Paolo Valera – La folla – Edizione Liber Liber

Or, nous n’avons plus besoin de

fantaisies. À bas les rèveurs! À l’oeu-

vre! Fabriquons la régénération so-

ciale!

G. FLAUBERT

Giorgio rivide il Casone del Terraggio di Porta Magenta parecchi anni dopo che gli erano cresciuti i baffetti biondi. La facciata aveva pur sempre i solchi delle sassate dei monelli che avevano giocato con lui, e la lunga crepa perpendicolare, che pareva volesse dimezzarla, aveva conservato al centro la schiacciatura della martellata di Ernesto. Guardando, gli risorgevano gli anni in cui aveva sculacciato per il terriccio con la ragazzaglia del Casone. La penultima tegola del murello d’entrata era ancora senza la parte sporgente, sbattuta via dal suo bastone. Non c’era nulla di cambiato nell’edificio. Sole le persone avevano subito qualche trasformazione.

A momenti non riconosceva più Marianna, l’ortolana che occupava il dorso della muraglia scrostata tra l’osteria e l’entrata dell’edificio. Gli sembrava invecchiata. Era lì che innaffiava il largo della verzura, pigiata tra il mucchio delle cipolle e dei rapanelli rossi, con il cavo della mano che attingeva al secchio posato sul ventre.

Gli anni le avevano calcato uno zinzino le spalle nello stomaco e messo qualche rughettina sulla fronte bassa e convessa, ma non le avevano fatto scomparire la grandiosità del seno, nel quale si tuffavano ancora con piacere gli occhi libertini dei domestici delle case signorili di Sant’Ambrogio. Conosciuta come una ridanciona e una lingua che buttava sottosopra le gonnelle delle donne avariate, la sua mutria era diventata la conversazione del quartiere. L’oste Gianmaria, il bislongone che aveva sulla guancia sinistra un porro nero con peli lunghi e sparpagliati come le gambe del ragno, non sapeva cosa pensare. Non era mai stata la sua amante, ma in fondo aveva dell’affezione per la donna che viveva al dorso della sua osteria e che si era sviluppata, si può dire, sotto i suoi occhi. Le gironzolava intorno con le mani sulla schiena e la stuzzicava a sfogarsi. Sapeva della fuga della sua ragazza. Ma il Casone era pieno di queste storie. Le ragazze andavano e venivano come le passere senza destare meraviglia in alcuno.

Marianna rimaneva distratta e rispondeva a malapena col monosillabo o lo faceva tacere col gesto della mano.

– Lasciatemi in pace!

– Creperete, e sarà un bel guadagno per tutti!

L’ortolana si rinchiudeva nel suo mutismo e non parlava che per la vendita. Le donne avariate potevano passare e ripassare senza che scoppiassero dal suo labbro, come una volta, i frizzi audaci che rasentavano la rivelazione. Giovanna, il ventre comune che faceva parlare il vicinato tutto l’anno, entrava e usciva senza punto slegarle la lingua.

Il suo cuore cuoceva di dolore. Adalgisa, nella quale erano condensati i suoi trasporti di donna, se n’era andata in una mattina di sole senza dirle addio. Più ci pensava e più vi perdeva la testa. Sovente l’aveva dovuta sollecitare con una sfuriata di schiaffi, perché era il mestiere che lo esigeva. C’erano le ordinazioni e con le ordinazioni non si scherzava. Finita la mattinata, non si ricordava più della brutalità che le nasceva in mezzo al lavoro. Le andava vicino e le dava magari dei baci caldi e impetuosi. Il padre era stato una pelle che buttava in terra con un pugno i questurini che volevano arrestarlo. Era rimasto in una rissa, otto anni sono, col ventre tagliato in quattro per una questione di donne. Marianna gli aveva perdonato, perché ai morti bisogna perdonare. Ma non si ricordava di lui che con disgusto. Quando si è liberi d’andarsene senza voltarsi indietro e si tradisce, si è porci. Adalgisa era un’altra cosa. Adalgisa era sua, uscita dal suo corpo, carne della sua carne. Il padre era stato un donnaiolo e un sudicione, ma Adalgisa era stata concepita in un momento in cui l’uomo le aveva dato con il succo della giovinezza la virginità dei baci. Non c’è che un periodo breve della vita in cui l’amante sia veramente sincero. E questo breve periodo essa se l’era goduto fino all’ultimo secondo. Il resto non le apparteneva. Riandando le giornate del suo godimento materno, rivedeva la figliuola con le belle braccia nude che andavano da una parte all’altra a rinfrescare gli erbaggi e le si riempiva la gola di commozione. Di sera rientrava nella stamberga stracca morta, si abbandonava sulla seggiola con la faccia sul tavolo bagnata di lacrime, e si assopiva nei sogni spaventevoli.

L’immenso cortile, rotto da un gruppo di case che si elevava coi tetti spioventi e le grondaie sgangherate, era rimasto tale e quale. Con i detriti disseminati per gli angoli, dove le donne accumulavano la spazzatura domestica e i cocci della terraglia frantumata, con le pozze in cui sprofondavano i piedi, con i guazzi intorno ai quali s’insudiciava la ragazzaia, con la tromba della vasca slabbrata che perdeva con l’acqua le lavature, le quali finivano per fermentare nel terreno del ciottolato che s’allungava fin laggiù, in fondo alla latrina, sempre spalancata e sempre nauseabonda.

La parte più rumorosa del cortilone era quella ombreggiata a destra, la quale serviva di lavorerio nelle giornate di bel tempo e dove Martino narrava, tra una pennellata e l’altra di verde e di giallo che dava alle gelosie delle casacce delle vie adiacenti, la storia intima delle famiglie che aveva veduto formarsi, crescere, diminuire e disfarsi.

Egli era alto, ossuto, con l’ampio padiglione delle orecchie cicatrizzato dai geloni degli inverni crudeli, con il naso lungo che puntava verso terra, coi peli del colore del sale grosso che gli giravano sotto il mento egli davano l’aria di lupo di mare.

Gli usci degli inquilini non avevano segreti per lui. Egli sapeva dove c’erano gli ubbriachi, dove si battevano le donne, dove si pativa la fame, dove si consumava l’adulterio, dove si sgobbava dalla mattina alla sera per impedire l’entrata al bisogno e dove di notte non si rincasava che saltuariamente.

Parlando con Paolino, il chiavaiuolo che leggeva il “Secolo” e che s’ostinava a credere che il progresso di quarant’anni aveva alterato anche le abitudini del portone del Terraggio, egli s’arrabbiava e numerava gli usci delle donne che vuotavano i catini e i pitali giallastri dalle finestre, malgrado le sgridate di Fioravanti.

L’idea fissa di Martino era che certa gente rimane refrattaria a qualsiasi mutamento sociale. È nata così e così deve morire. Potrete farle mangiare più companatico, ma non potrete mai convincerla dell’utilità della forchetta e del tovagliolo. La Giacinta Brunetti del terzo piano, blocco A, ha lavorato e lavora come una negra, frustandosi la pelle per mettere da parte i risparmi, ma non ha mai abbandonato il suo porcile. Cuoce sul pattume della sua stanza con la indifferenza o col gusto della scrofa. La Bigiona è invecchiata lassù, al 134 del blocco B, coi suoi figli, col suo uomo, coi suoi gatti, coi suoi stracci, con la sua immondizia, senza mai sentire il bisogno di dire all’imbianchino di rischiararle le pareti. I suoi guadagni sono in fondo al pagliericcio incrostato di melma. Mangia come una volta quando era una pitoccona che assecchiva nella miseria. Si pulisce il naso col dorso infracidito della mano, e perde dappertutto la puzza del suo tafanario immerdato.

Il chiavaiuolo si lasciava spuntare il risolino e limava col colpo lungo come chi sa di essere a tu per tu col testardo. Parlare di tovagliolo dove si mangia pane e coltello era imitare il medico di Santa Corona, quando consigliava gli ammalati a tenersi su lo stomaco con delle ale di pollo e dei bicchieri di vino sostanzioso. Lui, che non era meno vecchio di Martino e che assisteva ai drammi del Casone da oltre quarant’anni, si ricordava benissimo delle serate in cui doveva scappare all’osteria con la tazzina della cena per salvarsi dagli sfoghi puzzolenti della poveraglia fuori per le ringhiere a mangiare la minestra. In allora le scarpe si potevano dire il privilegio di tre o quattro famiglie. La pelle dei loro piedi era un cuoio che resisteva ai chiodi vecchi e arrugginiti. Adesso non ci sono più piedi nudi, tranne quelli della minutaglia tribolata.

– Credi tu che sia stato il progresso che abbia insegnato loro a proteggersi le piote? No, caro mio. Sono stati i vetri che gliele tagliavano. Non si progredisce, non c’è progresso. Io sono rimasto quello che era mio padre. Accendo gli zolfanelli sul muro, vado per la strada in maniche di camicia, e mi metto in bocca il fondo sugoso della mia pipa come un boccone di stufato.

– Gli è che ci sono dei ciechi – disse Paolino scoraggiato. – Questo sì. Luigiona, la lavandaia del pianterreno, può dirlo. Anni sono la maggioranza non si cambiava la camicia che ogni tanto e non buttava via le pezze dei piedi degli uomini che proprio quando erano stracotte dal sudore. Più di un lunedì non andava al fosso perché l’intero vicinato lasciava passare la domenica come un giorno feriale. Nessuno si mutava, nessuno si sentiva infastidito dai pidocchi grossi come il riso. Ora le sue braccia non bastano più. Essa manda al lavatoio cinque o sei donne e non riesce sempre in fine di settimana a dare a tutti un po’ di biancheria pulita. Il bucato costa e, quando la gente lo paga, vuol dire che di progresso ce n’è stato. Chi sacrifica il grappino, o qualche cosa di più necessario, per la pulizia del corpo, si è elevato.

Martino dondolava la testa dicendo che non voleva occuparsi delle inezie. La vita non doveva essere studiata a individui o a gruppi, ma a moltitudini. Perché sono le moltitudini che danno l’assieme, l’idea generale.

– E l’idea generale, caro mio, è che gli straccioni sono rimasti i porconi di prima. Basta guardarsi a torno.

A quattro passi da loro, rasente il muro, sotto la ringhiera, dove di solito asciugavano le lenzuola sulla corda si riproduceva ogni domenica la scena stomachevole delle donne che si cercavano gli insetti sulla testa.

– Tu non avrai mica le fette di salame sugli occhi, per diobacco! Alla domenica viene giù una frotta di donne che si scambiano il servigio di pettinarsi e di cercarsi tra i capelli i trottapiani. Ti pare del progresso? So bene che vi faccia venire il vomito. Ma la gente non la faccio io. La descrivo come la trovo. Parecchie di loro, caro mio, si contentano di finirli tra un’unghia e l’altra dei ditoni, ma la Rosa se li schiaccia sotto i denti con piacere triviale. E la schiacciatura della Rosa è il gusto di quasi tutte le nostre donne.

Paolino, con la sua flemma e la sua lima che andava avanti e indietro sulla chiave nella morsa con la lentezza delle parole che pronunciava, non voleva leticare. Ciascuno era padrone di pensarla come voleva. Per lui era una questione esaurita. Nessuno riuscirebbe mai a fargli credere che gli inquilini della sua gioventù si lavavano la faccia tutte le mattine come quelli della sua vecchiaia.

Luraschi era asciutto. Non partecipava che difficilmente alle chiacchiere del cortilone. E quando vi prendeva parte, era per buttare nel mezzo la sua esperienza. Egli era candido come l’anima sua. I suoi genitori erano poveracci che non gli avevano insegnato né a leggere, né a scrivere.

– Bestia! – gli disse Martino spazientito. – Che cosa volevi che ti insegnassero quello che non sapevano?

Luraschi non se l’aveva a male. Non poteva aprir bocca senza che qualcuno gli desse della bestia. Lui non ne aveva colpa e tutte le volte che glielo si diceva dava una martellata più violenta, come per soffocare la voce di chi lo insultava. Il suo ragionamento era che i suoi genitori gli avevano dato un mestiere. Da trent’anni egli maneggiava allo stesso posto la pialla del padre e come il padre inchiodava casse da morto per l’appaltatore. Non c’era anima viva che lo avesse veduto a zonzo o che potesse dire ch’egli avesse dei vizii. Sua moglie era sua moglie e non cercava altro. E tuttavia non poteva dire di essersi messo alla pari col libretto della spesa. Era una corsa trafelata lungo la quale rimaneva indietro eternamente una settimana. Pagava la pigione in tempo, perché questo era il primo dovere dell’operaio onesto. Ma né lui, né i suoi di casa avevano mai potuto darsi il lusso di una scampagnata. Aveva nella testa Caravaggio fino dalla nascita di Pietrino, il terzo dei suoi figli. Tutti gli anni ripeteva loro che voleva condurveli nel giorno dell’apparizione della Vergine Maria, la Madonna che consola gli afflitti, sana gli storpi e ridà la vista ai ciechi. E tutti gli anni la scarsezza lo obbligava a trovare delle scuse.

– Credetelo: quando un operaio lavora come lavoro io e conduce la vita modesta che conduco io, il progresso non può essere progresso.

Paolino se la cavava con delle spallate. A parlare con gli ignoranti non c’era sugo. Anche un orbo poteva vedere il perché questo inchiodatore di casse da morto non riusciva a saldare le partite domestiche. Perché era un senza testa che prolificava come i gatti.

– Tu sei una bestia, ecco tutto.

– E va bene!

– Sicuro che va bene! – aggiungeva Martino.

– Ma se sono della vostra?

– Non sono mai colle bestie, io!

Giorgio era il figlio del padrone di casa. Egli era in giro col lutto al braccio a farsi riconoscere. Non aveva che venticinque anni e sembrava vecchio. La sua testa rotonda, coperta a mala pena dai capelli lunghi, faceva pensare a una calvizie precoce. La carne biancastra della sua faccia aveva due virgoloni che incominciavano alla radice del naso e discendevano bisciandosi fino alla parte estrema della bocca, perduta sotto i peli che gli impedivano di essere repulsivo. Parlando, scopriva i dentini bianchi e aguzzi come quelli della madre, dalla quale aveva ereditato il ticchio della palpitazione delle palpebre ogni volta che gli si parlava d’interessi. Del padre non aveva che la tendenza al pancione e la tenacità nel far denari.

Il padre era spalluto, capelluto, con il faccione schiacciato e inondato di salute e con le pupille vivide circondate di macchioline luminose. Era un uomo alla buona che ciarlava con il cuore in mano e che non nascondeva ad alcuno la sua origine. Figlio di un fruttivendolo del Verziere, diceva a tutti ch’egli era figlio della piazza. La sua fortuna era dovuta alla sua operosità, al suo occhio che andava lontano, alla sua audacia. I primi denari li aveva fatti arrischiando tutto ciò che possedeva. Una bella mattina egli era ritornato in Verziere come un incettatore che aveva comperato tutte le pesche arrivate nella notte alle porte di Milano. Con questo colpo napoleonico, come venne poi chiamato, egli aveva soppresso la concorrenza bestiale tra la gente che si affannava per giungere prima a impadronirsi di un carretto di frutta in viaggio verso il dazio.

La mattina delle pesche egli si era seduto nella bottega in Verziere come un dittatore. O morire sotto di lui o rimanere senza pesche. La cosa aveva fatto scalpore e messo sottosopra i fruttivendoli all’ingrosso che continuavano, di padre in figlio, col sistema del “vivere e lasciar vivere”. L’esasperazione degli altri lo aveva fatto passare per un assassino del mestiere. La Gigiona, che aveva il negozio vicino al suo, s’era levata in piedi come una vipera e gli era andata coi pugni sul naso a dirgli che non era la maniera di mettere il coltello alla gola della gente che non gli aveva fatto nulla di male. Con le mani nel tascone in mezzo al grembiule azzurro, giurava che, se il suo uomo non fosse stato un cacone, gliela avrebbe fatta pagar cara.

– Vigliacco!

Cesarino, quello dagli occhi cisposi e dal ciuffetto sulla fronte alla moda dei barabba, gli si era piantato nella bottega con le braccia imbracciate, deciso a rompergli la faccia. Ci dovevano essere delle leggi per i birboni, e quando non ce n’erano si aveva il diritto di farsi giustizia con le cinque dita della mano.

Negli spacci all’ingrosso, lungo le due linee parallele al rialzo dell’immensa piattaforma del Verziere, si parlava di Pasquale Introzzi come di un camorrista che aveva consumato metà della vita in prigione. Lo si diceva, né più né meno, che il boia dei fruttivendoli. Gli si mandavano tutte le maledizioni e gli si auguravano morti crudeli. Agli altri che comperavano dai grossisti, il colpo napoleonico aveva fatto buona impressione. Godevano di vedere umiliata la superbia di quella manata di speculatori che aveva tanto disprezzo per la gente che li aveva ingrassati. L’Introzzi era venuto in tempo a frenare la loro ingordigia e la loro boria che faceva male. A mano a mano che si andava innanzi non si sapeva più come trattarli, questi villanacci venuti su dal niente. Durante la vendita i fruttivendoli al minuto erano obbligati a girare intorno alle corbe con l’aria dei mendicanti per non farli andare in furia. Sbattevano sulla faccia delle ingiurie atroci se appena qualcuno si arrischiava a mettere le mani nel fogliame secco per adocchiare il primo “corso” e ingiungevano di andare all’inferno a chi aveva da dire sul prezzo. Coloro che trovavano la frutta degli ultimi “corsi” marcia, non avevano altro rimedio che pagare. La colpa era degli asini che l’avevano comperata.

– Un Pasquale Introzzi è un castigo di Dio per tutti i mestieri – diceva Agostino, detto il “Molle” per quella sua cascaggine di stare in piedi. – Ma dico e dirò sempre che un uomo come lui era necessario. Ci voleva, parola d’onore, ci voleva.

Pasquale, a poco a poco, aveva finito per farsi voler bene. Era ragionevole con tutti. Non appena gli si facevano vedere gli strati andati a male, ne faceva fare la cernita e il cambio della fracida.

– È giusto – diceva – che chi compera non debba essere imbrogliato da chi vende.

Sorrideva amabilmente, parlava con mansuetudine, considerava la frutta guasta della perdita personale e assicurava tutti i compratori ch’egli aveva combinato l’interesse del fruttivendolo con quello del negoziante. Perché il suo ideale era quello di ridurre i suoi guadagni a dei centesimi. Guadagnare poco e vendere molto. Ecco dove tendeva Pasquale. Il quantitativo doveva rappresentare la sua ricchezza.

E vinse. Con la sua fortuna venuta su a vista d’occhio, il Verziere gli si era prostrato e aveva finito per abituarsi a pensare col cervello di Pasquale Introzzi. Egli aveva compiuto una vera rivoluzione. Con lui il commercio della frutta si era esteso eliminando gli inadatti e si era assodato sulla base della concorrenza temperata dal buonsenso. Ai facchini aveva insegnato di chiudere i cancelli agli scalzacani, agli intrusi, agli avventizii. E i facchini erano diventati una associazione che imperava e non dava da vivere che agli associati. Egli era rimasto solo perché i suoi colleghi all’ingrosso non conoscevano che l’invidia. Ma era convinto che quella era la strada e che un giorno o l’altro il Verziere sarebbe stato dominato da un gruppo di negozianti con la testa sulle spalle. I negozianti isolati non si occupano del pubblico che per sfruttarlo. Sono tirchioni senza intelligenza. I negozianti uniti si elevano, perdono la qualità rapace, s’accorgono che il denaro dei compratori ha dei diritti ed innalzano la classe alla rettitudine professionale. “Se campo!” si diceva egli sovente battendosi la fronte.

Ma come tutti i pionieri di un ideale, egli è morto senza vedere il compimento del suo sogno.

La morte di lui è stata considerata una sventura generale. I suoi funerali parevano quelli del principe dei fruttaiuoli. Non s’era mai veduto tanto lusso e tanto cordoglio, come il 20 settembre 1867. Il convoglio, preceduto dalla croce in alto, e da una filata di preti, svoltava verso la chiesa di Santo Stefano e le ombrelle continuavano a venir su dal ponte di porta Vittoria a frotte. Si andava via pigiati, con la punta delle scarpe degli uni sui calcagni degli altri. Per un’ora il Verziere rimase una fiera di parapioggia sotto l’acquazzone che imperversava. Tutta la massa si muoveva lentamente, sprofondava nella morte del “povero Pasquale”, senza badare ai rovesci d’acqua che la inzuppavano. Le finestre ed i balconi erano gremiti di fruttivendole che piangevano, commosse dalla musica che rompeva loro il cuore.

La monotonia della marcia funebre faceva nascere il singhiozzo da un capo all’altro della processione. Alla nota patetica, se non avessero avuto vergogna, si sarebbero messi tutti a piangere. La Gigiona, lassù, tra la folla del balcone a ventre, sopra il tabaccaio Saporiti, si teneva il fazzoletto alla bocca per soffocarne lo strazio. Teresa, la più vecchia e la più ricca delle fruttaiuole, manifestava la piena del suo dolore con un’irruzione di lacrime.

– Povero Pasquale!

In mezzo alla processione il singhiozzo era più forte. Si vedevano gli uomini maturi che si asciugavano il faccione e si stringevano le mani come per implorare il perdono del Signore. Era una verità sacrosanta che uno alla volta si doveva andare al cimitero, ma nessuno voleva darsi pace. Morire quando si è giunti al benessere, quando si è fatto tanto bene, quando tutti vi metterebbero le braccia al collo, è una vera desolazione. E si piangeva e si piangeva dirottamente.

Dinanzi alla chiesa di Santo Stefano alle lacrime succedeva la commozione che raccoglie tutto l’essere come in una preghiera. I dolenti vi giungevano prostrati dal pianto e levavano gli occhi imbambolati sul drappellone nero frangiato d’oro che copriva la facciata e intetrava la scena del funerale.

PACE ALL’ANIMA

DI

PASQUALE INTROZZI

NEGOZIANTE INTEGERRIMO

MARITO VIRTUOSO

ADDORMENTATOSI NELLA FEDE DEL SIGNORE A 74 ANNI

AMICI E FRUTTIVENDOLI COLLACRIMANTI

Quando i necrofori incominciarono a sparecchiare la cassa sepolta sotto la valanga dei fiori per portarla in chiesa, le donne, rimaste nel budello di via San Bernardino dei Morti, si inchinarono dinanzi l’inferriata che lascia andare gli occhi sui teschi, biascicando preci in suffragio dei defunti.

Agostino, detto il “Molle”, leggicchiava il drappellone al disopra della moltitudine delle ombrelle e dava fuori in una risata strepitosa.

– Che c’è? – gli domandavano i dolenti.

Ma Agostino continuava a tenersi il ventre. Il “marito virtuoso” gli aveva aperto il rubinetto e non poteva che ridere. Gli altri lo credevano ubbriaco.

– Vergogna!

– Screanzato!

– Screanzato, sì, per voialtri che non ne sapete nulla!

Era la prima volta che Giorgio si trovava nella casa del Terraggio come proprietario. Il suo amministratore, Tommaso Ghiringhelli, un uomo fatto che conosceva gli interessi degli Introzzi assai meglio degli eredi, lo consigliava di non essere troppo rivoluzionario. La casa del Terraggio era di quelle che vanno lasciate cosi, come sono, per paura che si sfascino. Bisogna contentarsi di blindarle dove il pericolo è maggiore e di imbiancarle ogni tre o quattro anni per nascondere le magagne che indispongono gli inquilini. Sono case alle quali non si deve pensare che per la demolizione, una cosa sconsigliabile fino a quando producono. Anche il signor Pasquale aveva di queste idee. I danari per i rattoppi gli parevano sciupati e lo diceva agli inquilini che lo seccavano per qualche riparazione.

– Tirate innanzi come faccio io, e verrà il giorno che rifaremo tutto dalla base al tetto. Provatevi, signor Giorgio, a concedere a uno il muratore e all’altro l’imbianchino, e vedrete che tutto il vicinato avrà bisogno di imbiancare la stanza, di tappare i buchi o di mettere a posto qualche mattone del suolo. Date retta a me e lasciate correre.

L’idea di Giorgio di proclamare un indulto per tutti gli inquilini in arretrato era buona e onorava la memoria del padre. Ma Ghiringhelli era uomo di cifre e l’uomo di cifre non poteva occuparsi del cuore. Il rappresentante di una savia amministrazione che cede, conduce gli amministrati alla malora. L’indulto è sempre un atto di debolezza. Salvo qualche eccezione, chi non paga regolarmente l’affitto è un uomo destinato a naufragare nella miseria tutta la vita. A lasciarlo affondare piuttosto oggi che domani la società non perde nulla. Sul modo di riscuotere gli affitti con una popolazione fluttuante e sempre in margine alla povertà senza rimedio, l’esperienza non ammetteva due sistemi. Bisognava riscuoterli di settimana in settimana, se si voleva trovarsi contenti alla fine dell’anno.

Col libriccino delle noterelle alla mano, diceva al signor Giorgio che c’erano alcune passività che toglievano anche l’idea di un indulto. Il numero 38 del terzo piano del blocco C, per esempio, rimaneva vuoto perché la gente s’ostinava a considerarla una stanza indiavolata dal giorno in cui quel matto di pittore vi si era tolta la vita invece di sloggiare o pagare l’affitto.

– Vedete come fanno gli spiantati: si ammazzano piuttosto che fare il loro dovere. Se ne vanno e lasciano gli altri negli impicci. Il signor Pasquale fu tanto disgustato degli artisti che non ne volle più sapere.

Ghiringhelli continuava a scorrere le note e a salire i gradini. Giunto al primo piano del blocco A, si fermò al 26, bussando.

– Ehi, Tognazzo? Siete morto? – diss’egli spingendo l’uscio.

Tognazzo era disteso sul pagliericcio fetente con una gamba giù dal letto e le braccia slargate coi pugni chiusi. La stanza era spaventevolmente vuota. Non c’era che un crocifisso di stagno ricamato di ragnatele alla parete e una panca spaccata dalla falce e buttata sul focolare spento. I calzoni e il giacchettone sporchi e pezzati erano in terra vicino alle pezze dei piedi marce e alle scarpe squinternate. Ghiringhelli, cercandolo sul libriccino, parlava come a se stesso e si riconvinceva della sua convinzione che la grappa era la maledizione della povera gente. Tognazzo, dopo essere stato il modello degli inquilini per tanti anni, dopo avere avuto la stanza piena di mobilia, si era ridotto l’ultimo pitocco che vende l’ultima seggiola per bruciarsi lo stomaco con un’altra mezza zaina di liquido ardente.

– Se vi lascerete impietosire – diceva rivolto a Giorgio – le loro disgrazie diventeranno le vostre.

Lo prese per il pugno e lo scosse con qualche violenza.

– Tognazzo, svegliatevi che sono già le dodici.

Giorgio, che si commoveva in casa della pitoccheria, si volse verso la ringhiera. Egli avrebbe voluto lasciarlo dormire. Tanto e tanto all’affitto non c’era da pensare. Ma Ghiringhelli, che voleva comunicargli lo sfratto, gli riprese il pugno tirandolo verso la sponda.

– Svegliatevi, che ho fretta – diss’egli con voce stizzita. – O è ubbriaco fradicio o non è più tra i vivi. Ecco la vita da cane che conducono questi pezzenti. Invece di tenere da conto, consumano tutto dall’acquavitaio e all’osteria.

La donnicciuola del 27 uscì a dirgli che poteva darsi che dormisse della quarta, perché la notte passata lo aveva sentito a lamentarsi e a fare del fracasso fino alle tre del mattino. Non era andata a vederlo perché da un po’ di tempo si guardavano in cagnesco. Bevendo, era diventato permaloso e ipocondriaco e bestemmiava

– Sugli arretrati possiamo tirare la croce – disse l’amministratore degli Introzzi.

Giorgio e Ghiringhelli ripresero il loro giro e Margherita, la 27, dimenticando le villanie dell’ultima volta, passò il gradino sul quale aveva giurato di non mettere più piede, e, adagio adagio, colla schiena alla parete, andò verso i piedi, guardando e non guardando per paura di trovarsi a faccia a faccia col cadavere. I morti le mettevano addosso la terzana e andavano a turbarla di notte con sogni che le davano i brividi. La Lucia dell’anno scorso, morta col sangue alla bocca, non le era ancora uscita dalla mente. Tognazzo era là che pareva rovesciato da qualcuno in una lotta disperata. Sembrava che i peli dello stomaco tentassero risollevarsi dalla sconfitta. La faccia spaurita dalla magrezza aveva conservato i segni delle contrazioni crudeli e gli occhi vitrei nella profondità delle occhiaie completavano una figura spaventevole. Margherita non seppe trattenere un grido che andò giù dalla ringhiera a chiamare disopra le donne nel cortilone a pettinarsi.

– Che c’è? Che cosa c’è?

Le si pigiarono intorno come sbigottite esse stesse di trovarsi dinanzi il 28 lungo e disteso con la barba che sembrava stata scompigliata dal vento. Giovanna si stringeva nelle spalle e diceva all’altra che non poteva vedere i morti senza sentirsi gelare il sangue. Provava dei tremori alle gambe. L’opinione di tutte era che il povero Tognazzo doveva essere crepato come un cane.

– Povero diavolo!

Ciascuna di esse se lo avesse saputo sarebbe andata a portargli almeno una goccia d’acqua. Erano tutte cristiane e in un momento di bisogno sapevano farsi in quattro. Vivo lo si lasciava nel suo brodo perché era un selvaticone che non si sapeva da che parte prendere. Se gli si diceva buona sera, rispondeva con una spallata e voltava via la faccia come se gli si avesse detto una porcheria. A chi gli domandava se stava bene o male, digrignava i denti come una bestia cattiva.

La poverezza dell’ambiente faceva venir freddo. Non c’era proprio nulla, neppure uno straccio per far giù la polvere al crocifisso da mettergli sul letto. Giovanna piangeva dalla paura ch’egli fosse morto di fame. Era una crudeltà lasciar morir di fame un povero cristo che non faceva nulla di male. Ma Luigia la consolava dicendo che non si poteva morire di fame. Ne aveva fatta lei della fame e non ne era morta.

Intanto che Margherita versava qualche goccia di olio nel lumicino di vetro per non lasciarlo allo scuro, le altre gli raccoglievano le braccia dalla pelle che ingialliva e lo coprivano fin sotto la gola con la coperta sucida e piena di buchi e di rattoppi che faceva schifo. Era una vergogna lasciarlo lì con gli occhi che buttavano indietro dalla paura. Parevano indemoniati e Luigia, dicendo ch’era meglio chiuderglieli, gli calava la palpebra, la quale risaliva lentamente come quella dell’occhio meccanico. Un orrore che non si era mai visto. Le più vecchie si facevano il segno della croce e dicevano che doveva essere stregato se non poteva tener chiusi gli occhi. Qualcuna voleva scappare o chiamar gente in aiuto. Ma Margherita le tranquillò tutte dicendo che gli occhi aperti portavano fortuna.

Si guadagnava nove volte su dieci. Il gioco del lotto era diventato birbone e ormai col nuovo governo non guadagnavano più che i signori. Un tempo, quando c’erano gli austriaci, anche le povere donne prendevano degli ambi. Adesso non rimanevano loro che gli occhi aperti dei cadaveri e qualche sogno in cui i morti portavano loro i numeri. Sul Tognazzo non c’era dubbio. Egli era un morto che poteva rovinare il lotto. C’erano semplicemente dei numeri che bisognava buttar via e il guaio era che si potevano buttar via proprio quelli che potevano venire. Il libro dei sogni parlava chiaro. Morte, senza alcuno di notte, 50; occhi spalancati 22.

– Il 22 è venuto la settimana scorsa – disse Luigia.

– Va bene, ma può venire anche stavolta. C’è nella ruota tutte le settimane. Chi tira su i numeri ha gli occhi bendati, ed è un ragazzo innocente come l’acqua. State attente: miseria 55, fuoco spento 3, cadavere 61, numero della stanza 28, non ammogliato 10, capelli castani 27. Ci sono degli ambi e dei terni per tutto il vicinato.

Margherita si sceglieva i più buoni. Il fuoco spento perché rappresentava la desolazione, il cadavere perché era tutto l’uomo e gli occhi spalancati perché non perdevano mai.

– Io giuoco 3, 22 e 61.

Giovanna metteva al posto del fuoco spento il 55, la miseria. Il fuoco poteva essere spento anche perché non aveva voluto accenderlo. Ma la miseria era lì bella e buona che nessuno poteva negare. Anche la Luigia era di questo parere. Il fuoco era spento, ma c’era la legna. La miseria invece non avrebbe potuto cacciarla via anche se avesse voluto.

– E poi – disse Giovanna – io credo che sia morto di fame.

E questo pensiero faceva spuntare i lacrimoni a Luigia.

– Io metto 22, 55 e 61.

– Fate come volete, ma non venite poi a lamentarvi da me. Io vi ho dato tre numeri che in coscienza sono buoni. Adesso tocca a voi. È venerdì e io corro per paura di dimenticarmene.

I numeri scelti fecero il giro delle ringhiere.

Giorgio era più equilibrato del suo ragioniere. Con la stampa che cacciava il naso dappertutto, anche negli affari privati, era da uomo con la testa sulle spalle sopprimere i buchi che davano l’idea di un Casone dilapidato. Le scale le considerava davvero in uno stato deplorevolissimo. Una volta che vi era stato col padre andò a rischio di rompersi l’osso del collo. C’erano gradini sdruciti, gradini slabbrati, gradini smossi, gradini in due, gradini con dei solchi che slogavano i piedi e gradini che non erano più gradini. Domani poteva capitare una disgrazia al medico o a uno della Congregazione di carità e il nome degli Introzzi andare in pubblico come quello di quei padroni di casa che hanno per ideale la proprietà senza doveri. Lui amava il denaro come suo padre, forse più di suo padre, ma ci teneva a non essere inumano. Ghiringhelli era padrone di dire quello che voleva perché era più vecchio. Lui però aveva quarant’anni di meno e un altro concetto del padrone di casa. Tanto più vedeva il suo edificio in rovina, quanto più il suo pensiero si rovesciava su tutto quell’ammasso di stanze malfatte, mal messe assieme, mal tenute, e faceva sorgere al loro posto un vero palazzo operaio, come uno di quelli del Peabody, che aveva veduto in Inghilterra e in America, coi loro cortili erbosi per i figli che hanno bisogno di aria pura, con gli appartamenti a due, a tre e a quattro stanze alte, arieggiate, con le latrine inodore, con le pompe a ogni piano, con gli acquai in ogni abitazione, con il lavatoio comune a tettoia e con la buca delle spazzature coperta e in un luogo staccato dai blocchi abitati.

Giunto al penultimo gradino del secondo piano, dinanzi l’uscio del calzolaio, i suoi pensieri filantropici venivano stroncati dalla scena che si svolgeva un po’ dappertutto, lungo le ringhiere di ogni blocco. Il marito, con gli occhi striati dal vino a buon mercato, si levava in piedi, incalzato dalle grida delle donne che dicevano che sarebbero andate a chiamare i questurini. Lo si diceva un satanasso cattivo come la peste. In galera ce ne dovevano essere dei migliori, se era vero che non erano tutti assassini. Non si era mai visto uno sporcaccione come lui che dava più botte alla madre dei suoi figliuoli che bocconi di pane. Se fosse stato il loro uomo gli avrebbero messo le budella al collo. La Pina, con la faccia sconciata dagli sberlotti, con le gengive che facevano sangue, sbalordita dalla violenza, si ravviava i capelli, si asciugava gli occhi con la punta del grembiale e accarezzava i bimbi che piangevano intorno alle sue gambe. Il calzolaio incanagliva piangendo. Si toglieva il grembiale a petto e lo sbatteva sul desco dei ferri dicendo che la sua era una vita da cane. Un giorno o l’altro, con quella donna, avrebbe finito per commettere uno sproposito. Era lui che li manteneva tutti e non era padrone neanche di bere quando voleva, in santa pace, senza essere tormentato da quella vipera che gli toglieva il fiato. Non era possibile che la durasse con una stracciona che non aveva un soldo di pane quando l’aveva sposata e che ora gli faceva fare di quelle figuracce. A questo mondo si è proprio ricompensati bene. Con tanto lavoro e con tanti figli sulle spalle era obbligato a farsi passare la rabbia dabbasso con del vetriolo. E se ne andava singhiozzando e contando gli spiccioli che aveva nel taschino del panciotto stracciato.

La Pina, finito di piangere, continuava ad accarezzare il bimbo che si era presa in braccio e a dire alle donne che avevano voluto difenderla di occuparsi delle loro case che n’avevano tanto bisogno. Il suo marito era padrone lui in casa sua e poteva fare quello che voleva della sua donna, senza che loro andassero a dargli dello sporcaccione.

– Sporcaccione sarete voi, pettegole!

Ghiringhelli non aveva smesso di leggere le note. Non era il primo marito bestiale che vedeva. Le famiglie di questi casoni non passavano mai la giornata senza scompigliarsi e finirla con una sfuriata di schiaffi. Prendersi per i capelli e gettarsi alla testa l’immondizia del vocabolario plebeo non voleva mica dire, per loro, andare in collera. Mezz’ora dopo potevano trovarsi insieme a gozzovigliare e a mangiare senza neppure ricordarsi dei morelli sulla faccia e delle morsicature al collo.

– Dite a vostro marito – disse tranquillamente Ghiringhelli che consultava le sue cifre – che se sabato non riceverò le tre settimane, potrà considerarsi licenziato. Egli è padrone di andare all’osteria e di bersi fuori la camicia, se vuole. Purché non dimentichi di pagare l’affitto. Siamo intesi.

A Giorgio sembrava che fosse stato un po’ duro. La rassegnazione della povera donna che soffocava il crepacuore nella faccia del piccino, meritava almeno un po’ di tregua. Ghiringhelli alzò il lapis con un gesto d’impazienza. Se si inteneriva per dei casi come questi, poteva rinunciare alle pigioni. Si trattava di gente ereditariamente cronica che si trasmetteva, di generazione in generazione, la stessa voluttà di percuotersi e di stracciarsi le carni coi denti e di rotolarsi sul pavimento abbracciati dalla collera alcoolizzata. Il suo mestiere era di curare gl’interessi dei suoi amministrati. Se avesse dato loro ascolto, li avrebbe mandati al fallimento più di una volta. Anche Pasquale, ridendo, gli diceva sovente che aveva il pelo sullo stomaco. Ma poi conveniva che quello che gli aveva detto avveniva. Valeva di più lasciare una bella somma a qualche istituzione per i poveri, che sperperare una fortuna in piccoli perdoni che giovano solo a far perdere completamente al popolo il senso della responsabilità individuale.

Ora si trattava di un caso più difficile. C’era la 49 che occupava due stanze da parecchi anni e che da parecchi anni pagava regolarmente. Alla scadenza il padre di Giorgio diceva al ragioniere:

– Ghiringhelli, registri il semestre della 49, al primo piano del blocco A, che mi ha mandato i denari.

– Va bene – gli rispondeva lui con qualche colpo di tosse che traduceva il dubbio e non se ne parlava più per altri sei mesi. Dalla morte di Pasquale era diventata una leticona che si sottraeva a tutti i mezzi pacifici. Le si mandavano delle sollecitatorie e delle sollecitatorie con minaccia di sgombrare, senza riuscire a rimetterla sul binario del pagamento a data fissa. All’incaricato Fioravanti che andava a riscuotere, rispondeva sbattendogli l’uscio in faccia:

– Dite al padrone che venga lui a prendere l’affitto!

La 49 era una di quelle ragazzotte che crescono e si sviluppano superbamente tra gli scapaccioni e i patimenti. A dieci anni correva per il cortile a piedi nudi e svegliava negli uomini che la vedevano il desiderio acre di palpeggiarla o di sentirsela fresca tra le braccia. A tredici, cogli occhioni neri circondati di macchioline fulgide, con i capelli nerissimi giù disseminati per le spalle, con il seno nudo che pareva un nido di piaceri, perdeva dovunque il sentore della vergine che ha già scaldata la carne dell’altro sesso. Di sera si lasciava inchiodare al muro dai baci dei primi ragazzotti che la sorprendevano sulla scala, o lungo la ringhiera con la tazzina in mano della cena. La madre, una donna che faticava maledettamente a tenerla in piedi con del pane e della minestra, la cacciava in casa a pugni e le diceva che era una vergogna marcia che una ragazza della sua età fosse sempre fra le gambe degli uomini. Annunciata lasciava dire e ritornava all’aria aperta come una che tripudiava nell’ambiente. Non era ancora vecchia per ammuffire negli angoli di una stanza lercia e piena di fumo, quando il fuoco era acceso. Si lasciava ingravidire senza pensarci, con la stessa spensieratezza di tutto ciò che faceva. Il primo abbraccio vittorioso che la lasciò col sedimento fecondo fu come l’ultimo. Un caso. Un’avventura senza precedenti, senza continuazione. La prima volta si lasciò sdraiare nel pomeriggio di una domenica soleggiata, in un prato rasente il viale del Sempione, dal figlio di un facchino che le aveva dato da un pezzo delle ciliegie rosse come le sue guance. L’ultima venne colta dal figlio del maniscalco sulla piazzetta. Egli le ruppe la resistenza mettendole la mano sulla spalla. Con la mano del maschio sulle carni, i nervi di Annunciata oscillavano come sotto l’azione di un filo elettrico. Piegava, perdeva la conoscenza, non era più padrona di sé. Fu di molti senza mai essere di alcuno. Il suo gusto era di slacciarsi dagli abbracci e andarsene via più indipendente di prima. Ella si dava perché le faceva piacere, ma non voleva le seccature degli uomini che si attaccano alla gonna come a una proprietà individuale. Morta la madre, la gente matura che aveva del lusso aveva tentato di farsene una mantenuta. Le aveva esibito la ricchezza della vita, le aveva impromesso delle gite sul lago e delle giornate in campagna. Invano. Annunciata scappava ridendo e ogni giorno ritornava a mettere le ginocchia nella cassetta del lavatoio, a sbattere la biancheria sulla pietra e a partecipare alle canzoni delle compagne che si diffondevano come cori sull’acqua che biancheggiava di sapone.

Le sue gravidanze non impensierivano e non importunavano gli autori. Essa scompariva per qualche settimana e ricompariva a riassumere il servizio di lavandaia che lavora per proprio conto come se nulla fosse avvenuto. Usciva dagli strazi materni ammantata di un pallore che illeggiadriva la grandiosità delle sue forme sempre in fiore. Pasquale, il padrone di casa, se la portava negli occhi ogni sabato in cui andava in giro lui stesso, di uscio in uscio, a raccogliere i settimanali e gli affitti. Certe volte che la vedeva con le sue cosce di donna fatta e con il largo della sua carne sana e rosea, si sentiva preso da una voglia birichina di immergere le labbra nel suo seno turgido e di suggere ai capezzoli fino all’ubbriachezza. E per rinsensare doveva scuotersi la testa a più riprese come per snebbiarsela e sottrarsi dalla malia. Sovente diceva alla mamma di tenersi i soldi della pigione e di comperare qualche cosa alla tosa. A lei portava sempre qualche dolce che le regalava con una mezz’oncia. Se sua moglie fosse stata una donna più ragionevole, egli non avrebbe esitato a mettersela in casa come una della famiglia. Perché in certi momenti gli pareva che fosse dovere del padrone di casa di dare una mano dove mancava il padre. Con gli anni questa bellezza selvaggia aveva finito per dargli dei capogiri e per incendiargli i sensi. In Verziere, seduto alla vendita, se la sentiva nella testa, nel sangue, nella pelle e più di una volta i suoi pensieri indiavolati lo scudisciavano e lo facevano correre in cerca di lei per naufragare nelle sue braccia. Ammalata o indisposta, si metteva a disposizione di lei come un padre affettuoso. La faceva visitare da un medico a pagamento, le mandava dei corbelli di frutta e dei sacchetti di dolci che comperava in Santa Margherita, e alla sera andava a tenerle compagnia con qualche bottiglia di vino stravecchio della sua cantina. Furono queste gentilezze che permisero a Pasquale di godere l’intimità della coltre di Annunciata, anche quando gli altri con delle manate d’oro rimanevano col desiderio.

Morì come un ingrato, senza ricordarsene, senza lasciarle un centesimo, senza mandarle un addio. Essere stata buona e trattata in quella maniera le faceva male al cuore, proprio, perché era della ingratitudine nera. Sovente, quando era da lei, apriva il portafoglio gonfio di biglietti di banca e le diceva:

– Senz’offenderti, serviti come se fosse roba tua.

Lei, che aveva sempre avuto della repulsione per la mantenuta e che aveva tra le poche idee della sua testa la convinzione che la donna, quando non è inferma, deve bastare a se stessa, respingeva l’offerta negandogli i baci ch’egli con grazia voleva pagarle.

– Non sono di quelle, io, sai!

Allora Pasquale le faceva passare la sua mano enorme per il dorso come un solletico e le diceva che era una gran buona figliuola.

– Lo credo bene, lo credo!

– Tu puoi fare quello che vuoi. Ma io non me ne andrò da questo mondo senza lasciarti qualche cosa. I miei figli ne hanno anche troppo. Ho incominciato anch’io a guadagnarmi il pane con la carriuola del fruttivendolo. Se non ne hanno abbastanza facciano come il padre: lavorino. Io voglio che tu non abbia più bisogno di romperti le braccia come fai oggi, e che tu possa conservarti l’indipendenza che ti è tanto cara. Perché in fin dei conti tu hai ragione. I giovani sono degli sciuponi che voltano le spalle da un’ora all’altra e i maturi gente che ti gualcisce e ti saluta alla prima ruga.

– Ingrato!

Se ne infischiava dei suoi denari, perché i denari non li aveva mai amati. Ma non credeva Pasquale capace di corbellarla come un gaglioffo. Chi gli aveva mai cercato qualche cosa?

Ghiringhelli bussò all’uscio con le nocche, leggermente, per paura di sentirsi in faccia qualche improperio. Con un’altra inquilina si sarebbe servito dei mezzi spicci che la legge mette a disposizione dei galantuomini. Con la 49 bisognava andare adagio per evitare lo scandalo di fare sapere al pubblico, che lo aveva accompagnato al cimitero come cittadino virtuoso, che Pasquale, in fatto di morale, non era proprio superiore al suo tempo. A lui, ragioniere, non conveniva parlare. Ma quando registrava il semestre della 49 gli veniva una voglia pazza di aggiungervi tre!!! Non era possibile credere che il suo principale si occupasse della miseria di due stanze per dimenticare quella degli altri 483 inquilini. Ribussò più forte e fece segno a Giorgio di avvicinarglisi.

– Avanti!

Era una voce dolce che andava piuttosto al cuore. C’era nulla della insolenza di cui parlava sovente l’incaricato Fioravanti per vendicarsi di uno schiaffo che gli aveva dato al sole, un giorno ch’egli si era permesso di farle sdrucciolare nell’orecchio una sudiceria. Ghiringhelli, che voleva entrare con un’aria d’amministratore deciso a farla finita, pur vedendola con le maniche rimboccate fino alla spalla, si tolse la tuba domandandole scusa se la si disturbava.

Ella sorrise come una grande signora abituata ai complimenti. Non la si disturbava affatto. Stiracchiava delle lenzuola per una vicina che stava per mettersi a letto coi dolori di parto. Si sa, le povere famiglie hanno la biancheria contata. Non appena capitano loro di queste disgrazie la lavandaia deve correre al fosso anche se è stanca morta.

Ghiringhelli rimaneva lì a bocca aperta. Non gli pareva vero che Pasquale, quantunque vigoroso e in gamba, avesse potuto avere il cuore di un tocco di ragazza di quella fatta. Alzando le braccia per tirar giù la biancheria dalla corda che andava da una parte all’altra, la carne bianca della lavandaia pareva diffondesse della luce nel buio della stanza. I peli biondi delle ascelle all’aria suscitavano nell’amministratore una sensazione che non aveva mai provato. Giorgio, dietro le sue spalle, si riversava con gli occhi nella cavità del seno e risaliva per le eminenze come inebriato.

– In che posso servirli?

Ghiringhelli non sapeva più da qual parte incominciare. Giorgio guardava in terra e di soppiatto inseguiva i suoi piedini chiusi in una calza a quadrettoni scozzesi.

– Ecco, io sono l’amministratore del signor Giorgio Introzzi e prima lo ero di suo padre buon’anima. Intanto che si stava facendo un giro col nuovo padrone, si dava un’occhiata per vedere se vi erano delle operazioni da fare. Qui sembra che sia tutto in ordine.

Annunciata tirava via a stiracchiare e a piegare la biancheria come donna che non aveva tempo da sprecare. Lei non era mica una sporcacciona. Abituata a lavarsi continuamente al fosso, le piaceva la casa pulita. Quando c’era qualche riparazione da fare non incomodava nessuno. La faceva fare a proprie spese. Potevano vedere la calcina fresca intorno all’acquaio fuori dell’uscio. Col signor Pasquale era un’altra cosa. Lui ci veniva due o tre volte la settimana e gli inquilini, abituati a vederlo, non avevano paura di aspettarlo sulla scala e di dirgli quello che mancava in casa loro. Lui aveva cura della popolazione della sua casa. Nei sei anni che lo aveva conosciuto non le aveva mai dato modo di domandargli un chiodo. Non era ancora caduto che c’era lì l’uomo col martello in mano. Era un padrone che considerava la vitaccia dei poveri cristi, perché diceva che anche lui ne aveva provato delle belle.

Giorgio assentiva col capo in tutto quello che udiva e aggiungeva ch’egli non desiderava che di continuare le tradizioni paterne, migliorandole dove erano deficienti. Secondo il suo debole parere sarebbe stata necessaria una stufa nell’angolo per asciugare la biancheria e anche l’abitazione. Ella era giovine e aveva della salute da buttar via, ma i malanni non si facevano annunciare. Capitavano addosso a ogni momento, senza fare tanti complimenti. Lui stesso, che non aveva che venticinque anni, aveva preso dei dolori reumatici per avere dormito imprudentemente in una camera stata chiusa per degli anni con della mobilia che suo padre vi aveva dimenticato. Le pareti erano coperte di uno strato umidiccio che faceva tanto male alla salute.

Annunciata sorrideva. Lei era troppo forte per acchiapparsi dei malanni. Non era stata ammalata che una volta e anche questa per essersi storpiata un piede in una pozza del cortile. Se ne ricordava ancora per la disperazione del signor Pasquale, buon’anima. Il brav’uomo non se ne poteva dar pace. Diceva che la colpa era sua e che toccava al padrone trascurato di riparare al malfatto.

– Mi mandava il suo medico e alla sera stava qui a farmi compagnia, seduto nella poltrona rossa che vedono là in fondo. Era un cuore d’oro, il signor Pasquale.

Figlio e amministratore si piegavano con la faccia illuminata dalla compiacenza.

Al sabato il Casone si tramutava in una fiera. Era un andirivieni di persone che non finiva mai. Si vedevano frotte di ragazze che rincasavano dalle fabbriche, madri che entravano con le corbe cariche di provvigioni per la domenica, giovani che passavano con la giacca sulla spalla come infuriati dall’appetito, e uomini stracchi, con le scarpe piene di polvere, con le giacche e i capelli impillaccherati di calcina, che andavano di sopra con le sleppe di polenta nei fazzoletti colorati che non avevano mangiate al lavoro. Il cortilone era cosparso di capannelli di operai in maniche di camicia, di individui seduti sui cavalletti o appoggiati alle carriuole dalle stanghe in aria o addossati alle muraglie, che discorrevano tranquillamente dell’aumento del pane, come di una birbonata del sindaco. Se la andava avanti di questo passo, diceva il 61 del quarto piano, blocco B, si poteva finire per fare il ladro. C’era il figlio della 74, della sesta ringhiera, il quale passava nove mesi dell’anno in prigione, e stava meglio di loro fuori a frustarsi le ossa. Un poveraccio di fabbro con una e ottanta al giorno doveva nutrire sei persone; col pane a quaranta centesimi il chilo, non aveva altra alternativa che patire la fame o fare dei debiti. Il 39, della seconda ringhiera del blocco A, conveniva anche lui che non si poteva più vivere. Una volta al sabato c’era modo di berne un mezzo e passare un’ora cogli amici. Adesso era molto se si riusciva a comperarsi un grosso di tabacco di seconda ogni due giorni. Luigione, del terzo capannello, coi capelli arruffati e la cravatta rossa, diceva, pipando, che c’era nel “Secolo” che l’aumento era una trama dei signori, i quali volevano punire così gli operai che davano ascolto a certi caporioni con certe ideacce che finivano per condurre i gonzi alla rivoluzione. Nessuno aveva mai saputo spiegare chi erano questi caporioni con tante brutte idee per la testa. Era però certo che prima di loro non si andava tanto a cercare il pelo nell’uovo. Per conto suo…

– Cacone!

Tutti si erano voltati dalla parte della voce. Chi era che aveva parlato? Se c’era qualcuno che gli bastavano i suoi cinque soldi poteva andare innanzi che lui non aveva paura. Non era più di primo pelo, ma non si sentiva tremare le ginocchia, perdio! Anche se fosse stato un gigante, perdio! Già, una volta o l’altra doveva venire alle mani con uno di questi birichini che sollevano i poveri diavoli che hanno la famiglia da mantenere, e lasciano gli altri nei pasticci. Caconi voialtri che dite sempre di voler fare la rivoluzione e non la fate mai!

– Cacone!

Dall’ultimo capannello a sinistra si staccava un giovine alto, forte, in giacca di velluto oliva chiaro, con cravatta nera giù per la camicia di cotone azzurro, con il cappello floscio dall’ala rotonda, che pipava nella radica che gli sbatteva l’acceso sulla faccia.

– Cacone!

Luigione voleva buttarglisi addosso e mangiargli via il naso. Era un pezzo che gli prudevano le mani e che aveva voglia di sfogarsi con uno di codesti arruffapopoli che mettevano sottosopra il cortilone. Lui era lì che lo aspettava. Solamente domandava il permesso alla compagnia di cavarsi la giacca per sentirsi più libero. Ma gli altri si mettevano di mezzo e dicevano che non c’era nulla di male. Chiunque, discutendo, poteva avere delle opinioni, senza venire alle mani. Se si fossero dovuti ammazzare tutti coloro che la pensavano diversamente, là là, si sarebbe dovuto lavorare di coltello tutto il giorno. Con un po’ di calma si sarebbe veduto che tutti e due erano d’accordo.

– Coi rivoluzionarii, mai!

– Coi caconi, mai!

Con il sole che affondava dietro la brace del cielo a perdita d’occhio, le ringhiere si andavano popolando di fanciulle che uscivano con la cena in mano, di madri con dei bimbi tra le braccia e tra le gambe e di padri che masticavano l’ultimo boccone e calcavano il tabacco nel gessino che annerivano con compiacenza. Le aristocratiche del Casone erano lungo la ringhiera del primo piano del blocco A, a sinistra, in fondo alla quale abitava l’Annunciata. Vi si vedevano dei grembiali candidi, delle sottane insaldate, dei corpettini bianchi e allacciati dalla gala rossa puntata al petto e delle vesti di percallo colorato giù a piombo con tanta grazia. La ringhiera non era mai completa che colla Gigia, la stiratrice dei graduati della caserma di San Francesco. Era una polputa dalle pupille vivaci nella lascivia lattiginosa, con un mucchio di capelli disordinati e chiari sbattuti indietro, che cianciava coi pugni sui fianchi e con una audacia che faceva arrossire più di una compagna. Per lei il dizionario non aveva parole proibite. Quando vedeva la 84 del quarto piano in faccia, che andava via coi passettini della ragazza che ha sempre paura di cadere, diceva che era ammalata come una dell’edificio di via Lanzone. Le sorelle Bigliani, che vestivano della stessa stoffa e dello stesso colore e che l’una non cambiava mai il fazzolettino da naso senza che l’altra lo cambiasse, passavano via inseguite dalle sue frasi a doppio senso che facevano scompisciare dalle risa. Le descriveva parlando all’orecchio e concludeva dicendo che quelle due si volevano bene come marito e moglie. Andavano sempre a spasso assieme, si alzavano alla stessa ora, quello che mangiava l’una mangiava anche l’altra, il desiderio della Proserpina era il desiderio di Elvira e sovente salivano le scale a braccetto. L’Annunciata era il cavallo di battaglia della lingua della stiratrice. La inchiodava alla croce della vergogna con dei sottovoci che facevano il giro delle ringhiere. La diceva malfatta e imbottita, le metteva nel seno della bambagia, le gonfiava i fianchi con la stoppa e giurava che metà dei suoi denti erano falsi. Non capiva come gli uomini potessero essere tanto imbecilli da perdere il tempo con una senza cuore che dimenticava i figli all’ospizio della maternità, come se fossero stati tanti gattini. Anche lei ne aveva avuto uno e non ne faceva mistero. Si sa, chi va al molino s’infarina. Ma almeno lei non si copriva di ipocrisia e lo manteneva a balia colla fatica delle sue braccia. Loro potevano ridere e anche tossire se volevano, ma la verità era una sola.

– Lo mantengo io con la fatica delle mie braccia, care mie.

Se vedeva la 32 del blocco C, si stringeva al gomito delle amiche e susurrava alle orecchie, con la parola sbracata, la scena avvenuta due anni sono al lavatoio, tra quella femmina e l’Annunciata, per un uomo che le aveva divise lasciando in ciascuna un odio mortale. E stringendosi le amiche ai gomiti narrava loro che, alla presenza di tutte le lavatrici, si erano gettate l’una sull’altra coi bramiti della donna ferita nell’amore e con un accanimento feroce. Vi fu un momento in cui tutte le ragazze saltarono in piedi con un grido d’orrore. Si credeva che l’Adalgisa avesse sdocchiata l’Annunciata con un dito. Pareva loro di avere udito il tonfo dell’occhio sbattuto violentemente nell’acqua. Quantunque nessuna avesse simpatia per una donnaccia che si faceva rompere il dorso sui prati dal primo maschio chele faceva l’asino, pure, in quell’attimo, ebbero tutte della compassione. Dopo gli scotimenti per buttarsi a terra, le due rivali si staccarono l’una dall’altra ansanti, con le facce spruzzate di sangue, rimboccandosi un po’ più le maniche e ravviandosi i capelli per vedere meglio. Ripresero il combattimento come due lottatrici decise a lasciarvi la vita. L’una abbracciata all’altra in una stretta suprema, si contorcevano e si piegavano con la bocca aperta per addentarsi la carne, fino a quando l’Annunciata, con uno sforzo sovrumano, la levava d’in terra e la scaraventava nel fosso come un sacco di biancheria sporca. Rimasero tutte intontite. L’Annunciata era in piedi trafelata, e l’altra si dibatteva nell’acqua vociando a bocca piena.

– Chi crede che l’abbia salvata?

– Lei!

– Proprio, lei! Intanto che noi restavamo lì istupidite, la rivale si slacciava le sottane, si immergeva nel fosso, l’agguantava per la vita, la sollevava dall’acqua la riportava al di là della pietra del lavatoio senza dire una parola.

– Fu un atto coraggioso e generoso – disse una delle compagne.

– Fu un atto superbo, se volete. Ma desso non mi impedirà mai di dire ch’ella è peggio di una cagna che dimentica i figli per la strada e cambia gli uomini una volta la settimana come la camicia.

Alla sera questa maldicente di Gigia si assentava alla sordina per fare due passi e nessuno la vedeva più che all’indomani, quando ella vi compariva a sgarbugliarsi gli occhi sull’uscio per dar a intendere che aveva dormito fino a ora tardi. Ma nessuno credeva alla fintona. Le vicine e le compagne si facevano dei segni con gli occhi, o si scambiavano parole sottovoce, tagliandole i panni addosso e non lasciandola che quasi nuda. La dicevano una lingua di ferro che avrebbe parlato male di sua madre, se la povera donna non fosse morta da tre anni.

– Una volta – diceva Carolina – era più affettuosa e si passava con lei una mezz’ora che era un piacere. Ora è invecchiata. Non vede più che sgualdrine e non c’è monturato che non sia suo. La sua casa è divenuta una caserma di soldati.

E dicendo questo, Carolina, col gomito appoggiato alla ringhiera, chiamava le amiche e, col dito puntato verso il portone d’uscita, additava loro la Gigia che dava il braccio all’Annibale che l’aspettava.

– Il ludro di tutte le donne insaziabili.

– Vedete che ora si adatta anche coi borghesi!

La sera era afosa. Il cielo aveva ai margini delle strisce che parevano il principio di un incendio. Dappertutto si gocciolava come in un forno. Le donne si agitavano le vesti per mandare sotto un po’ di fresco e gli uomini si sbottonavano e uscivano con la camicia spalancata a protendere la testa dalla ringhiera per sentirsi alitare un po’ di aria sulla faccia. Il vecchio tintore, dalle mani piene di crene azzurrate, raccontava al pubblico del quarto piano del blocco A, che questo non era ancora nulla. Con il caldo del ’55, l’anno famoso della cometa con la coda di fuoco, i poveri cadevano per le vie come estenuati da una pestilenza e i signori si salvavano in campagna come ai tempi del colera. Ci furono delle giornate in cui si poteva andare a torno nudi senza paura d’incontrare anima viva. La città pareva divenuta un cimitero.

Lo scalpellino, nel ’55, c’era anche lui e aveva già vent’anni. Si ricordava di una cometa che fu un vero castigo di Dio, di quella del ’58, quando gli strilloni andavano per le porte a vendere le predizioni che spaventavano tutti gli ignoranti che credevano sul serio potesse cadere sulla testa come un’immensa tettoia di carboni accesi. Ma di quella del ’55 non sapeva nulla, non ne aveva udito parlare, non credeva che ci fosse mai stata.

– C’è stata. Me ne ricordo come se fosse adesso. L’ho veduta con questi occhi, signori!

L’atmosfera in alto diventava di brace. Sembrava che salissero i fiati ardenti dei crocchi giù al buio a raccontarsi l’eterna storia della loro esistenza. Qualcuno si sentiva venir meno, si faceva vento col fazzoletto e diceva che si moriva. Antonio, il figlio della povera vecchia del 65 che andava ancora a lavare i piatti dal farmacista sull’angolo per tre lire al mese, si era appoggiato al muro con gli occhi smarriti e la faccia tanto bianca da spaventare le donne. Giuseppa, che sapeva del suo male, incominciò a palpeggiarlo e a domandargli se stava male.

– Oh Dio, mi pare che svenga! Andate a chiamare la sua mamma, che gli viene la bava alla bocca. – Antonio stralunava gli occhi. – E tu, Giuliana, va in casa, che non sta bene una donna incinta intorno a queste disgrazie.

Il tintore gli teneva le mani per impedirgli di menare pugni alla cieca.

– Portate dell’acqua con uno spruzzo d’aceto per bagnargli le tempia. Tenetegli la testa, santa Madonna! che è capace di rompersela sulla muraglia!

Antonio si abbandonava di peso sulle braccia degli altri e poi tentava di svincolarsi con grida lunghe e cavernose, come se stessero sgozzandolo.

– Chiamate qualcuno, che diventa furioso, e portate fuori un cuscino da mettergli sotto la testa. Così va bene. Quando un poveraccio ha di questi accidenti sarebbe meglio che il Signore se lo tirasse in cielo. Tenetegli giù le gambe e voi, Peppino, buttatevi attraverso il suo stomaco. Anche suo padre, buon’anima, è morto d’epilessia. La gente che ha di questi disturbi non dovrebbe prendere moglie. Dopo si mettono al mondo degli infelici. Badate che tenta di sollevarsi. Gesummaria, come scricchiola i denti, e che paura mi fanno i suoi occhi imbambolati nel sangue. Eccolo, tenetelo. Dio, come è forte, a momenti mi fracassava la mano!

Antonio si era risollevato con un urlo che faceva rabbrividire, cercando di liberarsi dalle mani che lo tenevano come incatenato e poi si era lasciato andare di peso, prostrato dalla lotta, con un sospirone pieno di gemiti.

La popolazione era aumentata dappertutto. Alcune ringhiere erano affollate. Di fuori, agli imbocchi delle scale, c’erano vivai di ragazzi e gruppi di donne accosciate, col mento sulle ginocchia, e sedute in terra, coi piedi nudi, che si facevano aria col grembiale e si scambiavano le loro idee sull’estrazione del lotto. Una volta, una povera donna che metteva regolarmente i suoi 25 centesimi, era sicura, una settimana o l’altra, di rifarsi con un ambo, a dir poco. La ruota non era nelle mani dei birboni e i bisognosi guadagnavano qualche cosa. Ora, che ci son tante diavolerie, non si capisce più niente, il popolo, bestione, perde. Si continua a giocare gli stessi numeri per dei mesi e si è obbligati a cambiarli dalla disperazione. La Giovanna, la quale aveva scelto i tre numeri al letto del povero Tognazzo, non era così pessimista. I numeri buoni non bisognava mai abbandonarli. 22, 55 e 61, se non eran venuti nelle prime tre settimane, sarebbero venuti fra sei, fra dieci settimane. Ma dovevano venire. Nel suo sogno dell’altra notte aveva riveduto Tognazzo disteso sul Ietto, con la faccia scarna e gli occhi striati. Era un avviso che il povero morto le dava di non dimenticarli.

– Sta tranquillo, povero Tognazzo, che la Giovanna non li dimentica, dovesse impegnare la marmitta appena stagnata della minestra!

La 27 rimaneva attaccata al suo grande principio, che i numeri che non uscivano in tre settimane non valevano la carta sulla quale erano scritti. La 52 e la 38, che si ostinavano da sei mesi a giocare 36, 69 e 82, non avevano più nulla da portare al monte. Non rimaneva più loro che la sottana che avevano indosso. E i loro mariti facevano benone a cacciarle fuori dall’uscio a pedate. Quando tre numeri non vengono, le donne di giudizio cambiano strada e mettono degli altri numeri.

La notte infittiva e la fosca luce delle lampade metteva dei chiarori confusi alle finestre e gettava, qua e là, sui gruppi che chiacchieravano rasente i davanzali, chiazze che impallidivano e criminalizzavano le facce, vicini delle quattro ringhiere del blocco ove abitava l’Annunciata, veduti dal cortilone gremito di chiacchieroni, parevano fantasmi che si rincorressero e si perdessero schiacciandosi gli uni negli altri. E i chiacchieroni, veduti dall’alto delle ringhiere, con le loro braccia che uscivano dai raggi della luna per immergersi nell’ombra, con le loro teste che sparivano e ricomparivano, sembravano una moltitudine di paesani in tumulto. Giuliano, il giovine forte, in giacca di velluto, annegato nella velatura chiara della luce lunare, con la bella testa che soprannuotava sulle altre, diventava la figura ascetica di un predicatore di turbe.

Buono come un marzapane, ascoltava volentieri ciò che dicevano gli altri e non andava mai in collera che quando qualcuno sragionava come il Luigione, l’operaio cacone che sparlava dell’operaio. Gli faceva male di sentire a buttar giù una classe che lavorava tanto tanto. Suo nonno e suo padre erano stati operai come lui e come lui perdevano la pazienza se si dava addosso alla gente che lascia nelle fabbriche quasi tutta se stessa. Nessuno è perfetto. E anche i lavoratori hanno molto da imparare. Ma, santo dio! non si doveva dimenticare che loro saltavano via a piè pari il periodo scolastico. Correvano a bottega quando gli altri fanciulli andavano a scuola.

Se non ci fosse di mezzo la miseria, si vedrebbe che anche i lavoratori non sono poi tutte zucche. Suo padre, che era stato presidente della società di mutuo soccorso dei fabbri, gli diceva, strada facendo, che egli era troppo vecchio per vedere certe cose, ma che era sicuro che i suoi figli e i figli dei suoi figli avrebbero veduto una società un po’ diversa da quella in cui viveva. Non gli pareva giusto che si dovesse faticare tutto il giorno per stentare la vita come i pitocchi che facevano nulla. I senzacasa gli rimescolavano il sangue. Diceva che era inumano di lasciarli a torno per le strade in quella maniera. Se avevano commesso dei delitti, c’era una buona legge per punirli. Ma se erano innocenti, bisognava aiutarli come si aiutano i naufraghi quando hanno perduto tutto durante il viaggio. Una volta, che il suo amico Stefano si era lasciato uncinare il braccio nelle ruote della macchina, pianse come un ragazzo. Era uno dei migliori lavoranti e un uomo a cui tutti volevano del bene. Gli sanguinava il cuore di vedere un povero padre di famiglia ridotto alla mendicità per un infortunio del lavoro. Si struggeva e si convinceva che qualcuno avrebbe dovuto pensarci. L’operaio doveva stare attento, ma la responsabilità dei disastri non poteva essere tutta sua.

Il grido venuto giù dalla scala C decompose l’assemblea che si deliziava a sentire un giovine che parlava con una semplicità che innamorava. Era il solito Giovanni che si era ubbriacato. Al sabato non andava a dormire se non faceva delle pagliacciate, che chiamavano sulla ringhiera anche gli inquilini che stavano per andare a letto. Non appena metteva piede nella stanza, dava della porca alla moglie e della vaianella alla figlia, due mangiapani che lui era stufo di vedersi in casa. Il giorno che gli era venuto in mente di sposarla, doveva rompersi una gamba tre volte. Il suo dovere l’aveva fatto. La madre aveva 39 anni e la figlia 20, e tutte due potevano andarsene fuori dall’uscio quando volevano. Lui non aveva bisogno di nulla. La minestra sapeva dove mangiarla, e più buona, accidenti!

Se aveva del vino fino alla gola, allora cominciava a sacramentare coi pugni sul tavolo e finiva col trascinarle giù dal letto come stavano, per inseguirle a calci. La madre si lasciava martirizzare sovente senza dire una parola. Era inutile prendersela con un uomo che non sapeva quello che si faceva. Ma Luciana diventava più d’una volta una tigre. Stavolta si gettò indosso la veste e, coi capelli giù per le spalle e lo zoccolo in mano, si mise tra lui e la madre.

– Provati a batterla, vigliaccone, se sei buono!

Giovanni, aizzato, le si rovesciò addosso col manone spalancato. Luciana non vide altro. Gli menò una zoccolata sulla fronte che lo fece stramazzare al suolo inaffiato di sangue con l’urlo di un bue che ha ricevuto il primo colpo sulla testa.

– Non ci sto più in questa casa! Casa del demonio, casa d’inferno! – diceva annodandosi al collo il fazzoletto di seta scarlatta. – Andrò al diavolo. Non mi vedrete più, più, più! È ora di finirla con un imbriacone di padre che non ci lascia quiete neanche in letto. Crepa! E tu, madre, guarda bene di dargli una mano. Lascialo lì a morire come un cane.

I vicini le davano ragione. L’ubbriachezza del padre era divenuta cronica. Sciupava parte della settimana e poi andava disopra a maltrattarle.

L’inquilina di faccia, al loro posto, sarebbe andata alla questura. Un po’ di prigione per certi sbevazzoni non fa male. Le amiche accarezzavano Luciana e le dicevano di ritornare a letto, che la gente non avrebbe mancato di sparlare e di dar ragione a chi non ne aveva.

– Facciano! Dicano! – rispondeva lei, accomodandosi il cappello di paglia affollato di fiori. – Sono stufa! Sono stufa!

E batteva i piedi come presa dalle convulsioni.

Andrea, che era stato avvertito all’osteria che il padre della sua morosa era di sopra a fare il prepotente, entrò nella stanza con la faccia spaurita. Era un tocco di vergogna che un uomo di 40 anni tribolasse delle povere donne tutta la settimana. Bisognava farla finita. Voleva aspettare ancora qualche mese per comperare della mobilia a pronti contanti. Ma non importava, avrebbe compiuto anche questo sacrificio per dare un po’ di quiete alle donne.

– E tu, Luciana, ricordati che casa nostra sarà casa della mamma. Per un boccone di pane e un cucchiaio di minestra, non andremo in malora, non andremo.

Luciana piangeva appesa al collo di Andrea e l’inquilina di faccia lavava con una pezzuola inzuppata la fronte dell’ubbriaco, perché a questo mondo bisognava essere cristiani anche coi cattivi. Sono dei dolori di testa questi uomini. Già, un po’, la colpa è anche degli osti. Se non dessero loro da bere quando hanno gli occhi rossi, non ci sarebbero di queste disgrazie.

Dabbasso il cortile e il cortilone si erano spopolati. Non c’erano più che poche persone sparse che tiravano dalle pipe le ultime boccate di fumo, e, qua e là, delle coppie addossate ai muri o agli usci chiusi che si baciavano e si tenevano la mano in mano. Virginia, la figlia di Giovanna, la 32, era al suo posto di tutte le sere nell’inquadratura esterna del lavorerio di Luraschi, il fabbricatore di casse da morto, con la bocca sulla bocca di Angelino, il figlio della Pina, la moglie del calzolaio manaccione, che se la palpeggiava con dei gridi di monello viziato. Qualcheduno chiudeva gli occhi per non vedere queste porcherie di ragazzi che avevano ancora la camicia sporca e si tiravano l’uno su l’altra come matrimoniati. Peppina, la locandaia, quando usciva a votare il baslotto dell’acqua dei piatti non poteva trattenersi dal dire la sua. Se quella sfacciatona di Virgina fosse stata sua figlia, l’avrebbe presa a sculacciate. Ai suoi tempi si cresceva prima, e non si dava scandalo a nessuno. Si vedevano in chiesa, alla domenica, e poi si sposavano col consenso dei genitori. Adesso questi orrori del vicinato producono delle famiglie che tirano su dei piccini che fanno schifo. E si chiudeva dietro l’uscio, borbottando tra i denti che, quando c’era un po’ di timor di Dio, certe cose non si vedevano.

Peppina, nata nel Casone, aveva 67 anni. Tutt’assieme era una donna che si vedeva e si portava via nella mente come un ritratto indimenticabile. Era alta, ischeletrita, con una faccia dall’ossatura pronunciata e un mento così lungo che ricordava il cavallo. I rari capelli grigi, bipartiti per le pareti craniche, le spandevano per la testa un po’ della beghina e gli occhi neri, che non avevano perduto nulla della vivezza antica, davano a tutta quella carcassa dei bagliori di vita. Suo padre era un affittaletti, morto dopo la cacciata dei tedeschi. Peppina, a furia di risparmi e di buona amministrazione, era riuscita a compiere il sogno del genitore, che era di allargarsi nelle sei stanze del pollivendolo che gli appuzzava l’abitazione. I tredici letti diventarono trentasette. Per degli anni non ne ebbe mai uno vuoto. I suoi avventori stavano bene e potevano considerarsi in casa propria. Se un giorno si trovavano a corto di quattrini la locanda della Peppina non chiudeva loro l’uscio in faccia. Si sa, gli affari non vanno sempre come dovrebbero andare. Senza domandare loro se avevano fame, metteva sul tavolo una scodella nera, colma di minestra, col cucchiaio di latta attraverso e diceva di mangiare senza cerimonie. Fu il suo cuore che la fece venire meno al proponimento di rimanere zitella. Tra i suoi ospiti del ’65 era un poveraccio di precettato che di tanto in tanto veniva ripreso dalle leggi, senz’altra colpa che quella di essere un disgraziato addosso al quale poteva pisciare ogni malcreato. Lo aveva veduto dimagrire senza mai domandare una minestra a credito e correre delle giornate intiere in cerca di un lavoro che non trovava mai. Nei cenci del pitocco, con la barba incolta e i capelli lunghi, pareva un diavolo capace di svaligiare le persone che incontrava di notte. Ma lavato, sbarbato, nutrito regolarmente, con indosso una camicia di bucato e degli abiti all’onor del mondo, veniva fuori un giovane di trent’anni da far gola ad una donna più giovine di Peppina. Le informazioni che le aveva dato il delegato, al quale aveva comunicata la sua idea di sposarlo, erano di quelle che possono lasciare indifferente una persona di giudizio e commuovere una innamorata. Si riassumevano in una lunga lista di arresti e di condanne senza che ci fosse mai un delitto. Il primo momento fu perché era senza domicilio e non aveva mezzi di sussistenza, il secondo perché venne trovato attorno senza lavoro, il terzo per vagabondaggio e il quarto perché colto di notte in un atteggiamento sospetto. Dopo la prima condanna si è continuato a considerarlo pericoloso e a ricondannarlo come vagabondo recidivo fino al giorno in cui il magistrato si credette in dovere di metterlo sotto la sorveglianza speciale della pubblica sicurezza. Una volta precettato, la riabilitazione, diceva Peppina, che ne aveva veduti tanti, diventava un paradiso senza entrata. Nessuna casa pulita, che non fosse stata una locanda come la sua, dava il letto a un precettato che poteva venire visitato dalla squadra volante due o tre volte per notte.

Questo povero precettato di Andrea Cardellini, di temperamento dolce, si era affezionato a Peppina in un modo da ingraziarsi anche i vicini che lo guardavano di malocchio per quei suoi giorni di miseria fino al collo. Passavano via e gli auguravano la buona sera o il buon giorno, magari con l’aggiunta dello “state bene, Andrea”. L’azienda, a poco a poco, se l’era fatta sua, spiegando un’attività che faceva meravigliare la stessa Peppina, che ne andava orgogliosa come del proprio capolavoro. I vetri della casa, da che si era messo a pulirli, scintillavano come cristalli e il rame della cucina ricordava la vigilia di Natale, quando le donne preparano tutto che pare uno specchio. Le stanze avevano i catini di stagno che luccicavano e i pitali, sotto il letto, non avevano più il fondo incrostato di sedimento come una volta. Tanto più lavorava, quanto più gli sembrava di mondarsi di un passato che lo faceva arrossire. Verso sera, mezzo morto dalla stanchezza, dava un bacione alla moglie, prendeva una scranna liscata e andava col virginia in bocca a sedere tra l’entrata ed il cortile, dove godeva a correre dietro al sogno di diventar padre. Egli era stato troppo sventurato negli anni più belli della vita per rinunciare alla consolazione di sentirsi una mano figliale sulla guancia nelle giornate della vecchiaia. Un bimbo avrebbe ribadito e santificato la loro unione.

Ma Cardellini era proprio nato sotto una cattiva stella. Una sera in cui egli stava lavando alla sainera i bicchieri raccolti sui tavoli, due tristi, che mangiavano un piattone di frittura, si misero a dargli del lasagnone e a dirgli che non doveva far tanto il superbioso perché lo conoscevano bene.

– Quei fiori che hai sul braccio te li sei fatti nel camerotto con noi, te ne ricordi?

La moglie, che gli era vicina a far su delle somme, diede una strappata alla giacca di Andrea per impedirgli di rispondere. In una locanda c’era d’aspettarsi di tutto. Erano dei mascalzoni ubbriachi coi quali bisognava portare pazienza. Andrea si mangiava le labbra senza smettere di lavar bicchieri. Ma le parole dei malviventi gli avevano fatto l’effetto di una cinghiata attraverso la faccia. Se non ci fosse stata lì la Peppina, avrebbe dato loro una lezione da ricordarsene per un pezzo. I fiori tatuati sul braccio, ch’egli non lasciava mai scoperti se non quando doveva voltarsi su le maniche per immergere le braccia nell’acqua, gli davano già abbastanza fastidio senza ricordarglieli.

– Precettato!

Peppina si alzò in piedi e con un gesto additò loro la porta. Era una vera porcheria d’insultare un uomo che attendeva ai fatti suoi. Se non se ne andavano con le buone, sarebbe andata a chiamare la questura, che era lì fuori a due passi.

– Per lasciarvi sola col vostro mantenuto! Venga qui lui a mandarci via!

Andrea si sentiva il sangue alla testa. Erano loro che provocavano e che andavano proprio a prenderlo per i capelli.

Armato di un randello che teneva dietro il banco per precauzione, andò loro a intimare l’uscita.

– Uscite tutti o vi faccio uscir io a randellate!

Il più giovine degli accattabrighe prese il bicchiere, buttò il vino in faccia a Andrea e con la prestezza del gatto saltò sul tavolo e gli si precipitò alla gola con dei “precettato! precettato! precettato!”.

Andrea se lo gettò d’addosso con una violenza da rompergli le ossa. Poi, all’altro che si era curvato per avventarglisi allo stomaco con qualcosa di puntuto, menò una randellata che gli poteva spaccare il braccio in due. Intanto Peppina era nel cortilone che gridava:

– Soccorso! Aiuto! Ammazzano mio marito!

La lotta fra i tre si era impegnata in un modo bestiale. Colui, che gli era saltato sul collo, gli era di nuovo con le mani alla camicia per strangolarlo e con la bocca che faceva di tutto per mangiargli via l’orecchio o strapparglielo. Il secondo, bassotto, con una grinta che metteva freddo, snodato come un saltimbanco, gli aveva fatto cadere il bastone con un pugno alla nuca che pareva di piombo.

La voce di Peppina aveva radunato quattro o cinque vicini che stavano di fuori all’uscio a dire loro di smetterla di massacrarsi in quel modo. Andrea, bianco come un cadavere, con la testa che faceva sangue da tutte le parti, stordito dai colpi che lo malconciavano, con uno sforzo supremo afferrò il coltellaccio sul tavolo, e, come uomo che non sa più quello che si faccia, si divincolò da coloro che stavano per finirlo.

Peppina, ricompariva trafelata coi questurini, proprio nel momento in cui gli altri due erano in terra e Andrea, inorridito, si guardava le mani imbrattate di sangue con uno scoppio di pianto.

Il cielo si era abbuiato e i nuvoloni per la volta andavano addensandosi dove le stelle erano più luminose. L’aria si era rinfrescata e i blocchi del Casone sommersi nell’ombra intetravano il silenzio del Terraggio.

Dal marciapiede lontano del corso Magenta si sentivano le strimpellature gaudiose della chitarra di Gaetanino che veniva a casa con Alfredo, il violinista, e con lo Strambo, il quale completava la compagnia dei tre suonatori ambulanti con la pizzicatura della mandola che straziava il cuore delle ragazze. Quando arrivavano loro nei cortili dei quartieri popolari, era una festa. I primi tocchi di violino passavano di uscio in uscio come armonie che sospendevano i lavori e chiamavano fuori la folla in sottana che discendeva dalle alture al primo piano o al pianterreno a intenerirsi delle canzoni che andavano per l’aria accompagnate dagli strumenti dei tre soci con garbo squisito. Il canto e la musica trascinavano la moltitudine a partecipare con le ondulazioni del corpo e con il sussurro alle espressioni appassionate e ai ritornelli commoventi. Le fanciulle, appoggiate le une alle altre, si perdevano dietro la mandola, dalla quale lo Strambo, come piegato su se stesso, faceva uscire il codazzo de’ patimenti femminili. Parevano ondate di lamenti, gemiti di amori traditi, lacrime di giovani dimenticate, irruzioni di dolori sentiti, ambasce che si disfacevano come aliti supremi di amanti sfortunati.

Lo Strambo, con il viso paffutello, con gli occhi cilestri e i capelli biondo chiari ondeggiati, ritornava al suo posto col cappello sempre pieno di rame. Gli volevano tutte del bene e dicevano in coro che era proprio un peccato che un artista come lui non avesse le gambe come gli altri.

Nelle settimane in cui avevano fatto il giro degli edifici popolari, esulavano per i grandi cascinali milanesi, ove venivano accolti come membri della famiglia ritornati da un viaggio.

Le paesane, con il seno del busto colorato e le maniche della camicia orlate di azzurro che lambivano loro il gomito, uscivano dalle stalle con le larghe scodelle di latte appena munto, mentre le “reggiore” offrivano agli ospiti una tafferia di pane giallo fresco di tre giorni. Gaetanino, il più vecchio dei soci, pur avendo un occhio di vetro e un nasone bitorzoluto sulle labbra senza baffi, si faceva amare per quella sua comicità inesauribile che metteva del burlesco anche nelle narrazioni lacrimevoli. Più di una volta tutto il cascinale si teneva la pancia in mano e gridava: “Basta! O ci farete morire!” Alla sera nella stalla più vasta della bergamina, le famiglie si pigiavano sedendo sulle calcagna, in terra, rasente le muraglie viscide e acquose, ai piedi del bestiame, tra vacca e vacca, come nelle serate memorabili in cui sono radunati a sentire la lettera di qualche Giacomino a soldato. La minutaglia, che non era nel grembiale delle donne, si acconciava nello strame delle mangiatoie, e le donne piene di spadine si accosciavano sulle gambe, dove la paglia distesa come strame era più soffice. Gaetanino, al centro coi suoi compagni, con dei modacci e delle facce che facevano torcere dalle risa, raccontava loro panzane condite di lepidezze che tramutavano la stalla in un teatrino dialettale. Il suo naso soffiava come una tromba e la sua bocca sapeva imitare la voce bestiale di tutte le bestie. Muggiva e levava un coro di muggiti. Gli rispondevano tutte le vacche e tutti i buoi. Poi, con la mandola ricomponeva l’assemblea che ascoltava i notturni popolari a bocca aperta, dondolando la testa di tanto in tanto come per dire: pare impossibile! Terminata la rappresentazione, i tre soci salivano in cascina a nascondersi nel fieno caldo fino all’alba.

Denari ne facevano a cappellate. Tranne le stagioni perverse e le giornatacce, non rincasavano mai senza una ventina di lire in saccoccia. Non appena a casa, appendevano i loro strumenti nella stanza comune che occupavano da sei anni, e correvano all’osteria dabbasso, col cartoccio di salame che avevano comperato lungo la strada.

La loro società era primitiva. L’uno si fidava dell’altro e ciascheduno aveva diritto di mettere la mano nella borsa comune senza neppure dire: guardate che prendo. Mettendosi assieme, si erano detti: “Nessuno di noi ha denaro. Nessuno di noi ha grattacapi di famiglia. Ciascuno di noi sa suonare un istrumento. Ci mettiamo in società per essere l’uno dell’altro e per soddisfare ai nostri bisogni sociali”. In sei anni non avevano fatta una parola che avesse potuto turbare la loro unione. All’osteria nessuno si guardava nell’occhio. Chi aveva sete beveva anche se gli altri ne erano sazii. Gaetanino, per esempio, aveva un debole per lo stufato a pancia piena. Finita la cena, che veniva regolarmente inaffiata di tre o quattro litri di barberone, domandava a Gianmaria se aveva ancora di quella miscela nella casseruola. Lo Strambo, che alla sera diventava silenzioso, non fumava mai meno di tre virginia e qualche volta gli prendeva il ticchio di offrire un bicchiere di quel buono agli amici che entravano. Gli andava a genio di far sapere alla gente la loro indipendenza e il loro benessere. Alfredo, trascinato al sentimentalismo dal violino, rimaneva lì spesso, con gli occhi incantati dietro la nuvolaglia che faceva la sua eterna sigaretta. Più giovine degli altri, si vestiva con un certo scicche.

La caratteristica era che tra loro non c’erano donne. Di sottane non volevano saperne. Dove ci sono, dicevano, mettono la zizzania e si finisce per prendersi a coltellate. Tutto il Terraggio ne era un esempio. Non vi si trovava una famiglia che non finisse la giornata con uno sfogo manesco e un’espettorazione di parole maialesche. Gaetanino si sarebbe lasciato morire in letto piuttosto che domandare l’aiuto di una femmina. Anche quando era tormentato dalla sciatica sul materasso che nessuno voltava mai, rifiutò l’entrata alla vecchierella vicina che voleva domandargli se gli occorreva qualche cosa.

– Andate all’inferno! – le rispose.

Il vicinato scioglieva il problema che univa i tre suonatori ambulanti con delle turpitudini. Di orecchio in orecchio si riempiva il Casone di dicerie che sbalordivano e disgustavano.

– Ecco il perché odiano l’altro sesso!

– Odiano le donne perché si amano tra loro. Sono degli uomini schifosi che il padrone di casa dovrebbe cacciar via a pedate. Non s’era mai visto uno scandalo di tre uomini che dormivano nella stessa stanza da parecchi anni, senza mai farsi vedere con una donna.

– Sporcaccioni!

La donna invece aveva incominciato il suo lavoro di decomposizione. Alfredo da un po’ di tempo non aveva più la bonarietà e la condiscendenza che lo rendevano così caro agli amici. Scattava per dei nonnulla e aveva dei momenti di tristezza cupa. Lavorava con loro, mettendo anzi un po’ più di mestizia nelle sue canzoni, ma evitava il loro contatto più che poteva. Uscendo da un portone per passare in un altro, preferiva andare sul marciapiede dalla parte opposta. Se sostavano a bere la staffa in una delle tante osterie suburbane, lui tirava innanzi con la testa sulle scarpe o si fermava a guardare attorno come un’oca. Gaetanino e lo Strambo, che lo amavano come artista e che gli volevano del bene fraterno, se l’avevano a male di vederlo imbronciato dalla mattina alla sera. Gaetanino si studiava di cavargli il segreto per consolarlo. Ma Alfredo si stizziva non appena gli si parlava del suo malumore. Non si poteva essere sempre allegri. Gaetanino non desisteva. Lo palpeggiava per le spalle, o gli passava la mano al dorso, e riusciva a sbronciarlo.

– Così va bene!

Se lo stringeva al fianco con la mano in mano e chiamava lo Strambo per dirgli che stasera bisognava festeggiare l’avvenimento con un pranzetto che avrebbe ordinato lui al Gianmaria.

– Voglio che mangiamo il risotto coi funghi, stasera!

Alfredo si sforzava e rideva delle loro risate senza divenire allegro. Strambo intuiva che il suo male era un male inguaribile. L’aveva sentito più di una volta alzarsi e andare sulla ringhiera nelle ore in cui i galantuomini dormono e l’aveva sorpreso a piangere una mattina in cui lui e Gaetanino erano andati a sgarbugliarsi gli occhi col grappino. Che cosa è che poteva martoriarlo se non una donna? Non sono che le donne che rovinano gli uomini. Te li prendono, te li gualciscono e te li buttano via come dei limoni spremuti. Lui era vecchio e queste cose le sapeva.

E chi sa che donna! Forse era una donna che non valeva due centesimi. Una donna che poteva abbracciare l’ultimo degli sfaccendati o l’ultimo dei paltonieri! Le donne, puah!

Era così. Dopo il pranzo ridiveniva pensoso, e di notte, alla chetichella, mentre gli altri russavano, apriva l’uscio e non rientrava che coi bagliori dell’aurora. Appoggiato col dorso alla ringhiera, cogli occhi sull’uscio dell’Annunciata, passava dai pensieri passionali che gliela facevano vedere supina, con la esuberanza del seno leggermente agitato dalla respirazione, alla gelosia che gli increspava il sangue e lo metteva davanti al corpo della donna nuda con le braccia avviticchiate a un uomo che le suggeva i baci. Nell’attimo passionale, se la cingeva alla persona e nel delirio dell’abbraccio sensuale si deliziava a sentirsi tra le mani la morbidezza della sua pelle di raso. Nella tempesta, impallidiva con le labbra tremanti e si disfaceva il sogno con dei trasporti tragici che gli davano l’oppressione lunga di un delitto compiuto. Più di una volta egli era stato lì lì per sfondare la porta con una spallata per convincersi se lo scricchiolìo del letto non era che nella sua testa incendiata. Era stufo di penare. Voleva vedere, sapere, finirla col dubbio che lo divorava con degli spasimi dolorosi.

A momenti si gettava carponi coll’orecchio sulla fessura, trepidante di sorprenderla nella colluttazione carnale. Perché Annunciata doveva essere sua, tutta sua, di nessun altro che sua. Una notte, mentre origliava col cuore che gli palpitava febbrilmente, gli giunse l’eco di un bacio che gli fece trasudare la fronte come in un bagno russo. Era caduto in ginocchio, col cuore trapassato da uno spillo e si era alzato sfinito. In piedi, si palpava la fronte e si teneva alla ringhiera cercando dell’aria fresca che gli potesse ridonare la tranquillità dei sensi. Sovente si diceva che il suo era un brutto sogno. Che aveva lui di comune con l’Annunciata? L’Annunciata era libera, padrona di sé. Non gli aveva mai dato altro permesso che di salutarla come vicina. Tuttavia Alfredo non sapeva darsi pace.

L’ultima notte era d’inverno. Fioccava da due giorni senza interruzione. La struttura dei blocchi del Casone era naufragata sotto un enorme peso di neve. I solchi delle pedate venivano riempiti prima che l’inquilino raggiungesse la scala. Alfredo rincasava tardi. Era stato a stordirsi in parecchie osterie dove aveva degli amici. Fumava, senza sentire che l’aria gelata gli portava via le orecchie e gli intirizziva il naso. Andava via lemme lemme, con le mani nelle saccocce del soprabito, senza accorgersi che le faide gli si calcavano l’una sull’altra e lo seppellivano. Ai piedi del gradino si scosse il materiale bianco di dosso, percuotendo il pilastro più volte col cappello e risvegliando il vecchio Siliprandi che si era scelto per domicilio lo spazio a fianco della scala dal giorno in cui Ghiringhelli gli aveva fatto portare dabbasso le ultime masserizie della sua miseria.

– Su, andate alla locanda se non volete gelare.

Siliprandi, con delle frasi incoerenti, si raggomitolava sempre più sotto il marsinone stracciato e si rimetteva a russare. Alfredo, che lo aveva veduto scendere lentamente negli squallori della vecchiaia che va di porta in porta a mendicare un boccone di pane, lo riprese per il braccio e con uno sforzo lo tirò su di peso, trattenendolo con degli scotimenti che lo richiamavano alla realtà della nottata.

– Su, presto, andate in un letto di Peppina -. Egli diede una manata di soldi.

– Buonasera.

– Buonasera.

Salì il piano, passò sulla ringhiera affondando nella candidezza fino al ginocchio, senza voltarsi verso l’uscio che racchiudeva la donna che aveva finito per fargli paura. Non voleva più pensarci. Era stato un quarto d’ora in cui aveva perduto la testa dietro una felicità impossibile. Ora era guarito. Aveva giurato a se stesso di passarle d’accanto come si passa d’accanto alle sconosciute. Era una donna che non valeva i danari degli abiti. Fingeva di essere di nessuno ed era un vaso comune. Faceva la frignona e lasciava che sul suo corpo passasse il quartiere. Pasquale, il padrone di casa, le aveva frustato il letto e Giorgio, più brutto del padre, affondava nell’impronta del genitore. Era una specie di incesto che gli rivoltava l’animo. Si sarebbe dato dei pugni per punirsi di essere stato con le mani nei capelli e sul punto di rovesciarsi giù dalla ringhiera come uno sciocco che impazzisce d’amore. Felice notte! Domani l’avrebbe fatta crepare d’invidia. Le sarebbe passato sotto il naso, a braccio dell’Adalgisa, la figlia dell’ortolana, bella, forse più bella di Annunciata. Adalgisa era ritornata dalla campagna più donna, affusolata in una lunga veste di foulard, stretta in vita, fasciata da una larga striscia scarlatta con galone alla schiena, con dei modi da grande signora. Salutava i vicini cogli inchini, andava a spasso calzandosi dei guanti a quattro bottoni e dava dei buffetti ai bimbi nelle braccia delle amiche che era un amore.

A letto Alfredo si voltava e si rivoltava sempre più contento della sua risoluzione. Almeno poteva addormentarsi col cuore tranquillo. Aveva passato delle notti da far pietà ai sassi. Pazienza, era finita e non se ne doveva parlar altro. Ma non dormiva. Pareva sdraiato sulle bucce delle castagne. Le ore che andavano per la neve gli risonavano nella testa come rintocchi d’agonia. Il miagolamento dei gatti per i tetti gli andava per le orecchie come una confusione di voci umane che lo terrorizzavano. Si tirava la coltre sui capelli e vi si rannicchiava sotto cogli occhi chiusi per addormentarsi subito. L’Annunciata, sbattuta via a calci, riprendeva il suo posto appesa al suo collo, pelle contro pelle, con la bocca sulla bocca, a suggergli dolcemente l’anima. Allora si brutalizzava da sé, stiracchiandosi e rivolgendosi boccone, come per ritrovare il coraggio di levarsela dal letto. Inutile! La perfida gli si riadagiava lungo il corpo, carne contro carne, con la mano che gli remigava per lo stomaco e l’alito che gli andava per la guancia come una fiammata.

Il letto era diventato di brace. Dovette alzarsi. Di fuori la neve veniva giù a precipizio. Tutto era scomparso. Non esistevano più che giganteschi blocchi bianchi, con la base sommersa nella superficie bianca. Alfredo, istupidito dall’insonnia, si era rimesso alla stessa ringhiera come un sonnambulo, contro lo stesso uscio, incurante delle falde che il vento gli sbatteva sulla faccia come tanti schiaffi. Coi piedi nel soffice gelato e gli occhi sull’uscio ovattato, si lasciava urtare dall’idea fissa d’impadronirsi d’Annunciata come i banditi si impadroniscono della donna sullo stradone. Essa gli sfuggiva ed egli se la prendeva tra le braccia e se la faceva sua con la violenza e coi baci. Poi, impaurito della sua audacia, si volgeva dall’altra parte e si inteneriva coi gomiti appoggiati alla ringhiera, lasciandosi seppellire dalla neve che infittiva e s’azzuffava. A volte gli sembrava una vigliaccheria la sua di sfondare un uscio e gettarsi su una donna nuda, addormentata, senza difesa. E a volte le sue esitazioni lo esasperavano fino alla collera. Ciò che stava facendo era semplicemente umano. L’amava, l’amava, l’amava! Il sangue gli andava al cervello come un’eruzione di fuoco. Non sentiva più che il bisogno di finirla con questa donna che lo inseguiva dovunque come una persecuzione.

Agitato, coi pensieri che sovraneggiavano i tremiti, con la schiena addossata all’uscio e coi piedi puntati alla ringhiera, si diceva che il suo strazio era durato anche troppo. E nell’incoscienza della sua forza sentiva il catenaccio della serratura che si piegava lentamente e l’uscio che si apriva senza fracasso. Si trovò nella prima stanza inondata di luce bianca, sotto un affollamento di biancheria giù penzolone, come un ladro che ha paura di essere sorpreso. Ella era là che dormiva. Gli pareva di sentirne la respirazione. Avrebbe voluto irrompere come una furia per stordirsi e darsi del coraggio. Passate in punta di piedi le cortine che dividevano le due stanze, si trovò nell’oscurità negra come l’inchiostrò. Con le mani febbricitanti che palpeggiavano le coltri, uscì dagli ardori che Io bruciavano con il balbettamento della febbre fredda. Il letto era vuoto, le lenzuola erano di ghiaccio, la donna era a gozzovigliare in un altro letto.

– Bagascia!

Adalgisa era tornata dalla campagna sul Terraggio più brunastra, con gli occhi che lampeggiavano e la boccuccia che si apriva ammantata di rosso acceso. Nei mesi d’assenza aveva imparato il cocottismo di lasciar crescere l’unghia bianca al mignolo che teneva lontano dalle dita, come per lasciar ammirare i solitarii nelle occhiaie del serpentino verde-scuro, striato di puntini d’oro, che si mordeva con bizza la coda intorno al dito. Nessuno sapeva indovinare questa sua pazzia di avere gettato il lusso dalla finestra per il cortilone dei poveri. Quando qualcuno glielo domandava, il suo nasino subiva quella leggera palpitazione che piace tanto agli uomini. Che cosa doveva rispondere? Si era annoiata, ecco tutto. Abituata a levarsi con l’aurora, non sapeva poltrire nel letto con Edoardo fino alle dieci e magari fino all’ora della colazione che voltandosi e rivoltandosi con sbadigli sghangherati. Le sere che passava con la scicconeria, le costavano della giovinezza. Diveniva inquieta e si trovava impacciata a muoversi, a parlare, a ridere. Più di una volta, distratta, si stiracchiava le braccia come una villana o si toglieva con le dita i filamenti di carne che le erano rimasti tra i denti, in mezzo alle occhiate d’orrore delle amiche e degli amici di Edoardo. Se prendeva parte alla conversazione, vedeva delle smorfie e si sentiva premere il piedino come per frenarla di dire sciocchezze. A spasso, la seccava. Le diceva e le ridiceva a ogni momento che una signorina per bene non guarda mai indietro. Le correggeva il linguaggio a tutte le ore e in qualunque luogo e dava della bestia al maestro che stava lottando per farle entrare nella testolina qualche frase italiana. Guai se le scappava una parola del Casone! Era capace di tenerle il muso fino a pranzo e di punirla andando a dormire nell’altra stanza. Dinanzi le chiese, Adalgisa non sapeva trattenersi dal fare il cenno con la testa e dal piegarsi uno zinzino sulle ginocchia. Era una specie di riverenza che ella faceva da quando era nata. Ma Edoardo la maltrattava e la chiamava una pinzochera o una santocchiona, come se fosse stato un delitto avere un po’ di religione! La vita agiata le era diventata, a poco a poco, un supplizio. Se invitava qualcuno a pranzo, lui continuava a raccomandarle di non bere quando aveva il boccone in bocca, di non far sentire il romorio delle mascelle come i ruminanti e di non prendere i pezzi di pollo con le mani. Andava a tavola confusa, svogliata, incapace di dire due parole. Se rovesciava il bicchiere che faceva ridere la tavolata, metteva di malumore il suo uomo, il quale, dopo, pestando i piedi, le dava dell’ineducata e della senza cervello.

Adalgisa si irritava e gli rispondeva che neanche le altre erano più educate di lei.

– Sissignore, sissignore, sissignore! Vedeva bene quando andavano a prendere l’assenzio nell’offelleria in Galleria Vittorio Emanuele. Ieri la Marta metteva nelle tasche degli amici dei pasticci che insudiciavano e si rideva. Tutti i giorni la Clemente beveva nei bicchierini degli uomini senza essere invitata. Le si rispondeva che era dello scicche! Ciascuna civettava alla presenza degli amanti e nessuno si lamentava. Era dell’altro scicche! La Gilda, la grassona che perdeva carne dappertutto, la grassona che si vantava d’essere fatta per la gente coronata, era una sboccacciona che faceva vomito. Sissignore, era dell’altro scicche!

– Ho veduto la Bice lasciarsi baciare da Ottavio sulla bocca senza che il suo amico desse fuori. Sai perché tu sei così permaloso e sofistico? Guardati nello specchio. I tuoi capelli cominciano a ingrigiare. Io ho diciott’anni, io!

E se ne andava in cucina battendosi la chiappa come un’affermazione del suo sdegno. Neanche in cucina la si lasciava tranquilla. Se la si vedeva con la mano sulla spalla della donna di servizio che ella stava consultando su qualche piatto, si gridava subito:

– Giù la mano, che non sta bene a prendersi certe confidenze con la donna di casa!

Edoardo viveva di queste minuzie. Cresciuto in un ambiente superiore, non sapeva adattarsi alle usanze di una ragazza che aveva tutte le volgarità della sua classe. Portata via giovine dal Terraggio, egli credeva di riuscire a farne fuori un’amante docile, devota, capace di sentire con la gratitudine dell’affezione vera.

– Ma tu non hai pensato – gli diceva il suo intimo amico Alfonso Beltramelli – che in Adalgisa è il fondaccio plebeo di parecchie generazioni. Non si cambia per avere cambiato d’ambiente. Le trasformazioni, mio caro, sono così lente che sovente non sono avvertite da una generazione all’altra.

Malgrado le condizioni e le abitudini, c’erano momenti in cui Edoardo credeva di volerle un gran bene. Se ne accorgeva non appena ella era assente. I minuti gli sembravano ore. Girava per le stanze, guardava l’orologio e diceva di tanto in tanto alla donna di andare all’uscio che avevano sonato. Si ricordava delle ultime scenate e tremava. Ogni indugio gli diventava uno spasimo. Si dava della bestia, del senza cuore, del brontolone. Era una crudeltà tormentare una povera ragazza in quel modo. Non era poi mica una di quelle, non era. Anche lui, al suo posto, se ne sarebbe andato. E per dimenticare di essere lì sugli aghi, correva dal pasticciere a comperare delle brioches calde che le piacevano assai col vermutte chinato, e dei marrons glacés con altri pasticcini che la facevano sorridere al dessert. Rientrava coi pacchetti confuso, sbattuto, umiliato, facendo dei proponimenti di essere buono, tollerante e di non sgridarla più mai.

– È venuta la signora? – domandava alla cameriera.

Se non era venuta, interrogava, si suggestionava, si disperava.

– Credete che le sia venuto qualche cosa?

– Stamane, quand’è uscita, stava benissimo.

Inquieto, assisteva la cameriera a mettere tavola.

– Mancano i bicchieri per lo Chablis, Laura.

– Non lo aveva mica detto, signore.

– Me ne ero scordato. Metteteli.

I ritardi di un’ora lo terrorizzavano. Gli suscitavano rimorsi sopra rimorsi. Si rimproverava le parole acerbe e le villanie che un gentiluomo non dice mai a una signorina. Perché contraddirle di portare il cappellino in un modo piuttosto che nell’altro, se lei era abituata a piantarselo sui capelli alla birichina?

– Pensa che hai vent’anni più di lei e che alla sua età tu eri uno scapestrato che ne faceva di quelle che stordivano coloro che ti conoscevano. La gioventù non si consuma che tra le intemperanze, le follie, le disubbidienze e le testardaggini. Diversamente, o brontolone, si chiamerebbe vecchiaia!

Entrava, la baciava con gioia senza premerla per paura di gualcirle l’abito, le stava d’intorno con una interrogazione dopo l’altra e le diceva le ansie che provava quando non le era vicino.

– Domani, se sei buona, ti voglio regalare un braccialetto di perle che ho veduto stamane nella bacheca del Baj. Lo voglio, lo voglio!

– Edoardo, non sciupare denari. Tu sai che io ti voglio bene anche senza gingilli.

– Non far la cattiva! È detto. Io voglio che il tuo braccio abbia delle perle opaline. È un piacere per me il vederti elegante.

Prima di arrivare al caffè egli ricominciava il suo sistema educativo, ch’era di riprenderla e impedirle di incrociare le posate, di rimettere gli stuzzicadenti nel sandalino di porcellana dopo essersene servita, di mangiare senza il tovagliolo puntato sotto la gola e di far bere il vino di bottiglia alla cameriera alla loro presenza.

L’ultima sera si erano avvicinate le sedie. Le finestre erano spalancate. Faceva caldo. Seduti l’uno vicino all’altra, si confondevano il cognac in bocca. Entrambi, inghiottiti dal benessere, si accarezzavano e si premevano dolcemente le labbra sulle labbra.

– M’ami?

– T’amo!

Edoardo le cingeva il vitino con una sfuriata di baci che lo eccitavano a premersela su se stesso. Il tepore lo inebriava. Le scioglieva i capelli morbidi come la seta con le mani trepide e si diffondeva le trecce come una delicatura sulla pelle. Adalgisa, coi sensi infiammati, lasciava fare. Snudate le spalle che sotto la luce assumevano la granulazione morbida del marmo lavorato, le si gettava sopra con la bocca, stringendosela violentemente tra le braccia.

– Basta! – diceva Adalgisa.

Scossa brutalmente, gli vedeva la faccia imbruttita dalla passione e si sentiva elevata come da una molla che la districava dai lacci. E senz’altro si volgeva allo specchio, si ravviava i capelli e si riabbottonava coi pudori della vergine oltraggiata.

Lui impazziva. Si alzava, le correva dietro, la prendeva per il braccio e tentava con la mollezza della vo ce di trascinarsela sulla sedia negli abbandoni di prima.

– No, no e no!

Allora veniva ripreso dal malessere. Si sentiva infelice. Era una donna insensibile. Andava alla finestra, accendeva la sigaretta e enumerava mentalmente le sue disgrazie fino a quando si convinceva che la separazione era necessaria. Non andavano d’accordo. Il temperamento dell’uno non era fatto per il temperamento dell’altra. Meglio oggi che domani.

E si voltava e rimaneva con la schiena al davanzale a dirle delle asinerie.

– Usciamo?

– Per fare delle brutte figure!

Anche stamane lo aveva fatto arrossire. Gli piacevano i fiori, perché mettono della primavera e della gaiezza sul petto femminile, ma gli spiaceva di sentire dalla sua donna che quando andava lei in Verziere ne comperava una corba con gli stessi denari. Così adesso tutta la bottega sapeva che Edoardo Zanchi era appaiato alla figlia di un’ortolana!

Adalgisa perdette la pazienza. Con la bocca piena di panna montata diede fuori in un pianto dirotto. Poi si levò in piedi indemoniata. Con la faccia smarrita, smaniava e diceva che era stufa della vitaccia da schiava. Stufa, stufa, stufa! Presa dalla furia, gettava le bottiglie da una parte e i piatti dall’altra, gridando che la era finita, finita, finita! Non era mica una prostituta, non era. Si toglieva gli anelli e li scaraventava in faccia all’uomo che la perseguitava e la invecchiava dalla mattina alla sera. Non voleva crepare tisica in casa sua. Aveva ancora una madre che piangeva notte e giorno per lei. In casa della mamma non c’erano i tappeti, ma c’era un piatto di buona ciera e quello che vi si mangiava, si mangiava di gusto.

Stracciandosi le gale del collo in mezzo ai barbagli della luce lunare che entravano dalla finestra, coi capelli disciolti e con le guance rosse dalla collera sembrava ancora più bella.

Era un pezzo che aveva in animo di romperla. Se si era fermata, era stato per compassione. Adesso sapeva con chi aveva da fare.

E nella indignazione continuava a distruggere, irritata di vederselo là, inchiodato alla finestra, con le braccia imbracciate, assistere al disastro come al disastro di un altro. Lo spillone che le aveva regalato nel suo giorno onomastico andava in frantumi. Non voleva più nulla della casa che le ricordava l’orrore di essere stata considerata una mantenuta. Al diavolo la casa dello scicche! Preferiva un boccone di pane mangiato in pace con un uomo che la rispettasse. Vile, vile, vile! Era andato a sollevarla quand’essa stava benissimo e per ringraziamento la martirizzava e le avvelenava l’esistenza! Doveva saperlo prima che cosa sono gli uomini della sciccheria!

Puntandosi il cappellino andava innanzi e indietro fiera della sua risoluzione e dicendogli di guardarsi bene dal parlarle nelle vie. Per lui era diventata un’estranea.

– Lasciatemi passare.

Edoardo, col dorso all’uscio d’uscita, voleva trattenerla.

Era troppo tardi. Domani, avrebbe potuto andarsene con le cose sue senza dare scandalo.

– Fatemi largo, o guai a voi!

Col parasole sotto l’ascella lo prese per le punte della redingote, lo spinse violentemente due o tre volte sullo stipite, gli diede del farabutto con uno schiaffo e con un urto lo rovesciò a terra come un corpo morto.

– Miserabile!

Aperse l’uscio, lo guardò un’altra volta come se avesse voluto rimalmenarlo, e con un’occhiata di disprezzo scese le scale a precipizio.

Adalgisa nel cortilone non ritrovava più il suo ambiente. Le invidiose che la vedevano passare grassottella e altezzosa si parlavano alle orecchie cogli occhietti illustrati dalla malizia e si separavano compiangendo la povera Marianna che aveva dovuto riprendersela come gliela avevano rimandata. Adalgisa, con le sue guance imporporate di salute e i suoi occhioni di un azzurro lucente, lasciava la maldicenza alle spalle e se ne andava via senza voltarsi indietro. Avrebbe avuto schifo di leticare con delle sudicione come loro. Il malassieme del cortilone l’aveva già disgustata. Non le andava più. Senz’essere divenuta aristocratica, le iniezioni mal riuscite di Edoardo le avevano infuso qualche cosa. Non sapeva più dare la mano come una volta alla prima stracciona che gliela offriva. Le pozzanghere e le cacherie la obbligavano, con la smorfia dello stomaco rivoltato, a tirar su le gonne e a rasentarle in punta di piedi. Le unghie orlate di immondizia la nauseavano. Se il vento buttava indietro il fumo e annuvolava la stanza, spalancava la finestra e l’uscio e andava sul ballatoio a dir male del padrone di casa che non pensava ai camini. Dopo i pasti le toccava risciacquarsi la bocca e pulirsi i denti con lo spazzolino. Al sabato non si coricava senza lavarsi i piedi, anche se la mamma le diceva che poteva buscarsi un raffreddore. Un giorno andò fuori dei gangheri perché la Marianna si metteva in bocca le lasagne con le dita per assaggiare se la minestra era cotta!

Marianna, che l’aveva accolta a braccia aperte col bacione affettuoso senza punto domandarle dove era stata e che cosa aveva fatto in tutto il tempo, si doleva di vederla inquietarsi per delle minuzie che prima non le facevano né caldo né freddo e si andava dicendo che gliela avevano cambiata.

Essa si accorgeva che la figlia aveva subito dei cambiamenti, quantunque al banco le era divenuta una perla che aumentava la clientela maschile di giorno in giorno. Al banco, veduta con la veste succinta che lasciava all’aria la sodezza dei polpacci nella calza pagliettata di giallo sul fondo azzurro, col suo grembiale largo di percallo a fondo chiaro che le accarezzava i fianchi e le andava su per le eminenze girato dall’arricciatura a colori fino alla sommità del seno, affascinava. Dal suo ritorno c’erano degli scicconi che comperavano essi stessi il sedano e il lattughino rosso e sottile che le rivendugliole chiamano, per la sua mollezza, barba di cappuccino. Al signor Pinellone, corteggiato per le sue spalle alte e la sua barba bionda e leggera come la luce, piacevano i finocchi veronesi e il songino novello. Seppelli, quello dalla caramella nell’occhio, coi guanti sempre in mano, si faceva scegliere dalle manine pozzettate di Adalgisa dei piedi di lattuga giovine o d’endivia bianca e pieghevole con dei rapanelli piccini piccini. La scarola bionda e l’insalata col radicchio a fittone facevano venire l’acquolina in bocca al Guglielmotti, il negoziante di seta di via Rovello, rimasto con la faccia del fanciullone a cinquant’anni. Taluni vi andavano semplicemente per fare l’asino. Si contentavano di un po’ di maggiorana o di sesamo per dare dell’aroma a certi piatti della loro tavola. Nei pomeriggi freschi i signori che pranzano bene vi si fermavano a chiacchierare ordinando delle mezze bottiglie di Montevecchia secco o di Capri bianco coi bicchieri per la Marianna e l’Adalgisa. Adalgisa beveva come un uccellino, intingendovi le labbra e sorridendo con una curva incipiente a chi glielo offriva. Bevendo, il Pinellone faceva sganasciare la ragazza dalle risa perché discorreva sempre come se non avesse fatto altro nella vita che l’ortolano. Ora le diceva che andava matto per i porcini, i funghi a cappelli olivacei; ora le parlava di fagiuoli a fiori rossi, a fiori gialli, col l’occhio bianco cinto di bruno e ora le descriveva tutto un orto col frutteto a spalliera per goderne i muri, e coi quadrati con la bordatura coltivata di fragole. Il più chiassoso dei clienti nuovi era il Bentoni, il maggiordomo generale della casa col biscione nello stemma, che faceva la fortuna dell’ortolana che lo serviva. Vi andava alla mattina in calesse col Giovannino in cravatta bianca a fianco, discendeva stringendo la mano alla tosa e dando il buongiorno a Marianna, leggeva dal taccuino le sue ordinazioni e poi, in fretta e fu ria, con le mani nelle tasche profonde che rimestavano le monete, entrava dal Gianmaria con l’Adalgisa a bere un bicchierino di grappa della bottiglia che vi man dava lui stesso per berla di quella spremuta dai graspi e dalla feccia d’uva. Le diceva, con una mezz’oncia calda, che era una bella ragazza, la guardava intensa mente sorseggiando, saltava in carrozza, e mentre il cavallo voltava il vicolo, le raccomandava di tenergli un garofano giallo macchiettato che sarebbe venuto a farsi inocchiellare alle cinque. Prima di scomparire dal corso si voltava a gettarle un bacio che qualche volta gli veniva ricambiato.

Il Bentoni era un tutt’assieme simpatico. Non aveva ancora quarant’anni, era grassotto senza la deformazione del ventre, portava su due spalle giovani una testa affollata di ricci, e i suoi favoriti biondi gli gettavano sulla faccia un’aria d’uomo contento. Non conosceva collere che nei casi straordinarii, quando gli si rovesciavano gli occhi e gli si alteravano i lineamenti. Il suo costume mattutino era semplice. Indossava una giacca di velluto di seta finissimo, con un solino a larghi risvolti sul panciotto di velluto come la giacca, con una cravatta fuoco annodata con le gale lunghe che svolazzavano, e portava un cappello floscio color nocciuola. Aveva sempre un lembo del foulard fuori del taschino e i polsini che gli uscivano dalla manica coi larghi bottoni d’oro dal biscione aggrovigliato al centro che gli davano un grande scicche.

Era uscito dall’utero del servidorame. Suo padre era stato cocchiere e sua madre cameriera dei signori dei quali egli era maggiordomo. La cronaca diceva che il Bentoni era figlio di Massimo, il maggiore dei fratelli padroni. E la gente di servizio non poteva non essere tra i maldicenti. Perché in casa, per quante ne facesse, era sempre lui, l’uomo provvidenziale, l’uomo utile, l’uomo indispensabile. Una volta rimase assente un mese senza che alcuno avesse mai saputo dove fosse stato e i padroni non fiatarono. La loro preoccupazione era che gli fosse capitata qualche disgrazia.

Licenziava le persone, ne assumeva delle altre, alterava i servizi, andava nelle cantine, metteva le mani nelle guardarobe, ordinava dei pranzi fantastici o dei pranzi da impiegati a mille e due, e nessuno osava mai discutere i suoi ordini.

Talvolta Massimo, specialmente negli ultimi anni, lo prendeva sottobraccio e lo conduceva a spasso come un figlio. Morto Massimo, due anni sono, la sua autorità era piuttosto cresciuta che diminuita. Luciano lo trattava famigliarmente come l’altro. Era sempre lui, Bentoni, che fissava i mensili, che li aumentava, che metteva il visto ai conti prima di passarli all’amministrazione, che riceveva i fattori di campagna e che sopraintendeva all’interesse generale della casa. Il chiosco sontuoso, edificato sul pietrone immenso tra l’affollamento dei salici nell’angolo a destra del giardino, non era uscito dal sogno che dopo che Bentoni ne aveva approvato le spese e i progetti. Era un chiosco di mogano rossiccio con una fronte di vetrate lungo il porticato a colonne di bronzo istoriate, dinanzi alla quale correvano parecchi metri di tappeti erbosi sormontati dal motto del casato fatto di sassolini candidi e levigati: “honni soit qui mal y pense”. Sovente, d’estate, il maggiordomo vi radunava i suoi amici a deliziarsi il ventre con dei pranzi che incominciavano con lo Chablis e le ostriche, passavano attraverso le ariguste, le galantine di pernici, i fagiani e finivano con delle abbondanti innaffiature di Champagne.

Le maggiori caratteristiche che lo rassomigliavano a Massimo erano il fondo religioso e l’avversione profonda per il matrimonio. Non era un chiesaiuolo che sginocchiasse su per i gradini degli altari, ma credeva alla necessità religiosa. Il popolo doveva essere terrorizzato dai castighi di una vita oltre tomba se non lo si voleva selvaggio. Ma, come Massimo, dissentiva completamente dalla tattica clericale. Egli non riusciva a mettersi nel concetto spettacoloso della gente che assiste all’incendio senza dar mano alle pompe idrauliche per spegnerlo. Né eletti né elettori era la teoria anarchica che aspettava fuori dei Consigli e del Parlamento che il mondo si nauseasse delle Camere legislative e delle pubbliche amministrazioni. Fino a quando i nemici legifereranno e amministreranno per conto del pubblico, la casa del Signore si andrà spopolando. Avere fede in Dio e abbandonare l’organizzazione sociale nelle mani dei partiti che lo combattono, era da insensati e da spergiuri. Perciò, Bentoni, nei giorni elettorali, diveniva l’uomo più affaccendato del quarto collegio. Passava di porta in porta a convincere gli elettori di andare all’urna a votare per i candidati della buona causa. Teneva un registro particolare delle forze che si contendevano il seggio, prendeva parte attivissima ai meetings privati, torreggiava nelle riunioni pubbliche con la voce calda dell’oratore di folla, firmava manifesti fraseologicamente vibrati e nella giornata solenne metteva a disposizione dei comitati cattolici tutte le carrozze e tutti i tiri a due e a quattro dei conti Vittone.

Il giorno in cui il quarto collegio elesse un repubblicano, non ne volle più sapere. Egli si era convinto che il suo partito si era condannato a morte da se stesso e che tutti i suoi sforzi e gli sforzi dei suoi pochi amici non sarebbero mai riusciti a prolungargli la vita di un giorno. Non era un transfuga. Rimaneva cattolico per proprio conto. Ma non avrebbe sciupata una cartuccia di più per la bandiera di un esercito che l’aveva vigliaccamente abbandonata.

Il matrimonio lo aveva stomacato. Era un legame ch’egli aveva creduto santo fino al giorno in cui venne a smagarlo la tragedia domestica del padrone. Tra il conte Massimo e donna Elena, la figlia del marchese Stangoni, il rappresentante di una delle più illustri famiglie della nobiltà milanese, nessuno aveva mai sospettato il minimo dissapore. Li aveva sorpresi a scambiarsi dei baci dietro le colonne marmoree del salone rosso, come se non avessero avuto una fuga di stanze a loro disposizione, e li aveva veduti sui sedili chiusi nel fogliame, dietro l’aranciera, guancia contro guancia, teneramente abbracciati da una vera passione coniugale. La gente era piena di rispetto per due esseri che si idolatravano e che ribadivano l’indissolubilità dell’unione matrimoniale con tanta tenerezza. Le

famiglie li citavano come esempio di felicità domestica. E mentre tutti credevano che si stesse svolgendo l’eterna scena della fedeltà coniugale, donna Elena delirava per un altro, trovava abbracciamenti per un altro, e si ubbriacava di baci sulla bocca di un altro.

Si ricordava come se fosse adesso. Era una sera di Natale. Il pranzo era passato come un trionfo. Il ceppo aveva illuminato la sala e i brindisi augurali erano succeduti ai brindisi. Bentoni, come capo del personale della casa Vittone, aveva salutato gli sposi, augurando loro cento anni come quello, tra le acclamazioni della tavolata. I genitori di Massimo e Luciano avevano prolungata la serata raccontando i nataloni dei loro avi, le cui preparazioni incominciavano un mese prima e la cui chiusura avveniva un mese dopo.

A mezzanotte il conte e la contessa salirono nei loro appartamenti inseguiti dagli ultimi augurii e dalla buona notte di tutti, che echeggiavano per lo scalone come un’allegria.

Nessuno si era accorto che tra il conte e la contessa era nato da un anno un odio che non si scioglieva in una tempesta, soltanto per non macchiare il piscione con uno scandalo aristocratico. I Vittone, nei due secoli della loro esistenza, non contavano un’adultera. La tradizione di conservare il casato mondo dai peccati plebei non era mai stata interrotta. C’era voluto una Elena a contaminarla. Una donna uscita da una donna che aveva fatto parlare il mondo per le sue avventure e le sue fughe notturne dalle lenzuola maritali.

La sera della scena storica Massimo gli si era appoggiato al braccio, asciugandosi la fronte madida di sudore freddo. Gli disse che a mezzanotte bisognava che tutto il personale di servizio fosse lontano dai suoi appartamenti e che lui solo si trovasse nel salottino attiguo alla stanza da letto, dal quale avrebbe potuto assistere con gli occhi e le orecchie al dramma.

– Tu imparerai molte cose stanotte!

Bentoni era al suo posto agitato come se stesse per commettere un delitto. Origliava con la palpitazione accelerata e guardava nell’occhio nascosto nella parete con i pensieri che gli bruciavano la testa. Vedeva il conte che andava in su e in giù a passi concitati e con le mani nelle tasche dei calzoni, mentre donna Elena, premendo il bottoncino del campanello, stava lamentandosi che la sua cameriera non si trovasse nello spogliatoio come tutte le sere.

– È inutile che suoniate – disse con voce imperiosa il conte. – Venite che vi aiuterò io a spogliarvi questa sera!

Non appena donna Elena fu nella stanza il conte si lanciò sulla contessa con tale violenza da obbligare Bentoni a chiudersi in bocca il grido con la mano. La percosse a destra e a sinistra delle guance, le strappò il doppio filare di perle che le cingeva il collo e le ingiunse di levarsi l’anello che aveva disonorato.

– Non piangete, baldracca! Dovevo schiacciarvi la prima volta, così, come si schiaccia la malabiscia che capita sotto i piedi. Voi siete di quelle donne per cui la riabilitazione è impossibile. Vi ho tenuta delibata da chi sa chi invece di consegnarvi la prima notte ai miei servi e farvi buttare sulla strada come cosa sucida. Ho fatto male. Dovevo sapere che certe femmine nascono come nascono. Voi eravate corrotta nell’utero materno. Tacete, piangevate anche allora. Anche allora mi domandavate perdono con la faccia inondata di lacrime. E mentre strisciavate ai miei piedi, vi impromettevate, con la mente, nuovi bagordi nelle braccia dei vostri drudi! Donna di tutti!

Elena, pallida come una morta, si copriva il volto con le mani. Tentava, tratto tratto, di irrompere come una moglie che si rivolta contro gli schiaffi del marito. Ma i suoi adulterii le stavano sulle spalle come pesi di piombo. Essa era vinta. In ginocchio, con le mani giunte, supplicava il conte di imporle quel qualunque castigo che gli sarebbe piaciuto. Era giusto che espiasse la colpa dei suoi misfatti.

– Donna da casa tollerata! Dopo che m’avete saccheggiato il cuore e mi avete portato via come una ladra il mio onore e la mia quiete, venite a domandarmi il castigo che meritate, per ricominciare domani la vostra orgia di seduzione! È troppo tardi. Il vostro delitto è di quelli che non si espiano. Diveniste una santa io vedrei sorgere dietro voi i vostri amanti che hanno distrutto il mio santuario. Dio solo può perdonarvi. Tacete, vi ripeto. Il vostro pianto mi irrita.

Fece alcuni passi come se stesse cercando il mezzo di uscire dalla situazione ingarbugliata.

– Vi lascio la scelta – disse gravemente il conte – tra una morte violenta e una morte più atroce, lunga, lenta che vi ricordi a ogni minuto che siete stata la ganza del marchese Talmacchi, tradito per il conte Pio, e Pio per il suo cavallerizzo! Donna da suburra!

La contessa singhiozzava; il conte Vittone era divenuto calmo.

– Non vi torcerò un capello. Deploro di essermi sporcate le mani. Voi mi avete obbligato a dimenticare che sono un gentiluomo. D’ora innanzi non sarò più vostro sposo che per i domestici e per la gente che saremo costretti a vedere insieme. Nessuno, tranne il Bentoni, deve sapere che tra noi e voi è un abisso che nessuno può colmare. Voi abiterete le stanze che vi verranno assegnate, e nelle quali passerete la maggior parte del vostro tempo. Le lettere che scriverete le darete a Bentoni, il solo testimonio di questa nostra separazione. Non uscirete più mai che al mio braccio e quando sarà assolutamente necessario. La vostra sparizione dalla società potrà suscitare dicerie che voi potrete distruggere adducendo disturbi che vi impediranno di partecipare al gran mondo. Dopo un po’ di

tempo vedrete che si rassegnerà anch’essa alla vostra perdita. Accettate?

La contessa accettava tutto.

Un martirio che durò tre anni. La contessa incominciò la vita di reclusa leggendo. Divorava un romanzo dopo l’altro senza mai stancarsi. Di notte non spegneva il lume che tardi, quando la sua vista incominciava a intorbidirsi. Il più delle volte mandava a dire che i suoi malanni non le permettevano di scendere a colazione. E il conte se la cavava con qualche parola di rincrescimento per le persone a tavola e saltava in un altro argomento senza scolorire. A pranzo non mancava che di rado. Ma era quasi sempre il conte che rimaneva assente. Il conte, che prima rifiutava gli inviti, ora era sempre in casa altrui o nei restaurants, come un giovanotto senza famiglia. Diceva a Bentoni che questo cambiamento gli serviva di distrazione. Se rincasava presto, si compiaceva di passare una mezz’ora col maggiordomo per convincerlo che era meglio annegarsi che prendere moglie.

La contessa è morta smagrata, cogli occhi gualciti da una lettura senza posa e col cervello istupidito dai silenzi prolungati. Negli ultimi mesi trovava difficile connettere le parole e le accadeva sovente di infarcire le frasi di vocaboli che non avevano rapporto fra di loro. La sua memoria non le serviva più da tempo. Sciupava delle mezz’ore per cercare ciò che aveva sotto mano o deposto in qualche parte un minuto prima. Se si metteva a scrivere domandava cento volte quanti se n’aveva del mese. Rideva come una scimunita e dava fuori in pianti chiassosi senza ragione alcuna.

Parenti, amici e domestici credettero seriamente a una malattia. Solo qualche scettico si meravigliava che la contessa avesse potuto diventare cronica dall’oggi al domani.

Il conte non fu dolente. Per lui era morta dal giorno in cui i sospetti lo avevano indotto ad aprirle lo scrigno della corrispondenza privata che la rivelarono depravata fino al quadro plastico.

Il conte morì molti anni dopo, convinto che il matrimonio inquinava il sangue nazionale e popolava il paese di figli spurii. Bentoni rimase il confidente intimo dei suoi pensieri fino all’ultimo. Nelle ore sconsolate, gli ripeteva che il suo posto sarebbe stato a vita, a condizione che rimanesse celibe. Di matrimoniati non ne voleva più sapere. Un domestico che parlava di prendere moglie o una domestica che si proponeva di prendere marito veniva licenziata sui due piedi. In casa sua non voleva dell’ipocrisia e della sudiceria. Preferiva l’amore libero che univa e scioglieva, lasciando alla società il compito dei bastardi, anziché il matrimonio che costringeva il marito a sentirsi chiamare padre dei figli degli altri.

Bentoni incominciava a lasciarsi impallidire la donna che gli aveva fatto su Massimo, nei momenti in cui gli ripeteva che non era che un balocco per la distrazione dell’uomo. Tanto più vedeva Adalgisa, quanto più spasimava di rivederla. Le altre donne non gli avevano inquietato il cuore più del tempo ch’erano state con lui. Uscendo dalle loro braccia se ne andava con nessun altro ricordo fuorché una grande spossatezza. Adalgisa, con la sua indifferenza e coi suoi trasporti, lo costringeva a mendicare dei minuti anche quando essa pestava i piedi dalla fretta. I suoi baci gli lasciavano l’arsura dei desiderii insoddisfatti. Suggeva senza mai esserne sazio. Più di una volta, col suo taccuino delle ordinazioni, gli prendeva la voglia di metterle la mano alla gola e adagiarla sul cumulo dei legumi per bere le ebbrezze della sua bocca. In calesse provava dei veri rapimenti con la coscia che si scaldava alla coscia di lei e con la faccia ventata dalla rapidità del cavallo.

– Mi vuoi bene? – le domandò una domenica che andavano alle corse di San Siro.

– Te ne voglio!

Sferzò il cavallo con un grido che infuriò la bestia tra il pêle-mêle dei veicoli carichi di sportsmen e di sportswomen che si rincorrevano lungo lo stradone e sollevavano turbini di polvere che indorava nel sole. Era una risposta che gli era andata alla nuca come una versatura di piacere ardente. In quel momento avrebbe voluto ribaltare e perire con lei sotto le ruote, per aver modo di morsicarle le belle labbra che si aprivano come un frutto vivente. I tiri a quattro che filavano l’uno dietro all’altro, si perdevano nel polverone in fondo, che saliva come una nuvolaglia e nascondeva il cielo.

– Fila, Rosmunda!

E Rosmunda, snella, slanciata, con il collo teso, con le froge in una palpitazione eterna, passava tra i ruotabili come una bestia che sfiora lo stradone.

Sul grande stand Adalgisa rispondeva ai saluti dei giovinotti eleganti che l’avevano conosciuta con Edoardo Zanchi, mettendo nel sangue di Bentoni l’argento vivo della gelosia. Ma poi lo ammansava col tepore del suo braccio e tutti e due, come una coppia felice, protendevano il collo verso i gruppi che circondavano le bellezze dell’high life, illustrate dai gioielli e illuminate da una profusione di diamanti. La stella della tribuna massima era la marchesa Spuma, alta, con il collo alabastrino che usciva netto e carnoso dalla toilette verdemare, la cui grazia rivelava la mano insuperabile del Worth, il sarto dell’ex imperatrice dei francesi. Lo stellone di brillanti appeso alla striscia solferino del collo reale diffondeva una fosforescenza che obbligava a chiudere gli occhi.

La favorita dell’aristocrazia era Lara, montata dal fantino in maglia nera, con croce rossa sul petto. Il fantino era Lanterre, il vincitore invincibile dei primi premi. Lungo, assecchito, con una testa rotonda come un piccolo globo e il naso schiacciato alla radice, coi buchi larghi delle nari volti su come due cavità minacciose. Lara era un nobile animale di razza inglese, arrivata terza alle corse di Epsom e seconda a quelle di Chantilly. Arcuava la testa altezzosa con dei nitriti repressi dalla mano che l’accarezzava e raspava il terreno come insofferente del morso che le impediva di lanciarsi nello spazio. Il suo nome passava di bocca in bocca e i bookmakers non davano più che due contro uno.

Gli altri cavalli erano sconosciuti, tranne Lord Endel, il morello chiazzato di bianco alle culatte, che era stato a un pelo di giungere primo, alla corsa inaugurale. Lo squillo di mettersi in fila era stato dato. Lionello, col fantino in costume giallo e babbucce nere, continuava a girare su se stesso con dei caracollamenti per liberarsi del peso che gli stava sulla groppa. Al segnale di partire i concorrenti voltarono tutti dalla parte opposta, salvo Lara che si avventò per la pista con tale impeto da indurre i bookmakers a non tenere più che uno contro uno. Fu in questo scompiglio di teste che si ritraevano dal punto di partenza che Adalgisa vide Edoardo Zanchi, in tuba e in frock-coat cinerognolo, sotto il parasole rosso di una signorina tutta scicche che si tirava su, flemmaticamente, il guanto alla moschettiera giù a calza sul polso. Con la emozione alla gola si sentì il bisogno di precipitarsi su loro con gli schiaffi roventi per la faccia sguaiata di tutti e due. Credeva di averlo dimenticato, e non appena lo rivedeva sentiva le fiamme della collera per il viso. Lo accusava, mentalmente, di essere vile, di non avere lasciato raffreddare neppure le ceneri del loro amore. E col sangue sottosopra, pallida, con le labbra tremanti, s’appese al braccio di Bentoni, come se avesse avuto paura di cadere in terra.

– Ti senti male?

– Ho avuto una specie di capogiro. È passato. Sto meglio.

Ridato il segnale, il pubblico si protese cogli occhi sui cavalli che filavano l’uno con la testa sul collo del l’altro, come se nessuno avesse voluto tentare di guadagnare terreno. Lungo lo steccato era una siepe nera che seguiva la corsa con l’ansia di chi vede qualcuno che cammina sull’orlo del precipizio, e di sopra alla ressa sbucava, di tanto in tanto, la figura di qualche persona che aveva piantata la sua scranna nel fitto della gente. Nel largo, tra lo steccato e le tribune, erano molti sportsmen in tuba cenerina, coi cannocchiali puntati sui corridori, che dicevano alle loro signore sedute gli incidenti della corsa.

Il secondo giro era incominciato. Lara aveva lasciato prendere il suo posto a Lady Flower, ma nessuno vi dava importanza. Era il gioco del fantino per suscitare della commozione. Due siepi erano state saltate e Lara aveva ripreso il posto, lasciandosi alla coda tutti gli altri. Dappertutto si tirò il fiato. Brava! Brava Lara! Emma, con le sue lotte contro le ombre, s’impennava con dei gridi di cavalla capricciosa e rimaneva indietro qualche volta mezzo giro che poi riguadagnava colla velocità della cavalla che si sente il fuoco alla coda. Nessuno simpatizzava per un quadrupede con tanti vizii. I bookmakers l’avevano offerta con venticinque volte la puntata senza destare entusiasmo. Bentoni invece, il quale alle corse aveva la mania di tenere per gli ignoti, vi arrischiò due biglietti da cento. Al terzo giro, a cento metri dalla prima siepe già saltata da Lara e da Lionello, tutti erano convinti che la vittoria sarebbe stata della prima. Alcuni, incalzati da questa convinzione, si erano avviati, adagio adagio, verso i bookmakers per riscuotere. Adalgisa s’era immusonita per la testardaggine del Bentoni che non aveva voluto puntare su Lara. A un tratto l’attenzione fu per un’altra. Emma si era rimessa in cammino con una velocità fulminea, saltando una barriera dopo l’altra, passando per la folla lungo lo steccato come una maledizione nazionale.

Essa giunse alla sbarra della vittoria, stramaledetta da tutti gli sportisti che avevano tenuto per Lara.

Giuliano, infuso della bontà paterna, continuava la vita randagia del materassaio ambulante, senza dolersi di avere voltato il dorso alla bottega che lo aveva ridotto un cencio a diciotto anni per quattro lire la settimana e le mance del ferragosto. L’esistenza in un lavorerio, chiuso sotto una vetrata, non gli era mai andata. I suoi polmoni avevano bisogno d’aria come le sue gambe di moto. Con Piccinelli per padrone, le giornate gli parevano lunghe come la fame. Era un orario che non gli lasciava tempo di prendere fiato. Arrivava a casa con le ossa rotte e lo stomaco in terra, senza voglia di mangiare la minestra che fumava sul tavolo ogni volta che rientrava. Quello dell’orario era il chiodo che egli ribadiva a martellate tutte le volte che si trovava al circolo coi compagni.

– Va bene – diceva loro – il vostro pane intellettuale, ma ci vogliono meno ore di bottega se volete che si senta la voglia di prendere in mano un libro.

Ultimamente aveva smesso di parlarne perché la bottega, veduta dal suo posto di operaio libero, gli sembrava peggiore di quando vi si trovava. Ce la aveva nella memoria come un locale malsano, con una luce scialba che accecava in dieci anni e dell’aria che sentiva di chiuso anche se si era raffreddati. Ci avrebbe dovuto essere una legge che obbligasse i padroni a rendere le stanze di lavoro più attraenti. Gli pareva impossibile che dei giovanotti grandi e grossi stessero laddentro tutto il giorno a nutrirsi di polvere di capecchio e di stoppa per meno di due lire. Non pochi tappezzieri si guastavano i polmoni e morivano lentamente, sputacchiando nero come gli spazzacamini. Adesso lui non c’era più e gl’importava fino a un certo punto di quei luoghi dove s’era abbrutito per tanti anni. Ma non gli piaceva affatto l’abitudine di scappellottare la garzoneria. Ai suoi tempi i giovani si mandavano i garzoni dall’uno all’altro con lo scapaccione e con la pedata. Un modaccio che lo indisponeva e gli metteva qualche volta un lacrimone negli occhi. Il garzone che andava in giro con lui da sei anni non aveva ricevuto che uno sberlotto che si era meritato, e anche di questo lui, Giuliano, si doleva amaramente, perché nessuno doveva correggere colla brutalità delle mani.

La semplice compera del graticcio, delle bacche, dello scardasso, dei grembiali, della bisaccia cogli aghi da basto, col refe e con un po’ di fiocchi bianchi e colorati per i materassi e i cuscini gli aveva fatto salire la settimana fino a venti lire nette, dedotte le sei che dava al garzone. Perché lui non voleva tirarsi dietro un morto di fame. Chi lavora deve mangiare. E una lira al giorno non era mica troppo per un bulo che voltava via mezza libbra di pane in quattro boccate.

Col suo adagio che con la pazienza e la paglia maturano le nespole, si era fatto una clientela che abbracciava una zona di qualche miglio quadrato. Le famiglie che serviva gli aumentavano il lavoro di anno in anno e trasmettevano di vicina in vicina e di porta in porta il suo nome di buon materassaio onesto. Perché Giuliano faceva il lavoro con coscienza, senza guardare in faccia alla ricca o alla povera. Scardassava la lana fino a quando poteva mettere nelle fodere delle matasse candide come la bambagia e la batteva con le bacchette che fremevano e si alzavano col cic ciac lungo, portando in alto filate di bioccoli che cadevano netti di polvere e leggeri come la piuma. La cucitura di sopraggitto, che univa il traliccio o le due fodere, pareva fatta col filo di ferro. Non si sfaceva più che con la forbice o con il coltello. La signora Giumelli, di San Vittore Grande, diceva alle amiche che il suo materassaio trapuntava i materassi e i cuscini con garbo d’artista. Il fiocchetto rimaneva nel solco come un fiore di neve spruzzato di sangue. Ma la parte più importante del suo lavoro era di renderli soffici senza sciupare la lana. Portava di sopra materassi e cuscini che rimanevano morbidi per tutto l’anno e anche di più per la donna che lesinava o aveva poco da spendere. Facendo il suo dovere si congratulava di rendere dei veri servigi sociali. Una famiglia che riposa bene, diceva lui, si alza di buon umore e attende alle proprie faccende con giubilo. E lui era riuscito a dare materassi che non ritenevano l’impronta dei corpi che dopo mesi e mesi. Un’altra virtù che influiva a tenergli incatenate le famiglie era che nessuna donna aveva mai potuto rimproverargli una manata di lana. Era una cosa che non gli passava neppur per la mente. Il padre gli aveva insegnato di buon’ora che la farina del diavolo finiva per andare in crusca e che il più furbo era il galantuomo. Il galantuomo non corre i pericoli del ladro e ha del lavoro fin sopra i capelli da un capo all’altro dell’anno.

Non era ancora uscito dai bisogni assoluti, perché il padre gli aveva lasciato una famiglia grossa. Ma tra sé e sé si contentava di avere fatto di tutto per impedire che i suoi di casa andassero a bubbolare di freddo e a mendicare sul lastrico il boccone della vita. Sua madre, che ne aveva cinquantotto, non era mai stufa di ringraziare Domeniddio di averle dato un maschio che sapeva tirare innanzi una barca sdruscita con sei ragazze. Candida, la maggiore, un bambolone a tredici anni e mezzo grosso come una donna, era la sola che portava a casa due lire la settimana, guadagnate come piccinina alla fabbrica della Sala, la guantaia che serviva le prime case signorili di Milano, inclusa quella dei Vittone. Nelle domeniche il fratello cercava di sapere se le piaceva fare la guantaia, ma non riusciva che a cavarle dei dubbi.

Era una ragazza che non aveva volontà propria.

– Ti piace?

Pareva che i suoi occhi si ravvivassero dal piacere.

– Ti spiace?

Le sue labbra facevano una smorfia senza uscire dal sorriso di buona fanciulla che non perdeva mai. Qualche volta veniva a casa allegra a raccontare alle sorelle tutto ciò che aveva fatto nella giornata. Diceva che, mentre le ragazze della scuola facevano colazione di fuori sul portone in faccia al giardino pubblico, essa si era provata a fare dei punti in un guanto sotto la macchina, senza che la lavoratrice se ne fosse accorta. E ne rideva come di un trionfo. Alla mattina con le altre piccinine preparava la scuola per l’ora delle operaie. Intanto che una andava per la scopa e per l’inaffiatoio e l’altra copriva le macchine, Candida raccoglieva i pezzettini di pelle e la rasatura delle forbici i che si accumulavano sotto i buchi della piattaforma dell’ago e metteva sul tavolino delle macchine manate di guanti da cucire. Durante la giornata scuoteva le massette di seta di tutti i colori e coll’arcolaio ne preparava i rocchetti, ammattendo spesso a riprendere il filo perduto nell’arruffamento della seta. Giuliano, fumacchiando, ascoltava e si lasciava trascinare dai suoi pensieri di riforma sociale nel regno dei sogni. Vedeva nel lontano orizzonte i figli nelle mani del Comune, una scuola professionale per tutte le ragazze e una vita d’operaie sane e allegre in tutti gli stabilimenti. Poi si slacciava di un grande sospiro e ricadeva nel mondo vecchio a ripensare all’avvenire di Candida. Capiva anche lui che non era un mestiere per una ragazza che mangiava tanto pane. Le guantaie erano ragazze mingherline, colla faccia patita e cogli occhi che portano attorno la tristezza di un’occupazione troppo lunga. La 33 della prima scala del blocco C le tipicava. Tutto il cortilone l’aveva veduta venir su un pezzo di ragazzotta che fioriva per la strada e tutto il cortilone aveva assistito alla sua sfioritura lenta, di anno in anno, fino a che era divenuta un corpo malfatto e sfiancato che doveva mettersi in bocca dei crostini di pane per sedare la tosse canaglia che l’uccideva e disturbava tutta la scuola. Essa gli diceva l’altro giorno, tra un colpo e l’altro di tosse che rivelava il catarro nello stomaco, che avrebbe avuto bisogno di lavarsi i polmoni, imbrattati della polvere della pelle dei guanti di fabbrica, con un po’ d’aria di mare. Ma il mare era lontano e la povera ragazza doveva consumare gli ultimi tocchi di polmoni a “gippare” i guanti che la mantenevano con la mamma. Da Candida passava all’Altaverde, la penultima delle sorelle che non contava che dieci anni. Era esile, affusolata, con una capigliatura ricca, del colore dell’ambra, che la ravvolgeva tutta come in un mantello, quando non era legata col nastro dalla nuca alla punta. La guardava e si diceva che non l’avrebbe mandata a intisichire in mezzo ai guanti. E cercava, tra una boccata di fumo e l’altra, un mestiere meno assassino. Quello di pulitora era peggio di quello della guantaia. Le pulitore tenevano le mani tutto il giorno nella bacinella degli acidi e in pochi anni i loro denti perdevano lo smalto e si cariavano nella gengiva e i loro capelli andavano a manciate nella buca della spazzatura. Ne conosceva di quelle che a vent’anni parevano ditte della vecchiaia.

Nei lavoreri degli orefici c’era poi una responsabilità troppo grande. Le ragazze uscivano dalla fosforescenza dei diamanti e dagli splendori dell’oro giallo illuminato dalle pietre e dalle perle preziose incastrate, e entravano nella stanza coi buchi nelle finestre tappati dalla carta e rimanevano in mezzo allo squallore diffuso dall’uscio al soffitto. Una donna abituata in questi mestieri, che fanno nascere i desiderii del lusso, doveva avere una giornata superiore a quella della piegatrice di fogli di stamperia. Gli pareva che l’onestà dovesse essere protetta da un salario adatto all’ambiente.

I fiori erano la sua passione. Non poteva passare dinanzi un giardino senza lasciarvi dietro gli occhi. Ma i fiori artificiali gli mettevano dei brividi. Tutti quei colori che giocondavano la vista, nascondevano il veleno sottile che passa dai pori nel sangue e manda a delirare sullo sdraio dell’ospedale. Al banco della fiorista si aspiravano i fluidi letali che distruggono i denti come l’acido nitrico delle pulitrici e impregnano i polmoni come la polvere omicida delle guantaie. Era un mestiere così crudele ch’egli poteva scegliere una di quelle coloritrici di fiori in mezzo a un piazzale di donne. Non c’era che da guardare agli occhi. La cianina irrita gli occhi e ne arrossisce gli orli. No, no, bastava Candida nell’inferno sociale ove si muore senza pietà per accumulare una fortuna per il padrone e produrre il lusso per gli ingrati. Non voleva che Altaverde morisse stinta e appassita come tutte le altre. Lui aveva delle buone braccia per tenere lontano il lupo dall’uscio. E finché c’era lui, alle sue sorelle non sarebbe mancato il pane. Consolato dalla sua energia, se la prendeva tra le gambe e le accarezzava paternamente la ridondanza dei capelli, correndo dietro al consiglio di Annunciata che gli aveva suggerito di farne una sarta, un’arte in cui non si deperiva e non si perdeva così facilmente l’anima per salvare il corpo. Pur troppo, bisognava pensare anche a questo. Annunciata era una eccezione. Essa poteva andare dappertutto senza piegare né dinanzi al bisogno, né dinanzi all’uomo. Ma non tutte, gli diceva una sera ch’era andata di sopra con un po’ di castagne arrosto a trovarli, erano come lei. Ne aveva viste delle lavandaie andare a male e delle stiratrici che non tenevano i ferri che per buttare della polvere negli occhi ai gonzi! Il mestiere della sarta lo si imparava in cinque o sei anni e, quando lo si sapeva bene, si poteva metter su scuola con poche centinaia di lire. Era detto, era stabilito che Altaverde sarebbe divenuta sarta.

Nelle domeniche e nelle giornatacce, Giuliano si dimenticava sulla seggiola vicino alla finestra o al focolare, a leggere il libro che gli avevano prestato o che aveva trovato sulle carriuole sotto i tendoni dei librivendoli di Sant’Ambrogio. C’erano momenti in cui leggeva disperatamente, come se avesse voluto rifarsi della giovinezza saltata via di pianta senza un libro. Spesso si trovava in fondo al volume con le orecchie rosse e le guance accese, come se fosse giunto trafelato da un lungo viaggio a piedi. Era il soggetto che lo aveva commosso, che lo aveva fatto palpitare, che lo aveva uncinato e obbligato, a poco a poco, a partecipare alla storia che gli si svolgeva sotto gli occhi come spettatore. Certi personaggi, che subivano gli strazii della vita senza nome, gli facevano salire le lacrime dalle viscere e lo trattenevano lì, col libro in mano, a pensare alle sue riforme, che allargava con la esperienza che andava facendo. Sovente, con la fantasia che gli si svegliava a mano a mano che il libro lo inghiottiva, si trovava all’ultima pagina come trasognato o intontito, senza sentire la madre che gli diceva di non lasciare venir fredda la minestra. I volumi difficili, come quelli del Guerrazzi, lo rendevano malinconico, perché gli impedivano di travolgersi nelle passioni e gli facevano capire quanto egli era lontano dall’intelligenza del ragazzo della gente agiata. Avrebbe voluto che gli scrittori si fossero sempre ricordati che c’era al mondo il popolo che ne sapeva meno di loro e che più di loro aveva bisogno di istruirsi e di ammansare le violenze negli esempi degli altri. I libri religiosi, che qualche anno prima gli davano delle estasi, gli erano divenuti insipidi. Gli lasciavano un bianco nella testa e un vuoto nel cuore che lo facevano temere per la sua religione. In dati momenti gli pareva che stava per perdere la fede che aveva in Dio. Non era possibile. Perché Dio era la consolazione degli afflitti e la speranza dei poveri. Senza Dio la società si sarebbe sfasciata e gli uomini si divorerebbero l’un l’altro. E tuttavia il libro religioso, ch’egli rileggeva per abitudine, gli dislogava le mascelle dagli sbadigli e lo lasciava istupidito come un mangiatore d’oppio. I romanzi invece gli facevano desiderare una pioggia torrenziale per avere tutta la giornata da mettersi in un angolo della sua stanza affumicata, sulla seggiola di lisca, affondato nei drammi che lo scaldavano dai piedi alla nuca e gli lasciavano nella testa delle figure eterne. Le pene dei tribolati dalla fortuna divenivano le sue pene e lo incitavano a dire parole maiuscole contro i persecutori. La storia commovente di una povera ragazza di campagna, andata in fondo a un pozzo asciutto a nascondere la vergogna di avere partorito il figlio dei suoi baci indemoniati, e ad aspettare, col bimbo, la morte senza mandare un lamento, lo aveva fatto passare attraverso un terrore che gli aveva cosparso più di una volta la fronte di sudore. Gli doleva che ci fossero stati dodici uomini capaci di mandare in galera una fanciulla che si era lasciata bruciare dalle parole ardenti d’amore.

Alle riunioni tranquille dei suoi compagni del circolo degli studii sociali non poteva andare che di raro, perché le famiglie lo volevano sempre di buon mattino a lavorare i materassi ancora tepidi. Ma non vi mancava mai se capitavano in sabato. Perché trovava che erano istruttive. In mezzo a loro si sentiva bene, si trovava come in casa propria, tra gente che la pensava, su per giù, come lui, e che non lo faceva arrossire se scappucciava parlando. Tra gli oratori che andavano sovente sulla piattaforma della sala c’era un lavorante piccino, vestito da sgarbato, col nodo della cravatta verso la spalla, col bavero in piedi e coi capelli che parevano una rivoluzione. La sua voce era fioca come di una persona che ha poco fiato da buttar via. Il povero cristo era tormentato da un’angina cronica che si era buscata in fabbrica a lavorare i fiammiferi. In fabbrica guadagnava appena abbastanza per stare in piedi con la moglie e tre figli. Era un mestiere che poteva imparare un ragazzo in poche ore e che ormai non apparteneva più che alle donne, le quali avevano sostituiti gli uomini per meno di loro. Descriveva la condizione di tante poverette con una semplicità evangelica. Facevano male a prendere il posto dei loro amici, dove la mercede dei sessi non era uguale. Lo sapeva. Ma le sgraziate non avevano diritto di scelta. Bisognava pur mangiare a questo mondo, anche a costo di togliere il boccone dalla bocca degli altri pitocchi che avrebbero finito per morire d’inedia. Non si andava in fabbrica per pochi centesimi al giorno se non si era proprio frustati dal bisogno. E, dicendolo, faceva fare al braccio un taglio che traduceva un po’ della sua disperazione. Lui, del resto, non era lì a biasimare né quelle che prendevano, né quelli che lasciavano. Il suo compito era più semplice. Lui non diceva che quattro parole alla buona, tra amici, per cercare di far nascere nell’operaio il sentimento della rigenerazione che non gli sembrava ancora germogliato. Ed era il sentimento che l’uno doveva amare l’altro. Senza un po’ di solidarietà, gli interessi degli operai sarebbero intisichiti nei libricciuoli in cui li aveva letti. Ci voleva fratellanza, ci voleva. Con la fratellanza, i lavoratori si raccoglievano intorno alla loro bandiera e diventavano una forza. Le donne nelle fabbriche di zolfanelli sono sbandate, alla mercé del salario della fame e del fosforo che le istremenzisce, che sguernisce loro le gengive a vent’anni e le imbruttisce anche prima. Gli piangeva il cuore di vedere tanta gioventù femminile sciuparsi per delle inezie negli opificii, senza una mano che desse loro aiuto. E diceva le parole tergendosi la lacrima che gli andava giù per la guancia come se stesse parlando delle sue figliuole.

– Sì, unitevi, uniamoci. Non c’è che questa lega che aiuti i poveri del lavoro a riconquistare un po’ del perduto benessere, per vivere onoratamente come deve vivere la gente che lavora tanto, e tanto onestamente.

E a poco a poco diveniva afono e continuava il discorso coi gesti e con le lacrime.

Annunciata, divenuta intima di Enrichetta, la mamma di Giuliano, per amore delle ragazze che aveva cominciato ad amare come sue, non sapeva lasciar passare una giornata senza fare una scappata di sopra con un po’ di frutta e un po’ di baci. Se le premeva al seno e alla bocca come se avesse voluto inondarle delle sue ondate materne. E con le braccia per la vita delle ragazze e le labbra sulle loro labbra, si sentiva andare per il corpo una dolcezza che la inghiottiva. Con le manucce delle ragazze sui fianchi, i trasporti materni le inumidivano gli occhioni e la ricacciavano, col pensiero, tra i suoi figli perduti tra i figli degli altri senza poterli distinguere. Era il rimorso che le risorgeva e la rendeva inconsolabile. E sfogava la sua ambascia in tante tenerezze celando il viso nel visino paffuto di Ginevra, la piccina che rideva e le accarezzava le guance con la grazia di una titillatura. Non sapeva darsi pace di avere spontaneamente inviate all’androne comune le viscere delle sue viscere senza voltarsi indietro. Trovava solo qualche scusa pensando al dolore. Forse era stato il dolore atroce che l’aveva resa insensibile e le aveva fatto dimenticare di essere madre. E nelle notti disperate, quando sognava delle sue ragazze, si diceva che ci doveva essere una legge che punisse i delitti della sgravidanza, perché almeno nella espiazione della pena la madre senza cuore potesse trovare un po’ di balsamo per il suo tormento.

L’intimità tra lei e la casa di Giuliano Altieri intensificava tutti i giorni. Se non la si vedeva, si diveniva inquieti come di una della famiglia.

– Candida, va giù a vedere se Annunciata è uscita.

Annunciata evitava di andare a trovarli di sera, specialmente se c’era in casa Giuliano, perché era un giovanotto che le metteva soggezione. Se c’era in casa e lei andava di sopra, lui rimaneva lì ad ascoltarla per deferenza e aggiungeva, qualche volta, il sorriso della cortesia. Ma non prendeva parte alla loro conversazione che con qualche parola che gettava, tra i loro discorsi, sbadatamente. Come donna, Annunciata gli piaceva; ma le dicerie che correvano sul suo conto gliela rendevano ributtante. Lui lasciava fare ai suoi di casa perché amava il quieto vivere. Ma quando Annunciata saliva da loro con delle grembialate di legna e un litro di vino con le castagne arrosto, gli veniva voglia di prenderla per un braccio e metterla alla porta. Non era in casa sua che si mangiava il frutto della prostituzione. Tutti sapevano delle sue relazioni con Giorgio, il padrone del Casone. Lo si vedeva venire avanti e indietro a tutte le ore, e coloro che andavano a letto tardi lo incontravano che discendeva in punta di piedi le scale, col cappello sugli occhi per paura di essere riconosciuto. Era uno scandalo che andava di blocco in blocco a ingrossare il pettegolezzo del ballatoio. Si sapeva che Annunciata era audace e che sfidava il sottovoce con una noncuranza che faceva stupire la gente. Di notte veniva a casa a tutte le ore, smontando dalla vettura senza vergogna e dicendo addio, dal buio dell’andito, ad alta voce, che chiunque la poteva udire, all’uomo che la salutava. Ma non ci veniva sempre, a casa. C’era Alfredo che raccontava, anche a chi non lo voleva sapere, che alle tre del mattino di una notte che fioccava, e si sprofondava nella neve fino al ginocchio, egli aveva trovato il suo uscio spalancato e le sue stanze vuote. Egli era andato a cercarla per il letto col cuore tremante senza trovarvi neppure il caldo del suo corpo. Poteva essere una calunnia, perché si sapeva che il violinista le moriva dietro e la pedinava nelle sue peregrinazioni notturne, senza che l’Annunciata si degnasse mai di considerarlo vivo. Anzi, se c’era qualcuno che le faceva schifo, era lui. La gente giovane che andava intorno col cappello in mano non era il suo ideale. Essa voleva che le persone si guadagnassero la vita con del lavoro utile. Il musicaiuolo della strada le sembrava assolutamente inutile. Chi voleva della musica andava in chiesa o a teatro. E Giuliano non le dava tutti i torti. Solo egli dissentiva sulla sua vita privata. Una donna, per quanto libera, non poteva impunemente insultare i costumi che un popolo si trascinava dietro di generazione in gene razione. E l’Annunciata li aveva messi tutti sotto i piedi come della roba vecchia. In lei l’amor libero non era stato che un mezzo per sostituire l’amorazzo alla passione vera e per soffocare il grido materno, stato rispettato perfino dalle belve. Poi si riammansava e ritornava a ragionare sulla diceria che correva per il Casone. Non era possibile che una donna con tanta esuberanza d’affetti potesse dimenticare i suoi parti come lo struzzo dimentica di covare le sue uova. Forse aveva dei nemici o delle nemiche che le volevano male. Perché sulla bontà del suo cuore non c’era dubbio. Bastava vederla entrare per convincersene. Si precipitava dovunque era Attuccia, se la prendeva tra le braccia e se la mangiava con dei baciozzi che entusiasmavano anche coloro che di affetti di famiglia non s’intendevano. Se andava a spasso, pregava Enrichetta di darle Altaverde o Bianca, perché non le piaceva uscir sola. E fuori, con la ragazza, passava tra gli uomini come una guerriera che non si occupa degli uomini della strada. Enrichetta sapeva che Giuliano non vedeva Annunciata che a malincuore e che perciò le raccomandava di non accettare nulla da lei senza restituire. Perché lui voleva essere povero, ma non amava che si malignasse sul suo conto. Un giorno che aveva trovato in casa un cartoccio di dolci per le ragazze, pregò la madre di invitarla a pranzo per cancellare l’obbligazione. Tre o quattro lire più o meno non lo avrebbero minato; ma ci teneva a togliersi il peso dallo stomaco. L’Annunciata si sentiva commossa, ma non voleva accettare. Perché lei quello che faceva era per pura soddisfazione di cuore. Le piacevano le ragazze e, se loro non avevano qualcosa in contrario, avrebbe continuato a voler loro bene.

Il pranzo avvenne lo stesso. Enrichetta aveva messo sul tavolo la tovaglia del giorno di Natale che teneva via nel cassettone da quando aveva il marito. Giuliano e Annunciata erano faccia a faccia e le ragazze occupavano il resto del tavolo, lasciando alla mamma il posto vicino al fuoco per essere più alla mano con la pentola, nella quale bolliva la minestra, e con la stoviglia dove coceva, adagio adagio, un pezzo di stufato alla lombarda, stato preparato da Giuliano. Egli aveva una vera passione per lo stufato, specialmente se vi aveva messo il suo zampino.

Egli diceva all’Annunciata, tagliando il pane, che ci sarebbe voluto un po’ di scuola per la cucina delle nostre donne, che cocevano i piatti tutti a un modo. Era una delle ragioni per cui gli uomini preferivano, spesso, un piatto all’osteria. Lo stufato, a metterlo in tavola come un boccone da far rivivere i morti, era uno studio. Lui non l’aveva mica fatto come si doveva, perché gliene era mancato il tempo. Ma non poteva essere cattivo. Aveva fatto rosolare la cipolla fino all’indoratura nella grascia fresca, stiacciata con la gobba del cucchiaio, e il manzo lo aveva infarcito di bullette di garofano, di spicchi d’aglio e di lardelli. Poi lo aveva lasciato marinare in un mezzo bicchiere di vino di Piemonte, con del pepe, dei chiovi di garofano, del sale, della noce moscata, dell’aglio pesto e del prezzemolo trito. E prima di uscire aveva raccomandato alla mamma di versargli sopra, a mezza cottura, qualche altro bicchiere di vino rosso del Gianmaria per dargli del gusto, e di mantenergli un fuoco coperto di cenere, con una bollitura che non doveva essere più di un’agonia. Prima della minestra che borbottava, si incominciò con una fetta di salame in mano, perché erano tutti d’accordo che non valeva la pena di untare i piatti. Annunciata faceva lo stesso in casa sua. Tanto più che lavava già troppo in settimana per procurarsi la noia di lavare le cose di cucina in domenica. Adesso, veramente, gliele lavava la vecchierella del 74 della scala C, una povera donna che tirava innanzi rendendo qualche servizio alle vicine.

La minestra era eccellente. Era di riso e fagioloni con le verze che mollificavano lo stomaco e rinfrescavano il ventre. Senza minestra i ragazzi ingialliscono come se avessero l’itterizia. Anche sua madre, buon’anima, pensava che la minestra era la biada dell’uomo. E guai se la si mangiava senza pane. Aveva il coraggio di darle un’orecchiata. Giuliano non negava la bontà della minestra, ma lui aveva letto in un libro che era più nutriente la carne. C’era un popolo, del quale non ricordava il paese, che non conosceva la minestra e che era divenuto, per questo fatto, il più forte del mondo. I cinesi, che si nutrivano di riso, erano soldati di straccio. La carne rinforza, il riso indebolisce. Lui non era bevitore, perché un bicchiere di vino gli dava subito alla testa. Ma gli piaceva vedere gli altri a bere. Annunciata beveva. Era il suo mestiere che lo esigeva. Senza qualche bicchiere di vino non avrebbe potuto resistere alla fatica, con le braccia nell’acqua tutto il giorno e le ginocchia all’umido tutta la settimana. Adesso non lavorava più sola, perché la biancheria che le mandavano dava da lavorare a cinque o sei donne. Ma, se voleva che le cose andassero bene, non poteva voltar via un minuto. Le sue avventizie erano buone donne che obbligavano la padrona a essere sempre presente. Lei sapeva che, via la gatta, ballano i ratti. Sol ch’essa girasse la testa dall’altra parte, invece di insaponare la biancheria e spazzolarla, la inzuppavano, la sbattevano sulla pietra per fare del fracasso e la torcevano senza lavarla. Al sabato bisognava pagarle, le “poste” si lamentavano e qualche volta mandavano la lavandaia a quel paese.

Lo stufato aveva sollevato il bisbiglio della contentezza e Annunciata si lasciava convincere da Giuliano di andare in seconda, perché lei non si ricordava di averne mangiato di così appetitoso neppure all’osteria dell’Olcello, l’anno scorso, al pranzo della sua amica che aveva preso marito. Stracciava il pane a bocconi, lo immergeva nel succo del tondo premendovelo e voltandovelo con la forchetta e se lo metteva in bocca con voluttà da pacchiona. Mangiava forte perché era forte. A ventott’anni non sapeva ancora che cosa fosse l’impedimento di stomaco. Mentre Giorgio, con tutti i suoi denari, era sempre nelle mani del medico per farsi mandare giù quello che non poteva digerire. Lei aveva finito per credere che il male dei signori era nella mancanza di moto e nell’abbondanza. Avevano di tutto, provavano di tutto, e non facevano due passi a piedi. Al loro posto sarebbe già crepata. Se ne poteva vedere la differenza del sistema di vita guardando a loro. Erano a tavola in nove e neanche Enrichetta, che aveva fatto sette figli sani come il corallo, aveva mai patito la noia di un’indigestione. Giuliano assentiva. I signori si curano troppo e con le porcherie che trangugiano s’indeboliscono la macchina digestiva, che finisce per trovare pesante anche la frittura di cervella imbrattata nel tuorlo d’uovo. I più ricchi dei suoi clienti erano in quelle condizioni. Ce n’era uno che moriva via lentamente aspettando la voglia di mangiare dalle polverine che ingollava ogni giorno.

Era il salsamentario di porta Magenta, Osnati, il quale, un tempo, pareva un bonzone di salute. Ritiratosi dal negozio per godersi i frutti dei suoi sudori, è diventato magro come un uscio. Ora, che ha tutti gli agi e che si alza dal letto dopo il caffè e il giornale come i signori, è infelice perché non può più mangiare come una volta. Chi è abituato alla vita attiva intristisce nella poltroncina circondata di benessere.

I poveri invece soffrono del contrario. Non ne hanno mai abbastanza. In tutto il casamento che conteneva, a dir poco, mille e cinquecento anime, non c’erano forse che poche vecchie che avessero lo stomaco sdruscito.

– Il medico di Santa Corona – diceva Giuliano – spende poco per la nostra digestione. Candida, metti sul fuoco un po’ di legna, che tira un vento birbone per la cappa. Senti che fracasso. Quando sbattono i vetri in questo modo, c’è per aria un temporale.

Enrichetta non credeva. Tutte le volte che venivano giù buffate dal camino si annunciava una disgrazia. Giuliano versava da bere e la pregava di tacere, che non era serata da cattivi augurii. In casa tutti stavano bene e Annunciata stava benissimo.

– Voialtri siete gente che crede in niente e io non vi ascolto. Il vento non mi ha mai tradito. Due ore prima che il mio povero marito morisse, ho sentito una trombonata per la cappa del camino che mi spense il fuoco. Quando lo Zaccaria, sotto la nostra stanza, voltava gli occhi dall’altra parte, ci fu per il camino il diavolo. Il vento andava su e giù e urlava come se fosse stato indemoniato. Zaccaria era morto.

Annunciata vuotò il bicchiere come per darsi coraggio. L’esistenza degli spiriti l’aveva sempre preoccupata. C’erano notti in cui si tirava la testa sotto le coltri, perché le pareva di sentire o di vedere degli spettri che andavano per la stanza o che giocavano con la biancheria appesa alla corda. Se non avesse avuto ripugnanza per il legame a vita, si sarebbe maritata tante volte dalla paura. Il fatto che stava per raccontare era vero, come era vero che c’era la Madonna di Caravaggio che faceva tanti miracoli.

Era capitato a lei, che non sapeva cosa fosse la bugia. Alla vigilia di Natale ella aveva l’abitudine di regalare qualche lira alle sue donne, perché le piaceva che, in certe giornate che lavoravano sotto di lei, stessero allegre.

Si stava bevendo intorno al focolare un po’ di vino come in quel momento, con una fetta di panettone che le aveva portato la mattina il prestinaio. Si chiacchierava del mestiere e si diceva che si sarebbe potuti star meglio se non ci fossero state le lavanderie a vapore che lavoravano per niente. Nessuna di loro supponeva che la cosa potesse durare, perché le macchine sfilacciavano la biancheria e riducevano la tela sottile come la carta. C’era l’oste dabbasso che le aveva fatto vedere delle tovaglie nuove di cinque o sei settimane divenute delle ragnatele.

– Tuttavia – diceva Giuliano dondolando la testa – le macchine, creda, avranno la biancheria. I vecchi ci raccontano che il vapore era odiato dai vetturali e dai paesani che lo vedevano passare per la campagna come il diavolo. Ma la gente non viaggia più in carrozza. Tra pochi anni lei vedrà che il bucato, come è fatto oggi dalla lavandaia che va al fosso, non sarà più che un ricordo.

– Può darsi. Io non morrò di fame lo stesso. Chi ha voglia di lavorare trova sempre modo di mangiare.

Dopo una pausa ricominciò la storia degli spiriti. A mezzanotte diede loro il loro dovuto con le buone feste e un bicchierino di rosolio che si trovava sul tavolo tale e quale glielo aveva regalato il liquorista. Se n’erano andate tutte. A pensarci le ritornavano i brividi. Se n’erano andate tutte… Giuliano le versava da bere e le diceva che non bisognava credere a tutte le fandonie, perché alcune volte queste storie erano il frutto dell’immaginazione.

Annunciata lo pregava di tacere perché su certi fatti non le piaceva scherzare. Quello che narrava era vero come era vero che c’era la beata Vergine. Se n’erano andate tutte e stava pensando di andarsene a letto senza muoversi mai dalla scranna. Col freddo, ci s’impigrisce dinanzi al fuoco. Non erano passati che due o tre minuti. Oh Dio! Le si doveva perdonare se non poteva dire certe cose tutte in un fiato. Non erano forse passati due o tre minuti che sentì un tremendo pugno cadere sull’armadio dei piatti che la fece saltare in aria. Se ne ricordava come di una cosa avvenuta ieri sera. Scappò verso l’uscio spaventata. Nel cortilone c’era ancora il viavai degli inquilini che si davano le buone feste.

Riavutasi, guardò indietro. La lampada era ancora sul tavolo che buttava in terra un asciugamano di luce bianca verso l’armadio. Tese l’orecchio con una paura del diavolo. Credeva che qualcheduno si fosse nascosto sotto il letto. Nessuno! A poco a poco si avvicinò all’armadio, pensando che il colpo non fosse che nella sua testa o fosse l’effetto di qualche cosa caduta nella stanza di sopra. Aperse l’armadio con un randello in mano per precauzione. Nessuno! Non c’era che il disastro. Le tazzine erano precipitate sui piatti e tutti assieme si erano rovesciati sulla zuppiera, sulle ampolline e sulle chicchere andate in frantumi. Chi era stato? In casa non c’era persona. Saltò sulla sedia per vedere se qualche peso fosse caduto sulla testa dell’armadio. Nulla. Chi era stato? I piatti non potevano rompersi da soli. C’era stata una mano che aveva fatto sussultare l’armadio? La mano di chi, se la casa era vuota? Di sua madre che l’avvertiva di qualche sventura? Non lo sapeva. Forse era lo spirito del suo bimbo che aveva strisciato sull’armadio per salutarla.

All’indomani, proprio nel giorno di Natale, l’infermiera dell’ospizio di maternità andava a portarle la notizia che il suo Andreino di tre anni era morto del male del gruppo.

– Crediate o non crediate, questo è vero come è vero che c’è la Madonna santissima. Era lo spirito del mio angioletto che strepitava in alto per dire addio alla mamma prima di volare in cielo.

Ci fu un attimo di sosta. Il vento ruggiva per la gola del camino e il fumo imperversava a buffate per la stanza. Tutti erano terrorizzati. Le ragazze si rannicchiavano l’una nella spalla dell’altra, Enrichetta, violacea, si faceva piccina sotto lo scialle a quadrettoni colorati, Giuliano smetteva di ascoltare con quel suo sorriso negativo e Annunciata si asciugava gli occhioni e singhiozzava piena d’ambascia. Le ripassavano per la mente i suoi delitti materni e si struggeva. Andreino, vivo, sarebbe stata la sua gioia. Il Signore non ha voluto vederla felice. Con lui non sarebbe più sola e avrebbe la consolazione di vederselo alto come un ometto di dodici anni, pronto a difendere la sua mammuccia se ce ne fosse stato bisogno. E dicendo queste parole, nascondeva il viso irrorato in quello di Attuccia per non farsi vedere a piangere come una disperata.

Bisognò aprire la finestra e l’uscio per non morire soffocati. Le rocche dei camini, vedute dalla sedia, attraverso il largo della finestra, pareva piegassero sotto la violenza del vento che fischiava, e i cenci appesi alle funi, lungo i davanzali delle finestre, si sbattevano gli uni sugli altri e si contorcevano seguendo la furia del’aria che passava a volumi. Il cielo si sopraccaricava di nubi e, tramezzo a esse, tralucevano lampi che annunciavano il temporale con dei boati spaventevoli.

Giuliano, trasecolato, non sapeva staccare gli occhi da quel torso vigoroso di giovane piegato sulla bimba, dal quale usciva come un profumo di carne viva.

– Beva, Annunciata.

Annunciata, cogli occhi letificati dalla tenerezza, prese il bicchiere e lo vuotò di un fiato. Questo sfogo le faceva bene perché le diminuiva il peso del rimorso. Non sapeva perdonarsi la crudeltà inconsapevole di avere deposto i figli appena fatti senza un pensiero al mondo per il loro avvenire. Qualche volta avrebbe volto consegnarsi alla giustizia per farsi punire.

– La mia scusa è nei miei anni. Non avevo alcun discernimento tra il bene e il male. Credetelo, Giuliano. Il mondo mi crede più cattiva di quello che sono. Darei il mio sangue per disfare il malfatto. I miei figli sono tutti perduti. I primi due furono gettati nella ruota senza alcun segno. Erano maschi, erano femmine? Non ve lo saprei dire. Mi scaricavo e li facevo portar via. In allora avevo in orrore i bimbi che mi avevano obbligata per tanti mesi a curvare la fronte dinanzi la gente sfacciata che mi guardava il ventre grosso. Prima ancora che nascessero non avevo che un pensiero. Disfarmene, disfarmene a ogni costo. La donna che li mise nella ruota doveva essere più spietata di me. Non si curò di guardare né se erano vivi, né se erano morti. Li adagiò su dei cenci, li ravvolse in un giornale, girò la ruota e andò a bere le due lire che le avevo date. Sono stata più di una volta a cercare di loro. Ho tentato di leggere negli occhi di tanti piccini, ho baciato dei visucci che pareva mi assomigliassero, mi sono tirata sul seno parecchi di loro con dei trasporti, ho fatto di tutto, di tutto per far parlare la voce del sangue e non sono riuscita che a calmare il tumulto del cuore, col dubbio che mi invadeva la persona. Quali erano i miei due o le mie due, se non sapevo esattamente neppure l’anno della loro nascita e se i senza segni di quegli anni erano la maggioranza?

Enrichetta chiamava Candida e Altaverde che giocavano sul pianerottolo con le bimbe in mezzo al vento che passava sibilando.

– Venite in casa che fa freddo!

Annunciata accarezzava la lunga capigliatura di Altaverde coi sospiri di una donna che soffre e si fermava a baciare la nuca della ragazza, che la lasciava fare.

– Se sarai buona, ti terrò a cresima.

Essa non aveva nessuno al mondo e disperava che il Signore volesse concederle la grazia di avere un altro bimbo.

– Nevvero che me la lascerete tenere a cresima?

La madre interrogava cogli occhi gli occhi del figlio e assentiva con la testa.

– Sarebbe una fortuna – disse Giuliano – che Altaverde fosse tenuta a cresima da lei: ringraziala.

Annunciata la ribaciò con effusione. Voleva vestirla come una madonna. Con una bella veste candida, coi nastri lunghi di seta puntati alla spalla, con dei gigli tra i capelli, con un velo di neve giù lungo per la schiena, con un “ricordami” d’oro al collo, con dei guanti bianchi come il latte, con un sottanino dalla balzana insaldata, con la camicia a grandi fiorami, con le calze lunghe fino al ginocchio e con gli stivaletti dal fiocchetto dinanzi che le dovevano stare a meraviglia.

Il corridoio dell’abitazione degli Altieri era occupato da altre sette famiglie, uscio contro uscio, l’una più pitocca dell’altra. Quella del barbiere aveva dei momenti terribili. Il padre, che non sapeva lavorare di lunedì, aveva finito per essere a spasso tutto l’anno, salvo le giornate in cui lo si chiamava a sostituire qualche ammalato o a lavorare in una domenica straordinaria in una delle tante botteghe all’estremità dei sobborghi. Ultimamente non lo si voleva neppur più ove si sbarbava la pelle dura per cinque centesimi, perché la sua mano tremava e radeva spruzzando le guance di sangue. Sua moglie, di patimento in patimento, non era ormai che una carcassa che mangiava irregolarmente e trovava a stento qualche servizio di cucina e qualche soldo. Il figlio era la sua tribolazione. O era in prigione, come quello della 74 del blocco B, o lo si cercava. Più di una volta si rimproverava di aver partorito un ladro. Rubava dappertutto, anche in casa sua, dove non c’erano più che quattro chiodi e un pagliericcio fetente sui cavalletti di legno. Quando non era in prigione e lo correggeva per il suo bene, le si rivoltava come una iena molestata durante il pasto e la picchiava senza pietà per le sue ossa in disordine. La moglie dello straccivendolo in faccia usciva con lo zoccolo in mano per rompere la testa a quel porcone che trattava la madre a schiaffi. Gli diceva che Iddio lo avrebbe punito a maltrattare i genitori in quel modo. Ma lui le rispondeva tirando una correggia con la bocca e minacciandola col piede in alto.

– Questo è per voi, se mi seccate!

La figlia non era un modello di sommissione. Aveva tredici anni e accusava la povera donna di vivere alle sue spalle. Le sue tre lire alla settimana che guadagnava nella fabbrica di tessitura erano quelle che tenevano in piedi la casa, e, senza di lei, sarebbero tutti sulla strada a soffiarsi sulle dita, e alla sera, andrebbero a letto senza cena.

E se ne andava dove voleva, sbattendo l’uscio con violenza e dicendo che un giorno o l’altro li avrebbe piantati, perché ne aveva piena la cuffia di mantenere dei lazzaroni. La madre, divenuta il materasso dei figli, taceva come istupidita. Di sera, sola, senza pane, sedeva sul focolare spento per delle ore, e così, al buio, andava a sdraiarsi sul saccone lurido in terra da parecchi anni.

Di fronte al barbiere era lo straccivendolo, dal cui uscio scappava una puzza che dava le vertigini. Vivacchiava raccogliendo tutti i rifiuti. Si alzava quando il Casone era ancora addormentato, e usciva col suo sacco oleoso e il suo chiodo a uncino per non ritornare che a sera fatta. Raccoglieva brandelli d’abiti buttati giù dalle finestre, carta straccia e sporca scopata fuori con le immondizie, ossami scarnati e dimenticati dai cani, mozziconi di sigari, bottoni perduti, strisce di stoffa scolorata, retini di testa unti e bisunti, pezzi di cimosa disfatta, pezze di stoffa spelacchiata, croste di pane secco, ciabatte scoppiate, cappelli disorlati, sfondati, gualciti, incrostati di trasudazioni, bottiglie e piatti rotti, impagliature di fiaschi e manate di capelli di donna ch’egli vendeva al parrucchiere sul corso.

Gli angoli della sua stanza erano ammucchiati di tutte le porcherie ch’egli raccattava per la strada e che sua figlia, la Tencia, cerniva e separava per la vendita. D’estate, col caldo, si era come in mezzo all’infezione. D’inverno, con la finestra e l’uscio chiusi, si sentivano i fetori tepidi della cloaca.

La masserizia consisteva in un pagliericcio sui cavalletti di legno, in tre o quattro seggiole che perdevano le budella, in un fusto d’ombrello coi bacchettoni di legno che slargavano del cotone mezzo marcito dall’acqua piovana, in un tavolo zoppo e reso concavo dalle raspature fatte con il coltello, in due laveggi sfaldellati, in una lucernetta a olio e in una vecchia cogoma di latta per il fondo di caffè che la moglie faceva bollire e ribollire senza mai trovarlo cattivo. La miseria non era per loro ragione di discordia. Accettavano le cose senza lamentarsi, mangiavano quello che avevano e pagavano l’affitto puntualmente per la previdenza che avevano di mettere da parte trenta centesimi al giorno.

Il naufragio era rappresentato dall’Agata Maddaloni, la donna più feconda del cortilone. In otto anni aveva avuto undici figli, compreso un settimino e un doppio parto di gemelli. Era tarchiata, con dei fianchi spettacolosi e delle braccia che sollevavano ancora il vespaio in un cervello di facchino. Lavorava in giornata nella cucina del Gianmaria a pulire piatti e a tenere le posate sempre d’argento e il rame sempre d’oro come voleva il padrone. I suoi parti la infastidivano solo perché giurava tutti gli anni che non voleva più figli. Si sgravava a mezzanotte, dopo che aveva sgobbato tutto il giorno, e alla mattina, alle sei, era in piedi come gli altri giorni, dandosi del coraggio con un grappino che le portava la vicina dopo il suo uscio. Diceva che erano delle smorfiose le donne che stavano in letto a consumare le lenzuola per far sapere al vicinato che avevano avuto dei bimbi. Se fosse toccato loro mantenere tanti marmocchi non avrebbero potuto stare col culone in letto tanto tempo. La Maddaloni era forte, con una testa piena di capelli neri spettinati e un faccione carnoso che mostrava delle mandibole enormi. Se i figli la facevano andare in bestia, non ci metteva su né sale, né pepe. Tirava loro su le sottane o sbottonava i calzoni e faceva loro venir le culatte rosse. Amava il marito a suo modo. A volte veniva a casa con un piatto di carne avanzaticcia e un boccale di vino che le aveva dato di nascosto il garzone di cantina e sedeva a tavola col suo uomo, dando ai figli dei pezzi di pane con le fibrille del loro piatto. E a volte, al sabato, quando egli veniva a casa coi soli spiccioli della settimana, gli assestava dei pugni sodi sulla faccia o gli rompeva la scranna sulla testa con una sola mano. Gli diceva ch’era una canagliata andare a zonzo a sbevazzare con una nidiata di ragazzi in casa che aspettavano di mettere in castello. Se gli piaceva la bella vita di andare per gli acquavitai, doveva stare solo e non andare a romperle le scatole. Ch’essa di uomini ne aveva fin che ne voleva. Il brutto venne quando il Maddaloni le andò a casa ciucco come un animale, licenziato dal padrone. La moglie gli andò incontro con dei ceffoni che echeggiavano e riecheggiavano lungo le altre abitazioni del budello. A ogni strappata di giacca gliene portava via una parte e tutte le volte che egli tentava di parlare gli faceva rientrare le parole con sberlotti che gli insanguinavano la bocca. La piccineria, spaventata, le andava intorno piangendo e chiamandola. Ma quando era infuriata, Agata non sentiva più niente. Si sbarazzava dei fanciulli, rovesciando gli uni addosso agli altri, e continuava a menare man rovesci sul faccione del marito. I vicini, impauriti dalle grida, andavano all’uscio dicendole di aver pazienza, che di padroni ce n’erano degli altri in una città grande come questa. Le loro parole la irritavano e le facevano alzare il braccio che li metteva in fuga. Il suo uomo era il suo uomo, e quando il suo uomo commetteva delle birbanterie la moglie aveva il diritto di rompergli i connotati. E finiva invece per rompergli la testa con un colpo di sgabello.

A poco a poco discesero sull’ultimo gradino della fame senza soccorso. Il Gianmaria, stufo di aver in casa una riottosa che tirava nella schiena i piatti alla gente di cucina, la mandò a spasso con le belle maniere, dandole a intendere che era una buona donna, ma che non faceva più per la sua osteria. Con undici figli tutti vivi il quadro divenne straziante. In una settimana furono obbligati a vendere il superfluo e il necessario. Non avevano potuto tenersi in casa neppure la lampaduccia a olio che non valeva due soldi. Alle volte i vicini davano alle fanciulle e ai ragazzi qualche fetta di polenta o una tazzina di minestra per compassione, e la Enrichetta mandava loro, dalla Ginevra o dalla Bianca, una rotella di mistura quasi tutte le mattine. Il delegato della carità pubblica, che aveva dovuto fare il callo ai quadri piangevoli, metteva loro sul tavolo un paio di lire, ripetendo che ce le metteva della sua saccoccia. Dovevano pensare a trovarsi del lavoro, perché di poveri ce n’erano degli altri. Il marito aveva bussato a tutti gli usci. Ma era così stracciato che faceva paura. Lo si vedeva e lo si mandava via con dei no! secchi secchi. Disperato e scalcagnato andava alla sera in piazza Castello a prendere la scopa dello spazzino a ottanta centesimi per notte. La moglie, raccomandata dall’Enrichetta, faceva due o tre giornate dall’Annunciata, e anche queste per bontà sua, perché essa aveva le sue donne fisse.

C’erano momenti in cui la madre di tanti figli non sapeva più dove dare la testa. E nei momenti lugubri Agata pensava a una catastrofe che chiamasse gente intorno alla sua famiglia, che non mangiava più se non a sbalzi delle fette di polenta o del pane nero che comperava dinanzi la caserma dei soldati. Pensava a un braciere di carbone. Ma il carbone costava del denaro. Una sera in cui il padre non era rientrato e i ragazzi piangevano l’uno addosso all’altro, un pensiero diabolico la istigava a buttarne uno dalla ringhiera per far sapere con una tragedia, che i suoi figli morivano di fame. Mezza pazza cercava tra loro quello che avrebbe dovuto sacrificare. Il più piccino, il maggiore, quella dai capelli biondi o quella dalle trecce nere? E il senso materno le saliva alla gola e le riempiva gli occhi e la obbligava a tirarseli intorno per dir loro di aver pazienza, che sarebbe andata a prendere il pane. Da vendere non c’era più nulla. Non dormivano più che su un mucchio di cenci e non si coprivano più che con le loro vesti stracciate. Si ravviò i capelli con delle spalmate di saliva, e così, come stava, con le zoccole ai piedi, andò sotto gli alberi di Sant’Ambrogio. Tornò a casa con tre libbre di pane e un po’ di ritagli della tafferia del salumaio. La masturbazione esercitata dalla madre aveva impedito ai figli di coricarsi senza cena.

Il quarto uscio era occupato da una famiglia di decaduti. Il padre era stato furiere nell’esercito e si era ammogliato a quarant’anni, con una pensione di venticinque lire al mese e dei baffi chiari, che cominciavano a ingrigiare alle punte. Ritornato alla vita borghese, sposò una vecchia conoscenza che aveva dimenticato seguendo il reggimento in Sicilia. Un giorno si incontrarono sul marciapiede milanese e riallacciarono l’amicizia. Lui era a spasso, pieno della speranza che il primo impiego ministeriale vacante sarebbe stato suo. Lei era figlia della portinaia di casa Belgioioso e faceva la ricamatrice, guadagnando parecchie lire al giorno, perché poche ragazze potevano tener dietro al suo ago, dopo che le macchine avevano distrutto l’amore per i lavori a mano. Le sue cifre sui fazzoletti di batista dell’aristocrazia erano dei capolavori. Con delle sigle leggerissime che sentivano dell’altezzosità della classe per la quale erano fatte, sotto la corona di conte o di marchese, a colori intonati al blasone, il fazzoletto diventava il ricamo di una artista. C’era stato un tempo in cui si voleva che la Silvia mandasse i suoi lavori all’esposizione. Ma essa, cresciuta in una portine ria che pareva un ampio salotto, coi larghi cristalli che scintillavano nelle cornici di noce chiara, aveva aspirato l’aria dell’ambiente. Le andava più al cuore la gentilezza di un sorriso della nobiltà milanese, che l’applauso fragoroso della folla delle esposizioni, che non le avrebbe fatto scomparire le punzecchiature ai polpastrelli delle dita.

Coi capelli neri e bipartiti sulla fronte, col nasino regolare, con la bocca che non faceva sforzi per non sconciarsi, con la faccia di un pallore virginale, con il collo rotondo e biancheggiante fin sotto i capelli che folleggiavano, pareva la bella testa di una preraffaellita. Vestiva sempre di un colore severo, con le vesti che le andavano giù a piombo sopra le sottane floscie, e si teneva il busto chiuso fino alla fossetta della gola. Col corpo ben fatto, faceva dire alla gente che la sua sarta dipingeva. Portava alle dita due anelli semplici, d’oro massiccio, cosparsi alla fronte di brillantucci che facevano assieme un fuoco luminoso. Alla magistrale aveva imparato a parlare con qualche eleganza e a infarcire il linguaggio di qualche parola francese.

– Creda – sapeva dire – che le iniziali disegnate in questo modo sarebbero très belles.

Suo padre, che era il guardaportone, e sua madre, che era la portinaia, non avevano bisogno dei suoi guadagni. Il padre grosso e grasso non aveva vizii, al l’infuori di bere una mezza bottiglia di barolino al Ghiaccio, quando i signori non erano a Milano, e la madre, con tutte le vesti che le portavano dabbasso le cameriere, non aveva bisogno di spendere un centesimo per la sua persona. Così Silvia metteva alla Cassa di Risparmio tutto ciò che producevano i suoi aghi preziosi, tranne i pochi denari che dedicava per il mese di campagna o per qualche settimana al mare.

Nessuno poteva dire nulla sul suo conto, perché nessuno sapeva dove passasse le sue ore fuori di portineria e perché nessuno l’aveva potuta intrattenere a fare dei pettegolezzi. Se le cameriere incominciavano il sottovoce, si ritirava con aria di annoiata sulla sedia di lavoro. Il martedì e il giovedì, dalle due alle sei, erano i giorni in cui faceva pensar male a tutta la servitù dei piani superiori. Andavano giù a cercarla l’una dopo l’altra e la madre non sapeva rispondere altro alle sguaiate se non che non poteva star molto a arrivare. E quando arrivava le maligne notavano che era tutta agitata, che aveva la faccia accesa, che aveva negli occhi la lussuria di chi ha goduto dell’abbraccio dell’uomo. Erano i momenti più felici della sua vita di operaia. Si sentiva più lieta, baciava la mamma a più riprese, rispondeva a tutti con grazia e le rideva nel pensiero un avvenire bugiardo che le mise due rughettine sulla fronte. Un giovine della nobiltà milanese, che l’aveva colta come un fiore appena sbocciato, la lasciava avvizzire nella portineria come erano avvizzite le prime rose del primo abbraccio.

A ventisette anni, con un romanzetto volgare che le aveva dato il disgusto della vita, la sua bellezza si era come indurita. Le dita di grande signora abituata al piano le erano diventate magroline e la mano, tutto assieme, pareva scarna. La pelle della faccia, pur restando fine come quella di una madonna colorita, aveva perduto della freschezza, e alla mattina era obbligata a strapparsi i capelli che le davano un’aria da zitellona.

Fu in questo periodo del tramonto che si incontrò col Vaselloni, un furiere che la perseguitava quando essa aveva in orrore la montura dei sottufficiali. Le parve di avere incontrato il suo giovine povero. Si commosse, si lasciò corteggiare e indurre a divenire sua moglie, malgrado i consigli dei genitori che le seguitavano a dire che i soldati, fuori di caserma, sono dei buoni a nulla che fanno la sventura delle donne che cadono nelle loro braccia.

Andò all’altare con settemila lire in contanti, oltre a un mucchio di biancheria, a una quantità di abiti e a una farraggine di regali che incominciavano coi gioielli e andavano via attraverso i pizzi, i merletti, i guanti, le gale, i fazzoletti di batista, le calze di seta e le camicie ricamate con una maestria che tendeva a uguagliare la sua. Lo sposo non le aveva regalato che il suo individuo nudo, perché anche gli abiti che indossava per la cerimonia erano stati pagati dalla Silvia. Ma le faceva il sommo regalo di portarla via dalla portineria che non poteva più soffrire. Era stufa di sentirsi chiamare figlia della portinaia. I suoi sentimenti aristocratici l’avevano fatta piangere su questa volgarità che le persone si compiacevano di ripetere con tanto piacere.

Il marito, con una adattabilità meravigliosa, si trovò in casa sua in poche ore. Alla mattina aveva l’abitudine di bere un grappino con l’erba ruta della bottiglia in casa e di uscire a fare una passeggiata col sigaro in bocca, fino dall’acquavitaio Ramassotti, in Santa Margherita, per offrirsi un cicchetto e fare quattro chiacchiere con gli amici. Ritornava a casa per l’ora della colazione che trovava in tavola, coloriva un po’ di vita di caserma per darsi dell’importanza, e andava a spasso fino all’ora del pranzo. Senza mestiere, col solo bagaglio di una bella calligrafia e un’istruzione amministrativa che si fermava alla moltiplica o alla divisione, continuava a vivere dietro la chimera dell’impiego. Gli avevano detto che gli ex ufficiali e sottufficiali avevano la preferenza nei pubblici impieghi; così lui e la moglie vivevano tranquilli che un giorno o l’altro sarebbe loro capitato in casa il plico della nomina ministeriale. Il solo dubbio era sulla destinazione. Forse sarebbe toccato loro di andare in qualche parte d’Italia antipatica. Ma o prima o dopo sarebbero riusciti, con le sue protezioni, a mettere piede in Roma, la città dei Cesari, ove gli impiegati fanno carriera perché sono sempre sotto gli occhi dei ministri.

Aspettarono parecchi anni. I genitori di Silvia erano morti lasciandole quel poco che avevano. La famiglia era cresciuta. Silvia aveva avuto tre figli che le avevano fatto perdere in gran parte la clientela ricca che le mandava i fazzoletti da ricamare, e le sue mani, che incominciavano a tremare, stavano per farle perdere il resto. Il padre di Arturo, di Annibale e di Bice, in parecchi anni, non aveva saputo snidare che delle occupazioni momentanee di due o tre mesi, per delle mesate che non bastavano a pagare i suoi vizi personali. Nel ’70, quand’egli diceva a tutti che se avesse avuto vent’anni di meno sarebbe andato in Francia a difendere la causa dell’ordine contro i petrolieri e le petroliere che davano il fuoco alla più grandiosa capitale del mondo, dovettero far sammichele e portare le loro carabattole nel cortilone, perché la malattia di petto di Silvia l’aveva tenuta su e giù dal letto per del tempo, senza mettere l’ago nei fazzoletti che di malavoglia e di tanto in tanto. Silvia non aveva mai rimpianto il malfatto. Al marito non aveva mai fatto un rimprovero. Lo lasciava fare come voleva, ascoltava pazientemente e con interesse le sue storie, che il tale gli aveva promesso di interessarsi del suo caso, scrivendone direttamente al ministro, e aspettava con lui, di anno in anno, con la stessa fede, la lettera di nomina col bollo ministeriale.

Silvia condensava il suo amore senza trasalimenti e senza trasporti nei figli. Non erano belli e non era diffusa sulla loro faccia la gagliardia militare del padre, ma erano buoni, docili, contenti come la madre di tutto ciò che si dava loro. Arturo era stato il più mal trattato dalla natura. Aveva l’aspetto di un uccello di rapina, con un naso rosso come quello di un beone, una bocca smisuratamente larga e una voce che segava i nervi. Il padre era qualche volta obbligato a dirgli di tacere se non lo si voleva costringere a uscire prima di fare la sua pipata nella radica che gli avevano regalato i suoi commilitoni. Annibale a dieci anni era gracile, aveva degli occhietti che parevano infossati e una fronte bassa bassa, come se appena nato gli avessero messo sulla calotta cranica un pietrone per impedirne lo sviluppo. Bice a nove anni aveva la faccia di dodici e un corpo che pareva un barilotto di carne. Non era in lei promessa alcuna di diventare una donna seducente. Aveva gli occhi che guardavano l’uno a destra e l’altro a sinistra, dei capelli rossicci pesanti e ruvidi e pareva che lo stomaco le avesse inghiottito il collo, tanto la testa era vicina alle spalle.

La ragazza aveva fatto le due classi elementari e i ragazzi erano stati in terza. Ma né i maschi né la femmina avevano portata via la voglia di leggere. La madre diceva loro spesso:

– Leggete, ragazzi, che vi farà bene quando sarete grandi.

Ma i libri rimanevano chiusi e polverosi sul granito sporgente del camino.

Non li lasciò andare a bottega che proprio quando la casa non poteva più tirare innanzi. Ammalata, col marito che non aveva coraggio di voltarsi su le maniche, lasciò andare Bice con sul braccio lo scatolone della modista Bertelli della Galleria Vittorio Emanuele, Arturo a lavorare da un liquorista all’ingrosso e Annibale a correre per le vie coi pacchi da portare a domicilio della ditta di moda Altazzi. Tutti e tre raggranellavano cinque lire la settimana.

Il fitto di centoventi lire per la stanza a due finestre, veniva pagato con grande fatica e le buone abitudini di vivere bene erano state perdute a una a una. Era difficile che al loro desco domenicale si vedessero un po’ di carne e un bicchiere di vino.

La stanza che veniva dopo la loro era occupata da una curiosa famiglia venuta da Cremona, la quale stava discendendo, a oncia a oncia, nel sottosuolo delle famiglie che mancano di tutto. Non erano dei decaduti come Achille Vaselloni, ma a Cremona avevano vissuto agiatamente. Il padre era un cuor d’oro e un simpaticone anche adesso che aveva dei baffotti brizzolati e la maggioranza dei capelli bianchi. Nella città del Torrazzo era conosciuto come l’erba bettonica. Bastava domandare di Alessandrino, il pancione, perché tutti vi mandassero in piazza, sotto i portici a destra, ove erano i suoi banchi allineati, tra una colonna e l’altra, dinanzi al Bottegone. Lo si chiamava il Bazar all’aria aperta. Erano filate di vetrine. C’erano vetrine di pettini, di spazzolini per i denti, di specchi tascabili, di rasoi per radersi la barba e portarsi via netti i calli, di spazzole di pelo nero per le scarpe e di setole bianche e colorate per gli abiti, di stringhe lunghe e rotonde per i busti femminili, di forcelle per i capelli da signora, di bijoutteria di similoro piena di cristalli fosforescenti, di allaccia guanti, di corni per sdrucciolare il piede nelle calzature eleganti, di profumeria, di ditali di metallo bianco e dorato, di aghi di tutte le gradazioni, di occhiali per i miopi e per i presbiti, di cavaturaccioli col manico d’avorio e di ferro bianco, di elastici a striscia larga e piccina e di altre cianfrusaglie che completano il negozio del venditore a prezzi varii.

Due volte la settimana lasciava sotto i portici la moglie e la figliuola e lui, con l’asino e il figliuolo, andava nei dintorni dell’alto e del basso Cremonese, carico di mercanzie, a servire i fittabili e i mercantelli di campagna, che lo aspettavano invariabilmente una volta al mese.

Usciva dal portone con l’alba e si metteva sulla strada di Pizzighettone sull’Adda o di Ostiano sull’Oglio o di Motta Baluffi sul Po, col suo asino che trottava via sollecitamente senza che lo si toccasse. Se Carluccio lo aizzava col legno, si impuntava sulle gambe e ragliava fino a quando andava il padrone a accarezzargli le nari che palpitavano di collera e a dirgli parole dolci come a un bimbo.

– Brutto cagnaccio! Ti romperò le spalle io, se toccherai ancora questo mio povero Tonino, che è così buono, non è vero che sei buono?

E lo riavviava con un bacio sul muso. Tonino, contento, riprendeva il viaggio con maggior lena, dondolando il collo a destra e a sinistra per far sentire col dlin, dlan della campanuccia che il “masciader” era di passaggio.

D’inverno Alessandrino s’imbacuccava in un grande tabarro di panno nero che gli batteva sulle calcagna e gli teneva calde le orecchie col bavero di pelle di lontra, e d’estate gettava sulla cassa lunga il giacchettone di velluto smuntato col carniere gonfio di carta e cordicella per fare i pacchi della vendita, e seguiva, a piedi, dalla parte opposta alla polvere, il carrettone col coperchio a schiena alta, sommerso nel gran sole, sotto il cappellone di paglia a cono che gli ombreggiava i piedi, portando sull’orecchio, come un pivello, la paglia del virginia che fumava.

Le sue fermate erano ai grandi cascinali dei fittabili e nei paesucoli ove veniva annunciato dalle strida della ragazzaglia, che lo vedeva spuntare dal polverone bianco sollevato dai piedi del quadrupede e dalle ruote del veicolo. Egli appariva tra la gente di campagna, con la sua bella faccia bianca e rossa di salute, come un amico aspettato. Dopo un buon raccolto non c’era donna che non avesse qualche cosa da comperare dal “masciader” e che non saldasse il conto se aveva qualche arretrato. Vendeva loro un mucchio di roba. Vendeva delle matasse di cotone e di lana per fare le calze, dei fusi col cappelletto a colori vivaci, dei fazzoletti di shirting, dei cashmirs fiammeggianti per la testa e il seno delle donne, delle braccia di cotone e di percallo e di lana per le vesti, dei veli neri e bianchi lunghi, che mandavano in chiesa le contadine come tante madonne, dei grembiali azzurri o a bollicine chiassose sul fondo chiaro, che illeggiadrivano le ragazze di domenica, degli anelli d’argento col Cristo spirante sul cerchio a crocifisso, dei foulards da collo, delle borse di tabacco per gli uomini e dei mezzi guanti di pizzo nero per le mani femminili e per le grandi domeniche in cui ognuna si metteva indosso la roba più bella del cassettone.

Vendeva chiacchierando come un mercante che dà via senza contrattare, non badando che a tener da conto la clientela. La vecchia, che stiracchiava sul prezzo, la lasciava senza risposta. Lui si contentava di vivere, ma non poteva dar via la merce sotto il costo con una famiglia da mantenere. A chi non faceva comodo di pagar subito, metteva gli oggetti sulle braccia dicendo che non faceva bisogno di parlarne. Non si conoscevano da tempo per niente. Le giornate diventavano bige anche col sole rutilante, se il raccolto era andato a male. Se la tempesta aveva rovesciato il frumento che biondeggiava sulle spighe o distrutto in una nottata il grano che manteneva il pane tutto l’anno, la gente non aveva voglia di comperare o comperava a credito, lesinando i centesimi. In tempi grami, Alessandrino rifaceva la strada di sera, dicendo uh! al ronzino, che andava via stracco col muso tra le gambe, come se fosse stato consapevole della brutta giornata che aveva fatto il padrone, e rimestava i pensieri che aveva sentito tra i paesani, i quali si lamentavano che Iddio li avesse puniti in un modo che pareva una vendetta divina. Arare, seminare, potare per dei mesi, guardando continuamente in cielo e pregando notte e giorno il Signore di essere buono e di permettere loro di mietere il frutto bagnato dal loro sudore, e poi, con la falce della messe in mano, sentire la grandine infierire sui covoni, sulle pannocchie alte e sui grappoli che maturavano e vedersi sfrondare i gelsi che dovevano mantenere i bachi fino al bosco, era una crudeltà che non capiva neppure Alessandrino, che adorava il Signore Iddio in ginocchio, nel luogo sacro, con la fronte umiliata al suolo e le mani unite.

La coltura a irrigazione, nell’alto e nel basso Cremonese, andava allargando la disorganizzazione della grande comunanza patriarcale composta di famiglie, e gli effetti se ne sentivano in tutte le manifestazioni della vita contadinesca. Irrigando i prati per l’allevamento del bestiame, il proprietario di terre inaugurava l’espulsione lenta e inavvertita del contadino, che rivoltava lo stesso fondo di generazione in generazione. Con la sciagurata innovazione che distruggeva la campagna a coltura intensiva, c’erano gli uragani e le siccità che devastavano i campi e indebitavano migliaia di famiglie abituate alla prosperità senza quattrini anche nelle stagioni perverse. Alessandrino, il pancione, ritornava dai suoi giri come un cane frustato a più riprese dalla crudeltà del padrone. Passava dai cascinali senza che una donna gli prendesse cinque centesimi di refe o un mazzetto di aghi da calze. Le donne gli facevano segno da lontano di tirar dritto che non avevano bisogno di niente. I bigatti, che non avevano voluto andare al bosco, aggiungevano disperazione alla disperazione. Dopo averli fatti nascere con tante precauzioni, averli veduti ingrossare dalla prima alla seconda e alla terza dormita, avere faticato giorno e notte in un lavoro febbrile, spogliando alberi, cambiando letti, mantenendo la temperatura raccomandata dal padrone, piantando boschi per rendere facile alle bestioline la salita, cadevano morti ai piedi delle ascensioni come se un alito pestifero avesse attraversato le bigattiere. Erano dolori che Alessandrino capiva, perché anche lui pativa della stessa malannata del contadino. Se il paesano impoveriva, il girovago andava alla malora. Era una verità così lampante che non ammetteva discussione. Con una buona vendemmia e un raccolto abbondante lui rincasava contento come una pasqua. Invece, da un pezzo, ritornava a Cremona col temporale nella testa. L’ultimo viaggio fu quando gli cadde l’asino sullo stradone di Vescovato, più morto che vivo, mentre gli rimanevano ancora dieci chilometri da fare per vedere il Torrazzo. Ne rimase impressionatissimo. La gente, che una volta gli andava incontro coi denari in mano, ora lo fuggiva per non sentirsi domandare i quattrini. Gli era toccato di vedere delle cape di casa, che negli anni passati si sarebbero bruciata la mano piuttosto che imbrogliarlo, divenire irreperibili non appena arrivava e domandava di loro per chiudere la partita. I suoi crediti gli erano diventati dei debiti. Andava attorno, si straccava, scolorava la mercanzia con la polvere che raccoglieva lungo gli stradoni, ammazzava l’asino e rifaceva il cammino bestemmiando di non volerne più sapere della campagna che non era più campagna.

Cremona diventava peggio. Le nuove generazioni avevano vergogna di comperare ai quattro venti, come avevano fatto per tanti secoli i loro genitori. I nuovi venuti preferivano la bottega, a costo di pagare il doppio di quello che si pagava al suo banco. E se si andava da lui era per farlo impazzire. Un temperino a due lame, che una volta pagavano due lire con dei grazie, ora lo trovavano caro a ottanta centesimi. Le famiglie cospicue, che mandavano di solito a prendere il lucido, si erano stancate, perché le serve dicevano che il suo lucido imbrattava le scarpe. E dava loro del Girard bello e buono, come quello di tutti gli anni, che riceveva direttamente da Parigi. Gli zolfanelli che mandava a grosse a tutti i tabaccai, e a scatole alle case signorili, erano diventati, per i suoi avventori, zolfini che parevano stati nell’acqua. Dicevano che ce ne voleva un cavagno per accendere il fuoco. E tuttavia erano della stessa ditta Medici, che inviava fiammiferi a mezzo mondo. Il bazar del tutto a una lira, il quale occupava otto botteghe illuminate a gas, aveva finito per rovinarlo. Chi andava da lui sceglieva e sbatteva nella vetrina ogni cosa non appena ne sentiva il prezzo. Gli si rispondeva che ce n’erano dei più belli per una lira al grande bazar!

Questo modo di bloccargli la via all’esistenza alterò il suo carattere di bonario e gli mise in capo l’idea che a Cremona, dove era nato e ove aveva fatto tanto bene, lo si odiava. Guardava attorno, e gli pareva di vedere i nemici che aspettassero la sua caduta. Passeggiava, e sentiva che le pietre gli scottavano i piedi. Lo salutavano, e scorgeva nel saluto la gioia di vederlo avviato alla casa dei pitocchi. Andava a quintinare per farsi passare il crepacuore e per dimenticare che a Cremona c’era tanta gente perversa, e leggeva su tutte le facce la delizia della gente che indovinava che aveva poco da bere. Alla sera, a cena, batteva i pugni sul tavolo e giurava che un giorno o l’altro avrebbe venduto tutto e dato un addio alla città che gli aveva voltato le spalle. Non aveva che cinquantadue anni ed era un uomo industrioso che aveva sempre saputo come tenere in piedi la famiglia. A Milano c’era posto per tutti coloro che avevano voglia di lavorare. E un bel giorno mise tutto all’asta, pagò a tutti fin l’ultimo centesimo, perché non voleva che si dicesse che Alessandrino, il pancione, era un malpaga, e con la moglie e i due figli prese il treno per la capitale lombarda, ove vanno a finire tutti i battuti degli altri siti.

Gli rincresceva di avere venduto l’Antonino, proprio quando l’aveva guarito dai pedicelli che gli avevano tormentato i piedi e lo avevano fatto cadere sullo stradone durante l’ultimo viaggio. Ma non poteva tirarsi a Milano una bocca inutile che bisognava nutrire. Lo aveva però venduto a condizione che potesse ricomperarlo se gli affari gli fossero andati bene.

Messo su casa con un po’ di mobiglia che si era portato nella stanza del cortilone per spendere poco, trovò che la lotta per la vita non era meno aspra a Milano che a Cremona. Intorno, alla ricerca di un posto, trovava mucchi di disoccupati. Bussava e si sentiva rispondere di non seccare, che avevano del personale da vendere, o gli sbattevano sul naso dei no che gli ricacciavano in gola la preghiera. Si esibiva come fattorino e gli dicevano che cercavano dei fabbri o dei falegnami. I suoi capelli erano un ostacolo insuperabile. I padroni li vedevano volentieri come il fumo negli occhi. Voltavano via la faccia con disgusto e con alzate di spalle, come se un poveruomo maturo non avesse avuto diritto all’esistenza come un giovine. Qualche volta gli si faceva capire che i vecchi avrebbero dovuto scomparire. Vanno adagio, si alzano con dei malanni, ne hanno sempre una, e si straccano prima del tempo. In un grande studio notarile lo si sarebbe preso per sei lire la settimana se avesse conosciuto le vie della città come una guida. Dopo due mesi di ciabattamento riuscì ad allogarsi in una liquoreria che lo mandava in giro col carretto a portare a domicilio le ordinazioni per venticinque lire il mese, a patto che pagasse i vetri che avrebbe rotto. Le donne costano meno e trovano più facilmente. Ma la moglie di Alessandrino dovette correre delle giornate per entrare in una cucina come donna di grosso. Qui le si domandava il benservito, là non la si voleva cogli zoccoli, altrove si esigeva che sapesse dare una mano alla stiratrice per passare i ferri sulla biancheria alla buona e per dare punti alla biancheria scucita o che si sfaceva. Marianna, l’ortolana, che si vedeva tutte le mattine questa povera donna dinanzi come un punto interrogativo, se ne commosse e la raccomandò tanto all’avvocato Tarquini, che al lunedì susseguente entrò al suo servizio per otto lire il mese e una tazzina di minestra al giorno. L’avvocato Tarquini era un democraticone che affiggeva il suo amore per il popolo anche sui muri. Diceva di vivere per i grandi ideali che dovevano redimere il genere umano e di sognare un governo di galantuomini. In casa però era taccagno. Era una lima e una lesina che faceva scappare tutte le serve. In ogni contarello vedeva la mano ladra che lo truffava di qualche centesimo sulla spesa. Dava un occhio a tutto ciò che si lasciava sulla tavola e rivedeva gli avanzi allo stesso posto con l’occhio sospettoso di chi non ha dimenticato le fette rimaste nel piatto. Dalla sua mensa non cadeva un osso da piluccare per la donna di servizio. Non gettava via mai nulla né di suo, né dei suoi. Un fazzoletto fatto in quattro poteva servire un giorno o l’altro per fasciare una ferita. Un paio di calzoni consumati e lucidi li faceva appendere nella guardaroba per tassellare la redingote quando si sarebbe stracciata. Le scarpe rotte le faceva mettere in solaio per poi venderle in blocco al calzolaio. Due dita di vino lasciate nel bicchiere da chi aveva bevuto abbastanza le rimetteva nella bottiglia per il pranzo del domani. La moglie di Alessandrino, il pancione, che non aveva mai servito e che in casa sua, a Cremona, non si lasciava andar via nessuno senza vuotare il boccale, passava di meraviglia in meraviglia e diceva a se stessa che i milanesi non erano tanto generosi come si diceva. Il marito l’avvertiva di pazientare perché gli edifici nuovi non si facevano su in un minuto. Loro erano degli estranei capitati in una città senza conoscenze, e dovevano fare il tirocinio come in tutti i mestieri. Il ragazzo intanto guadagnava più che a Cremona, dove guadagnava niente. Con cinque lire di capitale portava a casa una e cinquanta al giorno. Comperava tanti giornali e non smetteva di strillare fino a quando li aveva venduti tutti. Il posto per la ragazza sarebbe venuto fuori. Non si poteva fare tutto in una volta. Era un pezzo di giovanotta, forte come una quercia, che imparava le cose in pochi minuti, che sapeva leggere, scrivere, ricamare, cucire, rammendare, stirare e fare dei conti come una ragioniera.

Di anno in anno, ne passarono cinque, senza contare molte giornate di sole. Il padre, di dispiacere in dispiacere, aveva dovuto lasciare il posto per il letto dell’Ospedale maggiore, ove era andato a cercare il rifacimento dello stomaco sgretolato che non digeriva più neppure il pane bianco. A casa passava delle settimane senza toccare cibo, nella speranza, di mattina in mattina, di alzarsi con una gran voglia di mangiare. La moglie cercava di aiutarlo con l’olio di ricino che pulisce e vuota bene. Ma anche purgato e ripurgato l’appetito non gli si aguzzava. Si sentiva sempre la lingua grossa di uno strato di limaccio bianco e qualche volta, se apriva la bocca, dava l’idea di un buco di latrina di straccioni scoperchiata sotto il naso. Gli usciva un alito che lasciava credere che avesse lo stomaco purulento. L’inappetenza prolungata lo intristiva e lo rendeva misantropo. Evitava di parlare, fuggiva la gente come se avesse avuto paura di morsicarla e faceva tacere la moglie con un gesto di seccato quando gli diceva che il sacco vuoto non sta in piedi. Spesso credeva di avere la cassa dell’apparecchio digestivo piena di fumo. Si sentiva delle lunghe oppressioni che lo soffocavano e che lo facevano correre sulla ringhiera a tirare il fiato. Provava delle vertigini che lo obbligavano a prendersi nelle mani la testa per paura che gli andasse via. I digiuni prolungati lo scarnavano. La sua faccia diventava lunga, la sua fronte fuggente moltiplicava le rughe trasversali che davano il disegno d’una scalinata veduta da lontano in un quadro, e sotto i suoi occhi le vescichette vuote avevano invaso dell’altro spazio. Alcune settimane dopo, l’apparecchio riprendeva la sua funzione e Alessandrino, che aveva veduto scomparire, adagio adagio, il pancione, ringiovaniva, riprendeva il buon umore, inghiottiva fettone di polenta in un boccone e divorava baslotti di minestroni che tenevano il cucchiaio in piedi. Mangiava sempre con ingordigia, masticando male o ingoiando i bocconi intieri. Erano gli ultimi raggi di un sole languido che riscaldavano la sua esistenza angustiata. Pensava che non era nato per la vita cittadina. Abituato al moto, a respirare a pieni polmoni in piena campagna, a mangiare il cibo sano dei piccoli centri, a bere il nostranello che trepidava nel bicchiere, la vitaccia degli alveari umani gli diventava una prigione. Proprio quando incominciava a uscire dalla monotonia rabbiosa che lo rendeva insopportabile, la diabete ricominciava a limargli lo stomaco e a smagrarlo con dei digiuni interminabili. Allora era una pena. Vedeva voltare sulla tagliola il culo di polenta fumante e tirava degli sbadigli da slogarsi le mascelle. La minestra, anche se gli si diceva che gli avrebbe fatto bene, gli ripugnava. Il medico di Santa Corona, abituato a trovare sulla ringhiera di questi infelici che avevano in isfacelo le vie digerenti, non perdeva tempo a battere le loro costole con le nocche delle dita. Ordinava loro qualche pozione con del bismuto, convinto che per tutta quella gente non c’era più niente da fare. Diceva che andavano da lui quando era troppo tardi o quando, a volerli aiutare, bisognava ordinar loro di cambiare aria e di nutrirsi con dei brodi succulenti e della polpa di pollo e del vino buono e di seguire un regime di vita assolutamente regolare. Ci volevano dei ricostituenti e non delle medicine, se non volevano infiacchirsi l’organismo.

Alessandrino, che non voleva rassegnarsi a morire e che sognava ancora di ricostruire la sua famiglia col benessere, andò due volte all’ospedale. Ma tanto la prima che la seconda ritornò a casa più debole. Le lavature di stomaco lo lasciavano come dissanguato e non gli ridavano che un appetito da convalescente che non distingue più il sapore dei cibi. Mangiava e gli pareva di avere perduto il senso del gusto.

Ora era in letto macerato dalle astinenze, senza forza di alzare il braccio per tenere in mano una scodella. Incadaveriva a vista d’occhi e lo si vedeva con dei brividi. La testa gli si era come rimpicciolita e schiacciata alle pareti e i pochi capelli bianchi e lunghi, sparpagliati sul cuscino sporco, gli davano un’aria spettrale. La faccia non era più che un teschio coperto di pelle assecchita e stiracchiata fino alla punta del naso, un’ingrossatura dei pomelli crepati e escoriati e una moltitudine di pieghettine alle estremità della bocca rientrata come un “o” minuscolo. Intorno al collo non si vedeva più che l’intelaiatura dello scheletro. Le spalle avevano dei solchi nei quali si poteva sprofondare il pugno e la fossetta della gola era adimata con le ridondanze di pelle dell’uomo in fin di vita. Le braccia, che tirava fuori per rinfrescarle nei momenti in cui l’oppressione allo stomaco gli toglieva il respiro, parevano randelli articolati con delle sporgenze al gomito e al polso. Sulle mani senza vita risaltava la rete delle vene come se fossero state spellate e scarnate dal chirurgo. La magrezza del corpo era tutta disegnata sotto la coperta di cotone smunta. C’era più nulla del volume d’una volta. Non c’erano che i resti di un corpo stato consumato fino all’ultima oncia di carne.

La domenica in cui Enrichetta aveva avvertito il fumo che le soffiate di vento sbattevano nella stanza con collera, egli era morente. Rantolava dalla mattina e non apriva gli occhi che quando le sofferenze lo obbligavano a tentare di sollevarsi dal lenzuolo con degli “Oh Signore, fatemi morire!”.

Il pranzo era finito e Giuliano era uscito con Candida, Altaverde e Annunciata a fare una passeggiata fino al dazio e la moglie di Alessandrino correva ancora per il prete, perché aveva paura che le volasse via da un momento all’altro senza i conforti della religione.

La povera donna in tutto il giorno non aveva fatto che piangere con dei singhiozzi che volevano romperle il petto. Senza il marito, che l’aveva amata per quarant’anni senza mai farle un torto, dividendo con lei la nocciuola se non ne aveva che una, rincorandola se le cose andavano di traverso, si sentiva mancare la terra sotto i piedi. La sua esistenza aveva compiuta la sua parabola con quella del marito e non aveva voglia di sopravvivergli. E così piangeva perdutamente, soffocando il dolore nel fazzoletto che si teneva alla bocca.

Don Paolo, grassotto, con un faccione d’uomo contento, era un prete patriotta che aveva patito sotto gli austriaci la noia di essere malvisto per le sue aspirazioni di volere un’Italia senza stranieri. Con i pezzi dello Stivale messi assieme, i suoi ideali si erano acquietati nella soddisfazione e faceva pancia senza occuparsi d’altre questioni politiche. Per lui il mondo non aveva più bisogno che di tenere da conto l’anima. D’indole buona, voleva bene alla sua parrocchia e ai suoi parrocchiani, i quali non mancavano mai di ricorrere a lui quando avevano dei dispiaceri di famiglia. Lo si poteva mandare a chiamare a tutte le ore, di giorno e di notte, quando era a pranzo e quando era in letto, senza irritarlo mai. Sabato aveva dovuto farsi in quattro. Gli era toccato di correre al Casone del Terraggio tre volte. A dare un’occhiata a una sua penitente, a portare il santissimo sacramento alla locandiera Peppina, ch’era andata all’altro mondo senza dire addio al marito in galera, a confessare Alessandrino, che stava male e che il medico aveva spedito dicendo che la scienza non poteva fare più nulla per lui.

Gli andò al letto in sottana, come un amico, facendogli coraggio e dicendogli che il sommo Iddio non abbandonava gli afflitti. Alessandrino girava gli occhi senza comprendere. Aveva già incominciato a perdere la conoscenza.

– Raccontami i tuoi peccati; ricordati che sei sul punto di rendere l’anima a Dio.

Ma non ci fu verso. Sulla sua faccia passavano delle contrazioni come se stesse facendo uno sforzo per aprire la bocca. Allora don Paolo, senza disperarsi, lo considerò confessato.

– Abbia misericordia di te l’onnipotente Iddio, ti perdoni i tuoi peccati e ti guidi alla vita eterna. Con la autorità di Cristo ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Verso le due il malato era più di là che di qua. La madre avrebbe voluto che i figli fossero presenti. Ma Gustavino da parecchi mesi non si faceva più vivo. Milano ne aveva fatto un egoista. Egli non aveva più voluto lavorare per gli altri, come chiamava i suoi genitori. Diceva che il suo mestiere di giornalaio era matto. Dopo una giornata di cinque lire, attraversava una settimana intera per dei soldi. Non ne aveva dunque che per sé. Egli dormiva sulla locanda e non pensava ormai che a se stesso. Agostina, la figlia, era in campagna coi suoi signori e non c’era neanche modo di farle sapere che suo padre poteva morire da un momento all’altro. Essa scriveva tutti i mesi poche parole, inchiudendo le quindici lire della mesata e dicendo loro di star bene. La povera donna, intanto che pensava allo strazio di lasciarlo morire senza vedere i figliuoli, gli cambiava la camicia e gli distendeva sotto il mento il lenzuolo pulito per la comunione.

L’infermo sembrava inconscio. Aveva sovente degli scotimenti come se il suo spirito imperversasse nel suo corpo per trovarne l’uscita. La fronte gli si imperlava di sudore e la respirazione si andava facendo grossa e faticosa, senza che la moglie potesse alleviargli i patimenti. Impotente, la povera donna si lasciava cadere sulle ginocchia, sprofondando la faccia nella coperta e mettendo la mano sinistra sulla destra ghiacciata del marito, pregando, coi singhiozzi che rompevano il cuore, di non lasciarla in terra sola.

– Oh, Signore, fate la carità a una povera donna! Don Paolo entrò seguito dai fedeli e da parecchie donne del cortilone che non mancavano mai di dire una prece per il prossimo in agonia. C’era tra loro la Giovanna, quella che non poteva guardare i morti in faccia, la Luigia, che aveva scelto i numeri del lotto dinanzi il Tognazzo disteso sul letto, Margherita, la inquilina del 27, col suo scialletto che non le arrivava né da una parte né dall’altra; e la Pina, la moglie del calzolaio, con gli occhi che portavano i segni della brutalità del marito. Genuflesse, brontolavano le orazioni con le mani alla faccia chinata verso il suolo.

– Pace – disse il sacerdote – a questa casa!

Si avvicinò al letto del moribondo, gli aprì l’occhio coll’indice e il pollice, come per vedere se fosse ancor vivo, prese il calice che gli porgeva il chierico e alzò l’ostia sacra.

– Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo!

Si volse verso l’ammalato col viatico in mano, dicendo tre volte:

– Signore, non sono degno di ricevervi.

E con le ultime parole mise l’ostia immacolata sulla lingua del morente.

Alessandrino, perduto nell’incoscienza, già più nell’altro mondo che in questo, rimaneva con la lingua sul labbro inferiore, come se si fosse addormentato in quel momento. Il prete si fece dare un po’ d’acqua e gliene versò sopra una goccia per aiutarlo a trangugiare il Signore, senza farlo toccare i denti. L’ostia, che si era appiccicata alla lingua, si sciolse in una poltiglia bianchiccia e a poco a poco scomparve.

Tutti lo credevano morto. Don Paolo stava per prendere l’asperges per dargli la benedizione, quando Alessandrino, con delle convulsioni che durarono un attimo, emise dei gemiti cavernosi che gelarono il sangue nelle vene degli astanti.

Non era morto, ma la fine non era lontana. Don Paolo ritornò poco dopo con la calotta a tre angoli e con la stola a dargli l’estrema unzione. Respirava con dei rantoli che impaurivano.

– L’aiuto nostro nel nome del Signore. La gente che era con lui rispose:

– Che ha fatto il cielo e la terra.

– Il Signore sia con voi.

– E nell’anima tua – risposero i fedeli.

Il prete riprese:

– Reca, o Signore Gesù Cristo, in questa casa, l’eterna felicità, la divina prosperità, la serena letizia, la carità fruttuosa, la sempiterna salute; si allontani da questa casa il demone della colpa e la ricreino gli angeli della pace e nessuna discordia la disturbi. Signore, mostra a noi la grandezza del tuo nome, della tua bontà, della tua misericordia; liberaci da ogni colpa, da ogni timore e dona a noi la salute.

Le donne assentivano a tutto ciò che diceva il prete, ricominciando febbrilmente le preci e battendosi ripetutamente il petto, e il sacerdote guardava il soffitto, come per cercare l’inspirazione divina.

Il moribondo rovesciava gli occhi e con le mani increspava la coperta del letto come in un ultimo sforzo per non uscire dal mondo.

Don Paolo gli diede l’estrema unzione, ungendogli gli occhi, le orecchie, le nari, la bocca, le mani, i piedi e le reni.

– Per questa unzione santa e per sua piissima misericordia ti perdoni il Signore le colpe che hai commesse per mezzo degli occhi, delle orecchie, delle nari, della bocca, delle mani, dei piedi e delle reni.

Alessandrino pareva spento.

– Siami, o Signore, la torre della mia fortezza contro il nemico dell’anima.

Nessun segno di vita.

– Dammi, o Signore, la retribuzione secondo le mie opere. Fa il bene, o Signore, a quelli che ho danneggiati. Perdona, o Signore, quelli che mi hanno fatto del male.

Il polso pareva alle ultime oscillazioni. Egli era stato benedetto, le donne avevano biascicato molte orazioni, e il prete, come rapito dall’estasi mistica, diceva:

– Esci, anima cristiana, da questo mondo in nome del Padre che ti creò, del Figlio che per te soffrì e dello Spirito Santo che ti ha santificata: in nome degli angeli e dei santi. Sia oggi la pace la tua dimora, e la tua casa sia la santa Sionne.

Il sacerdote gli prese la mano nelle mani, premendogliela dolcemente:

– Dio di clemenza che cancelli le colpe, purificami di ogni pensiero e d’ogni parola, di ogni azione cattiva che nella vita mia abbia commesso. Se ho mancato ai miei doveri, se non ho obbedito la tua legge, se ho mancato di riverenza al fanciullo, se ho tradito la donna, se ho usato soperchierie, se ho negato la giustizia, se ho odiato e se ho tolto la roba altrui e calpestati i diritti degli altri, o Signore, perdonami, considera la mia fragilità, perdonami.

Il sacerdote, ispirato dalla eloquenza che gli usciva dal cuore, vedeva il cielo che si spalancava per ricevere l’anima del peccatore pentito.

– Vanne, vanne, anima cristiana, da questo mondo, vanne pentita e speranzosa: ti aspettano Maria, gli angeli e i santi.

I singhiozzi salivano con le parole calde del prete e coi singulti della povera donna nell’angolo, che perdeva il suo bene.

– Va, dopo avere sparse le lagrime nella notte cupa e tenebrosa, va alla sommità del monte, ov’è luce, calore, giocondità; ove Iddio stesso è la felicità. Entra nella eternità beata, per la quale, o anima cristiana, fosti creata.

Il morente tirò alcune fiatate aspre come una sega in moto, spalancando le labbra e ritraendo ingordamente la lingua fin sotto il velopendolo e rimanendo così senza vita. In un attimo egli era diventato orribile. Gli occhi gli si erano asciugati in modo, che non esisteva più nelle occhiaie che della materia nera, sulla quale pareva si fossero già posati i mosconi.

Le orecchie erano delle cartilagini gialle, i cui orli paonazzi piegavano su se stessi e la pelle screpolata del naso gli si era contratta, tenendogli aperta la bocca come un abisso spaventevole.

Il prete gli raccolse le mani e gli mise il crocifisso sul letto. La moglie piangeva come una disperata.

La famiglia che riassumeva tutto ciò che vi era di tragico e di deforme nel Casone era quella dell’indoratore Pietro Cristaboni, un satiro che arrivava all’orlo del tavolo se si rizzava sulla punta dei piedi. Rachitico nell’utero, era venuto al mondo un mostriciattolo, con delle protuberanze davanti e di dietro che gli si andarono sviluppando cogli anni, inghiottendogli il collo fino al di sopra della carotide, caratteristica dei denutriti della miseria. Con la testa enorme e mobile, con gli occhi bigi in fondo alle orbite sotto tettoie pelose, col naso orribilmente schiacciato alla radice, con le mascelle voluminose e le labbra turgide e scarlatte faceva scappare le donne dal ventre grosso. Era di una forza straordinaria. Con delle braccia lunghe e sproporzionate al corpo sapeva levare pesi enormi e contorcere, nei momenti bestiali, dei bastoni di ferro. Le dita si attaccavano alle carni delle sue vittime come tentacoli che stritolavano. A ventidue anni, con dei baffetti nerissimi, le cui punte attorcigliava con orgoglio, correva dietro a un’orlatrice di scarpe che rivaleggiava con lui in bruttezza. Era bassotta, con la fronte dalla pelle gualcita, con le palpebre scervellate e rossastre, e con una configurazione facciale scimmiesca. Era la cagna del cortilone. Chiunque poteva darle un pizzicotto o palpeggiarla dove voleva. Alla sera, col boccone in bocca della cena, andava sul bastione a giocare coi giovanotti delle fabbriche, che la sdraiavano sull’erba o la schiacciavano contro gli alberi, non suscitando in lei che le risate convulsive. Era così ripulsiva che nessuno, neppure la madre che la tirava grande a schiaffi e a pedate, sentiva il bisogno di proteggere la sua verginità dagli assalti maschili. L’indignazione era tutta per gli sporcaccioni che non avevano schifo di mettere le mani in un corpo marcioso come quello di Vittoria.

Pietro sentiva per lei una passione brutale di abbatterla in terra e saziarsi sul suo corpo. Più ella si ostinava a voltar via gli occhi e più lui le teneva dietro nelle ore libere con la tenacità del questurino. In sull’imbrunire l’aspettava sulla porta e la seguiva fingendo di andare pei fatti suoi, aspettandola dovunque poteva spiarla, sull’angolo della via o dietro un albero. Assisteva ai palpeggiamenti e alle colluttazioni con gli uomini, coi bramiti sordi della concupiscenza, coprendola di nomi ingiuriosi, chiamandola la troietta di tutti e giurando di impadronirsene non appena gli sarebbe venuta alla portata delle mani. Poi se la vedeva ripassare ancora imbrattata degli altri come una superbiona che gli avrebbe sputato in viso alla prima parola. Con la faccia terrea e le mani agitate la vedeva andar via vestita alla diavola, con delle vesti svanite che le cascavano giù dai fianchi che non aveva, a piedi nudi, col seno incipiente, ridendo a tutti, tranne che a Pietro, che odiava perché era orribile e che malediva perché la perseguitava da sei mesi.

– Piuttosto che divenire sua moglie – diceva alle amiche che la canzonavano – preferirei saltare nel tombone di San Marco!

Pietro lo sapeva e sapeva anche che si metteva in ridicolo l’idea del suo matrimonio. Ma lui non ascoltava nessuno e continuava a pedinarla, determinato a carpirsela come una preda, a farsela sua per diritto di conquista, a contenderla agli altri col suo pugno di ferro che spaccava i tavoli e frantumava le scranne. Non mancava che una goccia di vino per far traboccare la sua violenza. Quando era bevuto, non rimaneva di lui che l’animale feroce che sconquassa e che passa sul corpo di non importa chi. Una volta vuotò un’osteria con una semplice chiave. La menava alla cieca, senza badare se sdocchiava o se la sprofondava nella testa o se smascellava qualcuno. Rimasto solo, con la gente fuori che gridava aiuto, egli si mise a sfogarsi contro i vetri, scaraventando i bicchieri nelle finestre e adoperando un doppio litro per rompere i litri, passando dappertutto con la bava alla bocca e con gli occhi stralunati e iniettati di sangue, come una bufera che lascia dietro di sé il disastro della sua furia.

Il momento era venuto. Era una sera di maggio con l’aria tepida e col cielo che pareva un’immensa cupola chiara riflettente l’azzurro annacquato sulla popolazione della strada. Si distingueva una persona dalle altre assai meglio che di giorno. Pietro si era fatto sbarbare, aveva bevuto mezzo litro di trani e sfoggiava una cravatta di lana rossa che gli buttava una fiammata sulle guance livide. Vittoria era sul bastione, in mezzo a una frotta di giovani operai che passavano dalla luce nelle ombre del fogliame degli alberi, che la cingevano alla vita e le davano dei ganascini che la facevano trepidare con dei gridi che andavano nelle orecchie di Pietro come tanti spilli. Le stelle si illuminavano una dopo l’altra, popolando la distesa di gruppi che parevano centri di faville. Vittoria scompariva nella chiazza larga di un ippocastano affollato e fiorito e Pietro se la immaginava allungata sull’erba sotto il peso di un uomo che se la sgingottava tra le braccia. Gli calò sulle pupille una foscaggine che gli intetrò la scena svolgentesi sotto il largo fogliame che sussurrava alitato dall’arietta che rinfrescava la temperatura e, incalzato dalla gelosia, andò difilato, di corsa, verso il capannello, che si sciolse a gambe levate, e si gettò sulla donna come un cane rabbioso, morsicandola dappertutto e tappandole la bocca per impedirle di urlare come una scalmanata.

La fanciulla sorpresa rimase vinta. Si alzò come una smemorata, col corpo indolenzito dalle strette del gobbo, che le si era attorcigliato alla vita come un serpente. Il malefiziato in piedi, coi capelli sottosopra, cogli occhi che lampeggiavano di lussuria, si rifece il gruppo della cravatta rossa, si calcò il cappello sulla testa, le passò il braccio sotto il braccio e si avviarono verso casa senza scambiarsi una parola. Sull’angolo, Pietro, entrò dall’acquavitaio a bere un grappino, lasciando la ragazza sul marciapiede come una sbalordita che non aveva più volontà propria. Alla porta si separarono.

– A domani.

– A domani.

Non mancò mai agli appuntamenti. Col succedersi delle settimane i desideri di Pietro diventavano per Vittoria degli ordini imperativi. Non rideva più con alcuno, non guardava più in faccia ai giovinastri che conosceva e filava diritto per paura di sentirsi alla gola le mani che l’avrebbero strangolata come una gallina. La sera in cui le disse: “Domani andremo coi testimoni a prendere il consenso” la ragazza si limitò a rispondere che non aveva scarpe e che la settimana doveva darla alla mamma perché l’aveva mantenuta.

Il vicinato, vedendoli passare, faceva delle risatine di compassione o masticava parolacce contro una coppia che faceva partorire qualche mese prima le gravide che incontrava. Alcune donne non riuscivano a convincersi che ci fosse una legge divina che permettesse a un mostro come il gobbo e a una infelice come Vittoria di unirsi in matrimonio per produrre dei bimbi deformi come il padre o scrofolosi come la madre o orribili come i genitori. Ma la cosa era un fatto compiuto. Domenica scorsa don Paolo aveva annunciato ai devoti, tra le altre pubblicazioni, che Pietro Cristaboni, indoratore, di anni 26, e Vittoria Angelucci, orlatrice, di 18, intendevano contrarre tra di loro matrimonio. Bastò l’annuncio per sollevare il sussurro. Le donne e le ragazze che li conoscevano si facevano il segno della croce come per scongiurare una disgrazia. Ma don Paolo continuò l’annuncio, aggiungendo che chi sapesse correre tra questi contraenti qualche legittimo canonico impedimento, si ricordasse l’obbligo di denunciarli, ricordandosi pure che denunciando il falso incorreva in colpa mortale e nella pena della scomunica.

Il chiacchierio della folla femminile fu sul canonico impedimento. Non c’era bisogno di denunciarlo. Chiunque sapeva che erano due sgorbi umani che facevano vomitare a guardarli. Pietro poi era un gobbo pericoloso che si sarebbe dovuto incatenare in un manicomio. Era stato veduto dai vicini della sua ringhiera sbattere la madre violentemente sulla parete e tutti sapevano che era lui che l’aveva fatta crepare a botte e a spaventi. Una volta il bilanciere Antonio gliela strappò di mano tutta sanguinolenta. E per compenso, Antonio, s’ebbe una sgabellata sulla testa che lo lasciò in terra tramortito.

La loro casa di sposi non valeva venti soldi. L’avevano incominciata con dei cavalletti e un pagliericcio, un tavolo di tre lire con le due scranne e qualche stoviglia per la cucina, e non l’avevano migliorata lungo gli anni che con degli stracci. Anche se si era abituati ai cenci, chi dava una capatina nella loro stanza si sentiva umiliato di sapere che vi erano degli esseri che vivevano in tanta melma. Pareva un’abitazione di cani pitocchi. C’era della carta straccia e unta sul focolare, negli angoli e sotto il tavolo. Il letto era sempre sfatto e le lenzuola stracciate non si distinguevano dal colore della coperta. Le pareti erano piene di ditate del colore del caffè sporco. Dal soffitto a travicelli penzolavano le ragnatele che infittivano e si allungavano giù, di anno in anno, senza che la moglie sentisse il bisogno di romperle con un colpo di scopa. L’ammattonato era molle di cacherie, di sputacchi neri del masticatore di mozziconi raccolti per la strada, dei piedi che vi entravano infangati, e di tutta la miseria che cadeva dalle loro teste, dai loro corpi, dal loro tavolo e dal loro focolare. Il primo frutto della loro unione fu un piccino che fece meravigliare il vicinato. Era grassottello, con degli occhioni cilestri, dei capelli biondi, con la carne della faccia biancastra imporporata di un roseo piccante, con delle manine bianche come il latte. Il secondo fu una bimba vispa, con degli occhi fulvi come i capelli, con un nasino che si slargava alla base, e delle guance che in certe giornatone di sole fiorivano di salute. Alcune vicine si conciliavano coi genitori, che consideravano orribili, per avere l’opportunità di dare a quei monelli dei buffetti sul naso o delle mezz’once sul faccino.

Tre anni dopo ne nasceva un altro più leggiadro dei primi due senza destare alcuna meraviglia sulle ringhiere e sulle scale popolate di inquilini. Nel Casone si era abituati a dire che i ragazzi più belli uscivano dalle coppie più mostruose. Ma questa opinione per i figli dei Cristaboni non durò molto. La gente incominciava a vedere che era di loro come di quelle mele che hanno la pelle fresca e sana. I primi due invece di svilupparsi e crescere, si immiserivano, il primo rimanendo come era nato, il secondo ingrassando come se fosse stato affetto d’idropisia, senza allungarsi mai fuori. I bimbi degli altri camminavano e si rincorrevano già per i cortili con le manate di palta per snegrarsi la faccia e gridare a perdita di fiato. I bimbi dei due Cristaboni non sapevano stare in piedi e le gambe di entrambi si andavano arcuando come se le loro ossa fossero troppo pastose per non piegarsi sotto il peso del corpicino. Invecchiavano sculacciando per il pattume della casa e della scala, emettendo dei gridi sgarbati e mangiando quel diavolo che capitava loro tra le manucce. La madre, che doveva orlare anche nelle ore in cui avrebbe avuto diritto al riposo, lasciava che le cose andassero per la loro china senza tante preoccupazioni. Mentre si sgravava di altri due, Richetto e Gigi perdevano la fioritura, divenivano flosci e erano tormentati dalla dentizione che cresceva orribilmente. I denti uscivano dalle gengive aguzzi, addossati e irregolari. Sotto il mento avevano sovente dei gonfiori che l’olio d’amandorla non sapeva più distruggere. Ci voleva spesso la lancetta del chirurgo dell’ambulanza, la quale lasciava sempre della carne spellata e rossastra, con delle escrescenze lungo i tagli che commovevano le vicine fin nell’imo delle viscere. Il padre si era riversato tutto in Franceschino, un monello rachitico in fasce che lacerava i capezzoli della madre che gli dava il latte. A cinque anni era un demonio che percoteva i fratelli e le sorelle e alle volte tentava di rovesciarli nel fuoco. Giocando sulla ringhiera, portò fuori un occhio al figlio della 82 con un’unghiata. Più invecchiava e più si sviluppava in lui il genitore con la sua testa massiccia, coi suoi orecchioni fioriti di esantemi, coi suoi occhi illuminati dalla delinquenza, con l’ossatura della faccia voluminosa, con le esuberanze sullo stomaco e sulla schiena, con le mani che parevano artigli. Brutale come lui, rompeva le scodelle e buttava il coltello e la forchetta in faccia della madre, se lo seccava. Antonietta teneva più dalla madre. Con una faccia patita, con le palpebre arrovesciate, scrofolosa, esile, senza fianchi, coi piedi pesanti e piatti e con la spalla sinistra che le si deformava senza addolorarla. L’altra, l’ultima, aveva la testa piena di croste, la faccia piena di croste, con un’apertura ombilicale a sei anni, un piede contorto e uno stomaco che buttava su quasi tutto quello che mangiava.

Pietro, in mezzo a questo spettacolo tragico, rimaneva l’uomo di prima. Indifferente, crapulone, bestiale. Se aveva della grappa in corpo più del solito, prendeva la sua donna per le spalle e la calcava sulla parete, come se avesse voluto schiacciarvela, dandole calci nel ventre ogni qualvolta gridava per farlo sapere ai vicini.

Annunciata era salita tutta allegra. Pareva una sposa appena uscita dalle mani della sarta e dell’orefice. Era vestita di seta, con uno spillone d’oro dove il seno ascende, con dei pendenti nelle orecchie che fiammeggiavano, con un braccialetto massiccio intorno al nudo del braccio destro e con un nastro di velluto solferino che le fasciava il collo dalla pelle brunastra, facendole spiccare tutto il nero della toeletta. Coi suoi guanti a quattro bottoni in mano, con la veste succinta per non insudiciarla e lasciar vedere il candore della sottana inamidata, non sapeva dove stare. Andava da una parte e dall’altra, baciando Altaverde sugli occhi o sull’altura della testa, dicendole cento volte di non sporcare questo e di non gualcire quest’altro.

– A me piacciono, sai, le ragazze pulite, con le orecchie lavate fino in fondo, dove si forma la poltiglia giallognola.

E passandole la salvietta nelle orecchie, le girava intorno, scavando e facendo aria col fru fru della sottana e con lo struscio della seta che andava avanti e indietro con un fracasso da signora del Verziere.

– Dammi quel pettine, che io non voglio che si facciano le trecce prima di sgarbugliare ben bene i capelli. Così e così. Vedi come ti stanno divinamente! Sembri una madonna. Mettiti questi stivalucci di pelle di marocchino. Sono morbidi come il pelo del gatto. Non calzarteli che alla festa, se vuoi che ti durino. Perché la mamma non può comperartene un paio tutte le settimane. Fatti passare questa sottana di madapolam come la mia. Aspetta che te l’allaccio senza farti il gruppo grosso che fa male alla schiena. C’è ancora un po’ di apprettatura perché non è stata che inzuppata nell’acqua. Una volta che tocchi il fosso, diventa floscia come un foulard finissimo. Così, carina. Non mettere le mani sulla veste bianca. Lascia fare a me, che non voglio che abbia delle pieghe. Avete sentito, Enrichetta, che Alessandrino è morto? E poi ci si chiama stupide se crediamo a queste cose che fanno gelare il sangue! Qui non ci sono fandonie, non ci sono. Noi non sapevamo neppure della malattia del poveraccio. Lo sapevate, voi? Neppur io lo sapevo. Giuliano ha un bel fare dei risolini. Ma il fumo gli avrà dato da pensare. Non ne ho il menomo dubbio. Lo ha visto coi suoi occhi, e coi proprii occhi non si mentisce. Trentasei ore dopo era già bello e seppellito, come è vero che c’è la Madonna. Basta, pensiamo un po’ a te, carina. Così mi pare che tu sembri un angelo. Vedrai che ti invidieranno. Adesso lascia che ti punti la gala alla spalla. Mi piace che tu sia una delle più scicche cresimande. Non voglio che si dica che io sono una spilorciona. I denari non li butto via, perché so che cosa costano a guadagnarli. Ma non faccio economia sai, quando ci metto del mio cuore. Mi fa schifo, sapete, Enrichetta, di passare davanti l’uscio del gobbo, un uomo che deve essere tutto ulceroso. Sono obbligata a turarmi il naso. Mi pare di sentire un odore di marcia e di sentirmi in bocca l’aria putrida del luogo comodo. Lo dirò a Giorgio che non sta bene che ci sia un ospedale tra mezzo agli usci delle persone sane. È una famiglia di tisici, senza sangue indosso o con del sangue guasto nelle vene. Guardate se deve essere permesso alla gente in quello stato di fare una famiglia! Che ne dite? Avete altro che ragione, Enrichetta mia. È gente che va ritirata. Sono ammalati che possono infettare il corridoio. Il dottore, venuto a trovarmi l’altra mattina, mi diceva che sono pericolosi perché perdono noduletti dovunque passano. Mi spiegò che i noduletti sono bestioline che si trovano nel loro sangue e nei loro polmoni a bizzeffe. È una famiglia di tubercolotici. Proprio così, ha detto così il medico che ne era anche lui tutto spaventato. Non ci voleva che un padrone senza cervello per dare alloggio a creature che portano indosso tante malattie da ammazzare tutto il Casone. Ma non abbiate paura, Enrichetta, che ne parlo io a Giorgio. Lui è così occupato negli affari che non sa neanche che ci siano degli inquilini pieni di tumori contagiosi. Il gobbetto, quello che assomiglia tanto al padre, ha un tumore nel fianco e sbatte il catarro in terra quasi col piacere del padre. E io ho una paura maledetta della marcia verdastra del suo stomaco. Quando la vedo mi metto una mano alla bocca come se avessi paura che mi andassero in gola i noduletti. Il gobbetto mi fa venir freddo. È testardo come un mulo e cattivo come una vipera. Anche la Gigina sputa sangue. Poveretta, ho compassione di lei. Ma non so che farci. Bisogna che vadano via tutti se si vuole disinfettare il corridoio. Di fuori al loro uscio ci sono i neracci degli sputi assecchiti. Puah! Mi vien voglia di vomitare il caffè e latte di ieri. La Gigina ha i polmoni andati. Se fossi la madre di tutta questa minutaglia sciancata e dissanguata, morirei dal dolore. C’è quell’altra più piccina, come si chiama? che ha la faccia piena di pustole. È un orrore. La poverina non ha colpa. Il padre di tutta questa marmoccheria è un assassino da galera. Basta guardarlo. Ha gli occhi inondati di bile. Tutte le volte che lo incontro mi viene su la pelle d’oca. Misi dice che quando ha giù del vino diventa un vero animale feroce che sbatte violentemente sul muro la moglie come se volesse passarle la schiena nello stomaco. La moglie è uno straccio che ha paura della sua ombra. Si lascia svuotare le gengive e strappare i capelli senza dire una parola. Povera donna! Lavora come una bestia da soma e le ore libere le consuma portando i figli all’ambulanza ospitaliera. Il padrone di casa deve avere un po’ di buon senso. Giorgio lascia fare a Ghiringhelli, un buon uomo, senza dubbio. Sa fare gli interessi del padrone, ma pensa troppo agli affitti e gli affitti, diceva lo stesso Giorgio, non sono tutto. Il padrone ha dei diritti, si capisce. Ma gli inquilini non ne sono senza. Che ve ne pare, Enrichetta? Se fossi io la padrona di casa? Non ditelo due volte. Potrei, ne sono sicura, diventarla domani. Giorgio mi ha già cercata e supplicata di essere sua. Non è bello, ma non disgusta ed è buono come un angelo. Gli ho risposto che non mi sento di fare la donna di casa. Non ho che le mie braccia e vivo volentieri delle mie fatiche. Lui insiste e dice che quando si è vicini ai trent’anni… Gli ho risposto che non ne ho che ventotto. Egli insiste. Bisogna accasarsi. Si sta male soli, lo so, non ditelo a me che è un pezzo che meno questa vita. Può capitare un accidente da un momento all’altro. E poi? Lui ha la sorella, è vero, ma non va d’accordo. I loro affari sono completamente separati. Il Casone è tutto suo. È ricco da far letame ai cavalli coi suoi denari. Qualche volta mi sento solleticata. Se amo i figli? Voi lo vedete, li adoro. Se avessi però dei figli spaventevoli come quelli del gobbo, allora no. Io voglio bene ai bimbi sani, ai bimbi che crepino di salute, alle ragazze leggiadre come la mia Altaverde. To’ un bel bacione. Aspetta a metterti il velo in testa, che voglio puntarti tra i capelli questa camelia candida come l’anima tua. Dicevamo? Che mi piacciono i bimbi freschi e sani. Sono la mia passione. Giorgio non è proprio bello, ma voi sapete che i figli hanno sempre più della madre. È lei che ne ha lo stampo e che dà loro la robustezza. Sei pronta? No, ti manca il velo. Guardati nello specchio. Non ti mancano più che le ali. Così, voltati. Eccoti un altro bacio. Adesso mettiti i guantini. Questo sì che si chiama fare dello scicche. Ti invidieranno, ne sono sicura. I dolci li compreremo dopo la cresima. Dove hai il libricciuolo delle preghiere? Eccotelo. È coperto di velluto con le pagine filettate d’oro. Ti piace? Brava! Addio, Enrichetta. Ricordatevi che stasera mangiamo assieme. Dite a Giuliano che andremo all’osteria e che sono io che invito. Vi pare? Non c’è di che ringraziarmi. All’osteria c’è meno incomodo e si sta meglio. Andiamo, Altaverde. Mi metterò il cappello dabbasso. No, non vado al lavatoio. Ho le mie donne con la Negra del borgo che fa tutto come se fossi presente. È una perla di ragazza. Non mi fermo in casa che due minuti. Puoi aspettarmi anche di fuori. Ma no, entra. Dov’è il mio cappello? È nell’armadio. Eccomi pronta. Aspetta che prendo i guanti che dimenticavo sul tavolo. Il tempo è splendido e non c’è bisogno d’ombrello. Va adagio, carina, senza appoggiarti ai muri o alle ringhiere che sono sempre sporche. Va innanzi diritta, senza badare alle ragazze. Si dice che lusso, senti? Sfido io, sei vestita come una principessina. Andiamo nella chiesa di Sant’Ambrogio. Sai la strada, non è vero? Ecco quel brutto noioso di Alfredo che mi s’inchina con una scappellata. È inutile, sarai sempre un suonatore ambulante, un fannullone che va in giro col cappello piuttosto che lavorare. È volgare anche quando vuol fare dei complimenti. Va via, che non so che farne delle tue scappellate! Oh Dio, adesso incontro la Pina, la moglie del calzolaio, che mi si raccomanda perché il padrone non la mandi via. Santo cielo, non sono io la padrona di casa! Se tutti facessero a questo modo i padroni andrebbero in malora. La poveretta ha tanti figli e un marito che ha le mani buche e lunghe. Per lui non avrei cuore. È un poco di buono vostro marito. Ma voi, disgraziata, avete dei figli e coi figli non si può andare in mezzo alla strada. Lasciate fare, gliene parlerò oggi. Non occorre che mi ringraziate. Addio, non vi date pensiero. L’ortolana crepa dalla rabbia quando mi vede. Mi caverebbe volentieri gli occhi. Che sciocca! Non so bene che cosa le ho fatto. Non so perché madre e figlia l’abbiano su con me. Io so tutto, vedo tutto e lascio fare. Che cosa vogliono di più? Che faccia della maldicenza? Non mi piace e lo sanno bene. Io tiro via per la mia strada e non mi mischio negli affari degli altri. E questo per loro è un peccato. Ecco delle ragazze che s’avviano alla cresima. Vedi quella là che è già grande come una donna. È ora di maritarla e va a cresima. Dovevano aspettare un po’ ancora a mandarvela. Ce ne sono di quelle che senza gli stivaloni sembrerebbero dei pilastri di neve in moto. Don Paolo è entrato adesso. Ecco che ci saluta. Non è lui che cresima, sai. È il vescovo. Sta attenta quando verrà la tua volta che ti benedirà battendoti leggermente la guancia sinistra con le due dita. Addio, cara Nina, salutami la mamma. È la figlia del 187 del terzo piano a sinistra. Aspetta che apro io la porta. C’è il tendone ovattato pesante che ti rovinerebbe l’abito. Così, passa. Prendi dalle mie dita l’acqua benedetta e fatti il segno della santa croce come una buona ragazza. Quei là? Sono due angeli. Curvati, che ti possono fare la grazia quando sarai grande. Non bisogna passare dinanzi le cose sacre senza un inchino. È la riverenza che deve fare ogni buon cristiano. Non spaventarti. È san Giorgio che uccide il drago. Il drago è il diavolo. Dio gli ha comandato di ammazzarlo. Così si puniscono i cattivi. Va avanti che saremo delle prime. È una chiesa sempre piena di villani. Entrano in processione. Guarda quanta gente. Si sente l’odore di stalla. Mettiti, come me, il fazzolettino al naso. Vengono a vedere l’arca di san Gervaso e Protaso. Fa una riverenza alla colonna in cima alla quale è il serpente. Non lo vedi? Dall’altra parte del pulpito, là in fondo ai banchi. È un serpente miracoloso. Guarisce le bimbe malate di vermi. Virginia, tu la conosci, non è vero? la figlia di Giovanna, la 32, sarebbe morta senza il serpente. Lo meriterebbe, sai. Con la camicia ancora sporca, è una sfrontata che fa già all’amore, invece di mangiare della polenta. Se fosse mia la prenderei a sculacciate, e gliene darei tante da farle venir su le vesciche. Prendiamo il posto. Come sta, signora Bigia? È anche lei matrina? Si sa, una volta o l’altra bisogna restituire quello che gli altri hanno fatto per noi. Io sto bene, grazie. Mi saluti tanto la Carmela. Verrò a trovarla, lasci fare. Inginocchiati e sta raccolta che ho visto il vescovo entrare in sagristia. Vedrai che esce con la mitra e il pastorale. Recita le orazioni che ti hanno insegnato a dottrinetta. Te le ricordi? Che stupida! Mettiti questo fazzoletto sotto le ginocchia se non vuoi sporcarti le calze. Perché non sono tutte vestite di bianco? Bella domanda. Perché tutte le matrine non possono spendere. Ci sono anche dei ragazzi che non sono vestiti tutti di nuovo. E con questo? Sarebbe bella se non si cresimassero che quelli vestiti di nuovo. Ringrazia il Signore che tu sei tra le fortunate. Sta attenta che viene. Non avere paura. Non dice che due parole. Senti che incomincia coi ragazzi in fondo. Dice a ciascuno le stesse cose. “Io ti confermo col crisma della salute nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo affinché sii buono, fedele costante soldato di Cristo”. Hai visto come si fa presto? In un momento siete tutti cresimati. Ecco l’impronta dello schiaffetto. Ti ha fatto male? Ringraziamo in ginocchio la madonna: Ave Maria, gratia piena, Dominus tecum… Sotto voce, sai, se non vuoi disturbare gli altri. Andiamo che se ne vanno anche le altre. Tre riverenze all’altar maggiore, prendi l’acquasanta e segnati bene, che l’acqua santa tiene lontano i malanni. Riverisco, signora Pastini. Tanti saluti alla sorella che non vedo da un pezzo. Le saluterò Giorgio, va bene, grazie. Passa il tuo braccio sotto il mio, che non abbiamo che mezz’ora. Giorgio ci aspetta al numero cinque, in piazza Fontana, a far colazione. Ci sono stata delle altre volte, sissignora. Ci si mangia bene. L’ultima volta mi hanno dato dell’agnello arrosto con delle fettoline di lardo che mi hanno lasciato la voglia di mangiarne dell’altro. Prenderemo il calesse. Brumista? Dalla Baj in piazza del Duomo. Una ragazza cresimata senza bomboni starebbe male, non ti pare? Prendi. Non volevo dartelo che a casa. Mettilo in saccoccia e dallo alla mamma. È un portamonete coi denari per comperarti un altro abito quando ne avrai bisogno e sarai più grande. Non mi dai nulla per ringraziamento? Così va bene. Almeno un bacio! Scendi senza farti male. Mi faccia su un bel cartoccio di dolci. Ti piacciono i marrons glacés? A me sì. Uh, come sono buoni! Quando arrivavo al tavolo mi piaceva la sfogliata. Avrei fatto monete false per una sfogliata. No, quelli sono un po’ troppo zuccherati. Preferisco di quei pasticcini. Lo zucchero fa cadere i dentini alle ragazze. Vi metta una manata di cioccolatini. Sì, un po’ anche di quelli lì, con le amandorle. Non ti piacciono? Le darai alla sorella. Non devi mangiarli tutti tu, sai. Non dimentichi qualche biscotto. Mi piacerebbero anche questi pasticcini coperti di uno strato di cioccolato, ma ho paura che si sciupino nella carta. No? Lei ne sa più di me. Mi dia, intanto che fa il conto, un vermutte con seltz e una bibita di menta per la ragazza. Quattro e cinquanta. Ecco le cinque lire. Grazie tante. Buon giorno. Come è graziosa. Già, se si vuol far denari bisogna essere gentili. Una volta la Baj ne aveva come ne ho io sulla palma della mano. Adesso può andare in carrozza e star bene. Ci conduca al numero cinque in piazza Fontana. Non è che a due passi. To’ che ci siamo. Ecco Giorgio. Mi aspettavi da un quarto d’ora? Pago il brumista e sono da te, caro. No, non occorre, lo paghi tu. È la tua festa? Me n’ero scordata. Già, è san Giorgio. E io, stupida! Non c’è da disperarsi, lo so bene, ma non è decente. Ho il calendario appeso nella prima stanza, ma non c’è momento dell’anno che gli dia un’occhiata. Me ne duole, Giorgio. Tu sai che non ci ho messo cattivo cuore. È proprio una dimenticanza. Ma la giornata non è ancora finita, e ho tempo a rimediarci. Non mi dispero, tu vedi, che non ho le mani nei capelli. Me ne dispiace, ecco tutto. Dà un bacio alla mia cresimata. Ti piace? Ha sui capelli una delle camelie che mi hai mandato. Come ti piaccio vestita in nero? Tu sei sempre lo stesso. Ti piaccio anche vestita da lavandaia. Uh, scusa! Mi è cascata. Avevo promesso di non parlarne mai. Ma già io non ho vergogna. Vergogna è far del male. Dove sediamo? Hai già ordinato di dentro? Perché non ce lo dicevi? Andiamo, Altaverde. Lo dico sempre che all’osteria si sta assai meglio che in casa. In casa dopo l’allegria bisogna incominciare a lavorare. Qui si lascia tutto. Si paga e non si pensa ad altro. Se fossi ricca non vorrei mangiare in casa una volta all’anno. Si sa, quando si hanno delle serve è un altro paio di maniche. È come essere all’osteria. Questi ravioli sono eccellenti. Bada di non lasciar cadere le gocce sulla veste. Giorgio, allacciale il tovagliolo al collo e mangia adagio. Impara. C’è un sole che è una meraviglia. Che bella giornata! Nelle belle giornate mi sento ancora più buona. Tu mi vuoi troppo bene per trovarmi cattiva. Ma ho anch’io i miei momenti, non credere. Domandalo alle mie donne quando vado in furia! Figurati se non mi devono piacere gli uccelletti allo spiedo. Guarda, me ne lecco anche le dita. Lasciamo, per carità, da parte il tuo bruciore di cuore. Gli uomini sono tutti fatti a un modo. Vorrebbero tutto in un giorno, e poi dopo lo sappiamo noi, povere donne. Chi si è veduto, si è veduto. No, tu non sei di quelli, ma di quegli altri. Ti credo, lo dico sul serio. Ma perché vuoi che ti dica di sì, adesso? Te ne troveresti pentito. Tu sei un signore e puoi sposarti altro che una lavandaia senza educazione. Quel poco che so me l’hanno insegnato la monache di porta Magenta. Buone donne, le facevo tribolare. Si sa, quando si è ragazze! Non ero però delle più cattive. Sì, quello lo accetto di cuore. Lo zabaglione è sempre stato il mio debole. Sii paziente. Lasciami pensarci. Non è una cosa da nulla, metter casa con un uomo della tua condizione. C’è anche tua sorella. Lo so, tu sei libero e puoi fare quello che vuoi. Ma io non voglio essere la colpa di mettervi in discordia. E se poi tu dovessi avere vergogna di me? Io non posso offrirti che la bellezza del diavolo. E che cosa direbbe il Casone? Ci sarebbe da morirne dalla vergogna. No, adesso non voglio più niente. Non sono abituata al caffè, ma se è per farti un piacere, figurati. Sì, sì, ti prometto domani di darti la risposta. Tu la vuoi ora? Il Signore mi è testimone che io ho fatto di tutto per il tuo bene. Se ti preme tanto, è detto. La mia parola è sacra. Ma tu sei a tempo a disdirti anche domani. Ne ho proprio abbastanza. Un altro bicchiere mi farebbe male. Andiamo a fare una passeggiata. C’è voluto a farmela dire la parola, ma una volta detta è sacra, non avere paura. Ah, come si sta bene all’aria!

Pareva proprio Natale. Fino dalle prime ore il sole rovesciava la luce calda sui tetti e il vicinato era già tutto in piedi, cogli usci spalancati, con l’allegria che andava di ringhiera in ringhiera, cogli augurii che passavano di uscio in uscio, coi nomi degli intingoli che cuocevano e disperdevano un odore che faceva mettere il dito in bocca a chi doveva mangiarli. Da una parte e dall’altra c’erano vicini che uscivano con la chicchera a far vedere a tutti che prendevano il caffè come i signori, versandoselo sul piattino e bevendoselo con delle soffiate per raffreddarlo. Antonio, l’epilettico, cui il cerusico Pinta aveva completamente guarito con le scottature all’orlo delle orecchie e con i salassi che lo avevano dissanguato, era sul gradino della casa, in manica di camicia, fregandosi le mani e dicendo alla mamma di dargli la giacca, che voleva scendere a scaldarsi lo stomaco con un bicchierino d’erba ruta. Il vecchio tintore del quarto piano, con le sue mani screpolate da mezzo secolo, col cappello pieno di pugni e il gessino in bocca, saliva con la corba piena di provvigioni, assicurando i vicini che incontrava che voleva fare una spanciata di risotto con lo zafferano e la cervellata che gli aveva regalato il salsamentario e con del buon vino da cinquanta al litro. Giuditta, del terzo piano, blocco B, andava giù a portare una fetta di panettone al povero Siliprandi, il quale si ostinava a credersi inquilino del Casone, sdraiandosi tutte le notti nel cavo disotto la scala. Il povero uomo le aveva dato l’anno scorso un ambo di quindici lire. Era seduto come un pitocco, che faceva compassione. Gli amici che lo avevano conosciuto in tempi migliori, lo compiangevano e gli regalavano un soldo, quando lo avevano. Egli era in terra, ancora gelato della notte, col suo giubbone che perdeva i fianchi, tutto pezzato e unto alle maniche, coi suoi calzoni sginocchiati, che gli lasciavano scoperta parte della gamba, e con le sue scarpe sfondate che riassumevano il padrone.

– Prendete, Siliprandi, che vi farà bene.

Non aveva voglia di mangiare. Era stracco, intirizzito, sporco fino ai capelli. Per lui i giorni si assomigliavano. La notte prima aveva dormito come le altre notti allo stesso posto. Lo mise in saccoccia senza pronunciare una parola.

Gigia, la stiratrice dei sottufficiali, tutta in ghingheri, col pizzo floscio e azzurrato giù dalle maniche del vestito marrone illustrato da miriadi di piselli, con la farfalla d’oro dall’ali ingemmate sul nastro del collo, andava agli usci delle amiche a dare le buone feste e a offrire un bicchierino di alchermes che le aveva regalato un amico di casa.

– Bevilo, Carolina, che è buono. L’ho bevuto anch’io. Venite su, Marianna, che ve ne darò un bicchierino. Avete fretta? Venite su, vi dico! Non vi lasciate più vedere! So che non avete tempo da perdere, ma poi le amiche sono le amiche. E Adalgisa? L’ho vista ieri l’altro in carrozza che pareva una contessa.

– Portate qui una scranna.

Marianna si era ingrassata. Andava su dalle scale ansimando.

Era un’ortolana che aveva assunto un non so che di signorile. Indossava un abito di bristol blu, con dei ricami ai lati della bottoniera del seno e, sulle maniche, del pizzo lungo e incannettato alla Maria Stuarda. Le mani grassottelle erano sempre un po’ ruvide, perché continuava a tuffarle nell’acqua, ma bianche come se le strofinasse col cold-cream e le tenesse inguantate tutta notte. Gli anelloni alle orecchie le davano un’aria di popolana arricchita e le facevano risaltare la candidezza del collo vigoroso. Due dei tre anelli alle dita non li metteva che nelle giornate solenni, perché le erano stati regalati dalla sua Adalgisa.

– Sì, la devo vedere oggi. Sta bene, grazie. Se pranzo con lei, oggi? Può darsi. Ieri è stata qui a invitarmi. Ma a me rincresce sempre di andare in mezzo ai signori. Si sa, loro parlano in un altro modo. Bentoni vuole assolutamente che io passi le feste con loro. Adalgisa verrà a prendermi in carrozza.

– A che ora? Mi piacerebbe vederla. Ci viene tanto di rado adesso nel Casone! Si sa, non è più adatto per una persona come vostra figlia. Vi ho detto che l’ho veduta l’altro ieri in carrozza che pareva una contessa. Indossava un vestito scicche di panno cannella, con un giacchettino blu con bavero e risvolti di lontra alle maniche. Il suo cappello alla Rembrandt, circondato da una superba piuma di struzzo, le buttava sulla faccia una fierezza bruna che innamorava. Sapete la novità, Marianna? Giorgio, il padrone di casa, sposa, indovinate? Potreste cercare mille anni senza indovinare. Sposa un vaso comune. Sposa Annunciata, proprio, com’è vero che sono viva. Voi potete credere o non credere. Ma lui la sposerà senza il vostro consenso. Me lo ha detto Alfredo, il violinista, che l’ha saputo da Giuliano, il materassaio, sapete, quello che sta di sopra. Ma bisogna dir niente perché mi ha raccomandato il silenzio. Anche a me pare impossibile che un padrone di casa, per quanto brutto come Giorgio, possa sposarsi una lavandaia del fosso, che si è data a tutti coloro che l’hanno voluta e che ha fatto tanti figli che nessuno sa più contare. È bella? Come cento mila altre. È una trave di carne. Poverette noi, se diventasse la nostra padrona di casa questa superbiona, che guarda d’alto in basso le altre, come se fossero tante serve. Per me, già, me ne andrei all’indomani. Figuratevi se vorrei vedermi in casa una donna come lei a domandarmi l’affitto! Rispetto troppo me stessa.

A Marianna importava poco. Gli uomini sono matti. Nella sua vita ne aveva viste parecchie di queste combinazioni. Fanno bene, hanno dei denari e sfogano i loro capricci. Lei, uomo, farebbe lo stesso. Annunciata non le piaceva affatto. Le era cordialmente antipatica. Ma capiva che ci fossero dei libertini capaci di godere a voltolarsi in mezzo a tanta carne.

– Vengo! Vengo! Non si può stare tranquilla neppure nel dì delle feste. Addio, se passate di là vi offrirò il rum del Gianmaria, che è buonissimo. Eccomi, seccate! Una volta, alla festa, ci si lasciava in pace. Ora non c’è più quiete neanche nelle feste di Natale. Il mondo va tutto all’incontrano.

La si chiamava per una manata di prezzemolo.

– Potevate prendervela, buona donna. Non ci conosciamo da oggi. Anche a me piace essere onesta. Ma non si è disoneste quando si prende e lo si dice alla prossima volta. Il prezzemolo poi non lo faccio mai pagare alle mie avventore.

Martino, con la gola della camicia a punte inamidate, col surtout color bottiglia, dalla cui tasca sul deretano pendeva la cocca del fazzoletto, con la tuba bassotta dal pelo arrovesciato e lucido dalle pioggie, aveva l’abitudine ogni anno di pagare il cicchetto di Natale agli amici che lavoravano nello stesso spazio. Il suo cicchettaio era il Battistino sul ponte, l’omone che buttava fuori gli ubbriachi a due a due.

– Buone feste, Paolino.

– Buone feste, Martino.

– Buone feste, Luraschi.

Con la stretta di mano si erano comunicata la notizia che stavano tutti bene. Luraschi, il falegname, vestito di fustagno nuovo, sotto il cappellone nero fresco ancora dell’anno scorso, era già stato in Duomo a sentire le tre messe con la moglie e i figli e aveva già bevuto il rum caldo con loro in Santa Margherita. Paolino, il chiavaiuolo, era in piedi dalle cinque, e aveva già fatto il giro di parecchie botteghe. Lorenzo, il barbiere, diceva loro che un bicchierino di grappa non faceva male. Lui, magari, ne aveva già vuotati parecchi, perché era forte e ci s’era accostumato sino da quando era stato tirolese coi tedeschi. Certo che bisognava stare attenti a farsi dare di quella della bottiglia senza etichetta, che i liquoristi tengono dietro le altre per gli avventori che sanno cosa bevono.

Egli diceva tutto questo nettandosi e rivoltandosi i baffi, con aria marziale, col pettine lungo e chiaro piantato nei capelli folti al disopra della spartizione a destra, con la salvietta frangiata sul braccio, aspettando che Martino precedesse gli invitati.

Se nascesse un’altra volta non farebbe certamente il barbiere, un mestiere birbone che lo obbligava a stare in gamba quando tutti gli altri, compresi i prestinai, facevano baldoria! Un pubblico come il suo non lo si trovava a farlo apposta. Un pubblico che lo lasciava lì magari tutta settimana ad acchiappare le mosche e a guardare il soffitto, e che poi, in domenica, nell’ora in cui si ama di andare fuori delle porte a fare una partita alle bocce, andava in massa a farsi radere la barba per due miserabili soldi.

Se non fosse stato che bisognava mangiare per stare in piedi, avrebbe strappato giù i piattelli più di una volta e dato un chiodo alla bottega. Il chiavaiuolo lo pacificava assicurandolo che tutti i mestieri avevano qualche guaio. Il suo, che non s’imparava che cogli anni, era dei più prepotenti. Un signore o una signora, che perdeva la chiave di casa o della porta o la rompeva nella toppa, non ammetteva l’indugio di un minuto. Bisognava smettere qualsiasi lavoro, prendere i ferri del mestiere, tirar giù la serratura e in poche ore ricomparire con la chiave o con le chiavi nuove. I mestieri sono mestieri, e chi lavora diventa servitore del pubblico, che fa i comodi suoi. Non c’era da dire. Faceva così anche lui. Se aveva bisogno di avere la faccia pulita in domenica, non andava mica a trovare il parrucchiere in giovedì.

– Alla vostra salute.

– Tanti augurii.

– Buone feste.

– Speriamo di vederci l’anno venturo allo stesso posto.

– Speriamo.

Nella bottega del Battista era una nuvolaglia violacea che nascondeva quasi interamente la vetrata delle bottiglie di liquori. La gente vi entrava sgomitando e beveva urtata dall’andirivieni senza perdere terreno. Nell’angolo erano le facce rosse e gli occhi alcolizzati degli individui che cantavano a perdita di fiato:

Ciao, ciao, ciao

Morettina bella, ciao

prima di partire

un bacio ti voglio dare

un bacio alla mamma

due al papà

e cento alla Morettina

di baci ne voglio fare.

Nel mezzo erano i pipatori con la destra sul braccio sinistro, che annebbiavano l’ambiente e parevano inchiodati al suolo. Con un cicchetto stavano lì delle ore, obbligando i nuovi venuti a passare davanti o dietro di loro, come se fossero stati i padroni del sito. Lungo il banco, tra coloro che vuotavano il bicchierino e se ne andavano, c’erano quelli pieni fino alla fossetta della gola, che si tenevano ritti con la mano al rialzo lastricato di zinco, sul quale, con l’altra, picchiavano, di tanto in tanto, il soldo per un altro bicchiere di raccagna. Ai tavolini c’erano anche delle donne che bevevano coi loro uomini del rum caldo o dell’acqua di capilèr bollente. Giovanni era già disfatto. La zoccolata che la figlia gli aveva menato alla testa non lo aveva corretto. Egli era imbriaco come la giustizia. E cercava nelle saccocce della moneta che non trovava per berne un’altra mezza zaina che Battista non voleva dargli. Bere lecito e onesto era permesso a tutti. Ma non di ubbriacarsi in casa sua. La gente sparlava anche troppo, senza andare a cercarsi degli altri grattacapi.

– Ci vorrebbero qui quei signori che dicono che noi abbiamo il pelo sullo stomaco, lasciando sciupare ai padri di famiglia fin l’ultimo centesimo. È mezz’ora che gli si nega da bere, e lui, che prenderebbe fuoco se gli si lasciasse cadere uno zolfanello acceso sul naso, insiste per volerne ancora! Giovanni, andate a casa a dormire!

Alcuni, mezzo brilli, volevano prendere la difesa dell’ubbriaco. Libertà per tutti. Ciascheduno doveva avere la libertà di spendere i proprii denari come si sentiva. Si era in un luogo pubblico e il padrone non aveva altro da fare che da servire la gente che pagava.

– Un’altra zaina con sei bicchierini!

Se lo avesse fatto a loro avrebbe trovato carne per i suoi denti. Non si era mai visto un padrone che insultava gli avventori che andavano a dargli del denaro. Era troppo grasso, quello sì. Loro ci venivano perché la grappa era buona. Di questa non si poteva dire niente. Ma era un tocco di vergogna che un povero uomo venisse trattato coi piedi. Se non gli andava di vendere le acquaviti, poteva chiudere negozio. Nessuno glielo impediva. Ma fino a tanto che teneva aperto, si doveva essere liberi di berne anche un litro.

– Giovanni, venite qui che ve la pago io. Un cicchetto di grappa, ehi!

Giovanni non poteva reggersi sulle gambe. Si piegava come se avesse avuto sulle spalle una testa di bronzo che lo tirasse a terra. Non capiva più quello che gli si diceva. Stralunava gli occhi e tentava di balbettare parole che nessuno intendeva, con dei gesti lunghi e indolenti. Gli avventori biasimavano, sottovoce, i buli che volevano farlo bere ancora. Ci voleva un po’ di giustizia, ci voleva. Era un uomo che aveva già della bestia e loro volevano imbestialirlo del tutto.

– Fategliene ingoiare fin che potete – diceva Margherita, la 28, mentre si mangiava la ciliegia chele aveva pagata la Luigia – e poi incendiatelo. Farete un’opera pia, per quelle povere donne!

– Uscite, o vi mando fuori! – gridò spazientito Battistino. – Non voglio che si dica che io proteggo l’ubbriachezza.

E, uscito dal banco, lo prendeva per il collo del paltò peloso e a urti lo metteva alla porta, tra la gente che non sapeva se prendere parte all’indignazione del padrone o mettersi con Giovanni che cadeva in istrada come un sacco di farina.

Alcuni avrebbero voluto prendere le difese dell’ubbriaco per dire che non era il modo di trattare la gente che alzava il gomito in una giornata come quella. Ma la maggioranza era con Martino che dava addosso all’eterno ubbriacone della scala C, che disonorava il Casone e maltrattava la famiglia con delle scene scandalose. Quando Paolino gli parlava del progresso fatto in quarant’anni, non aveva che da dare un’occhiata a Giovanni divenuto un bevitore cronico. Beveva allora, beveva adesso e beverà fino alla morte.

Lorenzo, ordinando i suoi quattro bicchierini, perché accettava e restituiva, non era cieco. Un po’ di progresso c’era stato. Una volta per i suoi avventori bastavano sei salviette e piccole come asciugamani. Ora ce ne volevano una ventina, larghe e lunghe due volte quelle di prima e qualcheduno brontolava se gliela si metteva al collo con delle macchie. C’era il macellaio e l’oste che la volevano di bucato. Se avesse avuto tanti di quegli avventori che pagano la barba un soldo di più avrebbe potuto chiudere bottega. Un soldo di più e la salvietta pulita che costa un soldo vuol dire che il parrucchiere prende meno che dagli altri avventori che si contentano della salvietta comune. Sicuro che egli non era stupido da buttarle nella cesta della biancheria sporca. Ciò che non era buono per l’aristocrazia poteva esserlo per la democrazia. Ma se tutti avessero fatto come quei due, un povero diavolo sarebbe andato in malora in poco tempo.

Il cortilone si era andato popolando di donne che portavano lo scaldino di terra sotto il grembiale. Dove il sole era largo si erano agglomerate quelle che si scambiavano il servigio della pettinatura. Erano sedute sulle scranne gregge, in sottane colorate con la balzana a sbrendoli che non giungeva loro ai polpacci, in corpetti di percallo a fiorami e ravvolti negli scialli di lana a maglia, coi capelli sciolti per il collo o giù per le spalle come mantelli del parrucchiere. Le sedute avevano nel grembiale il pettine, il pettinino, le stringhe per attorcigliare le trecce, le forcelle per tenerle appese e la bottigliuccia per ungerle. Le pettinatrici, in piedi, dietro le teste, passavano il pettine coi dentoni lunghi nel mezzo delle capigliature fitte e le sgarbugliavano come lo stalliere la criniera del cavallo, spruzzandosi, ogni volta, il palmo della sinistra di saliva per ammorbidirle.

– Guarda lì in alto che devo avere qualche trottapiano che mi dà fastidio. Più in alto, un po’ ancora; lì, brava. L’hai preso? Erano due? Grassi? Mettili sotto i piedi, i maledetti che mi volevano mangiare viva!

Lucia ne aveva troppi. Orsola era stufa di ammazzarne. Pareva che le crescessero sotto le dita.

– Al tuo posto mi laverei la testa col sapone di Como. Il sapone ti sgrassa la pelle e li lascia morire di fame.

– Giovanna, passami lo scaldino tra le gambe che mi sento gelata.

Le pettinatrici che avevano per le mani delle teste con pochi capelli se la sbrigavano in pochi minuti, anche quando sostavano con le trecce in mano per strappare i capelli bianchi.

– Lasciali stare, Mariuccia, che ormai la è bella e finita. Se sono piaciuta, sono piaciuta.

Prendevano i capelli, li frullavano nelle mani untate d’olio, li lisciavano col pettine fitto parecchie volte, li spartivano col pettine lungo, attorcigliavano quelli che scendevano per le pareti del cranio, facevano passare i codini lucidi sulle orecchie e poi giravano le parti lunghe alla sommità della nuca come un’alzata di capelli.

La Teresa, che aveva ancora della carne indosso e dei fianchi che facevano arrossire, si sentiva male quando doveva farsi pettinare. Aveva tanti capelli che stava delle settimane senza distrigarli. Andava alla pompa e se li faceva slegare dall’acqua.

– No, non mettermi dell’olio di ricino. Mi nausea l’olio sui capelli.

Le bimbe si appendevano alle gonne delle pettinatrici e domandavano con lo schiamazzo i pidocchi che volevano ammazzare loro, unghia sopra unghia.

– Andate via, sporcaccionone!

Il marito della Pina entrava dal portone cogli occhi spaventati, con il grembiale arrotolato sullo stomaco, con le mani in saccoccia, col sigaro nell’angolo della bocca, sfogliato e salivato fino alla punta, fermandosi come per prendere l’equilibrio, riprendendo il cammino con dei passi precipitati, come se il corpo tendesse a rotolarsi sul suolo, e andando spesso ai muri ove tentava di accendere il sigaro cogli zolfanelli che rimanevano spenti. Le ragazze, che andavano dal fornaio col padellotto dell’oca o dell’anitra, si tiravano in disparte per paura che non vomitasse loro addosso, e i birichini della porta gli tenevano dietro, perseguitandolo col “gajnna!” che lo costringeva a volgersi indietro coi pugni tesi e la bocca piena di bestemmie.

Dinanzi al quadrato delle donne con il collo nudo e con le ridondanze del seno tremolanti sotto i leggeri indumenti, rimaneva sospeso cogli occhi del bue che vede avvicinarsi il cencio rosso. Qualche secondo dopo schiattava in una risata plebea, piegandosi sulle gambe con le mani sulle cosce e mostrando loro la lingua con un peteggiamento da maiale. Le pettinatrici e le pettinande si alzavano in piedi scarmigliate e si rovesciavano sul malcreato coi pugni e con le zoccole e lo percuotevano dappertutto sul faccione che trasudava di liquori.

Era un’indecenza che ci fossero al mondo dei malcreati come lui.

Il calzolaio si lasciava battere, continuando a ridere e a fare boccacce, dicendo parole sbracate che provocavano maggiormente la furia delle indemoniate. La moglie, che aveva veduto l’assalto dalla ringhiera, discese le scale a balzelloni, saltò in mezzo alla mischia femminile voltando su le maniche e sfidando le vigliaccone a fare altrettanto. Cento donne contro un uomo che non poteva stare in piedi! Vergogna! Se avevano del coraggio potevano farsi innanzi, che la Pina era pronta a mandar loro i denti in gola. Lei sola bastava per tutte. Teresa risospinse le compagne col largo delle braccia, ingiungendo loro di lasciarla sola con la sbaiaffona che credeva di essere Sansone. Non aveva paura la Teresa. Non era la prima volta che rompeva gli occhi a delle facce di peto come la sua. Arrovesciandosi le maniche per il gomito, mostrava a tutti la muscolatura delle braccia pelose come quelle di un uomo e diceva che era pronta a mangiarle via un orecchio.

– Con un pugno, sacradio, ti finisco!

Ne voleva venti delle donne come lei da mettersi sotto i piedi. Dare della vigliaccona a loro per quel suo straccio di marito catarroso che non avrebbero voluto neppure arrostito con le cipolle!

– Avanti!

Il primo ceffone che cadde sulla faccia della Pina le fece prorompere dal naso un’inaffiata di sangue ch’essa si asciugò via lestamente col grembiale, attaccando la Teresa con una mano ai capelli e menandole con l’altra un pugno enorme alla tempia sinistra da lasciarla per un secondo intontita. Gli spettatori e le spettatrici, che si erano assiepati intorno alle barruffone, incominciarono a stringersi nelle spalle. La Pina si era impadronita di una manata di capelli che impediva a Teresa di vedere la pioggia degli schiaffi e dei pugni che le insanguinavano la faccia, quantunque non smettesse di tentare alla cieca di agguantare la rivale per il collo. Martino, Luraschi, Paolino e Lorenzo, che si trovavano pigiati nella folla, si sentivano a disagio dinanzi a questo sbracciamento di femmine che s’insanguinavano. Col raccapriccio dipinto sulla faccia dicevano che non stava bene che le donne si accapigliassero in quel modo nella giornata di Natale. Giovanna, con le mani sui fianchi che traducevano la sua forza, borbottava e faceva capir loro che avrebbero fatto meglio a mettere il naso negli affari propri. Che ne sapevano loro del perché e del come? La Pina, che le aveva insultate tutte, si buscava quello che si meritava. Era giusto che le si desse una lezione. Un’altra volta imparerebbe a avere la lingua meno lunga. Il proverbio parlava chiaro. La lingua senza ossa, fa rompere le ossa. Teresa era riuscita a piantare le unghie nella veste della Pina e, in un attimo, dalla veste gliele passò nelle carni, agguantandola per le mammelle e buttandosi coi denti sul padiglione dell’orecchio destro. La Pina era finita. Divenne bianca come una morta e cadde in terra svenuta con un grido che chiamò fuori il resto del vicinato sulle ringhiere.

– Hanno ammazzata la Pina!

– Un po’ d’aceto per l’amor di Dio!

– E un po’ d’acqua – disse l’Antonietta, che si era accosciata e tirata la testa della svenuta nel cavo del grembiale. – Non è niente.

E, dicendolo, le puliva il naso ingroppato di sangue e le umettava le labbra e le tempie per farle aprire gli occhi.

Teresa, colle vesti stracciate, col seno che le usciva da tutte le parti, si ravviava i capelli, si tirava su le sottane che le erano scappate sotto i fianchi e con una grembialata si nettava il viso graffiato e spruzzato di sangue, soddisfatta di avere data una lezione alla Pina che prendeva sempre le parti del marito anche quando il suo uomo aveva torto marcio.

Pochi minuti dopo, il cortilone aveva completamente dimenticato la zuffa. Le pettinatrici avevano ripreso il lavoro di fare le trecce e i rialzi con delle risate che sbronciavano fino gli imbronciati. Giuditta andava in giro con la zaina dell’amore nella quale ciascuno intingeva le labbra e perdeva il livore nato in un momento di furia.

– Alla Pina, prima!

E la si offriva alla Pina, la quale si era riavuta e aveva stretta la mano all’avversaria. Perché anch’essa, una volta che si era sfogata, non nutriva rancori. Non aveva fatto che il suo dovere. Come moglie doveva difendere il marito, anche se era un beone con le mani bucate come il suo. Carico di lucilina era un altro uomo. Diventava un porcone col fiato che bruciava chi gli stava vicino. Fuori, aveva il brutto vezzo di provocare la gente che non gli faceva niente e in casa menava le mani e diceva parole da svergognare una donnaccia della strada. Era toccata a lei questa croce da portare e la portava con rassegnazione per amore dei figli.

– A te, Pina.

– A te, Teresa.

Gli spettatori si sparpagliavano lentamente e si lasciavano alle spalle il Guercio, un tipo che sognava continuamente di mandare in rovina il lotto con una quintina secca e che nelle settimane ladre si adagiava nelle vincite immaginarie con una fantasia romanzesca. Nessuno l’aveva mai visto con le donne. Ma le adocchiava con l’occhio del porco morto e lasciava cadere nelle loro orecchie, quando poteva, parole libidinose, che gli procuravano dei manrovesci che lo sbalordivano. Da vent’anni non vendeva altro che l’estrazione del lotto al sabato e degli ambi e dei terni negli altri giorni alle donnucce che passavano le notti senza sogni e non ricevevano la grazia di tre numeri, neppure quando pregavano fervorosamente. Al sabato, vecchio come era, correva per le vie trafelato, scrivendo i numeri sulle strisce di carta, assordando la gente con l’estrazione, e accentando e prolungando l’ultimo “o” con la voce profonda, conosciuta dalla sua clientela che sbucava dalle porte con i due centesimi in mano per non fargli perdere tempo.

Nessuno aveva mai messo la testa nel suo abbaino che portava il numero 194, blocco C, perché puzzava come una latrina e annunciava l’ambiente a parecchi metri di distanza, come quello del 38 che niuno puliva per paura di trovarsi a tu per tu col diavolo. Era una tana di pochi passi, nella quale non si poteva stare che seduti o accosciati, con un cassone imputridito sul suolo immelmato e un saccone nauseabondo su tre tavole distese sui cavalletti. Nel Casone passava per un avarone che aveva il morto in fondo alla calza nascosta nel pagliericcio, per lasciarsi credere un pitoccacelo che basisce sul lastricato. Indossava tutto ciò che lo straccivendolo aveva di invendibile. Un surtout stravecchio del colore del vino vomitato, che si scuciva e crepava da tutte le parti, un panciotto scolorato e a pezze su una camicia negra e sfilacciata, e un paio di calzoni che sbattevano sul selciato le estremità incatramate di palta indurita.

Il giorno di Natale aveva l’abitudine di passarlo in casa della Peppina, la locandiera che dava a tutti gli avventori un piattone di risotto infiorato di salsiccia, con mezzo litro di vino di quel buono, coll’aggiunta, qualche volta, di una fetta di panettone. Ma quest’anno la locanda aveva cambiato padrona e lui pencolava se doveva consumarlo addossato alla muraglia del blocco con un pezzo di stufato in un lago di bagna, bevendosi del buon vino da quaranta, o andare dal bois, sull’angolo della Madonnina del Ponte Vetero, dove c’erano sempre i maccheroni al salto e le minestre nelle quali stava in piedi il cucchiaio. Intanto che il suo pensiero ondeggiava, la vicina del terzo piano del blocco che rasentava, gli versava in testa, inavvertitamente, il pitale e chiudeva la finestra per non sentire le parole sguaiate che le tirava su col pugno teso l’animale che voleva romperle i connotati.

– Vieni giù da basso, o brutta carogna, che ti spacco il didietro con un calcio!

Gina stava per uscire. Era sull’uscio che faceva le ultime confidenze, con la punta viperina della invidiosa incorreggibile, alla Carolina e alla Ginevra, le camiciaie del 97, del piano superiore, blocco A, le quali ammiravano la giacca verdone che le elegantizzava il busto col taglio aderente, col collo risvoltato, con la doppia guarnizione sul davanti, tra i bottoni di seta e la guipure bianca. Andava a pranzo da sua sorella che aveva sposato un impiegato postale che stava bene. A dire la verità, non vi andava volentieri, perché le piaceva passare le feste natalizie in casa con gli amici che fanno stare allegre. Ma ormai l’idea vecchia di stare ciascheduno a casa sua non esisteva più che tra i signori che amavano ancora scaldarsi nelle ampie nicchie dei camini illuminati dall’enorme ceppo. Una volta, in una giornata di Natale, si poteva andare a torno nudi. Non c’era una persona per la strada e le botteghe rimanevano tutte chiuse, ad eccezione di quelle dei fornai che schiudevano un’anta sola per poche ore della mattina. Lei non aveva i capelli grigi. Ma da otto o dieci anni, il Natale non era più il Natale dei nostri vecchi.

Si, è vero, il cappello di felpa rossa, con la calotta alta e le tese larghe, si adattava alla sua fisionomia pienotta. Gli aveva fatto cambiare la guarnizione perché l’altra era gualcita e smunta. Le faceva gola una capote rosa che vedeva da tanto tempo e che le doveva stare a pennello. Il suo era un capriccio. E in giornata sono poche quelle che possono appagarselo. S’intende, lei non era mica di quelle che si lasciano comperare le cose dagli uomini, come certe sue conoscenze. Non sapeva se si era spiegata. E tossiva con gli occhietti rivolti verso il fondo della ringhiera, ove abitava la 49. Anche Ginevra aveva sul gozzo una mantellina nocciuola chiara, alla bersagliera, che vedeva da un pezzo in una vetrina del Bocconi e che alla vigilia non aveva fatto tempo a comperare perché i padroni l’avevano tenuta alla macchina fino a ora tarda per finire delle camicie di batista col plastron a grandi sbuffi. Parlava con una del mestiere e non aveva bisogno di spiegare che cosa erano gli sbuffi. Carolina, con la sua camicetta di flanella stampata, col davanti a pieghettine e il suo giro di velluto oliva scuro intorno al collo, non era riuscita a togliersi quella volgarità della faccia che le impediva d’avere degli amanti, come si diceva. Con loro avrebbe potuto pagarsi un corsetto bolero, come quello che aveva veduto indosso domenica all’Annunciata, la lavandaia del fosso che stava per diventare la loro padrona di casa. Era un giacchettino pieno di civetteria. Ma lei non aveva fortuna. Non le capitavano che degli spiantati, che le avrebbero mangiato anche quel poco che guadagnava. Gina faceva dei gesti per dirle ch’essa raccontava una storia che aveva tanto di barba. Non era da oggi che si sapeva che le oneste invecchiavano agucchiando o stirando o facendo dell’altro, mentre le altre sapevano salire dal lavatoio agli appartamenti lussuosamente ammobiliati, per uscire di casa con dei mantelli che andavano giù fino al calcagno e ravvolgevano la figura con delle pieghe graziose, senza nascondere completamente la punta degli stivaletti di vernice. Non avevano che da guardare di sotto. La Luigia del cortile era stata giovine come le altre e non era meno conosciuta dell’Annunciata; e tuttavia si metteva i grembiali fino all’ultimo rimasuglio, non aveva ancora smesso di portare le zoccole, ha sempre avuto al fosso più di quattro o cinque donne che lavoravano per suo conto, e non è riuscita a tenersi a casa la gamba ammalata di sciatica che poche settimane. Adesso la povera diavola era all’ospedale e domenica sarebbe andata a trovarla appunto perché era una donna che meritava. Se voleva andare con loro? Diavolo! Non c’era neanche da parlarne. Con tutto il piacere. Sarebbe stata una consolazione per quella povera donna dimenticata da tutti, specialmente da quelle dello stesso mestiere.

– Dunque siamo intese, arrivederci.

– Buon Natale.

Stavano per separarsi proprio nel momento in cui Adalgisa svoltava nel portone, colla veste succinta che lasciava vedere la sottana di flanella scarlatta, col volante arricciato e sormontato da un ricco bordo, con un mantello oliva chiaro giù a piombo, ovattato e foderato di seta gialla come l’oro, con un collo alto e floscio che pareva brinato fin sul largo delle spalle, sotto un cappello di feltro bigio alla pastorella, con la tesa davanti inclinata verso gli occhi, con le penne che ascendevano e si scioglievano in alto per cadere con la mollezza del salice. Al centro della cintura di taffettà nero drappeggiato aveva un superbo fermaglio d’argento cesellato, pieno di pietruzze luminose, che si vedeva tutte le volte che teneva il manicotto di lontra lungo il rovescio del mantello. Carolina e Ginevra, con la scusa di accompagnare la Gigia fin sulla porta, andavano incontro all’Adalgisa come grandi amiche, baciandola sulla guancia con affettazione e facendole gli augurii della giornata con una curva che salutava la toiletta di lei. Gigia, che aveva passate delle giornate con l’Adalgisa, la baciò su entrambe le guance con grazia e con un sorrisetto smorbioso che celava la sua ironia quando si trovava con delle compagne salite così in alto. Le diceva che aveva appena finito di bere un bicchiere d’alchermes con Marianna di sopra a vestirsi, e pizzicottava ora il braccio di Carolina e ora quello di Ginevra, per attirare la loro attenzione sullo sfarzo di Adalgisa, la quale si lasciava ingenuamente ammirare, domandando anzi loro se le stava bene il cappello che le pareva fosse troppo largo.

Le rincresceva di aver preso il manicotto, perché il sole scottava, e dicendolo si tirava giù il guanto alla moschettiera dalla mano grassottella e bianca come il pancino di una quaglia, e mostrava l’anello all’anulare, con un brillante fosforescente e grosso come la capocchia di un chiodo, che le aveva regalato Bentoni appena si era svegliata.

– Magnifico! – esclamò la Gina. – Deve costare un occhio della testa, deve!

Andavano in su e in giù, facendo dei passetti come amiche che cercano una soluzione, rompendo il silenzio con parole affrettate, passando da una inezia all’altra con degli oh! di meraviglia e delle risatine a fior di labbro. Notavano tutte ch’essa si era fatta più donna dal giorno che l’avevano riveduta al cortilone. Non era possibile altrimenti con la vita che faceva. Era una vita di godimenti e di piaceri dalla mattina alla sera. Non aveva nulla da fare. Non aveva che da aprire bocca per avere tutto quel diavolo che desiderava. Bentoni era una pasta d’uomo che l’avrebbe indorata se avesse potuto. Non andava mai a casa a mani vuote. Vi andava con dei fiori, con delle frutta, con una scatola di guanti, con un gingillo, con dei dolci o coll’ordine di andare dalla sarta o dalla modista per un abito o un cappello o un tour de cou di mussolina di seta, come ieri. Non aveva nulla dell’Edoardo puntiglioso che non viveva che di etichetta e per l’etichetta. Bentoni non era meno educato di lui, perché era stato a scuola coi signori e sapeva il francese da poter assistere alle rappresentazioni teatrali a Parigi senza perdere una parola. Ella aveva assai più imparato con lui che con l’altro, pieno delle futilità rigide della classe dei pivelli aristocratici del suo tempo. Il solo guaio era che il secondo amante insisteva per il matrimonio. Da un po’ di mesi si intestardiva a volerla sposare. Pochi anni sono, Adalgisa non capiva la donna senza marito. A casa della mamma piangeva sovente di non avere il padre e la biasimava, dicendole che era una brutta cosa di mettere al mondo dei figli senza i genitori. Adesso non aveva cambiato idea, ma si sentiva ancora troppo giovane per imporsi il giogo del matrimonio. Non stavano bene anche così come erano? Che cosa mancava loro? E voltava l’argomento dicendo che oggi avrebbe pranzato con la mamma. Era Bentoni che ve l’aveva mandata a bella posta perché non voleva storie. Natale era una giornata che bisognava consacrare in famiglia. Si faceva tardi e quella donna non si faceva viva.

– Mamma? Eccola alla finestra. Vieni? Ti aspetto dabbasso. Mettiti l’ulster che ti sta tanto bene.

Mentre aspettavano, passava dalla ringhiera Annunciata vestita con una semplicità prodigiosa. Indossava una mantellina di bristol bleu finissimo, con collo alla Medici, sotto un cappello alla Montpensier di felpa bigia, montato di piume castagne che si dividevano alla callotta per discendere coi ciuffi sui margini dell’ala. Il costume, ricco di pieghe, era di stoffa grigia che le andava fino ai tacchi bassi delle scarpe inglesi. Nelle orecchie aveva due stellette d’oro chiuse a vite dietro i lobi, le quali servivano di base ai brillanti limpidi e pieni di bagliori che le facevano risaltare la carnagione calda della faccia. Discendeva le scale come una gran signora che guarda tutti con benevolenza. Si abbottonava i guanti, salutava con un cenno della testa coloro che la salutavano, rispondeva agli augurii con una amabilità che faceva stare sul suo passaggio, come quando ci si incontra con persone che si rispettano, e cavava il portamonete quando trovava qualche povera donna che le faceva gli augurii con una riverenza per commuoverla.

Adalgisa si sentiva l’odio andare al cervello tutte le volte che la vedeva. Le bruciava ancora lo schiaffo che le aveva dato un pomeriggio, in faccia alla gente, perché era andata a dire alle ragazze ch’ella era l’amante del Guercio dell’estrazione del lotto. Se non l’era stata, si era data a degli uomini più schifosi di lui. Non c’era donna del Casone che non sapesse che aveva indossato, per più di un anno, la veste di cotone azzurra delle pericolanti della casa di Nazaret di Porta Magenta. Come non c’era persona che ignorasse ch’essa aveva lasciato un po’ delle sue viscere dappertutto. Adesso la metteva giù dura perché aveva trovato una grinta disgustosa che si faceva perdonare l’orrore della ciera a furia di biglietti di banca.

Non era ancora venuto il giorno di fargliela scontare. Ma non era lontano. Guai a lei se si fosse permessa una sola smorfia. Avrebbe fatto uno scandalo. Non voleva morire col peso della sua mano sulla guancia. In allora era troppo giovane. Ah, se avesse avuto in quel giorno la forza che aveva adesso! Le era toccato piangere dalla rabbia. Basta, Dio non paga sempre al sabato. Ci sono altri giorni della settimana. Si sentiva ancora bruciare la pelle della faccia. Forse non avrebbe dovuto avere paura. Ma glielo aveva dato in un momento in cui era come stordita. Si trovò schiaffeggiata più dalla sorpresa che dalle dita. La madre avrebbe voluto vendicarla prendendola per i capelli. Ma ella non aveva voluto perché era buona di farsi fuori le sue ragioni, a suo tempo, senza gli altri. Carolina la calmava dicendole che bisognava dimenticare. Oramai era una cosa vecchia che nessuno ricordava. Gigia era dello stesso parere. Certo che lei non avrebbe potuto star quieta colle cinque dita di quella donna sulla faccia. Ma oggi era Natale e la pace doveva regnare in tutte le famiglie.

Annunciata usciva dal blocco con quell’indolenza sensuale che attira gli occhi sui fianchi spettacolosi, terminando di abbottonarsi i guanti e fermandosi a dare un bacio a Candida e ad Altaverde che andavano di sopra.

– Buone feste, signora Annunciata!

Si sentiva nell’aria che il vicinato incominciava a considerarla qualche cosa nel Casone. Invece di evitarla o di passare via senza vederla, uomini e donne facevano a gara nel salutarla e augurarle le buone feste.

Ella accettava con dei segni di testa e dei sorrisi graziosi.

– Buone feste!

Le quattro che aspettavano Marianna erano divenute pallide. Adalgisa la vedeva avanzarsi con il rancore che le andava su dal ventre alle labbra che tremavano come se avesse avuto il convulso. Fingendo di guardare il manicotto penzolone per il mantello, correva ai suoi piedi coll’occhio per non guardarla in faccia, incitata dalle palpitazioni precipitose che la scuotevano tutta e le illividivano il viso. A mano a mano che si avanzava, la collera le si sbrigliava per il cervello e il sangue le infuriava per le vene, come se tutto tendesse a precipitarla sulla nemica.

Carolina la guardava con delle strizzatine d’occhi e Ginevra le pizzicava il braccio per distrarla.

Annunciata passava accanto a loro salutando dall’altra parte Giuseppe, il tintore del blocco A, che si era tolto il cappello per augurarle le buone feste.

– Buone feste, Giuseppe!

Si era fermata a pochi passi da loro, togliendosi dal taschino l’orologio d’oro per guardare le ore; rispondendo ai saluti e agli auguri delle donne alla finestra.

– Buone feste, signora Annunciata!

– Buone feste!

Adalgisa subiva la tortura degli aghi che la spingevano a correrle con le mani alla gola e farle pagare, con la strangolatura, l’insulto di averla battuta in mezzo a tutti. Era il sedimento della vendetta che le si rimescolava e le gridava: va! va! va! pulisciti la guancia con una sfuriata di sberlotti!

Mentre la vendetta urlava alle orecchie d’Adalgisa, entrava una vittoria guidata dal signor Giorgio, il quale faceva fare al cavallo una larga curva per metterlo con la testa verso l’uscita.

La salutava con una scappellata e le additava il cuscino che l’aspettava.

Non era ancora seduta che le giungeva all’orecchio la parola atroce di Adalgisa, seguita dalle approvazioni clamorose delle altre.

Annunciata si sentì il cuore passato a parte a parte dal coltello della impertinente. Ma trattenne l’irruzione per non dare dispiaceri a Giorgio che non ne sapeva niente. Senza scomporsi discese tranquillamente dalla vettura, dicendo che aveva dimenticato qualcosa, e si avviò verso loro tirandosi giù lentamente il guanto dalla mano che voleva punire la sfacciata.

– Sei tu che hai detto che sono una prostituta?

Le lasciò andare due manrovesci secchi, da vera lavandaia, e si voltò verso le altre a dire che se volevano la loro parte non avevano che da parlare. Poi, con la stessa indolenza, ritornò, adagio adagio, calzandosi il guanto, al predellino, dicendo che la cosa che cercava l’aveva in saccoccia.

Giorgio non si accorse di nulla.

Adalgisa era rimasta lì, cogli occhi istupiditi che perdevano lacrime, le quali le andavano giù, serpeggiando per il rosso delle guance, fino al collo, come una tenerezza che l’invitava a sciogliersi e a piangere come una disperata. Ma c’erano i curiosi che guardavano e le amiche bianche e paralizzate dalla paura che non avevano saputo pronunciare una parola per difenderla. Ah sì, era stata una stupida anche questa volta, e, nel suo pensiero, avrebbe voluto che si fosse ricominciata la scena per rappresentare la sua parte mancata. Ripresa dal demone della vendetta, mentre si sentivano ancora le ruote strepitare sui sassi, si mise a correre verso l’uscita, senza badare se sprofondava i piedini nei guazzi, e a gridare:

– Sì, prostituta! Prostituta!

La pivelleria, che si era andata ingrossando a pochi passi dalla bottega socchiusa di Gianmaria, ove taluni davano, di tanto in tanto, una capatina per un bicchiere bianco secco, si era volta verso l’Adalgisa che agitava il manicotto in aria come una furia e si svociava con la bocca piena di lagrime, scoppiando in risate sonore.

– Cossa gh’è, i mascher?

La conoscevano tutti la pelandòla del Terraggio. A chi dava della prostituta? A se stessa? Sacco di sugna! Perché non stava via con i suoi scicconi che le facevano fare tanto di ventre? Che cosa veniva a fare fra i pitocchi che non la potevano più vedere? Nessuno aveva bisogno della sua carnaccia di mantenuta. Sul marciapiede ce n’erano delle meno svergognate e delle più belle che si potevano raccogliere, quando si voleva, per niente. Costei non aveva neppure la scusa della fame. Si era data agli uomini ricchi per cupidigia. Angiolino, l’amante di Virginia, al quale spuntava la peluria bionda sotto il naso, era più sbracato e veemente. La prendeva su, idealmente, in una bracciata e la sbatteva di peso in una cisterna dei pozzi neri. La considerava una sgualdrina che aveva disertata la sua classe per della poltroneria e del lusso. Gli rivoltavano l’animo le disertore frolle che si abbandonano nelle braccia dei libertini che le sciupano con dei baci senili e l’alito puzzolento e poi le mettono alla porta per il porcaio cittadino! E sputava dallo schifo su queste ragazze che si svergognavano nel letto dei maturi piuttosto che pensare alle necessità della vita! Se fosse stato lui il padrone di casa, le avrebbe fatte bastonare tutte le volte che si fossero permesse di rientrare nell’edificio abitato dai loro genitori. Vi ritornavano per suscitare l’invidia nelle altre che non si sentivano attratte a fare la vitaccia di rompersi le reni sul materasso soffice della gozzoviglia. Ci sarebbe voluto un po’ di materiale caldo per spazzar via tutta questa materia purulenta dalla vita intima dei Casoni!

Annibale, maggiore di qualche anno, che lavorava con lui alla stessa sartoria, godeva mezzo mondo a sentirlo parlare con una virulenza che faceva smascellare dalle risa anche gli altri più serii di lui, e gli dava del matto a braccio di panno.

– Matto, finirai per farmi crepare dalle convulsioni!

Ragazze, continuava Angiolino con la imperturbabilità che non lasciava trapelare se facesse per davvero o per burla, che bisognava trattare coi piedi nel culo, senza sprofondarveli troppo per paura di sporcarceli. Quella sua mammaccia, che faceva la santacchiona ora che invecchiava, gli faceva venir su il panettone dell’anno scorso. Ne aveva fatte delle belline anch’ella ai suoi giorni! Era stata la ganza di un assassino e si era lasciata passare sul corpo un reggimento di uomini di tutte le razze. Nessuno sapeva di chi era figlia quella troietta di Adalgisa. Poteva essere del galeotto o anche di tutti. Lui era ancora giovanissimo e non poteva dire molto per proprio conto. Ma aveva sempre sentito dire che Marianna era stata una linguaccia spietata, che per vent’anni non aveva fatto altro che tagliare i panni a tutte le donne ammaccate del Terraggio, senza che qualcuna sapesse mai renderle pan per focaccia. Adesso il frizzo di Marianna era spento perché era discesa sul gradino delle ruffiane consapevoli, delle madri ruffiane che sapevano mangiare alla tavola dell’amante della figlia senza sentirsi strangolare dal boccone in gola. Madre di gesso! Con una banca di ortolana che poteva dare da mangiare a una famiglia numerosa, la si è veduta snanerottolare intorno al drudo della figlia!… Puah! Madre di gesso, vattene all’inferno! Se a lui fosse toccata la disgrazia di averne una simile, si sarebbe suicidato per non andare in galera come uccisore della propria madre. E la vedeva passare con una smorfia di disprezzo sulle labbra. Adalgisa e Marianna, l’una al braccio dell’altra, sbucavano dal portone colle tre amiche, sostando nel largo dell’acciottolato, mentre giungeva la carrozza con Bentoni che fermava il cavallo di botto e si toglieva la tuba con una curva e un sorriso.

Marianna indossava un ulster di bristol nero, lungo come la veste, il quale dava un po’ di forma al suo corpo, e aveva in testa una capote nera che le metteva sul viso un’aria da furbacchiona che faceva nascere, tra la pivelleria che adocchiava il crocchio femminile, la maldicenza trivializzata dalla frase implacabile di Angiolino.

– Salite, mamma, perché l’ora del pranzo si avvicina e dobbiamo passare da Santa Margherita a prendere dei dolci. Tu, Adalgisa, passa dall’altra parte, che così io resterò tra voi due.

– Addio, buone feste!

– Buone feste a tutte!

Il cavallo, che raspava il suolo dall’impazienza di rimettersi in cammino, si metteva al trotto e si slanciava fragorosamente verso il corso, inseguito dagli “uh” sordi e lunghi della pivelleria che manifestava, con dei rutti, il suo immenso disprezzo per tutta quella carrozzata di prostituzione privata.

L’andirivieni dei padellotti che andavano e venivano dal prestinaio continuava, quantunque il prestinaio Taschini andasse dicendo alle donne che il forno stava per morire e che anche lui, dopo avere lavorato tutta notte e tutta mattina, aveva diritto a un po’ di riposo e al tacchino in tavola come gli altri. Ma non aveva cuore di respingerle. Certe poste lo conoscevano da quando, da ragazzo, andava di uscio in uscio col gerlo in ispalla a portare il pane alle famiglie che non potevano recarsi o mandare alla bottega. Lo avevano veduto crescere, ammogliarsi, diventare padre, ingrigiare e ascendere gradatamente, di benessere in benessere, diventando da garzone proprietario e da inquilino padrone di casa. Considerava la sua clientela come una grande famiglia in margine alla sua. Se il capo di casa rimaneva sul lastrico o vittima di qualche accidente, Taschini continuava a registrare sul libretto senza brontolare al sabato, dicendo anzi che era giusto che toccasse un po’ anche a lui della sua disgrazia. Ascoltava le miserie che le donne gli raccontavano, come un padre burbero che impensieriva a mano a mano che il disastro intetrava, e concludeva che a ogni modo bisognava pensarci e fare qualche cosa.

Nessuno poteva dirgli bugie, perché il proprietario del vecchio prestino di porta Magenta era come lo storico di tutta la poveraglia che pullulava alla superficie di più di un miglio quadrato. Non era cartografo, ma col suo lapis sapeva benissimo topografare la sua area di lavoro, chiazzando leggermente i punti dove si lavorava di più e si pativa meno, calcando la matita lungo le abitazioni operaie che mancavano del necessario a periodi, e nereggiando gli spazi nei quali erano gli straccioni dalla fame cronica, ammucchiati nelle stanze dove si moriva di morte naturale, senza destare scalpore o suscitare alcuna commozione tra i vicini che vedevano incassare i vicini per il foppone, come poveracci che avevano finito di tribolare. Coi libretti del suo casellario alla mano, egli sapeva rifare l’esistenza di una famiglia o di un gruppo di famiglie divise per mestieri o per blocchi, dando di ciascuna o di ogni gruppo la media della spesa quotidiana e dei guadagni settimanali, elencando la percentuale dei morti e delle disoccupazioni e aggiungendo il vizio che sovraneggiava nella classe. Quando il delegato della miseria non sapeva a chi ricorrere per non lasciarsi gabbare dalla popolazione più o meno sulle braccia della Congregazione di Carità, andava da lui, il quale, in poche parole, gli sapeva distendere la condizione dell’ammalato sociale, dicendogli se era adatto o inadatto alla vita, se aveva l’osso nella schiena, se fogava tutto nelle bettole e nelle osterie, o se preferiva racimolare gli avanzi di una tavola qualunque piuttosto che darsi al lavoro stabile. Gli avventizii, che rappresentavano la popolazione fluttuante, non erano assolutamente una agglomerazione di invalidi, ma poco ci mancava. E lui, il prestinaio, li metteva nella casella intitolata: povertà cronica. Perché era una folla di bisognosi anche quando trovava lavoro e lavorava. Erano gli impotenti. Mancavano di forze, di salute e di abilità. Gli altri, che venivano dopo loro, erano i naufraghi, quelli che non avevano mai avuto una occupazione fissa, che non sapevano alzarsi alla campana di un orario, o attendere a un lavoro costante, e che erano assolutamente incapaci di sgiogarsi dagli acciacchi della vita che li obbligavano a immiserire nella neghittosità inconsolata. Era difficile dire come vivevano i primi e i secondi, perché nessuno di loro era in grado di avere un libretto. Un giorno mangiavano delle libbre di pane, calcandosi un boccone sopra l’altro, come tanti ingordi, senza pensare al domani, e lungo il resto della settimana si contentavano dei pezzacci di pane, delle croste dei paiuoli, degli avanzi che gli altri buttavano via, di qualche tazzina di brodo o di minestra che distribuiva qualche istituzione caritatevole. Era una popolazione che accendeva il fuoco di rado, e che si coricava invariabilmente al buio, anche d’inverno, quando la bruma notturna discende nel pomeriggio. Molte volte si sdraiavano sul giaciglio a ventre vuoto o andavano da lui, a piagnucolare, per una misturina che non negava loro mai. Raccontava sovente a don Paolo, il suo vecchio amico che non sapeva passare dalla bottega senza entrare a stringergli la mano, che aveva dei casi, lungo la sua esistenza di quarant’anni di esercizio, da far pietà ai sassi. Delle famiglie che dall’oggi all’indomani, con un infortunio del lavoro o con la morte del padre, passavano da una vita senza fame a una fame perenne. C’erano delle madri, circondate di marmaglia non ancora alta come la pietra miliare, che non sapevano più districarsi dalla miseria. Andavano giù giù fino in fondo. Narrava gli eroismi di certe famiglie che vendevano gli ultimi indumenti vendibili per dargli un acconto da dedurre dal loro debito, e aggiungeva che spesso era obbligato di andare dall’altra parte del marciapiede a salutare dei debitori che arrossivano come i bargigli del gallo se lo vedevano sul limitare della bottega. Taschini, che conosceva la sua popolazione e che sapeva da che scrupoli era dominata quando non poteva pagare le settimane d’arretrato, andava difilato a casa dei disgraziati, si informava della loro sventura, li incoraggiava o li pregava a continuare a mandare a prendere il pane, e, magari, se ne andava lasciando qualche cosa di suo sul tavolo. Lo credeva un obbligo sacrosanto quello di dare una mano alla gente che coi loro centesimi erano riusciti, senza accorgersene, a creargli un patrimonio, e a mettere lui e la sua famiglia al disopra degli uragani sociali. Don Paolo lo ascoltava con le mani giunte, tirando, di tanto in tanto, una presa di rapè con del rosa che lo profumava, per sottrarsi ai brividi che gli suscitavano le sue narrazioni e per convincersi una volta di più che Taschini era un sant’uomo anche quando si sapeva che non sentiva che la messa alla cacciatora, col pretesto che non aveva tempo da perdere.

Nessuna donna, povera o arcipovera, usciva nella giornata di Natale senza il panettone ch’egli regalava anche all’avventizia che non si faceva viva se non nell’ora che c’era qualche cosa da prendere. Era una giornata in cui si stava male solo a sapere che c’era qualche donna che pativa la fame. Così il fornaio lo dava specialmente alla sgraziata che comperava mezza libbra di pane in un prestinaio, mezza in un altro e mezza in un altro ancora per far su del panettone da sfamare tutta la famiglia. E ogni donna, durante il Natale, fino alle tre pomeridiane, quando dava il chiodo alla bottega, aveva diritto di mettere il padellotto nel suo forno.

A un’ora si poteva dire che il Natale si svolgeva nell’aria. Si fiutavano i profumi scappati dalle casseruole e si sentivano gli sbattacchiamenti delle ante che chiudevano ermeticamente le ultime botteghe dei padroni che si tappavano in casa per impedire ai seccatori di andare a disturbarli. Il tabaccaio, che era sempre l’ultimo, una volta chiuso, non si sarebbe scomodato per un principe. Chi voleva fumare doveva pensarci prima. E neppure Gianmaria ammetteva persone che non bussassero tre volte col calcagno, segnale che voleva dire che coloro che bussavano erano di casa.

La gente attraversava la via correndo o sollecitando il passo, dando le buone feste in fretta agli ultimi sbevazzoni che rincasavano mollemente, col cappello sbattuto indietro e col tabarro slacciato e appeso per un filo alle spalle, come se per loro non facesse freddo. Nel Casone il tepore delle cucine che indiavolavano sotto un fuoco ardente era ancora più intenso. Andavano su per le nari i vapori dell’oca che rosolava ammantata di grasso e cosparsa di rosmarino, dello stufato che cuoceva nella bagna intinta di vino rosso, della rostita distesa sur un letto di cipolle, della piccata ravvolta nel pomodoro stiacciato, e del botaggio, la miscela di porco che andava per la gola pitocca come la vivanda più squisita e più prelibata della cucina del Casone.

Mezz’ora dopo non c’era più un’anima. La gente era tutta in casa, seduta alla mensa affollata di piatti, di pomi, di dolci e di panettone, di carne fumante, di risotto che commoveva le budella, di minestrone con le cotiche e i fagiolini neri coll’occhiolino rosso sulla costa, di pasta asciutta inaffiata di sugo di intingoli saporiti, di vino bianco e di vino rosso, di rosolii e di torrone, intorno al formaggio e agli stracchini di Montevecchia che vendeva il girovago dalla cavagna coperta di carta rossastra, stracchini che mettevano sete e facevano mangiare tanto pane. In mezzo a questo silenzio esterno che dava l’idea di essere in una città morta, pareva di sentire il sordo fragore di dentiere di ferro che stritolassero le ossa e maciullassero la carne con quattro colpi di mascella. A mano a mano che lo stomaco delle abitazioni lungo le ringhiere si riempiva, si andava sviluppando il chiasso allegro dei piatti sbattuti o strisciati sui piatti e dei coltelli affilati sui coltelli per affettare i pezzi grossi, col susurro lieto che andava fin nel mezzo del cortilone solcato di esclamazioni gioconde.

Non si era ancora all’immersione del panettone nel vino, che compariva da non si sapeva dove la figura esterrefatta di Siliprandi, con la carnagione del viso giallognola più del solito, stracco morto, che strascicava i piedi con la polvere alta sulle scarpe slabbrate, con lo zimarrone scucito nel mezzo della schiena e con le maniche che lasciavano uscire dalla scucitura lembi di camicia marcita sulla pelle e picchiettata del sangue che avevano perduto le pulci che si satollavano sulla sua carcassa. Aveva girovagato tutta mattina senza avere trovato un uncino che lo avesse trascinato dietro un uscio a mangiare un baslotto di minestra e andava rifinito a sedere sui gradini della scala degli epuloni che voltavano via un piatto dopo l’altro accanto a un buon fuoco, vuotando allegramente dei bicchieri senza pensare che lui, Siliprandi, che aveva veduto giorni migliori, era fuori che balbettava al freddo, con le mani intirizzite sotto le ascelle e coi piedi gelati sulla pietra gelata.

Col sole che impallidiva si sentivano uscire le ventosità dei pranzi a crepapelle, e, qua e là, si vedevano sbucare, di tanto in tanto, degli inquilini con le facce infiammate sotto il tovagliolo maculato dei rossi delle bevande o insudiciato dei nerazzi dei cibi, con in bocca il virginia o la pipa colma e infocata, a chiamare degli altri vicini per domandar loro se il Natale l’avevano passato bene o se volevan venire a bere un dito di quello di bottiglia, comperato al Cantinone di piazza Sant’Ambrogio.

– Ho mangiato come un porco e bevuto come un animale!

– Cent’anni come questi, Bartolomeo!

E di ringhiera in ringhiera circolava l’espansione del dopo pranzo e si inanellava il motto condito di buon umore col motto audace, e si rincorreva col frizzo la ragazza che metteva fuori il faccino e si ritraeva nella stanza calda, e si offriva di casa in casa una fetta di panettone o qualche dolce rimasto sul tavolo e si scambiavano dei baci dalla tenerezza o dalla gioia.

Ciao, ciao, ciao.

Morettina bella, ciao,

cantata da un centinaio di bocche si diffondeva per l’aria e andava a adagiarsi nelle viscere della gente come una dolcezza.

Il cortilone incominciava a ripopolarsi e Lorenzo, il parrucchiere, che occupava le stanze a pianterreno vicino alla bottega, usciva con la bottiglia in una mano e il bicchiere nell’altra a dare della voce a Martino che gli stava sulla testa.

– Venite giù a berne un bicchiere, che ho qui degli amici.

Lorenzo era un cuor d’oro che godeva la vita. Tanti ne guadagnava e tanti ne spendeva. Amava la partita alle bocce d’estate e d’inverno, la giocata a tarocchi di sera, il bicchiere della staffa prima del desinare e un po’ di vacca al fuoco tutti i giorni, perché lui era di opinione che senza carne il tronco di carne non poteva stare in piedi. Dava in casa quello che si aveva bisogno senza mai domandare alla moglie come spendeva i denari. Due figli andavano a scuola dalle Orsoline e la maggiore guadagnava già una e cinquanta alla scuola della grande sartoria Challion, di piazza San Carlo, la quale serviva la regina. Di temperamento chiassoso, dava spesso in sfuriate di un lampo che non gli lasciavano la bocca amara e non gli invelenivano la pace domestica. Alcuni invidiosi, che non volevano credere che la bottega gli producesse tanto per la vita che menava, si susurravano all’orecchio ch’egli, col suo fare bonario di sbottonarsi con tutti, doveva far parte di qualche associazione di malfattori che la scialavano coi biglietti falsi. Così, quando pagava o cambiava, si era sempre in timore di rimanere vittima della sua industria. Però, gli intimi, come Martino, sapevano bene ch’egli guadagnava molto assistendo alle aste pubbliche e specialmente a quelle del Monte di Pietà per conto della Lega dei centottantacinque, associatisi nel 1862 con tre semplici biglietti da mille ciascuno, una Lega divenuta arcipotente, perché nessuno poteva comperare oggetti impegnati o roba all’incanto senza il suo consenso, e arciricca, perché dopo avere restituito al socio la quota d’entrata, era riuscita a avere un fondo, fatto su con gli avanzi delle subaste, che andava oltre il bilione.

Il modo di lavorare della Lega, la quale aveva chiuso l’elenco dei membri alla cifra tonda di duecento, senza lasciarsi intenerire da chi batteva insistentemente all’uscio sociale per essere ammesso, era quello di mandare attorno ai banditori uno sciame di individui, come il Lorenzo, a rappresentare la parte di compratori e dare all’asta un’apparenza di gara con degli aumenti di cinquanta centesimi o di una lira fino a quando la roba in vendita veniva deliberata a un incaricato dai leghisti.

– Supponete – diceva Lorenzo spiegandone il metodo agli amici – che domani il Monte di Pietà metta all’incanto gli oggetti o la roba non ritirata in tempo. Una ventina di noi – perché non siamo più di una ventina – si sparpaglia fra gli estranei intorno al banditore. Si mette in vendita, diciamo, un orologio d’oro, con catena e ciondoli d’oro per centocinquanta lire. Se gli oggetti valgono assai più del prezzo d’asta, uno di noi incomincia a farli salire di cinque centesimi, un altro di dieci e un terzo magari di una lira. Sovente vi si trovano degli intrusi o dei privati che saltano via i leghisti per non pagare venti o trenta o quaranta lire sottomano e s’intestardiscono di volerli portar via a qualunque prezzo, credendo di farla al competitore, il quale continua imperturbabilmente a farli rincarire con degli aumenti di un marengo per volta. La roba in vendita sale spesso a cifre favolose, perché i leghisti hanno bisogno di dimostrare che nulla può essere comperato senza il loro permesso. E quando la strizzatina d’occhi ci ordina di abbandonarla all’ostinato che persiste come un giuocatore che perde, allora vuol dire che la società si contenta di punirlo facendogliela pagare il doppio o il triplo di quello che poteva valere nuova alla bottega. A asta finita, metà della roba è già venduta e metà viene mandata ai magazzini di deposito lungo la circonvallazione di porta Tenaglia. I leghisti, i quali sono tutti, su per giù, rigattieri e usurai, si avviano, alla spicciolata, al Monte Tabor, dove hanno mandato uno dei loro facchini a ordinare un pranzo coi fiocchi. Giunti, si mettono a tavola e mangiano con appetito, vendendosi, tra un piatto e l’altro, tutto ciò che è stato inviato al deposito. È un’asta in famiglia. Immaginatevi che cento scialli siano stati comperati per cinquecento lire. I leghisti se li contendono facendoli salire a mille e più lire. Il leghista, al quale sono stati aggiudicati, mette il di più nella grande zuppiera posta nel mezzo della tavolata come un’urna o un vaso qualunque. Terminata l’asta, che non è mai, tra loro, rabbiosa, perché nessuno rincarisce la roba senza lasciare un margine largo per il bottegaio, passano al caffè col cognac e al sigaro, e l’incaricato, per turno o per acclamazione, si mette a contare i biglietti nella zuppiera, deduce dal totale il dieci per cento per la cassa collettiva che è, come si direbbe, la loro cassa di resistenza, si paga il conto all’oste e poi si divide il resto per il numero dei leghisti che hanno partecipato all’asta, dopo avere sottratta la somma per la nostra giornata, la quale varia a seconda dei guadagni. Alle volte ci danno dieci lire, alle volte non ce ne danno che cinque e alle volte ce ne danno anche più di venti. In generale non lesinano. Se hanno pranzato bene e bevuto meglio, peccano piuttosto dal lato generoso che dall’altra parte. Angeluccia? Portaci da bere. È un’ora che siamo qui a aspettare! Non vedi che Martino e Paolino rimuovono la lingua a stento! Guarda che il fiasco è in cucina. Sii buona e fa presto. Che cosa si dividono i leghisti? Somme da far venire l’acquolina in bocca. In certe giornate si mettono via cinquecento, seicento, mille lire a testa. Parecchi di loro non hanno fatto nulla. Né esibito, né comperato. Si paga la loro presenza. Ah sì, non c’è che dire. È un mestiere d’oro. Ma per guadagnare dell’oro, credetelo, ce ne vuole dell’altro.

E Lorenzo buttava in aria le mani come una maledizione.

Martino e Paolino andavano d’accordo nel biasimare il bagarinaggio che rendeva le aste una vera commedia e impediva alla gente di comperare e riscattare la roba a prezzi onesti. Era della camorra bella e buona a danno della povera gente. Una donna, che non aveva potuto raggranellare i denari che troppo tardi per riprendere le sue vesti o i suoi anelli o i suoi mobili, non doveva essere padrona di mettersi tra i concorrenti all’asta? Lorenzo faceva bene e loro non avevano nulla contro lui o gli altri bagarinisti che si guadagnavano la vita in quel modo. Ma in nome del cielo, se tutto il commercio fosse stato nelle mani di monopolisti spietati come quelli, un giorno o l’altro si sarebbe veduta la Lega contendere alla gente le necessità della vita.

– Bevete e parliamo d’altro, oggi che è Natale. Alla vostra salute! E voi, Luraschi, prendete il bicchiere. Alla vostra! È inutile parlarne. Voi, che se uscite dal cortilone è per attraversare la strada e andare dal tabaccaio, non capite, né capirete mai un accidente di queste cose. I leghisti non sono mica lì in agguato a aspettare la donnicciuola che corre trafelata per salvare il suo scialle o le sue boccole di sposa o le lenzuola del suo letto. Anzi, se la vedono, l’aiutano a riprendere le cose sue senza lasciarle pagare un centesimo. Non sono degli strozzini che svaligiano la pitoccheria. Il loro commercio è meno immorale di quello che si crede. Esso tende a regolarizzar la vendita moralizzandone i prezzi. Le persone vanno là a esibire senza cognizione alcuna, rincarando ostinatamente se qualcuno ha la debolezza di imitarlo. I compratori, che non hanno idee esatte sul valore degli oggetti in vendita, fanno diventare l’asta una estrazione del lotto. Può darsi che a qualcuno capiti il terno, ma la folla di coloro, che esibiscono a caso, ci rimette sempre di saccoccia. Con i leghisti invece i prezzi non escono dal normale e lasciano uno spazio per il venditore e per il compratore. Comperate un oggetto da loro, senza intromettervi nell’asta, e vedrete che vi costerà meno, molto meno di quello che spendereste a mettervi tra loro e il banditore. E adesso parliamo d’altro, perché io non voglio stufarvi. Bevete, alla vostra salute. Dove è Clerici? Angeluccia, dagli un bicchiere di vino. Vieni qua. È il mio giovine che mi sostituisce tutte le volte che sono assente. Egli è un po’ malcontento per la cassetta. È anno di carestia, caro mio! L’anno venturo ne riceverai di più. La colpa non è tutta degli avventori. Tu sai che c’è per aria l’idea sciocca di abolire le mance per far pagare più salario ai padroni. Sciocchi! Non sarete voi che cambierete il mondo. Il mondo è sempre andato così e così ha sempre da andare. Beviamo! Alla nostra salute e crepi l’avarizia!

Di fuori il cicaleccio si diffondeva, andando di piano in piano e rumoreggiando dove erano i crocchi degli amici usciti a scambiarsi le compiacenze dei piatti divorati con gusto e dei bicchieri di vino vuotati con piacere e a dirsi che la vita sarebbe troppo bella se i giorni della settimana fossero tutti come il Natale. Si mangerebbe a crepapelle e si diventerebbe tanti Michelacci. Qualcuno rideva buttando in aria folate di fumo. Erano buaggini che si potevano dire a pancia piena. E chi tirerebbe innanzi la baracca se tutti facessero la vita animalesca d’andare a zonzo a stomaco carico o di sdraiarsi nel sole come le lucertole?

– Bella domanda – si rispondeva scherzando.

– Gli altri che fanno niente. Non sarebbe un gran male se toccasse lavorare anche a coloro che vivono di riposo. Non si guasterebbero le mani, accidempoli! Non siamo tutti di un solo Dio? E dunque? Uguaglianza, ci vuole. Un po’ d’uguaglianza anche per la povera gente non farebbe poi male.

L’aristocratico piegava di peso sulle gambe con la pipa in mano e ridicchiava più sgangheratamente di prima.

– Dillo tu che sei stato soldato. Saresti stato buono di fare quello che faceva il tuo capitano? No? Alla buon’ora! Così non sapresti fare il ricco. Voialtri, con cento mila lire, prendereste delle sbornie, come faccio io. Fatemi il piacere! Senza i ricchi che spendono e spandono, i poveri morirebbero di fame. Non siamo noi che andiamo a teatro, che viviamo nei palazzi, che teniamo dei cavalli, che facciamo lavorare i paesani, i domestici, le sarte, i calzolai, le modiste, i parrucchieri, i guantai, i lavoranti in carrozze, i sellai, i pasticcieri. Fatemi il piacere! I signori sono necessari come il pane da mangiare.

Baldino, il figlio della 74 della sesta ringhiera, blocco B, era stato tirato in casa di Angelino, il figlio della Pina, con altri giovanotti del Casone. Angelino voleva bene a Baldino, prima perché aveva sculacciato con lui per il cortilone, poi perché era cresciuto, si può dire, insieme. Anche dopo un po’ di galera lo credeva un ragazzo di cuore. La sfortuna aveva aiutato a gettarlo in mezzo a dei compagni che lo avevano perduto, ecco tutto. Ma di chi era la colpa? Sempre della società ch’egli odiava di un odio inestinguibile. Se qualcuno avesse pensato a lui e gli avesse dato un mestiere, non sarebbe mai divenuto quello che è divenuto. È così, è così, è così!

– Mamma, dagli questo bombone con un bicchiere di vino. Bevi, Baldino, e sta su allegro che la provvidenza c’è per tutti.

Gli amici, rincuorati da Angelino gli si erano tirati intorno, lasciandogli il posto davanti al focolare e invitandolo con delle carezze sulle spalle a raccontare loro un po’ della vita di prigione che non conoscevano che così all’ingrosso. Stavano lì quieti e silenziosi e davano sulla voce a Vittorina tutte le volte che si muoveva e distraeva la loro attenzione.

Il figlio della 74 si lasciava pregare, senza trovar modo di incominciare a metter fuori un po’ della sua autobiografia. Era una vitaccia la sua che preferiva tenere seppellita nel suo cuore. Non aveva che ventidue anni e ne aveva passati più di sette in prigione. Pareva più vecchio perché la cella intisichisce e la dieta di pagnotta e sboba smagra, debilita e mette i solchi della vecchiaia precoce sulla fronte, alle tempie e sotto le pinne del naso. Era sparuto, spettinato, con dei peli bionditi che gli andavano su fino alla ingrossatura degli zigomi, e delle mani dalla pelle crepata con le unghie vellutate di porcheria. I suoi abiti erano ancora quelli di quattro anni sono, stati conservati nel guardaroba del reclusorio di Alessandria durante la sua ultima condanna. Un cappello a cencio, disorlato e spaccato alla punta in modo che gli lasciava sbucare i capelli castagni, una giacca pezzata sulle spalle e ai gomiti, un gilet smunto che non gli nascondeva la camicia di parecchie settimane, dei calzoni logori, corti e schiantati al sedere e delle scarpe di corame duro con due filate di bullette alla suola e coi tacchi ferrati come la zampa del cavallo. Con delle ritrosie si mise a parlare senza preparazione e senza orgoglio, anche quando narrava i suoi trionfi di spazzacasa o raccontava, con indifferenza, delle giornate in cui indossava la casacca del recluso. Gli amici lo ascoltavano a bocca aperta, trattenendo il respiro per non perdere una parola di quello che diceva e calcandosi l’uno addosso all’altro dallo spavento quando rifaceva la scena più drammatica della narrazione.

Ai processi lo si è quasi sempre definito un ladruncolo e condannato per dei furterelli che non aveva commesso, né voleva commettere. La prima volta gli hanno fatto scontare sei mesi per avere pescato nella tasca di una signora che pregava nella chiesa di Sant’Eustorgio. La devota lo aveva scelto tra una cinquantina di detenuti riuniti sotto il porticato del Cellulare ed era andata al tribunale a assicurare i giudici che lui era proprio quello che l’aveva alleggerita del portamonete. Invece Baldino aveva sempre avuto della ripugnanza per il piccolo malvivente che arrischia la libertà per pochi soldi e per dei furti che lo obbligano a essere continuamente al lavoro per vivere. A quattordici anni iniziava la carriera con un colpo reciso, guadagnando sette mila lire in una notte. Bisognava entrare nello studio di un avvocato che lui e i suoi compagni sapevano che andava sul lago di Como, dove aveva una villa, alle cinque pomeridiane e ritornava, all’indomani, verso le dieci. In casa non rimaneva che una vecchia serva che andava a letto prima delle nove.

– Tranne il novizio, i miei quattro compagni eran vecchi del mestiere. Il novizio, che ci aveva dato le informazioni sull’interno e sulle abitudini della casa, era stato per tre anni scrivano dell’avvocato che stavamo per derubare. Il nostro capo era un uomo coraggioso, che non indietreggiava dinanzi il pericolo e che aveva già portata la catena a parecchi magli nel bagno penale di Civitavecchia, dove la minima infrazione ai regolamenti veniva punita con le pene corporali delle bastonate. Non accettava mai alcuno in compagnia che discutesse i suoi ordini o che mettesse in dubbio la capacità di servirsi di qualsiasi mezzo per salvare gli associati. Il primo a entrare in casa dovevo essere io perché ero più snello, più agile e più pieghevole. Il mio corpo, che era stato nelle mani dei saltimbanchi due o tre anni, si aggruppava come una tartaruga, faceva tre salti mortali senza mettere i piedi in terra e le gambe e le braccia giravano e si attorcigliavano come se fossero state di gomma elastica. Aspettammo il momento propizio, cioè quando la via era deserta e abbandonata dal questurino, e poi, in un attimo, saltai sul collo di un compagno, il quale venne preso sulle spalle da un altro per farmi da scala per aggrapparmi al davanzale della finestra attraverso cui dovevo entrare. Tutto ciò che racconto veniva fatto in un modo fulmineo. Tagliai uno dei vetri col diamante senza lasciarne cadere i frantumi, passai la mano per il buco, l’apersi e saltai dentro senza fare maggior rumore del gatto sui tappeti. Prima di muovermi e aprire il mio lanternino cieco, tesi l’orecchio per alcuni secondi e poi, a piedi nudi, andai difilato nell’anticamera, ove dovevo trovare appese le chiavi dell’uscio e della porta di strada. Con le chiavi in mano origliai a tutti gli usci per essere sicuro che non potevamo venire sorpresi che dalla vecchia. Finita questa operazione in minor tempo di quello che abbia impiegato a raccontarla, passai coll’orecchio alla toppa della stanza della serva. Era la prima volta e il mio cuore batteva in modo da togliermi il fiato. In mezzo al silenzio mi pareva ch’esso facesse un rumore così indiavolato che istintivamente vi misi sopra la mano per comprimervelo. Mi padroneggiai pensando al pericolo. Col lanternino coperto e l’orecchio rasente il buco, sentivo la respirazione affannosa della donna senza poter capire se dormisse. Stavo per convincermi che russava, quando la sentii voltolarsi nel letto facendolo scricchiolare e tossire con dei colpi secchi, tirando su il catarro che sbatteva in terra con violenza. Non avevo paura perché mi aveva imposto il capo di non averne, tuttavia sentivo la testa che sudava e provavo la tortura di essere punto in tutte le parti da un numero infinito di spilli. Con la mano sul coltello a serramanico stavo lì quatto, quasi senza respirare, in attesa di riudire la respirazione greve come prima. Adagio, adagio, con la morbidezza delle zampe del micio, ritornai alla finestra, misi fuori, con precauzione, la testa, mi ritrassi aspettando che i passi che echeggiavano sul marciapiede si allontanassero, vidi i compagni appollaiati sotto l’arco del portone in faccia e gettai loro la chiave d’entrata nel berretto per impedirle di risuonare sul selciato. Mi trovai un’altra volta al buio, riattraversai lo studio con indosso gli stessi tremiti e mi rimisi all’uscio della vecchia a ascoltare se pisolava sempre. Dalla quiete mi pareva che dormisse profondamente. Sentii delle pedate nude che salivano le scale. Erano loro. Misi la chiave nella serratura, girai le due mandate tenendo l’anta alta per non lasciarla gemere e apersi, fermandomi terrorizzato ogni volta che minacciava di cigolare sul cardine. Li lasciai entrare ritirandomi in un angolo con la lanternuccia chiusa per impedire che i raggi proiettassero sulla scala, chiusi l’entrata con la cura con cui l’avevo aperta e alla loro testa, l’uno dietro l’altro, passammo nello studio ove era la cassa forte. Nessuno diceva una parola. Ciascheduno aveva in saccoccia il suo lanternino e il capo dava gli ordini con dei semplici segni che tutti capivamo. Il male era che la parete destra dello studio lo divideva dalla stanza della serva, la quale avrebbe potuto svegliarsi al minimo rumore. Ci mettemmo al lavoro. Il capo si era tolto gli ordigni del mestiere di sotto al panciotto e, dopo avere dato un’occhiata alla cassa, si mise senza indugio a trapanarla. Intanto che il trapano lavorava, un altro gli stava sopra con un piccolo recipiente di latta per lasciar cadere sul buco, che si andava facendo, una goccia di olio a tempo di soffocare lo stridore che avrebbe potuto fare la punta del ferro che si arroventava col va e vieni che gli faceva fare il tirante. Due altri aspettavano il buco per allargarlo con le seghette e tirarne in giù con la mano le spranghe a tre mandate. Intanto che si trapanava, io ebbi ordine di mettermi all’uscio della vecchia e di impedirle, a qualunque costo, di disturbare il loro lavoro. Ero al buco da un quarto d’ora e a ogni momento che le seghe gemevano mi pareva di trovarmi a faccia a faccia con la vecchia in sottana e cuffia bianca che vociasse e gridasse come una disperata: ai ladri! ai ladri! Si udivano dei tonfi e dei movimenti di ferri che mi facevano correre il gelo alla testa. Al momento in cui erano riusciti a cacciare la mano nel congegno della serratura la porticina della cassa si aperse con un fragore spaventevole. Sembrava che delle pesanti porte di ferro si fossero separate sibilando e strepitando in un modo orribile. Chiusi la lucerna e mi sentii pallido come un morto. La donna si era precipitata dal letto e ne udivo i piedi nudi che correvano per il tappeto e le mani che cercavano a tentoni. Poi intesi lo zolfanello strofinato sulla scatoletta. Un altro si sarebbe dato alla fuga. Io rimasi al mio posto senza interrompere il lavoro dei miei compagni. Attesi la servente senza paura. Lasciai che mettesse la mano sulla maniglia per aiutarla ad aprirla. C’incontrammo. La donna lasciò cadere il candeliere mandando un grido che non le lasciai finire. Le fui sopra con la mano alla bocca e con il coltello aperto negli occhi che le ingiungeva di tacere. Con le mani giunte promise di non fiatare. La lasciai alzare, la rimandai a letto e prima di andarmene le dissi di guardarsi bene di uscire dalla stanza fino a giorno fatto. I miei compagni se n’eran già andati col bottino da una ventina di minuti. Io chiusi l’uscio d’entrata come se fossi stato il padrone di casa, discesi le scale contento del mio lavoro, ritornai nella strada, buttai nel tombino la chiave dell’avvocato e raggiunsi i miei compagni al luogo di ritrovo. Il capo mi mise in mano sette biglietti da mille fiammanti con degli elogi che mi andarono al cuore.

Dabbasso si chiamava Angiolino. Era Annibale, l’amico inseparabile che non sapeva stare due minuti senza vederlo. S’incontravano andando a bottega, si trovavano sulla strada al ritorno e si rivedevano, dopo cena, con le ultime boccate di pane che la fretta non permetteva loro di finire a casa. Da un pezzo, tutti e due, si sottraevano ai compagni, andandosene soli, con gli addii bruschi che facevano meravigliare i compagni coi quali erano abituati passare la serata. Dove andavano? Molte volte si erano promessi di pedinarli e scoprire come diavolo sciupavano il tempo, ma finivano sempre col concludere che facevano l’asino a qualche ragazza

– Vieni con noi?

Baldino, gli rincresceva. Egli era stracciato da far paura e aveva quella maledetta sorveglianza che lo perseguitava e che gli aveva sempre impedito di tentare la riabilitazione. Da un po’ di tempo non gli si lasciava requie. In prigione stava assai meglio. Sapeva di essere in punizione, mangiava quello che gli portavano e leggeva dei romanzi, quanti romanzi poteva avere, i soli amici che gli facevano dimenticare il tempo e che lo trasportavano in ambienti migliori. La solitudine della cella gli aveva fatto imparare la voluttà di leggere. Con un volume in mano si immergeva nello svolgimento della storia e si interessava dei personaggi come se si fosse trattato di persone della sua famiglia. Al largo invece la vita era più irregolare e più straziata. Se non andava a casa della mamma, faceva della fame, e se si metteva sulle spalle della povera donna, la sua esistenza diventava una pena. Gli voleva bene, ma lo martoriava, ripetendogli continuamente che, se si fosse dato a un mestiere, sarebbe riuscito all’onore del mondo, nessuno lo tribolerebbe e lei non avrebbe vergogna di confessare che suo figlio era un poco di buono.

Non si lamentava della sua sorte perché l’aveva meritata. Se non lo si fosse imbestialito e atterrato con la sorveglianza, non avrebbe cambiato professione col più abile degli operai a cinque lire e mezza al giorno. La sua era una professione ladra e piena di pericoli. Ma una volta o l’altra, se il colpo andava bene, c’era modo di uscire dalla miseria negra per del tempo e anche per sempre. Era chiaro, che se non fosse stato un vero scavezzacollo che spendeva e spandeva, a quest’ora sarebbe padrone di casa e potrebbe pranzare coi piedi sotto la tavola. Nella sua breve carriera contava delle nottate che gli avevano fruttato più di dieci mila lire e due anni passati da un’orgia all’altra. Adesso che il suo cervello aveva potuto maturare sui romanzi, voltandosi indietro, vedeva tutti gli errori che aveva commessi e l’impossibilità di risorgere, inseguito da una legge che non gli dava tregua. Sdraiato sul giaciglio della carcere aveva ideato una vasta organizzazione della quale avrebbe voluto essere il capo. Elegante, con le tasche sempre ben fornite, con un’abitazione di parecchie stanze ammobigliate principescamente, con degli amici che avevano relazioni con la società alta, sarebbe passato sotto il muso dei mardochei senza destare sospetto. Tranne i principali attori alla testa delle squadre, nessuno degli associati avrebbe dovuto conoscerlo personalmente o sapere il suo nome. Con le conoscenze personali delle case da svaligiare non gli sarebbe stato difficile precisare matematicamente come si sarebbe svolta la scena. La cosa più importante per lui sarebbe stata quella di mettere assieme delle persone abili o addirittura degli specialisti prudenti, capaci di vivere bene e anche con lusso tutti i giorni, senza frequentare cattivi compagni che potessero metter loro alle calcagna degli agenti travestiti, e senza ubbriacarsi o lasciarsi trasportare dalla bibita che scioglie lo scilinguagnolo. Con questo piccolo drappello a sua disposizione, gli sarebbe stato facilissimo organizzare delle spedizioni notturne quasi ogni mese. Dai suoi progetti eliminava sempre gli spargimenti di sangue. Un ferimento o un cadavere agita la popolazione, mette sottosopra gli agenti di pubblica sicurezza e qualche volta, per la fretta e la furia, lascia tracce che conducono alla scoperta degli autori. Certo che non bisognava evitare di servirsi dell’arma da taglio o da fuoco dove il pericolo era maggiore a lasciare in vita qualche testimonio o dove la lotta personale nasceva da un accidente impreveduto.

Aveva letto in un romanzo francese che l’eroe di una associazione di ladri, il quale gli aveva suggerite tutte queste idee, era riuscito, in pochi anni, coi furti, a farsi una posizione invidiabile e a sposare una contessa, una vera contessa che si era innamorata di lui nella notte in cui calava dal camino e sbucava nella sua stanza da letto per derubarla. I suoi occhi l’avevano affascinata o ipnotizzata da non darle modo né di premere il bottone del campanello, né di chiamare la servitù, mentre lui, il ladro, raccoglieva dal portagioie i gioielli della signorina. Non s’aspettava una simile avventura perché lui di donne non aveva bisogno, ma era convinto che senza la sorveglianza egli avrebbe potuto sviluppare il suo progetto e diventare uno dei più agiati e dei più ricchi di Milano. Senza fede in un avvenire, s’era lasciato prostrare, affondando, di giorno in giorno, in un abisso sociale dal quale non sarebbe uscito che morto. La sorveglianza non lo lasciava andare in mezzo alla folla, gli proibiva di portare il bastone, di rincasare dopo il tramonto del sole, di uscire prima che spuntasse il sole e gli ingiungeva di non andare mai sul marciapiede e di non girellare per le vie con due compagni. Se trovava da lavorare, gli agenti andavano a informare il padrone del suo stato di servizio. Andava a letto? Gli incaricati della polizia andavano a visitarlo tutte le notti, magari due volte. La riabilitazione era dunque un sogno.

La nebbia infittiva. La si vedeva fumosa sui tetti che metteva l’umido addosso e faceva scappare le donne a rintanarsi con degli scotimenti nelle spalle e delle parole freddolose che accapponavano la pelle. Nel cortilone si andava e si veniva e si sostava con le mani sotto le ascelle o il grembiale, per dirsi che o bene o male anche quest’anno il Natale era passato. La Baldino, una donnina pulita, con la testa nello scialletto a scacchi colorati, con dei capelli pepe e sale ondeggiati per la fronte, mandava di sopra il figlio con una serqua di improperii, facendo sapere a tutti che un sorvegliato all’ora che suonava doveva essere in letto. Sapeva per esperienza che non si facevano complimenti. Se voleva farsi arrestare, poteva andare difilato alla questura che non era che a pochi passi. Giurava con la mano sul seno che era diventato il suo dolore di testa. In prigione bisognava portargli il soccorso e in casa faceva disperare. Bisognava tenergli dietro come se fosse stato un ragazzo e sgolarsi per farlo ubbidire. Adesso era grande e poteva fare quello che voleva. Ma in casa sua doveva ubbidire o prendere la porta. Non voleva morire per uno straccio di ragazzo che le aveva dato più dispiaceri che i capelli che aveva in capo. Un’altra vicina, che passava in fretta, agitava la mano per dirle che non badasse tanto nel giorno di Natale. Tutti sapevano che gli uomini, dopo aver mangiato un boccone, amavano fare due passi. Era una canaglieria obbligare un povero diavolo a stare immurato in casa quando gli altri uscivano e andavano a spasso senza seccature. Nei suoi panni avrebbe già fatto il diavolo a quattro. Avrebbe voluto vedere la faccia tosta che avrebbe potuto tenerla in casa. Pasqualino, che andava via a ventate, a seconda che il vino lo buttava a destra o a sinistra, era d’accordo con la vicina scomparsa per le scale, che non c’era barba di Giove che potesse mandarlo a dormire se non avesse avuto sonno. Lui, ora, andava di sopra perché aveva ancora della pollanca da finire con del vino da settanta buono. Ma se qualcuno fosse andato a comandargli di andare a dormire, gli avrebbe rotto il muso e sarebbe ritornato dabbasso. Era buono, ma non bisognava toccarlo, perché allora diventava un leone.

I chiarori dei lumi dietro le finestre gettavano qua e là dei bagliori foschi e rendevano il nebbione, nel quale era avvoltolata la gente che si sparpagliava, più visibile. Fumacchiava come sospeso sur un immenso letamaio ed era attraversato da una fitta di spruzzi che andavano a umettare il selciato e a rendere più lubrica la palta in terra. Con la temperatura intiepidita, non pochi vicini, senza badare all’umidore che intristiva, passavano per il cortilone e s’avviavano a bere l’ultimo mezzo, di nascosto dalle donne, dal Gianmaria, il quale aveva lasciato socchiusa l’entrata di dietro. Siliprandi ciabattava per il lungo e per il largo imbronciato, menando il randello per l’aria, percotendo le muraglie sul suo passaggio, fermandosi di botto alle finestre di carta delle abitazioni a pianterreno in un atteggiamento di precipitarsi su esse e sfondarle, infuriando per dei tratti col bastone che inseguiva il vuoto, parlando tra sé come un matto, tenendo in alto la faccia come se fosse stato a colloquio con Dio. I barcollamenti gli davano dei capogiri che lo obbligavano a fermarsi sui due piedi e a tenersi puntato sul bastone per non cadere. La pioggerella minuta minuta, invece di calmarlo, pareva lo aizzasse e gli ingrossasse gli occhi che guardavano come quelli di un idiota alcoolizzato. Piegandosi e risollevandosi, tentava di tirarsi giù il palamidone per respirare e buttava sui sassi boccate di risotto arrossato che non sapeva più tenersi nello stomaco. Quando gli dicevano porco! si voltava dalla parte della voce con la mano in alto, pronta a farla a pugni. Si dava addosso a un povero vecchio perché il caldo gli aveva fatto un po’ di male. Vergogna! Vergognaccia! E ne eruttava delle altre boccate, inaffiandole del vino che gli veniva su come se avesse avuto lo stomaco in rivoluzione.

– Porco!

– Porci voialtri!

S’era mai veduto della gentaccia che insulta un povero uomo perché gli ha fatto peso un po’ di risotto! Era una cosa che poteva capitare a chiunque. Vergogna! Il cortile incominciava a girargli intorno e il ciottolato gli pareva che sussultasse e si rompesse, facendolo barellare come sotto l’azione del terremoto. Si rimetteva dallo scombussolamento asciugandosi la bocca con la manica slabbrata del zimarrone e poi ricominciava a percorrere il terreno ineguale, mettendo i piedi in tutte le pozzanghere e prendendo delle rincorse che gli facevano rasentare il suolo. Vomitava che pareva che si tirasse su lo stomaco, e il “porco!” precipitava da tutte le ringhiere, mandandolo in bestia e obbligandolo a sbracciarsi contro la nebbia che era diventata grigia e densa da ridurre i bagliori alle finestre simili a lucignoli lontani che stanno per spegnersi. Era un’ingiustizia che si togliesse l’onore a un povero diavolo cui aveva fatto male un po’ di risotto in un giorno d’allegria generale. Non erano morti e la stessa disgrazia poteva capitare anche a loro, poteva. Ah, allora avrebbe voluto vederli per dir loro quello che stava bene!

– Gajnna!

Era il grido che lo stordiva come una mazzolata tra coppa e collo. Naufragato nel nebbione, con la fronte irrorata di sudore, cercava di farsi largo passando da una foscaggine all’altra per imboccare la via alla scala e torcere il collo al birbone che gli aveva buttato sulla testa il gajnna! Se avesse potuto averlo nelle mani lo avrebbe messo sotto i piedi e gli avrebbe strappato la lingua! E a tentoni, col bastone innanzi, tentava di infilare il vuoto, dando continuamente nelle muraglie, perdendosi, disorientandosi dove la nebbia era più opaca, vociando senza esser sentito e cadendo in una pozza che lo mandava disteso sui sassi come un morto.

Pietro Cristaboni invecchiando peggiorava. La sua faccia a poco a poco aveva assunto, con la maschera del beone inveterato, un aspetto completamente animalesco. I pomelli degli zigomi gli si erano pezzati del rosso del mattone e il naso, che aveva della rana incollata sulla faccia, era coperto dalla macchia rossastra degli sbornioni. Gli smarrimenti degli occhi completavano la ditta del deforme, che più beveva e più aveva sete. Aveva passato il Natale in famiglia e si era saziato, tra un rutto e l’altro, di riso in cagnone e aveva bevuto un fiasco di vino coi piedi sul focolare, pipando a larghe nuvole che andavano su per la cappa nera del camino. Quando i ragazzini, che incominciavano a sentirsi lavorati dal sangue stravecchio e corrotto, gli davano fastidio, li spazzava via con una pedata senza badare alle strida che commovevano i vicini del corridoio. La madre era divenuta verde e allampanata. Non era più che un’ombra coperta di due once di stracci. Se difendeva Gigina e Antonino, dicendogli di lasciarli stare che erano ammalati, scattava con gli occhi corruscati dalla vendetta e si metteva a pestarla a sangue. I vicini avevano pregato il padrone di sopprimere loro lo strazio quotidiano di sentire un bruto che maltrattava i suoi di casa peggio di un assassino, e il signor Giorgio aveva fatto loro sapere dall’Annunciata che lo avrebbe fatto sfrattare in settimana. Si aspettava da un giorno all’altro di vederlo sloggiare con le sue masserizie e con la sua famiglia che aveva intisichita a pugni sullo stomaco e a calci nel ventre, ma Pietro Cristaboni si era impuntito di non andarsene, dicendo a se stesso che nessuno poteva metterlo in piazza quando pagava l’affitto. Sapeva da che parte gli era stato giocato il tiro e ripeteva di cambiargli il nome se non avesse rotto il didietro a quella troia di Annunciata che aveva fatto fuoco per farlo scacciare. Era una spudorata che ogni sporcaccione poteva rovesciare sulla sponda di qualunque sentiero. Il padrone, che se la godeva, per ingraziarsela faceva benone a rompergli le scatole. Ma lui non si moveva. E lo diceva ad alta voce quando usciva, battendo l’uscio con violenza per richiamare l’attenzione degli inquilini degli altri usci, avvertendoli che un giorno o l’altro avrebbe perduta la pazienza. Nessuno aveva diritto di guardare in casa sua. In casa sua poteva fare quello che voleva. Poteva anche accopparli, se voleva. Non c’entravano nelle cose di casa sua. Lui non sapeva neanche chi fossero. Era lì da parecchi anni e non si era mai accorto di loro. I vicini stavano zitti, contenti di sapere che lunedì gli sarebbe andato in casa l’usciere a notificargli lo sfratto o a impastarglielo sull’uscio se avesse tenuto duro a non aprire, come quando si andava a bussare e a dargli del manigoldo. Era ora di finirla con uno scalzacane di quella fatta. In galera o al manicomio ce n’erano dei più buoni. La sua donna non aveva che la colpa di avere messo al mondo degli infelici con un galeotto. Ma loro non potevano, per compassione, morire di crepacuore. Era una cosa da piangere sentire un boia come lui sbattere i figli e la moglie sul muro, senza poter entrare a fracassargli la testa. Anche il Natale non avevano potuto passarlo in santa pace. Non era ancora spuntata l’alba che la stanza risuonava delle grida dei ragazzi che il padre rincorreva e scappellottava l’uno contro l’altro, dando il resto alla madre che faceva di tutto per proteggere le sue viscere. Alla sera, con la gola rasa di liquori e di vino, vomitava le ingiurie più sanguinose contro i vicini, sfogandosi sulla moglie che non aveva più nulla di vivo che gli occhi. Era come una martire votata alla morte. Si lasciava piantare le ditate assassine nei fianchi, affondare il pugno nelle mammelle, sbattere i denti in bocca, strappare i capelli a manate, piantare il calcagno nel sedere senza mai dire una parola. Ci si era abituata e lo lasciava fare senza versare una lagrima, asciugandosi il sangue dalla bocca o dal naso col grembiale o con la balzana della veste, accarezzando o baciando i figli per confondere la sua ambascia con una ondata di tenerezza. Ma il troppo era troppo. Il padre, che aveva acciuffato il Richetto per i capelli e lo aveva lasciato cadere di peso al suolo, le aveva rimescolato il sentimento della rivolta che in lei dormiva. Con le molle del fuoco in mano e il fanciullo in terra bocconi come morto, apriva l’uscio e lo sfidava a passare se fosse stato buono. Sarebbe andata in galera, ma l’avrebbe finito con un colpo, quel tocco di carne di collo. Urlava, chiamandolo “assassino!” e dicendo che era ora che lo si conoscesse per quello che era. Un infame come lui non c’era sulla madre terra. Si faceva tutto quello che si poteva, si viveva a pane secco per lasciargli i buoni bocconi, e lui si tappava in casa e si sfogava coi piedi e con le mani sul corpo della moglie e dei figli come se fossero stati carne da macello. Assassino! E nella convulsione dell’ira levava in alto le molle, tenendole per i piedi, in atto di spaccargli il cranio.

I vicini avevano dischiuso l’uscio, ma nessuno si arrischiava a mettere fuori i piedi per paura di trovarsi a tu per tu con un omaccio capace di servirsi del coltello. Gli Altieri non l’avevano neppure aperto. Era una famiglia che bisognava lasciare nel suo brodo. Il Luzzera, che aveva passato il Natale in casa del Vaselloni, non era di questo avviso. Traccagnotto, di una forza erculea, prendeva gusto a trovare dei buli che aspettavano la mano che li piegasse in due. Lui poi, che era stato militare come il suo ospite, aveva nel suo programma la protezione della donna e dei bimbi. Il Cristaboni gli faceva nascere la rivoluzione tutte le volte che gli capitava sulla stessa via. Gli pareva impossibile che avesse potuto trovare una donna per compagna.

– Non abbiate paura. Ne ho domati degli altri. Gli darò una strigliatina che gli farà bene.

Sull’uscio del Cristaboni, con lo stuzzicadenti in bocca e le mani sulla schiena, raccomandava alla donna di non darsi del male, che c’era lui a difenderla se mai ci fosse stato qualche mascalzone che avesse osato toccarle un capello. E, dicendo questo, entrava a raccogliere il bimbo che fiatava ancora, e, con delle maledizioni per il padre che avrebbero dovuto consegnare agli agenti di polizia, lo metteva nelle braccia della madre ingrossando la voce per eccitare il toro. Ma Cristaboni non se ne dava per inteso. Seduto sulla seggiola vicino al tavolo, premeva il tabacco nel gessino e cercava lo zolfanello per accenderlo.

– Brutto vigliacco!

Il furore di Vittoria, alla presenza del Luzzera e col fanciullo tra le braccia, si addolciva con una profusione di lacrime e di singhiozzi che laceravano l’anima.

– Ci vorrebbe un po’ di corda per dei malfattori come voi! Non so chi mi tenga dal prendervi per i baffi e lanciarvi giù dalla ringhiera, faccione da forca!

Vittoria, che doveva poi rimanere sola, gli metteva la mano sulla schiena come una preghiera, dicendogli che ormai era quieto. Era sempre così quando beveva troppo. Dio le aveva dato una croce pesante da portare, e fin che si trattava di lei, poteva portarla con pazienza. Poteva anche morire, per la sua vita da cane che conduceva. Ma i figli erano i suoi figli e voleva loro bene. E baciucchiava il Richetto con trasporto, ninnandolo sulle braccia come una balia.

Tutto era finito. Luzzera stava per svoltare l’uscio facendo gli occhietti alla donna come per dirle: chiamatemi se ricomincia la storia delle mani, quando Cristaboni, con un salto da tigre appiattata, gli si gettò alla schiena, cingendogli i fianchi con la contorsione del serpente boa che vi toglie il respiro e vi stramazza al suolo sfiorito come un cadavere. In terra, senza dargli tempo di prendere fiato, gli andò addosso con una filata di calci a ammaccarlo dappertutto. Le donne e i fanciulli alternavano il pianto alle grida, il corridoio si affollava di persone e Cristaboni scappava inseguito dall'”assassino! assassino!” fin giù per le scale male illuminate che egli discendeva a precipizio, e irrompeva nella nebbia grigiastra che lo inghiottiva e lo salvava dalla gente che voleva farlo a pezzi.

A mezzanotte la pioggia scrosciava. Non si sentivano più che le voci che manifestavano il godimento di andare a mettersi sotto le coltri e il pan! pan! degli usci che chiudevano fuori l’umidore fumido. Le scale traducevano la quiete del Casone. Non c’erano che gatti che si inseguivano per le ombre dense, rotte qua e là dalla fioca luce che tremolava sotto il labbro del bicchiere sull’assicella coperta di lana rossa, inchiodata ai piedi della Beata Vergine dipinta sulla muraglia del largo tra lo svolto delle due scale. Il cielo era nero e sottosopra, con le nubi, che in un dato luogo si rivolgevano su se stesse a fasci, in un altro si stracciavano flemmaticamente lasciando per dei secondi lembi snuvolati e in un altro ancora passavano a montagne che diventavano incandescenti ogni qualvolta le attraversava la folgore.

C’erano degli attimi in cui l’acqua piovana, che prorompeva per le tegole e per i sassi con fragore, pareva stesse per ammansarsi. Ma subito dopo il firmamento sussultava con dei sordi muggiti, l’acqua si riversava a secchie e dai tubi sporgenti delle tettoie precipitava a colonne col fracasso delle cascate d’acqua fra le gole delle montagne. I lampi lasciavan vedere il terreno inondato e spumeggiante dalla pioggia che correva in tutte le direzioni per trovarsi uno sfogo.

Siliprandi russava allo stesso posto, coi piedi nei guazzi e il corpo adagiato nel liquido.

I tre suonatori ambulanti entrarono, braccio sotto braccio, con il collo del soprabito in piedi, trascinandosi da una parte e dall’altra, cantando a perdita di gola come sotto una volta serena, soffermandosi sotto l’acquazzone come per piegare la voce alla mollezza della loro canzone.

La g’ha i capelli color del vin bianco

Pettinati all’onda del mar.

Era domenica, con un cielo di piombo. Gigia giungeva all’ospedale con un codazzo d’amiche. Ciascuna di loro, aspettando intorno all’alto paracarro vicino al lampione, parlava di Luigia con una profusione di ammirativi. Nessuna donna del cortilone era mai stata laboriosa come la lavandaia del pianterreno. La si ricordava d’estate, quando usciva in camicia con un semplice fazzoletto a fondo rosa puntato al collo a distendere sulle corde la biancheria contorta e gocciolante che le donne le portavano nei cavagnoni. O nei pomeriggi afosi quando, seduta sulla scranna, coi piedi nudi sullo sgabellino, strasudava stiracchiando e spiegazzando la biancheria asciutta che divideva per capi e gettava nelle corbe a fagotti. Durante la cernita non mancava mai di fare considerazioni che rivelavano il suo cuore. Le piangeva l’animo di contare per dei capi delle ragnatele che non tenevano più da nessuna parte o degli stracci che non si erano disciolti nell’acqua per miracolo. La sua onestà era proverbiale. In tanti anni non s’era mai sentito fare del chiasso al suo uscio per farsi restituire delle mutande o delle lenzuola che certe lavandaie, come la Annunciata, fingono di perdere al fosso. Ella si faceva scrupolo di restituire anche una calza rotta. L’avevano veduta migliaia di volte andare di uscio in uscio con un bavaglino o una fascia di bimbo o una camicia lacera che non valeva un quattrino.

– Tenete, che non so che farne della roba vostra.

E se le si diceva che non valeva la pena che la si scomodasse per così poco, rispondeva che la farina del diavolo va in crusca.

Pochi minuti dopo arrivavano la Scavalcatetti, la Morettona, la Bislunga e la Senzanaso, quattro celebrità del Redefosso che avevano lavorato assieme, per degli anni, alla Luigia, nelle belle giornate in cui si puntavano la sottana sull’osso sacro e lasciavano vedere le gambe fino al ginocchio senza paura di fare della pornografia plastica.

La prima era una diavola che andava su come una pertica, con una testa affollata di capelli neri e crespi sur un collo lungo e sottile, con gli occhi sbarrati e fissi della folle, e con una voce da soprano. La seconda era un donnone con la gola bronzata e scoperta fino alla fossetta e la pelle della faccia che tirava al rame. Pareva una selvaggia cresciuta in mezzo alle folate di vento. La terza era affusolata e alta come un palo, con un collo da giraffa, senza spalle, senza fianchi e col busto e le gambe che parevano di legno. La quarta aveva un naso mostruosamente schiacciato, con due buchi voltati verso la gente come due canne di pistola e una bocca smisurata che si spalancava come un abisso illuminato all’orlo dal candore dei denti.

Si facevano notare per gli anelli d’oro nelle orecchie, i capelli pettinati alla bambina, la veste marrone spruzzata di pupille infocate e le zoccole con le pattine di pelle verniciata, sormontate dal laccio a gala del bindello verde. Se uscivano o andavano a spasso con la loccheria dai calzoni a campana, si cingevano il collo di un mezzo foulard magenta che le colorava e aggiungeva energia alla loro carnagione cotta dal sole. L’affezione dell’una per l’altra e l’intimità di tutte erano inconcepibili per coloro che non le avevano vedute crescere come sorelle che si idolatrano e che non possono stare separate due secondi. L’indugio di una diventava l’inquietudine delle altre. Si rivedevano schiacciandosi baci sonori sulle guance come se fossero state assenti degli anni. Unite erano sempre gaie, sempre pronte a godersi le compagne che confidavano loro i crepacuori, sempre disposte a buttare dall’altra parte del marciapiede una frase birichina contro una frase scollacciata della pivelleria che passava.

Diventarono zitellone senza lasciarsi inacidire il carattere di mattacchione e senza lasciar credere che la loro primavera fosse tramontata. Continuavano a bere alla tazza del vinaio e dell’amore con la stessa voluttà degli anni in cui si imparadisavano con gli abbandoni sensuali. I loro amori fugaci, tempestosi, morivano in un’orgia e non lasciavano ricordi dolorosi. Uscivano dalla gozzoviglia cogli occhi bruciati dal piacere e si staccavano dai compagni della notte senza voltarsi indietro, stazzonando la veste come per perderne la memoria. Il loro gusto per gli abbracciamenti senza strascichi non differiva in nulla. Tutte e quattro davano la preferenza alle pelli di porta Ticinese per la loro gagliardia e per quei loro calzoni di fustagno o di velluto che andavano giù strisciando per le cosce e stavano sui fianchi fasciati dalla allegria della ciarpa di seta solferino coi fiocchi dondolanti sotto la giacchetta breve. Più di una volta pagavano loro il vino e il letto e più di una volta si comunicavano i compiacimenti individuali e si scambiavano gli uomini con la facilità con cui si cambiavano la paglia asciutta della cassetta al lavatoio. La Luigia dissentiva. Essa aveva la debolezza di scavarsi una nicchia nel cuore dell’uomo che le dava trasporti e di sognare la tranquillità dolce della famiglia. Fu così che rimase attaccata a un paio di calzoni con amore intenso.

Alle quattro amiche era spiaciuto, ma non le avevano serbato rancore. Dopo alcune settimane di matrimonio andavano ogni lunedì a strascinarla via dal lavatoio, anche nei momenti in cui essa, con le braccia che si levavano dall’acqua gocciolanti, giurava che non voleva muoversi. Non si trattava che di un minuto per una lacrima di mistrà o una marena annegata nello spirito. Il mistrà era più forte di lei. Si lasciava sedurre e si ostinava dopo a voler pagare la bicchierata di turno. Divenuta vedova, le capitavano addosso di sorpresa e le davano una mano nelle giornate che la vedevano col lavoro alla gola. Divenuta sciaticosa, erano loro che tiravano innanzi il carro e che le tenevano assieme le clienti per pura amicizia. Non erano mica state tanti anni allo stesso lavatoio per nulla. Facevano, si può dire, a gara. La Morettona s’avviava verso porta Ticinese e la Bislunga entrava nel cortilone. Andava via la Scavalcatetti e prendeva il suo posto la Senzanaso.

Tanto più si avvicinavano le dieci, quanto più la moltitudine che aspettava l’apertura dei cancelli ingrossava. All’entrata c’era il portiere pancione, con le ganasce lardose e lucide, che non si lasciava commuovere né dalle preghiere, né dalle narrazioni strazianti, né dalle lacrime delle persone nelle cui orecchie imperversava il rantolo dei loro cari. Lui si attorcigliava i baffoni e non dava ascolto a nessuno dei piangioni che non vedevano che cadaveri. Un ammalato per loro era bello e morto. La sua consegna era una consegna di ferro, che gli aveva insegnato che la pietà è un lusso e che la fretta non sta di casa all’ospedale. Si poteva morire anche senza la presenza dei congiunti. Anzi, lui apparteneva al gruppo ospitaliero che credeva che i parenti e gli amici intorno al letto dei morenti peggiorassero la loro condizione. Tutta quella commozione che andava al cuore degli infermi li mandava con maggiore sollecitudine all’altro mondo. I parenti singhiozzano e si disperano, l’ammalato singhiozza e si dispera e nell’ambascia l’ultimo perde la vita. Con che sugo? Una contadinotta, con la testa piena di spadine e lo scialle damascato che la ravvolgeva fino alle gambe come una madonna, col cestino che portava le uova fresche e il formaggio grattuggiato, lo scongiurava di lasciarla passare in nome della santissima Vergine, perché l’agonia di suo marito era incominciata da sabato. Aveva fatto più di diciotto chilometri a piedi, zoccolando per la mota dello stradone per arrivare in tempo a vederlo. Era una carità che non doveva negarle, perché Iddio lo avrebbe ricompensato. Marco pareva di sasso. Erano le solite storie che gli entravano da una parte e gli uscivano dall’altra. Con le mani per la giubba dai bottoni inargentati, parlava d’uguaglianza. Era una bella pretesa che avevano di voler passare prima degli altri. La legge giusta doveva essere uguale per tutti. Erano di una esigenza che lo metteva di malumore. Si accettavano all’ospedale senza domandare loro un centesimo, si mettevano nelle lenzuola fresche di bucato che era un piacere, si davano loro i medici più bravi del mondo, si servivano e si curavano assai meglio dei signori, si nutrivano a quarti di pollo che non mangiavano alle loro case neppure sani, e poi avevano anche il triste coraggio di lamentarsi! Si aveva ragione di dire che le cose gratis disgustano e fanno nascere desiderii smodati. Se avesse avuto voce in capitolo, avrebbe ridotte le visite a due al mese e imposto una tassa di entrata, magari di una semplice lira, a ciascun ammalato. Con un sistema in armonia coi bisogni degli ammalati, si sfollerebbero le crocere e i postulanti sarebbero dei veri ammalati. Adesso la maggioranza era rappresentata dalle carcasse, dagli uomini tutta pelle, dalle donne senza carne indosso, dai morti di fame. Si andava all’ospedale come si va a far pancia in villeggiatura. E i villani! Non erano che dei pivioni, degli intrusi, degli scrocconi e dei furbi che si adagiavano nel letto della carità pubblica per mettersi in sesto il corpo a spese dei milanesi. Invece di lasciarli passare prima degli altri, godeva a lasciarli sull’acciottolato a trepidare dal freddo. In certe giornate di umor nero i paesani diventavano il suo materasso. Andava loro idealmente sullo stomaco coi piedi. Se i Comuni non volevano pensare ai loro ammalati e ai loro cronici, tanto peggio per loro. A lui non importava proprio nulla. Quello che a lui importava era che i testatori avevano lasciate le loro sostanze all’ospedale dei milanesi. Con l’ammissione dei contadini non si faceva tempo a scaricare un cadavere nella stanza mortuaria, che ci era già là una folla che aspettava di prendere il suo posto. Prima di portiere egli era stato becchino. In allora c’erano dei momenti di tregua. Ora non si sapeva più il giorno in cui la sala di osservazione aveva un letto vuoto. Staccato il campanello a un cadavere, lo si attaccava a un altro per ricominciare da capo. E perché poi questa operazione? I morti non si risvegliano. Ma se qualcuno di loro facesse lo scherzo di tornare indietro, chi lo sentirebbe? Il becchino che lavora tutto il giorno ha altro per la testa che stare là con le orecchie in piedi. Il sistema andava sempre peggiorando. In tant’anni da che lui era portiere, i letti si erano sestuplicati senza riuscire a ammetterli tutti. C’erano poi dei medici sbadati che non sapevano mai dire di no. Ah, se avesse comandato lui! Chiunque andava da loro con la guancia in mano era ammesso. Alcune volte ammettevano della gente che lui avrebbe scaricata nella fossa comune senza sciupare dell’altro denaro. Erano dei veri pitocchi che vi andavano a spidocchiarsi e a rifocillarsi lo stomaco. E l’ospedale non era mica un albergo.

Le vetture dimezzavano e tumultuavano la folla, sterzando verso la porta spazzata dagli imperativi di Marco, e salendo per la montata col fracasso dei ferri dei cavalli che sdrucciolavano perdendo scintille fin sulle pietre del porticato. Erano broughams con le tendine calate, carichi di ammalati e di vittime degli accidenti della vita. Venivano tirati fuori a braccia dagli infermieri che conversavano fra di loro, deponendoli sulla barella, magari senza guardarli in faccia e senza udire i lamenti che vagolavano per le colonne come voci di morenti. Erano abituati a queste scene quotidiane, che si ripetevano di ora in ora, di giorno e di notte. Il brougham 298 vi aveva condotto una suicida che si era sparata due colpi di rivoltella in direzione del cuore per punirsi di portare nel ventre un tumore maligno che la chirurgia moderna recideva senza impedirgli di rinascere altrove. Pareva dissanguata. Era biancastra e livida, con le labbra stinte e il seno sbottonato e strisciato di sangue nerastro e rappreso intorno al capezzolo impallidito. Si abbandonava di peso sulle braccia turgide degli infermieri, mormorando di lasciarla morire, che aveva sofferto anche troppo, che ne aveva abbastanza di vita tribolata.

– Lasciatemi morire! Voglio morire!

Intorno ai venditori e alle venditrici ambulanti, a pochi passi dai paracarri esterni, c’era una moltitudine che si decomponeva e si rifaceva più larga di minuto in minuto.

Uomini e donne non volevano andare ai letti con le mani vuote. Comperavano un po’ di tutto. L’arancio per umettare le labbra aride dell’ammalato, i biscottini per consolargli lo stomaco con qualche cosa di leggiero e morbido, cinque centesimi di zucchero grasso e un limone per non lasciargli bere l’acqua pura, del formaggio grattuggiato per migliorargli il pantrito, la zuppa, la minestra, e degli ossi detti di morto con le mandorle che facevano tanto bene. Alcune donne, che dicevano di sapere come si stava all’ospedale, avevano sotto le gonne dei panini freschi, dei panettoncini caldi, qualche boccone di carne e una noce di formaggio di grana piangente che faceva risuscitare i morti e tirava fuori dal letto i vivi. C’era tra loro qualche vecchio rimbambito che diceva che bisognava lasciar fare il mestiere a chi lo sapeva e che facevano male a dare agli ammalati quello che i medici avevano proibito. Aspetta cavallo che l’erba cresca. Morirebbero tutti di fame. Sapevano bene che cosa davano i medici. I medici non sapevano che far loro trangugiare porcherie che indebolivano e mandavano al cimitero. Invece i nostri vecchi, che si curavano bene, si curavano con dei brodi di carne di prima qualità, con un bicchiere di vino vecchio di bottiglia e con dei petti di piccione e di pollastro. Marco si fregava le mani, parlava ad alta voce, come a se stesso, dicendo a tutti sulla faccia che facevano benone a comperare la morte dei loro ammalati. Nessuno lo avrebbe udito lamentarsi. Andavano all’ospedale questi porci di pitocchi per guarire e poi facevano di tutto per caricarsi lo stomaco di roba velenosa che combatteva il lavoro del medico. Ci sarebbe voluto un po’ di staffile per certa gente! Se non ci fossero state alle entrate delle sale le monache e gli infermieri a frugarli, gli ammalati sarebbero morti tutti come le mosche. Le donne gli voltavano le spalle con orrore. Non potevano credere che ci potesse essere un uomo alla porta dell’ospedale con il suo cuore di piombo. Lui era grasso e faceva bene a ridere della povera gente. Avrebbero però voluto vederlo in letto addolorato dai malanni, se avesse avuto il coraggio di pronunciare le stesse sciocchezze! Loro sì che sapevano che cosa voleva dire trovarsi in una crocera senza soccorso. Facevano male! Sicuro che facevano male. Ma all’ospedale non si ordinavano i cibi che tirano su lo stomaco se non ai degenti in punto di morte. E quando si è moribondi, cari miei, non si ha più voglia di mangiare le cose buone. Si faceva male, sicuro che si faceva male, ma i signori a buon conto si facevano guarire a casa, nei loro letti. E guarivano perché si tiravano su con dei rossi d’uova, con dei bicchierini di marsala, con dei brodi di gallina, con delle ale di pollanche che piluccavano tutto il giorno e delle fritture di cervella leggermente impanate con l’uovo, con sopra una lacrima di limone.

In su e in giù nascevano i discorsi sulle malattie. Una volta c’era più misericordia. Non tagliavano giù la povera gente a fette come ora. Si aveva un po’ più di rispetto per il corpo umano. E si stava meglio. Non s’erano mai veduti tanti ammalati come in questi tempi. Non si sapeva più dove metterli. Al giorno d’oggi vi guardano in gola con dei ferri contorti che fanno rabbrividire e vi portano via dei pezzi di carne rossa da far piangere. Vi passano delle bacchette d’acciaio per il naso e per le orecchie, e vi frugano su e giù come se foste di carta pesta. C’era lì la sorella di una contadina che parlava con orrore dei ferri. Alla sua povera Teresa, che forse era morta, avevano asportato una mammella intiera perché faceva un po’ di materia. Un tempo era un male che si guariva con delle pappine di linosa. Ah, il bel giovamento che le aveva fatto l’operazione! La settimana scorsa era più morta che viva. Tossiva come una disperata e tirava su del catarro che pareva marcia. La roba purulenta del petto le era andata fino in fondo allo stomaco. La materia aveva semplicemente cambiato di posto. Bisognava essere stupidi per non capire che i poveri servivano di studio alla cura dei ricchi. Si narrava di una povera donna col ventre gonfio come una balena, morta per gli istrumenti che le avevano cavata l’acqua. Le avevano fatto patire tutti i dolori della terra per venire a questo bel risultato. Lasciateli almeno morire come vuole il Signore, senza tante torture. E la donna che diceva questo si infagottava le braccia nello scialle e si voltava dall’altra parte per non essere obbligata a vedere Marco che faceva il gradasso perché era sano. Era meglio parlare d’altro. Perché a pensarci sopra si drizzavano i capelli sulla testa. Bastava semplicemente ricordarsi dei vecchi che guarivano il mal d’occhi con dell’acqua benedetta o con dell’acqua fresca di Caravaggio, sbattuta nelle occhiaie parecchie volte al giorno, per capire che i ferri erano i ferri.

Ora, che santa Lucia conservi a tutti la vista, era meglio morire che farseli curare. Ci andavano dentro coi loro strumenti maledetti a scavare come in una buca. C’era lì una vecchia che poteva fare da testimonio. Anni sono le avevano tirata via una cataratta che non le faceva il menomo male. Ci vedeva un po’ meno, ecco tutto. E ora? I ferri erano i ferri. E ora lei non era più lei. La sua vista si era andata indebolendo e i suoi occhi erano diventati due fontanelle che piangevano dalla mattina alla sera.

Gigia sentiva e approvava. Aveva anch’ella un sacro orrore per le operazioni chirurgiche. Una mattina le era venuto il cattivo pensiero di andare all’ambulanza medica a farsi curare lo stomaco che digeriva male da un po’ di tempo e le dava coliche che la piegavano di notte in due. Il medico era un piccoletto con una gran barba castagna e una vocina d’uomo flemmatico. L’aveva fatta adagiare sul lettuccio coperto di tela incerata, le aveva battuto sul ventre con la punta delle dita senza domandarle neppure compermesso e poi voleva soffocarla con un lungo tubo di gomma che doveva nettarle lo stomaco come si netta un pisciatoio. Se lo avesse ascoltato, a quest’ora sarebbe forse morta. Ginevra voltava via la faccia perché le facevano male i discorsi sugli scorticamenti degli ospedali. Era un vero macello. Per suo conto avrebbe preferito morire due volte piuttosto che mettervi piede. Non c’era mai voluta andare neppure quando vi aveva una zia ammalata di flemmone. Carolina provava una sensazione che rasentava lo spasimo ogni qualvolta si parlava di operazioni. Se si discorreva di una gamba tagliata via, si sentiva la sega sull’osso che le faceva subire delle contrazioni facciali e dei dolori sottili che le andavano su fino alla radice dei capelli. Un dente nella tenaglia di un frate la faceva sudare come in un bagno turco. Stamattina andava nella crocera delle ammalate per stare con le amiche e per portare quattro amaretti a quella povera Luigia che le lavava tanto bene la biancheria di colore. Ella aveva in saccoccia una fetta di panettone eccellente, messa via nella giornata di Natale a bella posta. E Gigia stava comperando due aranci e due ossi di morto, che la venditrice diceva miracolosi. Molte ammalate erano guarite a mangiarne una mezza dozzina.

Si vedeva che veniva anche Zaccaria, il figlio della lavandaia.

L’omone che stava con la schiena al fusto del lampione, tagliava l’aria con la mano, come per dire di smettere di parlare di operazioni. Non ce n’era uno nella folla che avesse avuto la sua disgrazia. Una disgrazia che lo faceva tremare come una foglia anche in quel momento. La sua Teresa, sana e robusta come una pianta, aveva in allora quattordici anni. Lavorava in filanda e cresceva diritta come un asparago. Cinque mesi prima di condurla all’ospedale aveva ricevuto un colpo contro il filatoio. Il medico condotto non aveva dato importanza alla ferita e credeva di averla tappata con un po’ di cerotto. Ma la ferita era di quelle che si coprono con sotto la marcia. Quando gliela si lavava con l’acqua e l’aceto veniva fuori l’odore della putredine. All’Ospedale maggiore… Bisognava scusarlo se gli si inumidivano gli occhi. All’Ospedale maggiore le hanno trapanato il cranio come se fosse stato quello di una marmotta o di una scimmia. I medici lo consolavano dicendogli che la povera ragazza aveva in fondo una roba fungosa. L’hanno tormentata coi termometri nel cranio per sapere se in certi momenti si scaldava più il cervello o l’ano e me l’hanno fatta morire!

La disgrazia dell’omone sollevò l’indignazione. Eran tutti d’accordo che i poveri cristi servivano per le esperienze con le quali si dovevano poi guarire i signori. Era ingiusto che ci fosse un mondo cane che lasciava scannare i pitocchi per tenere in vita i ricchi. Marco rideva e dava a tutti della bestia. Se c’era qualcuno che era curato proprio bene, era l’ammalato dell’ospedale. Se si tagliava, era perché bisognava tagliare.

– Bestioni! È un peccato che non abbia io il coltello in mano. Meritereste proprio che vi si facesse a fette!

Zaccaria andava innanzi con la punta del virginia di brace che gli accendeva ancora di più il faccione di brentatore, con le mani nel paltò cannella, il cappello nocciuola sull’occhio, e una cravatta a colori fatta in quattro.

Gli avevano mandato una cartolina dove gli si diceva che sua madre stava male. L’aveva in saccoccia da tre giorni, perché non poteva dire al padrone che aveva bisogno di andare all’ospedale. Se non faceva la giornata nessuno gliela pagava.

– Buon giorno!

Salutava le ragazze guardando l’orologio attaccato alla catena d’argento che lo faceva passare per un lattaio. C’era venuto un quarto d’ora troppo presto. Gli si diceva che era un peccato che non avesse imparato il mestiere della madre, perché una disgrazia poteva sempre capitare da un giorno all’altro. Le clienti c’erano, i posti al lavatoio c’erano, i locali nel cortilone potevano essere aumentati e con della buona volontà avrebbe potuto guadagnarsi dei bei quattrini. Gli mancava la donna. Ma a un giovanotto robusto come lui non poteva mancare. Non aveva che da mettere in terra il cappello per trovarsi imbarazzato nella scelta. Lui lasciava dire, buttando in aria il fumo, mettendo semplicemente, tra un elogio e l’altro, una spallata o una smorfia. Non gli era mai piaciuto il mestiere della mamma. Era un mestieraccio che riempiva la casa di camicie fetide e di stracci che l’acqua finiva di consumare e di biancheria distesa come in un prato. Se la Luigia lo avesse ascoltato non sarebbe, in una giornata come quella, in un letto reumatizzata. Con le braccia nei secchioni dalla mattina alla sera e le ginocchia sempre nel bagnato, non era possibile star sani neanche con una salute di ferro. Lui faceva il tintore, un mestiere che lo teneva nell’acqua mica male. Ma loro, in fabbrica, avevano i riguardi che non hanno le lavandaie. Si tenevano i piedi negli zoccoloni alti fino alla caviglia, col fondo del piede basso, e si coprivano dal petto alle estremità delle gambe con un grembialone di pelle che andava loro intorno ai fianchi. Risciacquavano le matasse nella corrente e rientravano in fabbrica senza una goccia d’acqua indosso. Al fosso le donne non avevano nessuna cura e continuavano a lavare sotto uno straccio di ombrello sfondato dalle bacche anche quando diluviava. Ci volevano dei lavatoi pubblici, protetti dalle vetrate, riparati dall’aria da alte muraglie come li aveva veduti un suo compagno di lavoro a Lione.

La moltitudine era divenuta silenziosa e era tutta rivolta verso Marco, il quale stava all’entrata con le code della marsina di panno azzurro scuro attorcigliate nelle mani sui calzoni di dietro. Tra le donne primeggiavano le teste coperte di scialletti variopinti, e i fianchi coperti dalle gonne giù a piombo, impillaccherate dalla fanghiglia in cui avevano dovuto zoccolare lungo gli stradoni dei paesi circonvicini, ancora inzuppati dell’acquazzone di ieri. Tra gli uomini, i cappelli flosci coll’orlatura colorata di scuro e la penna di cappone sul bindello in giro al copricapo. Le loro scarpe, dalla suola grossa due dita e costellata di chiodi, erano appesantite dalla mota che avevano raccolto lungo il viaggio, e lo sparato candido della loro camicia a pieghettine, stirato a forza di braccia, non lasciava dubbio ch’essi appartenevano alla grande famiglia che fila la tela in casa e l’imbianca per i campi che coltiva. Il resto era poveraglia cittadina. Tube lavate, cotte dalla pioggia, abbrustolite dal sole, cappelli dall’ala stroncata o gualcita, scialli smunti e tarmati, sottane dalle balzane stracciate, con gli strappi ciondoloni, vesti mendate e rimendate, giacche logore e sfiancate, baveri unti e bisunti, redingote spelazzate dalla spazzola, pellegrine lacerate, scolorate, cicatrizzate, panciotti che perdevano un po’ di camicia da tutte le parti e scarpe sdruscite, scalcagnate, slabbrate, coperte di maccherelle. Facce vecchie e giovani, ossute e carnose, butterate e bernoccolute, nasi di tutte le dimensioni e di tutti i colori, grinte alcoolizzate e criminalizzate, capelli grigi, capelli neri, capelli biondi e teste senza capelli, guance profondamente adimate dai patimenti e fattezze grassocce e fiorite di primavera. Bocche invecchiate, appassite, sdentate e bocche fresche e colorite come il sangue del maiale; occhi ammantati di vivezza, occhi loschi, occhi stracchi, occhi che stavano consumando gli ultimi barbagli della vita. Mani incartapecorite, mani tremolanti, mani rugose, callose, ruvide e mani gentili, in carne, con le unghie pulite e le dita affusolate come quelle delle suonatrici di piano. Tutta poveraglia piena di cuore che trepidava per i suoi cari, che aveva pensato una settimana per mettere assieme il soccorso, che si lasciava empire di lacrime prima di entrare e che giungeva al letto degli ammalati con la gola piena di commozione.

L’orologio sul frontone dell’ampio cortile suonava le dieci e mezzo e Marco si ritirava sull’alto che fiancheggia l’entrata a sinistra e la gente pigiata si muoveva tutta assieme, gli uni calcando gli altri, assottigliandosi all’imbocco del portone e riuscendo sotto il portico come portata o spinta dalla fiumana. Marco impallidiva tutti i mercoledì e tutte le domeniche. Egli doveva frenarsi per non buttarsi sulla moltitudine a risospingerla, a ricacciarla di nuovo nella strada e obbligarla a rientrare ordinatamente. Così, come facevano, riuscivano nelle sale con dei ritardi e arrischiavano di schiacciarsi le costole e rompersi le ossa. Ma in tanti anni i suoi avvertimenti non avevano corretto alcuno. Era una folla indisciplinabile che si rinnovava da una settimana all’altra e che faceva orecchio da mercante anche quando si parlava per il suo bene. Ci sarebbe voluto una catastrofe. I teatri sono stati migliorati dagli incendi. Con dei cadaveri rimasti sotto i piedi dei violenti, l’amministrazione si sarebbe decisa a mettere la barra ch’egli andava raccomandando di anno in anno. Con due barre in croce, i visitatori sarebbero obbligati a passare a due per volta, uno a destra e uno a sinistra. Ma l’amministrazione era cieca, cocciuta e lo trattava da pazzo. La sua esperienza non valeva niente per tutti quei signori che stavano al tavolino a fare delle cifre. Si vedeva bene che un giorno o l’altro doveva avvenire un massacro. Ma l’amministrazione non provvedeva. Aspettava il disastro. Peggio per lei e per il disastro. La sua coscienza era tranquilla. E finiva dicendo, come al solito: “Così va il mondo, bimba mia”.

Gigia si ostinava a dire che la Luigia doveva essere al pianterreno, perché la Ventura del cortilone, che era stata a trovarla la domenica scorsa, le aveva detto che si trovava al numero 7 della sala Anastasia, tra una giovine e una vecchia che avevano poco da campare, perché in tutto il tempo che vi rimase non avevano aperto gli occhi. Zaccaria invece era sicuro che doveva essere al 70, nella sala chirurgica Bianca Maria Sforza, al primo piano, ove mettevano tutte le operate. Convennero che sarebbe stato meglio interrogare il primo infermiere.

– Di grazia, l’ammalata Luigia Ponticelli?

L’infermiere, con le braccia nude come d’estate, col grembiale a petto che gli lambiva le scarpe, tirava innanzi per i fatti suoi, col gesto della persona affaccendata che non ha tempo da sprecare. Egli non ascoltava nessuno e neppure quelli che piangevano e gli domandavano se potevano andare a vederli nella sala mortuaria. I due infermieri, alla base dello scalone a sinistra, chiacchieravano tra loro, lasciavano passare senza seccarsi. Avrebbero avuto un bel da fare se avessero dovuto occuparsi di tutti gli individui alla ricerca degli ammalati. C’erano dei balordi che non sapevano né dove andavano, né che cosa volevano. A momenti bisognava dir loro anche il sesso delle persone che cercavano. Ci sono i compartimenti, i letti numerizzati, le sale con tanto di nome e cognome e tuttavia si vedevano lì disorientati, cogli occhi in aria, indecisi se andare da questa o da quella parte. Il professore Guglielmini diceva l’altro giorno agli studenti che sarebbe stato desiderabile che in un ospedale di primo ordine si fosse pensato agli ascensori come negli ospedali degli Stati americani. In America la gente doveva essere più rispettosa e ubbidiente. Qui non ci sarebbe verso di farli entrare a poco per volta. Vorrebbero entrare tutti assieme. E una volta o l’altra gli ascensori precipiterebbero carichi pieni. Dopo si griderebbe la croce contro i poveri infermieri che non hanno saputo impedire che si riempissero.

All’entrata della sala Bianca Maria Sforza cerano le suore di carità che davano una manata sulle tasche e facevano vuotare quelle troppo voluminose. Se non stavano attente, sarebbero passate delle geriate di pane giallo. C’era una contadina che non voleva persuadersi di lasciare alla porta una mezza dozzina di pomi di terra cotti nella cenere. Un povero uomo sosteneva che nessuno gli poteva proibire di portare un po’ di vino alla sua reggiora bisognosa di ristorarsi lo stomaco. E quell’altra sposina, con la testa che pareva un sole di spadine, piangeva a lasciare nelle mani delle suore il cestino con le uova fresche tolte dal pollaio, tra ieri e ieri l’altro, per la sua mamma che doveva essere debole dopo l’operazione che le aveva fatto perdere tanto sangue. Ginevra, Carolina e Bigia, tagliavano i panni alle donne votate al Signore e alla Madonna che avevano il fegato sano di impedire ai parenti di fare quello che potevano per tirarli fuori dal letto. Se fossero state in un altro luogo avrebbero insegnato loro un po’ più di belle maniere. La gente non andava mica a rubare per buttar via i quattrini in quel modo. Ci voleva un po’ di buonsenso, ci voleva.

– Di grazia, l’ammalata Luigia Ponticelli?

La sala a colonne si andava popolando; qua e là i gruppi si rompevano intorno ai letti e alcuni letti scomparivano dietro una siepe di gente che univa il susurro ai susurri della conversazione generale; questa diventava, negli angoli, un brontolio sordo che passava per le orecchie come una confusione di voci spiacevoli. I finestroni ogivali cambiavano l’aria senza distruggere l’odore ingrato che usciva da tutte quelle gambe sepolte sotto le coltri e dalle filate dei pitali nel comò di ferro. Con tanto acido fenico e tanto cloro si aspirava l’alito impuro delle degenti che faceva impallidire e venire il mal di capo a più di una visitatrice. Carolina tossicchiava e col fazzoletto bianco alla bocca domandava scusa degli assalti di tosse perché non era abituata a girellare per le sale degli ospedali. Molti uomini e molte donne entravano come in casa propria e andavano, senza fermatine, al letto che li aspettava, e senza badare agli altri, con il viso in aria come tanti allocchi. La 32, con le braccia secche come due bastoni e le occhiaie bluastre, faceva paura, e obbligava la Gigia a fare uno sforzo per tenersi in gola il vomito che le veniva a sentirla schiarificare e buttare nella sputacchiera il catarro con fracasso. Zaccaria, con gli occhi sempre al soffitto, diceva di toccar via, che il 77 doveva essere quasi in fondo. Gigia era dolente che Adalgisa avesse mancato di parola. Le aveva detto che sarebbero passati dai gradini del Duomo alle dieci precise e alle dieci precise, anzi un po’ prima, c’eran passate. Era una buona ragazza, non si poteva dir niente, ma aveva paura che non avesse gran cuore. Parecchi infilavano il vano tra i due letti e si curvavano sulle ammalate con dei baci a fior di pelle. C’erano delle povere donne con le teste affondate di peso nel guanciale, col viso di cera, con gli occhi chiusi, con le braccia lungo i fianchi e col corpo piatto sotto la coperta. Faceva schifo la vecchierella incuffiata del 63 che domandava la padella nell’ora della visita. Doveva pensarci prima. Ma già le vecchie sono come i bambini. Non hanno giudizio. L’infermiera diventava di brace e agitava le mani come per dire che bisognava avere pazienza. Pareva che lo facesse a posta. Un accidente poteva capitare a tutti. Ma tutte le volte, tutte le volte che c’era in giro il pubblico era una cosa insoffribile. I parenti che erano lì a trovarla s’erano voltati dalla vergogna, dicendo anch’essi ch’ella avrebbe potuto scegliersi un’ora più comoda. E un’altra! La giovine nel terzo letto più innanzi faceva dimenticare l’urgenza della 63, chiamando l’inserviente con delle scampanellate che spaventavano la sala. Anch’essa era disturbata dallo stesso bisogno. Era una giovanotta con le trecce disfatte del calore della canape per il cuscino, coi pallori dell’operata che aveva perduto molto sangue, con le alture del seno che ansavano sotto il lenzuolo e con le braccia rotonde e seminude che andavano per la coperta a manifestare la tortura del ventre. Non c’era nessuno al suo letto e l’infermiera non aveva fretta perché erano sei giorni che s’aspettava la sua scampanellata. Da due giorni il professore andava dicendo che domani le avrebbe ordinato un enteroclisma, perché dopo l’operazione, la poverina, aveva continuato a dormire come se fosse stata ancora sotto l’azione del cloroformio, tirando su a stento le palpebre quando la si schiaffeggiava per risvegliarla. Era un mestiere per il quale ci voleva molto cuore e uno stomaco di bronzo. Senza quest’ultimo si sarebbe tirata su l’anima. Certi bisogni venivano quando venivano, e non si poteva discutere. Il guaio era che si doveva tagliarle tutta la medicatura antisettica di dietro. Con tanta gente attorno non c’era che tirare le cortine.

– Vengo! Vengo! Non si sta quiete un minuto in queste sale. Bisognerebbe avere cento braccia. Il male è il male, non c’è che dire. Ma sanno farselo valere! Ingrandiscono delle inezie. Ci son molte pittime in queste sale. Sono operate e bisogna tollerare tutto. Alcune volte però abusano. Ah, sì! Sentite! Si scampanella da tutte le parti. Adesso chiamo la suora. Voglio vedere un po’ io di farla far finita. È troppo, è troppo! Se non ci fosse qui la gente vorrei dire. Su, alzatevi leggermente che vi passo la padella. Così, state quieta e che la Madonna vi secondi.

Dal fondo si vedevano venire Adalgisa, Marianna e Bentoni. Lui e lei erano ravvolti in una grande pelliccia che faceva ritirare in disparte le persone sul loro cammino, come per far largo a dei signori in visita. L’Adalgisa era sicura che le amiche non avrebbero mancato di parola perché la Gigia non era mica una cervellina. Non si ricordava del numero, no. Il figlio di Zaccaria le aveva detto il 17 o il 37. Era più facile che fosse al secondo che al primo. La sala era grande, ma non doveva essere difficile trovare la Luigia. Ella e la mamma non le avevano mai parlato perché, come si sapeva, era una donna asciutta, che salutava e non salutava. La sua faccia era però di quelle che vedute una volta non si dimenticano più, specialmente per i suoi capelli radi e sabbiosi e per le sopracciglia nerissime elevate a virgola sulla fronte. Marianna aggiungeva che tirava più all’uomo che alla donna. I suoi occhi gatteschi e il porro con tre peli sul mento erano indimenticabili. Bentoni, con la tuba e coi guanti in mano, diceva che senza annoiarsi a passare di letto in letto sarebbe stato meglio domandarlo all’infermiera.

– Per favore, l’ammalata Luigia Ponticelli?

– Dall’altra parte, al quart’ultimo letto.

– Grazie tante.

Adalgisa, guardando, si era fermata ai piedi della 45 e non ne sarebbe venuta via se Bentoni non fosse ritornato indietro a prenderla per il braccio. Le aveva fatto impressione l’ammalata. Poveretta, non doveva avere più di 30 anni. Faceva pietà a vederla, col viso così affilato dalla malattia, con gli occhi lucenti nelle occhiaie sgualcite e coi due solchi che le andavano dalla radice del naso alla estremità delle labbra! Con le mani teneva le mani di una fanciulla e di un ragazzo ai fianchi del letto e si lasciava bagnare le guance dallo strazio forse di doverli lasciare soli sulla terra.

Il letto di Luigia era affollato. C’erano la Scavalcatetti, la Bislunga, la Senzanaso, la Morettona, la Ginevra, la Gigia, la Carolina, il Zaccaria e le tre ultime lavandaie che lavavano al fosso di Porta Tenaglia per conto dell’ammalata. Cerano alcune donne del cortilone che si pettinavano vicino al suo uscio e poco dopo giungevano il Bentoni, la Marianna e l’Adalgisa. Si salutavano con dei cenni di mano e di testa e si mettevano il dito sulle labbra per dirsi che bisognava star zitti e lasciare quieta la povera donna che stava male. La superiora aveva avvertito la Bislunga che non era ancora fuori di pericolo e bisognava avere dei riguardi. Ieri aveva avuto una febbre da cavallo e questa mattina le si erano sbattuti i denti come se fosse stata in una ghiacciaia.

Ciascuno le aveva accarezzata la mano che teneva sulla coltre, aveva deposto il cartoccio nel cassetto del tavolino da notte, e era rimasto alla sponda in un atteggiamento di persona addolorata. Luigia girava svogliatamente gli occhi affannati, moveva le labbra come se avesse voluto dire qualche cosa e restava lì ammutolita. Il pensiero di tutti i presenti era che Luigia moriva. Nessuno sapeva capire la tabella della sua malattia, ma tutti leggevano nello sfacelo della sua faccia la data della sua morte. Era stravolta, emaciata, piena di rughe grosse sulla fronte, con due linee scendenti dalla borsetta degli occhi alla bocca che la rendevano orribile. Zaccaria guardava il soffitto, guardava le persone che passavano, guardava i letti e trasmetteva negli altri l’idea che egli faceva di tutto per padroneggiare la commozione che lo avrebbe fatto piangere come un ragazzo. La 76 non la conoscevano. Ma parlava e diceva a bassa voce che era stata operata al nervo ischiatico, nella stessa ora di Luigia. Dal giorno che le avevano messe in letto col cloroformio che ronzava loro nella testa la Luigia non aveva aperto bocca. Nella prima giornata doveva avere avuto più di un tentativo di vomito, perché alle infermiere era toccato pulirle più di una volta la tela incerata gialla che distendono sotto il mento delle operate. Una notte aveva avuto degli scotimenti che avevano fatto accorrere l’inserviente di servizio e dato da pensare alla superiora venuta con la bottiglia del marsala. Il marsala poteva essere buono, ma nel letto dell’ospedale faceva venir in mente il prete con l’olio santo. In tutto questo tempo non era stato possibile farle trangugiare un cucchiaio di brodo. E quando non si mangia, cattivo segno. I medici venivano tutte le mattine, le toccavano il polso e passavano agli altri letti dopo avere guardata la temperatura ascellare sulla tabella.

Si raccolsero nelle spalle per frenare lo spavento che correva loro nella schiena. Era un’altra prova palmare che non bisognava lasciarsi mettere i ferri addosso. I ferri ammazzano i disgraziati come le bestie. Tutte le donne che circondavano il letto di Luigia erano unanimi nel credere che i dolori sciatici non si curano all’ospedale. Se la Luigia si fosse consultata con la Scavalcatetti, la povera donna non si troverebbe in quello stato. A Cassano! a Cassano! le avrebbe gridato. E a Cassano si guarisce. La sua padrona della Ripa di porta Ticinese, prima di andarvi, aveva fatto di tutto e si era persino fatta mettere in un forno ardente. Se ne ricordava perché era stata là lei a aiutarla, a resistere fino allo svenimento. Il corpo le gocciolava come un gran pezzo d’arrosto allo spiedo e i capelli le cadevano bruciati. Dovevano scusarla se le ritornavano i brividi a pensarci. Rinvenuta, i dolori le ritornavano più acuti di prima. Finalmente si decise per Cassano. Ah, se la gente avesse del giudizio! La Luigia non si sarebbe lasciata squartare in quel modo. Pazienza. La Marianna, la quale serviva le famiglie più ricche del suo quartiere, sapeva di molte guarigioni. Donna Laura, una signora d’alto bordo, in quindici giorni di Cassano era diventata quasi più bella. Bentoni approvava e aggiungeva che vi andavano anche i signori primarii e i signori medici degli ospedali, se volevano guarire. Non c’era uno solo fra loro che non avesse avuto un amico o un’amica a Cassano. Era una cura facile e poco dispendiosa. Perché la donna che possedeva il segreto non domandava nulla. Se gliene davano, se li metteva in saccoccia; se non gliene davano, li salutava con Io stesso sorriso e augurava loro il buon viaggio.

La donna di Cassano guariva in un modo semplice. Applicava un vescicantone al calcagno della gamba addolorata, ve lo lasciava trentasei o quarantotto ore a lavorarglielo e a squarciarne la pelle, lo tirava via medicandone la ferita infocata con delle semplici foglie spalmate di burro, lasciava che dalla squarciatura uscisse tutta l’acqua che appestava l’aria, e in quindici o venti giorni rimetteva in piedi la persona sana come una quercia. Si raccontava che degli uomini e delle donne ch’eran stati portati di sopra a braccia dai facchini, perché non sapevano reggersi, erano usciti dall’osteria degli sciaticosi pochi giorni dopo, come gente che non avesse mai avuto niente. I nostri vecchi, aggiungeva Marianna, non sapevano neanche cosa fossero i ferri. E stavano più bene, ribadiva la Scavalcatetti. Sicuro che stavano più bene, aggiungeva la Gigia. Lei non avesse i capelli grigi, grazie a Dio. Ma aveva sempre sentito dire che nei tempi andati si vedevano per la strada dei vecchi simpatici, coi capelli bianchi come la neve che facevano venir voglia di baciarli. Adesso, ripigliava Marianna, morivano via come le mosche. Non c’erano più vecchi. Era molto se si riusciva a toccare i quarant’anni, l’età in cui si dovrebbe incominciare a far vita buona.

La discussione perdeva d’interesse. Gli amici e le amiche si guardavano negli occhi senza trovare un argomento che incitasse la loro parlantina. Si voltavano a destra e a sinistra, e si fermavano con la faccia sulla faccia dell’ammalata. Pareva che il silenzio li mettesse tutti d’accordo che il caso della mamma di Zaccaria fosse dei più disperati.

Dirimpetto a lei c’era una donna lunga con le spalle larghe e la testa grossa che faceva piangere tutti quelli che le stavano intorno al letto. Suor Cecilia, agile come una fanciulla, con la testa nascosta nella cappellina bianca dalle ali che agitavano l’aria, passava da un letto all’altro con una parola di consolazione, incoraggiando l’ammalata a sperare in Dio. Ne aveva viste guarire di quelle che erano andate fino all’uscio della morte, di quelle spedite dal primario.

– Abbiate fiducia nel Signore!

Un grido acuto distrasse tutti. Era venuto da un letto dall’altra parte della crociera, dove erano le operate di ieri e di ieri l’altro. La sala era tutta cogli occhi dietro le inservienti e le suore che andavano a corsa verso un letto in fondo. Che c’era? Che cosa avveniva? Nulla. Si tiravano le tendine e il letto scompariva lasciando il pubblico col punto interrogativo nel cervello.

La 76 aveva indovinato. Era andata. All’ospedale non si tirano le tendine che per sottrarre alla vista della gente o delle ammalate la defunta. La 35 era tra la vita e la morte fino da ieri sera. Le avevano operato uno scirro alla mammella destra alle nove di giovedì mattina. E dalli con le operazioni! esclamò Carolina. Se non si pensava a fare qualche cosa, i medici, che non lavorano sulla propria pelle, avrebbero continuata la strage. La 76 riprese la storia. Il giorno dopo era stata veduta a mangiare un pantrito che riversò sulle lenzuola mezz’ora dopo. Rimase assopita per delle ore e poi incominciò a delirare e a battere i denti come una febbricitante. È un brutto segno, quando si battono i denti! Ieri sera suo marito era là vicino che si struggeva con dei singhiozzi, chiamandola e scongiurandola di non morire, che avevano due ragazzini da tirar grandi. La superiora lo accompagnò fuori della sala con delle buone parole, assicurandolo che il primario le aveva confidato che non si trattava che di cosa passeggiera. Loro, dell’ospedale, l’avevano mandato a chiamare d’urgenza perché erano obbligate a far il loro dovere. Ma gli si ripeteva di avere fiducia in Dio. Dio non abbandona gli afflitti. Stanotte il medico e l’infermiera di guardia hanno dovuto accorrere due volte per somministrarle qualche goccia di morfina e farle un’iniezione al braccio per calmarla e lasciar dormire le altre. Nelle sale delle operate si sta sempre male. Finiscono tre o quattro di lamentarsi, perché incominciano a star meglio, e altre operate prendono il loro posto di gridare e dar fuori come matte. Alla visita di stamane i medici si erano fermati al letto della 35 un po’ più del solito senza ordinarle nulla. Le cose della crociera si sapevano. Ma lei aveva saputo tutto dall’infermiera. Stamattina il primario le aveva detto inutilmente di lasciargli vedere la lingua senza che la povera donna cessasse dal tremare come una foglia e le infermiere non sono mai riuscite ad aprirle la bocca per costringerla a bere una goccia di marsala, il vino che spaventa tutte le ammalate. Quando si vede la superiora andare a qualche letto con la bottiglia di marsala, si incomincia a dire delle avemmarie sotto voce. È segno che la poveretta non ha più che delle ore da vivere. La 35 è morta di tetano.

– Povera donna! – disse Adalgisa.

E tutti gli amici e le amiche di Luigia ripeterono con voce di commiserazione:

– Povera donna!

Zaccaria pareva ormai completamente disinteressato. Invece di guardare la mamma, la sua faccia andava in giro come un ghiottone di donne, incitato da una vaga idea erotica che lo spingeva di letto in letto alla ricerca delle malatine bianche come il latte, con la testa imboscata di capelli neri come l’ala del corvo. Indugiava con compiacenza sulle fughe alabastrine dei colli venati d’azzurro che uscivano dalle lenzuola fino alle spalle procaci, e idealmente si rannicchiava sotto la coltre della 56, con delle sensazioni gaudiose per la nuca, baciandola soavemente sulla bocca schiusa come un incendio. Le manine diafane gli davano i rapimenti dell’innamorato e usciva dalla rete sottile delle voglie smodate con degli scotimenti bruschi e furiosi che lo rinsensavano.

Era il suo vecchio male di donnaiuolo che lo riprendeva. Negli ultimi mesi era stato bene. Non ci pensava più alle femmine. Aveva potuto sfollare per la folla delle gonnelle come in mezzo a una folla di uomini, senza essere obbligato a scappare e perdere di vista la donna che gli pareva lo bevesse su con gli occhi. Agitato, senza dir nulla, con le mani in tasca, con le palpebre che gli si sbattevano per togliersi dinanzi la figura che stava per fargli commettere una indecenza, si mise a correre verso l’uscita senza voltarsi indietro.

– Zaccaria!

Nessuno aveva capito il dramma che si era svolto tra lui e la 56.

– Zaccaria!

Suor Cecilia era considerata, attraverso l’anno, da un’ammalata all’altra, un angelo. Aveva nella voce e negli occhi una bontà infinita. La si poteva chiamare cinquanta volte senza mai metterle nel gesto e nella parola l’impazienza. Aveva ancora della gioventù nelle mani e sul viso bianco come il lino che glielo incorniciava. Il suo pensiero era tutto votato a consolare gli infelici. Talvolta passava da un letto all’altro come una sognatrice letificata dal bene fatto. Non era mai in riposo. Discendeva prima che l’alba si snebbiasse, andava al letto delle aggravate a domandar loro come avevano passata la notte, dava degli ordini alle infermiere, si inginocchiava ai piedi del Cristo in fondo a dire le orazioni a voce alta e andava subito dopo in giro coi medici in visita. Era lei che suggeriva la dieta al primario. Non appena credeva l’ammalata fuori di pericolo, gli diceva che poteva dare alla numero tale la seconda, col quarto di pollo e col bicchiere di vino, o due uova al latte, o due fette di cervella nel tegamino delle fritture, con un panino lucido. E il primario la contentava fin dove poteva, perché l’amministrazione non permetteva ai malati di mangiar bene che nelle ultime ore della vita. Per le donne destinate alla operazione suor Cecilia aveva una cura speciale. Le purgava il giorno prima con un drastico che faceva loro buttar fuori tutto, le teneva d’occhio perché nessuno desse loro qualcosa da mangiare e alla mattina, qualche minuto prima che andasse al letto delle operande la carriuola con la coperta di lana nella quale venivano ravvolte, assisteva l’infermiera, che mutava loro la camicia, con delle parole che non davano punto importanza alla operazione che stavano per subire.

– Da che sono in questo ospedale – e sono dodici anni – non ne ho mai vista una morire. Ormai le operazioni sono meno pericolose del rilassativo che ti ho dato ieri. Non avere paura. Va là che il primario non è primario per niente. Col cloroformio non senti neanche la puntura di uno spillo. Piuttosto dimmi se sei pulita. Se non lo sei, c’è qui la Teresa che ti fa tutto.

E le vedeva, sdraiate o sentone, passare, una dopo l’altra, dietro l’uscio dai vetri smerigliati, accompagnate dal suo sorriso di confidenza o dalla sua ultima frase che si perdeva spesso nel rumore delle ruote del veicolo.

– Non pensarci che non è nulla! Ti aspetto.

Andava al letto della 77, le spiegava il lenzuolo arruffato sulla coperta e le domandava come si sentisse. Luigia rimaneva immobile, con gli occhi sempre più vitrei e il colore della bocca paonazzo.

– Con una febbre come la tua non si può star bene in due minuti. Ma non avere paura che all’ospedale non si muore. I ricchi che si curano a casa muoiono assai più che i poveri. Lo dice sempre il nostro primario.

Poi si rivolgeva alla folla che la circondava, togliendo i cartocci dal cassetto e mettendoseli nel grembiale di merinos nero.

– Vedi? I tuoi amici vorrebbero farti morire come i signori che si curano a casa. A casa c’è sempre qualche anima pietosa che dia loro qualche cosa. Prova questo dolce che ti farà bene! Assaggia questa ala di pollo! Bevi questo vino di bottiglia! E a furia di star bene l’ammalato crepa. Il cuore dei tuoi amici ti farebbe capitare la stessa disgrazia. Fortuna che io voglio che tu guarisca. Quando potrai mangiarli, sarò io la prima a portarteli.

E le dava un buffetto con garbo e ripassava, sgomitando e raccomandando loro di guardarsi bene dal dare dolci all’ammalata.

– La uccidereste!

Alle compagne della Scavalcatetti e di Gigia pareva di vedere nella suora una ladra che sbarazzava i cassetti con dei pretesti per dar tutto alle sue sorelle. E di questo parere era un po’ anche Marianna. Ma Bentoni dissipava ogni dubbio, assicurandole che il digiuno, quando si aveva la febbre, era legge. Guai a chi si lasciava imbarazzare lo stomaco. Era quello che diceva nell’offelleria all’Adalgisa che avrebbe voluto portarle qui una vetrina di dolci.

– Non è vero?

Adalgisa, distratta, si curvava come una risposta. Anche la 76 diceva che aveva ragione la suora. Dalla operazione non aveva assaggiato una goccia di brodo che non le fosse stato ordinato dal medico. Le premeva troppo di ritornare a casa, per imitare la 35, la quale aveva mangiato, di nascosto, il pane della sua vicina nella sera dell’operazione.

Adalgisa si era messa a parlare sottovoce, in fretta, nel crocchio delle amiche, con le spalle voltate alla ammalata che pareva imbecillita. Aveva qualcosa nel gozzo che la obbligava a sfogarsi. La birbonata che le aveva fatto la maladonna del cortilone era una azione indegna che si era legata al mignolo per fargliela pagare, avesse dovuto morire. Ah, sì! Aveva trovato carne per i suoi denti, quel vaso rotto dove ciascuno aveva fatto quello che aveva voluto! La donna di tutti si era vendicata facendo dare lo sfratto alla madre. Brutta carogna! Le potevano barattare il nome se non si fosse presa una rivincita come si doveva. Non si sarebbe lasciata sorprendere, come il Natale, in mezzo al cortilone, quando pensava a tutt’altro che a farla fuori a pugni. Ella non era vendicativa e tutti lo sapevano. Ma c’erano cose che gridavano vendetta in cielo. Anche vestita di seta, sapeva rimboccarsi le maniche e lasciare il segno delle cinque dita sulla faccia della villana. Marianna non aveva bisogno del posto d’ortolana addosso alla muraglia del cortilone, perché, fra non molto, avrebbe fatto ingiallire dalla bile tutte le maledonne del Terraggio con una bella bottega a pochi passi sul corso.

Senz’accorgersi le si erano riempiti gli occhi e le lacrime le scorrevano in bocca a farla singhiozzare. Bentoni, commosso, l’accarezzava e se la stringeva al fianco, dicendole di essere buona che avrebbe pensato lui alla mamma. Aveva impegnata la sua parola d’onore e la ripeteva in faccia a tutti, diavolo. Gigia aiutava a calmarla consigliandola a non sporcarsi le mani con una donna di quella fatta. C’erano poi la Scavalcatetti, la Senzanaso, la Morettona e le altre che la conoscevano bene fino da quando andava al fosso a piedi nudi e si sdraiava col primo che le capitava. Era una donnaccia che bisognava lasciare nei suoi vizii. Il posto adesso era stato preso dalla mamma di quell’Altieri materassaio che fingeva di avere un grande sprezzo per tutte le donne. Ah, sì! Come se non si fosse saputo che egli andava di notte a dormire con quel pitale comune della maladonna del primo piano! Lo si sentiva, a ora tarda, passare in punta di piedi verso il suo uscio e lo si risentiva ripassare verso mattina come un ladro. L’altro giorno le era venuto voglia di dirne quattro a quella smortona di sua madre che fa la madonna e parla come una devota alla Maria santissima mentre chiude gli occhi sul figlio che si lascia mantenere dalla mantenuta del padrone di casa! Gli uomini dovevano avere proprio le fette di salame sugli occhi! Ecco lì un giovine, che potrebbe essere felice, capace di tirarsi in casa un avanzo della strada se non ci fosse il padrone pronto a sposarla!

La campana suonava e le infermiere incominciavano a battere le mani per mettere in cammino la gente che non finisce mai di parlare e che crede sempre di avere qualcosa da dire.

– Andiamo, signori!

Adalgisa domandava scusa alle amiche. Le erano venute giù le lacrime perché si era intenerita vedendo un’ammalata che baciava e ribaciava una bimba che le avevano messa fra le braccia e che baciandola piangeva in un modo da far piangere. Lei era una ragazza di cuore che le si inumidivano gli occhi ogni volta che andava a teatro. Le infermiere ribattevano le mani e loro potevano andare perché già la campana era suonata. La Luigia non aveva bisogno che del riposo, come aveva detto la suora. Le avrebbe fatto un bacio se non avesse avuto paura di svegliarla. È così difficile riaddormentarsi quando si sta male che sarebbe proprio un peccato disturbarla. E quel suo Zaccaria che se n’era andato senza neanche dir loro addio?

E l’una dopo l’altra, con Bentoni alla testa, si avviavano insieme alla folla, lemme lemme, discorrendo di Candida che la mamma del materassaio aveva messa al banco a vendere le carote e le verze per tirare i merli nella rete. Era una ragazza vistosa che aveva messo in vetrina per rubare le famiglie che serviva la Marianna. Ma non ci sarebbe riuscita, perché in bottega ci sarebbe stata anche lei, almeno fino a quando l’avesse veduta bene avviata. Bentoni conosceva tutti e nessuno dei suoi amici gli avrebbe dato il dispiacere di abbandonare la vecchia ortolana. La Gigia non comperava molto, perché era in casa sola. Ma non avrebbe mai comperato un porro al banco dell’Altieri. Se tutto il cortilone avesse fatto come lei, sarebbe morta di fame. Carolina non comperava che di tanto in tanto dei fagiuoli secchi, perché andava di sopra a mangiare la minestra dalla 79. Ma per quanto stava in lei, l’Altieri non avrebbe visto il becco d’un quattrino. Ah no, perdio! E avrebbe fatto di tutto per impedire anche alle altre di andarvi. Non le era mai piaciuto quel pappataci del materassaio che guardava in terra quando passava. La gente che ha paura di guardare in faccia è gente che bisogna schivare. Non si sarebbe fidata di lui neanche a fare quattro passi. Era lì nella stessa casa, ma nessuno sapeva dove andava quando usciva alla sera. Andava a donne? Era voce comune che spendeva il suo tempo nelle case di malaffare. Certo nessuno sapeva niente di preciso e non era cosa che la riguardava. Ma il proverbio non falla: Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. E tutti approvavano.

– Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!

L’8 di settembre 1874 era stata una giornata di commozione generale. Le quattrocentottantatre famiglie si fregavano gli occhi per paura che non fosse vero. Chi tirava il fiato dalla soddisfazione, chi si stropicciava le mani con dei “finalmente!” E chi levava il pugno in alto, cogli occhi sul 12 del primo piano del blocco C, dicendo apertamente che erano contenti che fosse venuto il rendimento dei conti per quell’uomo che era stato la tribolazione di tutti. Gli inquilini leggevano gli avvisi impastati al principio di ogni scala e all’entrata del portone e parlavano di Fioravanti come della caduta di un tiranno che aveva disseminato dovunque la desolazione. La gioia era così generale che coloro, i quali sapevano leggere, leggevano l’avviso a alta voce, accompagnando le parole con dei gesti che parevano imprecazioni.

AI MIEI INQUILINI DEL TERRAGGIO DI PORTA MAGENTA

Con il presente siete avvertiti che d’ora innanzi dovrete pagare gli affitti al signor Giuliano Altieri del 49, al primo piano, blocco A, mio solo incaricato per tutto ciò che interessa gli inquilini del Casone.

GIORGIO INTROZZI

Non c’era uno che non gongolasse di gioia di vedere in terra un sacripante che aveva esercitato le funzioni del prepotente che non capisce se non l’affitto al sabato di ogni stagione. Per lui non ci potevano essere disgrazie, non ci potevano essere angustie, non ci potevano essere temporali. Andava per gli usci con quei suoi occhiacci del colore dell’agata come un poliziotto e pestava i piedi se appena lo si faceva aspettare il tempo di togliere il denaro, che costava tanti sudori, dal cassettone. Bastava lamentarsi degli accidenti sinistri che capitano ai poveri diavoli per vedere i colpi di spalla che traducevano la sua indifferenza. C’era tutto il Casone che poteva far fede della sua bontà d’animo. Il povero Siliprandi era ancora nel sottoscala come un documento. Bisognava essere di sasso per metter fuori dell’uscio un vecchio della sua età, in un inverno in cui gelava il fiato sulle labbra, con delle notti serene che producevano il ghiaccio grosso quattro dita. Il pittore del numero 30, al terzo piano del blocco C, era stato spinto alla morte dal Fioravanti che lo tormentava quando il poveretto non aveva quattrini. Non occorreva una grande memoria per ricordarsi che il collettore d’affitti aveva il cuore della Jena del serraglio in piazza Castello. Le donne l’avevano veduta la sua tenerezza sabato scorso, quando, con quella sua faccia da basilisco, tutto sbracciato, voleva buttare in corte gli stracci della Luigia, morta all’ospedale senza pagare la pigione. Margherita, la 27, discendeva dalla scala e si metteva tra quelle dinanzi il blocco A a ricordare tutto il male che aveva fatto al Tognazzo, un uomo che sarebbe stato incapace di ammazzare una mosca. Gli andava in stanza come una vipera, magari di notte, e gli faceva scenate che svegliavano i vicini. Lei non giurava, perché non si poteva giurare che per quello che si vedeva coi propri occhi, ma aveva una grande paura che il 28 fosse morto dallo spavento di essere, un giorno o l’altro, messo sulla strada. La Giovanna, lì presente, che era di sopra con lei nel giorno in cui gli avevano posto il crocefisso sul letto, poteva dire se diceva una bugia.

Il Fioravanti usciva dal blocco C, con la sua faccia piatta e sconvolta, e le donne scappavano come se fosse stato un diavolo. Ne avevano abbastanza di quella belva che le aveva fatte tremare per tanti sabati e le aveva tormentate per dei semplici soldi. Lo si lasciava passare dappertutto, senza dargli il buon giorno come le altre volte, quando bisognava tenerlo buono, e si voltavano gli occhi dall’altra parte per disprezzo. La Pina, giù dabbasso con le donne che si pettinavano, diceva che Dio solo sapeva quello che le aveva fatto soffrire il Fioravanti.

C’erano stati momenti in cui aveva dovuto correre dal pignoratario Invernizzi, sul corso, a impegnare le scarpe non ancora finite per toglierselo di casa, nei momenti in cui non voleva andarsene via senza la pigione. Suo marito beveva, e questo non le faceva piacere, ma non toccava a lui dargli dell’imbriaco con la voce del brontolone che mandava il sangue in acqua. E concludeva chiamandolo il boia del Casone.

Fioravanti, che aveva un’intelligenza malvagia, capiva che il suo regno era finito. Udiva alle spalle le mormorazioni della gente che lo considerava il nemico dei poveri che aveva angariato per tanti anni. Anche quelli che gli avevano fatto l’amico fino a ieri lo evitavano come un cane rabbioso. Il collettore se ne meravigliava, come se non fosse stato lui il tirannello che aveva negato la pennellata dell’imbianchino, la riparazione urgente, un po’ più d’olio nei lumini per le scale, la scopata all’anno per il Casone e un po’ di fiato a chi era caduto in qualche miseria.

Siliprandi era troppo accasciato per diventare terribile. Egli era in terra, nel sottoscala, coi piedi nelle scarpe, che non tenevano più da nessuna parte, fuori sull’acciottolato, con la faccia rincupita dagli ultimi patimenti, coi peli della barba ingiallita dalla sporcizia, senza la forza di agitare il bastone e di alzarsi a fare il rodomonte. Ma, spossato com’era e senza voce, diceva che ora poteva morire contento perché Iddio lo aveva esaudito. Era stato lui a pregarlo ogni giorno di punire il suo carnefice.

– Sono stato io che ho supplicato il Signore di castigarti. Adesso muoio contento.

E rimase lì assopito, con gli occhi chiusi, con la testa appoggiata al muro, con le labbra semiaperte, come un profeta che ha compiuto l’opera sua.

Fioravanti non si aspettava l’avviso. Giorgio gli aveva tagliato le mani con un colpo netto. Lo leggeva movimentando tutta la pelle della testa come nei giorni in cui la bile lo faceva andare in furia. Parlava tra sé, col gesto esasperato, e tutta la sua figura di vecchio allampanato assumeva il colore della collera verde. Gli passava per la mente la frase che gli diceva sempre il Ghiringhelli, quando andava a portargli i denari: che chi fonda sul popolo fonda sul fango. Lo vedeva bene che cos’era il popolo. Un mucchio d’ingrati. E dicendolo, il bianchiccio intorno le sue pupille pareva si oscurasse per renderlo più truce. Andava su e giù per l’avviso, con gli occhi grossi, senza leggere più nulla, dando addosso al suo cuore che piangeva per i patimenti degli altri, e buttandosi su Giuliano, lo smortone che aveva fatto il morto fino all’ultimo. Lui era cristiano e si trovava soddisfatto a fare del bene, ma qualche volta doveva convenire che si era obbligati a pentirsene. Ai tempi in cui il materassaio stentava a pagare l’affitto, invece di dargli del respiro doveva chiuderlo fuori dell’uscio senza remissione. Ora non sarebbe stato disonorato e non avrebbe avuto il dispiacere di aver covato la serpe col calore della sua compassione. Vedeva come in uno specchio la mano che gli aveva menato il colpo e gli faceva nascere il rimorso di averla risparmiata. Era la mano dell’Annunciata che lo ringraziava di non averla agguantata per il braccio alla morte di Pasquale e trascinata al portone come una cosa malsana che aveva iniziata la decadenza della morale del Casone. Prima di lei c’era la prostituzione aperta, cancrenosa, purulenta che si faceva sentire e vedere dappertutto. Dopo di lei si era insinuata la gonnella modesta, che nascondeva tutto e ingannava tutti. Non era più il vizio sbrigliato nei colori chiassosi. Era il calcolo, era la riflessione, era il sistema. E col pensiero acceso, si voltava verso gli spettatori della sua caduta con la mano indispettita di vedersi ricompensato con tanta ingratitudine. La sua vendetta era nel domani. Domani non avrebbero trovato più il Fioravanti che gridava, perché con gli straccioni bisognava gridare se non si voleva lasciarseli venire sullo stomaco, ma il Giuliano Altieri, il sornione che faceva le cose sottacqua e non aveva coscienza che per il proprio interesse. Il suo difetto era quello di essersi lasciato aprire da tutti come un armadio.

Diceva le cose che aveva di dentro senza paura. E a questo mondo non bisogna essere sinceri, se si vuole vivere in pace. Se si fosse tenuto in bocca quello che pensava della 49, sarebbe morto un buon diavolo del Casone. Se poi l’avesse tenuta da conto, ora non si saprebbe più in che modo salutarlo. Tutti i rivoltosi gli sarebbero cascati ai piedi. Più guardava gli inquilini sparsi per il cortile e più sentiva il ribrezzo di trovarsi in mezzo a una gentaglia che non sapeva distinguere la cosa onesta dalla disonesta. Si staccava dall’avviso più forte, con un concetto più alto di se stesso, convinto che egli aveva perduto il suo tempo a insegnare l’elevatezza dei costumi e la gratitudine alla feccia umana. Volgendo il passo verso la parte più rumorosa del cortilone che serviva di lavorerio, dava ragione a Martino. Le moltitudini che non superavano la linea dell’anestesia morale, nascevano e morivano senza avanzare di un punto. Non era per vantarsi se diceva ch’egli era oramai il più vecchio del Casone. Vi era entrato assai prima che Pasquale Introzzi ne divenisse il padrone e aveva veduto nascere gli inquilini sparpagliati per i numeri delle ringhiere a nidiate. E poteva dire con sicurezza che non si era avanzati di un passo.

– Mondo! – diss’egli battendo sulla spalla di Martino. – Avevate ragione di dire che dove manca ogni idea di pulizia e di decenza non vi può essere progresso. Guardate intorno, Martino, e vedrete quante facce mi vorrebbero divorare vivo. Era così il giorno in cui io presi il posto di Piantanida. Dall’oggi all’indomani tutto il Casone gli aveva voltato il dorso.

– Mondo!

Martino non era sciocco da lasciarsi commuovere dalla manata di un villanaccio che non gli era mai andato ai versi. Adesso che lo vedevano tutti come il fumo negli occhi andava a domandargli un po’ della sua amicizia. Grazie tante, un’altra volta. E senza badare a quello che gli diceva, tirava via a imbiancare la gelosia che aveva sottomano con l’occhio che parlava con quello di Paolino.

Paolino martellava il ferro sull’incudine con grande veemenza, come se avesse voluto far capire a Fioravanti che la sua voce, che usciva malamente da un naso ingorgato alla radice, lo infastidiva. Tra loro non c’era mai stata simpatia. Ma dal giorno in cui il collettore di affitti strascinò giù dalle scale il povero Siliprandi, mortificandolo con tutti i nomi che fanno arrossire la gente in miseria, non lo volle più vedere. Gli pareva di udirlo ancora quando gli dava del pezzente e del ladro in arretrato di sei settimane. Non aveva commesso uno sproposito perché c’era stato lì qualcuno che lo aveva trattenuto, ma c’era mancato poco.

Ripensandoci, si riscaldava e era obbligato a smettere e andare altrove per paura di dirgli una villania.

– Martino, vado dal Battista.

– Aspetta che vengo anch’io.

– Avrei capito – riprese Fioravanti con la parola melata – che il signor Giorgio avesse dato la preferenza a voi, Martino. Siete qui da tanti anni…

– Tralasciate di inzuccherarmi! – gli disse seccamente Martino con un gesto imperioso della mano. – Io vivo del mio lavoro e non ho tempo di occuparmi degli affari degli altri. Se volete la mia opinione, è che sono contentone che il signor Giorgio abbia scelto un giovinotto come Giuliano. Egli è proprio l’uomo che ci voleva per questo alveare e non ho scrupolo a dirvelo sulla faccia. Io sono sempre convinto che i poveri non possono elevarsi, perché la lotta per l’esistenza è più forte di loro. Ma non sono mica qui a approvare i vostri maltrattamenti. Scusate se sono schietto e lasciatemi in pace.

– Ho parlato bene? – domandò l’inverniciatore a Paolino, mettendogli il braccio sotto il braccio.

– Hai parlato da galantuomo, mio caro. Dammi la mano.

– Non c’è bisogno. Sono anch’io padre di famiglia e so che cosa voglia dire trovarsi in istrada senza un aiuto al mondo. L’affitto bisogna pagarlo, è più che giusto. Ma ci sono casi in cui è inutile ricordare la legge. Si è alla presenza di persone naufragate. Non c’è più che la mano di Dio che possa fare il miracolo. Il padrone che ci conosce bene non avrebbe mai avuto il coraggio di commettere le azioni atroci del Fioravanti.

Giuliano Altieri era uscito da un pezzo, perché dal giorno in cui era divenuto intimo di Filippo Buondelmonti, la sua vita s’era fatta febbrile in una ordinata distribuzione delle ore di lavoro. Alla mattina si alzava alle quattro con la mamma che gli preparava il caffè prima di andare in Verziere, discendeva col sapone e coll’asciugatoio alla pompa, si lavava e si rinfrescava fino al busto con l’acqua a ondate e risaliva a sorseggiare il caffè, al suo tavolino di lavoro, rischiarato dalla lampada posta sull’alzata di legno, fino alle sei e tre quarti. Dopo una lavorata che lo rendeva felice, accendeva la pipa e salutava le sorelle con dei baci. Alle sette egli era già col graticcio in ispalla che andava via col suo garzone verso la casa ove era aspettato, rimuginando ciò che aveva imparato.

Filippo Buondelmonti, un bravo giovine di vent’anni che aveva studiato a Bologna e che aveva letto molti libri senza laurearsi, si era innamorato della semplicità e della bontà di Giuliano, il materassaio di sua madre. Invece di contrariarlo e dirgli che sarebbe stato una pazzia per lui di farsi in quattro per percorrere una strada che avrebbe dovuto percorrere da ragazzo, si mise a secondare e quasi a spronare la sua determinazione di volere uscire a ogni costo dalla moltitudine condannata all’ignoranza. Coi suggerimenti che gli dava durante la loro conversazione serale gli spianava la via, gli spalancava delle porte, gli rendeva facili le cose più difficili, senza mai fargli perdere l’amore per la popolazione alla quale apparteneva. Lo chiamava il Michele Landò del Casone e gli prometteva di narrargliene, un giorno, la storia.

Gli diceva che il suo sistema di leggere qualunque libro gli capitava in mano, per andare alla conoscenza dei vocaboli che gli occorrevano per capire ciò che leggeva, non era il migliore. Il suo sistema era troppo lungo, affaticava più del bisogno, ingarbugliava una cosa con l’altra, riduceva alla confusione e sconfortava a ogni minuto che si incespicava nelle parole che parevano opache. Era necessario essere più modesti, più metodici, più rigorosi. Coloro che si davano alla pazza gioia di volere abbracciare tutto lo scibile umano in una volta, arrivavano alla fine del loro viaggio con un grande disordine nella testa e senza voglia di ricominciare da capo. Paragonava la lingua a una immensa mole alla quale ciascuna generazione aveva portato il suo materiale. Non si poteva mettere in piedi l’edificio delle generazioni senza mettere giù le fondamenta. E le fondamenta di una costruzione così enorme erano nel dizionario.

– Tu, che ne hai uno grosso sul tavolo, incroci le braccia dalla disperazione. Ti pare un’impresa superiore alle tue forze. Non avere paura – gli disse con dolcezza Filippo. – L’importante è che tu ti metta nella testa che la lingua è assolutamente indispensabile per il lettore che desideri fare qualche conoscenza coi grandiosi magazzini intellettuali. Prendi il vocabolario che hai sul tavolo. A guardarlo spaventa, non è vero? Pare che la vita di un uomo non basti a mandarlo a memoria. Tu l’apri e t’accorgi che un ragazzo lo imparerebbe in pochi mesi. Scartabellalo e vedrai che non c’è pagina senza parole che tu conosca. Dopo “gabarra”, una specie di nave militare degli antichi, trovi “gabbacompagno, gabbamondo, gabbia, gabbiano”, ecc. C’è tutta la lingua parlata da saltar via. Tutti noi sappiamo il significato di sole, occhio, acqua, scarpa, tavolo, uomo. Tu leggi da un pezzo. Ed ecco dell’altro materiale da dedurre. Il dizionario è carico di arcaismi. È tutta zavorra da buttare in mare. Perché tu non hai bisogno d’imparare il vecchiume inservibile, se vuoi lasciare un po’ di posto alla lingua nuova, alla lingua del tuo tempo, alla lingua sublime che produce la gente nata dopo il dizionario. Che t’importa, per esempio, di sapere dalla lingua iperpopolare “interciso”, quando tu hai “tagliato”, capito da tutti?

Deduci, deduci e vedrai che in 365 giorni, imparando 60 parole ogni 24 ore, sarai alla fine del tuo dizionario elefantesco e avrai aggiunto al tuo piccolo bagaglio ventunmila e novecento vocaboli. Il che vorrebbe dire che fra dodici mesi saresti possessore di una cinquantina di mila parole. E con una cinquantina di mila parole, mio caro, si può affrontare la perversione del mondo. Si ha a propria disposizione una miniera. Si è resa più sensibile la materia grigia sotto la calotta cranica. Si è capaci di fucinare le immagini più belle e più chiare e si è maturi per la battaglia.

Giuliano pareva sotto l’incubo di un sogno. Ascoltava Filippo Buondelmonti col cervello inondato di luce bianca. Ogni parola che gli cadeva nel fitto delle tenebre cerebrali si scioglieva come un razzo che gli squarciava il buio e gli faceva vedere la linea retta che doveva condurlo alla emancipazione. Vedeva l’orizzonte del suo avvenire più largo, più promettente, più sicuro. E tutte le volte che gli ritornavano alla mente le frasi incitatrici di Buondelmonti, veniva ripreso dalla febbre del lavoro, e si sentiva incalzato da una voce che lo rianimava e gli gridava: “Avanti! Avanti!”

Dopo sei mesi di questa corsa trafelata che gli aveva acuito la memoria e lo spirito e lo aveva quasi reso padrone della ortografia, Filippo Buondelmonti gli andò in casa con un volume di sinonimi.

– Te lo regalo. I sinonimi ti insegneranno la sfumatura della lingua e ti introdurranno nella fraseologia, preparandoti così alla stilistica senza accorgertene. Leggendoli, imparerai a distinguere le finezze del senso tra vocabolo e vocabolo. Tra “mortificati” e “sbaldanziti”, tra “crepitare” e “scoppiettare”. “Crepitare”, come tu sai, è un leggiero strepito. Crepita la legna che arde. “Scoppiettare” è un po’ più forte. Perciò farai scoppiettare le dita, la frusta, e anche la legna e il carbone. Ma terrai a mente che il suono di quest’ultimo verbo è sempre più sonoro. Nei giorni della fiaccona, quando si ha voglia di qualcosa di meno massiccio o di più appetitoso, cibati dei sinonimi. Vi troverai un cibo delicato che ti farà rinascere. Ti metterà in grado, a tua insaputa, di eliminare le frasi perplesse, i dubbii sulla esattezza, di adoperare una parola piuttosto che un’altra, di correggere la pronuncia difettosa o impopolare, e di sentire il profumo della lingua.

Correva perché era in ritardo. Egli aveva promesso alla signora Annunciata Introzzi di trovarsi nella corte della sua palazzina in via Goito, alle sette precise. Uscendo dal Casone s’era incontrato con don Paolo, al quale sottopose un’oscurità linguistica che il dizionario non aveva saputo diradargli.

– Dica, don Paolo. Si dice tabernacolo o cappella?

Don Paolo, che aveva in mente i suoi infermi d’anima e di corpo, rimase lì come fulminato. Non s’aspettava un’interrogazione a bruciapelo di quella fatta. Ma a poco a poco si riebbe e si mandò su per il naso una larga presata di tabacco, aspirandosela a più riprese col suo sorriso di gran bonaccione.

– Non hai mica intenzione di rubarmi il mestiere, suppongo? Se io dovessi scrivere per una popolazione religiosa, è certo che mi servirei del nome tabernacolo, perché odora assai più di venerando e di sacro. Vi si fiutano la santità e la maestà del Testamento. Ma se dovessi parlare alle turbe e volessi descrivere una di quelle nicchie lungo gli stradoni e le stradicciuole della campagna, ove sono dipinte le madonne, gli angeli e le anime del purgatorio, non esiterei a dare la preferenza a cappella o a cappellina.

– Grazie, don Paolo.

– Di che, figliuolo mio?

La signora Annunciata Introzzi era nervosa. Aveva paura di passare un’altra notte orribile. Dopo le due non aveva potuto chiudere occhio. I materassi, quantunque non fossero ancora vecchi di un anno, parevano di legno. Le indolenzivano il corpo e la facevano voltare da destra a sinistra senza trovare requie come se avesse avuto l’argento vivo nella pelle. Sui fianchi o sulla schiena, subiva l’impressione che nella lana vi fossero miriadi di punte d’ago. Giorgio, che di solito dormiva come un ghiro, s’era dovuto svegliare tre o quattro volte per domandarle se aveva bisogno di accendere il lume o di chiamare la cameriera. E lei aveva rinunciato all’uno e all’altra, solo perché non le piaceva disturbare la gente che riposava. Non potendo dormire aveva finito per alzarsi. Alle cinque era già in cucina che si faceva il caffè, pensierosa. Macinava e le venivano in mente i racconti di coloro che patiscono l’insonnia. Era un male da bestia. Lasciava lì tutta la notte con gli occhi spalancati nel buio pesto, stracchi morti, con la testa vuota e la lingua grossa e biancheggiata da una palticina insipida. E alla mattina si usciva dal letto prostrati, affranti, snervati dalla tensione notturna. Ma lei non poteva averlo preso in una notte. Sana com’ella era sempre stata, non trovava altra causa che nei materassi. Coi tempi cambiati non si poteva più fidarsi di nessuno. Avevano ordinato tutto al tappezziere della casa Berretta, in Santa Eufemia, senza parlare di economia, raccomandandogli solo il letto, perché col letto non volevano scherzi. Si sapeva che c’erano imbroglioni che mettevano nelle federe la lana frusta sulla quale era magari morto qualcuno. Era ansiosa di sapere l’opinione di Giuliano. Anche lui le aveva detto una sera che non c’era molto da fidarsi dei tappezzieri che hanno bottega. Chi voleva essere sicuro doveva andare dal negoziante, farsi pesare la lana sotto gli occhi, assistere a insaccarla e tener dietro agli uomini che la portano a casa. Da che era nato il vapore c’era troppo smania di arricchire. Il materassaio che andava in giro era forse l’unica persona rimasta onesta. Certo di Giuliano non si poteva dire che bene. Era un giovine serio, pieno di educazione, che si levava sempre il cappello quando parlava con le signore e che non accettava mai un centesimo meno di quello che metteva sui suoi conti, perché i suoi conti erano del lavorante che non abusa. Chi carica i conti per poi contentarsi di ridurli, deve essere ladro. Il galantuomo dice sette, perché ne vuole e ne vale sette. Non capiva perché tardasse tanto. Se non fosse stata in vestaglia sarebbe andata dabbasso per andargli incontro. Alle volte le sventure capitano senza andarle a cercare. Ma la scampanellata la mise di buon umore. Era lui.

Le relazioni tra Giuliano e Annunciata non erano mai andate oltre l’amicizia. L’uno e l’altra si vedevano con piacere, senza affettazioni, senza sottintesi, senza reconditi fini. Pareva che tutti e due si fossero convinti che l’una dovesse andare per una strada e l’altro per l’altra. Prima dello sposalizio, se non s’incontravano, si cercavano, ma senz’altro pensiero che di scambiare quattro chiacchiere alla buona. L’amore entrava di rado nella loro conversazione. E se c’entrava, ne parlavano da estranei, per dire che si dava troppa importanza a una funzione naturale. C’erano persone che non avevano altra preoccupazione se non del loro romanzo. Si inseguivano, si pedinavano, si sognavano, si aspettavano e si chiudevano l’uno nelle braccia dell’altra, come compimento della loro giornata di sospiri. A questo mondo ci doveva essere qualcosa di più importante da fare che ridurre l’amore a un mestiere. Loro capivano l’unione dei sessi come un’operazione coniugale che si dovesse consumare per dei bisogni corporali e delle necessità sociali. Perché senza il contentamento della bestia gli uomini e le donne si sarebbero aggrediti e accoltellati per le vie e l’umanità sarebbe lentamente scomparsa. Ma non potevano convenire che la simpatia diventasse passione e che l’amore dovesse essere la dominante della esistenza. “Ah, si starebbe freschi se si dovesse tessere eternamente di questa tela!” le diceva sovente Giuliano. La vita vera, la vita reale, la vita che si vive ogni giorno è fatalmente più piatta di quella che si svolge nei romanzi dagli ambienti artificiali. Glielo aveva detto Buondelmonti. Non si passa da una situazione drammatica all’altra, senza rifarsi delle forze perdute. L’amore che perde il suo carattere di funzione normale diventa parossismo. È la sbornia dei sensi.

Il disaccordo tra loro era nell’avvenire. Annunciata più che nella previdenza, credeva nella provvidenza. Lasciar andare le cose come venivano, voleva dire abbandonarsi alla volontà del Signore. Con la mano di Dio dappertutto, il domani non le aveva mai fatto paura. Gli uccelletti erano i suoi testimoni. Volavano senza un pensiero per il loro vitto. Ci voleva un po’ di fede. Con la fede si poteva andare in capo al mondo con le tasche vuote. Se non fosse stato così ella sarebbe morta cento volte. Cento volte le era capitato di trovarsi senza i denari per il sapone del fosso. E pure era lì ancora indipendente, senza debiti, senza obbligazioni con chicchessia, con la fronte vergine dei baci a pagamento. Gli è che c’è qualcuno che veglia su noi. Ella lo sentiva, lo aveva sentito sempre. E in questo qualcuno aveva fede più che in se stessa. Ecco la sua forza.

Giuliano non voleva contrariarla, ma dimenando la testa si diceva mentalmente che la forza di Annunciata era la forza dell’incosciente che si mette in balia dei venti. Chi non si protegge o non si difende, perisce. La società è costituita in un modo che nessuno può essere il fabbricatore del proprio destino. Chi cessa di lottare, cessa di vivere. Il volere è potere, era una fiaba dei filosofi. Tutto il Casone era là a dimostrare l’inutilità dello sforzo personale. C’erano famiglie sobrie, che andavano alla fabbrica un giorno dopo l’altro, che mangiavano lungo l’anno pane e minestra e minestra e pane con la volontà di aggiungere un po’ di benessere e di ammansare la lotta che li svigoriva. Ma non erano riuscite che a inasprirla. Perché le loro braccia si frustavano e valevano meno. Il volere è potere glielo aveva spiegato l’amico Buondelmonti.

– Sai che cosa vuol dire? Vuol dire di essere più agguerriti degli altri. Vuol dire di essere più astuti, più avveduti, più adattabili, più insensibili ai dolori dei vinti. Con un capitale intellettuale o finanziario o con tutti e due uniti si può forse farsi largo, si può forse tener testa contro i concorrenti al posto degli arrivati. Ma soli, con la sola forza di lavoro, si soccombe. Il tuo Dio è impotente. La volontà individuale è impotente. Nella società moderna non c’è che il numero; non c’è più che il numero grosso dei non arrivati che possa misurarsi col numero piccolo degli arrivati. Non c’è che l’aggregazione degli individui che sia capace di contribuire alla elevazione del proletariato. Ricordatelo.

E ogni giorno Giuliano scaldava il proprio pensiero col pensiero di Buondelmonti, lavorando e rilavorando l’idea fissa del proprio padre, che era quella di radunare i lavoratori di uno stesso mestiere sotto la bandiera dell’operaio che fa da sé. Studiava indefessamente, perché aveva veduto che senza studio non si poteva iniziare nulla. Le idee potevano essere buone, giuste e grandiose, ma desse non uscivano dalla persona che le aveva concepite se non a condizione di saperle sviluppare. Il segreto era nel calamaio. Bisognava saper mettere il nero sul bianco. Spiegare agli altri quello che si sentiva, quello che si voleva, quello che si portava nella testa. E spiegarlo bene. Perché le idee, infagottate nella prosa pesante, subiscono la sorte degli appestati. Rimangono senza il contatto dei lettori. Le idee della società futura devono avere un profluvio di lettori. E correndo verso l’Annunciata, il graticcio gli era diventato di carta. Non se lo sentiva più sulle spalle. Andava via come portato dalla cooperazione. Vedeva un mestiere che si inanellava con l’altro fino alla federazione dei mestieri. E la sua anima si sprigionava dal solito ambiente pitocco ed esulava in una specie di terra promessa. Egli aveva trovato. La cura per la malattia sociale che incancreniva il corpo era quella. Era l’associazione, l’associazione delle associazioni, la confederazione delle associazioni. Era la solidarietà del popolo minuto, il debole protetto dal forte. Non c’era altro. Lì dentro era la fine della tribolazione, la fine dei patimenti, la fine delle ingiustizie. Lì dentro erano il necessario e il superfluo. Ah sì, era tempo di dare un po’ di superfluo a coloro che non avevano mai avuto abbastanza del necessario. Nel superfluo egli vedeva la gioia di vivere. E Giuliano voleva vivere, voleva che tutti vivessero, che ciascuno avesse la sua parte di godimento. Lavorare senza distruggere il piacere della vita, doveva diventare l’ideale di ogni società fondata sull’uguaglianza economica.

– Non è all’87? – gli domandò il garzone.

Fu come se una mano lo avesse scosso nel cuore del sogno. Si trovò sorpreso, disorientato.

– Che bestia! Quando si è in ritardo capitano tutte.

L’87 era una palazzina fatta fabbricare da Giorgio, senza vicini, con l’entrata chiusa, circondata dalla muraglia di un giardino che l’isolava completamente dagli altri fabbricati. Ci si stava da principi. Pareva la residenza di un musicista che avesse avuto bisogno di una pace immensa. L’entrata era di ferro. Si premeva il bottoncino e le due cancellate coperte di lastre si disgiungevano automaticamente e ammettevano il visitatore in uno spazio inquadrato dai cancelli pure coperti di ferro. Il custode non apriva che alle persone che si potevano ricevere. Alle altre diceva che non c’erano in casa e richiudeva l’usciuolino a catenaccio con garbo, senza ascoltare che cosa volessero. Egli era un originale che non poteva soffrire i poveri. Li considerava della melma che lascia le tracce dove passa. E a lui piaceva la casa pulita. Bastava dare una capatina nella sua abitazione a fianco del cancello, completamente staccata dall’edificio signorile. I cristalli fiammeggiavano, il pavimento di marmo faceva sdrucciolare chi non era abituato a camminare sul levigato e dappertutto, dabbasso, in cucina, nel salotto, a pianterreno, nelle stanze di sopra si sentiva che si era in casa di un uomo che aveva per religione la pulizia. Dinanzi i padroni si piegava in due per un rispetto cresciuto con lui. Con loro non capiva che l’ubbidienza cieca. Ma esigeva lo stesso dagli inferiori. La scala sociale non l’aveva fatta lui. Se era andato più in alto di qualcuno, la colpa non era mica sua. Quando le donne di casa mettevano in dubbio la sua importanza, chiudeva loro la bocca dicendo ch’egli era l’occhio della casa. Era lui che doveva saper tutto, veder tutto, tener calcolo di tutto. La responsabilità di ogni cosa era sulle sue spalle.

Prima del matrimonio vedeva l’entrata di Annunciata come il mastino l’intruso. Con la testa bassa, con gli occhi che spiavano, col rancore nei brontolii sordi che avrebbero voluto esplodere. Dopo il contratto nuziale accettò il fatto compiuto. Non c’era alcuno più devoto di lui. La riveriva coll’inchino corretto e aveva abituato la servitù a chiamarla donna Annunciata. Non permetteva il frizzo. Chi alludeva al passaggio della padrona dal Casone alla palazzina, arrischiava di essere denunciato. Le sue orecchie non volevano partecipare alla maldicenza. Coloro che avevano qualcosa da dire potevano andarsene. La porta era libera. Giuliano era diventato il suo miglior amico, appunto perché non l’aveva mai udito, neppure lontanamente, alludere al passato della signora. Se giungeva quand’ella era in giardino aveva gusto di vederlo andare verso la padrona col cappello in mano e con la curva del gentiluomo. E se l’udiva parlare di lei provava un vero compiacimento. Perché Giuliano diceva bene, sempre bene di lei, senza dimenticare mai di aggiungere il “donna”, come aggettivo illustrativo.

Fisicamente Gustavo era proprio il custode della casa di lusso. Faceva piacere a vederlo coi capelli spartiti con precisione da una leggiera incavatura bianca che gli andava giù fino in fondo alla parete posteriore e coi tiracuori altezzosi accarezzati e mantecati alle fosse temporali. La sua faccia era quella dell’uomo contento. Una faccia piena, carnosa, lucida, colorita alle sporgenze, senza baffi, con gli occhioni bonarii, con le basette nere, monde, regolate dalla forbice, con le labbra turgide, coi denti puliti come l’avorio, colla pozzetta al mento che perdeva il benessere.

– Come stai, Giuliano? Sai che ti fai aspettare? Donna Annunciata ha mandato qui tre volte a domandare di te. Corri, che io ti preparo un puncino coi fiocchi.

– Grazie.

Annunciata era nel suo gabinetto di toeletta con la cameriera che le sfaceva i papillons della notte.

– Fallo entrare, Cristina.

Indossava una vestaglia rosa chiara, col risvolto sul petto di pizzo crudo, con le maniche larghe ornate dello stesso pizzo all’avambraccio e con i grandi bottoni di madreperla che le andavano fino ai piedi. Si buttò un po’ di polvere di riso sulle guance per nascondere il pallore della notte inquieta e si strappò gli ultimi due papillons per non fargli vedere i segreti delle donne.

– Bravo, ha fatto bene a venire, Giuliano, perché avevo proprio bisogno di consigliarmi.

E gli narrò la sua notte spasmodica. Pareva sulla brace. Si voltava senza trovare requie. Spesso le pareva di essere punta, succhiata, trafitta. Forse erano le zanzare. Ma le zanzare non potevano andare nella lana senza farsi schiacciare. E poi il loro letto aveva la zanzariera. Era una molestia che la teneva con gli occhi aperti. Il suo dubbio era tutto nella lana. Da che mondo è mondo ella aveva sempre sentito dire che i materassi andavano fatti in casa. Le vecchie ne sapevano più delle giovani. Il tappezziere di casa Berretta poteva essere benissimo un galantuomo, ma poteva anche essere un fior di birbone. Sul conto dei tappezzieri ne sapeva di cotte e di crude. Erano fatti a posta per far denari sulla pelle degli altri. Non era un anno che aveva udito, con le sue orecchie, che marito e moglie erano morti di una malattia contagiosa presa dormendo sulla lana di un defunto. Quando si è in fin di vita non si sa mai di che male si muore e la lana dopo, anche se purgata e ripurgata, rimane pericolosa. Giorgio si era già alzato e lui poteva andare nella loro stanza senza riguardi a prendere i materassi e i cuscini. Giù dabbasso, al chiaro, avrebbe potuto indovinare di che si trattasse. Così, già, erano divenuti impossibili. Ella non voleva mica passare un’altra notte infernale. Piuttosto sarebbe andata a dormire sul tavolo lungo e largo in cucina. E vedendo che rimaneva incantato, cogli occhi fissi nella grande lastra che li rifletteva tutti e due al naturale, gli disse:

– Vada, dunque!

Giuliano era troppo occupato per badare alla donna. Ma vedendola nel costume mattinale che aderiva con tanta grazia alle forme perfette, provava una perturbazione indefinita. L’odore della carne viva e giovine gli passava nel cervello come un fluido tepido che gli desse una sensazione piacevole. Fu il “dunque” che lo distolse dall’intontimento.

– Vado, signora!

E se ne andò verso la stanza matrimoniale, sorpreso di quel fiat in cui gli parve di essere stato sommerso nell’odore di lei. Che cosa era avvenuto? Non se lo sapeva spiegare. Egli era in piedi, con gli occhi perduti sulla immagine riflessa, con un vago desiderio che gli andava fino alla testa. Se ne vergognava come di un pensiero abbominevole. Il tradimento lo rivoltava. Il matrimonio poteva essere quello che si diceva. Ma l’adulterio è dei criminali che nascondono la loro libidine nei pretesti. È la forma più vile dell’inganno. È il veleno versato nella tazza di chi ascolta le parole dolci d’amore. Non gli entrava il tranello. Tradire un uomo o una donna col quale o con la quale si passano le notti e i giorni e si dividono le gioie e i dolori della vita gli pareva un delitto. E nell’impeto delle parole oneste si caricava sulle spalle il materasso e discendeva per le scale, tenendoselo con tutte e due le mani, felice di aver trionfato sulla turpitudine.

Scucito il materasso, non gli fu difficile di trovare la ragione dell’inquietudine di Annunciata. La mano della speculazione aveva appesantito la lana con la polvere e col capecchio. Bastava metterla sottosopra per vedere nel sole il polverone che faceva tossire e tirar su i polmoni. Con dei clienti che pagano i conti a occhi chiusi, si poteva essere meno ladri. Così il suo progetto di accomunare gli interessi dei lavoranti gli si rivelava sotto un aspetto al quale non aveva pensato prima. La cooperazione di tutte le braccia avrebbe frenato non solo l’ingordigia del padrone, ma avrebbe corretta o moralizzata la vita industriale. Il commercio e l’industria, allargando la loro base di operazione, perdono l’avidità individuale e diventano, si può dire, più umani. E mentre faceva trepidare la lana sul graticcio e volare per l’aria i fiocchi che le sue bacchette buttavano in alto, vedeva, nel nuovo sistema di produzione, scomparire lentamente la povertà e l’ignoranza delle classi lavoratrici e aumentare il benessere nazionale. Il guadagno non poteva essere dubbio. C’erano migliaia di persone che vivevano mollemente nel lusso per il solo fatto di avere impiegato un capitale in un’azienda commerciale o industriale. Gli esempi delle fortune venute su a vista d’occhi rigurgitavano in ogni angolo cittadino. Non si poteva passare da un quartiere senza trovare a ogni passo un padrone di se stesso divenuto rapidamente padrone degli altri. In pochi anni i padroni di se stessi che andavano per le vie col carretto o con la corba della propria produzione non uscivano più che in carrozza. Il tugurio era diventato un palazzo signorile. Dalla vitaccia del padrone in lite col marengo era venuta fuori una ricchezza sfondolata. Come si spiegava la sproporzione tra chi aveva lavorato e chi aveva fatto lavorare? In un modo semplice. Il capitale aveva fatto da sé. Non si era associato, non aveva diviso, aveva imperato. Sotto la sua dominazione di ferro, il valore delle braccia era rimasto al puro costo del vitto. Come rimediarvi? E le bacchette che fremevano sul graticcio traducevano la letizia del suo pensiero d’avere finalmente trovato il bandolo della matassa ingarbugliata tra lavoro e capitale. Il rimedio era nella cooperazione. Non c’era difficoltà. Lui stesso avrebbe potuto organizzarla con la sola adesione degli interessati. E la sua mente si perdeva nei particolari. In Milano c’erano, a dir poco, seimila fra tappezzieri, fabbricatori di mobili e materassai. Ogni operaio di questi mestieri affini si associava e si obbligava a pagare una lira la settimana, per tre anni. Era un sagrificio enorme, lo sapeva. Ma bisognava farlo se si voleva abbandonare l’abitazione malsana, nauseabonda, pestilenziale. Moltiplicando le seimila lire per il numero delle settimane, si raccoglievano, in un anno, trecentodiciottomila lire. In tre anni, cogli interessi e gli interessi degli interessi, i cooperatori sarebbero stati padroni di un milione. Un milione! C’erano dei padroni milionarii che avevano incominciato con qualche centinaio di lire e con del semplice credito. Con un milione versato, il credito non si sarebbe fatto chiamare due volte. Si sarebbe anzi presentato col cappello in mano. Il milione poteva duplicarsi, triplicarsi, quadruplicarsi a piacere. E battendo la lana col cic ciac frenetico che lo surreccitava, gli pareva di vedersi fuori dell’utopia. Sì, sì, egli avrebbe vinto. Coi padroni senza operai, il capitale poteva andare a dormire. Poi, con un’altra sfuriata che portava in alto la lana divenuta leggera e candida, vide l’errore grossolano del suo progetto. Senz’accorgersene, stava edificando sul terreno borghese. Il credito non poteva venire che dalla borghesia. Il che voleva dire che il capitale cacciato dalla porta rientrava dalla finestra. Ah, no! Bisognava riflettere, studiare bene questo nemico che aveva dato le vertigini a tante generazioni per tanti secoli! Non c’era fretta. Non ci voleva tanto a precipitare la cooperazione dove l’avevano precipitata tanti altri. La cooperazione, per essere tale, deve essere del lavoro, tutta del lavoro, di nessun altro che del lavoro. Se la quota non basta, bisogna vedere di raddoppiarla a ogni costo. Ma è necessario evitare di cadere in bocca al lupo.

Da un pezzo il custode vociava che il puncino andava raffreddandosi. Valeva proprio la pena di scomodarsi per un uomo che lasciava parlare come i matti. Giuliano non udiva. Ruminava la rigenerazione umana. Il suo progetto lo assorbiva completamente. Avrebbe voluto che ci fosse stato Buondelmonti a farlo passare fra gli scogli che gli si drizzavano in piedi minacciosi. Dove i cooperatori andrebbero a prendere il materiale di lavorazione? La sua mente non trovava uscita. La società era il lavoro di tanti secoli. Non la si poteva capovolgere in un giorno. Non si poteva fare che un passo alla volta. Era doloroso, ma era così. L’importante, per loro, era di comperare tutto a contanti e tutto di prima mano. Il legname alla segheria, le stoffe alla fabbrica, la lana sul dorso del gregge o nelle capanne dei tosatori. Aprire dei grandi magazzini, migliorare la mano d’opera, elevare la morale commerciale col rispetto al contratto, dare a ciascuno il suo, all’operaio una mercede che inchiuda il superfluo e al compratore del lavoro che non senta della speculazione.

– Se non vieni a bere il punch te lo porto qui e te lo butto in faccia, parola d’onore! Non è così che si fa con chi ti usa delle gentilezze. Ci ho messo i cinque sentimenti e poi me lo lasci lì come una bevanda da lavandino. Vieni via, andiamo, ti dico che è buono e che ti farà bene. Ce n’è anche per il garzone. So bene che il padrone non ti chiama filantropo per nulla. I tuoi principii non ti permetterebbero di berlo da solo. Anch’io ho contratto un po’ del tuo vizio. È un vizio cardiaco. Ma è meglio avere del cuore che essere come il mio padrone di una volta. È morto anche lui, sai? Con tutte le sue ricchezze ha lasciato qui tutto, anche quello che mi avrebbe dovuto con una mesata decente. È crepato. Dio lo abbia in gloria. Era un accidentaccio che avrebbe fatto denari sui pidocchi. Alla servitù misurava i bocconi di pane, figurati poi il vino!

– E perché non te ne sei andato?

– Ingenuo! Fai il filantropo e non capisci che bisogna mandare giù dei bocconi amari, molto amari, sotto gli altri. Tu non sei mai stato a servire nelle case. Provati e vedrai che ci vuole dello stomaco. Non parlo di questa. Sarei una canaglia se dicessi male del signor Giorgio e di donna Annunciata. Ah, se i domestici fossero degli scrittori! Mio caro, c’è tanta biancheria sporca in casa dei signori, da spaventare anche gente come noi, che ne ha vedute di tutte le razze. Bocca, taci! La depravazione dell’ambiente signorile è tale da imbiancarti i capelli in una notte. Se tu sapessi! Non vi trovi che l’intrigo e la menzogna. La moglie ha la maschera, il marito ha la maschera e i figli e le figlie, se sono grandi, sono più libertini del padre e della madre. Le frasi insaldate e i modi gentili sono per gli estranei, che devono andar via con l’idea che il santuario domestico sia una grande istituzione. Per noi domestici c’è il linguaggio brutale. C’è la verità vera che distrugge tutte le illusioni. Boccaccia, taci! Se tu trovi una cameriera che sia andata via da una casa come vi è entrata, ti regalo la mia pensione di due lire al giorno. Quando non c’è il padrone o il padroncino, c’è il servitore. Sì, ho una pensione. Ma me la sono guadagnata. Ho servito una signora che mi ha fatto fare di tutto. Non mi piace dir male dei morti. Ma, a nominarla come viva, era una porca, una porcona. Ricca come era, non aveva vergogna di farmi alzare di notte a tutte le ore per andare in cerca del suo uomo, il quale era sempre l’uomo del momento. Perché cambiava spesso. Ogni due o tre mesi si vedeva alla sua tavola una faccia nuova. Mi dava carta bianca. Questo è vero. Potevo spendere quello che volevo. E anche di questo non la ringrazio. Avrei voluto vedere che mi avesse lesinato i denari! Dovevo prendere una carrozza, correre per i caffè che l’individuo del momento frequentava o per i suoi ritrovi o andare a casa sua a dirgli che la signora stava male e aveva bisogno assoluto di vederlo subito, subito. Oh che porca! a nominarla come viva. Senti se non mi sono guadagnata la pensione. Una volta mi è toccato di farne alzare uno che era a letto con un’altra. Quando aveva dei capricci, si contentava anche degli avanzi. Se rincasavo senza il maschio che si era ficcata nella testa, era capace di darmi degli schiaffi. Nei momenti di furore non era più una signora. Era una donna tormentata dallo spasimo. Mi veniva sulla faccia con parole da far arrossire una prostituta. Vedo la tua smorfia. Ti meravigli che io abbia fatto il ruffiano. Io mi meraviglio di te. Dammi il nome del servitore o della cameriera che non lo abbia fatto. Non si può far diversamente che cambiando professione. Sono tutti impastati di una pasta. C’è chi sa salvare le apparenze più di un altro. Ma la cloaca rimane tale e quale. Bocca taci, taci! Se tu vuoi conoscere i vizii delle case senza miseria, parla con noi, che ti possiamo narrare gli orrori delle famiglie dorate. Gli stessi padroni ignorano il fango delle loro residenze. Prima perché l’uomo spesso non sa quello che fa la donna, poi perché la passione turbolenta che li agita impedisce loro di vedere fin dove sono discesi. Salvo poche eccezioni, non è che l’abito che li distingue dalla folla. Il loro linguaggio, quando non è banale, è violento come quello della fruttivendola, come quello del facchino. Mi ricordo dei terzultimi miei padroni. Marito e moglie erano sempre sotto. Lui dava della puttanaccia a lei, e lei dava del mantenuto a lui, magari alla presenza del servidorame vile. Nelle giornate della furia si buttavano alla testa quello che loro capitava nelle mani. A tavola soli non finivano mai il pranzo senza avvelenarselo con degli insulti atroci. Farabutto! Carogna! Prostituta! Lenone! Noi di casa? Non dicevamo niente. Le loro sudicerie avevano finito per non interessarci più. Sapevamo che l’uno valeva l’altra. Il marito andava con delle donne, la moglie con degli uomini. Non fare l’incredulo. Ti dico che la moglie l’ho vista io parecchie volte, attraverso il buco della serratura, adagiata sull’uomo o in braccio all’uomo o sotto l’uomo. Tu sei occupato ed io ho qualcosa da fare. Ma se vieni a trovarmi di sera ne parleremo ancora. Fammi una visita quando i signori sono a spasso o al mare o in campagna. T’invito a pranzo. Qui è come la mia reggia. Posso dire di essere in casa mia. Non c’è che donna Annunciata che venga a darci un’occhiata per puro capriccio. Le piace di vedere questo luogo che non sente di femmina. Non temere, amico mio, che le donne non hanno presa alcuna su me. La è finita. Guarda se non ho i capelli brizzolati. E chi nega che non ci siano delle eccezioni? Anzi ci devono essere. Ma nel tuo ambiente, caro. Mi hanno detto che i poveri sono più virtuosi. E lo credo. L’immoralità è un lusso. Bisogna avere del tempo e del denaro per essere immorali. Io ho sempre vissuto coi ricchi. A dodici anni ero groom della casa Vittone e me ne andai a diciassette che non avevo più nulla da imparare. Donna Elena mi ha licenziato professore. Ti dicevo che negli ambienti ricchi c’è tempo e denaro. Sentimi bene. Ti parlo come se fossi moribondo. La donna che ho conosciuto io attraverso le mie padrone è bugiarda, è corrotta, è triviale. Non è mai sincera. Mai! Mai! Mai! Se fossi giovane, con tante disillusioni, me ne dispererei. Non mi piace l’agguato. La donna che ti bacia o ti abbraccia pensando all’altro. Siamo veri con noi stessi. Tu sei un uomo. Sì, c’è una donna che non mentisce. Ma non è nel mio, e neanche, forse, nel tuo ambiente. Vive altrove. Vuoi sapere chi sia? Te lo dico sottovoce. È la donna che si vende, la donna prezzolata, la donna del bordello. Ti sembro esagerato, lo so bene. La verità è sempre esagerata per qualcuno. La donna, attraverso le mie padrone, non può esser migliorata che colla fantasia. Mi si dia pure del pazzo. Ma io nego a chiunque di parlare della virtù delle nostre signore, senz’essere stato domestico. Indossate, o signori increduli, la nostra livrea, passate degli anni sotto il tetto dell’abbondanza e poi venite a darmi del maiale, se potete. Va, va pure. Ne parleremo un altro momento con più comodo.

E il custode non si dava pace neppure dopo che Giuliano si era rimesso al lavoro. Continuava a parlare tra sé e a dire che, dopo tutto, non aveva torto neppure il materassaio. Certe cose non si potevano credere che vedendole. Il nostro senso si rivolta dinanzi certi quadri. Non voleva ricordarsi di donna Elena, la moglie di Massimo Vittone, perché era morta. Ma avrebbe voluto vedere Giuliano in casa del marchese Stangoni, padre di Elena, quando c’era lui a diciotto anni. Tutta la casa era un vaccaio. Donna Elena, della quale era stato il confidente e il portalettere, non era che una volgare adultera. La madre aveva i vizii più raffinati. La donna dei suoi trasporti era una paesanotta di ventidue anni, in casa a fare i mestieri di grosso. La marchesa, sdraiata nuda sul tappeto, come il giorno che era nata, si faceva insultare come la più svergognata delle donne della strada. Nessuno, vedendola, poteva supporre ch’ella discendesse negli abissi della intemperanza carnale. Perché c’era in lei il chic della matrona. Rideva senza affettazione, senza mai rivelare neppure la punta della sua lascivia. Il marchese aveva più di cinquant’anni, e non si fidava che del suo cameriere privato, ora in pensione con tre lire al giorno. Ah, se volesse parlare Frustavino! Il mondo, a un certo momento, sarebbe obbligato a tapparsi le orecchie. Una sera che era brillo, e che era appena tornato da Parigi, ove andava sovente col padrone, gliene raccontò una che era più ridicola che sconcia. Il padrone andava a Parigi a scaricarsi della impurità una volta al mese. Partiva il ventisette ed era di ritorno al trentuno o al primo. Non vi si fermava che una notte o due. A Parigi alloggiava in casa di una di quelle alte mezzane che vivono benone sulla depravazione dei gusti. Era la sola cosa che spiaceva a Frustavino. Gli rincresceva di mangiare e di dormire in una casa del carnimonio. Il marchese non aveva però la stessa ripugnanza. Tutte le volte che vi arrivava, la megera gli procurava una ragazza ch’ella diceva vergine come una madonna. Gli uomini maturi bevono tutto quello che si dice loro delle donne. Frustavino non era così facile, non credeva una parola di quello che diceva la ruffiana. Le ragazze che aveva veduto gli avevano sempre fatto l’impressione che non fossero delle intruse ai mercati notturni. Sulla verginità delle ragazze era inutile insistere. L’importante era tutto nella storia di Frustavino.

– Sai – gli disse Frustavino prendendolo sotto il braccio – che non mi meraviglierei se il nostro padrone diventasse pazzo?

– Ha certi occhi!

– Se tu glieli vedessi durante la baldoria! Gli diventano di un’oscenità spaventevole. L’ultima volta… Promettimi il segreto. Sono confidenze che non si fanno che agli amici. Sai perché ho paura che impazzisca? Gli è venuto il ticchio di fare la bestia.

– Non ti capisco.

– Lo so bene. Per capire certe cose bisogna vederle. Il padrone si sveste e fa la bestia. Va intorno per la stanza camminando coi piedi e colle mani. Fa dei versi che ora terrorizzano e ora fanno smascellare dalle risa. Qualche volta sembrano latrati di un cane legato alla catena, o versacci sordi della iena che inferocisce sulla vittima che divora. Io stavo per entrare, sfondando la porta. Credevo che lo si ammazzasse. La vecchia mi trattenne dicendomi ch’ella vi era abituata. Da un pezzo i vecchi si eccitano in quel modo. Ritornai alla toppa un po’ più quieto. Il padrone ruggiva. Non aveva più nulla di umano. Sudava, si disperava voltato sulla schiena, agitando le gambe e le mani come un disgraziato sul braciere.

– Ma perché faceva tutte queste smanie?

– Puoi bene immaginartelo!

– Era egli solo?

– Era con lui…

– Basta.

– E non potrei dirti altro. Mi si sono chiusi gli occhi. Non ho voluto più vedere per non impazzire io stesso.

Annunciata discese a salutare Giuliano. Avrebbe voluto tenerlo a colazione, ma c’era Giorgio che stava poco bene. Quel suo stomaco di carta dava da fare a tutti come non si poteva immaginare. Era l’oppressione della casa. Perché l’inappetenza lo rendeva malinconico e taciturno. Ah, se avesse potuto dargli un po’ del suo appetito! La cuoca non sapeva più cosa inventare. Le zucchette coll’arrosto che si danno ai moribondi gli pesavano come del piombo. I medici ridevano se essa parlava di paure, ma lei non poteva a meno di esserne impensierita. Se era permesso fare un paragone con un suo vecchio orologio che non sapeva più dove era andato a finire, doveva confessare che il povero Giorgio stava più male di quello che si sospettava. L’orologio che aveva fatto aggiustare centinaia di volte, le era venuto a costare più che nuovo. Aveva un bel dirle l’orologiaio che si trattava di un remontoir che valeva il suo prezzo. Il castello si fermava per delle inezie. O perché non lo aveva caricato alla stessa ora, o perché l’aveva deposto sul comò invece di appenderlo… Oh che orologio! Lo stomaco di Giorgio era sempre nelle mani dei dottori, ma come l’orologio… Era una pena. Ah, se avesse potuto dargli un po’ del suo appetito! Lo avrebbe veduto più gaio, più ilare, più forte. Anche quando l’abbracciava ella sentiva tutta la mollezza dell’uomo fiacco, dell’uomo infiacchito da uno stomaco che non voleva digerire.

Giuliano aveva giurato che non sarebbe caduto vittima della carne. Voleva unicamente il godimento artistico, l’estasi cerebrale, la voluttà che si consuma nella contemplazione di una bella statua. Ma la voce di Annunciata, che aveva udita tante volte come tante altre voci, ora lo commuoveva fin in fondo alle viscere. Gli andava per i tessuti calda, carezzosa, morbida. Se la sentiva ormai sui nervi come una titillatura che si scioglieva nella gola in un’ondata di dolcezza. Egli l’ascoltava come sotto il fascino di una armonia. Le parole di Annunciata non avevano per lui il significato dei pensieri che rappresentavano. Ma un doppio senso, un senso intimo, il senso di un’anima che si rivela a un’altra anima. Il disastro dello stomaco di Giorgio gli diventava un dramma. Racchiudeva il dramma delle sofferenze infinite, il martirio della moglie che ha il marito senza avere l’uomo. E la donna, ch’egli vedeva nel sole vermiglio, ravvolta nella seta rosa e floscia che lascia supporre tutta la bellezza delle forme senza disegnarle, gli si elevava come una donna che piange, come una donna infelice, come una giovine naufragata in uno stomaco disfatto. Nei materassi c’era la polvere, c’era la materia liscosa della speculazione, ma la sua inquietudine era altrove. Le mancava l’esplosione degli affetti che infutura l’esistenza in un’altra esistenza. Non aveva la vita, le mancava la vita, voleva la vita!

E con la passione che gli si era scatenata con tanta furia, avrebbe voluto dirle ch’egli aveva capito, intuito, sognato.

– Sì, sì, tu hai ragione, o povera donna. Tu languivi ed io ti lasciavo languire. Non piangere. Eccomi tuo, eccoti la mia bocca. Bacia, ribacia, dissetati. La mia gioventù è tutta tua. Suggi. Ancora, ancora, ancora! Tu non devi soffrire, non voglio che tu soffra. Nelle notti il mio seno sarà il tuo capezzale. Abbracciami, abbraccia l’uomo che vuol farti sua per sempre. Tu sarai la mia vedova. Il tuo marito non sarà più che uno stomaco per le medicine.

Annunciata gl’interruppe il dramma, pregandolo di salutare la mamma e le ragazze.

Il trambusto era incominciato a mezzanotte, in mezzo a una caldura soffocante. Antonio, che non aveva potuto dormire dalla paura di rimanere addormentato, era in giro con la lucerna a svegliare coloro che dovevano andare con lui a Caravaggio. La stazione era lontana e il treno non aspettava nessuno.

– Su, che è tardi!

A certi usci doveva spaventarli a colpi di calcagno.

– Giuditta? Oh, Giuditta? Levatevi una buona volta!

Luraschi, che abitava il 126 e il 127 del blocco C e che aveva detto a tutti che sarebbe stato in piedi prima degli altri, era ancora in letto che dormiva della quarta.

– Su, poltrone, lamentatevi poi se vi si lascia in dietro!

Vaselloni, con l’abitudine di alzarsi quando gli inquilini erano al lavoro da un pezzo, lasciava bussare e ribussare senza rispondere.

– Presto, in piedi se non volete perdere il treno! All’uscio di Carmela gli era toccato di servirsi del bastone. La povera donna, tormentata da due fistole, dormiva di rado, ma quando ci si metteva ci volevano i savi e i matti a farle spalancare gli occhi.

– Carmela? Fatevi coraggio e saltate giù dal letto! Carmela? È mezz’ora che vi chiamo!

Santina, la figlia del fabbro del 61, blocco B, era in ginocchio, bella e vestita, che aspettava la nocca di Antonio per uscire dall’uscio. L’idea di non avere più che poche ore da patire non le aveva lasciato chiudere le palpebre. Ella era in ginocchio che pregava la Madonna che doveva guarirla con la eloquenza del suo cuore, supplicandola di avere compassione di una povera ragazza che voleva bene ai genitori e non aveva mai fatto nulla di male. La monaca che le aveva suggerito Caravaggio, le aveva fatto imparare la preghiera a memoria, e lei, l’anemica, che voleva guarire, che diceva che aveva assolutamente bisogno di guarire, la recitava, mettendovi l’anima dell’anima sua.

– O Maria, o Maria santissima! Fatemi la grazia, fatemi questa grazia! O pia, o santa, o vergine Maria, aiutatemi a riavere il sangue della mia salute! Abbiate pietà di una povera derelitta che sarà buona, che verrà ogni anno a baciarvi i piedi, a bagnarvi i piedi con le lagrime dei suoi occhi! Ascoltate, Maria, madre mia dolcissima, ascoltate la parole di una peccatrice che ha bisogno di essere sana perché è amata, perché ama… Capite, ama!

– Santina, scendi!

L’incaricato del Circolo dell’Immacolata di accompagnare la comitiva al santuario era Leopoldo Gioberti, il facchino 335 di piazza Mercanti, il quale occupava, da due anni, il 27 e il 28 del blocco A, senza paura, come si diceva, di vedere le ombre di Tognazzo e di Margherita in giro, di notte, per le stanze e per il Casone. Gioberti aveva conservato le proporzioni dell’Ercole, ma non era più lo spaccamonti che faceva tremare tutti con un dito, come quando andava sul palcoscenico dei baracconi di piazza Castello a tener testa contro i lottatori di mestiere. La sua faccia bionda e rossa di salute pareva avesse conosciuto il freddo della tomba, tanto era diventata giallastra. Vi si vedeva diffusa la luce dell’altro mondo, la quale dava a tutta la sua figura un’aria di rassegnazione infinita. E i suoi occhi, raccolti nella mestizia in fondo alle buche, facevano pensare alle miserie umane. Tossiva di rado, ma quando tossiva si piegava in due e si teneva lo stomaco con le mani. Durante gli impeti convulsionarii si sentiva il catarro che gli si rimescolava senza che gli sforzi riuscissero a mandarglielo su dalla gola. A udirlo tossire si diceva che aveva in fondo un serbatoio di marcia. E nei momenti desolati in cui buttava in terra i larghi sputacchi verdicci e biliosi macerati nel suo petto, abbandonava le braccia dalla disperazione.

– La è finita per il povero Gioberti! Prima della malattia s’impipava della religione. La sua religione era il denaro. Con del denaro in saccoccia non aveva paura neanche del diavolo. Ma dopo che la tisi polmonare lo saccheggiava di giorno in giorno e la moglie era riuscita a fargli credere che Dio lo aveva castigato per il male che aveva fatto alla religione col suo cattivo esempio, non poteva più ascoltare coloro che parlavano dell’Altissimo con irriverenza. Divenne un affiliato del Circolo dell’Immacolata e un propagandista di miracoli instancabile.

Andava da un santuario all’altro senza guarire e senza perdere la fede. Era stato a quello di Locarno, di Varallo, di Como, di Somasca, di Gravedona e di Nobiallo e ora andava a quello di Caravaggio, sicuro che sarebbe stato l’ultimo, perché nessun santuario l’aveva mai superato in miracoli. Aveva la parola di don Paolo, il quale non era mica un impostore.

– Entra come ci sono entrato io – gli disse – e rimarrai a bocca aperta. Vedrai tutte le pareti coperte di quadri commemorativi che non ti lasceranno nascere neppure il dubbio sulle grazie ottenute. Perché ogni fedel minchione può leggere nei quadretti i nomi, i cognomi e le date dei miracoli. Dio, sappilo, è infinitamente giusto, infinitamente buono, infinitamente misericordioso. È però mestieri la fede. Perché la grazia è per sua essenza un dono che Dio non deve ad alcuno. Chi ci va, deve credere nei miracoli per intercessione della Madonna, come io credo nell’unione del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo.

– Ed è quello che io, Gioberti, dico a voialtri. Se non avete fede state a casa, perché sciupereste il tempo. Dio vi legge nell’anima. Sa i vostri meriti e i vostri demeriti. Voi sapete la storia sacra. Egli ha scelto Giacobbe e ha respinto Esaù, senza che alcuno potesse tacciarlo d’ingiustizia. Giacobbe era tutto del Signore. Se volete essere tra gli eletti, toglietevi dalla testa le vanità del mondo e credete nell’onnipotenza del Dio che può tutto. Credete nel Cristo morto per noi sulla croce, credete nella Madonna di Caravaggio?

– Sì, sì, sì! Crediamo in Cristo, crediamo nella Madonna di Caravaggio!

– Allora bisogna essere pratici. Sapete che non vi si può andare a piedi. Chi vuol venire deve darmi due lire e centesimi venti per il biglietto di terza classe. A Treviglio, se avremo tempo, faremo una visita al santuario della Madonna delle lagrime: e poi, un passo dietro l’altro, ci avvieremo a quello di Caravaggio. Maledetta tosse! Pazienza, oggi è l’ultimo giorno delle nostre tribolazioni. Ostinata, fanne una pelle che la vittoria sarà della Madonna! Chi non saprà camminare e avrà dei soldi, potrà saltare su uno dei tanti carretti che vanno al santuario o prendere l’omnibus con cinquanta centesimi. Io starò con quelli che vi andranno a piedi, perché così, strada facendo, reciteremo le litanie e prepareremo l’animo alla commozione della grazia. A proposito, Antonio, tu che sei l’uomo più in gamba di tutti… Seccata! Finirai per sfondarmi lo stomaco! Fatemi largo che voglio sputare su tutte le bestioline che mi divorano i polmoni! Un uomo come me che vuotava due litri a colazione è ridotto a tossire tutta la vita! Ti domando scusa, Madonna, se bestemmio, se ho bestemmiato. Stasera mangerò come un lupo. Voglio dire al Gianmaria di prepararmi un risotto coi funghi. Dopo tanta astinenza ho diritto di stravaccare. Parlavo con te, Antonio. Tu che sei il più sano quando non ti piglia il tuo malaccio, pensa a Cristoforo, il maniscalco al terzo, del blocco C. Egli è ormai cieco fatto. Non ci vede a due passi. Aiutarci l’un l’altro è agire da cristiano. Va tu a prenderlo, perché può darsi che non ci sia un cane che lo accompagni dabbasso. Certe malattie non dovrebbero venire ai poveri. Sono troppo incomode. Un cieco è come uno senza gambe. Non può muoversi senza che lo aiuti qualcuno. Tu, Santina, prenditi la bimba di Ada, la figlia del barbiere del corridoio di sopra. Non è slattata che da due mesi e sarebbe stato bene che ci fosse anche la madre. Ma non è maritata come si dovrebbe e la povera ragazza non ha potuto dirlo al padrone. Noi siamo cristiani e dobbiamo chiudere un occhio. Sono tutte senza giudizio queste ragazze! Padri, state loro al pelo se non volete che vadano a male. Guarda, come tossisco! Sono i tuoi ultimi momenti, se la Madonna mi aiuta! Fanne una pelle, va là! Credevo di crepare! Si fa presto a dire ai padri di stare attenti. La gente che lavora ha altro per il capo che pensare alle proprie figliuole. Tu, Tencia, che non sei proprio in fin di vita, puoi dare una mano alla moglie di Vaselloni, la quale può appena stare in piedi. Fatevi coraggio, Silvia, date il braccio alla Tencia, e magari incamminatevi verso la stazione. Coloro che non hanno le gambe buone dovrebbero andare innanzi, perché il vapore è una bestia che non fa complimenti. È meglio lo aspettiate che farvi aspettare. Date ascolto a coloro che ne sanno più di voi. Noi vi prenderemo sulla strada. Andate, fate a modo mio. Tu, Eugenio, che vai con le grucce, mettiti con quelli della prima spedizione. Ricordatevi che bisogna avere qualche cosa da mangiare o per lo meno dei soldi in saccoccia. E dalli con la tosse! La vuoi finire? A momenti mi strangolava! Perché non possiamo pretendere che la Madonna ci faccia la grazia e ci dia anche da mangiare. Lì ci sono sette o otto ragazzi e non si sa neanche di chi siano. Di chi siete? Occupatevene voialtre donne. Voi, Carmela, e voi, Giuditta, fate loro da madre. Il vostro malanno non vi impedirà di curarvi dei ragazzi. Portate pazienza. È questione di ore. Cristo, per redimerci, ha patito ben altro. Si è lasciato mettere in croce e fracassare il costato. Quando mi ricordo della ferita e del sangue del nostro Signore mi vengono i sudori freddi. Se quel cane di sgherro fosse qui lo farei a pezzi. Questa tosse mi condurrà alla sepoltura. Ma, non morirò; c’è una Madonna più forte di te, sì, sì, accidenti! Un’avemaria per la mia bestemmia. Ave Maria, gratia piena… O dunque, pensiamo a noi. Avrete capito che fino al ritorno dobbiamo essere tutti di una famiglia. Una mano deve aiutare l’altra. I cristiani sono tutti fratelli e, se uno zoppica, l’altro lo deve tenere in piedi. Fanno così anche gli ebrei, ma non coi cristiani, sapete. Al cristiano che ha sete danno il veleno, come hanno fatto con Gesù Cristo. Non perdetevi d’animo. E gli altri? Ci avviciniamo alle due e nessuno si è ancora mosso. Il treno parte alle cinque e un quarto. Chi perde la corsa si batta il petto. Badate che la festa della Madonna non viene che una volta all’anno. Pensate ai patimenti di altri dodici mesi! Che cosa vuoi venire a fare tu, Giovanni? La tua malattia è nella gola. Smetti di bere e cesserai di essere ubbriaco. Quella di Caravaggio non è la tua Madonna. Dio stesso non può nulla contro i peccatori impenitenti. Chiunque di noi è libero di perdere l’anima. Salvo poi a purgarla, sapete dove. Ah, dopo, state sicuri che la rimessione dei peccati è a Melegnano. Ve lo dico io, ve lo dico.

E si mise a tossire con dei colpi convulsionarii che gli facevano agitare le braccia dalla disperazione, mentre gli si gonfiavano il collo e le ganasce dalla mancanza di respiro.

– Canaglia, tosse canaglia, finirai per mandarmi al camposanto! – diceva Gioberti con una fiatata lunga, asciugandosi la bava della bocca e gli occhi che gli si erano bagnati come se avesse pianto.

Gli altri, ammucchiati nell’ombra, gli dicevano di non parlare se gli faceva male.

– Male, male, mi fa tutto male! Se mangio, se pipo, se bevo, se dormo, se mi muovo, se non mi muovo, se fa freddo, se fa caldo. O che miseria! È meglio morire che stare al mondo in questa maniera!

– Kyrie, eleison. Christe, eleison. Christe, audi nos. Christe, exaudi nos.

– Pater de coelis Deus, miserere nobis.

Le voci sommesse dei vecchi e dei giovani, degli uomini e delle donne si confondevano in un coro pietoso che si scioglieva dolcemente nella tranquillità della notte stellata. Il miserere nobis andava lontano e traduceva il sospiro e lo strazio della poveraglia sgraziata che voleva far salire al cielo l’eco dei suoi patimenti.

– Fili Redemptor mundi Deus, miserere nobis.

Nessuno capiva una parola di quello che si cantava. Ma tutti sapevano a memoria la cantilena chiesastica che avevano intuonata tante volte e tante e tutti ci mettevano della passione a credere nella bontà divina.

– Sancta Trinitas…

Le litanie vennero interrotte dalla comparsa del fornaio Taschini col ragazzotto carico della gerla. Egli non ne aveva fatta parola con don Paolo perché non amava affiggere i suoi atti di benevolenza, ma ci aveva pensato. Sapeva che alcuni dei pellegrini avrebbero dovuto fare sacrifici enormi per procurarsi il pane del viaggio e che parecchi sarebbero forse ritornati digiuni.

– Prendete, la gerla è a vostra disposizione. Servitevi di quello che vi occorre. In viaggio viene fame e gli ammalati non devono patirla. Ricordatevi che avete con voi dei ragazzi e che i ragazzi mangiano.

Egli non credeva ai miracoli. Sapeva che erano panzane belle e buone. Ma non disilludeva alcuno, perché diceva che la fede era capace di guarire gli inguaribili. Un uomo o una donna ammalati di nervi potevano benissimo tornare a casa sani. Era noto a tutti che una scossa fortissima o una agitazione eccessiva poteva rimettere in azione i muscoli carichi di pinguedine o rimasti oziosi. Aveva letto nei giornali di un signore stato digiuno trentadue giorni senza una ragione al mondo. Si era alzato all’indomani senz’appetito e non aveva più potuto mangiare. L’atonia dei nervi resisteva a tutte le cure. Il trentatreesimo un amico gli si è precipitato nel salotto come un disperato a comunicargli il suo disonore.

– Sei perduto, sei scoperto! Ormai tutti sanno che tu sei un falsario!

L’accusato si alzò, si agitò, gridò, volle provare con le grandi frasi la sua innocenza. Pochi minuti dopo, mentre si metteva la tuba per andare a smentire i suoi accusatori, si sentì venir meno dalla debolezza.

– Permettimi – diss’egli – che io beva almeno due uova prima di uscire.

– Guarito! – gli gridò l’amico.

– Questi sono i casi – si diceva mentalmente il fornaio – che può guarire la Madonna di Caravaggio. Ma il cieco tornerà cieco, il tubercolotico, tubercolotico, il gobbo, gobbo. Ah, sì! Magari, fosse vero! Ci sarebbe proprio bisogno di un Dio che vedesse e provvedesse! Se è vero che il sangue di Cristo ci ha lavato via il peccato originale, di che cosa possono essere colpevoli i ragazzini puniti negli occhi, nelle gambe, nelle braccia? Grazie al Signore io sto bene, e non sono malcontento del resto. Ma ho una grande paura che il repubblicano che ha detto: “Noi non sappiamo nulla dell’esistenza di Dio. Solo la nostra esistenza è certa”, abbia ragione. Che ne sappiamo noi? Chi l’ha veduto, chi gli ha parlato, chi ne sa mai qualche cosa? Noi non abbiamo però modo né di affermare né di negare l’esistenza dell’essere supremo. Ed ecco il dubbio! Dubbio che mi fa tremare sovente come se fossi alle prese cogli spiriti infernali. Ma che dubbio! Il dubbio è nel mio cervello malato di religione. Dov’è Dio, in questo momento? Non vado innanzi per non perdere il rispetto a don Paolo e per non diventare ciò che non voglio: un ateo. Io voglio credere, ho bisogno di credere in qualche cosa. Quale supplizio è questo mistero che ci mantiene nel dubbio!

La comitiva stava per ricominciare il Kyrie eleison e mettersi in cammino, quando da quasi tutte le ringhiere si udirono degli “Aspettate! Aspettate!”

– Bisogna far presto, santo Dio!

Dal terzo piano del blocco C veniva giù Ersilia coll’indolenza di un avanzo di crociera. Ravvolta nello scialle a chiazze smunte, con il suo faccione di cera, pareva appena risuscitata. Sorda come una talpa attribuiva la sua sordaggine allo scoppio di un fulmine. Dal blocco B discendeva Tognina, colla testa incatramata di croste marciose. Da ogni scala usciva qualche figura che strascicava i piedi, che s’appoggiava al muro, che piegava verso terra, che andava adagio come se fosse stata di vetro.

La Betta si teneva il ventre per paura di irritare il suo tumore che le dava tanto fastidio. La Gelmetti, col viso coperto di una larga macchia di vino che le aveva inflitto un capriccio di parto, si metteva nel gruppo come una maschera che avrebbe fatto ridere in un altro momento. Il marito di Agata Maddaloni vi andava per guarire dalla doppia ernia che s’era fatto spingendo sulle travi una gigantesca botte di cantina. Il cinto che gli aveva dato l’Ospedale maggiore era grosso, ruvido, malfatto, col ferro che usciva dalla pelle straccia a fargli sanguinare le carni. Preferiva la morte al brachiere che gli dava tanta molestia!

– Me lo faccia cambiare! – diceva sovente al medico.

– Se non posso! Fra tre anni potrai averne un altro.

– Ma se soffro!

– Si soffre un po’ tutti a questo mondo! Pazienza, ci vuole della pazienza, guai a chi perde la pazienza!

E Costanzo Maddaloni piantava i pugni sul cielo, mandando accidenti ai medici e dicendo con rassegnazione che l’Ospedale era nelle mani dei ladri. I benefattori continuavano a lasciare le loro fortune per gli ammalati poveri e i poveri venivano mantenuti peggio dei cani, curati peggio delle bestie e serviti di cinti che facevano venire sul corpo le vesciche alte un dito!

Se ci avesse pensato avrebbe potuto andarvi l’anno scorso. E a quest’ora il suo quadro commemorativo si sarebbe trovato sulla muraglia cogli altri. Perché se guariva voleva proprio fare il dispetto all’ospedale di lasciar là il suo ricordo col cinto che faceva venire la febbre.

– Kyrie eleison…

– Aspettate!

Era venuta la volta delle vicine che correvano dabbasso per non lasciarli partire senza dar loro qualche cosa da far benedire. La vecchierella del 74 della scala C pregava Gioberti di prendersi la binda della sua gamba piagata e di portargliela benedetta. La 33, dello stesso blocco, intisichita a cucire i guanti, avrebbe voluto andare cogli altri a Caravaggio. Ma non ne aveva più le forze. Era divenuta diafana e ogni colpetto di tosse le faceva scricchiolare le ossa.

– In nome del Dio della misericordia, Gioberti, fatemi la carità di farmi benedire questo pezzo di flanella che mi metterò sullo stomaco.

E si mise a tossire lentamente, dicendo che ci sarebbe voluto un triduo per guarire, ma che costava troppo.

– Ah, se non costasse così tanto!

La 52 e la 38, le giuocatrici del lotto, davano in tutta secretezza alla Maddalena il biglietto dei numeri che non venivano mai, promettendole, all’orecchio, un regalone al sabato della vincita.

– Fatelo toccare alla Madonna, Maddalena!

La madre di Antonio voleva caricarlo del cuscino sul quale aveva adagiato la testa nei momenti in cui veniva preso dal brutto male che lo metteva in lotta con se stesso, ma Gioberti l’assicurava che era proprio inutile una volta che vi andava l’epilettico.

– Ci sono già tante cose da portare e io ho bisogno che Antonio abbia le mani libere, ho bisogno. Guardate le donne che discendono a frotte!

Giuseppa non era ammalata, ma voleva premunirsi contro le infermità della vita. Si casca ammalati da un giorno all’altro senza sapere chi ringraziare. E diede a Santina tre caramelle per mollificare la gola lungo il viaggio, la medaglietta di san Carlo Borromeo e la corona del rosario da far benedire. Il vecchio tintore del quarto piano, blocco A, era divenuto piccino piccino e quasi trasparente. Gli anni gli avevano fatto perdere il lavoro senza dargli il diritto all’esistenza, e così passava attraverso i bisogni insoddisfatti, senza lamentarsi. Si sa, i poveri non possono essere ricchi. Solo avrebbe voluto un po’ più di calore nei piedi. I suoi piedi irrigidivano e gelavano anche d’estate. Era una malattia che lo cruciava e che voleva guarire con le calze benedette.

– Siate buono, Gioberti!

– È inutile, caro Tommaso, che ci carichiamo anche delle vostre calze – gli disse Gioberti. – La Madonna non ringiovanisce. I vostri piedi hanno camminato più dei nostri e sono vecchi. Al fuoco, starete meglio.

Il tintore si mise in saccoccia le calze tutto mortificato.

La venuta di Vittoria, la moglie di Pietro Cristaboni, con due dei suoi mostriciattoli, l’uno per mano e l’altra sul braccio, fece allibire i pellegrini. Nessuno la voleva vicino e tutti avevano uno spavento indicibile del suo male contagioso che ammazzava a poco per volta. Ogni donna rinculava come dinanzi l’anticristo sbucato di sottoterra. Vittoria, divenuta tutta sbilenca, colle micche nel fagotto appeso al braccio, senza badare all’orrore che aveva suscitato la sua presenza, s’era messa a sbocconcellarne una per soffocare le insurrezioni a colpi secchi del suo stomaco appestato, dando sovente un po’ di pane biascicato a Martina, l’ultima dei suoi figli, dal collo tagliuzzato dalla lancetta del chirurgo dell’ambulanza. Scarmigliata, con la faccia che aveva perduto le caratteristiche del sesso tanto s’era sconciata, rimaneva lì come una statua, sorda alle imprecazioni sussurrate dalla folla che non la voleva. C’era e ci rimaneva. Era un suo diritto, il diritto degli ammalati, il diritto di coloro che volevano guarire e credevano nella Madonna. E pensando a questo suo diritto si commuoveva intimamente e diceva che bisognava essere di ferro per non avere compassione di una madre ridotta con la famiglia in simile stato.

Gioberti non aveva cuore da dire sgarberie, ma sentiva anche lui un po’ dell’antipatia degli altri per i Cristaboni, due demoni che si erano fatti mettere fuori dal portone dai carabinieri. Anni sono si poteva avere della pietà per le vittime del gobbo che accoppava i suoi a pugni. Ma ora si era divenuti insensibili per una donna che correva dietro a quello sgorbio umano non appena minacciava di abbandonarla. La gente si era abituata a dire che l’una valeva l’altro. E forse forse non si aveva torto. Basta dei Cristaboni! L’antipatia poi degli inquilini del blocco A era diventata odio. Odio nero, odio giallo, odio senza fine. Si vociferava che era grazie a quella famiglia di ulcere e di sputi sanguigni che il male terribile s’era infiltrato nelle abitazioni. Bastava dare un’occhiata all’Annibale di Silvia Vaselloni, un figlio che si liquefaceva come neve al sole dopo che aveva aspirato la pestilenza dei figli dei Cristaboni. La Tencia dello straccivendolo dello stesso budello, che prima andava via diritta come un asparago e si sviluppava come un tronco, era divenuta una cosa mingherlina che buttava su sangue ogni due ore. Ah, ne avevano avuto abbastanza dei Cristaboni che avevano disseminato la desolazione dovunque erano passati. Erano il colera, erano la peste, erano la scrofola che torturava e uccideva. E se non gridavano: via! via! era perché c’era ancora in loro il sentimento cristiano.

– Buona donna – le disse Gioberti con la voce che sentiva dell’amarezza – voi non siete più del Casone e non potete venire con noi. La strada che conduce a Caravaggio è libera e voi potete andarvi quando vi piace e con chi vi piace.

Ella taceva e continuava a mangiare, accarezzando ora l’uno e ora l’altra dei suoi figli, lasciando parlare come se si fosse trattata di un’altra. C’era venuta con l’idea di andarvi e ci sarebbe andata. Se la strada era libera, ci poteva stare anche lei.

– Avete capito, Vittoria?

– No, non ho capito, siamo dì pelle e ossa come gli altri e tutti cristiani battezzati. Ci vogliono due e venti per me e due e venti per i miei ragazzi, ed ecco le mie quattro e quaranta, se volete prenderle, ma non imbestialitemi con le vostre proibizioni. Sono una povera donna ammalata con dei figli ammalati. Vogliamo guarire. Che ci trovate da dire, voialtre?

– Nulla, ma non vogliano che veniate con noi, non vogliamo! – le risposero quasi tutte in una volta.

– La vedremo!

– Sicuro che la vedremo! – replicò Gioberti rizzando sulle gambe la mole poderosa del suo corpo, per convincerla che non occorreva che un suo movimento per buttarla alla porta come un mezzo quintale d’immondizia. – Non mi piace mettere le mani addosso alle donne, ma non dovete provocarmi, perché in allora divento un altr’uomo, capite? Andate via, vi dico! – le ingiunse col dito puntato verso l’uscita.

– No, no, non vado! – gli rispose mettendo in terra Martina e piantandoglisi sotto il naso con le braccia incrociate. – Toccatemi, se siete buono!

Franceschino, il ragazzotto carico della delinquenza paterna, aveva udito tutto, addossato al pilastro del portone. Livido come la morte, assisteva alla scena e diceva a se stesso che sarebbe bastato lui solo per quell’omone che faceva il bulazzo con le donne. Ma non voleva sporcarsi le mani con un sacco di merda che tossiva come un ospedale. Bastava suo padre. E andò a chiamarlo dal Battista, ove era andato a cicchettare.

Pietro e Franceschino giunsero proprio nel momento in cui Gioberti aveva preso Vittoria per le braccia, dicendole che non voleva farle male, ma che doveva andarsene.

– Andatevene! – le ridisse, spingendola lontana qualche passo.

La Vittoria si levò la zoccola e gli andò addosso con la brutalità malvagia della donna abituata alla violenza.

– Prendete, prendete! Questo è per voi! E anche questo!

Le pellegrine che avevano ancora della forza si precipitarono sulla demonia con le grida delle femmine ferite, acciuffandola per i capelli, piantandole le unghie nelle gavine in suppurazione, rotolando a terra tutte assieme senza sfasciarsi, senza smettere di morsicarsi, di percuotersi, di insanguinarsi, di coprirsi di tutte le parolacce che la collera faceva loro salire alle labbra:

– Boie!

– Cagna

Franceschino non era rimasto con le mani in saccoccia. E intanto che lui tirava senza misericordia le trecce e sbatteva una testa contro l’altra delle furibonde sopra sua madre, Pietro Cristaboni, che non arrivava al ginocchio dell’avversario, s’era messo col suo testone di fronte a Gioberti, sputacchiandogli in faccia uno scaracchio.

– Prendi, vigliacco! – gli disse senza scostarsi, tenendogli gli occhi negli occhi.

Non aveva ancora finita l’ingiuria, che Gioberti lo aveva nelle mani per la testa enorme e lo levava di peso, su e giù per il suolo, come un calcasassi. Ma Cristaboni diventava pericoloso appunto quando era alla mercé del nemico. Perché in allora le sue mani agguantavano quello che potevano agguantare e diventavano una cosa con la cosa agguantata. Gioberti, non essendo riuscito a strappargli il collo, si sentì le dita d’acciaio del nemico salire per il gilè verso la gola. Impaurito, fece uno sforzo supremo per liberarsene, buttandolo a qualche distanza dal luogo della lotta. Ma era troppo tardi. Il suo collo era come in un cerchio di metallo che si stringeva e gli faceva venire gli occhi alla superficie.

– Vigliacco! – urlò Cristaboni.

Il vicinato era in piedi e discendeva a frotte coi pugni chiusi, coi bastoni in aria, con le grida di volerla finire con quella famiglia di anticristi che non lasciava dormire neanche di notte.

Cristaboni, impazzito dalla gente che andava verso di lui per ammazzarlo, si gettò con la bocca sulla bocca di Gioberti che irrigidiva tra le sue dita, e vi rimase, addentandogli la lingua e dimenando la testa come una belva che inferocisce per inghiottire il pezzo di carne che resiste agli strappi.

Uomini e donne gli furono sopra, tirandolo per le orecchie, bastonandolo sulla schiena, trascinandolo per le gambe e dandogli pedate in tutte le parti.

– Assassino! Assassino!

Cristaboni non sentiva più nulla. Lo si poteva fare a pezzi senza fargli abbandonare la preda.

– Aiuto! aiuto!

Quando giunse Giuliano in maniche di camicia la tragedia finiva.

Cristaboni si staccava dalla sua vittima con un boccone della sua lingua gocciolante di sangue e Gioberti rimaneva in terra con la faccia ingrossata e annerita dalla strangolazione e la bocca spalancata come una voragine di sangue.

Gli astanti, inorriditi, non ebbero che una esclamazione:

– Dio santissimo!

Cristaboni, intontito, girava gli occhi col boccone di carne sanguinolenta tra le labbra, senza quasi capire il misfatto. Ma dopo un momento di esitazione, si soffermò con gli occhi sul cadavere e con un atto supremo di disprezzo gli scaraventò in volto il pezzo di lingua.

– Vigliacco!

Giuliano si era abbandonato al lavoro della penna con l’ardore dell’apostolo. Prendeva il materiale che gli produceva il Casone, lo puliva, lo decomponeva, lo studiava, lo circondava di osservazioni e lo distribuiva nel casellario dei gruppi e dei sottogruppi appeso alla parete di fianco al camino.

Aiutato da Filippo Buondelmonti, egli voleva raccogliere i documenti di ciascuna famiglia per avere una mappa descrittiva delle 483 famiglie sotto la sua amministrazione. Voleva conoscere le condizioni e le occupazioni di tutte per poi estendere il suo studio di sociologo alle classi della città intera. Ma, a mano a mano che procedeva, la zona del suo lavoro si affollava di punti interrogativi, ai quali, più di una volta, non sapeva rispondere che con delle sciocchezze. Gli passavano sotto gli occhi casi che inchiudevano problemi i quali parevano insolubili, come quelli che pullulavano intorno il cadavere di Siliprandi. Costui era stato trovato coperto di una pelle secca e grinzosa che metteva in rilievo le sue ossa e i suoi tendini e rivelava le privazioni di un lungo periodo. Il suo viso rappresentava il marasma senile. Con lui, sul tavolo, si pensava alla vecchiaia condannata dall’indifferenza sociale al supplizio lento della fame. Chi si poteva accusare del delitto sociale? Dinanzi a quale tribunale si doveva svolgere il vecchio drammone dei pitocchi invecchiati nell’indigenza? E si voltava verso Filippo Buondelmonti dicendo che, mentre maturava il tempo della pensione ai vecchi e agli impotenti, lui, che aveva patito la sua parte, si ostinava a non escludere dai rimedii la carità pubblica e privata.

– È vero – diceva a Buondelmonti – dessa degrada, abbrutisce, sconcia la figura dell’uomo, ma i Siliprandi non possono assurgere a concetti così alti nei momenti delle convulsioni fameliche. Per la gente senza redenzione, la carità pubblica e privata è il solo anestetico che possa lenire le sue sofferenze.

– In te parla l’ombra di tuo padre. Tuo padre ha sofferto e ti ingiunge, a tua insaputa, di lasciare che la mano ricca soccorra il povero. Se tu tiri via su questa strada diventerai filantropo, va! Ascoltando le grida di coloro che patiscono intorno alla tua abitazione, rimarrai alla carità sociale di Marat, la quale doveva essere fatta sopratutto a spese dei ricchi. La paura della miseria è la caratteristica della tua classe. Marat, caro mio, è uno dei tuoi avi. Senti, come lui, il tormento momentaneo. Marat non era un avvenirista. Egli studiava il pauperismo nelle cantine, dove si nascondeva a scrivere l'”Amico del Popolo”, e laggiù, al buio, il riformatore, avido di supplizi, invece di andare fin dove si doveva andare, si lasciava prendere dal furore isterico di mandare gli altri alla ghigliottina. Alla grande rivoluzione è mancato l’uomo scientifico, è mancato l’uomo di genio, capace di sciogliere la questione delle questioni. È mancato il personaggio che insegnasse ai terroristi che il lavoro umano è l’unica cosa che possegga un valore economico e che nel lavoro è la soluzione di ogni problema. Credilo, la paura della miseria è la caratteristica della tua classe! Marat era della tua classe. Egli non fu che un grido. Un grido per i poveri.

– Può darsi che io sia della mia classe. Ma cosa dobbiamo fare quando troviamo per la strada una donna, per esempio, con dei bimbi che implora un soldo? Turarci le orecchie e pensare, mentalmente, che l’accattonaggio ci ripugna come un capello nella minestra? Che cosa dobbiamo fare quando ci si viene a dire che una famiglia intera ha divorato gli ultimi morselli di pane da qualche giorno? Abbiamo noi tempo di pensare all’abolizione di questo sistema ignobile di dar da mangiare a chi ha fame? Rifletti; si può essere rigidi, ma in mezzo alla vita, tu sei costretto dall’urgenza dei bisogni a rimandare i tuoi progetti di rivoluzione sociale di giorno in giorno. Tu, teorista, semplicemente teorista, saresti un altro Marat, insensibile ai dolori delle vittime del tuo tempo, indifferente per chi muore sul patibolo o fucilato in mezzo al tumulto. L’uomo di genio non è un pedagogo che si pietrifica nella forza del lavoro. È l’aquila che porta in alto il futuro senza dimenticare il presente.

– Mi piace la tua similitudine.

– Mi rincresce di dover sverginare la casella dei casi immorali. Avrei preferito che fosse rimasta vuota. C’è un’avversione istintuale nei poveri per i contatti tra i consanguinei. Ma spesso l’ambiente è più forte dell’istinto. Non è la prima volta che ne sento parlare e non me ne sono mai meravigliato. Gli inquilini del signor Giorgio dormono quasi tutti in una sola stanza e non pochi in uno stesso letto. I delitti… È un delitto? Io so che ho una ripugnanza invincibile per la carne di mia madre e delle mie sorelle. Se ne fossi colpevole, sentirei il peso del mio dolore tutta la vita. Certo è che i delitti sessuali del Casone sono dovuti all’ambiente. Alla mancanza dello spazio, alla mancanza dei letti. È orribile che ci sia una società che abbia un codice contro il duro destino degli esseri e non pensi a mettere in salvo le anime in un luogo più igienico. Moltiplicate le stanze, moltiplicate i letti e forse impedirete che l’istinto bestiale agiti e metta al mondo bimbi senza la forza necessaria per la lotta di classe. Dico bene, Buondelmonti?

– Sì, e no. Dici male, se parli dell’avvenire. Perché la lotta di classe è della società del sopravalore. Tu sai che cosa voglio dire. Supponiamo di essere seicento calzolai. Il padrone ci domanda dodici ore di lavoro al giorno. Lui ci procura i locali, il corame, la pelle, lo spago e tutte le altre cose necessarie alla produzione della calzatura. Vende, si paga tutte le spese, e gli rimangono, in un anno, diciamo, un milione trecentoquarantaquattromila ore di lavoro per i suoi incomodi. Tu non hai bisogno di altre spiegazioni. Tutta quell’accumulazione di ore rappresenta la sua ricchezza. È così che lui va in carrozza e noi a piedi. Che lui abita il palazzo signorile e noi la stanza angusta, appestata dal nostro alito e dai nostri acciacchi. I figli del padrone crescono, vanno a scuola, e a vent’anni non sanno neanche cosa siano la fatica e la penuria. I nostri… Guarda giù nel cortilone. È il lavoro non pagato che ci fa assistere a questi orrori. E dal lavoro non pagato è uscita la teoria marxista la quale farà scomparire la lotta di classe, eliminando il capitalista. E senza ghigliottina, nota!

– Grazie della spiegazione. Si parlava dell’affollamento nelle stanze. Tu vedi come avviene. La gente povera si corica presto, stracca, con la cena sullo stomaco. Passano magari degli anni senza un pensiero impuro. Poi, in una sera afosa, in una notte agitata, la pelle del padre addosso la pelle della figlia, o del fratello su quella della sorella o della madre si scalda, e l’incesto si compie. Non è il vizio che lo provoca. È il tepore della stessa coltre.

Senti che cosa mi ha raccontato la madre, Elisa Giuncati, del 17, al primo piano del blocco C. La donna è occupata da un pollivendolo a dividere le penne bianche dalle nere e le morbide dalle dure per quattro lire la settimana. Elisa è nella stanza col marito dal giorno del loro sposalizio. Hanno avuto tre ragazze, la maggiore delle quali ha diciotto anni e mezzo. Il padre guadagna dalle dieci alle undici lire per sei giorni di dodici ore. La famiglia è delle più quiete. In tutto il tempo che abita il Casone non è stata in arretrato che otto volte, e anche queste volte per ragione di malattia o di disoccupazione della moglie o del marito. Le ragazze vanno alla fabbrica regolarmente e nessuna di esse ha mai dormito fuori della propria casa. Il padre è stato veduto alticcio di rado. Due delle ragazze dormivano in un lettuccio sotto la finestra e la maggiore dormiva nel letto matrimoniale, con la testa sul cuscino, ai piedi dei genitori. La moglie è venuta a pregarmi di darle due stanze perché suo marito ha contratto delle abitudini riprovevoli con la figlia, ora in uno stato interessante. “Adesso il male è fatto” mi disse “e non c’è più rimedio. Potrei andare alla questura e farlo arrestare. Ma sono una donna prudente e non amo gli scandali. L’importante è di impedire che si ricominci”. Io l’ho contentata subito. Ho fatto sloggiare il 18 a mie spese mettendolo al 22.

La caduta di certe famiglie impensierisce. Ce ne erano due o tre che potevano essere citate a modello. Non facevano del lusso, perché qui non è il sito di farne. Ma mangiavano carne al giovedì e alla domenica, bevevano quasi tutti i giorni un bicchiere di vino a cena, vestivano decentemente, e chi lavorava portava a casa il settimanale, contentandosi di spendere quello che gli dava la reggiora, arbitra del benessere della casa. Del Luigione non si poteva proprio dire niente. Non ci sono stato che io che gli abbia dato del cacone una volta per le sue idee antioperaie. In allora era un conservatore implacabile. Per lui, noialtri, eravamo tutti della radicanaglia senza testa. Con una giornata di quattro lire e la moglie che andava per le case con il pesce fresco due giorni alla settimana, i loro figli andavano regolarmente a scuola col grembiule pulito e le scarpe che non lasciavano nulla a desiderare. Occupavano due stanze nel blocco A, il migliore, tenute pulite dalle donne che le scopavano tutti i giorni e cambiavano le tendine alle finestre ogni tanto. Al pranzo della domenica mettevano giù la tovaglia. Tra noi del Casone non c’erano che Lorenzo, il parrucchiere, Martino, l’inverniciatore, e Paolino, il chiavaio, che gli potessero tener dietro. L’urto di una ruota della macchina, che ha sbattuto Luigione sul muro privo di sensi, ha mutato l’uomo. Non è più quello. Tutto è cambiato. La famiglia è in pieno disfacimento. Si è ridotta in una stanza del blocco C, è sempre in arretrato d’affitto, maschi e femmine hanno dovuto smettere d’andare a scuola, e la madre è invecchiata di quindici anni. Luigione, durante la convalescenza, andava dal Battista a passare qualche ora. Non so se sia stata l’abitudine di bere che gli abbia fatto perdere la voglia del lavoro regolare o se sia stato l’urto, che, alterandogli il sistema nervoso, lo abbia sottoposto alla legge della stanchezza. Fatto sta che lo stabilimento, dopo tanti anni, è stato obbligato a metterlo sul lastrico. Non vi andava che due o tre volte la settimana, e, spesso, al secondo pasto, rientrava mezzo ubbriaco.

Ora il suo gusto è di rimanere delle ore coi politicanti al tavolino del cicchettaio a buttar fuori parolone rivoluzionarie. La sua immaginazione si è come incendiata. Divenuto radicale condanna i suoi amici politici di una volta a castighi atroci. Dal giorno della sua disgrazia ha come acquistato la voluttà delle pene spaventevoli. A Depretis, ch’egli chiama un democratico di cartone, vorrebbe che gli si fendesse la lingua con un coltello arroventato. Se parla di Lamarmora diventa un macellaio. Lo prende per i capelli e lo diguazza nel sangue dicendo che il traditore del suo paese merita i bottoni di fuoco. Mette Sella su una catasta di legna e assiste al suo supplizio con la pipa in bocca. “Tu hai affamato il popolo e io godo delle tue torture!”

Come è triste casellare il Luigione col marito della Pina e col Giovanni, veterani degli alcoolizzati!

I ciechi dovrebbero morire. Fanno paura. Danno a quello che dicono un senso profetico e assumono il fare degli antiveggenti. Ogni domenica che vado da Bernardino a prendere l’affitto, mi vengono i brividi. Non appena sente i miei passi tutto il suo essere diventa sensibilissimo. Protende il collo, drizza le orecchie e alza le mani come se temesse qualche sventura. L’impressione del suo viso pare quella di un uomo che vada giù a leggermi nel cuore. E quando ode la mia voce che gli dà il buon giorno, le sue larghe occhiaie con in fondo la gelatina schiacciata e lucida si atteggiano a una immobilità tragica e mi rimangono addosso, come se volesse sprofondarmi o inghiottirmi.

– Siete voi, Giuliano – mi risponde con una voce di rimprovero. – Felicita, pagagli l’affitto!

Mentre la moglie va a cercare i danari, io deploro che non ci sia una legge che sopprima tutti questi errori della vita dalla vita. Portateceli via! perché ci impietosiscono e ci disgustano. Portateceli via! perché ci ricordano l’infelicità dell’esistenza e il cuore sociale! Oh, come siete teneri! Guardate qui, in questa stanza. Preferite fargli mendicare il pane nella strada, con la mano tesa, piuttosto che dargli un asilo che non sia un reclusorio, che non lo mantenga come un pezzente, che non lo costringa a invocare la morte come un beneficio. E non spendereste di più, sapete. Perché, ricoverati o non ricoverati, la comunità non può evitare di nutrire i ciechi. Isoliamoli, dando loro tutta l’agiatezza del ricco.

Annita Tampini mi ha fatto piangere. Non ho voluto l’affitto. È la donna più pitocca del Casone. È venuta su senza un vero mestiere. Tutta la sua gioventù è stata spesa a lavare bottiglie d’estate dal birraio Darma, fuori di porta Magenta, e a cucire sacchi d’inverno, negli studii dei piccoli negozianti di seta del Broletto. Non ha mai superata la giornata di una lira e non è mai discesa fino a quella di trenta centesimi. Il marito, un sellaio, prese l’uscio dopo averla ingravidita una seconda volta. Sola, povera, con un bimbo nella culla e uno nel ventre, non si dolse e non domandò mai nulla a nessuno. Venuta la maturanza, andò, come la prima volta, a sgravarsi nella pia Casa delle partorienti di Santa Caterina alla ruota, e ne uscì portandosi via il suo fanciullo e allattandoselo essa stessa. Profuse il suo amore ora sull’uno, ora sull’altro, adorandoli tutti e due, senza mai ricordarsi del padre e mandandolo via con una frase sdegnosa il giorno in cui tentò di rientrarle nelle grazie.

– Vattene dove sei stato fino adesso!

I fanciulli curati, allattati, tirati grandi a carezze e a dolci, quando poteva comperarne, divennero i suoi idoli. Lavorava come una bestia da soma per non lasciarli patire. Di notte si vedeva illuminato il suo finestrino e si pensava alla madre buona che si era consacrata al bene dei figli come poche donne. A casa faceva le mutande che le dava un’altra vicina che lavorava per una ditta d’abiti fatti. La vicina che andava a prenderli e a riportarli si contentava d’un centesimo di guadagno. E Annita riusciva a cucirne dodici paia in due notti e a guadagnare cento e otto centesimi in dodici ore consumate al lume della lucerna. Alla mattina preparava tutto per i ragazzi che ella mandava a scuola, e poi correva alla fabbrica, raccomandando alla vicina di vedere che il suo Attilio e il suo Romeo non mancassero di qualche cosa. A sera rincasava e se li godeva a vederseli d’intorno coi loro libri di lettura ch’essa non poteva capire. L’uno e l’altro crescevano sani, bellocci, forti come torelli. Mise Attilio, il maggiore che amava sopra ogni cosa il disegno, a fare il meccanico, convinta che sarebbe divenuto uno dei primi operai, e Romeo a fare il tessitore, perché aveva una speciale predilezione per i lavori del telaio. I figli ricambiavano l’affezione materna con lo stesso affetto. Uscivano dagli stabilimenti e correvano a casa a baciare la mamma, come fanno i figli dei signori. Il giorno in cui Romeo e Annita dovettero staccarsi da Attilio, fu un giorno triste, inconsolabile. Singhiozzavano, piangevano e si disperavano con dei bacioni lacrimoni, degli abbracci stretti stretti, delle promesse infinite di non dimenticarsi, di continuare a volersi bene e di scriversi sempre, sempre!

– Addio, mamma! Addio, Romeo!

La madre, che aveva preveduto il giorno fatale della coscrizione, aveva nascosto nella calza tutto quello che i bisogni quotidiani le avevano lasciato risparmiare.

– Non patire, figlio mio – gli disse con la gola piena di pianto. – Io e Romeo te ne manderemo degli altri.

– Addio! Addio!

Non si videro più. Il ragazzo fu tra i soldati che rimasero feriti dalle poche palle papaline che volevano impedire l’entrata degli italiani in Roma. All’indomani della breccia di Porta Pia venne divorato da una febbre che gli faceva sussultare una mascella sull’altra con una violenza che annunciava la catastrofe.

I suoi di casa seppero otto giorni dopo che il povero figliuolo era morto all’ospedale.

Romeo divenne taciturno. La madre, che non poteva vivere senza la sua affezione, era obbligata a sgridarlo per farlo smettere di piangere.

– Farai morire anche me di crepacuore, e tutto sarà finito!

Ma il fratello dimagrava, scoloriva, diventava terreo. Qualche mese dopo tossiva come se i suoi polmoni fossero stati scavati dai bacilli esecrati che sfioriscono tante bellezze e portano via dal Casone tante speranze.

La mattina che lo portarono al camposanto la povera donna pareva impazzita. Non è stata più lei. Non ricuperò più la ragione. Non può più vedere un soldato. Basta un tamburo o una tromba militare per darle i tremiti o per vederla scappare per il blocco della casa come se avesse paura che venissero un’altra volta a prendere il suo Attilio.

È diventata cupa, malinconica, lavora a sbalzi, è indifferente al bene e al male e non sa più concepire che un pensiero: “Hanno ammazzato il mio figliuolo!”

E quando don Paolo la rimprovera di non andare più in chiesa, essa si asciuga gli occhi con la cocca del grembiule, e gli risponde commossa:

– Iddio deve essere molto ingiusto se può punire così terribilmente una povera madre che non aveva mai cessato di pregarlo in ginocchio!

È un pezzo che non prendo la penna in mano. Il colera non me ne ha dato tempo. Che giornate! Sudo a pensarci. Ci sono state notti senza riposo. Sembrava il finimondo. Dappertutto si aveva bisogno di noi. Parlo di donna Annunciata, di Buondelmonti e di me. Abbiamo fatto il nostro dovere senza chiasso, gareggiando l’un l’altro a nostra insaputa. La fortuna dei nostri ammalati è stata di avere il Buondelmonti, il quale pareva una illustrazione medica stata in India a studiare il morbo. Conosceva tutto, indovinava tutto, ordinava tutto. I due medici mandati dalle autorità sanitarie facevano anch’essi il loro dovere, ma da salariati. Il denaro rende burocratici. Si può dire che venivano a constatare gli insuccessi. Buondelmonti dava loro la relazione di quel che era avvenuto e se ne andavano salutandoci. E noi ci rimettevamo al lavoro senza paura e senza pensare che avremmo potuto rimanere tra le vittime. La spensieratezza era la nostra poesia. Annunciata ha illustrato la donna che dedica se stessa alle sventure sociali con esempi di abnegazione che ci rivelarono il tesoro degli affetti umanitarii del suo cuore. Non sentiva che la religione dell’altruismo. Andava da una stanza all’altra, vestita di cotone rigato, col grembiale che le girava sui fianchi gagliardi, con la scopa e coll’inaffiatoio di acqua fenicata. Scopava, lavava, disinfettava, cambiava la biancheria sporca, mettendovi della sua pulita, distribuiva bicchierini di cognac Martello ai sani per mantenere alto lo spirito degli inquilini, impediva che mangiassero le zucche, i poponi, i melloni e tutti i legumi che potessero disturbare il ventre, abituava le donne a bere il thè olandese caldo senza zucchero, con delle semplici gocce di cognac eccellente o di laudano, se la bevitrice aveva dei dolori ventrali o delle diaree prodromali.

Nel Casone non si è mai mangiato così bene. Ogni mattina giungeva il carro del macellaio con due chilogrammi di carne per ogni famiglia, vale a dire per ogni stanza. L’individuo solo metteva i suoi due chilogrammi nella caldaia comune appesa al bastone di ferro col braccio a uncino che avevano piantato in un angolo pulito del cortilone. Ella passava e raccomandava di tenersi caldi, di mangiare senza ingordigia e cose leggere, di avvertirla se mancavano di qualche cosa e di andare da lei se si sentivano la testa pesante, la lingua asciutta, dell’oppressione allo stomaco, della rigidezza nelle gambe, degli impeti di vomito o qualche movimento che potesse lasciar credere a una colica.

Era instancabile. L’abbiamo veduta in ginocchio, con le maniche rimboccate a lavare il suolo con secchi d’acqua che contenevano tanto acido fenico da ammazzare tutti i miceti che i colerosi avessero potuto perdere. Si fermava al letto dei colerosi senza ricordarsi del pericolo, strofinava la pelle dei sofferenti con degli irritanti o del cloroformio e assisteva alle scariche diarroiche senza impallidire. Guai a dirle di andare via. Pestava i piedi e andava in furia. Perché non voleva che le si spaventassero gli ammalati e perché diceva che la paura era il morbo nero del colera sporadico.

– Signor Buondelmonti, mi protegga. Non è vero ch’ella mi ha dato l’incarico di tranquillare il Casone e far credere agli inquilini che non si tratta che di una malattia comune?

Faceva anche quello che le infermiere fanno con disgusto. Prendeva in mano il pitale delle deiezioni, le inondava di acido fenico, le faceva vuotare dabbasso nella buca inaffiata della stessa soluzione acquosa e aiutava l’infermo a raccomandarsi nel letto, coprendolo bene e facendogli trangugiare due o tre pillole oppiate.

Era la prima a entrare dove c’erano dei cadaveri. Il giallo degli occhi e il paonazzo delle labbra dei morti non la facevano tornare indietro. Ordinava ai becchini di incassarli, si impadroniva del materiale lettereccio, lo mandava al rogo e si dava al lavoro della stanza, disinfettandola, facendone scrostare e imbiancare le pareti e riammobigliandola con un tavolo, delle scranne, dei letti e delle stoviglie, cose tutte che asciugavano il pianto delle donne desolate e vedovate dal contagio.

Il giorno in cui le vittime passarono le dieci la tranquillità apparente del Casone si convertì in un panico più spaventevole del colera. Il cognac e l’acquavite avevano perduta la virtù di rianimare la gente rassegnata al destino. Le mogli non facevano che accendere candele alle madonne per le scale e abbandonarsi a quell’accasciamento che lascia lì paralizzati o incita ad abbandonarsi alle esclamazioni di terrore. “O Signore benedetto! O Madonna santissima! Salvate tanta povera gente!”

Gli uomini, costretti a rimanere nel Casone perché all’ingresso le guardie ne impedivano l’uscita, restavano nel mezzo del cortile, intorno ai bracieri che vi mandava il Taschini ogni due o tre ore con delle corbe di pane fresco tutte le volte che dovevano mettersi ai pasti. La cassa che vedevano sulle spalle dei becchini faceva loro battere i denti e li metteva in un orgasmo che rasentava la costernazione. Se non fosse stato per la vergogna, si sarebbero messi a piangere. C’erano di quelli che si facevano pregare a bere il bicchierino per il quale, in altri momenti, si sarebbero fatti in quattro. La morte del pettinaio Andreoli diffuse l’avvilimento. Lo avevano veduto andare e venire con la pipa in bocca a canzonare tutti quelli che svenivano a parlare dell’epidemia entrata nel Casone, e in poco meno di due ore era già nel cataletto, con la faccia stravolta dalle contorsioni che lo avevano torturato. Non si scherzava. Si poteva avere del coraggio, ma gli inquilini morivano via come le mosche in un freddo autunno. Era morto anche Antonio, l’epilettico ritornato da Caravaggio con la grazia. Dalla guarigione era divenuto affabile e verboso, lieto tutte le volte che poteva narrare a qualcuno la voce divina che aveva udito nel momento in cui pregava con l’anima estasiata la Madonna miracolosa di ridargli la salute. “Alzati, Antonio” gli disse la madre di Dio “e va’ a casa contento. Il Signore Iddio ha accolto la tua preghiera”. E dopo essere stato guarito, è morto. Sua madre non sa darsi pace.

– Ah! dunque – diceva giorni sono – non c’è giustizia in cielo!

Il cielo non ha proprio avuto compassione di Antonio. Egli è morto come un dannato. I crampi allo stomaco durante il raffreddamento del corpo erano così inesorabili che nel delirio il povero diavolo si scarnificava il petto con le unghie. Buondelmonti non ha potuto salvarlo neppure coi clisteri di etere solforico. È spirato con la pelle del ventre nelle mani, colle gambe piegate dai dolori atroci, con l’occhio vitrescente e con la faccia tutta corrugata e rossastra, come se avesse subite le convulsioni di un delirio violento.

– Ah, dunque non c’è giustizia in cielo!

No, non c’è giustizia in cielo. Il cielo non ha avuto pietà neppure di Agata Maddaloni, la donna più feconda del cortilone, la madre dai fianchi spettacolosi, che aveva undici figli vivi e un marito ernioso e sbevazzone.

O don Paolo, voi che mi parlate sempre della bontà del Dio dei cristiani, ditemi perché Dio non è clemente, perché Dio, che è in ogni luogo, assiste alla strage dei poveri, che lo adorano in ginocchio con tanta indifferenza? So la vostra risposta a memoria: mistero!

– Tu non sai – mi diss’egli un giorno in cui sentivo il dubbio – che san Pietro ha pianto per trenta anni l’errore di avere rinnegato il Signore uscendo dalla cena?

– Sappiatelo, buon sacerdote, io non piangerò un minuto. Se Dio è potente e nulla può resistergli perché non mi colpisce in questo attimo in cui il mio edificio religioso è crollato? Ah, me ne ricordo. Voi mi avete detto che anche Pascal, il grande Pascal dopo l’orgia col demonio, è ritornato alla fede della grazia, alla fede del mistero, alla fede del sovrano del cielo. Ma voi non mi avete mai detto che Pascal, il grande Pascal, dai diciotto anni non fu che un povero ammalato. Un ammalato, si capisce, disprezza la scienza e si prostra all’ignoto. L’ignoto è l’ultima sua speranza. Basta, basta di mistero! non ne voglio più, grazie. La mia anima religiosa è in frantumi. Non ho più fede, non credo più, non posso più credere che il Dio dei miseri sia così spietato, così inumano, così crudele con la gente che ha sofferto, che ha patito, che non ha mai avuto una giornata di sole! Dio di vendetta, ti scaccio dal mio cuore, vergognoso di averti dato i miei entusiasmi giovanili!

La mia rivolta fu la rivolta di un minuto. Le grida dei figli che imploravano la grazia divina per la madre che moriva, mi hanno sgiogato, completamente sgiogato da una religione impotente come gli uomini a salvare le moltitudini dai disastri della vita. Annunciata mi mise la mano sulla bocca per impedirmi di pronunciare la parola della mia emancipazione. Ma era troppo tardi. La mia fede era infranta.

Forse barcollava anche quella di Annunciata. Essa aveva veduto che il Dio che avevamo chiamato tante volte in aiuto era rimasto sordo, implacabilmente sordo. Buona Annunciata, tu sì che sei una vera madonna, una madonna di carne, una bella madonna che si commuove e lenisce le miserie umane! Ho detto che è vile l’adulterio. Ma io ti amo, io ti voglio bene, io mi sento attratto verso la tua bella bocca piena di promesse. Ho perduto una fede moritura e ne ho trovata una immortale: l’amore. Non c’è che l’amore di vero, di grande, di sublime. Tu sì che esisti. Tu sì che sei possente. Tu sì che allacci e imparadisi. Io sarò uno dei sacerdoti che celebrerà la tua gloria con sfuriate di baci, con abbracci infiniti, con passione, con ardore, con voluttà, con trasporto indicibile. Agata Maddaloni, non ti dimentico, non sarai dimenticata. La tua sciagura è connessa al momento più eroico e più fortunato della mia vita. Ti ricordo, ti potrei descrivere. Il morbo ti aveva lasciata sul letto informe, con tutte le tracce di essere stata abbattuta dalla violenza. Il tuo corpo, qua e là lividastro, qua e là nerastro, faceva paura. Le tue mammelle ampollose sembravano state svuotate e lasciate sul seno come vesciche aggrinzate dalla furia di un’atmosfera ardente, coi capezzoli flosci nel largo della chiazza azzurrastra.

I tuoi ragazzi e le tue ragazze si disperavano con un pianto che schiantava il cuore, e si buttavano sul tuo cadavere in disfacimento con le esclamazioni della ambascia che li soffocava. La scena rappresentava tutto ciò che c’è di lugubre, di tragico, di spaventevole. Annunciata fu il balsamo che passò sui loro cuori sanguinolenti. Li raccolse, li baciò, li sottrasse allo spettacolo del cadavere mostruoso che non suscitava in loro disgusto e ritornò per la disinfezione.

Non volli, mi opposi. Nel mio pensiero era mia, nel mio pensiero avevo diritto di bloccarle la via che conduceva alla morte, a una morte così orribile. Ella taceva, spingendomi dolcemente da una parte per inaffiare la stanza col disinfettante.

– No, no, tu non passerai! Non voglio che tu muoia. Tu sei mia. Io ti abbraccio, io ti bacio.

E le fui con le labbra sulle labbra, premendomela tutta calda con le mie braccia, e suggendola avidamente senza spegnere la mia sete urente.

Senza ch’ella pronunciasse una parola mi sentii padrone del mio bottino.

Il suo corpo, vinto, s’era abbandonato dolcemente sul mio e non ci slacciammo che quando sentimmo il passo pesante di Buondelmonti.

– E non te ne meravigli?

– Che tu sia stato a Caravaggio coi tuoi del Casone? Io che ti spingo a essere più ambientista che filosofo, mi meraviglierei del contrario. Ci sono stato io stesso l’anno scorso, nel giorno dell’apparizione, con mia madre, la quale, come tu sai, è bigotta quanto una poveretta del Casone. Vi sarei andato volentieri una seconda volta. Dovevi farmelo sapere. C’è sempre da imparare in mezzo a una moltitudine che si riversa con tutte le sue malattie in una chiesa per genuflettersi e aspettare la grazia da una Madonna che continua a guarire da più di tre secoli.

– Guarire!

– È la fama che lo dice. Io non credo neanche dopo che certi miracoli si sono compiuti sotto i miei occhi. Uno di essi, per quello che mi è stato detto, è un miracolo di tutti gli anni e te lo racconto. Mia madre era in chiesa e io ero di fuori che davo una occhiata alla struttura del santuario composto di due fabbricati uniti da una cupola. Pensavo all’idea strana dell’architetto che lo aveva edificato di fianco invece che di facciata. Non appena gli si è girato intorno si sente il bisogno di voltargli la fronte verso il grandioso viale lungo due chilometri e ombreggiato da quattro filari di maestosi ippocastani, da dove vengono tutti i pellegrini. Vidi due contadini che venivano alla volta della chiesa con una paesanotta che tenevano in piedi per le ascelle. Dietro loro era una coda di uomini e donne malvestiti e mal pettinati che salmodiavano. La ragazzotta, la quale di tanto in tanto tentava di fermarsi, poteva avere diciotto o diciannove anni. Era tutta assieme un tronco vigoroso di donna che avrebbe potuto sbarazzarsi degli individui che la tenevano con un semplice spintone. Puntando le gambe si vedeva il donnone dalle cosce enormi, dai fianchi enormi, dalle braccia enormi. Il suo viso era il ritratto della salute. Pienotto, rotondo, colorito. I suoi occhioni lucenti si rovesciavano come sotto l’azione di un dolore spasmodico, le sue trecce voluminose, attorcigliate l’una sull’altra e trapassate dalle spadine della nubile, davano alla sua testa un non so che di superbo. Giunta ai gradini del tempio la ragazza incominciò a impuntarsi con delle grida che passavano per le orecchie come saettate. La folla le fece largo e s’inginocchiò a invocare la grazia dello Spirito Santo col Veni creator spiritus. La ragazza pareva invasa dagli spiriti. Col cavo dei piedi puntato sui gradini e il corpo rovesciato indietro sugli uomini, si sbraccava, digrignando i denti con le palpebre calate, tutta rossa dalla colluttazione. Uno degli uomini tentò di chiudersela in un braccio e di levarla di peso con l’altro. Ma la contadina divenne furiosa. Si morsicava i pugni e si dibatteva con tanta forza che si dovettero chiamare due altri uomini. L’energumena sembrava assolutamente incosciente. Tutti i suoi atti erano della indemoniata che si sarebbe buttata in una voragine di fuoco. Vociava, si strappava la veste del busto come se avesse avuto qualcosa nel seno che le bruciasse e, nell’impotenza di liberarsene, sgolava parole incomprensibili. Giunti gli altri due le staccarono le gambe e la presero per le braccia, mentre gli altri la sollevarono avviandosi verso l’entrata. Le donne che seguivano la spiritata si battevano il petto come contrite e preparate alla morte. Qua e là si udivano le litanie con l’ora pro nobis della massa calcata per il portico come un turbamento collettivo. Alla porta la paesanotta ritentò di sciogliersi dalle mani che la tenevano adimando i fianchi ed elevando sulla moltitudine il seno scoperto, il quale mostrava, a quelli giù dai gradini, i due piccioli rossi piantati nella carne bianca. Nello sforzo supremo urlava e indemoniava. Ci fu un momento in cui gli uomini parvero lì per piegare sotto il divincolamento della ragazza che pareva proprio invasa dagli spiriti. Io non credevo, ma non avevo mai visto una scena religiosa di quel genere. Gli uomini si curvarono sulle ginocchia, ritraendosi di un passo per farle passare la testa dal vano dell’entrata e impedirle di farsi male. In chiesa le strida della poveretta che si dimenava e infuriava andavano a rompersi sulle muraglie come schiaffi sonori che rimbalzavano e si perdevano nelle orecchie come onde di oscillazioni frenetiche. Il predicatore dovette smettere e rimanere sul pergamo in un atteggiamento di vittima, con la destra sul braccio sinistro e con la guancia appoggiata alla mano in alto. Durante i contorcimenti l’uditorio, seduto e in ginocchio al centro della navata longitudinale, si alzò tumultuosamente, pigiandosi gli uni sugli altri per avvicinarsi alla disgraziata in lotta col demonio. Da tutte le parti l’attenzione era volta verso il corpo della maleficata che sovente scompariva dalla superficie e sovente risorgeva agitando la testa scarmigliata come una demente. Fu così fino ai gradini che dividono una navata dall’altra. Discendendo la scala a curva che conduce alla cappella sotto l’altare maggiore, dove è una madre di Dio di sasso, con la faccia e le mani di sasso, la quale rappresenta l’apparizione della Madonna dinanzi una certa Gioannetta, di trentadue anni, la quale stava falciando l’erba in un campo incolto chiamato Mazzolengo, l’invasata era riuscita a sciogliersi le mani dai lacci e a buttarsi sulle teste degli uomini che l’avevano ancora per le gambe come una tempesta. Percuoteva e graffiava alla cieca, acciuffando or l’uno, or l’altro per i capelli, tirandosi sui fianchi più di una volta per buttarsi indietro la capigliatura fitta che le andava sugli occhi.

I pellegrini avevano sospese le litanie e si tenevano il fiato. Rimanevano lì trasecolati a vedere la potenza dello spirito infernale in una donna dalle forme così poderose. Giunsero due altri uomini che le riafferrarono le mani e la forsennata fu ridotta a una immobilità relativa. La calca non mi ha permesso di discendere. Ma ho potuto rimanere alla balaustrata con tanti altri. Ho guardato giù senza saper distinguere dove e che cosa abbia baciato. So che ha baciato lungamente, affettuosamente, emettendo un sospiro che ha fatto pronunciare alla moltitudine, tra la cappella e la rotonda di ferro a scacchi delle elemosine, la parola che tutti aspettavano: “miracolo! miracolo! miracolo!”

Il miracolo era compiuto. La donnona si staccò ammansata, sfinita, come se avesse subita un’abbondante cavata di sangue. Il suo corpo, mezzo nudo dagli strappi della lotta, cadeva su se stesso spossato. Le fiamme che le avevano incendiata la carne del viso, del collo e delle spalle si spegnevano in una pallidezza mortale. La forza malefica se n’era andata. Essa era vinta, prostrata. Riavuti i sensi, si sentì impudica. Con le braccia nude si coperse il seno nudo e scoppiò in pianto dirotto. Le moltitudini si inginocchiarono con la fronte supplice, e un momento dopo tutte le bocche si abbandonarono alle litanie mettendo nella voce il gaudio del loro cuore.

“Sancta Maria”.

“Ora pro nobis”.

Tu vuoi delle spiegazioni. Io non ti posso dare che delle supposizioni. Perché nella chiesa di Caravaggio, in un ambiente che predispone alla fede del miracolo e mette sotto l’impero di una visione che non si dissipa che all’aria aperta, dove ho veduto un altro spiritato cacciato innanzi da una ventina di persone, è molto difficile avere la mente chiara. Le mie supposizioni sono che una ragazza di campagna non poteva spingere la commedia fino al punto da sopraffare il senso della conservazione della vita con un parossismo religioso che la martirizzava. Durante le sue smanie epilettiche i suoi atti erano troppo sinceri per pensare a una rappresentazione che avesse avuta la sua prova generale in una sagristia. Non c’è dunque che la suggestione o l’autosuggestione che può avere lavorato il cervello di una ragazza probabilmente isterica, probabilmente disposta alla esaltazione. Provati a dire a una di queste idiote: “tu sei stregata!” E ti potrà capitare di pentirtene. A poco a poco l’idea di essere stregata le si arroventa al fuoco dei pregiudizii e dell’ignoranza e diventa, nella sua immaginazione, il nodetto grigio della sua anima dannata. Non sta più tranquilla. I suoi sonni passano tra un incubo e l’altro. Ella sente la mano infernale che tira la coltre del suo letto. Vede il diavolo dalle ali nere che le danza intorno con risate diaboliche. Ode il sogghigno degli spiriti che l’hanno invasa e s’alza con le palpebre enfiate e con gli occhi pieni di vibrazioni che riproducono il tormento della sua follia. Sogna di giorno. Vede l’ombra dello spirito malvagio dappertutto. Ne sente il fruscio dei piedi. Cade il suo canestro ed è stato lo spirito che lo ha buttato in terra. Qualcuno bussa o tocca la parete. Ed ella è sicura che è lo spirito diabolico che si è messo di dietro per spaventarla. Il medico non capisce nulla. Non vede il dramma religioso che si svolge nella piccola scatola della cretina. E dopo qualche suggerimento l’abbandona. Il prete prende il suo posto. Egli crede, egli deve credere all’esistenza degli spiriti. La ragazza diventa per lui un caso di patologia religiosa rara. E la cura con gli esorcismi, con l’acqua benedetta, con i trisagi, con le ostie sante, con i rosarii, con le novene e finisce col santuario. Perduta la fiducia negli aiuti umani tu non hai più che la morte volontaria o il Cristo della croce. Pochi hanno il coraggio di morire, molti hanno la viltà di prosternarsi ai santi sconosciuti a implorare miracoli che nessuno, ohimè! è in grado di compiere.

– Anche a me hanno fatto una grande impressione gli indiavolati che non si lasciavano trascinare in chiesa che violentati o portati a viva forza. Confesso che non ho capito se fossi alla presenza di allucinati o di fanatici o di attori che spingessero l’amore per l’arte senza artificio fino alla demenza. Certo è che il loro furore non poteva essere più vero. Il terrore per la casa di Dio veniva manifestato con tutti gli eccessi degli accessi epilettici. Era la follia in azione. Ho veduto un giovanotto spalluto, con una volta cranica a punta e le arcate dentali che si scoprivano come una ghignata che metteva freddo, impazzire in un arrabattamento che traduceva il disordine mentale in eruzione. Con uno sforzo erculeo riuscì a sbattere i suoi carcerieri sulla muraglia e a cadere lui stesso, senza alcun tentativo di salvarsi la faccia tutta sottosopra. Ripreso con la fronte insanguinata non diede alcun segno di accorgersi della ferita e continuò più che mai la scena del delirio fino al bacio sui piedi del Cristo.

L’impressione maggiore è pure nell’ambiente esterno. Mi pare di essere passato attraverso scene medioevali. Non ne avevo idea. Sullo stradone da Treviglio a Caravaggio, per una lunghezza di cinque chilometri, non ho trovato che carrettoni affollati di villani che andavano al santuario cantando come tanti ubbriachi. Mi riproducevano i coscritti che ritornano al paese bevuti col numero di leva nel cappello. Alcuni avevano la giacca appesa alla spalla sinistra, parecchi la frasca e il fiore giallo o rosso nel bindello del copricapo e molti la paglia del virginia sull’orecchio. La loro canzone era monotona e stucchevole come la campagna a pianura che mi circondava. I carrettoni delle donne superavano quelli degli uomini. Le giovani erano sedute lungo due panche e le vecchie sulle scranne di lisca. Qualche volta il trabalzo mandava le une sulle altre, suscitando la risata collettiva. Le giovani si tenevano per il braccio e cantavano anch’esse, come gli uomini, una canzone lenta e malinconica che mi strascicava per le orecchie come la marcia funebre. Le vecchie filavano il lino sulla conocchia tenuta sotto l’ascella, torcendolo col fuso che abbandonavano nel vuoto con una spinta a girare su se stesso. La maggioranza delle prime aveva la testa scoperta, con la capigliatura unta di olio pettinata alla madonna, con le trecce al vertice, avvoltolate l’una rasente all’altra, le quali davano l’idea di un cocchiume di capelli. Nel rilievo delle trecce erano ficcate le spadine con la punta senza trafori, o gli spillettoni dalla capocchia quadrettata e dorata. La minoranza delle seconde l’aveva coperta da un piccolo cachemire dai colori vivaci che lasciava vedere un po’ di nuca, come il fichu in testa alle signore. Le brianzuole maritate avevano nelle trecce un chilogrammo d’argento in tante spadine diffuse come un mezzo cerchio di sole. La caratteristica di alcune maritate era la fascetta a colori sorgente dalle vesti come una armatura di bacchette di balena a sorreggere il seno pieno di latte che tremolava e traboccava.

Prima di arrivare sulla vasta piazza girata a nordest da un portico di mattoni che la fabbriceria avrebbe dovuto continuare fino a Caravaggio, si vedevano ai due lati dello stradone, i baracconi che vanno a tutte le fiere. Il baraccone degli animali feroci, il baraccone della donna mostro, della donna pesce, della donna cannone, della donna che cucisce coi piedi; il baraccone dei saltimbanchi spiantati, stracciati, affamati, i quali fanno un chiasso del diavolo per poi disilludere con quattro stracci di salti mortali e qualche sudiceria di un pagliaccio senza spirito. Verso la curva della piazza incominciavano le giostre, le altalene, i venditori di angurie, di pomi, di polvere bianca per i topi, di radice per guarire i denti. E continuando fuori del portico si incontravano i calzolai, i calderai, i sellai, i panierai ed i magnani con la loro fucina che arroventava i saldatori. Sotto i portici, tra le colonne, si trovavano tutti i girovaghi degli ambienti sacri. La carriuola di libercoli religiosi, la venditrice d’immagini, l’uomo con al collo centinaia di corone e con le mani piene di medaglie, il banco di refe, d’aghi, di spilli e di bottoni di camicia; la tavolata delle pezze di cotone, di lana, di flanella, di tele bombagine, di fazzoletti, di scialli, di veli e di bande rosse e azzurre per i fianchi paesani. Di zoccolai ce n’erano un po’ di qua e di là, un po’ sotto il portico e un po’ all’aria aperta, documento irrefutabile che la popolazione dei paesi lombardi non ha ancora smesso la calzatura che stronca i piedi, indurisce i piedi e lascia camminare così maledettamente i piedi!

Per il largo della piazza c’erano le rivelatrici dell’avvenire, le donne che dall’alto delle scranne invitano la gente a farsi predire il futuro. Erano donne tra i trenta e i quaranta, brutte, lercie, con gli occhi e la bocca della megera. La loro sfacciataggine era tale che mi faceva ridere. Per dieci centesimi preannunciavano gli avvenimenti più importanti della vita. Alcune traevano l’oroscopo guardando il palmo della mano, altre facendo il giuoco delle carte. Parlavano male. Strapazzavano l’italiano in un modo orribile. Adattavano le predizioni alle persone che andavano a interrogarle. Ti adocchiavano malandato di salute? Ti dicevano che nel passato la tua vita era stata tribolata, molto tribolata, ma che adesso si vedeva che qualcuno si era commosso delle tue sventure, che qualcuno vegliava su te.

“Non passerà molto, o buona donna, che sarete guarita e fortunata. È in viaggio qualche cosa per voi che vi porterà fortuna. Abbiate fiducia, sperate”.

La mia indovina era una bionda che avrebbe potuto essere graziosa e fresca se la vitaccia grama e randagia del baraccone non gualcisse e avvizzisse a vapore.

– C’è però della poesia nella vitaccia della gente che vive delle fiere, dei mercati, delle sagre e dei santuarii. La conosco perché ho amato per qualche settimana una saltatrice che passeggiava sulla fune cogli occhi bendati. Ho avuto parecchie opportunità di trovarmi con tutta la famiglia dei saltimbanchi. E ti posso dire che, malgrado la necessità di vestirsi e svestirsi gli uomini in faccia alle donne e le donne in faccia agli uomini, la moralità non poteva essere più alta. L’abitudine corregge tutto. Il corpo nudo in mezzo a loro non destava desideri.

– Non volevo disonorarli. Volevo semplicemente dirti che mangiano e dormono tutti assieme, cani, gatti, uccelli, marmotte, bimbi, ragazzi, giovani e vecchi dei due sessi, in uno spazio di due metri quadrati a dir tanto. In una atmosfera carica di tutte le respirazioni, di tutte le trasudazioni e di tutti gli odori pestilenziali di una popolazione che non ha ritegni, bisogna invecchiare prima del tempo. Ne convieni?

La mia indovina mi guardò negli occhi come per trarre alla superficie i miei pensieri intimi, palpeggiandomi la mano con la sua ruvida.

“Giovine” mi dissella, seguendo con un dito le crene del palmo della mia sinistra. “Voi avete amato una donna dalla quale siete stato tradito, con grande amarezza del vostro cuore”.

Pronunciò le ultime parole con un lungo sospiro.

“Giovine” riprese la veggente “voi avete sofferto immensamente, ma ora siete alla fine del vostro affanno. Vi toccherà aspettare ancora un poco. Ma vedo in fondo all’ultima venuzza la donna fedele della vostra vita. È bella, è ricca, vi darà molti figli e vivrete tanti anni assieme.

“Ditemi qualcosa dei miei genitori”.

“Avete in tasca qualche cosa di loro?”

Le diedi una lettera dicendole che era di mio padre e il mio fazzoletto bianco per quello di mia madre.

Dopo un po’ d’esitazione, si mise la lettera e il fazzoletto sotto gli occhi, li guardò attentamente e poco dopo disse senza impallidire:

“Giovine, vostra madre è morta quando eravate piccino. Voi la rimpiangete sempre. Ma il padre che avete è un padre affezionato che vi vuole tanto bene: amatelo, perché lo merita”.

Ma tu non hai visto nulla se non hai assistito ai drammi delle chimere miracolose che si svolgono ai margini della Fontana benedetta, a pochi passi dall’altro fianco della chiesa, tra le così dette osterie all’aria aperta, dove il contadiname va a mangiare per due o tre soldi il risotto giallo come la buccia del limone, la minestra dura come la mota e i pezzacci di formaggio impolverati che hanno servito di pasto a legioni di mosche e di mosconi scappati dai letamai.

Tu vi arrivi uscendo dal piazzale e voltando l’edificio del santuario. Ha più dell’abbeveratoio che della piscina. L’acqua inquadrata nel granito è poco profonda e vi scorre limpidissima. È una fontana sbucata spontaneamente dal suolo, subito dopo l’apparizione della Madonna, il 26 maggio 1432. La leggenda aggiunge che la sorgente dista una spanna o due dalle vestigia dei piedi della madre di Dio apparsa alla Gioannetta, la quale, come sai, subiva i maltrattamenti del marito con pazienza e rassegnazione. Nel momento dell’apparizione ella si trovava in ginocchio a pregarla di prestarle soccorso a caricarsi sulle spalle tutta l’erba falciata per il bestiame.

“Oh! Madonna” si dice che supplicasse “da voi sola aspetta soccorso la povera vostra serva! Deh! non abbandonatela…”.

– So il resto.

– Comparve la Madonna in persona. Era una signora alta, avvenente, dall’aspetto venerando, dal portamento maestoso. Indossava un abito ceruleo, con il capo cinto da un velo candido.

“Oh Madonna santissima!” gridò la Gioannetta.

“Sì” rispose la madre del Signore “sono proprio io. Le tue preghiere, per mia intercessione, sono state esaudite da mio figlio e ti sono già preparati i tesori del cielo”.

Poi la Madonna, circonfusa nell’aureola della gloria celeste, le ordinò di propalare la sua venuta in terra e di dire a tutti che l’iniquità del mondo aveva eccitato lo sdegno del cielo, ma che mercé sua l’ira divina era stata placata.

I continui prodigi dell’acqua santa attirarono le moltitudini dei paesi circonvicini senza convincere gli increduli. Ci fu un tal Graziano che negava ogni virtù al sacro fonte. E per dispetto vi gettò un ramo secco, dicendo:

“Fatemelo fiorire, o Madonna, se siete buona!”.

Immantinenti il ramo si rivestì di fronde verdeggianti e di fiori che diffusero tutt’intorno un profumo soavissimo.

– Questa è storia.

– Come l’ho letta nella descrizione del santuario. A me pare crudele che si permetta che i deficienti e gli infermi corrano dietro alla chimera del miracolo che li mantiene in una continua convulsione e dà loro una specie di allegrezza mistica ch’essi scambiano, sovente, per della grazia divina. Ammetto la libertà di uscire dal mondo a chi è stanco della vita, ma non ammetto, non posso ammettere che si spinga la menzogna fino a burlarsi di tutte queste turbe di insensati e di esasperati alla ricerca di una guarigione che non troveranno mai.

– Che cosa vuoi che si faccia?

– Si chiudano, si demoliscano, si distruggano, tutte queste botteghe della religione! È triste che ci siano santuarii che suscitino tante speranze e lascino poi gli illusi nella crisi della disperazione! Mi faceva pietà tutta quella povera gente che vedevo alla Fontana inumidire gli occhi cisposi, tuffare i piedi imbrattati di sudore e di palta, bagnare le piaghe purulente, immergere le gambe storte e i monconi delle braccia, spruzzare e strofinare il ventre e lo stomaco, addolorati o atrofizzati, inaffiare le croste della testa, lavare i tagli marciosi del collo e bere a sorsi l’acqua che riceveva il pus delle fistole, le gocce sanguigne delle parti malate, il sudiciume della pelle non avvezza al lavamento, come un elisir, come una bevanda che desse loro l’estasi della consolazione paradisiaca! Non pochi pellegrini, prima di sommergere la parte angustiata nella Fontana, rimanevano là, soffermati sulla pietra del margine, con le pupille fisse sulla superficie, quasi vi fosse riflessa l’immagine della Madonna, con le mani giunte vicino alle labbra, in un atteggiamento di persone più in cielo che in terra. Coloro che vaneggiavano slargavano le braccia penzoloni come se fossero stati stanchi del supplizio di aspettare la grazia. Il cieco del Casone, che non aveva mai aperto bocca, non appena sentì l’aria umida della Fontana sulla faccia divenne frenetico e loquace. Chiamava il Signore e la Madonna e sorrideva con gli occhi opachi in alto, aspettanti la mano divina che portasse via la cateratta e li inondasse di luce.

– Hai veduto dei miracoli?

– Nessuno! Ho veduto uno storpio che teneva la gamba nell’acqua sorridendo come un ebete e dicendo, a intervalli, che sentiva per il piede un fluido che gli dava piacere. Il poveraccio ha dovuto andarsene con la gruccia sotto l’ascella. La madre di un ragazzo che aveva perduto un occhio si curvava, si levava dalla Fontana con il cavo della mano pieno d’acqua, e lasciava cadere nell’occhio sgraziato, a goccia a goccia, il liquido, pregando a alta voce la Madonna di guarirle il suo Nicoletto.

“Oh Madonna di Caravaggio, fatemi la grazia!”.

E questa impostura dura da secoli! Le generazioni si cambiano, le rivoluzioni scientifiche squarciano il velame dei misteri e le moltitudini continuano a farneticare dietro queste fole che alimentano la pazzia!

– Perché la folla è al di fuori del mondo che progredisce. Essa è oggi quello che era cento anni sono. Sporca, ignorante, credente, pusillanime. Tu vorresti demolire i templi e seppellire la fede. Bisogna invece far entrare la folla nell’orbita della vita evoluzionaria. Essa deve modificarsi, correggersi, elevarsi, fortificarsi nelle scuole pubbliche come le altre classi progredite. Le masse della produzione sociale, le masse del lavoro devono diventare, come gli altri, dei cittadini. Nel Contratto sociale è detto che chi è cristiano non è cittadino. Chi è cristiano è schiavo di un Dio che gli sta alle carni come un cilicio, schiavo di una rassegnazione che gli fa idolatrare i tormenti di questa vita per i godimenti celestiali dell’altra! La grande rivoluzione francese che ha voluto essere iconoclasta, e rovesciare gli altari prima di avere i cittadini, è perita nel sangue ed ha veduto risorgere il Cristo, il gerente responsabile di tutte le menzogne religiose, circondato dall’evangelio, circondato dai santi, circondato dalle vergini, circondato dagli eserciti che si abbandonano alla devozione, agli entusiasmi, all’adorazione di tanti personaggi immaginari di un mondo che non esiste.

– Tu hai ragione. Io stesso non sono cittadino che da poco. Se pur lo sono. Perché qualche volta, non ho vergogna di confessarlo, sono ripreso dalle tanaglie del dubbio e ritrascinato in mezzo alla gazzarra religiosa. E per riuscirne devo violentare me stesso e prendermi idealmente a pedate per cacciarmi fuori dalle paure di un al di là che mi hanno fatto succhiare col latte.

Dopo la sorgente delle celesti misericordie ho riattraversato la piazza e dal portico sono entrato nella Cancelleria del Santuario, la quale è una vera fiera religiosa ove si vendono il pane impastato con l’acqua del sacro fonte, l’olio per le lampade, le candele, i pezzi della camicia della Madonna che i sacerdoti le cambiano ogni anno, le messe basse, le messe cantate, le messe solenni, le benedizioni col SS. Sacramento e le litanie. I devoti entrano in uno stanzone a pianterreno, ove è un banco che va da una parete all’altra, vicino alla parete in fondo. Al centro del banco era il custode sacerdote o un sagrestano in cotta che non faceva tempo a registrare. Egli era alle prese con una funzione di gente che aveva eternamente la coda oltre il porticato. Registrava messe sopra messe senza stancarsi, senza affrettarsi, senza confondersi, senza perdere la flemma. Agli impazienti che gli mettevano i denari sotto il naso, diceva col sorriso dell’uomo grasso che non va mai in collera: “Lasciate fare che verrà anche la vostra volta”.

Domandava a tutti, con grazia, il nome e il cognome, il numero delle messe e quali messe. E a chi voleva saperne i prezzi rispondeva: “La bassa costa due lire, la cantata sei e cinquanta e la solenne dodici”.

I pellegrini che si contentavano di una sola messa bassa si potevano contare sulle dita. Gli entusiasti ne ordinavano sei, dieci, venti, trenta, aggiungendovi magari la benedizione che costa nove e cinquanta. Ogni persona, oltre le proprie, faceva registrare quelle dei devoti assenti o impossibilitati a andare al Santuario. Così non ti devi meravigliare se ti dico che ho veduto degli uomini e delle donne lasciar là cinquanta e cento e più lire. Il ventisei maggio, l’anniversario della apparizione, è, per il Santuario, una giornata coi fiocchi, una giornatona feconda di parecchi biglietti da mille.

A sinistra, a poca distanza dal custode sacerdote, era il frate occupato con la gente che voleva accendere candele e lampade nel Santuario. Anche lui registrava e anche lui aveva da fare con una moltitudine che si prolungava al di là dell’uscita senza diminuire mai. La faccia del frate, in un’ombra più fitta di quella in cui era sommersa quella del prete, pareva una maschera arcigna. Non rideva mai, non s’increspava mai, non s’illuminava mai. L’impazienza e le interrogazioni del pubblico lo lasciavano indisturbato. A coloro che volevano sapere se era meglio accendere una candela o una lampada, rispondeva, con indifferenza glaciale, che l’ispirazione doveva venire dal devoto e non dal ministro della religione. Ma non poteva evitare di rispondere quando lo si interrogava sui prezzi. “Che cosa costa una candela?” gli domandavano a ogni quarto di minuto. “Una lira. Accendere una lampada per una novena, due lire. E se volete accenderla per un giorno solo, venticinque centesimi”.

Sono rimasto nello stanzone più di un’ora e non ho veduto proprio che i pitocchi, i pitocchi che perdevano i piedi, le ginocchia e i gomiti, contentarsi di venticinque centesimi d’olio. Gli altri, il grosso dei fedeli, volevano l’olio per delle novene, e tante candele per tante giornate.

A nessuno di quei fanatici è forse mai venuto in mente di domandarsi che bisogno potevano avere Dio e la Madonna dei ceri e delle lampade accese in terra, con tanta illuminazione in cielo. Ma già i bigotti della fede cattolica non ragionano. Se ragionassero crollerebbe tutto l’edificio religioso. Ciascuno si darebbe dei pugni piuttosto che far dire delle messe a pagamento per degli sconosciuti invisibili e impalpabili. Ho pregato anch’io e posso capire i credenti in ginocchio, con la fronte atterrata, a recitare le orazioni. Ma le messe, le benedizioni e le litanie a prezzi di tariffa sono superiori al mio comprendonio. Basterebbero esse sole a fare di me un rivoltoso. La vendita dei pani benedetti e dei pezzetti del velo che ha coperto la Madonna di sasso mi meraviglierebbe, mi ricorderebbe troppo il mercato. Il mercimonio sulle miserie fisiche e morali di una popolazione tanto infelice, mi farebbe piangere, te lo giuro.

– E ti credo.

– L’atto più tetro del dramma di Caravaggio si svolge in chiesa. Nella basilica si vedono scene da far dubitare di se stessi. Ci sono momenti in cui non si sa più se si è fra gli ammutinati di un manicomio o in una bolgia infernale. Si emettono grida da lasciar credere a un impazzimento generale e si commettono tutte le stranezze delle masse terrorizzate dal demonio.

Io ho potuto penetrarvi lasciandomi portare dalle ondate mattutine, le quali mi sbattevano da una parte e dall’altra con le moltitudini quasi ammansate dalle litanie che si spargevano per le orecchie come una letizia celeste. Più tardi le ondate si azzuffarono e diventarono spaventevolmente tumultuose. La gente non passava più dalle entrate che dopo una lotta omicida per sgrupparsi e non entrava nell’interno che con la violenza della fiumana che rompe la diga. Si arrivava in mezzo alla calca trafelati, sudati, stravolti, come persone salvatesi da un tumulto nel quale credettero di lasciare la vita. Nella calca si ricominciava a sentirsi pigiati, premuti, oppressi fino alla mancanza di respiro, costretti più di una volta a proteggersi lo stomaco con le braccia. I violenti esasperavano. Si facevano largo con la brutalità della spallata e sfollavano coi pugni tesi, andando sui piedi di chiunque non poteva tirarsi indietro. Gli indemoniati dagli spiriti maligni sospendevano il movimento verso l’altare, lieti tutti di lasciarli passare e guarire prima degli altri. Tratto tratto si udivano scrosci di pianto che traducevano la passione immensa degli afflitti o voci che salivano alla cupola eccelsa e morivano nel vuoto come preghiere languide di peccatori che avevano perduta la speranza di convincere l’Altissimo del loro pentimento. Le soste lunghe e noiose aumentavano la febbre delle avemarie e dei paternoster cogli amen! secchi che facevano trepidare i nervi e davano modo agli eccitati di levare le mani congiunte e contorcerle dallo spasimo della loro anima impaziente. Io guardavo le pareti coperte di tavolette e di quadretti votivi delle grazie fatte. E, qua e là, dove potevo, leggevo che un cieco aveva ricuperata la vista, che il ginocchio di una donna, stata in letto quattro anni, aveva ripreso la funzione di muoversi, che una bimba era rimasta illesa dalle gambe di un cavallo infuriato che le era passato sopra, che un uomo, con un piede tormentato dalla gotta, aveva potuto uscire dalla chiesa a corsa, che Crenzi Costantina di Vicobellignano, diciottenne, da due anni straziata da fierissimo male e ridotta in fin di vita, il 26 maggio 1881, nell’ora anniversaria dell’apparizione, ha potuto esclamare: “Oh cara Madonna, sono guarita!”, che Luigi Cremonesi, giovine lodigiano, affetto da un tumor freddo al ginocchio, nel settembre del 1881 ritornò a casa in perfetta salute. Bada che non invento. Quando sei preso dal dubbio va a Caravaggio e divertiti a leggere le iscrizioni dei quadretti votivi appesi come tanti testimoni indiscutibili. Da tutte le parti, in alto e in basso, si trovano tavolette illustrate delle persone che attribuiscono il miracolo alla B. V. per averne pronunciato il nome nel momento del pericolo. Ci sono ruote di carrozze trascinate da cavalli impetuosi che sfiorano il caduto o la caduta, fiamme che escono repentinamente da un edificio dietro una madre che corre col bimbo e si salva senza una scottatura, treni che si fermano di botto per dar tempo a una ragazzina di attraversare il binario, mentre una madre lontana agita le mani come un’ossessa e grida: “Oh, Madonna!”. Ci sono… ce n’è un subisso di miracoli illustrati e non illustrati. Ricordo quello di Paolo Vailati di Crespiatica cremasco. La scena è un calesse col cavallo che si impenna all’incontro del tramvai. Paolo, discendendo dalla carrozza, viene sbattuto dal quadrupede infuriato proprio a capello, dirò così, del treno che passa senza neppure scorticargli un dito, per la semplicissima ragione che aveva avuto il buon senso di gridare: “Oh Madonna di Caravaggio!”. I rachitici faranno bene a non dimenticare Caravaggio. Tutti quelli che vi sono stati se ne sono trovati contenti. Perché hanno lasciato là le stampelle, i gambali, i bracciali, gli stomachi di latta, i fianchi che li tenevano ritti e i ferri con le cinghie che non avevano saputo accomodar loro le membra deformi. Ah sì, chirurghi ciarlatani, andate al Santuario a parlare di ernie guaribili in pochi giorni, là dove basta pronunciare il nome della B. V. per buttar via il cinto e appenderlo alla parete! Là dove si insegna che la medicina e la chirurgia sono diventate inservibili! Non occorre che la fede. Credete e sarete guariti.

Qui faccio dell’ironia, ma là, in mezzo a tutti quei mendicanti di salute che si battevano il petto, congiungevano le mani, dicevano parole sconnesse, guardavano trasognati, singhiozzavano con la preghiera in bocca, venivo sorpreso dalla desolazione. In certi momenti mi sentivo così commosso da dover fare degli sforzi per non mettermi a piangere coi piangenti assetati di grazia divina. Una povera signora, che mi era vicina e che non poteva star in piedi senza essere sorretta dal figlio e dalla figlia, diceva che avrebbe regalato alla Madonna una veste di seta azzurra senza badare a spese, se l’avesse guarita. E un’altra donna che le stava vicino le disse con un profondo sospiro: “Beata voi che potete! Io non posso offrirle che la corona del mio rosario!”.

Ero stufo di stare in piedi, di udire i lamenti che mi andavano nelle budella come spasimi e di respirare l’aria appestata di tutto quel mare di gente che voleva liberarsi dalle infestazioni del demonio e dalle piaghe stomachevoli. E mi misi nella corrente che si scaricava lentamente verso il sacrario della Madonna taumaturga. Nell’atto di mettere il piede sul gradino del semicircolo dell’altare per passare dalla parte delle sagristie, venne su dallo speco della B. V. un grido tumultuoso che annunciava la grazia! Di sopra nessuno poteva vedere chi fosse l’eletta o l’eletto della Madonna, né che grazia avesse fatta. Ma i pellegrini non seppero resistere. Come se la grazia fosse stata per tutti, tutta quella massa di dementi cadde sulle ginocchia, si fece più volte il segno della croce, e dopo essersi nascosto il viso nelle mani, innalzò il ringraziamento col canto delle litanie. A sentirli tutti assieme si prova una emozione che non si può esprimere. Il mio pensiero era disfatto. Tu volevi la prova, mi dicevo, ed ecco la prova. Migliaia e migliaia di persone erano là pronte a giurare che la grazia della guarigione si era compiuta sotto i loro occhi. Mi lasciai trascinare, vi andai anch’io. Anch’io discesi i gradini che conducevano alla gloria del miracolo. E giù dabbasso, nell’oscurità del piccolo sotterraneo, cercai la taumaturga e rimasi inchiodato nell’angolo fino a un altro grido convulsionario. Grazia! grazia! grazia!

I due sacerdoti all’entrata della cappella della B. V. erano oppressi da un lavoro senza posa.

Tutti i pellegrini avevano roba da far benedire. E per benedirla dovevano pronunciare delle parole in latino e far toccare le cose alla statua. Così, dal loro posto, senza muovere i piedi, continuavano il moto del mezzo giro. I pellegrini facevano benedire ombrelli, grucce, bastoni, veli, cappelli, scialli, mantelli, lenzuola, calze, fazzoletti, corone, medaglie, monete, orecchini, fermagli, anelli, giacche, sottane, pezze, bende, federe di cuscini, coltroncini, pezzi di tappeto, camicie, mutande, calzoni, immagini e stracci schifosi da buttar via. Era tra loro una gara. Ciascuno si vuotava le tasche, si toglieva gli ornamenti, si cavava quello che poteva, incluse le scarpe quando gli affamati di miracoli non venivano trattenuti dai due sagrestani di dietro che li sollecitavano a uscire, per lasciar posto agli altri, risospinti e trattenuti a stento dai due sagrestani in alto, al principio della scala.

La seconda grazia… Che cosa vuoi che ti dica?

Era una donna che aveva le gambe gonfie. Non poteva andare che con due bastoni. Era inginocchiata, con la bocca che baciava la B. V.

“O Vergine Maria!” esclamò l’idropica alzandosi “sono guarita!”.

In un minuto i pellegrini di sopra e dabbasso ricominciarono le litanie.

Ero nella strada e ne udivo ancora il coro di ringraziamento: “Sancta Virgo virginum, ora pro nobis”.

Giorgio era in piedi senza una goccia di sangue. Il suo viso dilavato lasciava pensare all’uomo uscito dal sepolcro. Pareva che tutta la sua giovinezza fosse scomparsa sotto un’ammantatura cadaverica. Tremava. Con le mani febbricitanti si teneva le braccia agitate e con lo sforzo dei denti sui denti cercava di frenare la concitazione delle labbra. L’emozione era così forte che si sentiva soffocare. Con le parole crudeli che gli tumultuavano ancora per il cervello, credeva di essere vittima di un sogno, di un triste sogno, di un sogno che avrebbe voluto distruggergli la ricca messe di gioia. Non era possibile che Annunciata fosse vile e volgare come l’ultima delle femmine. Con lui poi che non aveva pensato che a lei. Che non le aveva domandato nulla. Che se l’era presa così, come era, con le braccia dell’amante che non pensa che al futuro.

– L’avvenire doveva essere mio! – si diceva sciogliendo le braccia con rassegnazione. – Signori che parlate di riabilitazione, andate a studiare quest’Annunciata che sa baciare il marito con la passione della moglie innamorata, calda degli abbracci di un altro! Diteci quando è sincera, se col primo o col secondo, o se non lo è né con l’uno, né con l’altro. Forse è sempre bugiarda; bugiarda col marito, bugiarda con l’amante! Elevate la donna dal basso fondo fino a voi, circondatela del lusso, sopprimetele ogni occasione di ritornare alla mala vita e vi troverete col problema allo stesso punto! Il vizio non esce dalla carne della Messalina. È ereditario, è eterno. Passa da un corpo all’altro e rimane immortale.

E vedendola andare verso il salotto tese il braccio.

– Vattene! vattene! È odiosa la vita del tradimento!

– E di chi è la colpa? Tu mi dici d’andarmene, e io non ti obbligherò a chiamare il custode per mettermi alla cancellata. Ma di chi è la colpa? Credi tu che io ti abbia sposato per i tuoi denari? Tu sai bene che io non ho vergogna di ritornare al fosso. Ero povera, ritorno povera, ecco tutto. Ma taci, lasciami dire. Ti ho preso perché sentivo di volerti bene. Ti ho amato, ti amo, ti amerò sempre.

– Non mentire anche negli ultimi momenti!

– È la verità, ti dico. Insulta pure. Le tue supposizioni non mi inquietano. Perché non sei tu che potrai farmi credere che io sia una prostituta per il semplice fatto di essermi data a un altr’uomo. No, no, tu non mi convincerai mai d’esser stata infedele. Io sono troppo sana per sentire la libidine. Annunciata non fu mai che tua. È la verità, è la verità! Lo giuro innanzi al Signore che ci vede, che io non ho mai pensato all’adulterio. L’adulterio mi è stato imposto…

Sul volto di Giorgio riapparve la fiamma della vita.

– Oh mia Annunciata!

E con la frase calda d’amore le andò sopra coi baci.

Egli aveva così bisogno di credere, così bisogno di perdonare che la sopraffazione, la violazione, l’oltraggio diventavano un sollievo al suo cuore che sanguinava dalla confessione. Annunciata lo respinse come se fosse stata cinghiata.

– Indietro, non voglio i tuoi baci, i baci dell’uomo geloso! L’uomo geloso mi fa paura come il cane idrofobo. Ti ho detto che mi è stato imposto. Dovevo parlare al plurale. Dovevo dire che ci è stato imposto. Sì, c’entri anche tu. Se l’adulterio imposto è un delitto, Giorgio, tu pure sei colpevole. Tu ti meravigli. Voialtri uomini cadete sempre dalle nuvole. Ma i fatti sono più forti della meraviglia. Non cercare altrove. Quello che è avvenuto era una necessità delle nostre condizioni fisiche. Io sono nata madre. Io sento la maternità come poche donne sentono. Avere dei figli è per me un bisogno imperioso. Lo sai, lo sapevi. Nelle ore della tenerezza e degli abbracci lunghi, ti passavo coll’alito caldo sull’orecchio e ti mormoravo le parole dolci del mio sogno. Giorgio, sii mio, fammi madre perché voglio essere tutta tua, dammi un figlio perché voglio vivere nella tua generazione. Tu te ne sei accorto, non negare. Tu sei stato testimonio delle mie insonnie, delle mie inquietudini, del mio malessere. Più di una volta ho dovuto accusare i materassi e alzarmi e aspettare l’alba in giardino come una disperata. Tu ti crucciavi. Tu volevi che fosse una malattia. Nessun medico poteva guarirmi, Giorgio. Te lo dissi, te lo ridissi. Ma tu non capivi o fingevi di non capire. E io son rimasta sola a sciogliere il problema.

Ci fu una pausa. Annunciata, a pochi mesi dal parto, aveva della dea. Vestita di foulard acceso che coloriva l’ombra nella quale andava innanzi e indietro, coi fianchi che la gravidanza aveva reso ancora più possenti, diventava invincibile quando levava il braccio che si snudava e si piantava nel vuoto come una affermazione. La sua voce aveva accenti nuovi. I suoi pensieri si sgarbugliavano, si snodavano, si scaldavano, diventavano eloquenti.

– Tu ti ricordi, Giorgio, che cosa dicevamo, nel primo anno, della donna sterile. Ci faceva ribrezzo, ci pareva una donna mancata e la vedevamo nella famiglia come una triste figura che porta la desolazione. Tu, Giorgio, vi aggiungevi la nota funebre. La vestivi di gramaglie e la lasciavi nella casa coniugale come una donna senza la missione della donna. Era una sciagurata che moriva, che portava tutto nel sepolcro: nome, affetti, memorie! Oh come era brutta la donna sterile che mi dipingevi, Giorgio! Te ne ricordi? E io frenavo i miei desideri, rovesciandomi nelle tue braccia, lasciandomi baciare fin che volevi, accarezzata dal pensiero che io non sarei rimasta infeconda. Perché io volevo essere tutta tua fino alla morte. Te ne ricordi, Giorgio? La fatalità ha voluto diversamente. Ho pianto più di una volta su questa nostra sciagura, perché infine, tu, povero Giorgio, non ne avevi colpa. Io era incalzata ed ho dovuto sciogliere da sola il problema dell’impotenza. La sovrana voluttà di essere madre ha superata la mia avversione per l’adulterio. Lo so, avrei dovuto dirtelo prima. E questo sotterfugio, te lo giuro, mi è costato una lacrima. Sovente sono stata lì lì per gettarmi al tuo collo e implorarne il consenso. Ma tu vedi come la gelosia degli uomini è perversa! Oscura la ragione, rimescola il sangue e spesso incita all’assassinio. Gli uomini sono ostinati. Preferiscono la menzogna. Tutti sanno come si svolge la vita. Tu lo sai, tu me ne hai parlato. Tu mi hai spalancato l’uscio di parecchi santuarii. Non voglio, Giorgio, essere di quelle. Il mio peccato è un altro peccato. Ma gli uomini, confessalo, sono ostinati, ostinati, ostinati! Lasciar fare quello che loro hanno fatto diventa un abbominio, un orrore. Si sfascia la famiglia, si capovolge l’ordine sociale. Confessalo, Giorgio, che è il loro punto debole. Come sarebbero più saggi e più grandi se lasciassero passare la vita senza simulare una virtù che non esiste!

Giorgio rimaneva lì a bocca aperta. Non aveva mai saputo che in sua moglie si celasse la difensora di una sua vecchia idea che gli aveva fatto credere che l’adulterio entrasse nella famiglia come un fortificatore, un perfezionatore e un conservatore della specie! E si stringeva la fronte come per ritornare ai tempi delle ubbie giovanili. Ma l’istinto del marito si rivoltava.

– L’adulterio è malsano e ciò che dici è immorale.

– Non mi offendo. Ti credevo superiore alla massa degli ammogliati. Ho errato, ne convengo. Ma se è immorale l’adulterio imposto da condizioni speciali, che cos’è allora il marito che prende moglie nella tua condizione, per esempio? Non sei tu venuto meno, non hai tu contravvenuto al contratto, non mi hai tu defraudata, non hai tu calpestato il mio diritto di essere madre? Giudichi il cielo. Io non avrei voluto accusarti, ma poiché tu lo vuoi, sia. Noi siamo pari. Forse non lo siamo. Forse c’è qualche cosa di più a mio favore. Forse io dovrei essere il tuo giudice. Ma mi metto al tuo livello. Siamo tutti e due immorali. Ah, sì, tutti e due! E allora?

Incrociò le braccia e gli si mise in faccia come un punto interrogativo.

– Io ho scelto. Io, Giorgio Introzzi, non metterò mai la firma sotto il lavoro di un altro, foss’anche un capolavoro. Il bastardo diventerebbe la mia persecuzione. Me lo vedrei dinanzi e penserei agli amorazzi di mia moglie… Mai, mai, mai! Tuo figlio è tuo e dev’essere tuo.

– E sarà mio. E a mio figlio darò il mio nome, non avere paura. Uomini ostinati! E sia… E sia pure! Tu hai scelto, non è vero? Hai votato per l’impotenza generativa, come tutti gli uomini del tuo tempo! Il rimorso non sarà mio. Ma tu non sei stato né saggio, né generoso, e ti compiango.

– Non ho bisogno del tuo compianto! – diss’egli mettendosi a passeggiare con le mani al dorso.

– Magari! Te lo auguro. Perché il tuo scioglimento è tutto a tuo danno, povero Giorgio. Tu, egoista, tu geloso, non vedi la vita negra del malmaritato costretto a portare la catena dei ricordi e a consumare nell’inedia, tra una mantenuta e l’altra.

– La vedo. Pagherò il vizio, purché il vizio non segga alla mia mensa coniugale.

– Sia fatta la tua volontà, Giorgio. Io non domandavo di meglio che il rispetto alla legge divina e umana. Ma sono donna infine, e al mio diritto di donna non rinuncio, dovesse il matrimonio andare in rovina.

Annunciata, con gli occhi pieni, presa al singhiozzo, si mise la mano al cuore come se avesse voluto ritardarne lo schianto.

– Il mio pianto è ancora della forza, Giorgio. Non si esce mica dalla casa di un uomo come te senza piangere. Non è il tuo lusso che mi fa parlare. Il lusso non è mai stato una necessità della mia esistenza. Eccoti i tuoi gioielli, sono tuoi. Non so che farmene. Non mi servirebbero più che a farmi chiamare prostituta. Ma ricordati che Annunciata, la lavandaia, ti ha voluto bene. Senza quel tuo malanno noi saremmo stati felici. Addio.

– No, no! – gridò Giorgio con la faccia inondata di lacrime. – Tu sei mia! Senza la mia impotenza maritale…

– Troppo tardi, Giorgio. La è finita. Le tue parole hanno scavato l’abisso. Passata la commozione, i dubbi risorgerebbero a contenderti la felicità che abbiamo distrutta con la nostra bocca. E poi? Tu sai che io son donna, e che al mio diritto di donna non rinuncerei mai. Tu sai che io sono madre e che non potrei rinunciare a mio figlio. In casa tua diventerebbe il tuo tormento. In casa mia e di suo padre…

– Annunciata! – le disse allargando le braccia per premersela sul cuore.

– Povero Giorgio! La è finita. Non sono più tua. I tuoi pregiudizi mi hanno disgiunta. D’ora innanzi io non posso più essere che la compagna del padre di mio figlio.

– Di Giuliano Altieri!

14 marzo 1884

Caro Giuliano,

Ho saputo tutto. Voi siete un bravo giovine. Conservatemi l’amicizia e non insegnate alla vostra compagna a dimenticarmi. Voi sapete che il destino non è nelle nostre mani. Porto la mia croce con rassegnazione. Ve lo dico piangendo. Non si spezza la vita senza dare un po’ di noi stessi. Portate pazienza e non offendetevi se vi dico che l’esistenza di voi due è diventata più cara della mia. Perché a voi non manca nulla per essere felici. Non abbiate paura. Non verrò a vedervi. Non turberò la vostra pace con la mia presenza. Mi contenterò di poco. Sarò lieto se penserete qualche volta che in via Goito è un infelice che vi vuol bene. Consumerò la mia esistenza nel lavoro. Farò come voi. Abbraccerò un ideale e gli dedicherò i miei giorni. Non il vostro ideale, perché non sono socialista. Io sono un semplice umanitario. Consolerò la povertà. Ecco tutto.

Giuliano, voi sapete che io avevo in animo di demolire il Casone per dare ai miei inquilini un edificio più consentaneo alla vita moderna. Il mio tipo, come vi ho detto, sarebbe stato quello del Peabody. Con questo non vi lego le mani. Da tempo voi studiate i problemi delle popolazioni povere e l’abitazione modello non può esserne stata esclusa. Il Casone è di voi due. Ne ho scritto al mio notaio, il quale è incaricato di trasmettervene l’atto di rinuncia. Demolitelo e rifabbricatelo. Ghiringhelli è il mio ragioniere e il mio confidente. Egli verrà a trovarvi per consegnarvi l’atto di procura che vi autorizza a riscuotere alla mia banca tutto ciò che vi occorrerà per la ricostruzione. Non ringraziatemi. Perché vi impongo un obbligo: l’obbligo di dare al nuovo edificio il mio nome. Così mi parrà di essere sempre con voi. Ghiringhelli vi dirà pure che non ho dimenticato i miei inquilini. Sarebbe stato ingiusto. Sono io che do loro la noia di un sanmichele e io devo pagare. Con la notifica di licenziamento momentaneo saranno condonati a tutti loro gli arretrati e gli affitti in corso e verranno avvertiti che il mio ragioniere si assume la responsabilità di pagare il settimanale delle stanze che andranno ad abitare fino al giorno dell’inaugurazione del Palazzo dei Lavoratori. Perché spero bene che non mi metterete in piedi uno dei soliti caseggiati della speculazione senza intelligenza.

Vi stringo la mano.

Vostro

GIORGIO INTROZZI

da: www.liberliber.it