Nica Act, il Congresso USA minaccia il Nicaragua

di Fabrizio Casari

Con una manifestazione d’ingerenza illecita, non certo la prima della sua storia nei confronti del Nicaragua, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il “Nica act”, ovvero il Nicaraguan Investment Conditionality Act of 2017. Prevede che Washington si opponga ad ogni concessione di prestiti internazionali, linee di credito e programmi di cooperazione delle istituzioni finanziarie internazionali in Nicaragua, ad eccezioni di quelle con finalità umanitarie. Visto il peso decisionale statunitense negli organismi finanziari internazionali, sono sanzioni che annunciano in sé l’extraterritorialità dei loro effetti, disegnando una sorta di embargo light per il Nicaragua da imporre a tutta la comunità internazionale.

Il dispositivo  dovrà essere sottoposto alla valutazione della Commissione Esteri del Senato che però, per norma, non ha un passaggio del voto in commissione ma direttamente in plenaria.  Saranno quindi il presidente repubblicano ed il vicepresidente democratico della commissione a stabilire la sua eventuale calendarizzazione in aula, che si stima non dovrebbe avvenire prima di un anno circa. Successivamente, ove la legge fosse approvata anche al Senato (dove potrebbe ricevere emendamenti e tornare così alla Camera), andrà alla Casa Bianca, dove Trump potrà decidere se firmarla o porre il veto presidenziale.

Lo scopo della legge – secondo i suoi sostenitori – sarebbe quello di “democratizzare” il Nicaragua, ma in realtà essa è il prodotto della volontà dell’ultra destra americana e nicaraguense, che non riescono ad accettare come il paese centroamericano, sotto la guida del Presidente Ortega, abbia standard di democrazia e crescita economica e sociale al primo posto nell’emisfero, che rendono la stabilità politica nicaraguense a prova di spallate elettorali da parte di una destra priva di credibilità oltre che di voti.

Certo, per quanto le relazioni bilaterali tra Usa e Nicaragua siano cordiali, i sandinisti non occultano minimamente la loro identità politica: propongono un modello preciso di sviluppo del Nicaragua ed una rivendicazione in fatto e in diritto della propria sovranità politica. Il che certo non rende Managua il governo prediletto degli Stati Uniti nell’area.

Anche per questo l’ultra destra nicaraguense ha trovato sponda facile in quella statunitense. La messa in moto del Nica Act, infatti, é stata fortemente voluta dalla senatrice Ileana-Ross Lehtinen, dal senatore democratico Albio Sires e dal repubblicano Marco Rubio. Entrambi membri onorari della lobby cubano-americana che da più di 50 anni ricatta la Casa Bianca, riuscendo a determinarne le linee di politica estera in Centroamerica e Caraibi. In questo senso si riscontra una sostanziale continuità con l’approvazione del Nica act, che corrisponde ad un riflesso istintivo dei congressisti statunitensi, la cui ossessione verso i paesi indipendenti dagli Stati Uniti raggiunge picchi di isterìa che producono una costante interferenza arbitraria che andrebbe sanzionata internazionalmente.

Ma il Nica Act ha soprattutto radici endogene. E’ il risultato di diversi pellegrinaggi di MRS e una fazione dei liberali a Miami e a Washington, dove hanno chiesto misure contro il governo del Nicaragua, implorato prima il non riconoscimento delle elezioni passate (presidenziali e legislative) ed ora di quelle in arrivo (locali). La richiesta, in buona sostanza, è quella di andare alle urne  con un meccanismo che garantisca la loro affermazione indipendentemente dai voti che ottengono.

Stupisce, ma solo fino a un certo punto, vedere nelle foto abbracci e sorrisi degli ex sandinisti con gli esponenti della destra oltranzista statunitense contro cui avevano combattuto nella decade degli ’80. Pochi decenni prima loro stessi li chiamavano “vende patria”.

Ma nella richiesta di scontro con il governo Ortega si fonda una parte decisiva della strategia della destra nicaraguense e ciò evidenzia la cifra reale dello spirito democratico e patriottico del MRS. Prima hanno tradito il sandinismo, ora il Nicaragua.

La questione, ad ogni modo, non riguarda solo la legge in sé ma il cambio deciso di clima politico nelle relazioni bilaterali. Nello specifico la legge, se applicata, avrebbe un impatto sul processo di ammodernamento del Nicaragua.

Anche se la mancanza di finanziamenti internazionali ridurrebbe in parte i programmi sociali con cui questi vengono finanziati, vista la dimensione relativa degli aiuti economici da parte degli organismi internazionali non si arriverebbe a creare una vera e propria crisi di crescita per il complesso dell’economia nicaraguense. Si determinerebbe però un contesto complessivamente negativo: trovarsi oggetto di sanzioni statunitensi per nessun paese è uno scherzo e le ripercussioni – sotto molteplici aspetti – non sono da sottovalutare.

La condotta statunitense non va sottovalutata. Sebbene non corrisponda agli interessi della Casa Bianca, che non vede nel Nicaragua né una minaccia né un problema, mentre è perfettamente a conoscenza di come la collaborazione con Managua in tema di sicurezza regionale sia decisiva nella lotta contro il narcotraffico e la tratta delle persone, il “Nica Act” rischia di divenire uno degli aspetti su cui si misura la relazione tra Casa Bianca e Congresso. Il precario equilibrio tra il partito repubblicano e Trump vede il presidente nella necessità di assecondare gli impulsi più bassi del suo partito, che dall’ossessione patologica anticomunista fino al suprematismo bianco ed alle manifestazioni neonaziste, trova nella Casa Bianca comprensione interessata.

Quanto già accaduto con le minacce al Venezuela e la crisi diplomatica con Cuba, dimostra che Trump ha bisogno degli ascari repubblicani per resistere all’impeachment tanto quanto questi ultimi hanno bisogno di Trump per emergere dalle viscere della società americana. Sembra così che Cuba, Nicaragua e Venezuela – ovvero l’ossatura principale dell’ALBA – siano l’agnello sacrificale che l’Amministrazione pone sull’altare dell’alleanza con il partito destinata a far sopravvivere entrambi.

Un prezzo da pagare per garantirsi un appoggio del partito altrimenti a rischio e, insieme, il convincimento che la relazione con l’America latina sia un terreno di relativa importanza per il suo progetto di riaffermazione planetaria degli Stati Uniti e che dunque può ben essere appaltato all’ala storica repubblicana della Florida senza che questo comporti ripercussioni particolarmente negative per la sua presidenza.

Così come il Nicaragua sandinista degli anni ’80 fu elemento centrale e prima vittima della rivoluzione reaganiana, 30 anni dopo la nuova Nicaragua, sandinista, cristiana e socialista, sembra dover affrontare i danni collaterali del trumpismo, che del reaganismo non ha né la solidità né il respiro strategico, ma i cui effetti tossici sulla pace in Centroamerica potrebbero ricalcare le orme di quella infame stagione.

C’è da augurarsi allora che la logica e il buon senso, oltre che la lucidità politica, invertano la tendenza fin qui dimostrata e blocchino l’osceno provvedimento contro il Nicaragua. L’utilità di una cooperazione sul tema della sicurezza regionale e sulla governance del Centramerica sono elementi certo più importanti, sul piano strategico, delle urla scomposte dell’ultra destra statunitense e nicaraguense, che somma nemici irriducibili e collaborazionisti uniti nell’offrire guerra a chi vive in pace.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

Lascia un commento