Ruggiero Bonghi – Arnaldo da Brescia – PDF

Cara Sig.ra Giacinta,

Dal giorno che sono stato a desinare da lei, ne son passati parecchi che non l’ho vista; ma non n’è passato uno, che io non mi sia detto la mattina: stasera anderò a vederla di certo; ma poi durante il giorno la posta m’ha portato tanto lavoro, che non mi son potuto muovere neanche la sera. Ed Ella lo sa, e non se l’ha per male: poiché non dubito che si è ricordata di me, e avrà detto tra sé e sé: Certo quel Bonghi sarebbe venuto assai volentieri; ma chi sa quello che glielo ha impedito ed è invece rimasto a casa di mala voglia a buttar giú parole e pensieri.
È proprio cosí, com’Ella ha pensato. Di mala voglia, com’Ella s’immagina. Giacché talvolta anche a me par che sia troppo; e che, in luogo di scrivere e correggere, potrei con beneficio mio e del prossimo svagarmi. Ma ciascuno ha la sua condanna quaggiú; ed è ancora virtú, forse, l’accettarla silenziosi e l’espiarla volenterosi.
Pure, credo d’averglielo detto piú volte; e mi permetta che glielo scriva; giacché a me piace il farlo, e a Lei non può essere rincrescevole – tanto è buona con me, – e se v’è cui non piace, ci lasci parlare fra noi due. Non è il molto lavorare che mi dà pena; anzi mi dà gioia, e gli devo questo, e non è poco, di non sentire mai tedio, ch’è il gran debilitante d’ogni virtú umana. Ma questo m’affatica, che io devo talora passare da un soggetto a un altro opposto addirittura, innanzi che mi sia stancato del primo, e che nell’animo mi sia nato l’amore del secondo. Ora, la mente si distacca con rincrescimento da ciò di cui non ha ancor visto tutto, e si porta con rincrescimento verso ciò di cui non ha ancor visto nulla. È una separazione quella assai dolorosa e un congiungimento questo assai sgradevole; quantunque non siano separazione e congiungimento di cui s’abbia dal comune degli uomini nessuna sensazione. A me par talora di essere un viaggiatore, che attirato dalla bellezza d’un luogo si ferma a guardare, e prova a contemplarla una grande ebbrezza
Che gli entra per l’udire e per lo viso;
ma ecco che, mentre appena è sul principio di tanto diletto, vien qualcuno che lo tira per le falde e lo forza a partirsi di là, e ad affrettare il passo, e andare dove nessuna attrattiva parla al suo occhio e al suo cuore. Veda: ho riletto ora l’Arnaldo che le mando; l’uomo, sí, mi pare d’averlo colto: ma a riguardarlo mi veniva voglia d’illuminarlo di nuova luce di considerazioni e di fatti, di fermarmi a conversare con lui piú lungamente, cercando con piú acute domande di levargli di bocca il segreto delle sue azioni dove riman chiuso, e meglio manifestare e determinare il suo pensiero dov’è aperto. Ma mi son dovuto contentare di correggervi qualche errore e mutare qualche parola; poiché ragioni diverse mi sospingono per altre vie e m’impediscono troppe volte di fermarmi in quelle in cui sono.
Questa mi pare, signora Giacinta, una infelicità vera; pure me ne consolo col pensiero che noi siamo oramai in tempi, che studi perfetti e imperfetti sono del pari ricoperti in breve da un’onda di oblio; perché troppe cure e da troppe parti incalzano l’uomo e lo distraggono. Sicché, che vuol egli dire trattenersi più o meno in un soggetto, fermarvisi sinché vi paia che ci resti altro da dire, e non dipartirsene prima che vi paia d’averne detto ogni cosa? Vuol dire maggiore o minore soddisfazione nostra intima. E che valore ha questa per noi e per gli altri? Certo nessuno. E dopo avere studiato e scritto tutto il giorno, io mi domando talora: O non avresti speso meglio il tuo tempo, curando un ammalato con pericolo della tua vita, beneficando un povero con diminuzione de’ tuoi comodi, portando la parola del conforto alla creatura che geme? E gemono tutte, dice un testo. Io mi domando – e chi direbbe altrimenti? – se qualunque piú gran lavoro d’intelletto non sia vinto dalla piú piccola espansione di cuore. E da questa, non so se devo chiamarla umiliazione di mente, non mi solleva se non lo spettacolo di quei pochi che, come Arnaldo, hanno, nel forte pensare e intendere, trovato motivo al buono e virile operare.
Adunque, signora Giacinta, mi legga questo Arnaldo, se ne ha voglia, e mi dica poi se le pare di lui quello che n’è parso a me. Ché Ella ha l’ingegno acuto e l’animo saldo; e Le devon piacere i ribelli, a cui la ribellione è necessità e presentimento lontano di un ordine nuovo.
E, con ciò, mi voglia un po’ di bene e mi creda
Dev.mo BONGHI
Roma, 1 ottobre 1884.

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