Paolo Bettoni – Un agnello fra due lupi

I.

La scena è in una grande città d’Italia, non importa quale. Siamo in una sala mobigliata riccamente, ma con poco buon gusto e manco discernimento. L’insieme dei mobili non le dà un carattere proprio e distinto. L’antico ed il moderno vi sono confusi stranamente, e producono un’ingrata disarmonia. Le cose di vecchia forma contrastano con quelle di attuale invenzione. Gli specchi, i sedili, i tavolini, le pendole, i candelabri, i vasi di porcellana e tutto il resto sono una collezione d’oggetti i più disparati e nemici fra loro. Le finestre hanno le cortine di seta, ma di un colore e d’un disegno non appropriati all’uso. Il pavimento è coperto d’un tappeto di lana, tessuto da mano maestra, e rappresentante gruppi di suonatori e di ballerini. Altra inconvenienza di camminare sui visi e sui corpi di gente rispettabile che sta allegra. Egli è vero che si stampano sui fazzoletti di naso i ritratti degli uomini grandi e che questa non è la più bella maniera di celebrarli, ma un controsenso non giustifica l’altro. Forse la stoffa di quel soppedaneo era destinata all’ufficio di tappezzeria. Otto o dieci opere lodevoli di pennello e di bolino, bellamente incorniciate, pendono qua e là dalle pareti, opere tutte di sacro soggetto, come sarebbe un Ecce Homo, il Martirio di Santo Stefano, e la Vergine Assunta. Fra lo spazio di due finestre avvi uno scaffale di legno prezioso e squisitamente lavorato, nel quale sono collocati libri di pietà, di filosofia cristiana, di storia ecclesiastica, di Vite di Santi, ec., ec. in numero di trecento volumi all’incirca. Nulla di profano si contiene in quello scaffale; un prelato dei più ascetici non potrebbe avere una biblioteca meglio edificante.

Un uomo non ancora di cinquant’anni passeggia la sala pensieroso, e colle braccia incrociate sul petto, come faceva una volta Napoleone I, e come fanno adesso gli staffieri che siedono sulla serpe accanto ai cocchieri. Dopo alcune giravolte, si lascia cadere in una poltrona di velluto bleu, e il suo volto si fa torbido e sereno a vicenda. Il timore e la speranza, lo sconforto e la gioja vi si dipingono alternamente, come sul volto di un negoziante che abbia in mare una nave carica di ricche merci, e che ora la veda sommergersi, ed ora entrare in porto. Quest’uomo è vestito signorilmente, ma d’una moda un poco stantía, senza studio di eleganze, alla maniera delle persone attempate e sode. Egli si chiama il signor Fabio, gode la bella riputazione di galantuomo, e la rendita non meno bella di sessantamila lire annuali e sicure. Adesso egli sta operando un colpo che deve triplicare la detta sua rendita, e collocarlo fra i più ricchi del paese. Il signor Fabio è di un carattere austero, di princìpi illiberali e contrari al progresso, e soprattutto scrupoloso sull’articolo della morale civile e religiosa. Egli legge soltanto certi giornali di un certo colore, che hanno pochissimi associati, e tuttavia fanno vivere lautamente i loro redattori. Nelle alte regioni della società conta molti amici e conoscenti, che lo stimano, che apprezzano i suoi consigli, e che dividono le sue opinioni.

Il signor Fabio levò di collegio e prese in casa un suo nipote orfano, del quale diventò altresì il tutore per disposizione testamentaria della defunta cognata, madre del giovinetto. Questo felice, o piuttosto infelice mortale, possiede una sostanza di due milioni, che il signor Fabio va procurando di legalmente appropriarsi. Ora è appunto immerso nel pensiero di tale affare, e, secondo che si figura l’esito certo o dubbioso, lo vediamo passare dalla letizia alla tristezza. A trarlo dalle sue meditazioni entra nella sala un uomo presso a poco della sua età, vestito pulitamente di nero, avente un’aria disinvolta e una simpatica fisonomia. Il signor Fabio si scuote, e domanda con una certa premura:

—Orbene, Leonardo, quali divertimenti jeri sera?

—Un’orgia un poco più spinta delle altre, rispose Leonardo mettendosi a sedere. Molto selvaggiume, molti tartuffi, e molto vino di varie qualità. Aggiungete a tutto questo un gran vaso di punch.

—Benissimo…. e donne?

—Due figliuole di Eva, le più gaje e vezzose del mondo.

—Briccone, sempre roba nuova, eh? disse il signor Fabio ridendo e fregandosi le mani. Vi sarete sollazzati a dovere.

—In quanto a me, sono un filosofo che guardo con disprezzo le vanità della vita. I folli piaceri non mi seducono, perchè lasciano in fine il pentimento.

—Satanasso, come fai bene il beffardo! E Faustino era in vena?

—Se lo era! E come no a diciott’anni, e in tale compagnia? Egli morde terribilmente all’amo e fa delle vere prodezze. Ben presto io te lo do migliore di Don Giovanni Tenorio.

—No, sciagurato! Io non voglio nessuna celebrità in lui. Guardati bene dagli scandali.

—Via via, ti rassicura. Tu non hai a che fare con un gonzo, e le tue idee mi sono entrate perfettamente. La celebrità fa del rumore, e tu vuoi il silenzio. Per acquistare la celebrità bisogna vivere alquanto lungamente, e tu vuoi spicciarti di lui alle corte. Caro Fabio, dammi del denaro.

—Quanto ti occorre?

—Più me ne dai, e più mi fai piacere. Se ne spende molto, amico mio.

—Prendi, due doppie di Spagna.

—Non è una grande liberalità, ma per ora mi contento. Abbi presente che i piaceri costano assai caro. Per esempio, nel nostro baccanale di ieri sera abbiamo speso cinquantasette lire, senza contare i regali alle due convitate, che troppo bene li meritarono collo sfoggio delle loro grazie. Faustino mi eccita a spendere largamente, ripetendomi che appena andrà al possesso del suo patrimonio pagherà i debiti che crede avere verso di me. Egli mi fa l’onore di considerarmi così ricco da prestargli continuamente il denaro che gli occorre per divertirsi. Non guardarla dunque pel sottile con tuo nipote. Finalmente egli ha una rendita di quasi novantamila lire, che mediante la tua saggia amministrazione sarà aumentata in pochi anni….

—In pochi anni! Smemorato che sei! disse il signor Fabio con un certo riso sardonico molto significativo.

—Ah, tu hai ragione. Questa volta io pensava e parlava da balordo. Per Faustino non vi debb’essere avvenire; la bella prospettiva è tutta per te.

—Ah, Leonardo! riprese il signor Fabio dopo un momento di pausa, e assumendo il tuono dell’ipocrisia; io ho delle inquietudini.

—Tu? delle inquietudini?

—L’opera che noi facciamo è un grave delitto. La coscienza mi rimorde.

—Ah ah! proruppe a ridere Leonardo. La coscienza ti rimorde! Via con queste celie.

—Se potessi dare addietro…. ma il male è troppo innoltrato.

—Quando tu voglia rimediarvi, siamo ancora in tempo. A me basta l’animo di fare un santo di tuo nipote. Oggi, se ti garba, io assumo una faccia compunta, un contegno grave ed un discorso edificante che produrranno miracoli. Se fin qui ho sostenuto la parte del diavolo, m’impegno di fare quind’innanzi quella dell’angelo custode. Non più bagordi, non più intemperanze, non più dissolutezze. Io lo conduco alle pratiche divote ed ai sermoni di chiesa. Se non potrò restituirgli il candore e l’innocenza, avrà il pentimento e l’emendazione. Così vedremo rifiorire in lui la salute, che in verità comincia a guastarsi.

—Ti pare che egli sia dimagrato?

—Un poco sicuramente, e accusa già qualche doloruccio di petto.

—Aimè, che orribile passione è quella delle ricchezze! Vedi a quale eccesso mi ha condotto.

—Non ischerzare, perchè a forza di fingere i rimorsi, tu finirai col sentirli davvero.

—Tu sei più malvagio di me.

—Questo può darsi, ma dovrebbe giudicarne un terzo che ci conoscesse a fondo l’uno e l’altro. Intanto io ho il vantaggio di comparire in faccia tua come un povero galantuomo da te sedotto al male. Dopo dieci o dodici anni di dimenticanza, tu sei venuto a stringermi la mano, e a trarmi dalla mia pacifica inazione. Tu mi hai tastato bel bello per accertarti se io era ancora quella buona lana dei nostri tempi di gioventù. Mi hai trovato il medesimo, e per giunta quasi al verde del mio patrimonio, due ottime circostanze perchè tu avessi a propormi questo affare, e perchè io avessi ad accettarlo, mediante la ricompensa di cinquantamila lire. Dunque non disputiamo sulla preminenza dei nostri meriti rispettivi. Noi siamo due mariuoli che abbiamo l’abilità di passare per uomini onesti.

—Però la mia riputazione di onestà….

—Sì, è più grande e più estesa della mia. Sai tu il perchè? Perchè io non sono ricco, perchè non ho sublimi relazioni sociali, perchè non fo elemosine a suono di tamburo, e perchè il mio nome non è scritto sugli elenchi delle pie congregazioni. Di questa mia inferiorità mi consola per altro il pensiero, che io sono il solo uomo al mondo che ti conosca intimamente, e dinanzi al quale tu debba per forza levarti la maschera. Credimi, che io provo un vivo piacere ed una soddisfazione viva non meno al vederti discendere dal piedestallo della tua virtù per avvoltolarti secretamente nel fango del delitto. Io solo vedo sulla tua faccia dileguarsi l’impronta della venerabile austerità, e comparirvi l’espression dei ribaldi sentimenti che covi nel fondo dell’anima. Per me solo la tua bocca parla il linguaggio della furfanteria, mentre per ogni altra persona si apre il linguaggio dell’onore e della morale. Vivaddio, la è una metamorfosi molto interessante, alla quale io solo ho il privilegio di assistere. Quando ti vedo passare nella tua carrozza, o in quella di qualche semidio che tu adori ed inganni, io dico mentalmente e ridendo sotto la barba: Ecco là come sono fondate certe riputazioni di virtù e di santità.

—A che proposito queste insolenti invettive?

—Senza rancore, mio caro Fabio. Non è che io biasimi la tua ipocrisia, perchè finalmente io pure sono tinto della stessa pece. Ho voluto soltanto dirti, che non istà bene il vantarmi sul viso la superiorità del tuo creditore la fortuna de’ tuoi buoni successi nell’arte dell’impostura. Sappi però che io sono Tartuffo e volpe più di te.

—Lo so benissimo, caro mio. Appunto mi sono fidato di te per la tua gran furberia e perizia nel saperla dare ad intendere. Tu adempi benissimo l’ufficio pel quale ti ho collocato al fianco di Faustino.

—Tu mi rendi giustizia col lodare la sottigliezza del mio ingegno. Faustino mi crede lo strumento passivo e quasi ritroso delle sue volontà. Le mie insinuazioni sono così acute, che invece di seduttore mi danno l’apparenza di sedotto. Egli deve applaudirsi in secreto d’avermi saputo piegare a compiacerlo. Comandare fingendo di ubbidire, guidare col farsi credere guidato, ecco il difficile dell’arte.

—Bravo, così va bene. Ti raccomando sempre la prudenza in faccia al mondo. Guárdati soprattutto dal compromettermi nè punto nè poco in questa faccenda. Io potrei essermi ingannato sul tuo conto, ma la mia buona fede deve rimanere intatta. Guai se venissi sospettato della più piccola intelligenza con te!

—Già già, ti comprendo benissimo. Tu vuoi restar sempre l’ottimo tutore, l’amorevole zio, la perla degli uomini onorati, l’ammirazione di tutta la città.

—Un giorno mi convertirò davvero, e meriterò la stima che ho finora usurpata.

—Tu pensi per eccellenza. Eh, non saresti il primo che si converte per progetto. Io conosco alcuni che dopo una serie di fortunate bricconerie cessarono dal commetterne per paura di essere scoperti. Siamo intesi che prima si prepararono un letto di fiori in cui addormentarsi placidamente alla barba dei creduli e della propria coscienza.

—Io comprerò un titolo di nobiltà, e farò uno splendido matrimonio, che ho in vista da qualche tempo.

—Te ne fo le mie congratulazioni. Ah ah, tu sei ambizioso! Tu vuoi rimaritarti! Tu hai il ticchio della nobiltà! Ben presto ti chiameremo dunque il signor conte Fabio, o qualche cosa di somigliante. Vedete come si fabbricano alcuni illustrissimi che menano gran rumore nel mondo. Un Tizio od un Sempronio plebeo entra in fregola di avere un blasone, e per ottenerlo spende una parte delle sue ricchezze furfantate. Così egli prepara il lustro delle sue future generazioni, le quali si vantano poi degli avi, compreso il capo stipite famoso.

—-Vuoi finirla, briccone? Lingua maledetta?

II.

Chi è questo Leonardo? Come ha conosciuto il signor Fabio, e quali rapporti vi sono stati fra loro? Leonardo porta il titolo di dottore, ma non sappiamo in quale facoltà sia laureato. Nessuno lo ha mai veduto scrivere una ricetta, nè difendere una causa. Eppure nelle occasioni discorre giustamente di medicina e di giurisprudenza. Inoltre è buon parlatore, e passa per uomo addottrinato in tutto. Egli vive ristrettamente del poco che possiede, ma conserva la sua indipendenza. Generalmente lo si crede un galantuomo, perchè nelle finezze dell’ipocrisia nessuno lo pareggia, tranne il signor Fabio. Egli però non ha bisogno di esercitare l’impostura in grande, nè di farne giuocare tutte le molle, come pratica il suo compagno, che è collocato in alto e aspira a salire sempre più. Leonardo nella sua mediocrità adopera solo quel tanto d’impostura che basti a celare i suoi vizj e le sue colpe secrete, e a mantenerlo nella buona opinione de’ suoi conoscenti. Egli non cerca nè spera nulla da chicchessia; egli non vuol essere additato come un professore di virtù, ma si contenta di non essere scoperto per quel furfante che è. Le sue relazioni col signor Fabio datano fino dalla loro età giovanile. Fecero gli studj alla medesima università, dove si conobbero meglio e simpatizzarono per la somiglianza dei caratteri e delle inclinazioni. La loro massima capitale e favorita era che si può commettere tranquillamente ogni bricconeria, quando si abbia la destrezza di farla rimanere occulta. Quindi baravano al giuoco, tendevano insidie a chi avesse loro dispiaciuto, e si abbandonavano ad ogni genere di dissolutezze. Tornati che furono a casa, continuarono a praticarsi e a commettere secretamente e impunemente le loro ribalderie. Accadde che il signor Fabio, essendosi maritato, diventò padre di un bambino.

La sua sposa, appena ebbe partorito, stette male in modo, che dopo tre giorni di patimenti passò all’altra vita. Mentre i parenti e gli amici stavano intorno al letto della moribonda, il signor Fabio sparì un momento per recarsi nella stanza attigua dove giaceva in culla il bambino depostovi poco prima dalla nutrice come addormentato. Un sinistro presentimento lo aveva spinto a fare quella visita. Egli alza il velo che copriva la culla, guarda il bambino, gli posa una mano sulla fronte e la sente agghiacciata. Egli pure sente agghiacciarsi il sangue e mancargli le forze. La neonata creatura era morta. Nessuno si trovava alla custodia della culla, e quindi la sventura non doveva essere ancor nota. Il signor Fabio chiama a sè Leonardo, che stava fra gli altri al letto dell’agonizzante, e gli dice con voce affannata e sommessa: Corri a prendere nascostamente il tuo bambino, imprestamelo per alcune ore, altrimenti sono perduto. Io pagherò immensamente il tuo servigio. Va, e vieni di volo. Leonardo comprese tutto, e si prestò all’infame gherminella. Bisogna sapere che egli pure era diventato padre, con questa differenza che il suo bambino aveva quattro giorni di più, e che nasceva da una concubina. Intanto il signor Fabio nascose il piccolo cadavere, e diede incumbenza altrove alla nutrice per tenerla lontana dalla culla. Quindi con grande ansietà e tumulto dell’anima aspettò il suo complice, passando un momento al capezzale della sposa, e poi fuggendo di là col pianto agli occhi, e protestando che troppo lo straziava l’assistere all’agonia della sua diletta. Dopo un quarto d’ora comparve cautamente Leonardo. Il bambino che teneva addormentato sotto il tabarro venne deposto nella vuota culla, e i due birbanti passarono di nuovo a fare mesta corona al letto della morente. Indi a poco il pianto e le querele di tutti annunziarono che era trapassata. Il signor Fabio gemente e disperato corse alla culla, si tolse fra le braccia il bambino, e presentandosi alla compagnia, così esclamò con viva espressione di dolore e di tenerezza: Aimè, io l’ho perduta per sempre! Mi rimane almeno questo pegno del nostro amore per mitigare in parte la mia afflizione. Il bambino, maneggiato sgarbatamente, si destò e proruppe in vagiti, attestando così, come voleva il signor Fabio, la sua sopravvivenza alla madre. Quando ebbe gridato per due minuti, si tranquillò e riprese il sonno. Allora il signor Fabio, facendo le viste di andare a deporlo dove l’aveva tolto, lo rimise invece a Leonardo che gli teneva dietro, e il morto fu ricollocato in cuna. Il colpo era fatto, e quando un’ora dopo si scoprì che il figlio aveva seguito la madre, vi furono esclamazioni di dolorosa sorpresa, e raddoppiamento di pietà e di querele. Con questa commedia scellerata il signor Fabio si esentò dal restituire ai parenti della defunta una dote di quattrocentomila franchi. Leonardo n’ebbe ventimila in premio della sua complicità, e non si può dire che il servigio fosse pagato male. Quando il signor Fabio non ebbe più bisogno di lui, trascurò la sua relazione, non avendo nulla a temere circa il secreto di quanto avevano operato insieme. Dopo molti anni di allontanamento si ravvicinarono ancora per commettere un nuovo e più enorme delitto.

III.

Un bellissimo fanciullo di quattordici anni piangeva un giorno al letto di sua madre mortalmente inferma, la quale tenevagli il capo fra le mani, e con voce affievolita gli diceva:«Mio diletto figliuolo, io ti ho chiamato dal collegio per darti la mia benedizione, e farti udire le mie ultime parole. Fra poco tu perderai la madre, come già perdesti il padre, e resterai orfano sulla terra. Bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio. Fatti cuore, e preparati alla nostra separazione in questa vita per unirci un giorno eternamente nell’altra. Abbi cara la mia memoria, e dammi prova del tuo amore seguitando innanzi nella via della bontà, dello studio, e della pratica de’ tuoi doveri, come hai fatto finora. Così mi compiacerò dal cielo, vedendoti incamminato ad essere un uomo distinto, riputato e utile alla tua patria. E voi, cognato mio, continuò volgendosi ad un uomo che stava lì presso in atteggiamento da contristato, voi che siete il fratello di suo padre, abbiate cura di lui, vegliate sulla sua educazione e sul suo avvenire. Io vi trasmetto i diritti e l’autorità che la natura e le leggi consentono ai genitori. Assumete la sua tutela, tenete presso di lui le mie veci, e adempite le speranze che ho poste nella vostra bontà e nella vostra onoratezza.» L’uomo contristato rispose che sarebbero compiuti i di lei voti, e che egli avrebbe avuto pel nipote l’amore e le sollecitudini d’un padre. Intanto singhiozzava e asciugavasi gli occhi col fazzoletto. Il giorno dopo la povera madre morì, e il fanciullo col cuore ingruppato ritornò in collegio a compiervi i suoi studj. Non si dà al mondo creatura più interessante e più cara di un giovinetto orfano, che abbia un’anima sensitiva ed un volto grazioso sul quale viene a dipingersi la mestizia del suo sentimento di solitudine e d’abbandono. Anche in mezzo alle distrazioni e ai trastulli co’ suoi compagni si vede in lui dominare una certa calma malinconica, la quale ammorza l’impeto e la naturale baldanza della sua età. S’indovina in lui lo sventurato, cui sono mancate le carezze e l’amore dei genitori, e siamo mossi a vivamente compiangerlo. Tale era appunto Faustino, il quale sentì in sommo grado la perdita fatta, e per lungo tempo non seppe darsene pace. Dotato di molto ingegno e d’indole soave, volonteroso dello studio, sussidiato da buoni maestri, e memore delle raccomandazioni materne, andò crescendo nella gentilezza, nell’istruzione e in tutti i pregi che rendono amabile e degno di stima un giovinetto. I superiori, i condiscepoli e quanti lo conoscevano, gli portavano affetto, e si promettevano di lui le sorti più liete. Egli splendeva d’una rara bellezza, diremmo quasi femminile, se il suono della voce, alcuni tratti caratteristici del volto, e la nascente lanuggine del mento non avessero attestato il contrario. I suoi occhi ammirabili nuotavano in un fluido etereo di dolcezza e insieme di vivacità, ma celavano ancora l’eloquenza e l’ardore che le passioni sogliono far nascere più tardi. Questo essere prezioso, questo tesoro di purità e d’innocenza, toccato il diciasettesimo anno, passò dal collegio alla casa del suo tutore e zio insieme. Costui, secondo le leggi divine ed umane, secondo i dettami del dovere e della coscienza, secondo gl’impulsi della ragione e dell’onestà, e finalmente secondo la voce della natura e dell’amore, avrebbe dovuto penetrarsi del suo importante ministero, e vegliare gelosamente sul sacro deposito a lui affidato. Avrebbe dovuto continuare a compiere l’educazione di Faustino, sviluppare in lui maggiormente i doni dell’intelletto e del cuore, circondarlo di savie persone, allontanarlo dai pericoli di seduzione, e iniziarlo prudentemente alla pratica del mondo e all’esercizio delle acquistate virtù. Che ha egli fatto invece? No, non potrebbe nessuna mente umana concepire un bastevole orrore di ciò che ha fatto il signor Fabio, come nessuna lingua umana potrebbe a sufficenza manifestarlo. Faustino è caduto dal cielo all’inferno, e dopo un anno di soggiorno in casa dello zio, non è quasi più riconoscibile. Egli ha perduta l’aria candida, lo schietto sorriso, la tinta florida e virginale del volto che formano il più bell’ornamento della giovinezza. I suoi occhi non brillano più di quella luce viva e pura che tanto seduceva, ma errano come incerti e smarriti da un oggetto all’altro, e qualche volta pajono tocchi da stupidità. Alla scioltezza ingenua del contegno e delle maniere successero la titubanza e l’impaccio. La sua immaginazione è contaminata come il suo corpo; egli è caduto in balía del vizio. Appagare i sensuali appetiti, ubbidire ai lenocinj del piacere, ecco il suo struggimento. Egli presta appena un’attenzione di convenienza ai maestri che lo zio gli ha procurati per rispetto del mondo, e per salvare le apparenze.

IV.

Fantino entrò nella sala, e diede il buondì ai due interlocutori.

—Caro nipote, disse il signor Fabio in tuono di chi rimprovera dolcemente, quest’oggi ti sei trattenuto a letto un po’ troppo tardi, e perciò io debbo sgridarti. Le ore del mattino sono preziose per lo studio, e bisogna metterle a profitto. Lascia che ti guardi più da vicino. Sì, tu sei alquanto smorto, e sotto gli occhi hai un certo lividore…. ti sentiresti male?

—No in verità, rispose il giovane abbassando gli sguardi come un colpevole.

—Tuo zio ti ama tanto che s’inquieta per nulla, disse Leonardo.

—Certo che io lo amo, e che voglio vederlo felice. Non è egli mio nipote, anzi mio figlio? Non ho io incontrato la seria obbigazione di fargli da padre? Io non mancherò, sicuramente al mio impegno, ma tu pure dal canto tuo devi corrispondermi coll’obbedienza, colla buona condotta, e coll’utile impiego del tempo. Via, siamo giusti. Le mie premure fruttano abbastanza bene, e mi chiamo di te contento. E tu puoi lagnarti di tuo zio?

—Tutto il contrario. Voi siete buono, affettuoso, compiacente…. io non ho nulla a desiderare in casa vostra.

—Baroncello, tu mi conosci eh? Per bacco, io non so essere rigoroso colla gioventù. Io acconsento che tu ti diverta, ma onestamente, non a scapito de’ tuoi doveri. Come ti è piaciuta la commedia di jeri sera?

—Moltissimo…. una commedia spiritosa, interessante….

—E soprattutto castigata e morale quanto si può desiderare, aggiunse
Leonardo.

—Va bene, ciò mi consola. Ti raccomando di nuovo, Leonardo, l’attenzione su questo particolare. Io permetto a mio nipote di frequentare il teatro, purchè vi si rappresentino cose conformi ai buoni costumi. Pur troppo sento dire che oggidì molte composizioni teatrali peccano di disonestà, e sono scuola di scandalo e di corruzione.

—Io so il mio dovere, e m’informo preventivamente della commedia che si deve recitare. Faustino non assisterà mai ad uno spettacolo, dinanzi al quale la virtù debba arrossire. No, sicuramente, finchè sarà in mia compagnia.

—È una vera fortuna, caro nipote, che io conoscessi un uomo di tanta saviezza al quale affidare la tua custodia. Non ho voluto fin qui lasciarti praticare co’ tuoi coetanei, essendo difficile di trovare buoni compagni fra una gioventù generalmente viziata e pericolosa. Sappi però che vo’ cercando qualche giovane dabbene e degno di te per avvicinartelo. Io so benissimo che ognuno ama di conversare e divertirsi co’ suoi eguali. Abbi pazienza, e ti sarà procurata questa consolazione.

—Finora non ne sento il bisogno. L’amicizia e la compagnia di
Leonardo mi bastano.

—Questa dichiarazione fa il suo elogio. Non è piccolo merito quello di un uomo attempato che sappia cattivarsi a tal grado la simpatia di un giovane, e rendersi a lui così pienamente accetto.

Un servitore venne ad annunziare che la carrozza era pronta. Il signor Fabio prese il cappello, salutò, e disse che andava a visitare alcuni stabilimenti di beneficenza posti sotto la sua protezione. Faustino, rimasto solo con Leonardo, così parlò:

—Mio zio è una pasta di zucchero, un uomo pieno di buona fede. Quanto ti sono obbligato che lo mantieni nella sua credulità!

—Bella obbigazione! Mi sarebbe più grato un acerbo rimprovero. Io sono un colpevole che inganno quell’eccellente amico col farmi complice delle tue scappate. Quando penso alla mia condotta, mi salgono al viso le fiamme della vergogna. Non avrei mai creduto che una leggera condiscendenza ad un tuo capriccio dovesse trascinarmi così lontano. Sempre menzogne! Sempre soppiatterie! Dover infinocchiare che jeri sera siamo stati alla commedia!

—Non è la prima volta che spacciamo una tale fandonia. Anche domani faremo lo stesso.

—Questo poi no! Io pretendo che stassera si vada veramente al teatro, oppure che si rimanga in casa.

—Leonardo! amico mio!

—Che vorresti tu dire?

—Io ardo di trovarmi con Marietta la bruna crestaja. Sono otto giorni che non la vedo.

—No, è tempo di finirla con queste tresche. Bisogna fare giudizio.

—Sì, sì, lo farò sicuramente, ma per ora non posso. Le attrattive del piacere sono più forti della mia volontà. Io capisco che è male il rompere così il freno agli appetiti, ma mi sento incapace di resistere alla loro violenza, finchè la sazietà non venga a rendermi facile la vittoria.

—Uditelo come ragiona, e come difende abilmente la propria causa.

—Mio buono, mio caro Leonardo, te ne prego. Questa sera con
Marietta….

—Con nessuna, ti dico.

—Suvvia, contentami, non farmi penare.

—Non voglio saperne, m’intendi?

—Le mie preghiere sono inutili? Or bene, io anderò da me solo dove mi piace. Fuggirò di casa nascostamente.

—No, non commetterai questa imprudenza. Aimè, in quale trista situazione mi ha posto la mia sciagurata debolezza. Io sono costretto a secondarti per impedire un male maggiore. Coll’essere teco io servo almeno a tenerti in una certa misura, e a conservare il secreto sulla tua condotta.

—Dunque mi compiacerai?

—Sì, e Dio me lo perdoni. Forse dovrò per te dannarmi l’anima. Tu mi fai fare di quelle cose…. hai un tale potere sopra di me…. egli pare che tu mi abbia stregato. Il vero si è che io ti amo grandemente, e che nulla so ricusarti, neppure ciò che è male. Ma io credo fermamente che, passata la foga giovanile, metterai un termine a questi disordini, e riformerai la tua vita.

—Senza dubbio, tale è il mio proponimento. Siamo dunque intesi. Tu farai che Marietta abbia l’avviso dal solito Mercurio.

—Ad un patto però, mio caro Faustino.

—E quale? Udiamo.

—Che tu debba occuparti un po’ meglio dello studio. Tu non sei attento abbastanza alle lezioni de’ tuoi maestri. Che diamine, si può conciliare benissimo l’amore dei libri con quello dei piaceri.

—Sì, sì, tu dici ottimamente. A proposito di libri, mi hai tu portato quei tali….

—Bisognava pure che io te li portassi per liberarmi dalle tue importunità. Eccoli. Ma non è a questa sorta di libri che tu devi interessarti. Sono scherzi e frivolezze che servono tutt’al più a divertire e far ridere per una mezz’ora.

—Grazie, Leonardo. Vediamo…. Novelle Galanti di Giambattista
Casti…. Quest’altro?… Convito dì Trimalcione di Petronio Arbitro.
In verità, sono curioso di leggere…. I titoli mi promettono cose
piacevoli…. Addio Leonardo, a rivederci.

—Adopera ogni precauzioni; affinchè nè tuo zio nè anima viva ti sorprenda con quei libri in mano. Sventura a noi se ti fossero trovati in casa!

—Sii tranquillo, e lascia fare a me. Tu sai pure che ho un nascondiglio sicuro dove tengo i miei contrabbandi. Io sfido il diavolo a scoprirli.

Faustino si ritirò nel suo appartamento, e lesse avidamente due novelle del Casti, infiammandosi la mente colle lubriche immagini e colle pitture allettevoli che abbondano in quelle pagine corrompitrici della gioventù. Quindi nascose il libro in una specie di guardaroba, serrata a chiave, dove stavano poesie, romanzi e racconti in gran numero, tutte sconcezze stomachevoli, tutte produzioni di laide fantasie. Vi era inoltre una raccolta d’incisioni e di miniature le une più lascive delle altre, un insieme di brutture degne dei costumi della Reggenza francese. Queste porcherie di libri e di stampe erano regali che Leonardo faceva di quando in quando all’ardente giovane, dopo avergliene con destrezza lasciato intravvedere l’esistenza, e dopo essersi fatto pregare per concederle. Faustino aprì un altro armadio che racchiudeva manicaretti e paste calorose, frutte macerate nell’acquavite, bottiglie di vini forastieri e di liquori spiritosi in quantità. Egli mangiò un pezzo di pane pepato, bevette un bicchiere dì rhum, e poscia si sdrajò sull’ottomana a fumare un sigaro. Quell’infelice aveva contratto tutti i vizi che istupidiscono l’intelletto e limano il corpo. Consumato che ebbe metà del sigaro, gettò via il rimanente, e si diede a passeggiare per la camera, pallido in volto e col capo torbido e dolorosamente esaltato. Ebbe bisogno d’aria aperta per riaversi, e discese in giardino. Quando un’ora dopo venne il professore di filosofia a dargli lezione, lo trovò distratto e sbadigliante come al solito. Gli parlò delle operazioni dell’anima in generale, e di quella del pensiero in particolare. Il discepolo ne approfittò per volare appunto col pensiero al convegno che avrebbe luogo la sera, e durante la spiegazione lo tenne rivolto intensamente a Marietta la bruna crestaja. Il professore, da quel bravo filosofo che era, se ne andò ripetendo in cuor suo: Egli è ricco, e non ha bisogno di filosofia. A me basta che si paghi esattamente il mio lauto stipendio mensile. Così dicevano presso a poco e con eguale rassegnazione i maestri di letteratura, di lingua inglese, di musica e di pittura, i cui precetti Faustino ascoltava col medesimo interessamento. Egli sentiva, è vero, di quando in quando alcuni rimorsi di coscienza circa le sregolatezze della sua condotta. Ciò è naturale in tutti, ma principalmente in un giovane d’indole buona, che s’informò di principj virtuosi, e che attese più anni all’acquisto di una savia educazione. Egli rammentava le pratiche del collegio, le massime dei maestri e quelle dei libri, gli avvertimenti di sua madre e di tutte le oneste persone colle quali aveva conversato, e paragonava questo complesso di bene coi cattivi andamenti della sua vita attuale. Ma erano riflessioni deboli e passeggere, fatte soltanto in certe ore di disgusto e di malessere dopo un eccesso d’intemperanza. Il pretendere che egli si ravvedesse di proprio impulso sarebbe stata cosa impossibile e fuor di ragione. Forse neppure i consigli e le ammonizioni altrui avrebbero operato la sua conversione. Come mai persuadere un giovane a frenare le proprie passioni una volta scatenate, e a rinunciare al piacere una volta gustato, quando a ricercarlo maggiormente lo spinge il suo temperamento e l’opera di un demonio che gli sta al fianco?

Fra le case situate in una contrada remota e poco frequentata, avvene una senza portinajo, e non molto purgata rispetto alla qualità e condotta degl’inquilini. Leonardo vi aveva preso in affitto due camere, e fattele mobigliare decentemente, servivano di ritrovo a Faustino colle sue amanze. Un ripostiglio praticato nel muro conteneva una ricca provvigione di commestibili e di bevande, provvigione che veniva rinnovata di mano in mano che si consumava. Quelle camere erano il teatro della corruzione e delle orgie di Faustino. In esse aveva dato l’addio alla sua innocenza. Quante ignote commozioni, e quanti arcani turbamenti vi provò la sua anima! Quai dolci tremiti, e quali ansie dilettose! Come arrossiva il suo volto alle carezze della prima donna da lui avvicinata! Gli inviti della voluttà contrastavano nel giovane colle ritenutezze del pudore. Era mille volte più bello della donna invereconda e provocatrice. Ben presto le timide esitanze del novizio fecero luogo all’arditezza dello sperimentato. Le più belle giovani di facile conquista si avvicendavano da un anno a’ suoi piaceri, e avevano creato in lui, ciascuna coi propri vezzi particolari, una somma d’impressioni e di memorie, che sogliono accendere maggiormente la concupiscenza, e fare più acute le voglie. Ad un’ora di notte Leonardo e Faustino comparvero in queste camere, e si diedero a preparare la tavola per una delle solite cene. Indi a poco si presentò Marietta saltellando e canticchiando una canzone. Levatasi il cappellino e la mantiglia, lasciò vedere una chioma corvina di stupenda abbondanza e lucentezza, e due spalle paffutelle e graziosamente tornite. Questa creatura, di freschissima età, era il tipo della bellezza vivace, ardente e risentita, aveva la carnagione bruna, egli occhi neri scintillanti d’una spagnuola dell’Andalusia. Era gaja e folleggiante al modo delle giovani perdute, e Faustino la preferiva a tutte le altre. Il lettore, se vuole, dipinga a sè stesso questa scena colla propria immaginazione. Tre ore dopo, Leonardo dava il braccio a Faustino, che mal si reggeva sulle gambe, e lo accompagnava a casa, facendolo salire al suo appartamento per una scala secreta, affinchè i servitori non lo vedessero in quello stato di vergognosa ebbrezza.

V.

Da qualche tempo si era operato in Faustino un cambiamento, che molto sorprese ed inquietò i suoi due carnefici. Il giovane pareva stanco di piaceri, vi si abbandonava più di rado, e senza la brama e la smoderatezza di prima. Dinanzi alle sue belle era diventato freddo e quasi astinente, come sobrio dinanzi alle stuzzicanti imbandigioni. Egli stava pensoso, e mal volentieri usciva di casa. Poche volte si accostava al nascondiglio dei liquori spiritosi, e a quello delle stampe e dei libri disonesti. Eppure non era ancora malandato di salute, nè si lagnava di alcun male. Questo rivolgimento non si poteva dunque attribuirlo a cagioni fisiche, ma piuttosto all’influsso e agli avvisi di qualche secreto consigliere, oppure alle inspirazioni del cielo. Siccome il signor Fabio e Leonardo non credevano nelle inspirazioni del cielo, così pensarono che un mortale nascosto lavorasse alla conversione di Faustino, e tremavano di essere perduti. Invano Leonardo aveva interrogato più volte il giovane, e cercato di scoprire l’arcano del suo mutamento. Al fine gli cavò di bocca la confessione che era innamorato. Ecco l’avventura. Un giorno si affacciò ad una finestra della casa dirimpetto una giovinetta sedicenne di figura veramente angelica. Faustino vide dalla sua finestra quel miracolo di bellezza, e rimase estatico a contemplarlo. Un solo minuto durò la contemplazione, poichè la giovinetta, accortasi della presenza e degli sguardi di lui, si ritirò confusa e colorata del più amabile rossore. Ma quel solo minuto valse a commoverlo tutto quanto, e a stampargli nell’anima l’immagine di lei. Il sentimento che provò era affatto nuovo, e nullamente paragonabile a quello provato per le altre donne. Ogni giorno si appostava dietro le persiane socchiuse, spiando le sue apparizioni, che già succedevano con qualche frequenza, perchè essa pure era rimasta colpita dalla vista del giovane avvenente. Quando con un libro od un lavoro femminile in mano si presentava alla finestra e rimaneva delusa nel suo desío e sconfortata, Faustino era là nascosto a bearsi dei biondi capegli, dei vaghi occhi cerulei, e delle dolci e virginali sembianze di lei, comprimendo a fatica i battiti violenti del cuore. Egli non avrebbe mai voluto possederla al modo delle altre donne; da questa idea abborriva come dal più nefando sacrilegio. Vagheggiarla come cosa santa, starle da vicino per udire il suono della sua voce, e per respirare l’aria da lei respirata, ecco ciò che gli sarebbe parso il colmo della felicità. Faustino aveva conosciuto il puro e virtuoso amore. Nella speranza di farlo dividere, apriva alle volte le imposte e si manifestava alla fanciulla, che trasaliva e imporporava le guancie, ma rimaneva al suo posto. Quando i loro occhi s’incontravano, le loro bocche si componevano ad un lieve sorriso che destava in ambedue le più care vibrazioni di gioja. Le loro anime si erano intese. Faustino venne a sapere che la giovinetta si chiamava Luigia, che apparteneva ad una ragguardevole e ricca famiglia, e che usciva appena dal monastero nel quale era stata allevata. Per due mesi continuarono a vedersi dalle rispettive finestre, palesandosi il loro amore col muto ma eloquente linguaggio degli occhi. Il ricambiare parole non era possibile a motivo della distanza che li separava, e potendolo fare, non avrebbero forse osato. Una inclinazione del capo, od un cenno della mano erano i saluti che si volgevano al principio e alla fine delle loro tacite ma dilettose conversazioni.

Leonardo, appena ricevuta la confessione di Faustino, andò a rivelarla al signor Fabio, il quale così parlò al nipote: Tu hai fatto male ad innamorarti alla tua età troppo giovanile, quando non hai ancora compito la tua educazione. Tu devi accasarti, siamo d’accordo. Tu devi dotare il paese d’una nuova famiglia, che si distinguerà per decoro di meriti, per dignità, e per lustro di ricchezze. Senza dubbio ti è riserbato il destino di sposo e di padre felice, e già io principiava a volgermi attorno per iscoprire una fanciulla degna di esserti data a tempo debito per compagna. Meno male che nella tua imprudenza la fortuna ti ha guidato con benignità, facendo che tu non collocassi bassamente il tuo amore. Io non ti dico di soffocarlo, nè di abbandonare la speranza. Seguita pure a nutrire questo sentimento, ma colla moderazione di chi dubita di riuscire a buona fine. Io forò conoscenza coi genitori della fanciulla, m’informerò circa le qualità di lei, e vedremo se sarà possibile di conchiudere questo matrimonio. Sii però ragionevole, e non lusingarti molto, perchè l’affare può avere dei gravi ostacoli. Tu intanto farai un viaggio in Francia, che servirà insieme ad istruirti nella conoscenza del mondo, e ad impedire, colla distrazione, i progressi del tuo amore, progressi che sarebbero sconsigliati e pericolosi, finchè la certezza del matrimonio non venga a giustificarli. Leonardo ti accompagnerà.

I preparativi della partenza vennero fatti senza indugio. Faustino, che a malincuore intraprendeva questo viaggio, s’ingegnò d’informarne Luigia colla mestizia del volto e coll’azione della mimica, e vi riuscì perfettamente. La fanciulla comprese tutto, e s’immestì come lui. Ciò che Faustino avrebbe voluto farle sapere, ma che non tentò neppure per l’impossibilità del buon successo, erano le favorevoli disposizioni di suo zio, e le pratiche consolatrici che egli si disponeva a fare presso i genitori di lei. Troppo ardire parevagli quello di scriverle una lettera, e poi come fargliela pervenire? Si contentò dunque di pensare che un giorno ella avrebbe saputo per altro mezzo questa lieta novella, e le fece i suoi addio con tanta commozione d’animo, che le lagrime gli rigavano il volto. La giovinetta gli corrispose colla medesima tenerezza dolorosa, e recandosi agli occhi il fazzoletto per asciugarvi il pianto. Le finestre si chiusero, e dopo altri sguardi e saluti ricambiatisi attraverso i vetri, gl’innamorati disparvero colmi del più amaro affanno.

VI.

Parigi è certamente la città per eccellenza, dove l’amore dei piaceri trova uno stimolo violento, e insieme un pascolo agevole. Tutte le seduzioni e le raffinatezze del sibarismo, tutte le arti di allettare, tutti i ritrovati che accarezzano i cinque sensi e riscaldano le fantasie sono colà portati al grado di perfezione. Abbiate molta salute, molta inclinazione ai godimenti e soprattutto molto danaro in tasca, e voi vi create a Parigi un paradiso terrestre, colla differenza però che quello di Adamo conteneva più semplici e più innocenti delizie. Faustino serbava in cuore l’immagine di Luigia, ma offuscata dal fumo delle dissolutezze, cui si era di bel nuovo e con più lena abbandonato. Leonardo raddoppiava di furberia per nascondere sempre meglio il suo ufficio diabolico d’instigatore al vizio. Appena giunti a Parigi, egli tenne al giovane un lungo sermone morale, e gli tracciò la linea di savia condotta che sarebbe obbligato di seguire. Principiò col condurlo alla visita delle gallerie, delle biblioteche, dei monumenti, e di quanto sogliono occuparsi coloro che viaggiano per osservare e per istruirsi. Era un continuo passare da uno stabilimento all’altro, un discorrere di archeologia, di belle arti, di commercio e d’industria; un fare annotazioni sulle cose più interessanti e degne di memoria. Leonardo voleva annojarlo, e in capo a pochi giorni ottenne l’intento. Faustino, che realmente credeva d’aver fatto prevaricare quella specie di suo ajo, e che sapeva di poterlo condurre pel naso, dichiarò che non voleva sottomettersi ai patti stabiliti senza il proprio consenso, e che egli non era venuto a Parigi per fare la vita dello scienziato. Leonardo finse di opporgli una forte resistenza, mise in campo i diritti e l’autorità di cui era investito, la responsabilità che pesava sopra di sè, i rimordimenti della coscienza, e passò perfino a parere sdegnato, e a tenergli il broncio. Intanto le brame del giovane erano fatte dal contrasto vieppiù ingorde ed impazienti di ritegno. Egli passava dall’umile pregare all’imperioso volere, e finalmente Leonardo, come se cedesse a tante importunità, gli fece alcune concessioni, che in breve si allargarono senza misura. Faustino si paragonava in cuor suo al destriero che prende il morso tra i denti e mena dove vuole il suo cavaliere. Le più belle cortigiane maestre nelle blandizie, i pasti squisiti e copiosi presso i celebri ristoranti, i concerti musicali, gli spettacoli equestri del circolo Franconi colle sue amazzoni leggiadre, quelli dei balli dell’Opera colle sue ninfe succinte e voluttuose, e quelli delle danze popolari piene di movenze e di abbandoni indecenti occuparono per sei mesi lo spirito ed il corpo di lui, tanto che la sua salute ne fu rovinata. In sulle prime Leonardo non se ne diede per inteso, e allora soltanto che il giovane cominciò a deperire troppo evidentemente, egli aprì gli occhi e manifestò le sue inquietudini. Parlò di riposo, di medico, di consulti e di medicine, ma Faustino non volle saperne, e preferì di tornare in patria. Nella stanchezza dei piaceri e nel malessere in cui era caduto gli parlava più che mai la memoria di Luigia, e si sentiva spinto vivamente verso di lei. Leonardo scrisse al signor Fabio, e n’ebbe in risposta una lettera che pareva inspirata dal timore, dall’affanno e da tutti i sentimenti che prova un padre affettuoso al quale si annunzia la malattia di suo figlio lontano. Faustino leggendola, esclamava: Che ottimo cuore! Che uomo eccellente! Quanto mi ama! Abbandonarono Parigi, e dopo cinque giorni furono a casa. I disagi del viaggio avevano peggiorato lo stato del giovane, il quale scendendo di carrozza colpì di doloroso stupore coloro che stavano ad aspettarlo. Il signor Fabio medesimo, profondo scellerato com’era, non potè esimersi dalla compassione quando, nell’abbracciare il nipote, lo vide squallido, sfinito, cogli occhi infossati e colle labbra smorte; compassione che durò quanto l’abbracciamento. I malvagi e feroci istinti prevalsero subito alla pietà, della quale non rimase che le apparenze nella umanità delle parole e nella tristezza del volto. Il medico dichiarò che Faustino era tisico, e pur troppo si appose al vero. Ciò che il medico non seppe mai erano le cause della sua etisia. Il signor Fabio volle informarlo egli stesso, come a modo di diagnosi, sulle antecedenze del nipote, inventando falsità che potessero illudere la scienza e sviarla nelle sue ricerche. Secondo lui, Faustino nasceva da una madre debole, e morta di languore; il fanciullo partecipava della condizione materna, e più volte fece temere di non sopravvivere alla genitrice. In seguito parve fortificarsi, e venne posto in collegio, dove forse lo studio e il sistema di vita colà praticato gli furono di detrimento. Nondimeno vi stette per lo spazio di sei anni, abbisognando però di riguardi a motivo della sua gracilità. Quindi, nei due anni vissuti presso di lui, suo zio, aveva preso l’aspetto del giovane sano e robusto, con maraviglia di quanti lo conobbero nella sua fanciullezza. Ma ora che toccava l’età fatale ai disgraziati che covano il germe della tisichezza, era caduto con rapido progresso in tanto deperimento. Il medico fu pago di queste informazioni, non cercò di più, e si diede a tentare la guarigione dell’ammalato. Prima di mettersi a letto, Faustino aveva più volte riveduto Luigia alla solita finestra, e tenuto con lei le solite conversazioni di cenni, di sguardi e di sorrisi. Se non che gli sguardi ed i sorrisi erano diventati malinconici da ambe le parti, ed esprimenti il dolore. Luigia si affliggeva al vedere Faustino in quel misero stato, ed egli al vederla afflitta, e al pensare alla propria infermità. Tutti due poi si rattristavano di un amore che fino allora non aveva fondamento di speranze.

Già da una settimana il giovane guardava il letto, e ubbidiva alle mediche prescrizioni. Suo zio passava molte ore accanto a lui, e sotto la larva della mestizia e del compianto, nascondeva un tripudio feroce. Egli spiava con avido sguardo gli andamenti del male, e a misura che aumentava il pallore e l’infossamento delle guancie, che languivano gli occhi e scemavano le forze della sua vittima, cresceva in lui la satanica gioja. I tisici quasi tutti non s’accorgono di andare lentamente verso il sepolcro. Essi sperano sempre di guarire, anche quando si trovano giunti agli estremi. Con un filo di voce interrotta dalla tosse dicono di sentirsi bene, e fanno progetti e assegnamenti sull’avvenire. Faustino domandò un giorno allo zio se avesse parlato ai genitori di Luigia, come aveva promesso di fare. Il signor Fabio non si era neppure sognato di entrare in questa pratica. Nondimeno voleva rispondere all’infermo in modo da consolarlo, vale a dire che le sue proposizioni non erano state disaggradite. Ma un lampo d’inspirazione infernale fece sì che rispondesse: Mio caro Faustino, io pensava di tacerti la cattiva novella, ma giacchè mi hai interrogato, sappi che bisogna rinunciare all’idea di questo matrimonio. Il padre della fanciulla, col quale mi sono abboccato, non può acconsentire al nostro desiderio, perchè una promessa anteriore lo tiene obbligato, e sua figlia senza ancora saperlo, è destinata ad altre nozze. Ciò mi disse colla fermezza di chi renderebbe vano ogni tentativo di farlo piegare a nuovi consigli. Vedi quello che ti ha fruttato l’amare di nascosto e senza prima consultare tuo zio? Non darti però travaglio, e lascia a me la cura di trovarti una sposa. Intanto pensa a guarire, e fa di obbliare Luigia. Il giovane pianse sommessamente e cadde in una profonda malinconia, che sempre più aggravò la sua infermità. Quando lo zio non era in camera, egli si alzava a stento e si trascinava alla finestra nella speranza di vedervi Luigia, ma sempre vanamente. La fanciulla, sapendolo obbligato al letto, aveva cessato dalle sue apparizioni, e se ancora ne faceva alcuna, era per volgere un sospiro ed una mesta occhiata al luogo che racchiudeva l’infelice oggetto del suo amore. Il caso fece che una volta s’incontrarono, e fu l’ultima. Luigia rimase quasi tramortita, giunse le mani, e guardò il cielo in atto di dolore e di supplicazione. Erale parso di vedere un cadavere che si movesse. L’amore e la pietà fecero al suo animo un crudele assalto, e non permisero che avesse lo sfogo del pianto. Faustino la guardò con occhi semispenti che più non potevano esprimere ciò che sentiva, alzò la mano scarnata per fare il cenno di salutarla, e poi con estrema fatica ritornò a coricarsi. Indi a poco entrò in camera Leonardo, che soleva visitarlo almeno due volte al giorno. Egli avrebbe voluto non più mostrarsi al letto di Faustino, ma bisognava che sostenesse fino al termine la parte di amico premuroso e affezionato. Ad onta della sua estrema perversità e del sangue freddo con cui aveva consumato un lungo e barbaro delitto, non poteva vedere con indifferenza gli effetti spaventosi dell’opera sua. Quel giovine sì bello e florido poc’anzi, da lui ridotto come scheletro, eragli uno spettacolo increscioso e svegliatore di rimordimenti. Non si dà uomo tanto perverso e fracido nelle colpe, che non oda in certi momenti qualche rimprovero di coscienza. Leonardo cercava di tranquillarsi col pensare: In fine dei conti non è poi una morte dolorosa la sua. Io non gli ho cacciato un pugnale nel petto, ma dolcemente l’ho condotto alla tomba sopra un sentiero sparso di rose.

—Come va, Faustino mio? gli domandò inchinandosi sopra di lui, e posandogli una mano sulla fronte che bolliva di febbre.

—Mi sento un poco debole, ma del resto non c’è male, rispose l’infermo con languida voce. Che ti pare del mio aspetto?

—A dirti la verità è tristo, ma lo era di più i giorni passati. Mi sembra che l’occhio sia meno appannato, e le labbra meno scolorate. Questi sono buoni indizj. Coraggio, amico mio, e guarirai.

—Voglio sperarlo. Alle volte però mi cade l’animo, e penso che mi sovrasta la morte.

—Malinconie! Il mio presentimento è che tu debba scamparla.

—Tanto meglio, caro Leonardo. Allora io farò una vita ben diversa dalla passata, e metterò in opera le riforme che ti aveva promesse. Intanto comincerò con un atto, che mi gioverà egualmente se vivo come se muojo, e tu sei incaricato di eseguirlo. Domani farai sparire per sempre i libri, le stampe e le bottiglie che tu sai, e queste sono le chiavi dei ripostigli. Mi farai il favore?

—Certamente, rispose Leonardo mettendosi una mano sul petto, e pigliando coll’altra le chiavi. Entro domani non vi sarà più traccia di quelle cose.

—Sono contento, e ti ringrazio. Vivendo, non avrò più tentazioni in casa, e morendo, non lascierò le prove rivelatrici de’ miei peccati nascosti. Ah, Leonardo, io mi persuado che l’abuso dei piaceri è la vera causa della mia infermità. I medici non sanno e non indovinano niente.

—Essi però ti curano bene, come se sapessero e indovinassero tutto.

—Ah, perchè non ho ascoltato le tue ragioni! Perchè mai ti ho costretto a fare la mia volontà! L’amore che tu mi portavi ti ha chiuso gli occhi e reso incapace di resistermi più fermamente. Ma io ti assolvo della tua condiscendenza, e mi accuso come il solo colpevole. Quando sarò guarito, non avverrà più che tu debba secondarmi nelle mie intemperanze, perchè non voglio più commetterne. Le sensualità, alle quali mi sono abbandonato, non meritano il nome di piaceri, ma producono il disgusto ed il dolore. Ah, i veri piaceri sono quelli di un amore virtuoso e conducente ad una santa e stabile unione. Io mi prometteva di gustarli, ma la fortuna mi è stata contraria al loro conseguimento. Tu non sai che Luigia è destinata ad altri.

—Vi è luogo a sperare ancora.

—Che dici?

—Tuo zio non ha fatto il ragionamento che fo io. Potrebbe darsi che il padre di Luigia, quando la saprà innamorata di te, cambiasse consiglio per non renderla infelice. Bisognerà pur vedere il grado di resistenza che opporrà la fanciulla ad un matrimonio contro suo genio. La resistenza io credo che sarà grande come l’amore che ti porta. La speranza dunque non ti abbandoni.

—Ah, quanto mi consolano le tue parole! Rimane a vedersi se io guarirò.

—Senza dubbio tu guarirai. Nutri soltanto la fiducia, e tieni l’animo in calma.

—Sappi che l’ho veduta un momento.

—Chi?

—Luigia.

—Dove? Quando?

—Alla finestra, poco prima della tua venuta. Io fui capace di discendere dal letto, e di condurmi fin là.

—Imprudente! Io dovrei sgridarti per lo sforzo e per la commozione che avrai sostenuto, ma sarebbe inutile dopo il fatto. Or bene?

—Or bene, ci siamo guardati e salutati colla più grande passione. Aimè, quale angoscia il non poterci veder più da vicino, e dirci più chiaramente quello che proviamo di piacere e di tormento. Se avessi alcun che di lei, una sua memoria da tenermi sul cuore!

—Viva il cielo, te la procurerò io, esclamò Leonardo, come colpito da un’idea felice. Era l’idea di confortare con una dolce illusione gli ultimi giorni di Faustino. Era un nuovo suggerimento della coscienza e della pietà che tardi e debolmente si risvegliarono. Egli prese le forbici e tagliò una ciocca di capegli del giovane, soggiungendo: Luigia riceverà questi tuoi capegli, e ne darà altrettanti de’ suoi.

—Sarebbe mai possibile! disse Faustino animandosi per quanto gli era concesso, e mutando il pallore del cadaverico volto in una rosea tinta leggiera. Sarebbe mai possibile questo ricambio! Come riuscirai ad effettuarlo?

—Mediante la cameriera di Luigia, che io conosco e che saprò interessare a favorirci.

Il giorno dopo Leonardo si presentò al letto di Faustino con una ciocca di capegli biondi soavemente profumata e ravvolta in finissima carta. L’anima e le forze vitali del giovane si distribuirono nelle mani, negli occhi e nelle labbra di lui, che tenevano, guardavano e baciavano quel tesoro. Povero ingannato! Povero trastullo dei malvagi anche sul limitare della fossa! Ma di quest’ultimo inganno poco importa; egli non sentivasi per ciò meno felice. Egli credeva di possedere e baciare i capegli di Luigia, e tanto bastava a procurargli una gioja immensa. Il fatto sta che quei capegli appartenevano ad una delle giovani svergognate che avevano contribuito alla sua rovina. Questa baratteria, questo burlarsi dei sentimenti di un moribondo era cosa degna del tristo e fraudolento Leonardo. Se non altro Faustino aveva un talismano che serviva a mantenerlo nella gemina speranza della sua guarigione e delle sue nozze con Luigia. Eppure al misero non restavano che pochi giorni di vita. I soccorsi dell’arte non potevano più nulla per lui; i medici avevano già dato la loro sentenza, e lo visitavano ormai per solo atto di formalità. Il signor Fabio pareva costernato, e ordinava preghiere e tridui nei santuarii della città, onde impetrare il risanamento del nipote. Il manigoldo prendeva a gabbo anche il cielo, domandandogli un miracolo che mai non avrebbe voluto ottenere. Una sera sullo scorcio di ottobre Faustino spirò senza agonia e così tranquillamente come se si fosse addormentato. Tutti gli astanti piangevano quella morte immatura e compassionevole. Chi lo crederebbe? Anche le lacrime del signor Fabio e di Leonardo erano abbondanti, e quello che più fa stupire, erano sincere e spremute da una specie di dolore. Ciò ricorda il detto volgare che il coccodrillo uccide e poi piange le sue vittime. Egli è vero che il loro dolore finì prestissimo, ma ripetiamo che non era una finzione. Non si può ridere internamente, nè simulare il pianto che per la morte di un nemico, di alcuno che si odiava. Il signor Fabio e Leonardo non erano punto nemici di Faustino, nè gli portavano il più piccolo odio. Anzi possiamo dire che lo amavano alla lor maniera. Con tutto ciò si sarebbero guardati bene dal desiderarlo risuscitato, e molto meno guarito. La sua morte fruttava a Leonardo il premio di cinquantamila lire, e al signor Fabio l’eredità di capitali, case e terreni per due grossi milioni. Egli era il solo parente di Faustino.

I funerali furono solenni per numeroso corteo e profusione di ceri. Oltre un centinaio di preti, vi assistevano gli individui di molte confraternite e case di beneficenza. Il signor Fabio fece distribuire elemosine ai poveri della parrocchia affinchè pregassero per l’anima del defunto. Fra la moltitudine accorsa nella chiesa addobbata di nero, si vedeva Luigia e la sua governante inginocchiate in una cappella appartata. La giovinetta gemeva secretamente e nascondeva sotto il velo le sue lacrime acerbe. Povera angioletta! Povero cuore sensitivo e piagato d’infelice amore! Quanti affanni, quanti sospiri, quante notti insonni! Abbi pazienza, creatura bella, e il tempo apporterà rimedio al tuo penare. A poco a poco la memoria di Faustino sarà cancellata; non andrà molto che tu accenderai un altro amore, e quello non sarà infelice.

Sul monumento funebre di Faustino sono registrate le ottime qualità che aveva perdute, e le virtù di cui non possedeva che i germi isteriliti per colpa de’ suoi esecrabili pervertitori. L’epitaffio dice che lo zio amava il giovane con affetto paterno, e che il dolore della sua perdita sarà inconsolabile. Generalmente parlando le iscrizioni mortuarie non meritano gran fede, ma come non credere a quella dettata dal signor Fabio sul sepolcro di Faustino? Come dubitare del suo amore verso il nipote, e della sua afflizione per averlo perduto? Questi sentimenti non possono essere finti in un uomo che professa la virtù, e che possiede la stima de’ suoi concittadini. Così nessuno li revoca in dubbio, e tutti prendono parte al suo cordoglio.

Leonardo ha portato a casa le sue cinquantamila lire in tanto bell’oro, e non vede più il signor Fabio, se non quando lo incontra per caso. Di giorno egli è passabilmente allegro, ma la notte si addormenta a stento, e fa dei sogni paurosi. Alle volte gli appare il fantasma di Faustino che lo minaccia, e gli domanda conto del governo che ha fatto di lui. Leonardo si risveglia tutto sudato, si frega gli occhi e si lamenta della brutta visione. Per consolarsene, accende il lume, apre la cassa del tesoro, e colle mani e cogli sguardi si procura sensazioni e pensieri gradevoli.

Il signor Fabio egli pure stenta un poco a prender sonno, ed è visitato qualche volta da due larve importune. Che avete voi fatto di mio figlio? gli grida la cognata. Era questo l’amore che mi portavate? gli grida il nipote. Cento altri rimproveri gli fanno udire quelle povere anime tradite. Il signor Fabio si desta di sbalzo, si mette a sedere sul letto, ed eccolo già tranquillo dal momento che si è accertato non essere quello che un sogno. Di giorno egli è troppo distratto dagli affari, e non ha tempo di pensare al suo assassinio. Ora per giunta si occupa ad effettuare il suo progetto di nobilitarsi, e di passare a seconde nozze con una ricca gentildonna. Ah, signor Fabio, che altro manca alla vostra felicità?

Lascia un commento