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Giovanni Verga – Gelosia

Il Bobbia disse fra di sé: – Voglio vedere se è vero, o no! – E si mise in agguato sul canto di San Damiano. Crescioni stava là di faccia: c’era il lume alla finestra. Verso le nove, come gli avevano detto, eccoti la Carlotta che passava il ponte, colle sottane in mano, e infilava la porta di Crescioni. Vi andava proprio in gala, quella sfacciata! Allora – sangue di Diana!… In quattro salti la raggiunse in cima al pianerottolo, ché lei volava su per le scale; e Crescioni se li vide capitar dentro in mazzo, Carlotta e il suo uomo, acciuffati pei capelli.
Successe un terremoto! Lui a scansar le bòtte; il Bobbia, colla schiuma alla bocca, che aveva tirato fuori di tasca qualche accidente; la Carlotta poi strillava per tutti e tre. Crescioni, svelto, ti agguanta la coperta del letto, già bello e preparato, e te l’insacca sul Bobbia, che se no, guai! Il sor Gostino, un pezzo d’uomo che avrebbe potuto fare il portinaio in un palazzo, menava giù nel mucchio, col manico della scopa, per chetarli.
Accorsero le guardie e li condussero in questura. Là, colle ossa peste, cominciarono a ragionare. Carlotta sbraitava che non era vero niente, in coscienza sua! Ma con quell’omaccio non voleva più starci, ora che l’aveva sospettata! Tanto non erano marito e moglie.
– Se non siete marito e moglie… – disse il Delegato.
– Dopo cinque mesi che si stava insieme come se lo fossimo! – rinfacciava il Bobbia. – Cosa gli è mancato in cinque mesi, dica, sor Delegato? E vestiti, e stivaletti, e scampagnate, le feste e le domeniche! Allora avrei dovuto aprire gli occhi, quando si perdeva nei boschetti a Gorla, con questo e con quello, sotto pretesto di cogliere i pamporcini. E lasciavo fare come fossimo marito e moglie!
– Io non ne sapevo nulla! – borbottò Crescioni, asciugandosi il sangue dal naso.
– Giacché non ne sapeva nulla, stia tranquillo che non pretendo restare a carico suo, se non mi vuole! – strillò Carlotta, inviperita nel passare in rassegna gli strappi del vestito nuovo.
Il sor Gostino, testimonio, metteva buone parole. – Via, non è nulla! Dev’essere un malinteso -. Ma il Bobbia s’era cacciato per forza in casa altrui, a fare il prepotente; e fu miracolo a cavarsela con un po’ di carcere. – Tanto, non era vostra moglie! – profferì il Delegato. E il Bobbia rispose:
– Per me gliela lascio volentieri, quella gioia! Oramai ne sono stufo -.
L’amante si grattava il capo. Però Carlotta gli buttò le braccia al collo, dinanzi al sor Delegato, e gli giurò che d’ora innanzi voleva esser sua o di nessun altro.
Il sor Gostino l’aiutò a portar la roba dal Crescioni; ma intanto andava predicando che bisognava far la pace col Bobbia, appena usciva di prigione; se no, un giorno o l’altro, andava a finir male.
– Col Crescioni? – gridò poi il Bobbia. – Con quel traditore che mi faceva l’amico?…
– Bè! ora che s’è presa la Carlotta! Faccia conto che siano marito e moglie, e il torto glielo abbia fatto lei pel primo -.
Con questi discorsi non la finivano più, passo passo, dall’osteria di San Damiano alla porta del sor Gostino, sino a dopo mezzanotte, ciangottando colla lingua grossa. Una sera incontrarono la Carlotta a braccetto del Crescioni, e leticavano nel buio. Un’altra volta il Bobbia la vide che comprava della verdura dinanzi alla porta, e frugava nel carro dell’ortolano, colle braccia nude e spettinata. Talché pareva che gli fosse rimasto attaccato il cuore da quelle parti. Quando incontrava il Crescioni, aggobbito, colla barba di otto giorni che gli faceva il viso d’ammalato, si fregava le mani.
– Ci vuol altro che quel biondino per la Carlotta, ci vuole!
– Ogni giorno e’ sono liti e bòtte da orbi, – narrava il sor Gostino. – Ieri ancora la è scappata nel mio casotto seminuda, ché il Crescioni voleva accopparla. Dice che lo fa per levarsela dattorno -.
La vigilia di Natale, come Dio volle, riescì a farli bere insieme. – Volete incominciare l’anno nuovo colla ruggine in corpo? – La Carlotta stava sulla sua, in fronzoli, e arricciando il naso a ogni bicchiere, perché c’era il Bobbia presente. Carina, con quella frangia di capelli sul naso! Ma Crescioni aveva il vino cattivo, stava ingrugnato, colle spalle al muro, e tossiva di malumore. – Gli avete portato via l’amante, al Bobbia! O cosa volete d’altro? – gli sussurrò all’orecchio il sor Gostino. Il Bobbia, invece, si sentiva tutto rammollire, e pagava una bottiglia dopo l’altra, senza batter ciglio.
– Mi rammento – disse alla Carlotta nell’orecchio, – mi rammento quando siamo andati insieme a casa mia, la prima volta -. E Crescioni, con tanto d’occhiacci, cavò fuori il mento dalla sciarpa. Poi la comitiva andò via insieme. Crescioni avanti, colle mani in tasca e annuvolato. Aprì lo sportello e fece passare prima la Carlotta, borbottando:
– Sto a vedere che mi vuoi fare col Bobbia quel servizio che gli ho fatto io! –
Il sor Gostino sogghignava pensando: – Questa notte la mi capita in camicia di certo -.
Al Bobbia raccontava in confidenza come la Carlotta gli piacesse anche a lui, per quel suo fare allegro. – Senza ombra di malizia, veh! – Fortuna che sua moglie stava sempre al primo piano, dal padrone, il quale non gliela lasciava un minuto solo. Se no, gelosa com’era, guai! – Il sor Gostino aveva una paura maledetta della sora Bettina, che l’aveva sposato e innalzato a portinaio perché da quarant’anni lei era tutta una cosa col padrone. Tanto che costui, quando leticavano fra marito e moglie, e si udivano nella corte gli improperi e le parolacce della sora Bettina, si affacciava al balcone, in pantofole, e strillava colla voce catarrosa: – Ohè, Gostino! Cosa l’è sta storia? –
Ma torniamo agli altri due. Crescioni voleva sposare la Carlotta sul serio, perché essa gli andava dicendo che stavolta era proprio necessario. – Almeno, – pensava lui, – sarò certo che il bambino è roba mia! –
Il sor Gostino strizzava l’occhio furbo: – E se cercate un padrino, ve l’ho già bello e trovato!
– Che discorsi! – gridava la sora Carlotta tentando di arrossire.
Il Bobbia era arrabbiato come un cane. Da un pezzo non la vedeva; e la Gigia, tabaccaia, dopo averlo menato pel naso una settimana o due, gli aveva risposto picche, sulla guancia. – Ah! di lui non voleva più saperne, la sora Carlotta, onde farsi sposare dal Crescioni? – Si sentiva la febbre addosso ogni volta che la vedeva, dal bugigattolo del sor Gostino, a menar la tromba, dimenando i fianchi, o a portar su l’acqua, colla pancia in fuori.
– Mi lasci andare ad aiutarla, sor Gostino. No, non ho più sete. Il resto lo beva lei per amor mio -. Ma la Carlotta scappava via appena lo vedeva.
– Andatevene! C’è lui in casa. Poi, tutto è finito fra di noi -. Avrebbe voluto batterla e afferrarla per quella collottola grassa che gli faceva bollire il sangue. – Ah! tu c’ingrassi con quel tisico! tu vuoi farmi morir tisico come lui! Che son fatto di stucco, ti pare?…
– Dovevate pensarci prima. To’, questa vi calmerà i bollori -.
E Bobbia se ne andava scuotendo l’acqua dal vestito e bestemmiando.
Si fece il matrimonio. Nacque un bambino, due mesi prima del solito, e fu una femmina. Crescioni era sulle furie, perché almeno avrebbe voluto un maschio, e non dover pensare alla dote e a tante altre seccature.
– Quanto a ciò non si dia pena per sua figlia – lo confortava il sor Gostino – la farà come sua madre -.
Sua madre aveva fatto quello che sapevano tutti. S’era lasciata prendere dalle belle parole di un signorino, e dopo era scappata via di casa, per nascondere il marrone, accorgendosi che la mamma le ficcava gli occhi addosso senza dir nulla, e si sentiva salire le fiamme al viso. Fu un sabato grasso; giusto la Luisina era andata ad impegnare roba per fare il carnevale, e disse alla figliuola: – Cos’hai che non mangi? – con cert’occhi! Il giorno dopo trovarono l’uscio aperto; e il babbo, poveraccio, s’era dato al bere dal crepacuore. Che colpa ne aveva lei? Da fanciulletta era andata attorno per le strade e nei caffè, vendendo paralumi. – Come chi dicesse andare a scuola per apprendere il mestiere. – Poi la miseria, l’uggia di tornare a casa colla mercanzia tale e quale, via della Commenda, ch’era tutta una pozzanghera, la tentazione delle vetrine, i discorsi dei monelli, le paroline degli avventori che contrattavano soltanto… Insomma, era destinata!
Allorché il suo amante l’aveva piantata in via San Vincenzino, con quattro cenci nel baule e diciassette lire in tasca, era stata costretta a mettersi col Bobbia, il quale la teneva allegra, quando ne aveva da spendere, e la picchiava dopo, per via della bolletta. Crescioni, invece, non beveva, non bestemmiava, ed era sempre malinconico pensando alla sua poca salute. Ella era andata da lui a sfogarsi dei cattivi trattamenti, e poi c’era rimasta pel piacer suo. Quel giovanotto era preciso come lo voleva lei. Egli predicava: – Vieni di sera. – Vieni di nascosto. – Bada che lui non se ne accorga! – Tale e quale a un ragazzo pauroso dell’ombra sua. Sicché quando il Bobbia capitò a fare quel baccano, Carlotta non gliela perdonò mai più. Infine, cos’era stato? Suo padre stesso, quand’era scappata via di casa, non aveva fatto tanto chiasso. Eppure il danno era più grosso! – Per quel Crescioni, poi, ch’era quasi un ragazzo! – Sentite! – finiva lo sfogo col sor Gostino. – Fosse stato geloso di voi, o di qualche altro pezzo d’uomo, pazienza! Ma del Crescioni?… Veh! Tutta una birbonata del Bobbia per avere il pretesto di piantarmi… –
Il sor Gostino si fregava le mani. Non che ci avesse pel capo certe idee!… Poi con quell’accidente di sua moglie sempre sulla testa, alla finestra del padrone!… Perciò aveva preso l’abitudine di spazzar la scala sino in cima, allo scopo di non dar nell’occhio. – O che non leticate più con vostro marito? È un pezzetto che non vi vedo arrivare in sottanina -.
Appoggiava la scopa contro l’uscio, e si fregava le mani un’altra volta.
– No! Stia cheto con le mani! Adesso è finito il tempo delle sciocchezze!
– Non sono sciocchezze, sora Carlotta! Sembro un Sansone, direte. Ma non è vero! Pel cuore sono un ragazzo. E sempre disgraziato, veh! Perfino mia moglie, è otto giorni che non la vedo, dacché il padrone è a letto. Anche lei, povera sora Carlotta, le si vede in faccia; suo marito la lascia per correre chissà dove! O pensa tuttora al Bobbia?
– A me non me ne importa. E poi non è vero niente -.
Il sor Gostino stava a guardare mentre ella aveva la bambina al petto, grattandosi la barba.
– Non gliene importa?… Dica un po’!… E quella bambina che lui dice che è figlia sua? –
Carlotta faceva una spalluccia. Il sor Gostino si metteva a ridere anche lui, e ripigliava la scopa, ciondolando per un pezzo prima di decidersi ad andare; oppure si chinava a fare il discorsetto alla bimba, accarezzandola sul seno della mamma colle manacce sudice. – In coscienza, non somiglia a nessuno di loro due -.
Crescioni era geloso della bambina, che veniva su bionda e color di rosa. – Se ti vedo ancora dattorno il Bobbia – le diceva – ti fo come la donna tagliata a pezzi! –
E si faceva brutto che non pareva vero, con quella faccia dabbene di tisico. Non che fosse geloso della Carlotta, – ormai l’aveva sempre là, davanti agli occhi, sciatta, spettinata, colla figlia al petto. Per altro non gliene importava più dell’amore. Era malato, e aveva altro per il capo. Ma tant’è, poiché era stato lui a sposarla! E ci aveva sciupati i denari e la salute. Il principale gli riduceva il salario di un terzo, adesso che non era più in gamba come prima. E se non era in gamba e non aveva denari, lo sapeva di che cosa era capace la Carlotta! Perfino di viziargli la figliuola, a suo tempo. La malattia gli aveva sconvolta la testa, e gli sembrava di veder la ragazza, già grandicella, lasciarsi baciare da questo e da quello, come sua madre. Perciò arrivava a leticare colla moglie se accarezzava la bambina quasi fosse cosa sua. Anche il sor Gostino con quell’aria di minchione… Insomma, non ce lo voleva più a bazzicare in casa sua! – Oh Dio, quel povero diavolo! – esclamava la Carlotta. Ma lui, testardo, non si muoveva di casa la domenica a far la guardia, se udiva la scopa per le scale, seduto accanto alla finestra, torvo, col naso nella sciarpa e le mani in tasca, senza dir nulla. Poi, ogni volta che tossiva, saettava delle occhiatacce sulla moglie, e se la bambina strillava, era una casa del diavolo.
– Non toccare mia figlia, o per la Madonna!… Lascia stare d’insegnarle le tue moine piuttosto! –
I dispiaceri gli minavano la salute, diceva. A poco a poco anche il principale si stancò, e Crescioni non si mosse più dal letto. Sua moglie, in quei quaranta giorni, impegnò sino le lenzuola. Egli brontolava che si era ridotto in quello stato per causa sua. All’ospedale però non voleva andarci, perché quando sarebbe stato via, chissà cosa succedeva!
Sino all’ultimo! Se ella usciva un momento a far qualche compera, se scendeva ad attinger l’acqua: – D’onde vieni così scalmanata? T’ho detto che mia figlia non devi condurla attorno! – La tosse lo soffocava sotto le coperte. Allorché lo portarono all’ospedale infine, accusò la moglie di averlo tradito – come Giuda fece a Cristo – per scialarla in libertà. – Non vedi come son ridotta? – si scolpava lei. – Non vedi che non ho più neppur latte per la bambina?
– Almeno verrai a trovarmi colla piccina! –
Ci andava spesso infatti. Ma erano altri bocconi amari. La bimba aveva paura di suo padre, al vederlo con quel berrettino in mezzo a tanti visi nuovi. Lui si sfogava a brontolare tutti i guai della settimana.
– Una vitaccia da cani! – lamentavasi la Carlotta col sor Gostino. – Affaticarsi da mattina a sera, e la festa poi quel divertimento! – Il sor Gostino l’accompagnava, per bontà sua, e le comprava qualche regaluccio da portare al malato. – Che volete farci? Bisogna aver pazienza finché campa -. Il poveretto aveva il cuoio duro, e non finiva più di penare. La Carlotta si stancò prima di lui d’andare e venire, e di trovarlo sempre lo stesso, con quel berrettino bianco ritto sul guanciale. Si fermava appena due minuti, il tempo di vedere a che punto era, e di portargli qualche cosuccia, senza dire che gliela aveva regalata il portinaio. Ma ei glielo leggeva in faccia, e le guardava le mani, sospettoso, tirandosi la coperta sino al naso, senza dir nulla, e le ficcava in faccia gli occhi neri di febbre, e domandava:
– Hai visto il Bobbia? – T’ha detto nulla il portinaio? –
Si capiva che ne aveva tante nello stomaco; ma non parlava perché era confinato in quel letto, e se Carlotta non veniva più restava solo come un cane. Sovente almanaccava dei progetti per quando sarebbe guarito. – Faremo questo. Faremo quest’altro -. Ma ella rimaneva zitta e guardava altrove. Allora disse lui: – Se guarisco, voglio ammazzar qualcuno, dammi retta! – E la bambina si aggrappava al collo della madre, strillando di paura.
Glielo diceva il cuore, al poveraccio. Il sor Gostino era tutto il giorno su e giù per la scala colla granata in mano. Davvero, pel cuore era un ragazzo! Si divertiva a far quattro chiacchiere con lei, o ad accendere il fuoco, nel fornello, e farle andar la macchina – gira, gira, gira; – nello stesso tempo dalla finestra, dietro la tendina, teneva d’occhio la porta, e quando cominciava a farsi scuro, che gli vedeva quella testa china sulla macchina, si sentiva dentro lo stesso rimenìo. Gli bastava che dicesse: – Grazie, sor Gostino.
– Non lo faccio per questo, sora Carlotta. Sono un galantuomo e non fo le cose per secondo fine -. Chi era andato a cercarle del cucito? Chi gli faceva prestar la macchina al bisogno? Chi andava a parlare col padron di casa se tardava la mesata?
La sora Bettina infuriava per queste condiscendenze. Un altro po’ la casa diventava un luogo pubblico! E se la pigliava anche col padrone che faceva il comodino per sbarazzarsi del marito. Tutto a riguardo suo!
Il sor Gostino non si dava pace. – O dunque cosa gliene importa a lei? – La Carlotta invece si lagnava: – Signore Iddio! Com’è cattivo il mondo, a pensare il male che non facciamo né voi né io! –
Il sor Gostino allora non sapeva che dire, e ruminava cosa dovesse fare onde non sembrare un minchione, o prendeva il partito di posarsi la mano aperta sul costato: – Sono un galantuomo, ve l’ho detto. Vi voglio bene, ma sono un galantuomo! –
Però non voleva che il Bobbia tornasse a fare il moscone da quelle parti. Glielo aveva predicato: – Adesso quella poveraccia è come se fosse vedova -.
Appunto! Bobbia ci aveva diritto lui perché era l’amore antico! Il portinaio faceva come il cane dell’ortolano per invidia e per gelosia. Ma se adesso l’aveva lui, voleva averla anche il Bobbia, ch’era stato il primo. Si vedeva chiaro: il sor Gostino la teneva sempre in casa pel comodo suo. Il Bobbia dovette aspettarla dieci volte prima di vederla uscire un momento.
– Senti! Se non vieni con me oggi stesso, vi ammazzo tutti, te e il tuo amante -.
La poveretta s’era sentito un tuffo nel sangue al vederlo, e affrettava il passo, smorta come un cencio. Egli la raggiunse in via Ciossetto, furibondo, e l’afferrò pel braccio. – Per carità! Non mi fate male! Che amante! Ti giuro! Non ne ho! – Tanto meglio. Allora, se non ne hai, perché non vieni? –
E ci andò per la paura. Dopo il Bobbia, appena se ne accorse, montò in furia: – Tu vuoi sempre bene a tuo marito, dì! – Oh, quel poveretto!… – Allora hai per amante il sor Gostino! – No, non è il mio amante. – Ma gli vuoi bene, dì! – Ella tremava e supplicava: – Non son venuta qui? Non ho fatto quel che tu dicevi? Cosa vuoi ancora? –
Voleva… voleva… E prima voleva mandarla via di casa a calci, voleva! Poi col sor Gostino avrebbe fatto i conti a tu per tu, e non per gelosia della Carlotta veh… ormai era carne vecchia! Ma il sor Gostino era un ragazzo soltanto colle donne. Al primo pugno l`accecò mezzo, e se lo mise sotto, giusto nella corte, da pestarlo come l’uva. La sora Bettina, di sopra, buttava acqua, porcherie e male parole, e il padrone, dietro, a strillare: – Ohè, Gostino! Gostino! –
Carlotta fu licenziata su due piedi, e dovette sgomberare in otto giorni. La sora Bettina, il padrone lo stesso, sor Gostino, volevano un po’ di pace alfine.
Il Bobbia, col muso pesto, andava dicendo: – Non me ne importa di colei. Ma mosche sul naso non me le lascio posare! –
La Carlotta finalmente andò a vedere cosa n`era di suo marito che non moriva mai. Lo trovò sempre nello stesso letto, cogli occhi spalancati, più sfatto, non si lamentava più, e stava immobile colla faccia color di terra. Quegli occhi di fantasma le si ficcavano addosso come chiodi; e pareva che la sua voce uscisse dalla sepoltura: – Dove sei stata tutto questo tempo? – Di’, cosa hai fatto? –

Giovanni Verga – Amore senza benda

Battista, il ciabattino, era morto col crepacuore che Tonio, suo eguale, fosse arrivato a metter bottega in Cordusio, e lui no: la vedova seguitava ad arrabattarsi facendo la levatrice in Borgo degli Ortolani, magra come un’acciuga, con delle mani spolpate che sembrava se le fosse fatte apposta pel suo mestiere. Tutta pel figliuolo, Sandro, un ragazzo promettente, che «l’avrebbe fatta morire nelle lenzuola di tela fine, se Dio voleva, com’era nata», diceva la sora Antonietta a tutto il vicinato; e si turava il naso colle dita gialle quando saliva certe scale. Dell’altra figlia non parlava mai: che era portinaia in San Pietro all’Orto, e il marito le faceva provar la fame.
Sandrino aveva la sua ambizione anche lui, e gli era venuta una volta che il padrone l’aveva condotto a vedere il ballo del Dal Verme, in galleria. Volle essere artista, comparsa o tramagnino. La sora Antonietta chiudeva gli occhi perché Sandrino era il più bel brunetto di Milano, – non lo diceva perché l’avesse fatto lei! – ed anche pei cinquanta centesimi che si buscava ogni sera a quel mestiere. Quando ballava la tarantella del Masaniello, vestito da lazzarone, la contessa del palchetto a sinistra se lo mangiava con gli occhi, dicevano.
A lui non glie ne importava della contessa, perché era fatta come un salame nella carta inargentata; ma ci aveva gusto pei suoi compagni di bottega, che si martellavano d’invidia a batter la suola tutto il giorno, lo canzonavano e lo chiamavano «sor conte» per gelosia.
La domenica, colla giacchetta attillata, e il virginia da sette all’aria, se ne andava girelloni sul corso, più alto un palmo del solito, a veder le contesse.
All’occorrenza parlava di tanti che erano cominciati ballerini, tramagnini al pari di lui, o anche semplici comparse, per arrivare ad essere coreografi, cavalieri, ricchi sfondolati, artisti insomma, tale e quale come il maestro Verdi. – Artisti da piedi! – rispondeva la mamma. – No, no, ci vuol altro! – Ella aveva messo gli occhi addosso alla figlia unica del padrone di casa, carbonaio, una grassona col naso a trombetta, e le mani piene di geloni sino a tutto aprile. – Con quella lì, quando fosse morto il vecchio, c’era da mettere carrozza e cavalli. Perciò teneva l’orfanella come la pupilla degli occhi suoi, le faceva da madre, la lisciava e l’accarezzava. Nelle serate a benefizio della famiglia artistica, quando la Scala rimaneva quasi vuota, si faceva dare gratis dei biglietti di piccionaia, e conduceva al ballo tutta la famiglia, il carbonaio colla camicia di bucato e la ragazza strizzata nello spenserino di seta celeste, per mostrare il suo Sandro, là, quello colle lenticchie d’oro sulle mutande, che faceva girare il lanternone! Un ragazzo di talento! Purché non si fosse indotto a far qualche scioccheria colle contesse che sapeva lei! Il carbonaio spalancava gli occhi al veder le ballerine, e diventava rosso che pareva gli stesse per venire un accidente.
Ma Sandrino non voleva saperne della carbonaia. Egli s’era innamorato di Olga, una ragazza del corpo di ballo, dal musino di gatta con tanto di pèsche sotto gli occhi, che non aveva ancora sedici anni. La mamma di lei, ortolana in via della Vetra, soleva dire alle vicine:
– Non volevo che facesse la ballerina; ma quella ragazza si sentiva il mestiere nel sangue -.
La Olga quando ammazzolava le carote colle mani sudice, chiamavasi Giovanna, e aveva una vesticciuola sbrindellata indosso. Allorché la Carlotta, lì vicino, le regalava un nastro vecchio, e poteva scappar da lei a infarinarsi il viso, borbottava tutta contenta:
– Vedete, se fossi come la Carlotta! Qui mi si rovinano le mani, ogni anno! –
E tutta sola, davanti allo specchio della ballerina, tirava su le gonnelle, e studiava i passi e le smorfie, e a dimenare i fianchi.
Alla Scala da principio se ne stava lì grulla, ritta sulle zampe come il pellicano, non sapendo cosa farne. Sandrino prese a proteggerla perché le altre ragazze la tormentavano coi motteggi.
– Non dia retta, sora Giovannina. Son canaglia, che hanno la superbia nel vestito; ma se vedesse che camicie, nello spogliatoio! – Ella, per riconoscenza, gli piantava addosso quegli occhi che facevano girare il capo.
La prima volta che si lasciò rubare un bacio, al buio nel corridoio, gli si attaccò al collo, come una sanguisuga, e giurarono di amarsi sempre. La sora Antonietta inferocita, non voleva sentirne parlare; e sbuffava ogni volta che Sandrino gliela conduceva a casa la domenica. Solo il carbonaio l’accoglieva amorevolmente, e le prendeva il ganascino, colle mani sudice che lasciavano il segno.
Sandro duro come un mulo. Infine sua madre andò a dire il fatto suo a quella di via della Vetra: – Cosa s’erano messi in testa quei presuntuosi? Volevano far sposare a Sandrino una che mostrava le gambe per cinquanta lire al mese? Meglio di quella glie ne erano passate tante per le mani, che erano cadute per l’ambizione di chiappare il sole e la luna! – Il sole e la luna! – rimbeccò l’ortolana – col bel mestiere che fa la mamma, che ogni momento vi chiamano in questura e dinanzi al giudice! – Sandrino, quella volta, s’era presi degli schiaffi nel mettere pace; e la Olga, causa innocente, per consolarlo alla prova gli saltò in mutandine sulle ginocchia, come una bambina.
– Quando quella ragazza si farà – dicevano le più esperte della scuola – vedrete! –
Intanto cominciarono a ronzarle attorno i mosconi delle sedie d’orchestra, e la Nana, a cui Sandrino giurava di voler raddrizzar le gambe storte, portava i bigliettini e i mazzi di fiori. La Olga resisteva. Ma quando il barone delle poltrone le piantava addosso l’occhialetto, la ragazza tendeva il garretto, e lasciava correre in platea delle occhiate nere come il diavolo.
La Carlotta, vedendo che quella pitocca raccolta da lei stessa, alla sua porta, voleva levargli il pane, sputava veleno contro Sandrino che vedeva e taceva. – No che non taccio! – sclamava Sandrino. – Sentirete quel che farò se me ne accorgo io! –
Una sera stava vestendosi pel ballo, col cappellaccio a piume, e il mantello ricamato d’oro quando vide passare la Nana, con un mazzo di fiori, che infilava arrancando il corridoio delle ballerine.
– Sangue di!… corpo di!… – cominciò a sbraitare; ma pel momento non poté far altro, ché di fuori chiamavano pel ballo. Olga comparve l’ultima, infarinata come un pesce, scutrettolando più che mai, e col garretto teso, quasi avesse preso un terno secco quella sera.
– Olga, – le disse Sandrino sotto la fontana di carta, mentre le ragazze si schieravano scalpicciando e sciorinando le gonnelline. – Olga, non mi fare la civetta, o guai a te!… –
La Olga avrebbe potuto stare nella prima quadriglia, tanto si sbracciava e dimenava i fianchi, che bisognava scorgerla per forza. – O che non l’abbassa mai l’occhialetto quello sfacciato! – borbottava lui, mentre sgambettava con grazia reggendo la ghirlanda di fiori di tela, sotto la quale Olga passava e ripassava luccicante e con tutte le vele al vento. Ella, per togliersi la seccatura, gli rispose che quel signore voleva godersi i denari che spendeva. – E tu ci hai gusto! – insisteva Sandro. – Lo fai apposta! Quando hai a passare sotto la ghirlanda, ti chini come se io fossi nano. – Mi chino come mi piace! – rispose lei alfine. E per giunta il direttore assestò a lui la multa.
Al vederla così caparbia, con quegli occhi indiavolati, che buttava all’aria ogni cosa, egli se la mangiava con gli sguardi come quell’altro, e ballava fuori tempo dalla rabbia. La Olga pareva che lo facesse apposta a girargli intorno senza farsi cogliere. Infine, nel galoppo finale, poté balbettarle ansante sulla nuca:
– Se tu cerchi l’amoroso nelle poltrone, troverò anch’io qualcosa nei palchi.
– Bravo! – rispose lei. – Ingégnati! –
Egli si strappava i pizzi e i ricami di dosso, buttandoli sul tavolaccio unto, e sbuffava e giurava che voleva aspettar davvero la contessa. Ma questa gli passò accanto sotto il portico senza vederlo nemmeno, e il cocchiere, impellicciato sino al naso, gli andava quasi addosso coi cavalli, senza dir: – ehi! –
Sandrino tornò mogio mogio in via Filodrammatici, donde le ragazze uscivano in frotta, e la Irma strapazzava per bene il suo banchiere che non l’aveva aspettata come al solito sotto il portico dell’Accademia. Olga veniva l’ultima, lemme lemme, col suo scialletto bianco che metteva freddo a vederlo, e un bel mazzo di rose sotto il naso.
– Vedi come la Irma sa farsi aspettare? – disse a Sandro. – Ed è un signore con cavalli e carrozza! –
Sandrino pretendeva invece che gli dicesse chi le aveva date quelle rose. Ma ella non volle dirglielo. Poi gli inventò che gliele aveva regalate la Bionda.
– Vengono da Genova, – osservò. – E costan molto! –
In questa li raggiunse una carrozza, all’angolo di via Torino, e il signore delle poltrone si affacciò allo sportello per buttare un bacio alla ragazza. Sandrino gridava e sacramentava che voleva correr dietro al legno. Ma lei lo trattenne per le falde del soprabito un po’ malandato, sicché Sandrino si chetò subito.
– Perché hanno dei denari!… Ma Dio Madonna!…
– Se mi accompagni per far di queste scene preferisco andarmene tutta sola, – disse lei.
– Lo so che sei già stufa! Se sei stufa, dimmelo che me ne vado! –
Ella non rispondeva, a capo chino, dimenando i fianchi, talché Sandrino si ammansò da lì a poco. Quando era colla Olga non sentiva né il freddo, né la stanchezza, e l’avrebbe accompagnata in capo al mondo.
– Però, – brontolò lei, – qualche volta potresti pigliare un brum, col freddo che fa. Sento la neve dai buchi delle scarpe.
– Vuoi che pigliamo il brum?
– No, adesso è inutile, adesso! –
E seguitava a brontolare.
– Del resto, pel gusto che c’è… sono due anni che ho questo scialletto, e pare una tela di ragno! Come se tua madre non fosse venuta sino a casa mia per dire che volevano rubargli il figliuolo! Non siamo mica dei pezzenti, sai!
– Lascia stare, lascia stare – rispondeva lui, ma vedendo che infilava già la chiave nella toppa: – Così mi lasci, senza darmi un bacio?… –
La Olga si volse e glielo diede. Poi entrò nell’andito e chiuse l’uscio.
Il domani, Sandrino si fece anticipare quindici lire dal principale, e comperò un manicotto e una pellegrina di pelle di gatto. Ma la Olga non venne alla prova. Il giorno dopo le appiopparono la multa, ed ella snocciolò le lirette una sull’altra, sorridendo come niente fosse.
– Grandezze! – esclamò Sandrino, masticando veleno. – Ha preso l’ambo, sora Olga! –
Giurò che voleva darle due schiaffi se la incontrava col barone, in parola d’onore! E glieli diede davvero, al caffè Merlo dei Giardini Pubblici, una domenica mentre pigliava il sorbetto coi guanti sino al gomito, sotto un cappellone tutto piume. Pinf! panf! Il barone, pallido come un cencio, voleva compromettersi. Però la Olga se lo condusse via, gridandogli di non sporcarsi le mani con quello straccione.
– Straccione! – borbottava lui. – Ora che ci hai di meglio son diventato uno straccione! E par tisico in terzo grado il tuo barone! È vero che a questo mondo tutto sta nei denari! –
Ed ora faceva l’occhio di triglia alla sora Mariettina, la figlia del padrone di casa, dalla finestra del cortiletto puzzolente. – La sta bene, sora Mariettina? Gran bella giornata oggi! – La mamma sottomano aggiungeva: – Quel ragazzo è innamorato morto di lei. Ne farà una malattia, ne farà! – E si asciugava gli occhi col grembiule. La sora Marietta si sentiva gonfiare il petto sino al naso. Scendeva nel cortile, a pigliar aria, e si perdevano per la scaletta col giovane. Il babbo, sempre in mezzo al suo carbone non si accorgeva di nulla. Quando la sora Antonietta vide i ferri ben scaldati, annunziò che avrebbe fatto San Michele e se ne sarebbe andata via di quella casa per impedire il male, se era tempo.
Sandrino sospirava, guardando la ragazza; e tutti e due volevano buttarsi nel Naviglio, se avevano a lasciarsi. – Non te l’avevo detto? – esclamava la madre; e tremava che non avesse a succedere qualche guaio grosso. Quello scrupolo non le faceva chiuder occhio nella notte, e se ne confessava col sor prevosto perché ne parlasse al padre della ragazza. Ma il carbonaio, che aveva l’anima nera come la pece, non volle sentir ragione.
– Bugie! Tutta invenzione della levatrice, che non si contenta di fare quel mestiere solo -.
Allora la Mariettina, a provare ch’era vero, scappò via con Sandro. Egli le aveva detto come alla Olga: – O lei, o nessun’altra! –
In tal modo Sandrino ebbe la Mariettina, ma senza dote. E la levatrice dovette adattarvisi pel decoro dell’impiego. Allora il suocero si riconciliò con tutta la brigata, e andava dicendo che il veder quelle due tortorelle gli metteva il pizzicore di fare come loro, benedetti! Già, gli avevano preso la figliuola, e solo non poteva starci.
La sora Antonietta, abbaiando come un cane da caccia, venne a scoprire che il vecchio «impostore» gira e rigira era andato a cascare nella Olga, a Porta Renza, e gli costava un occhio del capo all’avaraccio: appartamento, donna di servizio, e mobili di mogano. Il vecchio adesso voleva sposarla per fare economia, e mettersi in grazia di Dio. La Olga non era più una ragazzina, pensava all’avvenire, e si lasciava sposare.
Sandrino, al sentire che gli portavano in casa quella poco di buono, montò sulle furie, e voleva anche piantar la moglie; tanto, colla figlia unica o senza, gli toccava sempre tirar lo spago, nella bottega del calzolaio. Sua madre più giudiziosa lo calmò dicendogli che era meglio avere la suocera sott’occhio, per poterla sorvegliare. – Il peggio è se gli appioppa qualche figliuolo! – osservava lei che se ne intendeva. – E se il vecchio non c’era cascato sino a quel giorno, non voleva dire; che il sacramento del matrimonio fa dei miracoli peggio di quello.
La Olga, credendo diventar signora, fece il suo malanno col mettersi in grazia di Dio, e gli toccò subirsi il marito, il quale intendeva fare economia dei denari spesi prima, e per giunta la sora Antonietta, tornata in pace, che non la lasciava un momento solo, onde dimostrarle che non aveva fiele in corpo.
– Tutti quei dissapori devono aver fine. – diceva alla Olga ed al Sandro. – Adesso siete quasi come madre e figlio -.
La Olga dalla noia di non veder altri in casa sua, si era riconciliata col Sandrino. Gli pareva di tornare a quei bei tempi, quando non era così grassa; e anche lui si scordava della Marietta che s’era messa sulle spalle proprio per nulla. L’altra negli occhi ci aveva sempre quella guardatura che a lui gli metteva le pulci nel sangue, e quando la baciò per far la pace, gli parve come quando l’accompagnava ogni sera in via della Vetra. – Bei tempi, eh? sora Olga? – Ella raccontava che la Irma s’era fatta sposare dal banchiere, e la Carlotta era andata a cercar fortuna in America.
– Io sola non ho sorte!
– Bada a quel che fai! – predicava la sora Antonietta; – se affibbia un figliuolo al vecchio, dell’eredità vi leccherete i baffi -.
La Marietta, lì presente, approvava del capo.
– Siete matte? – rispondeva Sandro. – La roba di mia moglie! O per chi mi pigliate? –
Egli corteggiava la madrigna allo scopo di tenerla d’occhio, né più né meno, come faceva la sora Antonietta. L’accompagnava in via della Vetra, ché la Olga non aveva ombra di superbia, e gli piaceva stare nella bottega come quand’era ragazza. L’ortolana diceva ai due ragazzi:
– Vedete! chi l’avrebbe detto? Eppure ci siete tornati! Ma la sua mamma è pure una gran linguaccia, sor Sandrino! – Lasci stare, lasci stare! – ripeteva lui. E nell’andarsene, la sora Olga gli pigiava il gomito, come a dire: – Si ricorda? –
Era là, in quella stessa stradicciuola scura e tortuosa. Una volta che non passava gente, egli la strinse fra le braccia. D’allora non ebbero più pace; il sangue bolliva nelle vene a tutti e due, e si correvano dietro come due gatti in febbraio. La sora Antonietta predicava: – Bada a quel che fai! Bada veh! – Lui turbato, coi capelli arruffati e gli occhi fuori del capo, rispondeva sempre:
– No! No! siete matta? Quello no. State tranquilla! –
Il vecchio era geloso delle visite alla mamma e della gente che ci aveva sempre fra i piedi. Lagnavasi che gli avevano fatto la chiave falsa, e l’ortolana si pappava i suoi denari; la levatrice s’era tirata anche in casa la figliuola, quella di San Pietro all’Orto, e mangiavano tutti alle sue spalle, diceva. Quei dispiaceri gli accorciarono la vita. La Olga stava chiacchierando con Sandrino allato alla tromba, colla secchia in mano, poiché arrivavano anche a quei pretesti per vedersi, e non sapevano più stare alle mosse. Egli voleva toglierle la secchia dalle mani, tutto tremante. – No! No! – rispondeva lei, a capo chino, col petto ansante, perché era gelosa della Marietta. E Sandro balbettava che la Marietta era un’altra cosa. Lo giurava anche. Volergli bene sì, ma…
In questo momento alla finestra gridarono che al marito della Olga era venuto un accidente. Sandrino scappò a chiamare la moglie e la suocera. E tutti si piantarono dinanzi al letto, col viso arcigno. Appena il vecchio poté dar segno di vita, prima che venisse il prete, mandarono pel notaio. Il moribondo nel punto di comparire al giudizio di Dio, biascicò: – La roba a chi tocca -. E se ne andò in santa pace.
Quanto all’Olga la cacciarono fuori a pedate, e Sandrino giurò che voleva tenerle gli occhi addosso anche se si mutava di camicia, per impedirle di portar via la roba della sua Mariettina. Lei, sulle scale, gridava che il vecchio ladro gli aveva rubata la gioventù, e voleva litigare e dir tutte le porcherie di quella casa. Ma Sandrino, trattenendo la moglie per le sottane l’accarezzava e le diceva: – Non dar retta! Lasciala sgolare! Sai che donnaccia! Non ti guastare il sangue per colei! Ora vogliamo stare allegri -.

Giovanni Verga – Al Veglione

C’era andato a portare un paniere di bottiglie, di quelle col collo inargentato, nel palco della contessa, e s’era fermato col pretesto di aspettare che le vuotassero; tanto, in cinque com’erano nel palchetto, non potevano asciugarle tutte, e qualcosa sarebbe rimasta anche in fondo ai piatti. Sicché alle sue donne aveva detto: – Aspettatemi alla porta del teatro, in mezzo alla gente che sta a veder passare i signori -.
Lì, sull’uscio del palchetto, i servitori lo guardavano in cagnesco, coi loro faccioni da prete, ché i padroni stessi, là dentro il palco, come li aveva visti da una sbirciatina attraverso il cristallo, non stavano così impalati e superbiosi come quei servitori nelle loro livree nuove fiammanti.
Nel palco era un va e vieni di signori colla cravatta bianca, e il fiore alla bottoniera, come i lacchè delle carrozze di gala, che pareva un porto di mare. E ogni volta che l’uscio si apriva arrivava come uno sbuffo di musica e d’allegria, una luminaria di tutti i palchetti di faccia, e una folla di colori rossi, bianchi, turchini, di spalle e di braccia nude, e di petti di camicia bianchi. Anche la contessa aveva le spalle nude e le voltava al teatro, per far vedere che non gliene importava nulla. Un signore che le stava dietro, col naso proprio sulle spalle, le parlava serio serio, e non si muoveva più di lì, che doveva sentir di buono quel posto. L’altra amica, una bella bionda, badava invece a rosicarsi il ventaglio, guardando di qua e di là fuori del palco, come se cercasse un terno al lotto, e si voltava ogni momento verso l’uscio del corridoio, con quei suoi occhi celesti e quel bel musino color di rosa, tanto che il povero Pinella si faceva rosso in viso, come c’entrasse per qualcosa anche lui.
Ah, la Luisina che era lì fuori, nella folla, non gli era sembrata fatta di quella pasta nemmeno quando l’aspettava alla porta dei padroni, via S. Antonio, la domenica, che s’erano picchiati col servitore del pian di sotto, il quale pretendeva che la Luisina desse retta a lui, perché ci aveva il soprabitone coi bottoni inargentati.
Quest’altro, quel faccione da prete, impalato dietro l’uscio, gli disse: – E lei? Cosa sta ad aspettare qui?
– Aspetto le bottiglie, – rispose Pinella.
– Le bottiglie? Gliele daremo poi, le bottiglie; dopo cena. C’è tempo, c’è tempo.
– Fossi matto! – pensava Pinella sgattaiolando pel corridoio. – Di qui non mi muovo! –
Egli aveva visto che il suo padrone di casa per entrare in teatro aveva pagato 10 lire, sbuffando, ansimando pel grasso, rosso come un tacchino dentro il suo zimarrone di pelliccia, tastando i biglietti nel portafogli colle dita corte. Fortuna che non aveva scorto Pinella, se no gli chiedeva lì stesso i denari della pigione.
Egli era già salito due volte sino al quinto piano, soffiando, per riscuoterli. Ma la Luisina aveva acchiappato un reuma alla gamba, collo star di notte a vendere il caffè sotto l’arco della Galleria, e quei pochi soldi che buscava la Carlotta vendendo paralumi per le strade e nei caffè, se n’erano andati tutti in quel mese che la mamma era stata in letto.
Per le scale, e nei corridoi, c’era folla anche là. Mascherine che strillavano e si rincorrevano; signore incappucciate, giovanotti col cappello sotto il braccio che le appostavano a chiacchierare sottovoce in un cantuccio all’oscuro. Pinella riuscì a ficcarsi in un andito, fra le assi del palcoscenico, dietro una gran tela dipinta, dove c’erano degli strappi che parevano fatti apposta per mettervi un occhio. Là si stava da papa. Sembrava una lanterna magica. Vedevasi tutto il teatro, pieno zeppo, dappertutto fin sulle pareti, per cinque piani. Lumi, pietre preziose, cravatte bianche, vesti di seta, ricami d’oro, braccia nude, gambe nude, gente tutta nera, strilli, colpi di gran cassa, squilli di tromba, stappare di bottiglie, un brulichio, una baraonda.
– Bello! eh? – gli soffiò dietro le orecchie un ragazzone che era entrato di straforo come lui.
– Eccome! – esclamò Pinella – E’ si divertono per 10 lire! – Lì davanti, su di una panca a ridosso della scena, erano sedute due mascherine, e cercavano di esser sole anche loro, perché avevano un mondo di cose da dirsi. Lui, il giovanotto, gliele lasciava cascare sul collo, che la ragazza aveva bianco e delicato, così che quei ricciolini sulla nuca tremavano come avessero freddo, e le spalle pure trasalivano, e si facevano rosse mentre ella chinava il capo, non ricordandosi neppure che ci aveva la maschera sul viso.
– La ci casca! La casca! – gongolava il vicino di Pinella. Ma il povero Pinella in quel momento osservava che la ragazza era magrolina e aveva i capelli castagni come la Carlotta. E l’altro insisteva, insisteva, col fiato caldo sul collo di lei, che avvampava quasi ci si scaldasse, e ritirava pian piano gli stivalini di raso sotto la panca, come per nascondere le gambe nude, nella maglia color di rosa, che luccicava qua e là, e sembrava arrossire anch’essa.
Ah, la Carlotta aspettava di fuori, al freddo, è vero; ma Pinella era più contento così. – La ci va! La ci va! – continuava il suo vicino. La ragazza s’era levata, per forza, col mento sul petto, e il seno che si contraeva come un mantice, sotto i ricami d’oro falso. L’altro le aveva preso il braccio, e la tirava, la tirava. Ella si lasciava tirare, passo passo, colle gambe nude che esitavano l’una dietro l’altra. – Tombola! – urlò loro dietro il ragazzaccio. E sparvero nella folla.
Pinella se ne andò anche lui col cuore grosso, pensando che una volta aveva sorpreso la Carlotta in piazza della Rosa, a chiacchierare con un giovanotto, proprio come quest’altro, colle guance rosse e il mento sul petto. Ella aveva trovato il pretesto che il giovanotto era un avventore il quale aveva bisogno di una dozzina di paralumi, a casa sua.
A cavalcioni sul parapetto di un palco in prima fila si vedeva una ragazza, vestita all’incirca tal quale l’aveva messa al mondo sua madre, e a viso scoperto, che era bello come il sole, e non aveva bisogno di nasconder nulla. Colle gambe che lasciava spenzolare fuori del palco, minacciava tutti quelli che le venivano a tiro, giovani, vecchi, signori, quel che fossero, e se uno non chinava il capo nel passare dinanzi a lei, glielo faceva chinare per forza. Né ci era da aversela a male, tanto era bella e allegra col bicchiere in mano e le braccia bianche levate in alto; e conosceva tutti, e li chiamava col tu per nome a uno ad uno. Ad un bel giovane che le sorrideva sotto il palco, ritto e fiero ella gli vuotò sul capo il bicchiere di sciampagna.
– Questo qui, – disse uno nella folla, – s’è maritato che non è un mese, e la sposa è lì che guarda, in seconda fila -.
La sposa in seconda fila, tutta bianca e col viso di ragazza, stava a vedere, seria seria, e con grand’occhi intenti.
– Adesso, – pensò Pinella, l’è ora di andare dalla contessa, per le bottiglie -.
Nel palco colle cortine rosse calate, dopo l’allegria di prima, s’erano fatti tutti seri e taciturni, che non vedevano l’ora di andarsene, e posavano i gomiti sulla tavola, carica di lumi e d’argenterie, coi mazzi di fiori da cento lire buttati in un canto.
Nello stanzino dirimpetto i servitori mangiavano in fretta, mentre sparecchiavano, imboccando le bottiglie a guisa di trombetta, appena fuori del palco, cacciando i guanti nelle salse e nei dolciumi, lustri e allegri come mascheroni di fontana. Quello del faccione, il superbioso, appena vide arrivare Pinella, cominciò a sclamare: – Corpo!… – e voleva mandarlo via. Ma un vecchietto tutto bianco e raggricchiato in una livrea color marrone, disse:
– No! No! lasciatelo stare. Ce n’è per tutti. È carnevale, allegria! allegria! –
Anzi gli tagliò una bella fetta di pasticcio, e un altro, colla bocca piena, bofonchiò:
– E’ costa cento lire -.
Il vecchiotto, rizzando su la personcina, aggiunse: – Quando stavo col duca, nel palco, a ogni veglione, si stappavano delle bottiglie per più di 1000 lire -.
– Presto! presto! – venne a dire il faccione, forbendosi il mento in furia con una tovaglia sudicia. – I padroni hanno ordinato le carrozze -.
A Pinella, sembrava invece che andavano via sul più bello, e mentre raccoglieva le bottiglie non sapeva capacitarsi perché si sciupassero tanti denari e tanti pasticci da 100 lire se ci si annoiava così presto. Ora che aveva bevuto si sentiva anch’egli il caldo e la smania dell’allegria. I palchi cominciavano a vuotarsi, e dagli usci spalancati intanto si vedeva la folla irrompere di nuovo in platea come un fiume, coi volti accesi, i capelli arruffati, le vesti discinte, le maglie cascanti, le cravatte per traverso, i cappelli ammaccati, strillando, annaspando, pigiandosi, urlando, in mezzo al suono disperato dei tromboni, ai colpi di gran cassa; e un tanfo, una caldura, una frenesia che saliva da ogni parte, un polverìo che velava ogni cosa, denso, come una nebbia, sulla galoppa che girava in fondo a guisa di un turbine, e da un canto, in mezzo a un cerchio di signori in cravatta bianca, pallidi, intenti, ansiosi, che facevano largo per vedere, una coppia più sfrenata delle altre, cogli occhi schizzanti fuori della maschera come pezzi di carbone acceso, i denti bianchi, ghignando, il viso smorto, la testa accovacciata, gli omeri che scappavano dal busto, le gambe nude che s’intrecciavano, con molli contorcimenti dei fianchi. E in seconda fila lassù, la bella sposina dal viso di ragazza, tutta bianca, ritta dinanzi al parapetto, che spalancava gli occhi curiosi, indugiando, mentre suo marito le poneva la mantiglia sulle spalle, e trasaliva al contatto dei guanti di lui.
La Luisina e la Carlotta aspettavano alla porta del teatro, nella piazza bianca di neve, col viso rosso, battendo i piedi e soffiando sulle dita in mezzo alla folla che spalancava gli occhi per veder passare le belle dame imbacuccate nelle pellicce bianche, dietro i vetri scintillanti delle carrozze. E ad ogni modesto legno di piazza che si avanzava barcollando, la Carlotta guardava le coppie misteriose che vi montavano, accompagnava le gambe in maglia color di rosa cogli stessi grandi occhi avidi e curiosi della sposina tutta bianca, che era in seconda fila.