendere ansioso delle anime inappagate verso una felicità che il materialismo non ha potuto dare, verso una luce che non è di questo mondo?
L’indizio è rassicurante per il futuro. Quando le plebi avranno colmate tutta la bilancia dell’incredulità e dell’appagamento sensuale, balzerà più sicura la bilancia del desiderio spirituale che uomini nuovi affermeranno con nuovi e sempre più alti ideali.

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L’arte – e per arte intendo tutte le manifestazioni del pensiero che si accostano ad un ideale – è pur essa una fede; i suoi templi sono diffusi per tutto il mondo incivilito.
Al contrario della religione, la quale apre le sue braccia a tutti gli uomini, l’arte non si svela che a pochi. È la scintilla celeste che Prometeo voleva rapire e per cui ebbe il cuore continuamente rôso da un avoltoio.
Nessuno è obbligato ad essere artista, nè poeta, nè filosofo, nè pensatore. Troppi ai nostri giorni sono trascinati dalla vanità a far parlare di sè e per questo si camuffano da amanti dell’arte; ma per costoro ci vorrebbe il flagello già impugnato da Cristo a cacciare i farisei.
Il pensiero è dolore, la gloria è martirio. Chi non è disposto a farsi rodere il cuore si scosti dal pensiero dell’arte, tolga a chi ama l’arte davvero il doloroso spettacolo di questa corsa di fantini ansimanti dietro il premio di una banderuola.
Ascoltatemi, giovinetti: se volete arricchire non mettetevi sul sentiero dell’arte; se siete vani non mettetevi sul sentiero dell’arte; se cercate il plauso e la popolarità non mettetevi sul sentiero dell’arte.
Solo gettatevi in questa via se vi sentite di dare per essa il vostro sangue migliore e la vostra vita.

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Ed anche l’amore è dolore. I maggiori dolori ci vengono sempre da coloro che amiamo. I disinganni non esisterebbero se non si amasse; la separazione, l’assenza, la morte, non sarebbero quegli orribili strazi che sono, senza i vincoli d’affetto ch’essi spezzano.
Se si confonde spesso l’amore col piacere, è perchè nell’organismo generale, il piacere sta in fondo ad ogni ricerca, ad ogni aspirazione.
Tutte le aspirazioni riddano intorno a noi mascherate da amore, ingannando anche coloro che se ne credono investiti; ma l’amore non è l’ebbrezza momentanea, non è il riso giocondo dei sensi eccitati, non è la vanità della conquista, nè la curiosità della imitazione. L’amore sta in alto. Ben di esso si può dire: molti sono i chiamati e pochi gli eletti.
Essere amati è un dono inestimabile. Saper amare è una virtù.

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La carità è ancora amore. Se si potessero scomporre le immense beneficenze che vi sono nel mondo le troveremmo composte d’amore; cuori infranti che invece di avvizzire nell’inerzia o di imprecare nella vendetta, portarono sui campi della carità le ultime goccie del loro sangue generoso.
Amando si sanano le ferite dell’amore; amando il prossimo nella carità, amando l’ideale sensibile in Dio e l’ideale pensante nell’arte e nella scienza.
È per questa catena invisibile che le unisce e le fonde, che le quattro forme esterne dell’idealismo si trovano ad essere essenzialmente una stessa cosa; onde l’amore, l’arte, la carità sono pure religioni e la religione altro non è che un’infinita aspirazione di amore.
Per alcune persone i bisogni psichici non vanno più in là del vaso di basilico coltivato sul davanzale della finestra o dei baci scambiati col canarino; della lettura del giornale o della banda che suona in piazza. Sono anime povere, anime piccine. La fiammolina del loro ideale si alimenta con una goccia.
Altre anime esistono per le quali, al contrario, il mondo reale non è sufficiente spazio. Anime sconfinate che tutto abbracciano, fiamme distruttrici nei cui vortici ogni passione gitta i suoi torrenti senza che mai essi gridino: “basta!” A questa schiera appartengono principalmente i poeti e i pensatori, nella cui mente passa come un riflesso dei palpiti di tutto il mondo.
Amiamoli, figlio mio, mettiamoci sulla loro via: essi ci guideranno alla verità ed alla luce.

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Malattia grave dell’ideale è lo scetticismo. Lo scettico è un disgraziato che non seppe uscire dal conflitto fra il reale e l’ideale. È un debole che si crede forte.
L’ideale esiste, si afferma, crea, è una potenza ed una fecondazione. Lo scetticismo non è altro che una parola inventata per applicare un titolo pomposo ad uno stato patologico.
Le scettico mi fa insieme paura e compassione; paura per gli altri a cui egli nuocerà senza alcun dubbio; compassione per lui che soffre e soffrirà finchè vive.
Una caratteristica dello scettico è la menzogna. Egli mente continuamente, mente a sè stesso, mente quando afferma di non credere, di non sentire, di non amare nulla. Egli soffre piuttosto del pensare e dell’amare, è ammalato nel cervello ed ammalato nel sentimento. Conscio della sua infermità, si toglie presto dal mondo e va a morire solo, come fanno gli animali quando sono feriti a morte.
Questo è lo scettico onesto.
Ma vi è una turba di pretesi scettici, gente viziosa ed infeconda, generalmente giovani privi di vero ingegno, i quali si acconciano volentieri allo scetticismo che dubitando di tutto si presta mirabilmente al far nulla.
Colla scusa di non credere si rifiutano ad amare, a lavorare, e concentrano le loro facoltà psichiche in un ghigno beffardo che vorrebbe esser mefistofelico.
Questi sciocchi fanciulli che noi vediamo declamare contro tutto ciò che è nobile e santo, negando la virtù pel solo fatto che essi hanno tuffato il naso nel vizio, ci muovono a schifo. Il loro caso isolato sarà, non nego, l’accenno ad una infezione, ma l’esistenza degli ammalati non ha mai fatto paura ai sani e la rotta dei deboli non deve scoraggiare i valorosi.

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Sentirai molti giovinastri lagnarsi che la società li ha demoralizzati, che nella conoscenza del mondo hanno lasciato ogni ideale, che gli uomini colla loro ipocrisia, colla loro sensualità, hanno colpa se essi pure sono diventati ipocriti e bruti.
Non è vero! Costoro si corruppero perchè il germe della corruzione era in loro; perchè non avevano precisione di scopo, nè saldezza di propositi, nè elevatezza di fede.
Chi è forte può perdere la fede in un dato ideale, ma sa crearne un’altra. La modificazione dell’ideale primitivo è anzi quasi necessaria perchè solo l’esperienza del vero mette le basi a un saldo ideale; e il vero lo si acquista, non si eredita.
La conoscenza del mondo li ha demoralizzati? Ma forse Socrate non avrà mai conosciuto il mondo; e Demostene, e Cicerone, e Galileo, e Alighieri, e Gioberti, e Rosmini, e Manzoni erano bamboletti non ancora svezzati dalla nutrice?
Dovevano proprio venire questi sedicenti scettici a farci spuntare il dente della sapienza, che senza di essi noi avremmo ignorato le tristizie del mondo!
La smania di uscire dalla mediocrità, la febbre dell’oro, dei piaceri, della pubblicità; l’invidia per chi vi è giunto, la assoluta mancanza di coscienza, di dignità e di fermezza: ecco quello che li rende scettici. Perchè hanno l’intelligenza svegliata si credono genî, trinciano giudizî, affettano una superiorità cui nulla giustifica; e parlano, scrivono, arringano, conferenziano. Ma chi li cura? Che cosa è mai un briciolo d’intelligenza priva di carattere, se non un pallone vuoto che il primo imbecille può gonfiare col fiato?
No, non è colpa del mondo se noi vediamo correre affannosamente dietro tutte le soddisfazioni della vanità; se in arte si chiamano decadenti, in politica opportunisti, e materialisti nella vita.
È il tarlo del secolo. Sono costoro che accompagnano i pericoli di decadenza. Corvi precursori del vicino cadavere, dove sono essi già si sente l’odore di carogna.
Ma voi, o giovinetti, che rappresentate il futuro, passate sul corpo di questi caduti senza gloria, mirando dritto ed in alto, dove brilla la stella del pensiero che non può mai essere scetticismo.

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Fosse in mio potere darti a scelta un cumulo di ricchezze od un felice temperamento non esiterei a scegliere quest’ultimo.
E ciò non per dispregio dell’oro o per una ascetica venerazione per i piaceri immateriali, ma perchè sono convinta che la sorgente prima della felicità sia in noi stessi; nella nostra salute, nel nostro temperamento, nella nostra educazione.
“Non è che raccogliendo sapientemente le briciole della felicità che si arriva ad essere felici.” Lo ha detto un autore moderno; ma credo, che Salomone stesso non saprebbe contraddirlo.
I più si immaginano che per essere felici occorra o una grande ricchezza, od una somma gloria, o un immenso amore; dimenticando che la vita è tessuta di giorni, di ore, di minuti; che non si può tutti i giorni essere eroi, nè creare dei capolavori ad ogni giro d’oriuolo; e fossimo anche padroni del mondo, dovremmo pur troppo rammentare il saggio proverbio indiano: “Che l’uomo stia seduto sulle rive del Gange o su quelle di un ruscello, non può trasportare che un vaso delle loro acque.”
Possiamo anche paragonare la vita ad un rosario; solo dopo un gran numero di pallottole piccine c’è la pallottola grossa; e nel comune della vita le pallottole grosse sono anche più lontane che nei rosari.
Curiamo dunque i numerosi pochi che devono formare il nostro tutto; lungi dallo sdegnare le soddisfazioni piccine, moltiplichiamole intorno a noi.
Saverio de Maistre, racchiuso forzatamente nella sua camera, trovava un vero piacere ascoltando il rumore della caffettiera appoggiata sugli alari del caminetto, mentre egli, dalla porticina, seguiva i voli fervidi della fantasia che gli facevano percorrere il più piacevole dei viaggi.

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Coltivare i piaceri dello spirito vuol dire mettere da parte un tesoro. Essi, non solamente sono quelli che ci fanno godere di più e che più durano, ma sono anche la ricchezza aristocratica per eccellenza, affatto personale, cui non gravano balzelli e sulla quale gli eredi non possono far conti.
Tra i piaceri dello spirito l’immaginazione è uno dei più splendidi; e pare che la natura favorendone principalmente gli uomini di ingegno abbia voluto compensarli in anticipazione dei dolori che la turba dei mediocri infligge sempre a chi s’innalza sopra il livello comune.
L’invidia può schizzare il suo veleno, la malignità può arrotare le sue punte; vi è un Eden per l’uomo superiore. In quell’Eden nessun mortale lo raggiunge! Egli vi si rifugia nelle ore dello sconforto, come un ricco nelle sue terre; vi si trova potente e libero.
Chi può rapirlo alla estasi del pensiero, veggente, alla dolcezza infinita della sua coscienza? Chi lo scaccia dalla reggia d’oro dell’idea, questo monarca del mondo invisibile, questo re per diritto divino? Gli altri parlano, egli pensa; gli altri camminano, egli vola.
C’è in questa padronanza dispotica dello spirito qualche cosa che ne afferma l’origine sovrana.
Il pensiero è ciò che noi abbiamo di più sicuro. Per i piaceri materiali si ha sempre bisogno di qualcuno o di qualche cosa, mentre le gioie ideali si provano nello squallore di una soffitta, nel deserto, nel carcere, dovunque. I sensi ubbidiscono ad un contatto, il pensiero no. Dunque il pensiero è l’intima essenza nostra, il nostro io superlativo.
Ecco l’aristocrazia vera, quella che sopraviverà a tutte le rivoluzioni, a tutti gli sconvolgimenti, quella che il volgo invidia, ma che non può distruggere, che il ricco sprezza, ma che non può comprare; quella che pone una barriera insuperabile tra l’individuo e la folla, tra gli uomini e l’uomo.

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Regge e conserva ogni facoltà umana, fisica e morale, l’economia.
Lo spreco del denaro conduce alla miseria, lo spreco dell’intelletto alla pazzia, lo spreco del sentimento alla dabbenaggine, lo spreco della salute alla morte.
Nulla di troppo nè di poco è la formula d’una ben intesa economia.
Sprezzare le ricchezze è una massima un po’ vaga. Il denaro è una forza e nessuna forza va disprezzata. Spregevole è solamente la ricchezza in mano degli sciocchi, degli egoisti, degli ignoranti. Chi ha senno sa trarre dalla ricchezza diletto e virtù. Ottimo procedimento per avere sempre denari è quello di limitare i propri bisogni, e massima invariabile, intangibile: Non fare debiti.
L’avarizia sola è vizio; l’economia è ordine e armonia.
Dicendo questo penso che cosa succederebbe del mondo, ove appunto tutto è ordine ed armonia, se la terra sprecando le ore fissate al suo giro ci mostrasse il sole oggi alle dieci del mattino, domani a mezzogiorno e poi alle quattro. O se gli astri, divenuti improvvisamente prodighi, versassero ad un tratto tutta la loro luce e tutto il loro calore.
L’economia degli affetti e delle sensazioni è sopratutto raccomandabile a voi, giovani, che sprecate spesso tesori d’entusiasmo per oggetti che non li meritano, che non vi renderanno mai, neppure nella vil moneta del piacere, tutto ciò che voi perderete per essi di energia e di idealità. (Altro chicco da riporre, altro segno colla matita rossa).
L’economia del tempo poi, riassume e compendia tutte le altre economie. Senza fretta e senza posa, parmi la sintesi migliore di chiunque voglia lavorare con criterio e profitto.
Nella Bibbia, quel libro dei libri, si trova pure: “Vi è tempo per tutto, tempo per ridere e tempo per piangere, tempo per fare allegrezza e tempo per lavorare.”
Il tempo è la vita: sciupare il tempo è una specie di suicidio morale. Ed è anche un furto che ci conduce all’impoverimento del nostro capitale psichico, per cui si vedono tante persone che giunte al termine della vita trovano di non aver fatto nulla e riportano intatto alla natura il loro bagaglio di intelligenza, d’affetto e d’operosità: soldati che tornano dalla guerra senza aver sparato una cartuccia, viaggiatori che non scesero mai di cocchio.
Costoro sono atomi passivi nella grande economia della natura.
Il cardinale di Richelieu, che aveva così fine intelletto politico, soleva dire: “Io e il tempo contro altri due, chiunque essi sieno!”
Ciò è dare senza dubbio gran valore al tempo ed a sè stesso.
Ma appunto sopra questi due valori si appoggia tutto l’edificio delle conquiste umane.

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Briciola, se vogliamo, ma briciola importante del valore del tempo è la puntualità. È questa una prova quasi sempre sicura della serietà e della leggerezza di un individuo.
Colui che manca ad un ritrovo è pure quello che non restituisce un libro, e chi non restituisce un libro è sulla via di non pagare i propri debiti.
Fa parte della dignità umana il rispetto per la parola data.
Non importa che questa riguardi una passeggiata od un’ora di studio, un impegno morale od un impegno materiale, la promessa di un affetto o la promessa di venti lire. Tutto ciò che entra nella dignità non ha limiti di grande e di piccino. Avere sporco un dito o sporco un braccio ha lo stesso valore per la persona pulita. Intendi?
Se così spesso avvengono le promesse non seguite da mantenimento, ciò devesi attribuire a debolezza più che a povertà – e non intendo con tale affermazione menomare la colpa degli spergiuri, avendoti già dimostrato nelle pagine precedenti quanto sia colpevole la leggerezza.
È positivo che una quantità di promesse non effettuate nacquero con tutte le buone intenzioni; cioè il promettitore sperava, credeva, lusingavasi insomma. E poichè tale lusinga sua implicava pur quella del richiedente, creando intorno ad entrambi un ambiente simpatico, esigevasi una gran forza di volontà, una percezione netta e fredda del vero per resistere. E questo è ciò che non tutti sanno fare.
Ma essere amabile al momento per venire scherniti e maledetti poi, non mi sembra un vantaggio.
Occorre riflettere sempre prima di prendere un impegno; una volta preso è debito d’onore condurlo fino all’ultimo.
Non lasciarti dunque sedurre dal sorriso che accoglierebbe un tuo facile sì.
È conquista degna dei forti, il sapere, all’occorrenza, e contro tutte le seduzioni, rispondere onestamente: No.

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Prima di scrivere la parola “fine” sotto a queste pagine voglio toccare un altro argomento. Toccarlo appena, accennarlo, così come feci per tutti gli altri, fidandomi di parlare a giovanetti colti che ben presto si troveranno sulle scene della vita ed al cui ingegno perspicace basta aprire uno spiraglio per esser compresi, se non oggi, domani.
Intendo parlare dell’onestà con le donne.
È questa una onestà speciale, più delicata dell’altra, più soggetta a scappatoie ed a mistificazioni.
Vi sono uomini conosciuti onestissimi dagli altri uomini, magistrati integerrimi, soldati leali, patrioti, cittadini senza macchia. La società li acclama galantuomini, sono stimati e onorati, proposti a modello. Ma quanti io ne conosco nel cui passato una donna piange ancora ed ebbe per essi la vita spezzata. Oh! quella debole voce perduta, soffocata nel coro degli elogi, ripete per sempre inesorabilmente: “No, non sei interamente onesto!”
La malafede verso le donne è tanto più codarda in quanto che, nella maggioranza dei casi, la vittima non può gridare ad alta voce.
Onora la donna, rispettala. Essa rappresenta un ideale sacro. L’omaggio che le tributerai, più che a lei va al culto che essa informa, va al Dio di cui essa è l’altare.
Qualche volta l’altare è profanato, ma gli uomini onesti di tutte le religioni venerano la santità delle memorie, anche quando il tempio cade in rovina.

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Ed ora va, figlio mio, affronta questa rude battaglia che è la vita, seriamente e serenamente.
Io non potrò accompagnarti fino all’ultimo; ma queste pagine che racchiudono tutta l’anima mia non si disgiungano mai da te.
Nell’ora della tristezza, dello sconforto, del dubbio; quando vorresti avere aperto davanti l’occhio amoroso di tua madre e sentire la sua mano sulla tua fronte, cercami qui, chiamami. Io ti guarderò e ti parlerò ancora in questo libro dettato per te dal più grande degli amori

FINE.