Wu Ming 5 – Free Karma Food

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Free Karma Food

Consumai le ultime riserve e il gancio entrò alla fine, era cosa stupenda a vedersi, un miracolo era, il gancio conficcato nella pellecchia e la bestia appesa là, per conto suo, senza gravare minimamente sulle mie spalle, appesa là per la macelleria e le comari.

(Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia)

Immagini – milioni di immagini – Questo è ciò che mangio – Merda di ciclotroni… Adesso ho tutte le immagini di atti sessuali e di tortura avvenuti in qualunque luogo e posso spararli fuori e controllare voi musi gialli fino alla singola molecola – Ho orgasmi – Ho grida di dolore – Ho tutte le immagini mai cagate fuori da un poeta di campagna – Il mio Potere arriva – Il mio Potere arriva – Il mio Potere arriva – E ho milioni e milioni e milioni di immagini di ME, di me, me, meeee…

(William S. Burroughs, Nova Express)

Antefatti

Ghetto Heaven

1

IL BUON AGENTE YU

Ovvero: di come un problema ài parcheggio possa avviare una lunga catena di eventi

Pechino, Yuangmingyuan Road, 8 luglio 2010

Wang guardò oltre il vetro del parabrezza. Sull’orizzonte nubi immense promettevano pioggia da giorni. Svanito il respiro delle ore notturne, asfalto e cemento esalavano cupi miasmi. Il caldo gravava sul paese incurante di auspici, preghiere e bestemmie: solo uno sprovveduto avrebbe potuto sperare nella pioggia.

Wang avviò il motore.

“Se non vuoi ferirti i piedi, o rivesti il pianeta di cuoio o infili un paio di scarpe. È un detto zen che tutti possono afferrare. Non so a quale maestro appartiene, ma non è importante: quella gente nutriva l’ossessione dello stile e dei lignaggi proprio perché aveva trasceso individualità, contingenze, denominazioni.”

La radio era antiquata. Gracchiava. E il programma era noioso. Ma l’apparecchio prendeva solo quella stazione.

Wang procedette in mezzo alla folla. Il vecchio furgone vibrò e sbuffò. Wang passò il fazzoletto sulla fronte. Azionò le trombe elettriche per liberare un passaggio. Woooot! La folla si aprì.

Lo speaker proseguiva, implacabile come il sole in ascesa. “E forse non è un detto zen, ma non è importante. Ciò che conta non è il suono, né chi lo ha emesso. Conta il senso delle parole: devono essere prese misure contro il dolore, l’energia va impiegata in modo realistico. Il detto rappresenta un monito, ci avverte di non tentare imprese titaniche. Tali imprese sono per definizione sovrumane.”

Wang ridacchiò. Imprese sovrumane?

La cella frigorifera impediva la putrefazione di quarti di bue, carcasse di pecora, maiali biancastri aperti nel ventre. Nella luce dell’unica lampadina i resti penzolavano come vittime allineate da un collezionista.

Dovevi entrare, rimboccarti le maniche, sganciare la carne. Le mani si sarebbero intirizzite, ma bisognava issare la soma ghiacciata sulla schiena per uscire nel caos del mercato. La carne ancora non puzzava, unico lato buono della faccenda. Il caldo, fuori della cella, era un peso in più. Il sudore impregnava i vestiti, il gelo passava dai cadaveri degli animali alla schiena dell’uomo, penetrando fino alle ossa, fino agli organi interni.

Dopo aver caricato il furgone bisognava guidare lungo mezza Yuangmingyuan Road senza travolgere bancarelle, acquirenti e ciclisti. Giunti all’incrocio, bisognava pagare il poliziotto per via del ritardo. Era buona regola pagare lo sbirro di zona perché conservasse il posto, anche se, in teoria, i posti erano assegnati dalla municipalità. Poi, bisognava sperare che qualche abusivo non avesse già offerto il doppio.

Wang era finito a squartare cadaveri, caricare e scaricare carcasse perché si lamentava troppo spesso dell’assenza di carne sulla tavola di casa. Il Vecchio aveva proposto: perché non lavori, invece di lamentarti? Te lo permetto, a patto che trovi un lavoro da garzone di macellaio. Se tra due mesi avrai ancora voglia di carne, avrai i soldi per comprarla. Aveva accompagnato la sentenza con un sorriso. Beffa o incoraggiamento? Il Vecchio era pazzo, ostile al genere umano. Il Vecchio pensava solo al quanfa, al pugilato. Le regole che imponeva erano vincolanti, specie quelle dietetiche. La carne doveva essere mangiata una volta al mese in autunno, due volte al mese in inverno, una volta ogni due mesi in primavera, mai d’estate. Il Vecchio utilizzava in realtà una psicologia raffinata. Punto primo: non è detto che il vitto sia assicurato. Punto secondo: non esistono regole inderogabili. Punto centrale: bisogna avere una certa tempra per derogare. Bisogna essere fatti in un certo modo.

E tu in che modo sei fatto? Questo aveva chiesto il Vecchio.

Wang aveva deciso di rispondere.

Lo sbirro scosse il capo.

“Il posto è già stato assegnato.”

Wang imprecò tra i denti. Shu Yu, l’affidabile sbirro Yu, l’amabile compagno Yu aveva già rivenduto il posto.

“Ti do il doppio, compagno. Fammi questo favore, o il padrone mi ammazzerà.”

Lo sbirro scosse il capo di nuovo.

“Il posto è già stato assegnato.”

Wang frugò nelle tasche e raddoppiò l’offerta. Così bruciava metà del fondo cassa, e quei soldi ce li avrebbe rimessi di tasca sua. Wang immaginò la faccia larga del padrone: la bocca vomitava insulti e minacce.

Lo sbirro fece cenno a Wang di seguirlo. I contanti passarono di mano. Il furgone si mosse a passo d’uomo dietro Shu Yu. Lo sbirro fendeva la folla come un Mosè comunista.

Per un istante Shu Yu volse il capo all’indietro. Cercò lo sguardo del ragazzo, poi continuò a camminare agitando una paletta.

“Io ti accompagno al posto” il poliziotto alzò la voce per sovrastare il frastuono. “Ma te la devi vedere tu con i tizi. Sono campagnoli, hanno le mani come badili.” Shu Yu si volse di nuovo. “Ma non dovrebbe essere un grande problema, campione. Sbaglio?”

Il posto era occupato da un camioncino verde bottiglia con veranda. Le verdure erano allineate con cura. Dietro il lungo bancone, tutta la famiglia. Una donna grassa con il ventilatore puntato in faccia. Il vecchio, un contadino dall’aria stolida. I figli, tre adolescenti dall’aria torpida. Uno scacciava mosche. Gli altri due servivano i clienti. Non sembravano pericolosi.

Wang scese dal furgone, trasse un lungo respiro e si fece largo tra la folla.

2

LAMPEGGIANTE IN TESTA

Ovvero: che ne facciamo del giovane Wang?

Pechino, qualche ora dopo

Il Vecchio non sembrava arrabbiato.

Il capo del Distretto si profondeva in rispettosi inchini.

“Colonnello Wang, devi fare qualcosa. Tuo nipote finirà male. Ha malmenato un contadino, preso a calci in testa i figli del contadino, ha terrorizzato a morte una povera madre di famiglia, ha semidistrutto il loro piccolo camion e, quel che più conta, sembrava ne godesse. Dava spettacolo, colonnello Wang.” Il capo del Distretto assunse un’aria di riprovazione. “Ed è anche il campione regionale… Se non fosse tuo nipote, direi che un po’ di galera lo raddrizzerebbe, ma…” Il Vecchio non aprì bocca. Si limitò a guardare lo sbirro capo con aria partecipe. “In nome dell’amicizia che ci lega, che vuoi che ti dica… Portatelo via.”

Il Vecchio ringraziò e fece cenno al ragazzo di alzarsi dalla sedia. Il ragazzo si piegò in un profondo inchino.

“Ti ringrazio, signor capo del Distretto. Prometto che migliorerò. Lo giuro.”

Mentre nonno e nipote uscivano, il capo del Distretto richiamò l’attenzione del Vecchio. Lo sbirro aveva gli occhi lucidi.

“Siamo rimasti in pochi a ricordare le facce baffute dei turchi, laggiù in Corea… Bei tempi quelli… Vieni a trovarmi, Lao Wang.”

Il Vecchio si accomiatò con una mezza promessa.

Bei tempi! Lo sbirro era un povero pazzo. Uscendo, il Vecchio impreco tra sé.

Giunti a casa, il ragazzo mangiò a quattro palmenti. Il Vecchio sorbì una zuppa, in silenzio. A fine cena bussarono alla porta. Wang si alzò di scatto per andare ad aprire, nel tentativo di compiacere il Vecchio.

Il Vecchio sedeva davanti al televisore. Davano l’opera. Il Vecchio stava immobile, lo sguardo fisso.

Ci siamo, pensò Wang. La faccia del padrone, sulla soglia, non prometteva nulla di buono.

“Fai entrare il padrone e lascia parlare gli uomini.” Il Vecchio distolse lo sguardo dallo schermo e si levò in piedi. Sessanta chili di nervi e ossa, capelli foltissimi, spini bianchi ritti sulla testa tonda. Occhi come fessure. Il corpo ballava dentro il vestito.

“Prego, padrone, siediti.” Il padrone scosse il capo.

“Non importa, Lao Wang. Ho ben poco da dire. Io tuo nipote lo licenzio, che altro posso fare. Può starsene a casa, da domani. E qualcuno dovrà pagarmi la giornata perduta.”

Cazzo. Wang sudò freddo. Il nonno già doveva risarcire in qualche modo i contadini. Il nonno sorrise. “Va bene padrone Hu. Ma siediti lo stesso, prendi una tazza di te. I soldi li metto io.”

Il padrone sbuffò ma sedette, guardando Wang di traverso. “Devi fare qualcosa per tuo nipote, vecchio Wang Dovrebbero mettergli un lampeggiante in testa, così la gente non rischierebbe la pelle per imparare a evitarlo”

3

I FIGLI DELLA FEDE

Ovvero: John Smith Jones al programma di recupero

Central New York City, 8 settembre 2010

John Smith Jones passò accanto all’ultimo graffito dell’isolato. Delimitava la vecchia area d’influenza dei Sons of The Faith, una delle gang smantellate dalla recente bonifica di downtown New York. Il graffito era stato salvato dall’amministrazione come testimonianza delle espressioni artistiche di frange giovanili marginalizzate. L’opera era stata rivestita di una pellicola antivandalismo in Savex(r), marchio registrato: nessuno doveva più spruzzare sopra quel muro.

L’ipocrita pietas civica ne aveva stravolto il senso, ma il graffito era pur sempre opera di Joonz, Riposi In Pace, e aveva una storia interessante.

Quelli dentro alle gang comprano qualsiasi cosa con il denaro, anche lo stile. Così credono, almeno. Riempiono di coca e troie la star del momento – un pugile, un rapper, qualsiasi altro negro famoso. Pagano per avere intorno una scena di noti parassiti in grado di illuminare con la propria celeberrima mediocrità la loro mediocrità senza redenzione. Ma Joonz aveva una personalità volatile, in più aveva certi amici. Joonz, negro con un cazzo enorme, aveva rifiutato le profferte. I Figli della Fede lo avevano rapito e massacrato di botte: quando si era ripreso lo avevano costretto, pistola alla tempia, a dipingere l’angolo tra Lafayette e la Quarta. La pistola puntata alla tempia era attaccata alla mano, al braccio e più in su alla faccia di un certo J. J. Marvin, giovane di belle speranze e capo carismatico dei Sons. Il graffito non era un granché, ma è difficile esprimersi quando un branco di negri ti tiene sotto tiro. Il graffito era una scritta: LA FORTUNA È COGLIERE L’OCCASIONE. C’era anche un’astronave anni Cinquanta, la scritta copriva tutta la fiancata. L’astronave era uno sfavillio di cromature aerodinamiche: un pezzo di bravura, nelle intenzioni, ma JSJ, che passava di lì tutti i giorni, non si era mai accorto di nient’altro che della scritta. No, l’astronave non c’entrava un cazzo. Ma la scritta esprimeva qualcosa, era un messaggio puro. La scritta rappresentava un’idea.

L’idea era di Jessie Marvin. Pistola alla tempia, a Joonz the Coon quell’idea era piaciuta moltissimo.

Joonz se la legò al dito. Fiutò il vento che cambiava e colse l’occasione. Pagò un sicario italiano, uomo di Acquistapace, a quell’epoca boss dei boss. Marvin fu ammazzato come un cane con il beneplacito del New York Police Department. Molti dei suoi fecero la stessa fine. Della cerchia interna sopravvissero solo il fratello minore Ananda, Sonny X e Wilfredo Gomez. La gang, infiltrata e decimata, implose. I soldi della famiglia evitarono ad Ananda la galera.

La madre, noto avvocato, era morta due mesi dopo. Niente crepacuore: cancro al colon. Il padre non lo avevano mai conosciuto: un problema di meno. Wilfredo per parte sua, era l’ultimo vivo della famiglia, a parte una vecchia zia, e aveva qualche soldo da parte. Gangster previdente: era riuscito grazie all’aiuto di Ananda a non finire ad Attica, o sulla Sedia. Ananda, minorenne, stato affidato a un programma di reinserimento pagato dai preti episcopali e dai democratici con il denaro dei contribuenti. Dopo poco, aveva ripreso con la vita di sempre, qualche isolato più a sud. Aveva trovato un equilibrio con la gang più armata in città, il New York Police Department. Aveva teso una mano ad Acquistapace, piena di contante. A chiudere i conti ci avrebbe pensato poi, se fosse stato in grado di farlo.

Sonny si era beccato sei anni. Wilfredo lo manteneva. Ananda lo proteggeva con le amicizie ereditate dal fratello. Sonny sarebbe uscito nel 2011. I tre avevano un patto. Avevano giurato che il negro Joonz avrebbe pagato solo quando Sonny sarebbe tornato libero. Questo era ciò che si diceva in strada a proposito dei Figli della Fede e della loro esemplare parabola.

John Smith Jones affrettò il passo. Il professor Brewer teneva alla puntualità, e JSJ non aveva bisogno che Brewer passasse altre note negative al NYPD.

Non c’era niente di peggio del programma di prevenzione e recupero contro l’abuso (e il semplice uso) di stupefacenti. John Smith Jones aveva dovuto scegliere tra galera e multa, più frequenza obbligatoria, trisettimanale, presso il liceo St. Andrew, dove docenti e psicologi bene intenzionati cercavano di prendersi cura delle nuove generazioni. John Smith Jones si era spesso chiesto se non fosse quella, la pena vera.

JSJ sbadigliò prima di entrare in aula. Era un riflesso condizionato. Aveva mandato a memoria la prima lezione. Il professor H.W. Brewer, in realtà paleoantropologo, nella sua veste di benefattore teneva molto a queste cose. La lezione spiegava che marijuana e hashish erano droghe. John Smith scosse il capo. Cristo, anche un ragazzino di dieci anni sapeva che fumare era drogarsi. Se no perché l’avrebbe fatto?

Quella gente viveva su un altro pianeta.

Brewer fece l’appello. Dopo il pistolotto introduttivo spense le luci e avviò il proiettore: un cartone disegnato male e animato peggio, adatto per bambini dai quattro ai sei anni, ma che affrontava argomenti scottanti: almeno, tale era il luminoso parere del National Institute on Drug Abuse. La rivista studentesca del NIDA (If You Change Your Mind, nientemeno) aveva finanziato a spese dei contribuenti una serie di cartoni animati che cercavano di spiegare come le cellule cerebrali comunicassero tra loro. Si aspettavano che la faccenda avesse qualche importanza per le Teste d’Acido locali, i tossici di Nuvola 18, i fumatori di crack e gli impasticcati inveterati.

Sullo schermo, uno sgorbio mal disegnato e animato peggio incominciava la filastrocca. JSJ sbadigliò fino alle lacrime. Lo sgorbio diceva: “Ciao! Sono qui per parlarvi delle droghe e di come le droghe funzionano. Le droghe imitano processi naturali del cervello in modo non naturale. Il processo che le droghe imitano si chiama…” lo sgorbio di cartone aprì le braccia. Una scritta apparve sullo schermo: “… NEUROTRASMISSIONE!”.

Cristo. Lo sgorbio accese un televisore disegnato alla cazzo di cane. Il gesto fu salutato da risatine e sghignazzi. Brewer tuonò: i tossici in recupero tacquero. Lo sgorbio del NIDA potè proseguire: “Il vostro cervello è costituito da milioni di cellule nervose. Per poter funzionare, le cellule nervose devono comunicare tra di loro. Per capire come funziona il processo detto neurotrasmissione, immaginate che ciascuna delle cellule del vostro cervello sia un’isola…”.

Un’isola! Quelli erano fuori. John Smith Jones si prese il capo tra le mani.

Gesù aveva un’aura radiante, multicolore. Capelli lunghi e barba, certo, ma niente occhi azzurri né tratti da efebo WASP. Sembrava slavo, o turco. La cristiformità del volto era accentuata da due rughe profonde. Solcavano le guance dall’alto in basso.

Gesù aveva buchi neri al posto degli occhi e si spostava su una nuvola. Puntava l’indice della destra sulla parte del costato dove aveva ricevuto il colpo di lancia. Indice e medio della mano sinistra indicavano il cielo: Gesù Cristo parlava. Predicava, in newyorkese. John Smith capiva benissimo quel che stava dicendo, ma la mente non tratteneva le parole. Scivolavano via. Divenivano suoni senza senso in un istante. Gesù terminò il sermone. Annuì e aprì le braccia. Nell’area di cosmo delimitata dalle mani trafitte comparve una scritta. Aramaico. No… NEWROTRANSMISSION. Inglese, per fortuna. Alle spalle di Gesù, spostato di un passo sulla sinistra, apparve un altro Gesù. Replicò il gesto del primo. Le braccia si aprirono, e comparve un’altra scritta: YOU MISPELLED “NEUROTRANSMISSION”. Subito un terzo Gesù comparve alle spalle degli altri due, di due passi più a sinistra rispetto al primo. Tra il primo e il secondo e tra il secondo e il terzo si aprì una distanza infinita. John Smith Jones vide stelle e galassie brillare a milioni tra i piedi trafitti dei Tre Primogeniti. Gesù n.3 aprì le braccia. Apparve una terza scritta: YA MISSPELLED “MISSPELLED”. Un quarto, discosto di un passo ancora rispetto al terzo, aprì le braccia. Era distante milioni di mondi. Una scritta apparve. YOU…

“JONES!” John Smith spalancò gli occhi. Brewer alitava a due centimetri dalla sua faccia. “Ora riattacco il proiettore, e se non è troppo difficile, prova a rimanere SVEGLIO!” John Smith Jones annuì col capo. Gli altri ridacchiavano.

Lo sgorbio era quasi alla fine. “Un tipo di neurotrasmettitore è chiamato DOPAMINA. La DOPAMINA è coinvolta nelle sensazioni di piacere come quelle che provate quando mangiate il vostro cibo preferito.” Lo sgorbio si leccò le labbra. Sullo schermo apparvero Hamburger, Patatine e Coca.

4

L’ANIMA DEL PUGILE

Ovvero; che ne faremo di Wang

Pechino, 8 settembre 2010

In cima al tetto piatto del magazzino, Wang teneva lo sguardo fisso oltre l’orizzonte. Il sole prometteva ancora un’ora di luce. Dalla parte del lago Dongping saliva la brezza. Portava odore d’uomini e di fogna. Il cane dei vicini abbaiò a un’automobile di passaggio.

Immobile da un’ora e mezza, braccia in posizione di guardia, peso sulla gamba posteriore: l’allenamento sembrava senza senso.

Il Vecchio saliva ogni tanto. La sorte del ragazzo dipendeva dalla quantità di sudore che bagnava il cemento. Il Vecchio avrebbe fatto un cenno con la mano: Wang avrebbe potuto muoversi di mezzo passo per sferrare beng quan, connesso all’elemento legno. Oppure il Vecchio avrebbe scosso appena la testa. Questo avrebbe significato un’ora supplementare di tortura.

Non era per il disagio fisico. Il corpo dell’adepto era in grado di sopportare ben altro. Ma la concentrazione sfuggiva, imprendibile come una farfalla. Wang avrebbe preferito starsene davanti alla tv a vedere la partita, oppure giù alla bisca a Ru Ping a bere vino di prugne, fumare e giocare alle slot machine, a poker o a Mah Jong.

Il Vecchio salì le scale e apparve sull’estrema sinistra del campo visivo. Wang battè le palpebre. Il Vecchio scostò col piede un sacchetto di plastica che rotolava sul cemento. Maligno, il sacchetto si avvolse attorno al piede.

Il Vecchio imprecò tra i denti, cercò di scalciare via l’impiccio, fu costretto a chinarsi per liberare l’arto. Wang sorrise. Il Vecchio si avvicinò, controllò l’area attorno ai piedi del ragazzo. Era bagnata, ma non abbastanza. Il Vecchio fece un cenno col capo. Wang deglutì.

Wang riempì la ciotola del Vecchio. I due mangiarono senza scambiare parola. A fine della cena, il Vecchio ruppe il silenzio.

“Ti hanno accettato. Partirai all’inizio dei corsi.”

Wang simulò amore filiale. “Mi dispiace andarmene.”

Il Vecchio fece una smorfia. “Non mentire; ragazzo.”

Wang sostenne lo sguardo del Vecchio. “Hai ragione. Non devo mentire. Sono felice di avere l’occasione di migliorare e di servire il mio paese.”

Il Vecchio sorrise. Scosse il capo. “Non dire scemenze, ragazzo. La tua vita cambierà, credimi. Dovrai masturbarti di meno.”

Wang trattenne una risata. Il Vecchio si alzò. Sollevò un asse del pavimento di legno. Estrasse un libro. Lo consegnò al nipote.

“Manda ogni parola a memoria e attieniti allo spirito, non alla lettera. Pratica ogni giorno della tua vita, fino alla morte.”

Wang prese il libro dalle mani del maestro.

In treno, Wang aprì il libro per la prima volta. Sovraccoperta nera rigida, pagine bordate di rosso: la presenza fisica dell’oggetto lo intimidiva. Era l’anima del pugile resa in parole: oggetto potente, impossibile trattarlo con leggerezza. Mentre la campagna fuggiva oltre i vetri del finestrino, il cadetto Wang Zhichen sentì che il momento era giunto.

“Un saggio della fine del periodo Shin, Wang Guowei, ha detto: tutte le persone che hanno avuto successo nella vita hanno attraversato tre diverse fasi psicologiche.

– Una persona si innamora, dimagrisce e perde energia, ma non si pente affatto del proprio sentimento.

– Ieri soffiava il vento dell’Ovest, che ha fatto cadere le foglie verdi. Io salgo sulla collina e penso alla strada che mi è stata data dal Cielo, e provo il desiderio di percorrerla senza lasciarla più.

– Sono stato a trovare il mio amore, come ho fatto più di mille volte: adesso mi volto indietro nel tramonto e la vedo sul terrazzo, vicina alla lampada accesa.

Imparare il pugilato è proprio così.

Dal punto di vista psicologico, il primo momento consiste nel non pentirsi mai.

Così si dice: colui che vuole studiare il pugilato deve avere una solida convinzione. Deve avere la convinzione di chi è pronto a tirare cento tori.”

5

GIOVANE GANGSTER

Ovvero: i bei vestiti di Ananda Marvin

Central New York City, 8 ottobre 2011

Ananda Marvin attraversava la sua fase anni Settanta più convinta. Su Paleo rock Pirate Channel aveva visto i Chilites a Top Of The Pops, filmato della BBC, 1971: il faaaaantastico gruppo vocale di Chicago aveva cantato (For God’s Sake) Give More Power To the People. Il testo black power suonava stucchevole, stereotipato, ma l’interpretazione era memorabile. Ritmo nero come gli incubi di un matricida, e quei negri, Eugene Record in testa, là sullo schermo a ballare sincronizzati, senza fallire un gorgheggio né steccare un acuto. Negri abbigliati in completi di seta verde acido, alti come fenicotteri sulle possenti zeppe degli stivaletti bianchi, strafottentemente froceschi sotto alte bombette bianche in pelo di coniglio: Ananda era rimasto folgorato. Aveva chiamato un sarto e gli aveva commissionato il lavoro mostrandogli la registrazione del filmato. Aveva rinunciato alla bombetta: il bulbo afro non accettava costrizioni. Il sarto aveva intuito che era il caso di prendere sul serio richiesta e richiedente e ce l’aveva messa tutta. Il completo sembrava troppo stretto, ma le misure erano state prese con cura; taglio ed esecuzione impeccabili. Tutta l’arte del mondo non avrebbe fatto assomigliare il pingue Ananda a Eugene Record, ma l’effetto non era male: giovane gangster mesmerico, grassoccio, dotato di una volontà di ferro e gusti sartoriali estrosi.

Il sarto venne pagato. Ananda ebbe il vestito delle grandi occasioni. Lo avrebbe sfoggiato per andare a prendere Sonny, limo bianca, troie e tutto il resto. La resa dei conti era prossima.

Joonz il graffitaro (si faceva chiamare pittore, ora) usciva strafatto dal bar di Milt, arrogante, troppo fuori di testa per rendersi conto di essere troppo fuori zona, ignaro delle ultime notizie in modo colpevole: un negro non informato è carne per vermi. Joonz salutò il buttafuori con un gesto e si diresse da qualche parte, forse alla macchina.

Dall’altra parte della strada, Sonny e Wilfredo si mossero. La Mercedes nera fece inversione.

Ananda, alla guida, mosse appena la testa. Sonny emise un grugnito. Wilfredo annuì e tirò su col naso.

Sì, il bastardo si dirigeva verso la macchina. Il negro puntava il portachiavi omologato verso il posteriore di una Camaro Nuova Serie. Luci lampeggiarono. La Mercedes accostò.

Joonz si accorse dell’auto che procedeva a passo di tossico e si fermò. Le portiere si aprirono. Joonz scartò verso l’interno del marciapiede. Aprì la bocca per protestare.

Lo sfollagente colpì. Joonz crollò come un manichino.

Wilfredo e Sonny sollevarono il corpo per mani e gambe e lo lanciarono in macchina.

“Lascialo a me, Sonny. Non ho mai ammazzato nessuno.” Wilfredo smaniava. Wilfredo voleva pareggiare i conti, essere uno di quelli che uccidono un uomo a sangue freddo.

Joonz si contorceva. Gli occhi imploravano. Il bastardo piangeva lacrime di coccodrillo. Il bastardo sapeva di essere prossimo alla merda definitiva. Il bastardo gonfiò le vene del collo. Il grido – un’accusa o una bestemmia – venne strozzato dal tappo di carta igienica nastro adesivo.

“Me lo faccio io allora.” Wilfredo estrasse dalla giacca a vento un coltello da macellaio.

Ananda sentenziò: “Tocca a Sonny”.

Inutile protestare. Wilfredo distolse lo sguardo. Sonny X sorrise.

Sonny X vibrò un colpo di sfollagente. Il sangue schizzò e fluì.

6

LA DANZA DEL LEONE

Ovvero: sei anni dopo. Che ne abbiamo fatto di Wang?

Tibet sud-occidentale, 22 settembre 2017

Il corteo avanzò. Strepito di cimbali, fragoroso come lo scoppio di un fulmine; rullio di tamburi, profondo come il tuono che echeggia sul versante in ombra di un monte, ammutolisce gli animali del bosco e induce gli uccelli a tornare ai posatoi, a starsene nascosti. Il corteo era scortato da bandiere, picche e tridenti. Nastri di petardi esplodevano passo dopo passo, sollevando fumo e polvere. Il corteo era ancora celato alla vista.

Poi, oltre la nube terrena, il leone apparve. Il carattere Wang campeggiava lucido sulla testa di legno rosso. I tre tratti orizzontali significavano Cielo e Terra, uniti dalla mediazione dell’Uomo. I tratti alludevano a un ordine cosmico. Erano insensati. Anacronistici.

Il leone si abbassava, si alzava, scartava di lato, sollevava le zampe su un lato e sull’altro. Gli occhi lignei aprivano e chiudevano palpebre. La frenesia e l’eccitazione della danza simulavano la ricerca di una preda.

Attorno, volti maschili fingevano allegria con scarsissima convinzione.

Soldati. Stanchi, lontani da casa, perduti ai confini occidentali del mondo.

Trent’anni prima, nello stesso giorno, era stato costituito il Quinto Reggimento. Ma la festa non significava nulla per nessuno, in realtà. Un triste Capodanno con mesi e mesi di ritardo, o di anticipo.

Cibo a sufficienza per l’occasione, ma certo non buono, né vario. Riso, un po’ di maiale brasato in fondo alla ciotola. Cialde ripiene di fagioli rossi. Vino di prugne.

Il colonnello Wang Zhichen sedeva insieme alle Autorità. I corpi delle persone importanti erano protetti da una tettoia d’alluminio. Sedevano compassati, compresi del proprio ruolo, come se assistessero alla sfilata del Primo Maggio. Alla fine della festa, elicotteri avrebbero riportato la preziosa carne e gli onorati nomi verso oriente, dove non occorreva uccidere, squartare, incendiare villaggi, veder morire compagni. Il mondo che Wang Zhichen e gli uomini del reparto erano chiamati a difendere si stendeva lontano, sempre più incomprensibile.

Qualcuno aveva preso donne indigene. Altri bastardi tribali sfacchinavano per il reparto, pochi yuan, molte bestemmie, frequenti bastonature. Direttiva chiara: impiegare manodopera locale, ma pagarla. Fare terra bruciata, ma pagare i lavoratori. Era il revival marxista che attraversava le teste pensanti del Partito. Serviva per equilibrare la deriva mafiosa.

Zhou Zhiping era ritornato al campo pochi giorni prima. La parte inferiore della faccia portata via da un colpo lunghissimo, preciso. Il tenente era crollato mentre arrancava circondato da altri corpi in divisa. I soldati lo avevano riportato indietro, ancora vivo. Lo avevano deposto ai piedi di Wang senza una parola, elmetti e cappelli in mano. Nevicava forte.

I lavoratori locali erano spie. Quel che accadeva al campo si sapeva sulle montagne in tempo reale. Wang marciò verso le baracche poste al limitare del campo, sede provvisoria del glorioso Quinto Reggimento d’Assalto dell’Esercito Rosso, impegnato a dare una lezione ai ribelli e a chiarire un punto: il territorio della Repubblica Popolare è sacro. La terra, la materia, la sostanza del paese, il ghiaccio, il fango, la neve, il deserto, le risaie, l’asfalto e il cemento: non una sola zolla sarebbe stata perduta.

Wang, ora, aveva un punto più personale da dimostrare. I montanari rivolsero sguardi neutri al colonnello: avanzava a larghi passi, la neve scendeva copiosa. Nello spiazzo tra le baracche, due uomini squartavano una capra rinsecchita. Sangue nerastro formò una pozza sulla neve.

Wang sferrò un calcio a uno dei bastardi: l’uomo cadde. Una nuvoletta farinosa smorzò il tonfo. Wang torse il braccio all’altro, sottrasse la lama che aveva lavorato la carcassa, la impugnò con la destra levata in modo che tutti vedessero. Passò il filo sulla propria guancia con esasperata lentezza. Sangue si unì a sangue. Un solco rosso si aprì, dall’inserzione della mandibola fino al labbro inferiore.

I ribelli sarebbero morti tutti.

Il leone si sdraiò su un fianco, la zampa destra si sollevò a grattare il mento ligneo. La maschera del leone vibrò per simulare soddisfazione.

Wang passò una mano sul volto. La cicatrice era lì per ricordare.

7

WESTERN WORLD WASTING TIME

Ovvero: il nuovo affare di Ananda Marvin

Benares, India, 22 settembre 2017

Sandeep Pandit agitò la mano per scacciare un insetto. Digitò qualcosa mentre sorrideva agli ospiti.

“La connessione è lenta. Così lenta che ho il tempo di raccontare storielle ai clienti.”

Sandeep Pandit articolava le parole con calma, gustando il suono di ogni sillaba. Aveva un accento artefatto, da public school britannica. Scuro, basso di statura, esile. Quindici anni, ma ne dimostrava molti meno. La voce era quella di un bambino.

“Se avessi più clienti, potrei permettermi una macchina migliore, ma sarebbe hardware sprecato. La lentezza è qualcosa contro la quale né io, né il resto del paese possiamo lottare.” Sandeep Pandit sorrise di nuovo.

Ananda fissava il volto del ragazzino con occhi vacui. Non capiva una sola parola. Era stanco, aveva fumato troppo. La voce di Sandeep, melodiosa e infantile, sembrava uscire dal fondo del cuore, dai recessi della memoria. Ananda guardò fuori della finestra.

Uomini seguivano un corteo funebre, ciocche di capelli appiccicate al cranio sudato e mal rasato. Dall’altra parte della strada, sadhu coperti della cenere delle pire, intenti a fumare chilum nel cortile di un’accademia vedantica, tra la merda di vacca, le verdure marce e l’immondizia di uno stradello che dava sulla via. Le schiene gibbose delle bestie da latte reggevano il cielo; l’arco del torace, innervato di magre costole, era simile a un guscio di tartaruga. Là il cibo diveniva carne sacra, luce solare assimilata.

All’interno dell’accademia, succursale del ventre bovino, l’igiene ossessiva dei brahmani avrebbe fatto sembrare barbariche le finzioni sociali correnti riguardo alla pulizia: ma fuori, in strada, era il corpo degli asceti a indicare come adorare Dio.

“Ecco qui, WWW.BAILONGPRODUCTS.COM.” La schermata mostrava un drago bianco vorticante. Scintille di fuoco irradiavano dalle spire della bestia. Sandeep Pandit guardò Ananda, Sonny e gli altri con occhi furbi.

“WWW. Western World Wasting time.”

La voce del ragazzo si fece melliflua. “Ecco, vedete? Prezzo di mercato 28 dollari la dose. In Cina e a Hong Kong, si intende. All’ingrosso il prezzo cala. Qui siamo a Benares, India. Un sovrapprezzo di cinque dollari è più che equo, non vi pare?”

Sonny aggrottò le sopracciglia. “Sì, ma…”

“Lo so. Effetto scarso, quasi nullo. Ma c’è scritto sulle avvertenze, è tipico nel novanta per cento dei casi, alla prima assunzione. Vedete?” Sandeep Pandit mostrò lo schermo. “Comunque sia, io sono disposto a cedervi il contatto, ma dovrete fare un bel po’ di strada. E dovrete pagare, diciamo, cinquemila dollari.” Sandeep Pandit sorrise. “Poco, vero? Tanto non entreremo mai in concorrenza. Central New York City è lontana da qui, in tutti i sensi. La novità paga, amici. È un buon affare. Vi darò il nome del mio uomo, su in Ladakh.” Sandeep Pandit portò le mani in grembo, benigno e radioso. Ananda fece cenno di sì col capo.

“Lasciate perdere quel bambino.” Il gruppo di uomini scuri si volse verso la porta, con un solo movimento.

Un ragazzo dalla carnagione chiara entrò nella hall del piccolo albergo. “Compra sorrisi al mercato” disse indicando il ragazzino al computer. Sandeep Pandit rise.

“Signori, vi presento Kooma, la migliore charas in città, se posso osare un’affermazione così recisa.”

Kooma fece un cenno di saluto. Estrasse dai larghi pantaloni un enorme chilum. “Terra del Gange! Vicino a Sandeep, visioni assicurate.”

Chiamato in causa, il ragazzo sorrise come per schermirsi. “Raccontano un sacco di storie su di me.”

Ananda sentì un nodo allo stomaco.

8

I RAGAZZI HANNO FATTO UN BUON LAVORO

Ovvero: che ne abbiamo fatto di Wang

Tibet sud-occidentale, 2 ottobre 2017

Il colonnello si alzò dalla branda, sospirò, bevve una tazza d’acqua calda. Mise il berretto di pelliccia e uscì dalla baracca. Il vento gelido sferzò la faccia. Nella piazza d’armi corpi giacevano accatastati. Soldati continuavano a scaricare cadaveri da un camion: il Quinto Reggimento celebrava la vittoria.

Bene. Occorrevano un po’ di soldi, ora. Soldi veri. I ragazzi avevano diritto al divertimento una volta tornati in città: le donne locali stancavano in fretta, ed erano poche. Per fortuna l’uomo della Bai Long pagava i militari con regolarità. La chiusura del confine aveva centuplicato gli introiti illeciti. Gli uomini erano ormai assuefatti alla Sostanza. Le razioni governative non bastavano più: l’uomo della Bai Long interveniva in via ufficiosa per consolare ed elevare i combattenti. L’uomo della Bai Long avrebbe fatto frusciare i denari, carta moneta sarebbe passata di mano. Mister Bai Long avrebbe aggiunto, diciamo, cinquecento dosi: la ridistribuzione era puro comunismo.

Bai Long, uguale mafia, uguale buona parte dei politici. In fondo c’era ben poco di strano. Sono i politici, mafia o no, che pagano i militari.

Wang guardò i cadaveri, nasi e orecchie mozzati, seminudi. Alcuni avevano gambe e braccia spezzate, piegate in modo innaturale.

Il colonnello fu colto da profonda tristezza. Splendido lavoro, davvero. Girò sui tacchi, rientrò nella baracca: lo specchio sbrecciato rimandò un’immagine enigmatica. L’uomo, intrappolato nel vetro poteva essere chiunque. Senza levarsi gli stivali, il colonnello crollò sulla branda.

9

IL CONTATTO

Ovvero: Ananda Marvin conclude l’affare

Ladakh, India, 3 ottobre 2017

L’insegna recitava: OM SHIV PRATYANANDA. GENERAL STORE, RESTAURANT AND TV REPAIR.

Dentro, il sikh attorcigliava i baffi. Chiuse il giornale sul bancone. Guardò l’orologio sulla parete di fronte, ingombra di calendari e immagini sacre.

Da dietro il riparo lanciò un’occhiata ai clienti. Una donna con un bambino in grembo, la pelle del volto secca come terracotta. Un vecchio alle prese con un giornale. Due soldati sceglievano una sveglia: la discussione era serrata. Il televisore mandava l’ennesima puntata del Mahabharata. Per compiacere il maestro, Ekalavya tese un braccio. Con l’altro mulinò la sciabola e colpì senza esitare: il giovane guerriero offrì il pollice della destra a Drona, guru giusto, spietato. Nessuno prestò attenzione allo schermo.

Faceva freddo.

La porta di legno si aprì con un cigolio. Il vento gelido irruppe turbinando. Tre uomini neri entrarono. Il più grasso battè i piedi sul pavimento di terra. I volti dei clienti indagarono i nuovi venuti. Il sikh sorrise.

“Desiderate? Riparazione tv, parabola? Vestiti pesanti? Buone giacche cinesi…” Il bottegaio uscì da dietro il bancone.

“No, grazie. Abbiamo visto l’insegna… Cibo vegetariano, no?”

Il più alto dei tre tentò un sorriso. I muscoli del volto non sembravano allenati. Da dove proveniva, sulla Centodecima Strada, sorridere non era un gesto usuale.

Il sikh aprì il volto in un sorriso più ampio. “Certo, buon cibo vegetariano, niente danni per il corpo, niente sangue… Niente cattivo karma, no-no.”

Il sikh fece strada. Nel televisore Arjuna giocava con le ancelle. Krishna dormiva, sdraiato su un fianco.

Il sikh conosceva il contatto. A colpo sicuro, aveva assicurato. Basta percorrere la strada che sale al confine: il cinese e i suoi sono tra i pochi che passano senza problemi. Paga le guardie, corrompe i militari: il cinese è un buon commerciante, così aveva detto. Il sikh aveva lasciato trasparire qualcosa di simile all’ammirazione. Fermatevi vicino al grande OM MANI PADME HUM sulla parete di roccia, dopo il ponte, circa trenta chilometri fuori dell’abitato, aveva detto. Non serve salire di più: pochi chilometri più a monte c’è un incrocio. Qualunque passo abbia scelto di valicare, il cinese e i suoi dovranno passare di lì.

Un motore diesel rombò nella nebbia, ben prima di essere visibile. Era l’alba, diaccia e fredda. I neri, barricati nella Land Rover, intirizziti, si lanciarono fuori sbracciando. Agitavano le braccia in una sostanza eterea, simile al latte. Ananda teneva una torcia nella destra. Il fascio di luce non riusciva a bucare la nebbia, formava un alone simile a un sole morente. Pochi metri più a monte, freni gemettero. Il muso di un camion millenario sbucò dalla foschia. Si udì una raffica di mitra. I neri schizzarono dietro la Land Rover. Ananda gridò con tutto il fiato che aveva in gola: “Sandeep Pandit! Sandeep Pandit!”. Un gruppo di uomini armati uscì dalla nebbia. Montanari tibetani. Un cinese, con il mitra spianato. Il cinese fece un cenno agli uomini nascosti dietro le lamiere. Ananda fece un cenno di assenso ai suoi. Sonny gemette, il volto contratto in una smorfia d’odio. I neri uscirono. Il cinese li squadrò da capo a piedi. Sorrise.

Il grasso Ananda guardò fuori del vetro sporco. Cime innevate bucavano il cielo.

La baracca riparava appena dal vento gelido. I neri erano chiusi a riccio nelle giacche termiche. Tremavano. Le cime innevate si stagliavano sul rosso acceso del sole a fine corsa. Oltre le montagne i comunisti saldavano il conto ai ribelli, rimettevano le cose a posto.

Ananda guardò i compagni. Gli accordi erano presi. I Figli della Fede erano entrati nella grande imprenditoria: import-export con la Cina rossa, nientemeno. Il cinese aveva raccontato una strana storia: diceva che la sostanza era oggetto di una trattativa tra Bai Long, governo cinese e USA. La sostanza sarebbe diventata presto legale. Chi voleva fare i soldi, doveva sbrigarsi.

Il negro più alto cavò dalla tasca una scatola di latta rossa. Guardò i compagni. La aprì.

Dentro, tre siringhe ipodermiche.

Erano consapevoli di non poter uscire di lì. Una specie di garage, attrezzato a mo’ di bar, ma si poteva vedere la vita quotidiana là fuori, oltre una larga finestra, e le viuzze che portavano al fiume. La scena vedeva una folla multicolore aggregarsi, incrociarsi, perduta nelle proprie faccende. Vacche. Qualche turista. Un chiosco con un uomo barbuto che fabbricava beedee a mano. La radio trasmetteva a tutto volume bhangra e hindupop. Qualche benpensante scuoteva il capo. Scimmie si aggiravano in cerca di qualcosa da rubare. Poi la scena cambiò, o meglio, un’altra scena che pareva svolgersi sulle rive del fiume divenne visibile, come una pellicola in doppia esposizione. Uomini si affollavano attorno a una pira funeraria. I piedi del cadavere spuntavano dal sudario. Da dietro un muricciolo, fece capolino Sandeep Pandit.

Sandeep Pandit era nudo, magrissimo. La pelle blu, i capelli sozzi e arruffati. Gli occhi iniettati di sangue brillavano come carboni ardenti, fissi in quelli di Ananda. Sandeep Pandit scivolò a quattro zampe vicino alla pira funeraria. Apparve gridando come una furia agli uomini che attendevano al rito e al brahmano che doveva cantarlo. Gli uomini fuggirono terrorizzati. Ananda sentì le ginocchia tremare. L’angoscia più profonda si riversò nel cuore. Il brahmano aveva chinato il capo, mormorando alcune formule, e si era allontanato in fretta. Sandeep Pandit trascinò il cadavere giù dalla pira. Circoambulò vomitando sangue: ne risultò un cerchio perfetto. Sandeep Pandit recitava in sanscrito, ma la voce non usciva dalla bocca. Sembrava provenire da qualche punto della scena, tra il cielo, la pira e il fabbricante di beedee che continuava a rollare, imperterrito. Sanscrito, ma giungeva alla mente in perfetto inglese. Inglese aulico, letterario. Sandeep diceva: “Disistimato, in mezzo a tutti gli esseri l’asceta si aggiri”. Intanto tirava una costola, la svelava, l’addentava. “Ogni macchia è estinta: disprezzato dagli altri, reca macchia a chi lo disprezza, e sottrae i loro meriti: perciò a mo’ di un morto si aggiri, russi, si dimeni, vaghi claudicante, amoreggi.” Sandeep estrasse il fegato stillante succhi dal cavo centrale del cadavere e se le imbrattò la faccia prima di addentarlo. Proseguì: “Agisca sconvenientemente in modo da ottenere il disprezzo. Ogni traccia di orgoglio venga soppressa”.

Sandeep Pandit ruttò. Riprese con uno strano accento di Brooklyn. “Questo è troppo per te, Ananda? Se vuoi vivere, che la paura della morte ti abbandoni.” Sorrise, la bocca piena di carne morta.

10

TACCHINO FREDDO

Ovvero: Ananda si disintossica

Pianeta Terra, tempo degli incubi e sudori freddi

La baracca di legno era illuminata da un’unica lampadina. All’interno, tre brande, sacchi a pelo, un fornellino da campeggio. Un poster dei Knicks, la squadra del 2015, la più amata degli ultimi anni. Un ghetto blaster, con una montagna di cd.

Ananda chiuse la porta alle sue spalle. Deglutì. Guardò John Smith, Sonny e Wilfredo.

“Ci siamo. È il momento del tacchino freddo. O usciamo di qui puliti, o chi ha un po’ di denaro è meglio che pensi al proprio funerale.”

La voce vibrò nell’aria umida. John Smith sedette a terra, sulle assi annerite, nell’angolo più lontano dalla porta.

I volti dei ragazzi erano contratti. Preoccupati. Era il momento del tacchino freddo: oltre il gergo anni Cinquanta tornato di moda c’era la verità, dura, adamantina. L’eroina da oppio mutante, nota come Nuvola 18 o Heaven 18 o Snooze eccetera eccetera, dava una dipendenza grave. Assegnava un biglietto d’andata per la più tetra delle destinazioni. Ananda aveva ragione: sarebbero usciti da lì puliti, oppure sarebbero morti. Lì o altrove. Justin aveva le chiavi; aveva l’ordine di non aprire e di passare il cibo da una finestrella. Justin aveva scosso il capo e piegato le labbra in un sorriso amaro. Non ce la farete, ragazzi. Questa era l’opinione generale. Ananda passò in rassegna gli uomini con lo sguardo. Wilfredo teneva il capo tra le mani. Sonny non sembrava tanto grosso, come se l’angustia della baracca ne avesse ridotto la corporatura, compresso ossa e muscoli.

La stanza sulla Novantaseiesima Strada puzzava, non ci si poteva aspettare che Blanca facesse lavori domestici. Matleena sospirò e chiuse la porta alle spalle. Si guardò attorno. Il tavolo traballante, quadrato, ingombro di bottiglie di latte di soia Maidmilk, lattine di birra, riviste. Un posacenere in cristallo, sbrecciato, traboccava di mozziconi. Le piante erano morte tutte. Un’euphorbia, essere vivente tra i più resistenti del pianeta, mandava le braccia rinsecchite verso il cielo. Uno dei rami si piegava verso il basso con un angolo innaturale.

Matleena guardò il lavabo ingombro di stoviglie e piatti. Una scatola di tonno con fagioli apriva fauci di latta: mascelle di qualche pesce amazzonico, pronte a spolpare la preda.

Matleena scostò la tendina ed entrò nel rifugio. Blanca armeggiava con un accendino. La guardò di sbieco, con un mezzo sorriso. Matleena salutò con un cenno del capo e le accese la sigaretta. Blanca trasse una lunga boccata. Espirò piano, a bocca socchiusa.

“Così l’hanno fatto, vero?”

Matleena provò a sorridere. “Fatto cosa?”

“Si sono chiusi dentro, no? Quello stronzo di John Smith mi ha dato una specie di ultimatum. “Puoi entrare con noi o andartene a fare in culo.” Così ha detto.” Gli occhi di Blanca erano duri, per quanto la Sostanza consentisse. “Non vogliono stare con una tossica di eroina. Hanno grandi progetti, i ragazzi.”

Matleena sorrise. “Cercano di sopravvivere.”

Blanca scoppiò in una risata isterica. “Niente di nuovo, no? Cosa altro hanno mai cercato di fare? Gente come quella sopravvive uccidendo. E sta meglio su Nuvola 18, con la testa occupata a cercare di farsi il più possibile. Meglio per tutti. Tremo pensando a quello che può fare Ananda di se stesso e dei ragazzi.”

Matleena cercò di suonare tranquillizzante. “Wilfredo ha progetti che coinvolgono solo lui, Sonny e los Hormones. Ananda vuole conquistare il mondo. E John Smith è innamorato di te.” Blanca si levò in piedi. Il furore trasfigurava i lineamenti. Agitò le braccia in aria. Il fumo della sigaretta segnò una labile scia.

“Non bestemmiare! Quelle parole non ci appartengono! Non sai quello che sta per accadere! Sei una povera stupida, Matleena, e io sono finita, perché tu sei l’unica persona che mi rimane.”

Blanca sedette sul letto. Trasse un lungo respiro. Si acquattò in posizione fetale, girò le spalle all’amica.

Matleena tornò sui suoi passi. Aprì la porta. Chiuse il passato dietro di sé.

11

SE È MIO DESTINO MORIRE COME UN CANE PER STRADA

Ovvero: se è mio destino morire come un cane per strada

Central New York City, verso la fine della Guerra

La porta si aprì. Basso e drum machine invasero la stanza. Oltre la porta il locale era affollato. Lascia che i miei negri vivano, esortava il clan Wu Tang. Ananda entrò, insieme al quartier generale e ad altri sgherri. La porta si chiuse. Di basso e batteria giungevano solo le vibrazioni.

Da dietro un tavolo di vetro Wilfredo salutò. Il sorriso aveva un che di amaro. Di beffardo.

“Entra, Ananda. Vuoi favorire? Tra qualche minuto dovrebbero svegliarsi.” Wilfredo indicò le ipodermiche vocali allineate sul tavolo. Ananda fece un cenno di diniego. Uno del seguito commentò: “Wu Tang del cazzo. Kung Fu e tutte le altre stronzate cinesi. Non le sopporto!”.

Sonny gelò il negro con lo sguardo. “Beh, noi sì, ok?”

Wilfredo toccò il polso al compagno e sussurrò qualcosa.

Gli sguardi dei due maschi alfa si incontrarono. Dopo un lungo istante Wilfredo fece cenno ad Ananda e ai suoi di sedersi. Sonny preparò un narghilè in attesa del risveglio dell’angelo Cao Dai. Il gangster era passato alla Sostanza da ricchi.

“L’offerta è sempre la stessa, Wilfredo. Sai quanto ho apprezzato le tue ultime scelte. Ora sei un uomo, e per di più affidabile. Il giro è quello grosso, se vuoi esprimerti con le parole del passato.” Ananda fece un cenno a un sottoposto. Il negro in giacca di pelle e basco viola estrasse un joint dalla tasca e lo passò ad Ananda. Il volto del leader venne oscurato da uno sbuffo di fumo.

“La guerra sta finendo. Il giro d’affari anche. La ricostruzione produrrà uno stato di cose ancora più mostruoso, Wil.”

Wilfredo Gomez odiava quando ex-amici lo chiamavano Wil. Fece un sorriso tirato. “Non me ne frega un cazzo, Ananda. È un bel po’ di tempo che non ti capisco. Capisco solo che sei il più forte.” Il sorriso di Wilfredo si allargò. Sonny fissò Ananda in volto, accese il narghilè. Odore di tabacco alla fragola riempì la stanza.

“Appunto. Da quando sono tornato mi è tutto chiaro. Non ho mai sbagliato, lo devi riconoscere. Stai con me. La torta più grossa che puoi immaginare; noi siamo la soluzione, noi vinceremo. Non capisci?”

“Sei tu quello che ha studiato.” Wilfredo guardò con impazienza le ipodermiche.

“Chi vive sulla strada muore sulla strada, Wil.”

Gomez guardò Sonny e fece un sorriso sprezzante. “Lo so, amico. So che finirò morto ammazzato, e sarà qualcuno che chiamavo amico, qualche bastardo strafatto o un porco fascista, uno sbirro che mi coglierà alla schiena, pronto a giurare e spergiurare che è stato un errore. Un errore!” Gli occhi di Wilfredo erano pezzi di carbone. Di colpo gli parve di cogliere qualcosa di umoristico. “Sabes lo que creo yo, hermano? Si es mi destino morir en la calle como un perro…” Wilfredo allargò le braccia. In quel caso, che poteva fare? Scoppiò a ridere. Anche Sonny rise. Ananda guardò gli uomini.

Fece cenno di uscire. Le ipodermiche si svegliarono all’unisono. Un coro di voci bianche invitava al viaggio nella Terra degli Spiriti.

12

JERSEY CITY

Ovvero: quando JSJ si mette in testa una cosa

Central New York City, verso la fine della Guerra

Blanca guardava la strada. John Smith Jones non le staccava gli occhi di dosso. La donna, mezzo sorriso sulle labbra, teneva le mani sul volante con la calcolata nonchalance di una diva. Il motore della Plymouth Arcadia ronzava sommesso.

Gli occhi torbidi da eroina di sintesi riflettevano la luce dei lampioni, già accesi a quell’ora del pomeriggio: dita scheletriche indicavano le nubi, fiancheggiavano lo stradone verso Coney Island. Vecchie installazioni portuali, ciminiere della fabbrica di prodotti alimentari Maidmilk, produttori del latte di soia Maidmilk – addizionato con tutti gli elementi indispensabili alla crescita – un traghetto che si allontanava sull’acqua oleosa. Da quando era stata autorizzata ai privati la pesca con l’utilizzo di reti, il lato della strada che fiancheggiava la spiaggia (il mare era vicinissimo) era stato invaso da baracche e pontili precari dove la gente lavorava e dormiva per cercare di assicurarsi un buon apporto proteico o di avviare un piccolo business.

John Smith Jones passò le dita sul collo della donna.

John Smith Jones, incapace di lasciar vivere gli altri come meglio credono. Ora si era messo in testa di amarla, amarla fino alla fine. E la fine di lei poteva essere prossima. Anche la sua, per quanto poteva saperne. I gangster raramente raggiungono la pensione. Bella situazione, certo…

Non avrebbe mai dovuto accettare. Wilfredo l’aveva legato a sé.

Riandò con la mente alla scena che aveva cambiato la sua vita.

Vide il volto impassibile del maschio alfa. Ne udì le parole.

Mettiamoci una pietra sopra, John Smith. Tu lavori per me, e io ti ridò Blanca, eh? Il sorriso di Wilfredo era conciliante. Il sorriso di Sonny, l’altro bastardo, era sprezzante.

John Smith Jones aveva chinato il capo. Con vergognosa gratitudine.

“Che cosa ho appena detto, Mister Attenzione?”

John Smith Jones sfoderò un espressione smarrita.

“Lasciamo perdere. Ecco il posto.”

Blanca era uscita dalla superstrada, aveva imboccato uno sterrato che piegava a nord verso una lunga lingua di terra e aveva portato la Plymouth su una stradina che correva a pochi metri da una lunga fila di baracche in legno, alcune sospese su esili palafitte. Era l’ora in cui si tiravano le reti.

Le squame argentee delle vittime brillavano al sole. Uomini affaccendati attorno alle prede scambiavano rade parole tecniche, oppure imprecavano.

Blanca uscì dall’auto. La figura della donna coprì il disco rosso che tramontava. John Smith Jones guardò la costellazione di efelidi sulla schiena nuda. Si sentì invadere dalla forza stolida del desiderio. La donna fece un cenno, John Smith Jones si decise a uscire. Blanca mostrò una chiave, sorrise. Si allontanò lungo la strada sterrata.

13

VITA QUOTIDIANA DI DUE GANGSTER

Ovvero: se sfrego le mani, il calore dell’attrito si disperde per sempre

Central New York City, verso la fine della Guerra

Il viaggio di Wilfredo Gomez. Ricostruito da punti di vista alternativi: c’erano molte, molte macchine da presa. Una nella testa. Una per ogni poro della pelle. Una per ogni molecola d’ossigeno. Una per ogni centimetro quadrato d’asfalto. Visione simile a quella di un insetto, anche se nessuno sa come vede un insetto, in realtà.

Wilfredo Gomez passò una boccetta di anfetamine a Sonny. Il negro svitò il tappo e ingollò pasticche. Il negro deglutì a fatica. Wilfredo lo fissò. “Devi ridarmi quella foto di Blanca, Sonny.”

Guarda tu che cazzo gli veniva in mente. “Che problema c’è? Se non la raccattavo da terra l’avresti persa, no?”

“Dammela.”

Le strade di Lower East erano deserte. Camminando in fretta, i due raggiunsero l’ingresso di un locale notturno. Wilfredo riconobbe la musica che filtrava dalle porte. The Masquerade is Over, Nolan Porter, 1974. Wilfredo distese il volto in un sorriso. I due tizi all’ingresso salutarono, grossi come armadi.

“C’è Herbie?” Il sorriso di Wilfredo era formale: le buone maniere sono apprezzate in strada.

Uno dei tizi indicò con il pollice il retro del locale. Wilfredo e Sonny ringraziarono.

Wilfredo attraversò il vicolo fino a trovarsi di fronte a un’uscita di sicurezza. Vapore saliva dalle cantine attraverso una grata.

Nel vicolo nemmeno un’anima. Né ubriachi, né troie. Sulla porta c’era un samoano enorme.

Il samoano sorrise. Wilfredo sorrise di rimando. Senza smettere, Wilfredo estrasse un pugnale, vibrò il colpo.

L’acciaio penetrò la cassa toracica. Il cuore si spaccò. Il sangue schizzò e fluì.

Il corpo del samoano cadde con un tonfo. Un orologio rotolò dalla tasca della giacca e cadde attraverso la grata. Sonny osservò gli occhi sbarrati del buttafuori, Mr. Poverocristo. Sonny scosse il capo. Assunse un’espressione severa, simulò un pesante accento italiano. “Il fratello di Antonello Acquistapace non dovevi toccarlo, stronzo.”

La giacca di Wilfredo era macchiata di sangue.

Sonny guardò Wilfredo negli occhi per un lungo istante. Chiuse quelli del bastardo steso sull’asfalto.

14

LADRA DI CAZZI

Ovvero: la vita, l’amore e le vacche

Pianeta Terra, prima e durante la Grande Morìa

Nei mesi precedenti la Morìa e l’Ultima Guerra, attorno al luglio del 2018, il Sud della Cina era stato percorso da una strana epidemia, che sembrò preannunciare eventi ben più terribili. Tra Guangzhou e Hainan si era diffusa una malattia nota come suo yang, in malese koro. Le epidemie erano cicliche: l’ultima ondata coincideva con la nevrosi collettiva neomarxista scatenata dal regime. Ecco quel che accadeva: il malato aveva l’impressione che l’aria, l’atmosfera fosse turbata, maligna, percorsa da una strana vibrazione. Il malato non riusciva più a prendere sonno. Dopo notti insonni, d’improvviso, la convinzione che il pene si stesse ritraendo lo gettava nel panico: il malato lanciava urla strazianti. Una volpe soprannaturale stava rubando il pene, e la volpe era capace di tutto. Durante i giorni dell’epidemia, c’era chi giurava d’aver visto la Dama Celeste Hu Li Jing correre in giro per le campagne e i vicoli dei sobborghi per commettere i suoi furti osceni. A Hainan si diceva che la Dama scendesse dal cielo in groppa a un drago bianco e qualcuno giurava d’aver veduto una vecchia orrenda correre i campi con due ceste appese al bilanciere. Chi si avvicinava per guardare avrebbe scoperto che erano colme di membri rubati.

Qualcuno si spingeva oltre. Si diceva che la Dama Celeste infilzasse i trofei come salsicce e li mangiasse.

Un anno dopo, l’Asia sud-orientale prima e poi il mondo intero videro il cielo oscurarsi: pire funerarie tecnologiche, frutto di investimenti frettolosi e precipitose riconversioni, bruciavano cadaveri di vacche, di maiali, di pecore, di capre, a migliaia, a milioni. L’India fu sconvolta dalla guerra civile. Musulmani e Congresso, per la soppressione. Gli hindu radicali, contro. A un certo punto, molto in fretta, gli hindu decisero che era meglio morire con le vacche, portandosi dietro molti nemici. Il mondo fu sull’orlo della catastrofe. I contadini di Hainan e del Guangdong giuravano di aver veduto la Dama Celeste nutrire con cazzi rubati i bovini della regione.

I medici e i ricercatori avevano opinioni contrastanti. Di certo però il batterio Escherichia Coli, comparso in una nuova mutazione nell’area tra Assam, Meghalaya e Myanmar occidentale, aveva effetti catastrofici. Le vacche morivano. I maiali morivano. L’epidemia si trasmetteva agli uomini, agli animali selvatici. Alcuni dicevano che l’umanità non sarebbe sopravvissuta se tutti i focolai potenziali – la malattia era comparsa a macchia di leopardo in tutto il pianeta – non fossero stati spenti. Così vennero accesi i fuochi.

Libro primo

Ball of Confusion

La linea di demarcazione fra paesaggio interno e paesaggio esterno è crollata. I terremoti possono essere originati da sconvolgimenti sismici all’interno della mente umana. L’intero universo randomizzato dell’età industriale esplode in frammenti criptici.

(William S. Burroughs, Prefazione a La mostra delle atrocità di James G. Ballard)

1

AI BEI VECCHI TEMPI

Ovvero: di come i cinesi non amino più Ananda Marvin

Pechino, 18 aprile 2025

Dalla finestra giungeva rumore di traffico. Il colonnello Hu Libao si alzò dalla poltrona e chiuse i vetri. Girò sui tacchi come una marionetta. Controllò un fascicolo sulla scrivania. Alzò lo sguardo e sedette.

“Non esistono missioni più o meno importanti, tenente. Comunque, se tu mi permettessi l’esercizio di una blanda retorica, direi che la missione è vitale.”

La cantilena burocratica del colonnello aveva qualcosa di infantile. Era odiosa: dietro le lenti, occhi infossati indagavano l’interlocutore.

“Quindi, tenente Shin, questa è proprio una di quelle volte in cui i superiori” il colonnello fece un gesto col capo, indicando la foto del Presidente alle sue spalle, “esigono rapidità, efficienza e discrezione.”

Il colonnello estrasse un enorme faldone dal cassetto. Il cassetto cigolò.

Il colonnello spinse il cassetto. Il cassetto si bloccò.

Il colonnello chiamò l’attendente.

“Pensaci tu, compagno.” Lo sguardo del colonnello era tenero.

Disgustoso, pensò Shin. In una società sana, i froci finirebbero al lavoro coatto, o peggio.

L’attendente chiuse il cassetto con un calcio ben assestato e si congedò con un saluto marziale. Il colonnello rispose con un cenno del capo. Fissò gli occhietti su Shin.

“Tu ti assumi ogni responsabilità. Tu stabilisci le procedure. Tu paghi se sbagli. Studia bene. E non fallire, per il bene della Patria.” Il colonnello fece un sorriso. “E per il tuo, tenente.”

Shin soppesò i documenti con lo sguardo.

L’avevano assoldato per uccidere un grasso negro di nome Ananda Marvin. Il negro era una mole di carne e lardo affetta da problemi respiratori, problemi cardiaci, grasso che foderava vene e arterie, grasso che ballonzolava a ogni movimento: il bastardo non si muoveva quasi più. Ci si poteva chiedere, perché non aspettare che la natura compia il suo lavoro? Il negro sarebbe esploso. Ma in alto avevano fretta.

Il negro era a capo di una fazione di scoppiati che voleva cambiare il mondo. Gli scoppiati erano potenti. Gli scoppiati erano pagati dal Partito comunista. Erano pagati coi soldi dei lavoratori cinesi, versione agiografica della faccenda. Erano pagati con soldi grondanti sangue e merda dal governo e dalla Bai Long, versione corretta benché prosaica. Bai Long, una triade nuova e dinamica, occupava tutti i posti chiave.

Volevano levare il grassone di mezzo perché era andato fuori di testa. Era diventato pericoloso. Aveva finito per credere alle proprie stesse stronzate.

Per quanto riguardava Ananda Marvin, avevano dato carta bianca, e avevano prospettato un avvenire radioso per il vittorioso esecutore della sentenza.

Come prima tappa, l’avrebbero spedito a Tianjin. Doveva trovare Wang Zhichen, nientemeno: costui avrebbe portato a termine la missione. Le analisi del ministero degli Interni concordavano su un punto: quell’uomo era l’unico, in tutta la Patria Socialista, ad avere una concreta possibilità di arrivare fino al grassone e archiviare la pratica.

Ma c’era una difficoltà: l’uomo era pazzo.

Prima di uscire di testa, Wang Zhichen era stato nominato Eroe Marziale di Prima Classe, il più giovane della storia. Trovarlo e convincerlo non sarebbe stata impresa facile.

Il tenente Shin Dawei guardò il cestino della carta straccia.

2

IL PASSATO DELL’EROE

Ovvero: l’agente Shin guada torrenti di merda e incontra Wang il pazzo

Tianjin, 20 aprile 2025

Il vicolo puzzava di verdure marce e urina.

L’uomo alto fece una smorfia di disgusto. L’altro lo guardò, scettico.

“Non abituano al fetore alla Scuola Centrale, eh?”

L’uomo alto sorrise freddo: occorreva abbozzare. Il contatto era un vecchio lunatico. Godeva di protezioni, abbastanza in alto da renderlo quasi intoccabile. Il contatto conosceva l’angiporto come le sue tasche.

Il contatto conosceva il nascondiglio.

Gli sarebbe piaciuto cavargli gli occhi: non si poteva escludere che il vecchio cadesse in disgrazia. Occorreva aspettare. L’attesa è una sensazione come un’altra: svuotata dall’ansia, può essere piacevole. Il tenente avanzò di pochi passi.

“… Di sua madre! Ti ho detto che te li porto i tuoi soldi del…”

Seminascosti, nell’ombra, un gruppo di ragazzi sparava frasi smozzicate.

“Taci, non sei neanche una cosa. Io ti…”

Il tenente intimò: “In alto le mani”. I ragazzi zittirono. I ragazzi provarono a scappare: stupidi teppisti, testimoni potenziali.

Il tenente Shin estrasse l’arma, copia fedele del Longfist. Non avevano nemmeno cambiato il nome: nell’ultimo paradiso dei lavoratori lo chiamavano Hong Chang-quan, Lungo Pugno Rosso.

Shin sparò una raffica: corpi schiantati caddero sull’asfalto. Sangue schizzò e fluì. Il sangue bagnò l’asfalto. Il tenente espirò.

I testimoni giacevano sull’asfalto. I testimoni avevano stirato le gambe. Rimaneva la carne.

“Bel lavoro il tuo, eh?” Il contatto sorrise il suo disprezzo. Guardò i cadaveri. “Giovani. Come si dice, i peli delle sopracciglia crescono prima, ma quelli del pube diventano più lunghi.”

Il proverbio non sembrava adatto all’occasione.

“Ecco, quello è il tombino. Buona fortuna, eroe del popolo.”

Il vecchio tornò sui suoi passi. Shin si guardò attorno. Tra poco sarebbero arrivati gli sbirri e prima che avessero verificato sarebbero passate ore.

Shin infilò un paio di guanti. Occorreva sparire, e continuare la missione. Shin provò a sollevare il tombino: niente.

Sembrava pesante, ma, merda, non poteva essere così pesante, Shin inspirò e provò di nuovo. Le braccia si contrassero. Di colpo, il tombino si sollevò con un rumore simile a una bottiglia stappata. Liquami e cascami avevano saldato ghisa e asfalto: il fetore che si levava dal buco era rivoltante. Shin turò il naso, puntò una torcia elettrica nel cunicolo. Una scala metallica: qualche metro al di sotto del livello stradale scorreva un canale di scolo. Il passaggio laterale era stretto e umido. Il cemento era coperto da uno strato di materia nerastra. Shin imprecò. Scosse il capo. Shin calò nell’oscurità, chiudendo il tombino sopra di sé.

La rete fognaria di Tianjin: dedalo claustrofobico, buio, mefitico. Cunicoli si intersecavano a scacchiera, attraversavano installazioni sotterranee, vecchi depositi d’armi giapponesi, vie di fuga approntate dalla marina militare, stazioni dell’azienda elettrica, slarghi dove l’acqua lurida si apriva in piccoli laghi sotterranei. Shin Dawei imprecò. I topi pullulavano. Non sembravano aggressivi. Ben nutriti, facevano schifo lo stesso.

I topi erano una buona riserva proteica. I poveri si nutrivano di riso e topi, in attesa del Radioso Avvenire. Shin scacciò dalla mente l’immagine di un grosso ratto impalato su uno spiedo. Piegò nel cunicolo sulla destra, secondo le istruzioni del contatto.

L’umidità impregnava la camicia della divisa. Gli avevano rubato la valigia con i vestiti appena arrivato in città: “Facchino, signore?”. Il ragazzo se l’era data a gambe, veloce come un razzo. I complici attendevano di là dalla strada, furgone già in moto. Ci era cascato come uno stupido campagnolo: la gente aveva riso di lui. Come diceva il professore di Letterature straniere? A volte dorme anche Omero.

La citazione non era pertinente, decise Shin.

Puntò la torcia verso l’alto. Dal soffitto gocciava acqua marcia. Una fila di ratti saettò tra le gambe. Shin prese a calci l’ultimo: il ratto volò. Alla fine della traiettoria, si udì un tonfo liquido. Il muso riaffiorò subito. Il ratto nuotò per raggiungere i compagni, come se niente fosse accaduto.

E ora che faccio? pensò Shin. La mappa che il contatto gli aveva mostrato indicava che in quel punto, sopra la rete fognaria, c’era il rifugio di Wang.

L’aveva visto combattere, anni prima: un idolo per tutti i praticanti, in possesso di tecniche spettacolari, molto amato dal pubblico. Campione nazionale per tre anni di seguito, uomo di punta della squadra dell’Esercito Rosso, istruttore dei corpi speciali. Aveva guadagnato i galloni di colonnello: l’avevano spedito in missione all’Ovest, a punire i ribelli. Era tornato, fuori di testa. Crisi mistica: due anni in clinica, per ristabilirsi. L’avevano rilasciato. I servigi resi e il titolo di Eroe Marziale di Prima Classe lo rendevano quasi intoccabile. Il Partito gli aveva assegnato un vitalizio che gli consentiva di sopravvivere. In cambio, Wang non avrebbe rilasciato alcuna dichiarazione pubblica. In cambio, Wang avrebbe dovuto attenersi a uno stile di vita che rasentasse l’invisibilità. Wang li aveva presi in parola: sparire rappresentava l’aspirazione maggiore dell’uomo.

La scaletta c’era davvero. Una botola in legno lo separava dal rifugio di Wang Zhichen. Il freddo Shin deglutì. Non aveva neanche mezza idea di come entrare in contatto con l’uomo: le procedure suggerite erano irrealistiche.

Occorreva andare avanti. Il puzzo era insopportabile.

Shin guardò l’orologio: le dieci e mezza della sera. Pose il piede sinistro sulla scala, scivolò. Tutto trasudava marciume.

Shin Dawei espirò tra le labbra appena schiuse, poi afferrò i corrimano. Un piede dopo l’altro, salì.

La botola cedette alla prima spinta. Un brivido percorse la schiena.

Ormai è fatta. Shin pose le mani sul pavimento oltre la botola. Salì gli ultimi gradini.

Una stanza ampia, ben tenuta. Le finestre aperte davano su un vecchio molo. Dal soffitto pendevano lampadine. Onde sciabordavano sul cemento.

Una cucina pulita. Un tavolo, nell’angolo. Una branda militare. Un ritratto: il volto di Mao Zedong sorrideva benevolo. Fotografie e calligrafie alle pareti. Una rastrelliera con: Pudao (sorta di alabarda), tre Qiang (lance), una serie di Dao (sciabole) di tutte le fogge e dimensioni, Jiang (spada dritta), Jiujie Bian (catena a nove sezioni), un vecchio moschetto, pezzi di mortaio smontati.

Una scritta enorme ammoniva dal muro di fronte: RICORDA DI ESSERE BUONO. E, di fronte a lui, l’uomo. Wang Zichen.

La posizione di guardia san ti shi è la radice dello stile di pugilato cinese xingyi quan. Il peso è sostenuto per il settanta per cento dalla gamba arretrata. Quella avanzata poggia con tutta la pianta, la punta del piede rivolta in avanti; il piede della gamba arretrata è aperto secondo un angolo di 45°, ma occorre fare attenzione al ginocchio: deve cadere in linea con il piede, altrimenti la posizione non è di alcun beneficio o utilità. Le spalle rilassate tendono verso la linea centrale. I polmoni sono vuoti d’aria, la mano destra è tenuta aperta davanti al Dan Tian, due dita sotto l’ombelico, medio rivolto contro l’avversario. Il braccio sinistro è tenuto davanti al tronco, semiesteso, gomito che cade a piombo con il suolo e il medio all’altezza degli occhi dell’avversario. Prima di imparare il primo movimento, la prima azione tecnica, l’adepto deve rimanere nella posizione: nel giro di un anno si deve passare da pochi minuti a un’ora. La radice della virtù marziale dello stile xingyi quan risiede nella serietà e nella dedizione a tale allenamento.

Gli occhi dell’uomo erano quelli di un uccello da preda, il volto solcato da una lunga, profonda cicatrice: un sorriso obliquo, maligno che correva dall’inserzione della mandibola fino al labbro inferiore.

L’uomo sollevò appena la gamba avanzata. Ora il peso gravava tutto sulla gamba posteriore.

“Shin Dawei. Ti ho visto combattere ad Anzhou, nella finale giovanile. Era il 2015, mi pare.” Wang posò il piede a terra e avanzò di un passo. “Perdesti contro quel monaco, come si chiamava?”

Il tenente Shin rispose con voce calma e intonazione formale. “Il monaco si chiamava Shi Dechen.”

Wang annuì. “Shi Dechen, sì. E ora dimmi come hai fatto ad arrivare sin qui. E chi ti manda.”

Wang fece un sospiro e interruppe il fiume di parole dell’interlocutore. “Certo, tenente. Sarà come dici tu. Ma ho una certa esperienza in questo genere di cose. Anche se l’esposizione sembra particolareggiata, tu sai cose che non vuoi che io sappia. È ovvio.” Seduto al tavolino, Wang sembrava il ritratto della pace domestica.

Wang prese una sigaretta Radioso Avvenire e l’accese con uno sbuffo soddisfatto. Il tenente Shin lo guardò sorpreso. Il volto di Wang Zhichen si aprì in un sorriso compiaciuto.

“Una sigaretta ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno.”

Imbarazzo trasparve dal volto di Shin.

Shin proseguì: “Sei l’unico in grado di portare a termine la missione. Chiedi ciò che vuoi e sarà fatto. Puoi chiedere qualsiasi contropartita”.

“Bene. Innanzitutto mi devi dire tutto quello che sai. Non posso prendermi alcuna responsabilità se non so tutto.” Wang diede un’altra boccata. La brace della Radioso Avvenire fiammeggiò e fumò. “Così il servo negro alza la testa, eh? Interessante.” Wang espirò. Una nuvola grigia stagnò sul tavolino. Wang puntò gli occhi in quelli di Shin.

“Sei familiare con il concetto di karma, no?” Wang soppesò l’interlocutore con lo sguardo. “No. Direi di no. Comunque, lascerò un documento con le mie ultime volontà. Sarà aperto in caso di morte o non adempimento della missione o mancato rispetto dei patti da parte della Repubblica Popolare Cinese. Sarà consegnato all’avvocato Shu Renbin di Shangai e a giornalisti qui e all’estero. Questo come forma di tutela minima, capisci bene. E non verrò certo a dire a te, ora, cosa chiedo in cambio. Ne parlerò con il più alto nella linea di comando – il punto d’origine è occulto, no? – e lui mi dirà se il governo accetta o non accetta. Contento?”

Wang sorrise come se avesse appena concesso caramelle a un bambino. L’uomo metteva a disagio. L’Eroe Marziale di Prima Classe si allungò sulla sedia e sospirò. Con un arco calcolato, Wang portò la sigaretta alla bocca e trasse una lunga boccata. Emise una serie di anelli tutti uguali. Gli anelli ondeggiavano lenti, ascendevano verso il nulla entro il soffitto.

Shin calò l’asso. “Sono autorizzato a condurre la trattativa. Accetto ogni proposta accettabile.”

Wang sgranò gli occhi. “Cazzo! Non dirmi che ho sottovalutato il ragazzino. Beh, se è come dici tu, hen hao. Se no, pazienza. Dovrò romperti un po’ d’ossa, però, perché non si dicono le bugie. E dovrai farmi parlare col capo.”

Shin ribattè: “In tutti i casi dovrai venire con me. Le ossa me le rompi dopo. Se ci riesci”.

Il volto di Wang si aprì in un largo sorriso. “Bene bene, ragazzo arrogante. Attento alle ossa, allora. Nessun preavviso.”

“Quando vuoi. Dov’è la barca?”

Wang guardò negli occhi l’uomo in divisa.

“Quale barca?”

3

IL PASSATO DELL’EROE (SECONDA PARTE)

Ovvero: pantere ecologiste

Tianjin, non molto più tardi

“La formazione maoista più importante del secolo scorso?”

Wang doveva essere davvero fuori di testa. Guarda che cazzo gli veniva in mente. Il cunicolo sembrava più oscuro e puzzolente che all’andata, e a ogni passo si rischiava di scivolare nella merda. Meglio non contrariarlo.

“Sendero Luminoso?”

“No, no. Il Black Panther Party for Self Defense. Quelli sì erano tosti.” Il passo rallentò. Wang volse il capo. La voce si abbassò di un tono. “Negri pazzi coi fucili. Un po’ come Ananda Marvin.”

“Ananda Marvin non è maoista. Ananda Marvin è un ecologista radicale.”

La puntualizzazione di Shin suonò stonata.

Un ratto di taglia spaventosa scivolò in acqua, infastidito dal fascio di luce della torcia.

“Sai, tenente? Ho visto con gli occhi della mente una lunga fila di negri con giacche di pelle e fucili a pompa. E non so se l’immagine proveniva dal passato, dal presente o dal futuro.”

Il tenente Shin si morse la lingua e abbozzò. “Davvero? Interessante.”

Shin provava sentimenti contrastanti. Wang Zhichen, Eroe Marziale di Prima Classe, sfuggiva all’elenco di tipi umani che l’esperienza aveva catalogato. Quando l’aveva veduto, al termine dell’ascesa, era apparso simile a un animale terrificante. Immobile, i piedi radicati nella profondità della terra, lo sguardo lontano. Lo stomaco di Shin si era stretto. Le gambe avevano vacillato. Per una frazione di secondo era stato invaso da timore e tremore. Quando aveva incominciato a parlare, l’uomo era apparso opportunista, ansioso di rivincite, verboso, inconcludente. Ora sembrava un ex-pugile un po’ bislacco. Colpa dei cazzotti in testa. O della crisi mistica.

Il colonnello Wang Zhichen era stato appena nominato Eroe quando lo avevano spedito ai confini con il Pakistan, dove bande di ribelli angariavano la buona popolazione della Patria Socialista. Sembrava una missione come tutte le altre. Ma una pattuglia dell’unità di Wang era rimasta isolata dopo una nevicata eccezionale. L’aiutante di campo, Zhou Zhiping, era stato centrato da un cecchino. Un tiro lunghissimo, che aveva deturpato il volto dell’uomo. I superstiti avevano riportato Zhou al campo. Il ragazzo era morto dissanguato tra le sue braccia.

Wang era uscito di testa. Si era vendicato in modo indiscriminato. Aveva compiuto eccessi. Aveva chiesto di entrare in un monastero. Shi Deyang, allora abate di Shaolin e persona gradita al Partito, lo aveva accolto.

Wang era fuggito dopo pochi mesi. La notizia aveva suscitato scalpore. Era riapparso alla stazione di polizia del porto di Tianjin. Aveva richiesto che il vitalizio gli fosse corrisposto all’ufficio postale del vecchio porto militare. Wang era sparito. Mandava un ragazzino muto munito di regolare dichiarazione a ritirare i soldi. Da qualche mese il ragazzino non si vedeva più. Wang era irrintracciabile. Ma il detective Hong Bao della Squadra 18 gli aveva dato il contatto giusto. Wang era lì davanti a lui, in ottima forma.

4

OSSA, MUSCOLI E TENDINI

Ovvero: Wang, Shin e la puttana

Isola di Hainan, Repubblica Popolare Cinese,

10 giugno 2025

Il telefono mandò un trillo burocratico. Shin tolse i piedi dalla scrivania e sollevò il ricevitore.

“Voglio una puttana, Shin.” Era la voce del colonnello.

Shin tossicchiò. “Come?”

Wang sbuffò: “Una puttana, Shin. A tua scelta. Non mi dirai che non avete un bel po’ di puttane a libro paga, eh? Quindi, Shin, fammi il piacere. Mandami una puttana. A tuo gusto”.

Shin arrossì. “Senti, Wang…”

“Una puttana. A tua scelta. Non chiedo molto.”

Wang riattaccò. Shin compose un numero.

“San ti shi è una posizione paradossale. Il peso è sulla gamba arretrata, ma il corpo tende a scattare in avanti.” Wang passò un asciugamano sul volto. “Una metafora della vita, no?”

Shin finì di avvolgere le bende. Aprì i pugni e li serrò più volte. Vibrò una scarica di colpi nell’aria. Rispose. “Che cosa non lo è, Eroe Wang?”

Wang scaldò i muscoli del collo e mulinò le braccia. “Già, che cosa non lo è?”

Shin si piegò sulle gambe. Saltò. Le gambe lo spinsero in aria come lunghi pistoni. “A proposito, a che ti serviva la puttana?”

Wang scoppiò a ridere. “A che serve, una puttana?”

Asciugò lacrime immaginarie con il dorso del guantone destro. “… sei forte, Shin, davvero.”

Vediamo se ridi ora, bastardo. Dopo una lunga fase di studio a Shin parve di cogliere un’ombra nello sguardo adamantino dell’avversario. Sferrò un maligno uno-due e chiuse l’azione attaccando la gamba avanzata con il tallone. Wang arretrò e uscì di 45°. I colpi non raggiunsero il bersaglio. Wang sferrò un montante al plesso solare, potente come il calcio di un toro. Shin piegò il tronco e parò il colpo con il taglio dell’avambraccio.

Wang ruppe la distanza. Shin sorrise.

Il calcio senza ombra di Wang giunse inavvertito. La caviglia cedette. Shin si trovò a terra. Wang sfilò i guantoni e li gettò sul tappeto. “Mangia ancora riso, Shin.” Wang girò la schiena e fece per allontanarsi.

Il tenente Shin si rialzò. “Va bene. Senza guantoni.”

Wang tornò sui suoi passi, gli occhi rivolti al cielo. “La sfida è la madre degli eroi, tenente.”

Senza mettersi in guardia Wang vibrò un calcio laterale. Shin crollò in ginocchio con le mani sul ventre.

“A quell’epoca stavo sviluppando tattiche motivazionali per i corpi speciali, e pensai a quella cosa che facevano certe vecchie scuole e come cazzo si chiamano… I karateka, ecco.” Wang fece una pausa. “Le prove di rottura, dico.” Passò la borsa del ghiaccio all’avversario. “Però c’era un problema filosofico: Un pezzo di legno non è un corpo umano. Non è vivo. Beh, in un certo senso lo è, certo… Si sarebbe trattato comunque di instillare false sicurezze, no?”

“Piantala, Wang, non riesco a parlare.”

Wang ridacchiò. “Sì, vedo. E allora sai che cosa ho pensato? Perché non provare con esseri umani? Non pensare male, non morti. Vivi, Shin.”

Shin gemette.

“Li mettevamo in posizione di guardia. Se si muovevano gli sparavamo. Vibravamo il colpo. Quelli dovevano stare immobili. Noi controllavamo l’effetto.” Wang sorrise. “Beh, non crederesti a quello che può reggere un corpo umano.” Wang bevve.

“Pensa un corpo umano ben allenato e ben nutrito.” Wang si alzò in piedi. Concluse il concetto.

“Per quanto mi riguarda, nella vita quel che ho imparato è come si fa a rompere le ossa.”

5

CACCIA E RACCOLTA

Ovvero: John Smithjonesfa una cazzata

Central New York City, 28 luglio 2025

White Devii Dinky Dao Mothafucka Sauce: è una salsa che accompagna alla perfezione la carne arrosto e alla griglia, ed è indispensabile per insaporire i bolliti.

Ingredienti: 1 barattolo di pomodori pelati, 1 tazza di caffè nero. 1/4 di tazza di birra, 1/4 di tazza di succo di frutta (arancio o ananas). 2 cucchiai di whisky. 1 cucchiaio di succo di limone. 1 cucchiaio di salsa Worchester. 3 spicchi d’aglio. 3 noci moscate. 1 cipolla. 2 cucchiai di zucchero di canna. 1 cucchiaio di melassa. 2 cucchiai di pepe rosso. 1 dado di carne U. 1 cucchiaio di sale. 1 cucchiaio di paprika. 2 grammi di hashish afghano.

(Il grande libro delle ricette facili, Penguin Books 2025)

Occhi storditi. Vuoti.

La donna guarda in camera, pelle nera lucida sotto i riflettori. Guancia gonfia, mano a stringere la base di un membro nero. Mani nere sui glutei. Lunghi capelli neri cadono sulle spalle.

Tossica, Nuvola 18: gli occhi non mentono. Potrebbe essere già morta, ormai. Morta e mangiata.

Lascia qualcosa dietro di sé, comunque. Peso greve all’attaccatura delle gambe, stolido pompare di sangue nel meccanismo idraulico. Schizzi di sperma su lenzuoli solitari, pagine patinate.

Chiudo il giornale, mi guardo attorno. Il vagone è vuoto di corpi.

La vecchia in fondo, vicino al passaggio di comunicazione: sola. Nessuno ad aspettarla. Male in arnese, ma abbastanza in carne.

Sottraggo alla figura il peso degli stracci, degli scarponi infangati. Occorre pulirla per bene e presentarla come si deve. Non prima scelta, d’accordo: la prima scelta spesso è rischiosa. Non sempre si ha voglia di rischiare.

Terza scelta, millecinquecento Dollari Emisfero Nord per chilogrammo.

Quanto fa alla libbra?

Hoboken. Fermata adatta.

La vecchia si leva dal sedile, trascina a fatica due borse di plastica piene di ciarpame. La vecchia si guarda attorno.

Altri due corpi riguadagnano la posizione eretta. Il convoglio decelera. Un corpo chiude il giornale, perde lo sguardo nel buio oltre i vetri.

Le portiere si aprono, il meccanismo soffia aria da congegno pneumatico. Cinque, sottoscritto incluso, pongono piede sulla sudicia banchina. Una frotta di esseri umani sale a colmare i vuoti, in silenzio.

Il convoglio riparte. Fischio lontano, lacerante, nel tunnel.

La vecchia è attenta. Deve avere qualche arma nascosta sotto la giacca militare, o sotto gli altri stracci.

Tre corpi si dirigono verso l’uscita principale. La preda svolta, cammina a fatica verso l’uscita laterale.

Pura fortuna. La scala mobile è deserta. Il terreno è facile. Nessuno, a parte i topi, forse, la vecchia, e…

Non può essere. In senso opposto scende un tossico. Solo. Chili e chili di carne, tutto il ben di dio a spasso sulle ossa mentre il tossico caracolla scendendo scalini.

Ha fretta. Dovrà farsi. Età apparente: 22-23.

Prima scelta, nessun dubbio.

Solo, una vocina rimbalza di neurone in neurone: prudenza, John Smith Jones, soprattutto prudenza. Pensa tre volte e poi agisci.

Tre volte.

Al diavolo. Una volta basta e avanza. Prima scelta, nessun dubbio. Mi guardo attorno, scavalco. Atterro dall’altra parte della scala.

Il tunnel si apre, pozzo senza fondo.

6

OLTRE IL BORDO SUPERIORE

Ovvero: di come non serva chiudere a chiave un figlio tossico

Central New York City, 29 luglio 2025

Lo sguardo in copertina arrivava da un’altra era. Il libro era una reliquia. Nella foto, il volto del vecchio monaco si apriva in un sorriso. Denti bianchi, grandi, irregolari, capelli cortissimi, folti e forti, ritti sulla testa come spini o aghi. Gli occhi brillavano ironici.

Guardavano un punto molto oltre la tua testa.

Il libro era un dono di pochi giorni prima. Era rimasto lì, sulla scrivania. Tutte le gioie vengono dal prendersi cura degli altri: questo diceva il titolo. Pagine e pagine per illudersi che fosse possibile migliorare.

Non leggerei quella merda per tutto l’oro del mondo, pensava Kupper.

La casa era immersa tra alberi improbabili. Un bosco di eucalipti, e in mezzo una sequoia di altezza indecente. Le fronde davano ombra a una buona metà dell’edificio. Lo stile: un’accozzaglia di elementi contraddittori, scelti perché evocassero stabilità, solidità, potenza. Il parco ospitava specie clamorose, aliene: il campo di forza Matsushita Electric garantiva il microclima.

Il sole ascendeva verso lo zenith. Anche Matsushita Electric, dopo la cordata Kupper/Westinghouse, saliva verso il centro del cielo: grafici puntavano oltre il bordo superiore.

Attorno, lo skyline più noto al mondo, cartolina dalla

capitale planetaria, porta del Paese delle Opportunità. Una vecchia statua dal nome parodistico si ergeva gigantesca, garanzia dell’autenticità del paesaggio.

L’opulenza avrebbe dovuto venare di grasso le pietre della casa. L’orrore architettonico, invece, era riservato agli esterni, alla facciata in particolare. Dentro, niente marmi, né colonne ioniche, né specchi: gli interni ostentavano sobrietà, proprio come gli abitanti. I costosissimi completi del capofamiglia, ad esempio, fatti in modo da non sembrare così costosi. Da apparire dimessi, rassicuranti. Tessuti blue pinstripe. Cravatte rosse. Church pre-Prada in cuoio bovino.

Roba del tempo delle vacche vive.

Un luogo dove i domestici potevano essere trattati con la più crudele familiarità o con la più fredda formalità. Nella stessa frase, con lo stesso gesto. Lo sbirro buono e quello cattivo erano la stessa persona: Gustav R. Kupper II.

Il magnate guardò lontano, oltre il vetro della finestra, fino al muro di cinta. Mise a fuoco lo sguardo sulle divise degli sbirri privati. Le guarnizioni metalliche brillarono al sole. I luccichii alleviavano i sintomi dell’ansia. Divise in ordine, tutto sotto controllo. Kupper rilassò i muscoli.

Li contrasse appena una frazione di secondo più tardi: l’interfono mandò un suono acuto. Kupper sollevò il ricevitore.

“È scappato, signore.”

Kupper deglutì. “Da quando?”

“Non lo sappiamo. La stanza era vuota, chiusa dall’interno. Si è calato dalla finestra, a quanto pare. Ma non sappiamo quando, di preciso. Tra le sette e trenta p.m. e le sette e trenta della mattina dopo.”

“Sono dodici ore. Come è possibile?”

“Non ci ha consentito di mettere la porta con lo spioncino, ricorda? Ha detto che non serviva umiliarlo ancora di più.”

Lo sguardo di Kupper incontrò quello del monaco sulla foto.

“Sì. Ora ricordo. Arrivo.”

7

SCARPE

Ovvero: John Smith Jones è ancora ignaro di aver fatto una cazzata

Central New York City, stesso giorno

Schiacciare la polpa di avocado con la forchetta e unirvi subito il quark. Insaporire con erbe aromatiche e succo di limone o lime, aggiungere sale e pepe. Tagliare la parte superiore del peperone, eliminare i semi, farcirlo con la crema di avocado, il quark e carne tritata di buona qualità.

(Il tanta in cucina, Wood Brothers 2025)

I contanti passarono di mano. Una borsa in pelle con un bel mucchietto di DEN, piccoli tagli, scivolò sulla scrivania. Il gesto fu accolto da un sorriso di soddisfazione.

“È un piacere trattare con te, Maxìm. Mai una discussione sul prezzo.”

“Ci risparmi parecchie seccature, John Smith. Mandare la carcassa da un buon tagliacarne costa. Inutile tirare sul prezzo, quando il servizio è… completo, diciamo. Mandare la carne in giro espone, capisci cosa intendo. Sei così bravo coi coltelli che potresti camparci. Solo in quel modo, voglio dire: macellaio U.”

“Macellaio, eh? Quando sarò troppo vecchio per cacciare ci penserò.”

Maxìm concesse un’espressione comprensiva.

“A proposito, ti sei tenuto un buon taglio per cena?”

Guardo la borsa col denaro, poi il ristoratore.

“No. Non mangio carne. Ho imparato a non assumere le sostanze che tratto.”

L’ossessione stilistica dilaga fino a strati della popolazione un tempo riconoscibili per dignitosa, tradizionale modestia. Niente scarpe pretenziose per gente che deve nutrire moglie e figli: retorica da come eravamo, racconti di genitori e nonni. Ora impazzano scarpe da finocchio italiano, da lord inglese, da vero negro dotato di tutti gli accessori. Trentadue milioni di piedi battono le strade da nord a sud, da est a ovest, e le scarpe sono gli attrezzi che permettono di personalizzare il ritmo dei passi. Di accordarlo a una visione del mondo e a una concezione del tempo. Dimmi che scarpe porti, e saprò prevedere il tuo comportamento. E una persona è come si comporta.

Il beat della città: poliritmo vertiginoso, segnato in battere e in levare da tacchi e suole di Allen-Edmonds, Alden, National, Floorsheim, Clark, Timberland, Thom Me Cann, DKNY, Reebok (scelta da anglofili), Adidas, Phatfarm, Ecko, Nike. Le compagnie che alimentano l’ossessione sono floride, alcune leggendarie presso qualche gruppo umano minoritario o egemone. Cadenze di passi eseguono la partitura senza alcuna armonia apparente, ma quando parli di un posto come questo devi tener presente che milioni di piedi scivolano, scalpicciano, corrono e pestano suolo innervato di cavi, tubi, condotti, passaggi; trentadue milioni di piedi che marciano, vagano, ciondolano, salgono scale, percorrono tubi e condotti, traversano strade dove congegni calzati di gomma artificiale rotolano farciti di carne con miliardi e miliardi di batteri nel ventre, duecentomila volte più numerosi di tutto il genere umano dagli albori della storia a oggi, e con addosso altre scarpe. Un sistema nervoso artificiale, un sistema circolatorio artificiale, un sistema digerente artificiale, un sistema escretore artificiale: Central New York City.

La Città è la pancia, gli uomini i suoi batteri. Benefici, patogeni.

Io? Beh, a me piacciono le scarpe da gangster.

In quasi tutti i film di gangster si indaga sul passato del cattivo. Si cerca di capire perché sta facendo quello che fa. Vuoi capire come si comporterà il protagonista? Io dico, guardagli le scarpe.

Per quanto mi riguarda, ho solo provato a tenermi occupato come potevo. La mia è solo una storia tra milioni di storie.

Una storia tra milioni di storie.

Se guardi la città dall’alto, sembra che tutte le storie raccontate nei film possano essere vere. Ti viene addirittura il dubbio che lo siano.

Comunque, non tutte devono avere per forza una morale.

La maggior parte non ce l’ha.

Scendo lungo le strade di Lower East Side. Ogni angolo ricorda un volto, un evento. La Mercedes porta in giro il mio corpo allenato, ben vestito e nutrito di cibo mite, passa incrocio dopo incrocio.

Ecco il luogo dove c’era il bar di Milt. Dove ho conosciuto gli attori principali nella mia vicenda personale.

Un’altra versione di me stesso. Justin, Ananda. E Blanca, certo.

8

PICCOLA, MA ADATTA A ME

Ovvero: John Smith Jones guarda la tv e si addormenta

Central New York City, qualche ora dopo

Le erbe aromatiche sono come i mantra: hanno un effetto armonizzante sull’organismo. È importante che la carne U sia cotta alla perfezione, e che le erbe e le spezie aromatiche rispettino, rafforzino e consolidino la costituzione archetipale del consumatore. Non esprimeremo nessun commento di ordine morale: stiamo preparando cibo di potere, e se state leggendo questo libro probabilmente avete già più di un’idea sulla questione che affrontiamo.

(Consigli dietetici per adepti avanzati del Cao Dai One,

Om Svasti Books 2023)

Cinque capelloni scendono lungo Sunset Boulevard: Sometimes good guys don’t wear white. Gli Standells sono vere puttane.

Ragazze in minigonna e stivali, lunghi capelli lisci e volto di gatta, li mangiano con gli occhi, sguardo fisso sul culo e sull’inguine di uno o tutti e quattro. Cose dei tempi delle vacche vive. Cose del secolo scorso: ecco a voi gli eroi della Los Angeles pre-psichedelica 1966-1967. Il gruppo pop perfetto, nel 2025: gli Standells veri sono morti da anni. Tra le stelle postume di Paleorock Pirate Channel gli Standells brillano. E nel mondo libero, cioè tutto il mondo, Paleorock Pirate Channel è seconda solo a Mtv. Paleorock Pirate Channel è un sindacato mafioso. Il racket della ricostruzione musicale garantisce al pubblico qualità migliore dell’originale e entertainment d’alto profilo. In altre parole, alti profitti per chi ha investito.

Paleorock Pirate Channel fa da balia a un bel po’ di tossici sparsi in lungo e in largo per gli Stati, Canada e Messico. Tossici si addormentano davanti alla tv sbavando e biascicando stronzate, facendo sogni di Rock’n’Roll.

Tossici anche dentro al video.

Quattro punk strafatti, spalle a un muro di mattoni grigi. Cimitero di automobili: la camera allarga. Intro minimale, minacciosa. Chitarra puzzolente di piscio: Born to Loose, inconfondibile. Johnny Thunders and The Heartbreakers, treno prossimo a deragliare, Rock’n’Roll circus montato su rotaie di eroina. Livin’in a jungle it ain’t so hard/ but livin’… Ronzio elettrostatico. I quattro punk scompaiono lasciando un punto elettrico al centro dello schermo.

Poso il telecomando. Stiro le braccia, sbadiglio.

Non assomiglia a una cella monastica, il luogo dove dormo: due stanze, Lower East Side, colme di oggetti inutili. Mai usati.

Il programma di disinfestazione ha avuto successo. Niente più scarafaggi, parassiti del cazzo. Ora posso aprire i cassetti senza che fuggano da tutte le parti. Scarafaggi, rimedio ufficiale di Central New York City all’horror vacui. Niente più bestioline: le blatte non hanno mercato, e purtroppo nessuna casa è infestata di grasse cavallette.

La stanza da letto, ingombra di oggetti. Una catasta di vestiti. Quadri alle pareti. Poster. Copertine di “Hustler”, annata 1985-86.

Tolgo le scarpe, una a fianco all’altra, in ordine.

Mi guardo allo specchio. Un’anta dell’armadio, aperta, nasconde parte della figura.

Levo la giacca, snodo la cravatta: suono serico mentre sfilo il cappio.

Sbottono la camicia, un bottone dopo l’altro. Sfilo i pantaloni, li sistemo piegati su una sedia.

Controllo la sveglia.

9

UN ARROSTO POTENZIALE

Ovvero: John Smith ]ones, alfine, scopre d’aver fatto una cazzata

Central New York City, 30 luglio 2025

In una terrina di ceramica impastare a mano la farina, il sale, i semi di sesamo e il burro U a fiocchi, lavorando in fretta in modo che non si scaldi, Aggiungere l’acqua fredda e continuare a lavorare con una forchetta. Formare una palla con l’impasto e riporto in un luogo fresco,

(Il tantra in cucina, Wood Brothers 2025)

La sveglia lancia nell’aria il Te Deum di Charpentier. Apro gli occhi come una bambola posta all’improvviso in posizione verticale. Le trombe sfumano nel notiziario della NYBS, nel sommario dei fatti del giorno.

“… È scomparso Frederick B. Kupper. La famiglia non ne ha notizie da più di quaranta ore. Il giovane è stato visto l’ultima volta nella zona di Hackensack. Chiunque fornirà informazioni utili, ha promesso la famiglia, riceverà un adeguato compenso in denaro. Secondo gli organi di polizia investigativa, il giovane Kupper potrebbe essere stato rapito. Questa la prima ipotesi formulata. Ma se una richiesta di riscatto non perverrà entro le prossime ore, potrebbe affacciarsi l’ipotesi ben più inquietante di abbattimento. La famiglia Kupper, una delle più in vista della città…”

Ok, sono sveglio.

Mi levo in piedi. La casa tace, incomprensibile.

Anni di lavoro impeccabile, senza errori. Doveva succedere, prima o poi. Un brivido alza i peli sul collo, sulla schiena.

Hai macellato e venduto il figlio di Gustav R. Kupper.

Apro la vetrinetta delle armi.

Quindi sei un arrosto potenziale.

Tra poche ore sarò sulla lista.

I cani da caccia della Polizia Dissuasiva sono efficienti.

Non è il caso di aspettare la notifica. John Smith Jones può già considerarsi cacciabile.

Ironico, certo. Ma abbastanza consueto. Simmetrico. Un procacciacarne che sbaglia finisce quasi sempre morto e mangiato.

Karma istantaneo. Retribuzione immediata.

10

SBIRRI

Ovvero: Justin, ex-amico dell’assassino, subisce una lavata di capo

Central New York City, stesso giorno

DICHIARAZIONE UFFICIALE DI CACCIABILITÀ, APPLICAZIONE N. 0056278645/74635 RELATIVA A JOHN SMITH JONES, NATO AD ALBANY, NY, 28 GIUGNO 1992, PER CRIMINE DEFINITO “ABBATTIMENTO E MACELLAZIONE” AGGRAVATO DA MOTIVI DI LUCRO, UFFICIO DI POLIZIA DISSUASIVA DI CENTRAL NY, SOTTO L’EGIDA DEL GRANDE MINISTERO DELL’EQUANIMITÀ, DECORRENZA A PARTIRE DALLA SESTA ORA DOPO LA NOTIFICA E FINO ALL’ABBATTIMENTO,

BUONA FORTUNA.

Justin Bomboko lesse il documento e si grattò il capo rasato.

Irlandese del cazzo. Figuriamoci se non pensava al sottoscritto.

Patrick O’Riordan, sbirro irlandese a capo del dipartimento XVIII della Dissuasiva. Pancia tesa sotto giacca e camicia, capelli rossi, arruffati. Venuzze rosse a segnare guance paffute, rasate con cura.

O’Riordan guardò Justin da dietro la scrivania. Lo sguardo esprimeva sottintesi. Lo sguardo era severo.

“Mi aspetto un buon lavoro. È una faccenda grossa. Le informazioni devono essere dettagliate e utilizzabili, se vogliamo venderle.” La voce dell’irlandese era stridula. Fastidiosa.

“Ti ho mai deluso, ispettore?”

Lo sbirro capo alzò gli occhi dalla scrivania. Fissò due palle glauche sul volto di Justin. “Svariate volte, Boniboko. Svariate. Ma so che puoi rendere bene, se ti sto alle costole. Ora di far carriera, Bomboko, non credi?” suggerì lo sbirro in tono gioviale. Poi si concesse un paio di secondi di silenzio, tenendo gli occhi in quelli di Justin. Alla fine abbassò lo sguardo. “Puoi andare, agente scelto Bomboko.”

Justin Bomboko girò sui tacchi dopo un tentativo di saluto formale. L’ispettore lo intimidiva. Grasso irlandese del cazzo.

“E, agente Bomboko!”

“Sì, ispettore?”

“Cerca di scrivere i rapporti in un inglese comprensibile.”

“Ciao, Justin!” Merda.

Matleena Meyer. Miss Simpatia. Giorno fortunato.

Una donna slanciata, bella, lunghi capelli corvini, jeans, pelliccia sintetica e stivali, labbra piegate in un sorrisetto beffardo. Era entrata senza bussare.

“Sempre espansivo, eh? Comunque sia, puoi affrettare le pratiche? Sono qui per il rinnovo e con quello che è successo…”

Justin Bomboko fece un cenno con il capo. “Ok. Seguimi. Mi devi un favore, Meyer.”

La donna era una persona potente. In declino, forse, ma ancora potente. Una persona da trattare con i guanti. Anche se era stronza, supponente, tossica Cao Dai. Più svariata altra merda da ricchi.

11

FUNKY GROOVE

Ovvero: John Smith Jones decide di fuggire in Canada

Central New York City, stesso giorno

Lavate la carne e asciugatela, tamponando con carta assorbente; eliminate il grasso in eccesso e tagliate i filetti a metà. Rosolate in padella la pancetta U fino a renderla croccante, asciugatela con carta assorbente e nella stessa padella, non lavata, scottate la carne, 2 o 3 minuti per lato. Fate appassire cipolla e aglio finché non saranno morbidi, aggiungete i peperoni e fate cuocere per 5 minuti.

(Cucina francese, Wood Brothers 2022)

Se esistono dèi, questa è la mia preghiera finale: che la musica mi accompagni ovunque vado.

Paleorock interattiva. Periodo: early Seventies. Genere: soul. Sottogenere: funky groove, vocal harmonies.

La musica irrompe nell’abitacolo. Eugene Record, grande cantante, molto sottovalutato. Overdose of Joy: il cuore si apre sul cielo urbano, parole come miele, ma sostenute da una spina dorsale vibrante, stoica…

Blanca detestava il soul.

Avrebbe potuto essere la nostra canzone.

Un sintetizzatore arcaico si sovrappone alla coda che sfuma. Sembra il motore di qualche astronave anni Cinquanta… forse quella della scritta, LA FORTUNA È COGLIERE L’OCCASIONE. Il ritmo comincia a pulsare. Black Power da classifica, (For God’s Sake) Give More Power To The People…

Ho visto il video, anni fa. Una trasmissione inglese. Eugene Record e i Chi-Lites fasciati in eccentrici panni, seta verde acido, zatteroni, bombette… Ananda si fece fare un vestito identico. Era credibile, pancetta a parte.

There are some people who are starvin’to death… La causa di Ananda. Non che non l’abbia presa seriamente. Mi vedrebbe almeno tra i simpatizzanti, ma promisi alla mia faccia dentro lo specchio che non sarei morto povero. Nei giorni più bui, durante la Morìa, capii che io, proprio io potevo essere un vincente. Il mondo cadeva a pezzi, esigeva personaggi in grado di compiere gesti risolutivi. Gente veloce. Efficiente. L’ex-mod John Smith Jones, per esempio. Niente politica per me, meglio la caccia. Niente senso della comunità. Né idea di appartenenza. Sono una zebra in un mondo d’asini: niente giacca di pelle, basco nero e retorica rivoluzionaria per me.

Quindi, attraverso una catena causale lunga e netta, si arriva alla scelta obbligata: passare in Canada al più presto, attirare i cacciatori pericolosi fuori degli Stati.

Le leggi del Canada: i cacciabili internazionali possono essere abbattuti ma non macellati sul territorio canadese.

In più: il corpo rimane integro. Non può essere spedito a sud per essere macellato, viene seppellito. Très civile, davvero.

Il ritmo pulsa, l’alcool viene infiammato e combusto, il motore dipana i suoi cicli. Le ruote vanno, lasciano molecole sull’asfalto.

12

VOCAZIONE

Ovvero: una riunione di pezzi grossi

Central New York City, stesso giorno

“Lo voglio morto, quel bastardo. L’ho sempre detestato, con quell’aria da primo della classe. Non mangio carne, no no…”

L’avvocato di Felipe Maxìm, proprietario di Chez Louis, appena chiuso dalla Dissuasiva, era riuscito a liberare il cliente su cauzione. Ora lo scortava alla riunione del Pink Banner Club, l’associazione che riuniva i ristoratori U del paese e del Messico settentrionale e che pagava una struttura difensiva e spionistica degna di una multinazionale, stile Kupper/Westinghouse, Boeing o Liebig.

“Certo, ma ora calmati. Vedrai che gli altri ti daranno una mano.”

“Una mano! Ho il ristorante chiuso e l’accusa di complicità in Abbattimento e Macellazione, e tu dici di calmarmi. Sono un uomo finito, Robert. Fi-ni-to.” Tirò su col naso, mentre l’ascensore principale del Pink Molasses Building apriva le enormi porte a scorrimento. Tenendo l’avvocato per il braccio, a bassa voce, proseguì. “Ecco, vedi? Già hanno avvertito il custode dell’ascensore riservato di non farmi entrare, e ora tocca mischiarmi con questa…” Maxìm fece una smorfia di disgusto “…folla!”

Felipe Maxìm detestava l’odore dei corpi ammassati in un luogo chiuso. I loro sguardi. Le conversazioni insulse. Come se il destino personale potesse essere segnato da un processo osmotico: assimilazione tramite effluvi della sventura altrui.

Felipe Maxìm si teneva superstiziosamente lontano dalla folk.

“Sì, però ti hanno invitato alla riunione, come al solito, e hanno pagato la cauzione.” L’avvocato puntualizzò e aiutò Maxìm a sistemare il nodo della cravatta.

“Strozzini, maledetti avvoltoi. Mi faranno pagare fino all’ultimo centesimo, vedrai… Tu non li conosci.”

L’avvocato Robert Loomis di Topeka, Arkansas, accennò un sorriso.

“Lavoro per te da dieci anni. Quindi li conosco.”

Maxìm mostrò il pass agli sgherri. Le porte della sala riunioni si aprirono. Chester De Chiesa, presidente del Pink Banner Club, fece gli onori di casa. “Entra, Felipe. Manca Yip Lee e poi ci siamo. Come ti senti? Tutto a posto?”

“Certo. Come sempre.” Il ristoratore U era stizzito.

Gli altri formavano capannelli e bevevano vino. Maffei, altro italiano del cazzo, impeccabile nel completo blu petrolio. Ward: il mezzo indiano si era mosso da Chicago. Gente anche da più lontano. Francisco Reiter, da Mexico City, e svariati altri bastardi. Tutti trasudavano agio, potere e freddezza.

Le riunioni del Pink Banner erano informali. Lo stile dei ristoratori U era di rado formale, a parte l’impeccabile etichetta richiesta a caposala e camerieri. L’elite non poteva essere delusa. Servire è un’arte, una delle più difficili. Le riunioni erano informali, proprio per questo più serie di un funerale.

“Niente di personale, signor Loomis. Ma è una riunione confidenziale, capisce.”

Felipe Maxìm protestò. “Non vado da nessuna parte senza Loomis, e non è la prima volta che assiste a una riunione. Che storia è questa?” Si guardò attorno. “Che avete in mente?”

La faccia untuosa di De Chiesa mutò espressione. “È ovvio che non si tratta del solito raduno. Qui non ci sono da spartire aree di influenza o da decidere strategie di marketing, o parlare dei bei tempi quando tutto iniziò.” De Chiesa porse un bicchiere slanciato all’ospite. L’ospite controllò il perlage con gesto automatico. I pensieri di Felipe Maxìm si persero dietro le traiettorie ascendenti delle bollicine.

De Chiesa proseguì. “Siamo oggi qui riuniti, caro Felipe, per salvare il culo a te. Perché sei uno di noi, e non ti lasceremo con il sopraccitato per terra. Ora calmati, e vedremo il da farsi.”

Maxìm fece per protestare. Loomis intervenne. “Lascia stare, Felipe. Credo che tu sia obbligato a fidarti dei tuoi amici.”

“È obbligato, certo.” Gli occhi di De Chiesa brillarono. Loomis accennò un sorriso, fece spallucce e uscì. Le porte si chiusero alle sue spalle con un soffio.

Loomis attese nell’atrio per una mezz’ora. Maxìm uscì dall’ascensore con il passo di un uomo inseguito da uno sciame di insetti.

Loomis si alzò dalla poltrona in pseudovacchetta e andò incontro al cliente.

“Allora?”

Il volto di Maxìm era contratto in una smorfia di disgusto. “Il nostro uomo è una donna. Matleena Meyer. Ma non dovrà ucciderlo. Sono convinti che dietro ci sia un complotto. Ananda Marvin, la CIA, o tutt’e due insieme. John Smith Jones non può aver ucciso il giovane Kupper per errore. La Meyer dovrà portarci il bastardo vivo. La vita verrà comprata pagando un bel mucchio di DEN alla Dissuasiva. La Meyer costa, così ci sta anche il vecchio Kupper. Prendiamo il bastardo, e tutti contenti.” Maxìm fece una pausa e inspirò, come se l’aria anti-germi del club fosse infuocata, o gelata, costringendo i polmoni a riempirsi fino alla massima capienza. Sibilò dalle labbra tutta l’aria inghiottita. “E De Chiesa mi ha offerto un posto come maìtre.” Loomis era attento.

Maxìm passò una mano sul volto. Alzò gli occhi sul suo avvocato.

“Ho accettato.”

13

PIOGGIA DI DENARO

Ovvero: che ne è stato della carne di un tempo

Central New York City, 30 luglio 2025

L’uomo della Liebig entrò. Dopo un sorriso imbarazzato, sedette con circospezione. L’aria innocua non poteva trarre in inganno: il bastardo era potente. E affidabile, se stava davvero dalla tua parte. Uno che nascondeva la lama dietro il sorriso, l’uomo di fiducia di una delle corporation più potenti del mondo: da anni la Liebig brillava fulgida nell’empireo dei grandi. Dopo la Morìa e l’avvento della nuova era, aveva quadrato il cerchio, aggiunto un tassello centrale alla configurazione del così-è.

La carne per hamburger era il problema centrale. Sottrai barbecue e carne succulenta al sogno americano e rimane, beh, il resto.

Così uno dei business fioriti all’indomani della Morìa aveva fruttato. Il business aveva impinguato tasche. Una pioggia di denaro beneficiava gli investitori accoriti. Il punto è, la carne di cane e di gatto era economica. La carne di cane e di gatto aveva una caratteristica negativa: tale carne non era grassa. Anche se cani e gatti allevati per essere uccisi e mangiati erano alimentati in modo da venare di grasso i muscoli, la carne tritata rimaneva magra per gli standard ancora imperanti. E niente grasso, niente barbecue: posta sulla griglia, la carne dei migliori amici dell’uomo si sbriciolava. Occorreva legarla con composti a base di grasso, biologico o di sintesi, come si era cercato di fare in un’era cosmica anteriore con la carne suina. Hamburger di cane o gatto più grasso di sintesi: la scelta delle catene di fast food. Scelta obbligata. Niente grasso significava nessun barbecue, nessun barbecue significava niente America. Il cambio obbligato di abitudini alimentari poteva causare un effetto domino in grado di aprire scenari spaventosi. Il cambio improvviso di abitudini alimentari poteva prefigurare un mondo dove termini come “margine di profitto” e “denaro” indicassero niente più di una buffa superstizione. La carne di cane e gatto aveva tamponato la falla, ma rimaneva un problema. Un problema grave. Non esisteva carne di cane e gatto più o meno pregiata: il divario di sapori era molto meno avvertibile rispetto a quello che esisteva tra le carni, le vivande, il cibo-da-uomini del passato. Carne egualitaria? Doveva rimanere un ossimoro.

Il genio puro assomiglia al bagliore di un fulmine: qualcuno alla Liebig pensò di utilizzare grasso umano, cioè riciclare grasso dalle liposuzioni. Aspirare preziosa floridezza da ventri, fianchi, glutei di femmine e maschi della specie: gli obesi, benché in forte calo tendenziale, erano ancora tanti. La neonata rete di assistenza sanitaria nazionale offriva la possibilità di operarsi GRATUITAMENTE. Essere grassi era antisociale. Essere grassi costava denaro alla comunità, denaro di contribuenti impiegato per salvare infartuati obesi, diabetici eccetera. Il grasso portava alla tomba, ma era una ricchezza. Quindi, grasso umano a legar carne di cane tritata: scelta da connaisseur. Scelta da gourmet. Più che altro scelta da would-be rich, gerarchizzava il consumo di carne in maniera simile a prima della Morìa. Gustose polpette di carne canina legata da grasso bio di primissima qualità. Il governo aveva appaltato ad alcune major i diritti sul grasso umano: tre compagnie si contendevano il resto del mercato. Body Flowers & Co. di Athens, Geòrgia, era la più potente al di qua del Mississippi. Da Saint Louis fino all’Oceano Pacifico e dallo Stato di Washington al Texas, Human Enterprises e Liebig si contendevano il resto del mercato.

Il sistema attivava un ciclo eterno. Utilizzare il grasso degli obesi per nutrire di carne grassa il paese: l’autofagìa era l’uovo di colombo, il moto perpetuo.

Malik Thomas. L’uomo Liebig era un nero albino, magro, vestito con proprietà e, soprattutto, senza eccessi. Quelli che la borghesia WASP considerava tali, almeno. Malik Thomas aveva capito bene una cosa: chi governa decide le divise. Se avessero vinto gli altri, a quest’ora tutti in burnus e fez. Ma gli Stati erano ancora in piedi. Il Paese era ancora potente. E anche se neri, latini, gialli eccetera non erano più minoranze, ma una marea umana montante, Wall Street era ancora in mano ai galantuomini. Che potevano permettersi manutengoli neri, anche albini, e latini, cinesi, non-bianchi in generale. Nessuna vera infrazione dell’ordine cosmico: chi doveva comandare avrebbe comandato. La morte delle vacche bastava come sciagura.

Malik Thomas trasudava competenza. Completo blu, camicia Brooks Brothers, cravatta in maglia di lana rosso mattone, un paio di modeste Grenson marrone in pelle di cervo. Appropriato, decise Kupper.

Malik Thomas salutò in modo formale. Kupper lo invitò a sedersi. Malik Thomas sistemò centocinquanta libbre di burocratiche ossa sulla poltrona in pelle bovina. Una vera reliquia, roba del tempo delle vacche vive.

Malik Thomas estrasse un documento dalla valigetta legata al polso. Schiarì la voce.

“Riteniamo espletati i convenevoli. Entro subito nel merito. L’analisi che abbiamo commissionato al ministero dell’Equanimità è ambigua. Non si sbilanciano. La messe di dati è interessante, ma l’analisi è frettolosa. Inutile dire che non siamo così felici di aver pagato a caro prezzo un’analisi inconcludente.” Thomas cercò con lo sguardo l’interlocutore. “Non sappiamo con certezza, e nemmeno per approssimazione, chi c’è dietro alla, ehm, scomparsa. Possiamo solo immaginarlo.”

14

IN NOME DELLA VECCHIA AMICIZIA

Ovvero: John Smith Jones ha un problema di donne

Central New York City, il luglio 2025

Senza uscire dalla porta conoscere il mondo.

Senza guardare dalla finestra vedere la via del cielo.

Una mano ignota aveva inciso quelle parole sulla plastica dura dello sgabello. Lo sgabello reggeva una scatola di proiettili. Matleena Meyer soppesò quanto aveva letto.

Finì di lucidare la canna brunita: nessun alone, nessuna sbavatura. Piegò il fucile. Sistemò l’arma nella custodia, alzò gli occhi. L’orologio sul muro segnava le dieci.

Il fucile giaceva nel guscio di velluto blu e pelle di coccodrillo.

Matleena sospirò. Guardò la scrivania, lastra di vetro ingombra di fogli, oggetti, suppellettili. Un fazzoletto di carta. Un mazzo di fiori appassiti. Una scatola rossa che aveva contenuto ipodermiche. La tastiera del computer. Una tazza di metallo smaltato con Garfield, il gatto. Un coltellaccio kukhri, quello che i Gurkha usavano per tagliar via trofei. Un vestitino di cotone appallottolato. Mezza bottiglia di Jim Beam. Matleena scostò una pila di libri. Una foto mostrava due amiche, abbracciate. Età: quindici-sedici anni. Blanca in jeans e maglietta. Matleena in jeans e maglietta. Sorridevano.

Il cerchio si chiudeva: John Smith come avversario, o preda. Wilfredo Gomez come concorrente.

A caccia finita, avrebbe rimesso in ordine la stanza.

C’era un problema supplementare. De Chiesa, capo della mafia dei ristoratori, avrebbe pagato solo per John Smith Jones vivo. Forse voleva macellarlo con le sue mani, chi lo sa. E avrebbe pagato circa il triplo della taglia fissata dalla Dissuasiva. Un milione e mezzo di Dollari Emisfero Nord. Certo, anche il vecchio Kupper avrebbe contribuito. La potenza dei committenti e la pericolosità della preda assicuravano un basso numero di cacciatori. Tutti sapevano che solo un buon cacciatore, un ottimo cacciatore poteva mettere il sale sulla coda a John Smith. Si sarebbe mosso solo chi aveva qualche possibilità concreta.

Il Pink Banner Club era potente. Kupper era potente. Ma il denaro che offrivano non era la cosa più importante, anche se motivante. Catturare John Smith Jones rappresentava l’impresa più difficile della già lunga carriera di Matleena. Era una sfida, e uno non fa il cacciatore U se non raccoglie le sfide.

Avrebbe avuto bisogno di tutta se stessa. Ma sarebbe bastato.

Per ben due anni si era trovata in cima alla classifica di “Time”, nonostante la giovane età. Miglior cacciatrice del Paese: la più estrosa, la più spettacolare. La più sexy, anche: copertina del mese di marzo di due anni prima, catsuit rosso, capelli biondi tinti che scendevano sulle spalle, l’armamento ai suoi piedi su pelli di leopardo e di tigre. Più preziosi di tutto, gli stivali in cuoio bovino, un cimelio. Ma due anni dopo la copertina Matleena era un po’ in ribasso. Sempre nella classifica dei primi dieci, ma al decimo posto. Si diceva che esagerasse. Che si concedesse troppe distrazioni. Che avesse perso la mano.

Stronzate.

Ora, quella era la caccia che poteva riportarla in cima. Guardare tutti gli altri dall’alto in basso: lei volava, gli altri strisciavano. Lei volava, perché aveva messo il sale sulla coda al fuggiasco, aveva chiuso la gabbia alle spalle dell’uccel di bosco, aveva legato John Smith Jones.

Oltre la porta girevole, rumore di traffico. Cacofonia, Eppure contrappunto: l’odore d’alcool etilico stagnava sull’asfalto, aleggiava sopra il frastuono.

Detestava quell’odore. O forse aveva nostalgia dei tempi della benzina. Bei tempi, non per l’usanza di bruciare combustibili fossili, certo. L’Età dell’Oro, si trovò a pensare. I tempi delle vacche grasse, i tempi delle vacche vive. I tempi della carne abbondante.

Ricordava bene la puzza di benzina. Si era smesso di consumare benzina per alimentare motori non troppi anni prima. Le vacche erano morte tutte. Quelle che non erano morte da sole le avevano uccise, ne avevano bruciato le carcasse.

Qual è il verso della vacca?

Moooooo!

‘Fanculo. Era all’aperto, ancora una volta, sotto una cappa di cielo grigio.

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GITA DOMENICALE

Ovvero: John Smith Jones è lontano da casa

Stato di New York, 1 agosto 2025

Togliete le bistecche dalla marinata e ponetele sulla griglia a temperatura alta, girandole una sola volta, fino al punto di cottura desiderato. Servite insieme alla salsa Bloody Mary oppure Dinky Dao,

(Il tanta in cucina, Wood Brothers 2025)

Una piazzola di sosta si apre al di sotto del manto di conifere. Una vecchia Plymouth rigurgita una famiglia: l’uomo sgranchisce le gambe, la donna cerca di infilare una felpa al ragazzino.

Pochi chilometri al confine: una pattuglia dello sceriffo della contea mi ha seguito per un po’. Dopo mezzo miglio, ha svoltato. Solo due vecchi sbirri distratti. Sbirri prossimi alla pensione.

Faccio scendere il vetro del finestrino. Guardo la famigliola, in gita o roba del genere. Il ragazzino frigna. La madre dice qualcosa al padre, nervosa: il padre si sbraccia. Il ragazzino frigna più forte.

Distolgo lo sguardo.

Squallida famigliola. Grasso padre di famiglia, venuzze rosse su guance mal rasate, pieno di hamburger di gatto mal digeriti, pieno di Schlitz – lo champagne delle birre. Moglie insoddisfatta, ragazzino piagnone.

Nessuna speranza.

Il mondo passa sopra le loro teste. Il mondo li travolgerà.

Addento il pollo di soia fritto. Il sacchetto di carta è unto d’olio. Le mani sono unte. Olio cade sulla tappezzeria. Cibo da negri.

La vita che ho scelto mi ha condotto fin qui, a poche miglia dal confine. Lontano dal territorio di caccia, lontano da Central New York City. Il luogo che ho chiamato casa per trentatré anni.

Qui, la terra è troppo cedevole sotto i piedi. Erba bagnata. Terra grassa. L’asfalto, il cemento: quelli comunicano l’idea della solidità. Danno l’idea che tutto sia organizzato bene.

Detesto la natura. Quella selvaggia. E quella da gita domenicale.

Piazzola di sosta, luogo confortante. Nulla di male può succedere in un posto simile. La famiglia se ne va, a bordo della vecchia Plymouth. La famigliola ha disseminato merda e cartacce per un’area di molti metri quadrati.

Servomeccanismi a sei zampe escono da una sorta di campana d’alluminio, fagocitando rifiuti. Si muovono ronzando, buffa andatura ballonzolante. Servomeccanismi disneyani, fatti in modo da risultare familiari, modellati sullo stereotipo del fedele servitore meccanico.

Butto un fazzoletto di carta.

Il mangiarifiuti muove le zampe. Ronza verso la fiancata dell’XB. Con un suono idraulico, inghiotte la carta. “Grazie, signore!” I servomeccanismi ambientali sono gentili.

I bambini ne sono entusiasti.

Inutile cercare di affidare il mondo alla responsabilità individuale.

Il cibo faceva schifo. Mi gira la testa.

Stress, paura controllata a forza di pasticche. Immagini danzano tra occhi e palpebre.

Cao Dai One Street. Una delle tante strade che non dovevo percorrere.

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TENIE

Ovvero: qui si seguono due addetti alle consegne

Central New York City, 1 agosto 2025

Nel 1992 un toro sidewinder (cioè con’asta del pene chirurgicamente deviata per farla uscire da un fianco – tali tori vengono adoperati per controllare se una vacca è in estro oppure no) cercò di montare una giovenca e riuscì a eiaculare in prossimità dell’ingresso della fabbrica di carne. Il toro da monta, quello con l’uccello e le palle al posto giusto, portò lo sperma sfortunato a contatto con la testa dell’utero. Quella giovenca e solo quella fu ingravidata con il seme del sidewinder. Bastò. Il karma specifico dell’umanità – e quello delle vacche – era maturato – millenni di innaturale prossimità tra uomo e animali da carne chiedevano fosse pagato un conto – e la moneta corrente fu batteri impazziti, animali morenti. Le vacche si estinsero. Meglio, vennero estinte. Gli uomini cercarono altre macchine per produrre carne. In quel momento nacque il Free Karma Food Movement.

(Ananda Marvin, leader del FKF/ASLF,

Discorso del 4 luglio)

Il portiere accettò l’involto con una smorfia simile a un sorriso. Era la prassi, un gesto che tutti apprezzavano, in genere. Le catene di distribuzione non accettavano abbracciacarne: nel questionario d’ammissione era specificato a chiare lettere. Nessuno quindi rifiutava qualche buon taglio da portare a casa. Gli abbracciacarne, del resto, non facevano domanda d’assunzione alla General East Packaging & Co.

Il tavolo era ingombro, occupato per metà da un vecchio schermo di pc. Il portiere alzò lo sguardo. Puntò occhi vuoti attraverso il vetro. Tornò con la testa sui fogli.

Lesse a mezza voce. “Partita n. 2022 zona di produzione Guandong, RPC Peso complessivo… Controlli sanitari…” Il portiere scosse la testa. Un sorriso freddo illuminò il volto. “… Effettuati. Garanzia Drago Bianco. Campione uno su quindici, percentuale parassiti phylum invertebrati…” Il portiere guardò i corrieri dall’altra parte del vetro. “Scusate, ragazzi, sono le nuove leggi… E in più il regolamento interno è severo.”

Con un cenno, l’uomo indicò una telecamera sul soffitto e tornò a scartabellare i documenti di consegna. “Ok, ok. Buon lavoro, ragazzi.” L’uomo timbrò con forza esagerata. Il tavolo tremò. Il portiere fece uno sbuffo e passò i fogli.

I due corrieri salutarono e tornarono verso la mole bianca del camion.

L’avvio fu brusco. Il corriere grasso imprecò. “Quand’è che imparerai, Bonnemain?”

“Scusa, è che sono stanco.” Il corriere alla guida aveva profonde occhiaie.

“Sai che ti dico, Bonnemain? Non dovrebbero prendere abbracciacarne neanche per fare il corriere. Amici degli animali del cazzo.” Il corriere grasso accese una sigaretta ed espirò con lentezza esasperante. Guardò il compagno. “Miaaaaao!”

“‘Fanculo, Rodgers, non sono un abbracciacarne. È che tengo alla salute. Non sai che merda ti danno da mangiare.”

“Sei un tipo strano, Bonnemain. Attento!” Il camion sfiorò una transenna. Bonnemain deglutì. Il compagno imprecò. L’interno del magazzino della General East era vasto come cinque campi da football. Era stato uno dei macelli bovini più importanti della costa est, in grado di rivaleggiare con i mattatoi del Midwest. Non c’era più sangue a rivoli sui pavimenti, né sangue a grumi sui muri, né mosche, né muggiti, né corpi squartati e quarti appesi a ganci. Era un enorme magazzino, così ampio da godere di un proprio microclima, atmosfera pompata dagli impianti Matsushita/Westinghouse, addizionata con l’alcool etilico dei motori dei mezzi in transito. Alla Sede Centrale giungeva su ruote la carne di cane e gatto portata negli Stati da enormi navi frigorifere di Guangzhou e Tianjin, RPC. La legislazione dello Stato di New York impediva l’approdo di navi da carne: misura ipocrita, ma ai gruppi di pressione abbracciacarne doveva andare qualche contentino.

La legislazione sul consumo di carne era cervellotica.

Era una storia nota a molti. Ma non all’uomo della strada. Era una storia da bene informati, un tassello chiave nel quadro complessivo.

Nel 2015 il governo federale e i Cinesi avevano acquistato in cambio di armi e denaro i vecchi archivi del Kgb. La cosa si era rivelata una miniera d’oro. Il Paese era già in guerra, per quanto a bassa intensità, la Cina era abbastanza ricca & potente da entrare in una partnership. Nella sua parte di mondo, la Cina non aveva più concorrenti, nemmeno lontani.

La popolazione dell’India era ridotta di un terzo. Il Pakistan distrutto. Armageddon regionale, fine di un subcontinente: chi aveva potuto era fuggito per tempo. Nel Regno Unito, Hindi e Urdù erano la seconda e la terza lingua più parlata. I più ricchi tra gli esuli si erano comprati mezzo Canada.

Nell’area dominata dagli USA, Colombia e Venezuela combattevano un’anacronistica, sanguinosa guerra di trincea. Era una guerra endemica, milioni di morti all’anno.

Non così male, per le condizioni del pianeta. Omeostasi, Grande Economia da mantenere in equilibrio, sostenevano i pragmatici: quella era la posizione del governo. General Public ci aveva fatto l’abitudine: la preoccupazione era piuttosto che fine aveva fatto la carne. Di cosa nutrire se stessi e i figli, e altri argomenti connessi: la Morìa aveva per molti il valore di giudizio divino.

In qualche modo però il neonato partito Knoio Something, o Partito della Ricostruzione, aveva salvato la situazione. Con la legge sulla Cacciabilità dell’Agosto 2020 incominciava la Nuova Era.

Sul teatro delle operazioni le truppe d’assalto cinesi e americane avevano utilizzato un enteogeno denominato PW02. La versione 01, sintetizzata sulla base dei vecchi studi sovietici sui fenomeni ESP indotti, era stata giudicata inutilizzabile. Troppo potente: induceva uno stato psicotico che lo sperimentatore interpretava come onniscienza. Epilessia del lobo temporale: malattia neurologica che induce stati mistici, visioni, voci.

La versione 02 induceva stati di regressione nella memoria, visioni beatifiche, autoindulgenti. Procurava ore di godimento autocentrico. Attraverso un’apparecchiatura denominata Accordatore di Fase Neurale e un addestramento adeguato, PW02 permetteva di accedere alla memoria visiva albergata nelle circonvoluzioni di un altro cervello. Sul campo di battaglia questo si era rivelato determinante.

La Sandoz aveva finanziato il progetto con un lungo giro di denaro. Il denaro impiegato nell’impresa avrebbe potuto essere diviso in lecito e illecito: ci sarebbe voluta l’onniscienza di un Buddha per distinguere. La Bai Long di Hong Kong risultava essere il finanziatore diretto. I chimici erano su quel libro paga. La Bai Long avrebbe commercializzato il prodotto in Asia e Oceania e avrebbe avuto una percentuale sui proventi del copyright. Bai Long, il Drago Bianco, era un’emanazione legale di una triade giovane & dinamica che deteneva uomini su su fino al Comitato Centrale.

Le Potenze superstiti detenevano in comune i diritti d’ingresso nella Terra degli Spiriti. La molecola votata alla santità era una trivella chimica che apriva chakra.

Intorno alla fine del 2017 una nuova sostanza psicotropa aveva fatto irruzione nei consumi d’elezione dell’elite: si chiamava Cao Dai One. In realtà altro non era che la molecola PW02. La legge sulla liberalizzazione del gennaio 2018 aveva reso legali le sostanze che non provocassero danni al corpo & alla mente: nell’elenco figurava PW02, cui venne imposto un prezzo altissimo. PW02 influenzava la secrezione di ormoni a livello dell’ipotalamo.

Negli Stati il prodotto sarebbe stato commercializzato da un marchio neonato. Solo in caratteri piccolissimi, sulla confezione, veniva precisato che i diritti appartenevano a X & Y. Mossa sensata: la situazione interna era conflittuale. Nessun adepto si sarebbe fermato a leggere: non occorreva urtare coscienze. In più, Sandoz e Bai Long avevano commercializzato Wealthex(r), una molecola che serviva a prevenire gli effetti collaterali collegati alle nuove abitudini dei Ricchi. La profilassi andava ripetuta ogni tre mesi. La profilassi era costosa. I grafici della Sandoz avevano avuto un’impennata.

Si trattava di avviare cicli. Come per THC e triptofano, cioè hashish & cioccolato, ma su un livello più raffinato. Compiutamente industriale. Big Mac e Coca Cola rappresentavano un esempio cui attenersi, un’accoppiata vincente. Cibi iperproteici inducono desiderio di bevande peptiche. Bevande peptiche inducono desiderio di cibi iperproteici. Dopo la Morìa, occorreva avviare cicli più profittevoli. La sostanza si prestava. Il desiderio di cibi particolari può essere indotto per via chimica: disfunzioni ormonali inducono desideri abnormi per quantità e qualità.

Gli effetti a lungo termine sul metabolismo erano ignoti. I volontari sottoposti al trattamento, dopo cinque anni, erano in buona salute. La Food & Drugs aveva concesso l’autorizzazione. Una pioggia di denaro aveva beneficiato investitori svelti. In prospettiva, un’America senza Cao Dai One sarebbe stata inconcepibile. Più facile un’America senza barbecue. Più facile che gli abbracciacarne vincessero, almeno sulla questione della carne U. La sostanza nota come Cao Dai One era consumo d’elite. Era roba di moda. Roba da maschio alfa.

Il corpo di un uomo, del resto, è divisibile in quarti. Anche se farlo effettivamente era immorale, per molti. Quindi per qualcuno avrebbe dovuto essere illegale. Seguendo con destrezza linee & tratteggi ipotetici si ottenevano: costate, lombate, filetto, controfiletto & tutti gli altri tagli. Ma c’è meno carne in un uomo di quanta ce ne sia in una vacca. Non c’erano più vacche e non c’erano più maiali; gli uomini erano tanti. Allevamenti intensivi di cani e gatti: cani sidewinder, teaser-dogs, ganci da macello, pistole da macello, macellai di cani & gatti: illegali qui, sul suolo USA. Ma enormi mattatoi di gatti in Honduras. Mattatoi di cani a Taiwan, Ho Chi Min Ville, Guangzhou. E oche a branchi. E pesce. La Bai Long traeva una parte dei profitti dalla gestione dei macelli per cani e gatti presenti sul territorio cinese. La Bai Long stava premendo sul comitato centrale perché consentisse, in via sperimentale, l’allevamento U. Il progetto era ambizioso, e ambiguo. Cloni umani da ingrasso privi della nozione del sé. Umani solo nella complessione e nel gusto, meno sensibili, meno senzienti degli animali stessi. Era illusorio pensare che questo avrebbe tacitato gli abbracciacarne nei quattro angoli del pianeta. Ma, secondo gli analisti della Bai Long, destinare esseri incoscienti in forma umana al macello era il futuro del settore.

Radioso avvenire proteico per la specie umana. Ogni essere umano avrebbe potuto cibarsi (cioè costruire e ricostituire i propri tessuti) con la carne dei propri simili, l’unica davvero adatta all’animale al vertice della catena alimentare.

L’opinione pubblica accettava la realtà sempre meglio, man mano che risorse proteiche adeguate venivano individuate e sfruttate. Conigli. Cani e gatti. Colombi migratori. Pesce. Cacciagione.

Tutta la carne, tranne quella di cane e di gatto, era costosa.

“È che non sai un cazzo, Rodgers. Sei disinformato. Ti fanno mangiare merda per compiacere i cinesi. Tu crepi di cancro al retto, ma l’equilibrio internazionale è salvo.”

“Di cancro ci crepi tu, hippie. Cancro al cervello.” Rodgers sputò le parole con rabbia, poi si calmò, di colpo. Scosse il capo, espressione quasi compassionevole. “Ma tu guarda che compagno mi doveva capitare.”

Bonnemain parlava a se stesso. “Avrei dovuto finire il college. Dare retta al professor Brewer… Chissà che fine ha fatto.” Parcheggiò il camion e diede i documenti timbrati agli uomini della sicurezza. I due corrieri scesero dal mezzo e si diressero verso i dormitori. La General East metteva a disposizione stanze doppie per gli equipaggi.

“I cinesi sono una grande organizzazione mafiosa. Bai Long, si chiama. Ma tu non leggi proprio un cazzo?”

Rodgers girò la chiave nella toppa, accese la luce della stanza doppia e guardò il compagno con aria beffarda. “No. È per quello che campo contento. Quello che so lo so per davvero.”

Rodgers sbuffò e gettò la sacca sul letto. Bonnemain chiuse la porta e si sdraiò sul letto. Facendo leva con un piede sul calcagno dell’altro, si liberò delle scarpe. Estrasse un joint già pronto da un pacchetto di Marlboro su cui danzava intermittente la scritta olografica UCCIDITI PURE, COGLIONE.

“Che ti dicevo? Sei un hippie del cazzo. Passami la canna.”

Fissando il soffitto, Bonnemain allungò la mano verso il grasso compagno.

“Ci hai mai fatto caso? Qual è la cosa che mangeresti, dopo aver fumato?”

Rodgers aspirò e sbuffò il fumo dal naso. I lineamenti vennero nascosti da una nuvoletta. Rodgers rispose con circospezione. “Cioccolato?”

Bonnemain sorrise. “Esatto. Tetraidrocannabinolo più cioccolato. Hamburger di cane + Coca Cola. Cao Dai più carne U. Credi sia un caso?”

“Dove vuoi arrivare, Bonnemain?” La faccia percorsa di venuzze del grasso compare sembrava preoccupata. Bonnemain si mise a sedere sul bordo del letto, recuperò il joint e sorrise.

“Da nessuna parte, amico. Solo che il sistema funziona così, né più né meno. Tu stai mangiando cane e gatto per mantenere l’equilibrio mondiale.”

Rodgers sembrò piccato. “Che cazzo dici? Io mangio gli hamburger perché a me piacciono, gli hamburger. E non me ne vergogno. E ci bevo dietro una bella Miller, se mi va.”

Bonnemain scosse il capo. “Birra del cazzo!”

Il metabolismo funziona a lenti cicli. Il sangue circola. Siamo inscritti in qualcosa di simile a un cerchio. Ognuno di noi, che dice a se stesso: Io, mio, dovrebbe dire piuttosto noi, nostro. Perché qui dentro, nella parte cava dell’uomo, siamo in molti. Non parliamo del cervello, del fenomeno detto mente o coscienza con tutta la colonia di personaggi che contiene. Non parliamo di identità, di schizo o polifrenia. Esseri viventi, con un’origine, un destino. Batteri, tipo. Batteri non-sensibili a trascurabili quantità d’alcool. Possono essere distrutti da una bella sbronza, ma un po’ di Schlitz – lo champagne delle birre non rappresenta un vero problema.

17

VITTIMA DESIGNATA

Ovvero: John Smith Jones avverte un pericolo e agisce

Contea di Stanford, Stato di New York, 1 agosto 2025

Da che cosa mi accorgerò di essere diventato un maestro di piacere? Sicuramente non potrò accorgermene da solo.

(La masturbazione come Via Spirituale, Federai 2021)

Il bastardo è in ginocchio. Le mani cercano di arginare il sangue. Le mani tremano.

Il sangue non si arresta. Il sangue è uno zampillo di sifone da seltz. Il sangue scorre, fa rivoli sull’asfalto. Bagna i vestiti.

Inspiro a fondo: il bastardo è in ginocchio. Vibro ancora un colpo. Risuona secco sulle ossa craniche. Le ossa cedono: materia cerebrale diviene visibile in mezzo al sangue.

Il sangue è una pozza che si allarga. Un lago.

Un uomo giace. Stira le gambe. Scariche nervose simili a convulsioni: guardo le gocce di sangue sulle mie scarpe.

Vedo un volto riflesso, e la volta del cielo.

La stanchezza mi attanaglia di colpo. Levo lo sguardo. Piazzola di sosta: due auto/due corpi/asfalto/sangue. Orizzonte celato alla vista da un manto opaco d’alberi. Espiro piano, dalla bocca. Il soffio si perde nel vento che spira da nord.

Usciva a passi decisi dall’auto, povero stronzo, inefficiente, maldestro, inintelligente, incompetente nerd, con l’aria di chi dovesse chiedere un’informazione. Un brivido mi percorre la schiena.

Sorrido. Il bastardo è a meno di dieci metri. Passi decisi, sotto la giacca stretta un rigonfiamento: una fondina ascellare.

Meglio non rischiare. Con un balzo, esco dall’auto. Lungo il fianco, il bastone. Una delle armi preferite. Poco rumore, effetto sicuro. Il bastardo muta espressione. La mano destra cerca qualcosa sotto l’ascella. Al primo colpo, il bastardo finisce in ginocchio.

Il cielo rotea, scaglia azzurra sulla testa. La vita del bastardo esce, portata dal fiume di sangue.

18

CARNE SALTATA

Ovvero: attentato al ristorante, arriva lo sbirro Justin

Central New York City, 1 agosto 2025

Felipe Maxìm aveva ripreso le antiche consuetudini. Il lavoro in sala non era male, e l’uomo che coordinava era ancora Felipe Maxìm, il famoso maìtre, e l’ambiente era élite, come sempre. Lì non rischiava certo di finire morto e mangiato.

Maxìm guardò la sala piena, scintillante di gioielli, scarpe lucide, vestiti costosi anche se non tutti impeccabili. Incontrò il proprio volto in uno specchio. Si vide povero, lacero, con un’arma antiquata nascosta sotto il cappotto, seduto al freddo in qualche angolo di Central New York City, in qualche isolato malfamato, esposto agli elementi, ai procacciacarne, ai banditi di strada.

Alla mente giunsero ricordi d’infanzia. Volti, suoni. Una scena del quarto compleanno, vivida come una visione dell’angelo Cao Dai.

Aveva la tosse. Non riusciva a spegnere le candeline.

Un tintinnio di cristalli lo riportò alla realtà. Clienti andavano serviti, e il suo compito era coordinare i servitori.

Aprì la bocca per comunicare un ordine. L’orchestra dall’altra parte della sala prese a suonare: l’ve got you under my skin…

Maxìm dovette alzare la voce.

Due clienti, uomo-donna, entrarono. Una lauta mancia venne ricambiata da un sorriso servile. Maxìm accompagnò la coppia al tavolo. Un cercapersone trillò. La sala del ristorante U esplose.

Justin Bomboko giunse sulla scena del crimine insieme a Shvartz, l’indisponente Shvartz, un altro detective della Dissuasiva.

L’uomo fischiò e si passò una mano tra i capelli.

La bomba incendiaria era stata portata all’interno del ristorante da qualche pazzo militante abbracciacarne. Frange estreme, fuoriusciti del FKF. La bomba aveva sviluppato abbastanza calore da cuocere la carne e squagliare il grasso: la vampa aveva annerito pareti e soffitto. Tecnici della scientifica rilevavano e annotavano. Contorni in gesso prendevano il posto di corpi cotti o liquefatti.

“Questa volta i tuoi amici hanno fatto un buon lavoro. Miller o Schlitz?” Shvartz piazzò davanti al volto del collega due lattine di birra.

“Schlitz. Non la sopporto quell’altra.”

Shvartz guardò il negro con un sorriso tirato. “Perché? hai avversioni innaturali, Bomboko. A me la Miller piace.”

Justin fu preso da un’ondata di profonda avversione. Il nome di quella birra gli faceva venire in mente il Midwest, tutti quei tedeschi del cazzo, teste di formaggio ottuse e grette. Justin guardò Shvartz. Sorrideva ancora. Shvartz poteva essere un buon detective, affidabile e tutto il resto. Ma prima di tutto era uno stronzo.

“Non è roba da Free Karma Food, Shvartz.” Bomboko accese una sigaretta. Shvartz la indicò con un’occhiata.

“Avevi detto che smettevi” rimarcò.

Il negro, impassibile, levò la sigaretta dalla bocca e la gettò per terra. Diede un sorso alla birra. Rivolse a Shvartz uno sguardo di sfida. “Non c’entrano i miei amici, come li chiami tu. Lo sappiamo entrambi.”

Shvartz fece spallucce. “Tirami fuori una bella teoria del complotto, Justin. Se convinci me, convincerai chiunque.”

Il cellulare di Justin trillò Yankee Doodle. “Sì. Ok. Va bene. Vado subito. Nessun problema, no. C’è puzza qui, come puoi immaginare.”

Justin sospirò. “Questo caso è tuo. La mia teoria, quindi, te la risparmio. Hanno ammazzato un informatore. Quentin Waller. Me ne occupo io, a quanto pare.”

19

ANCORA I BEI TEMPI

Ovvero: riflessioni del criminale Wilfredo

Central New York City, 1 agosto 2023

Wilfredo Gomez rimaneva fedele alla funzione originaria del linguaggio. Gettare incantesimi, spezzare la volontà dei nemici, pronunciare parole di potere: “Ehi tu!”. Da bambino era stata la frase preferita, seguita da cazzo guardi e cose del genere, Om e Svah di ogni mantra. A rimuovere gli ostacoli prima le mani, poi i tirapugni, il cannone, bei mucchietti di DEN, proposte che non puoi rifiutare, nomi, minacce, ritorsioni.

Wilfredo Gomez era cambiato molto. Il gangster nichilista dei bei tempi aveva lasciato il posto a un competente uomo d’affari.

Wilfredo Gomez sedeva alla massiccia scrivania in noce. L’ufficio era spoglio. Niente oggetti pacchiani da gangster arricchito. Ex-pusher, poi grosso trafficante, dotato di istintivo buon gusto. Capo del Sindacato Latino da più di dieci anni, erede di Acquistapace, il mafioso del tempo delle vacche vive. Era passato da succube a rivale del grassone, che era asceso a un lontano empireo, quasi intoccabile. Ma Wilfredo aveva già tali e tante attività a depurare denaro che la percezione del Pubblico non riusciva più a distinguerlo da un qualunque grosso imprenditore.

La percezione del pubblico era accurata. Wilfredo era in ascesa, e Ananda non era più così lontano.

Lo specchio sulla parete rimandò l’immagine di un essere umano dalla carnagione scura, vestito in modo impeccabile. Tratti aguzzi, non certo vecchio. Tantomeno appagato.

Dealin’and pushin’: i tempi cambiano, e le figure professionali mutano in accordo coi tempi. Dalla Morìa delle vacche in poi e dall’avvento del nuovo ordine fare i pusher per strada era una faccenda rischiosa, quasi come farsi. L’avvento del nuovo ordine si trasformava in bisogni potenziali. Lasciamo perdere chi si fa e vende; simili figure professionali erano scomparse. Scarsa lucidità significava finire morti e mangiati molto in fretta. Così i pusher di strada erano legati in confraternite, legate a loro volte a cosche e gruppi potenti. Tutti giravano armati fino ai denti, erano prede difficili. Erano prede ambite: di solito erano in buona salute, non troppo vecchi. Così qualche procacciacarne rischiava. Ma andava bene solo a quelli bravi. E quelli bravi non erano tanti: due o tre in una città tipo Cleveland, dieci-quindici in una tipo CNYC, una trentina, forse, a LA. Un endemico regolamento di conti tra pusher e procacciacarne di infimo ordine animava le notti delle metropoli. Coreografico, una corsa di topi stile Chicago anni Venti: si uccideva per denaro, per vendere carne. Per non finire nel ciclo nutrizione-assimilazione-escrezione.

Gli sbirri si limitavano a riscuotere mazzette. Compito degli sbirri era vendere informazioni, vendere uomini.

I giorni di pushing stradaiolo erano finiti da un pezzo. Ormai Wilfredo Gomez era un uomo potente.

La soffiata giunge prima a lui che alla maledetta stampa. Ecco un esempio di potenza: le informazioni che giungono al momento giusto. Entrature ovunque, dall’azienda del riciclo rifiuti urbani su fino al ministero dell’Equanimità. Rifiuti urbani, gestione della Giustizia: il ministero di Polizia Dissuasiva, in fondo, era il baricentro tra polarità retoriche solo in apparenza distanti.

La vocina era giunta all’orecchio in tempo reale o quasi.

John Smith Jones aveva ucciso, macellato e venduto il rampollo Kupper.

La Licenza di Caccia firmata e timbrata dal ministero si dimostrava pezzo d’arte umana assai articolato, con grandi possibilità d’incastro.

Wilfredo vs. John Smith Jones. Dopo questa vittoria, avrebbe chiuso altri conti: una persona grassa, supponente, detestabile. Un altro ex-amico.

Il ventre di Ananda faceva ombra, Wilfredo stava per spostarsi sulla parte assolata della strada.

Sfavillanti lettere da vaudeville, Tin Pan Alley: cose del tempo delle vacche vive, allegre musichette da circo. Bikini Girls With Machine Guns, The Cramps, 1991.

Wilfredo Gomez contrasse il diaframma.

JSJ era stato amico, guardia del corpo, uomo di fiducia. Nel periodo della Morìa, quando il Paese aveva traballato, JSJ aveva cambiato mestiere e protettori. Si era dimostrato vendicativo.

Wilfredo Gomez pensò alla pelle di Blanca. A Blanca viva, e alla pelle separata dalla carne.

L’espressione di Wilfredo Gomez era serena. Bastava ricordare per costringersi alla calma e all’efficienza. Alla strategia, arte nella quale Gomez era neofita, ma non incompetente.

La vittoria era dietro la prossima svolta, più vicina del primo delle migliaia di ristoranti vegetariani che il negro Ananda possedeva in ogni angolo degli Stati.

L’ufficio di Wilfredo era una collezione di memorabilia. Tutti grandi uomini del secolo scorso: Ocashek, Noriega, Julio Cesar Chavez, il pugile, e poi Hitler, Tito Puente. De Niro. Iggy e The Stooges. I Rolling Stones. Il negro in piedi davanti alla scrivania di vetro era rigido come una statua. Guardava il nulla sulla parete, tra la faccia dell’imbianchino boemo e i labbroni di Mick Jagger.

“Parliamo di noi. Di te, per meglio dire.”

Wilfredo Gomez aveva lo sguardo del maschio alfa. Wilfredo Gomez dispensava carne. Wilfredo Gomez aveva crediti, deteneva vite. Il negro chinò il capo.

“Sai quel che devi fare. Tu vai, e ti comporti bene, come ti dirò di fare. Il bastardo è in Canada. E voi bastardi siete potenti in Canada, no? Dici che la tua organizzazione è interessata al suo caso, ed è vero, no? Nemmeno le bugie ti faccio dire… Di’ che potete tirarlo fuori dalla merda. Fai in modo che si fidi di te, molto più di quanto io non mi fidi di te.”

Wilfredo Gomez accese una sigaretta. Fumo ascese verso il soffitto.

Il negro tenne il capo chino.

Più tardi, Wilfredo Gomez levò il gemello dal polsino destro. Appoggiò l’avambraccio sulla scrivania. Con la sinistra estrasse una scatola di legno. Richiuse il cassetto. L’ipodermica trillò flautata: “Benvenuti in Cao Dai One Street, il gioco di ruolo neurale che avvicina a Dio!”. Wilfredo posizionò l’utensile. L’ago si fece strada sotto la pelle. Wilfredo esalò un sospiro osceno.

20

PACCOTTIGLIA

Ovvero: lo sbirro Justin trova un interessante taccuino

Central New York City, 1 agosto 2025

Justin Bomboko entrò nell’appartamento del fu Quentin Waller, informatore della Dissuasiva, con una smorfia di disgusto. A Justin Bomboko non piacevano i froci. Nemmeno i cacciatori, i collaboratori dei cacciatori e le altre stronzate. Il sottodipartimento di polizia investigativa avrebbe raccolto notizie e indizi e li avrebbe lanciati sul mercato dell’informazione-per-cacciatori: serviva a rimpinguare le casse e a far quadrare i conti.

Settanta metri quadri di paccottiglia frocesca. Carta da parati color pesca. Poltroncine di pseudo-vacchetta bianche e nere; bianche e rosse; bianche e marrone. Kilim industriale da poco prezzo. Una certa quantità di libri in ordine sul legno blu riciclato dell’Ikea. Altre stronzate svedesi, chissà perché: un poster con un’allegra famiglia bionda, sulla riva di un fiume impetuoso, una foresta. La foto di un ragazzino indiano. Justin si avvicinò e lesse un nome. Sandeep Pandit.

Scosse il capo e avanzò verso il comodino di fianco al parodistico letto a forma di cuore. Aprì il cassetto: una sveglia, un dildo zebrato, anal intruder nero, macchina per elettrostimolazione, boccetta di popper, pastiglie di – uhm, prodexedrina, e… cosa abbiamo qui? Un taccuino, pagine bordate di rosso. Justin Bomboko lo ficcò in tasca, si guardò attorno, uscì dalla stanza. Le scale erano strette e scivolose. Justin Bomboko imprecò contro la donna delle pulizie. Fanculo alle solerti donne delle pulizie nei condomini di froci del cazzo.

Seduto nell’abitacolo della Ford Quantum del ministero, Justin provò un accesso di nausea. Azionò il finestrino elettrico per mettere la testa fuori, come un cane col mal d’auto. L’aria schiarì le idee.

Dunque. Gli eventi degli ultimi giorni: esplosione nel miglior ristorante U di Manhattan, uccisione di informatore impegnato in una caccia per conto terzi. Poteva significare diverse cose, ma di sicuro scarso sonno, attività frenetica, autolesionista. Sì, gli eventi erano connessi. La connessione era evidente.

Evidente.

Justin si perse in un vortice di pensieri disarticolati. Puzza d’alcool etilico dal vetro abbassato. Frastuono, perversa polifonia. Oltre il fiume. Jersey City sembrava distante milioni di chilometri. Davanti agli occhi Justin Bomboko aveva scenari familiari, il film prodotto da Dio, interpretato da pezzi di Dio, pezzi di Io o di nessun-io, non ricordava bene, non riusciva a decidere. Venditore di hot dog di cane, automobili, idranti. Sbirro che dirige il traffico. Camion del latte di “soia” Maidmilk – addizionato con tutti gli elementi indispensabili alla crescita.

Cartellone video della maledetta Miller.

Hare Krishna danzavano estatici, lanciavano petali di fiori e dolcetti.

Justin Bomboko scosse la testa. Sembrò che il cervello rimbalzasse contro ossa craniche gommose, che all’interno si producessero ondate liquide. Cervello in gelatina, mmmmh, la scelta del gourmet. Conosceva quella sensazione, ma non sapeva darle un nome.

Colori vividi. Justin credette di vedere ogni oggetto che componeva la scena gonfiarsi, mandare lontano un’immagine potenziata di sé. Il flusso umano si componeva e ricomponeva in base a cicli inesplicabili: chili e chili di carne in marcia verso scopi ininfluenti, molta, moltissima carne d’uomo, ultimo degli dèi a finire sull’ara sacrificale.

L’onda nel cervello s’acquietò. Il tempo riprese a scorrere.

Ecco. La sensazione era svanita. Ma il corpo detesta la quiete. Un’altra sensazione si fece strada: il taccuino nella tasca era scomodo, ingombrante.

Il taccuino avrebbe illuminato gli snodi.

Righe su righe riempivano le pagine con precisione meccanica. Justin aprì il taccuino e incominciò a leggere in un punto a caso.

“… uccello fantastico. L’albero della vita e della conoscenza. Una sala da ballo con candelieri di cristallo. Umani e alieni, la tastiera di un computer. Condotti. Doppie eliche di DNA, diaframmi pulsanti. Un disco dorato che girava su se stesso, un enorme occhio di mosca, tunnel e scale. Aprii gli occhi, e il campo visivo era ondulato, coperto da trame geometriche. I colori erano intensi. Un problema di continuità spaziale mi tenne impegnato per un tempo che sembrò interminabile, o forse durò pochi secondi: la stanza in cui mi trovavo, capii, aveva ben più di tre dimensioni. Poi ricordai: litro latte di soia. Insalata. Fagioli messicani. NB: seitan. Sei bottiglie d’acqua. Candele. Guida tv.”

Il negro Bomboko grattò il capo rasato. Chiuse il taccuino. Lo guardò dall’alto in basso. Espirò con forza. Non ci mancava che questa, pensò. Sfogliò ancora.

“Sogno della famiglia zingara e patto d’amicizia. TIRA FUORI LE PALLE! Bisogna fottere a morte l’allenatore dei Knicks.” “n. 3, 27 aprile. Registrato alle ore 6.15 a.m. Sogno del giovane tossico. Sembra sera, autunno. Siamo a Prospect Park. Una mucca di plastica. La mangio: è di zucchero. Rido, mi trasformo in una muta di carnivori ricchi. La mucca non è più una mucca, e nemmeno zucchero. Sto mangiando la carne di un giovane tossico. Ride anche lui.”

Merda. La consapevolezza lo colpì come un maglio. Subito dopo, una vocina dentro la testa prese a canzonarlo, come se quella che era apparsa come quasi-illuminazione fosse da sempre patrimonio anche dell’ultimo degli stronzi.

Il taccuino era di John Smith Jones.

Il taccuino era oro puro. John Smith, eh? L’incarico gli era sembrato da subito chiudere il cerchio. Fine, per sempre, alla fase più dura della vita.

Quella che si finisce per rimpiangere.

Il taccuino colmava un vuoto. La versione ammazzacarne di John Smith Jones era un enigma. I rapporti parlavano solo della metodicità, della freddezza, della precisione. Dello stile dell’uomo. Le analisi psicologiche erano contraddittorie: uno psicotico. Oppure un professionista. Per qualche motivo le due conclusioni venivano rappresentate come antitetiche.

Justin sfogliò le pagine, lasciando che fosse il caso a dire quali righe doveva violare. E cercare di interpretare.

Justin fermò l’ispezione su una pagina riempita con caratteri più grandi, squadrati.

“UNO CHE PAGA LO SCOTTO PER TUTTI ALLA FINE SI TROVA SEMPRE: UN’ECONOMIA SUPERIORE, SUPREMAMENTE INGIUSTA, COLPISCE SEMPRE QUALCUN ALTRO AL NOSTRO POSTO, E PER LE NOSTRE MANCANZE.”

Justin sorrise. E bravo John Smith. John Smith il filosofo. La coscienza dell’ammazzacarne, eh? Questa è come si chiama? Un’epigrafe, pensò Justin. No, epitaffio…

Justin Bomboko ficcò il taccuino nella tasca. Era ingombrante, e spigoloso. Provò a sistemarlo meglio, rimestò finché la sensazione fu meno fastidiosa. Justin si sentì soddisfatto.

Lo sportello battè un tonfo sordo. Il finestrino si alzò ronzando.

21

IL DESTINO DEGLI UOMINI SCIMMIA

Ovvero: incontriamo uno strano vecchio saggio

Contea di Hopetown, Canada, 2 agosto 2023

Ungete la teglia di cottura. Mescolate l’olio e il ghi U restante e ungete le polpette. Grigliate per 5-10 minuti, girando di tanto in tanto con cautela, finché saranno ben dorate. Servitele calde o fredde con contorno d’insalata.

(Il tantra in cucina, Wood Brothers 2025)

“Abbiamo ancora due consegne e poi ce ne torniamo a casa” disse Bonnemain. “L’unica cosa, sono preoccupato per la carne. Il guasto alla cella refrigerante non ci voleva.”

Rodgers fece un gesto con la mano destra, come a spazzare via i dubbi.

“Nessuno se ne accorgerà. La carne non ha fatto in tempo a imputridire.”

Bonnemain sorrise.

“A imputridire di più.”

Bonnemain levò le mani dal volante per un attimo e le battè con gioia infantile. “Vediamo… Sosta tra dieci miglia, per sgranchirci le gambe due lanci… A proposito, ti sei ricordato la palla da tennis?”

“Hai questa fissa, ma non si può giocare bene con una palla da tennis. Non è abbastanza pesante.”

“Bravo, e se spacchiamo qualche vetro chi paga, eh? La palla da tennis va bene.”

Il retro del ristorante per camionisti dava su uno spiazzo di cemento. Tra il cemento e l’erba, una cisterna arrostiva al sole. La cisterna doveva contenere acqua. Henry W. Brewer sedette per terra, allungò le gambe coperte dai sudici pantaloni di fustagno, tossì, pulì la bocca col dorso della mano guantata. Fece un lungo respiro. Tirò su col naso.

Henry W. Brewer pensava all’acqua di rado. Henry Brewer pensò all’acqua che marciva nella cisterna, acqua bassa, ricettacolo di zanzare, trappola per topi e insetti. Guardò il compagno. Henry W. Brewer stirò le labbra fino a un sorriso. Il sorriso era amaro. E sdentato.

Henry passò la bottiglia di Tokay, all’interno del sacchetto di carta. Il compagno tese il braccio, magrissimo. Sedeva appoggiato al muro del prefabbricato che ospitava uomini che mangiavano e bevevano, uomini pronti a correre le strade degli Stati verso altre città, altri cieli, altri hamburger di cane o gatto, altra Schlitz – lo champagne delle birre, altre mignotte, altri incidenti, altre invasioni-di-corsia, altri fuochi d’artificio, altri spettacolari crash e smash.

Il compagno di Henry W. Brewer sembrava vivo per miracolo. All’interno del prefabbricato mandibole si affannavano. Glottidi deglutivano. Esofagi si contraevano. Boli e masse liquide giungevano allo stomaco attraverso la porta che mena ai recessi del corpo, la valvola di carne, il piloro. E così via: il ciclo continuava, stolido – Henry W. Brewer ruttò. Assunse quella espressione. Il compagno sospirò.

Henry W. Brewer non capiva del tutto di essere in buona compagnia al fondo della Scala Sociale, senza lavoro, senza casa, senza un cazzo di niente: già, lui era stato professore di – vediamo? – paleoqualcosa, e ora avrebbe riattaccato.

Il compagno fece una smorfia. Il compagno sembrava consapevole della miseria della propria condizione.

Il compagno non aveva la forza di ribellarsi. Era sbronzo. Il corpo, non era questione di indocilità: non si muoveva più, ecco tutto. Assumere espressioni? Il monologo – cioè Henry W. Brewer – non lo richiedeva.

L’espressione di Henry W. Brewer era tenera. Gli occhi brillavano come se di fronte ci fosse il migliore dei vecchi studenti, l’allievo preferito, colui che avrebbe continuato il percorso del maestro, il futuro luminare, perla perfetta, oceano di sterminata sapienza. L’uomo, quel che avanzava, si chiamava Fred. Passò una mano tra i capelli. I capelli erano arruffati. Incrostati.

Era il momento del discorso. Uomini scimmia e Destino.

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CARICHE STATICHE

Ovvero: il sicario elimina un sicario

Central New York City, 2 agosto 2025

Matleena Meyer entrò nella rimessa. Central New York City, puzza e caos, rimase chiusa fuori della porta blindata.

Il capro era stato offerto, ora le cose si sarebbero messe per il verso giusto. Quentin Waller, ex-informatore, noto omosessuale, era l’unico che ci avrebbe rimesso, a parte la preda e gli altri cacciatori sulla pista.

L’esplosione al De Chiesa Palace era stata opera di un concorrente. Chi? Evidente. Il più brutale, il più diretto.

Il Pink Banner Club aveva alzato il compenso. Ora quella caccia era ancor più motivante.

Gli occhi brillarono assieme a un sorriso appena accennato. La donna si guardò attorno. L’armeria chiudeva gli attrezzi del mestiere. Sul serbatoio azzurro dell’Honda vernice lucida mandava riflessi: la figura della donna scomposta in particelle di luce, psichedelia quotidiana alla portata di tutti. Gli occhi si spostarono sulla vecchia Range Rover. Non c’era scelta: il fuoristrada era troppo antiquato.

Matleena Meyer vide il proprio corpo fasciato di pelle termica sfrecciare verso nord, lampo iridescente in rotta di collisione con la preda.

Le informazioni erano certe. C’erano ore di immagini, registrazioni, foto satellitari pagate un occhio della testa alle sanguisughe della Dissuasiva. Gli analisti assoldati per vagliare i dati avevano previsto l’incontro a circa cento miglia da Winnipeg, Ontario. La zona di New Hindi Town.

Bene: uno dei suoi uomini migliori era un vero esperto della zona.

Matleena Meyer prese a spogliarsi. La pelliccia sintetica cadde, appena prima dei jeans. La donna estrasse da un armadio d’alluminio una guaina sottile: pelle termica, bagliori di luce in tutti i colori dell’iride, mutevoli, cangianti, soggetti a ogni minima variazione di temperatura e pressione.

Matleena vide il volto dell’uomo che aveva mandato a morire. Quentin Waller era un bambino dopato fino a giungere al peso e all’altezza di un adulto. Roseo, paffuto. Primissima scelta: JSJ doveva essersi morso le mani. Tutto quel ben di dio, e nessun compratore. Un uomo sacrificato per minare la preda. Delirio di onnipotenza.

Qualcosa cominciava a stridere. La consuetudine con la morte rende noncuranti.

Ma non procura allucinazioni uditive: il senso di ragno da tossico Cao Dai vibrò. Da qualche parte arrivava un ronzio, appena percettibile.

La porta blindata si aprì con un soffio. Matleena Meyer si gettò a terra.

Proiettili fischiarono sulla testa della donna. Pezzi di materiali – fibra, resine, metallo – volarono nell’aria. Con un colpo di reni, Matleena Meyer girò il tronco verso la porta. Il bastardo era solo: Matleena sparò d’istinto.

Il sicario cadde faccia avanti. Ecco sigillata un’altra bara.

Matleena Meyer sorse da terra in un lampo di scariche statiche. Si avvicinò al corpo, spinse la testa con il piede in modo da scoprire metà del volto. Il proiettile era entrato dalla fronte, vicino all’orbita destra. Un’asola rossa, poco sangue. Il sicario era di razza nera.

Il proiettile era entrato con forza appena sufficiente per ledere i tessuti spugnosi del cervello. Il manichino era imploso. Matleena si guardò attorno. L’Honda aveva il serbatoio bucherellato, una ruota distrutta.

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IL CONTATTO DELLA MAFIA ABBRACCIACARNE

Ovvero: John Smith Jones si sente addosso un paio d’occhi

Contea di Hopetown, Canada, 2 agosto 2025

L’alimentazione con proprietà calmanti pitta può essere consigliata a tutte le persone di costituzione pitta, salvo diversa prescrizione del medico. Non superare le dosi consigliate,

(Confezione dei calmante neurale Anatmavada(r), Sandoz)

L’area di sosta è affollata. Cromature, lamiere tanto calde da cuocere un uovo. Camionisti giocano con una palla da tennis, un guanto da baseball e un manico di scopa. Troie migrano dal bagno al bar. Una vecchia Camaro nera è ferma da mezz’ora. C’è un negro a bordo. Mi fissa. Ho incrociato così tanti cani umani, informatori, detective della Dissuasiva da averne perso il conto.

Rivedo la scena del passaggio della frontiera.

La collezione di documenti falsi, indispensabile a ogni buon procacciacarne, è di buona qualità. I documenti testimoniano: cittadino canadese, suddito di Sua Maestà Britannica. Facile entrare.

Perché cazzo il negro continua a guardare nella mia direzione?

Negri del cazzo, low riders da quattro soldi. Nuove generazioni intrappolate nel sogno di un tempo parallelo dove l’orrore non si è ancora prodotto. Ragazzi neri che simulano pose e gergo del tempo delle vacche vive. Soul Train. Giacche in pelle nera. Tute Adidas. Felpe Fubu. Funk, hip hop e Colt Python.

Ghiaccio e Platino: la voga dei gioielli anni Novanta impazza.

Il negro sulla Camaro nera è molto filologico. Sembra una foto di militante BPP, Oakland, circa 1968. Non si preoccupa troppo di dissimulare. Un contatto, chiaro. Una possibilità.

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T-BIRD BLUES

Ovvero: due milioni di anni fa

Contea di Hopetown, Canada, 2 agosto 2025

Nell’era che vede la reificazione capitalistica giungere alla brutalità estrema, occorre capire che la condizione attuale si è prodotta in seguito a una catena ininterrotta di cause: tale catena ha la radice nell’abitudine del mangiar carne. La carne è sempre stata connessa a dinamiche gerarchiche. La carne significa sofferenza, morte, sfruttamento, dominio. Occorre combattere i mangiatori di carne e il loro dominio sul pianeta, il loro arbitrio sulla vita e sulla morte con ogni mezzo necessario. Combatteremo per i nostri diritti di viventi su questo pianeta con ogni mezzo necessario: gli sfruttatori, gli assassini, i carnefici sappiano che la guerra è dichiarata.

(Ananda Marvin, leader del FKF/ASLF,

Discorso del 4 luglio 2024)

La voce del vecchio rudere era ispirata, impastata com’era di vino da negri. La voce della vecchia carcassa ammoniva, tratteggiava, apriva prospettive.

Il compagno guardava il nulla, sopracciglia a mezz’asta. Era costretto sull’asfalto dalla mano di Dio, dalla mano fetida del Tokay, del T-Bird, del whisky Mekong, dal peso degli anni, dalla massa ingente dei liquidi portati alla bocca e fatti maldestramente passare lungo il tubo – esofago, stomaco, crasso, tenue, colon – fino a perdersi, a rientrare nel flusso. Il processo era logorante. Il vecchio e l’amico da anni non cagavano solido. Cagavano sangue. Pisciavano sangue. Quando l’alito avrebbe puzzato di sangue marcio, il lavoro sarebbe stato ultimato. Ecco come giocarsi una preziosa rinascita umana.

La voce del vecchio usciva da una macchina malmessa. Ulcere, fegato a pezzi. Polmoni malconci. Abbastanza grasso nell’aorta e nelle valvole cardiache da ungere una padella e friggere patatine.

“Il regime carnivoro è alla base del comportamento umano. Immagina la scena: due milioni di anni fa convivono in Africa occidentale diverse specie di ominidi che in senso lato potremmo definire umane. Sono ben lontane dall’essere solo scimmie, tutte, e alcune di queste specie sono affini in modo impressionante all’uomo, al nostro concetto di uomo. Sono simili a noi.”

“A me e a te vuoi dire?”

Il vecchio rimase in silenzio un istante. Soppesò le parole. “Sì. Simili a noi.”

La sera mandava rosse dita oltre la foresta di conifere. Sulla piazzola di sosta si radunavano i gabbiani. Un paio di grossi bestioni cromati si avviarono. Puzza di alcool etilico riempì l’aria. Gabbiani urlarono. Trombe suonarono. Nubi si addensarono. I rumori del traffico sembravano echeggiare, rimbombare e risuonare all’interno della carcassa.

“In alcuni habitat i predatori che si trovavano al vertice della catena alimentare erano i felini dai denti a sciabola, carnivori in grado di uccidere animali con molta più carne di quanta essi potessero sperare di mangiare o di mettere da parte.”

“Mettere da parte?” Il compagno aveva la bocca semiaperta.

Il vecchio si spazientì. “Mettere da parte, certo. I leopardi nascondono le carcasse sugli alberi e possiamo assumere che predatori di taglia analoga avessero lo stesso comportamento. Homo habilis si sarebbe potuto avvalere dei resti delle prede dei grandi felini per sopravvivere integrando sempre più carne nella dieta.”

Gli occhi glauchi del vecchio brillarono, allucinati.

Il compagno sentenziò: “Sei ubriaco, Henry”.

Henry W. Brewer assunse una strana espressione. Professionale: la polemica era stata il suo pane, quando ancora educava e ammaestrava.

“Niente affatto. O meglio: certo. E anche tu lo sei, fratello mio.”

Henry W. Brewer aggiustò la posizione: il culo dei pantaloni sudici strisciò sull’asfalto. Henry W. Brewer socchiuse gli occhi. Il sole mandò raggi a riflettere sul metallo dei supporti. La cisterna, lontano, sembrava rovente.

Il professore di paleontologia e paleoantropologia Henry W. Brewer proseguì:

“L’Uomo conserva ancora nella sua complessione lo stampo indelebile della sua bassa origine. Non guardarmi così: non sono parole mie. È Charles Darwin, proprio lui. Il buon vecchio Charles.”

“Chi, Charles Davis? Quello che è finito morto e mangiato il mese scorso? Gli avevo detto: Charlie, non passare il confine. Ma lui era un negro testardo, ecco cos’era. Tu lo conoscevi il vecchio Charles. Una volta…”

“Taci.” La voce del professore era decisa, ma non troppo brutale. Sembrava riprendesse un allievo, uno studente.

Il compagno fece un cenno di scusa. Il compagno chinò il capo.

“Dico che l’intelligenza umana, l’origine dell’intelligenza, mi segui? è legata all’acquisizione della carne nella dieta, attraverso l’evoluzione delle capacità cognitive necessarie alla condivisione strategica della carne tra i membri del gruppo. La ricetta che condusse all’espansione del cervello umano fu quella. Carne. Capisci?”

Henry W. Brewer si prese la testa tra le mani.

“È per questo che ce ne stiamo in Canada, no? Perché ai ricchi piace mangiare carne.”

Henry W. Brewer alzò lo sguardo. Gli occhi erano bagnati di lacrime. Stanchi. “Sì, Fred. Da tempo senza inizio i ricchi amano la carne. Da tempo senza inizio i poveri vogliono essere abbastanza ricchi da mangiare carne.”

“Io non ho mai mangiato carne U. Non sono mai stato ricco. Solo una volta, pelle fritta. Anzi, caramellata, ecco. A un matrimonio. Mio nipote Zack si è sposato una cinese.”

Henry W. Brewer piangeva. Lacrime correvano lungo il volto. Le scie rivelavano l’incarnato del vecchio. Pelle bianchissima. Reticolo di venuzze. Se non l’avesse raggiunto un procacciacarne temerario, abbastanza temerario da ucciderlo in Canada e farlo macellare, la sua vita avrebbe avuto un esito probabile. Infarto. Non così brutta come morte.

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GRANDI PREDATORI

Ovvero: John Smith Jones si rivolge al vecchio

Contea di Hopetown, Canada, 2 agosto 2025

Non abusate della salsa Dinky Dao sui bolliti, o negherete la natura delicata che si confà a queste preparazioni. Meglio una tradizionale maionese, specie se accompagnerete la portata con patate o verdure lesse.

(Il tantra in cucina, Wood Brothers 2025)

Il negro sulla Camaro non distoglie gli occhi dalla scena. Ostenta un’espressione fredda, sembra un vero figlio di vacca.

Mette in moto, l’auto si avvia in direzione del confine.

Informatore. Un altro. Esseri simili alle tenie, parassiti che non rischiano mai. Il mondo affila gli uomini e li rende simili ad armi.

Esco dall’ombra a lenti passi.

Le vecchie carcasse hanno un riflesso inaspettato. Cercano qualcosa sotto gli stracci. Uno dei due punta una vecchia Beretta. Alzo le braccia.

“Non voglio problemi, gente. Mi è capitato di ascoltare quel che dicevi, e mi interessa.”

L’altro, il professore, non piange più, ora. Studia il volto uscito dall’ombra, il mio.

“Ok. Allora siediti di fronte a me e a Fred. Non troppo vicino. Mani in vista. Niente movimenti veloci.”

Non esistono prede facili. Se sono vive.

Il vecchio prende fiato. Ha un volto familiare.

“Andrò al nocciolo della questione. Sta bene a sentire: cinque o sei milioni di anni fa una creatura pelosa, alta un metro e molto somigliante a uno scimpanzè in grado di camminare eretto, lasciò l’oscurità e la sicurezza della boscaglia – proprio come te, ragazzo – per vivere nelle savane aperte dell’Africa orientale.”

Il professor Henry W. Brewer fece una pausa.

“Fisicamente indifese, ma dotate di una mente acuta, le creature di questa specie si erano ritagliate una nicchia ecologica divenendo bipedi. Ciò consentiva loro di coprire con efficienza lunghe distanze su un terreno aperto. Mangiavano in prevalenza frutta e foglie, ma la loro dieta andava includendo sempre più carne, che procuravano con la caccia o spolpando le carcasse degli animali uccisi dai grandi predatori.”

Henry W. Brewer prese il primo sorso di Tokay da una decina di minuti buoni. John Smith Jones era assorto. Fred sembrava rilassato. Dava l’impressione di poter dormire. Il nuovo venuto non sembrava un problema.

“Poi queste creature impararono a modificare la pietra ricavandone strumenti efficaci per la macellazione.” Il vecchio fece una pausa. “Forse anche armi di offesa.”

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VECCHIA TANA

Ovvero: Justin parte lancia in resta

Central New York City, 2 agosto 2025

Appartamento di tre stanze con bagno, appena disinfestato. La carta da parati ingiallita puzzava di solitudine.

Justin chiuse la porta dietro di sé e accese la luce. Sedette sulla poltrona. Mise in bocca una sigaretta.

Accese la tv: solita merda. Ennesima puntata di Days of Rage: la soap più in voga. La protagonista, abbracciacarne e bianca, sta con un gangster, nero. Prova a redimerlo. La ragazza chiede, sull’orlo della crisi isterica: “Perché, perché devi mangiare esseri umani?”. Il gangster sorride. “Baby, ti spiego una cosa. Gli esseri umani non esistono. Sono solo un’idea dentro la tua testa. Tu vedi esseri umani, attorno a te?”

La recitazione era uno schifo. Justin cambiò canale. Pubblicità della birra Miller: Justin non sopportava nemmeno il nome di quella merda. Provò Paleorock Pirate Channel: buttava male. Dei negri sculettanti in completi verde acido gorgheggiavano qualcosa a proposito di Potere al Popolo. Gli parve di ricordare qualcosa a proposito di quei negri e di un abito che si era fatto fare Ananda, un’era cosmica fa, al tempo delle vacche vive. Justin fece un gestaccio allo schermo. I negri sparirono tra scariche elettrostatiche.

Justin provò a cucinare qualcosa. C’erano rimasti due hamburger con grasso U. Non era nessuna cazzo di grande occasione, ma perché no? Trangugiò una pastiglia di Wealthex(r), studiata per eliminare Campylobacteri Escherichia Coli 0157: H7, Salmonella, Listeria, Shigella Sonnei. Efficace anche contro qualcosa di più grosso. Le tenie, i nematodi del cazzo. Tustin mangiò di malavoglia.

Sedette sulla poltrona di vimini. Chiuse gli occhi, espirò con forza.

La sede centrale della Dissuasiva era stata un bagno di pura merda, molto peggio del solito. Ecco com’è quando uno odia il proprio lavoro.

Ma ora era a casa, usata vecchia tana. E aveva con sé anche una via di fuga: il taccuino trovato in casa del frocio. Qualcosa di simile a un automatismo – vedi l’oggetto, ficcalo in tasca – gli aveva imposto il gesto. Nel rapporto non aveva scritto un cazzo.

Aprì le pagine bordate di rosso. Lesse alcune righe.

Strane assonanze…

Justin Bomboko spalancò la finestra. La sera rendeva languido il vento dello Hudson. Un presagio di cambiamenti definitivi, ecco di cosa doveva trattarsi. Niente più cattivo karma: Justin Bomboko parve capire.

Odore di hamburger di gatto saliva da uno scantinato. Justin Bomboko vide rosso, emise una specie di ringhio. Uscì senza mettersi il giubbotto e chiudersi la porta alle spalle.

L’aria satura di Central New York City sapeva di carne. Justin tornava sui suoi passi spedito, come un automa. Camminava dritto davanti a sé. La gente si scostava. Qualcuno inveiva e insultava.

Justin incrociò un venditore di hot dog. Salsicce di cane. Due McDonald’s con pubblicità dell’Amico Big Mac, doppia razione di cane. Un Kentucky Fried Cat. Un venditore di kebab di cammello. Due troie che masticavano spiedini. Una troia di lusso reduce da una cena in un ristorante U. Un capannello di Hare Krishna. Tre ubriachi scortati da uno stuolo di guardie del corpo.

Justin ci passò in mezzo spianando il distintivo.

Justin sbuffò, passò un fazzoletto sul volto sudato. Justin svoltò a destra all’incrocio con la Quarantesima. Eccola: la Sede Centrale della Polizia Dissuasiva di Central New York City.

Justin entrò senza salutare. Lo sbirro all’ingresso lo guardò incredulo.

Justin si diresse all’ufficio dell’irlandese. Qualcuno provò a trattenerlo.

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CALORIE

Ovvero: Ananda Marvin riceve il rapporto

Quartier Generale del Free Karma Food, Canada orientale,

2 agosto 2025

Il barattolo di gelato Häagen-Dasz era stato scavato a colpi di cucchiaio.

Ora giaceva vuoto, muto testimone dei disordini del leader. L’uomo grasso sospirò. Il respiro corto lo rendeva simile a un vecchio bulldog, bava compresa.

Il gelato Häagen-Dasz era tra i favoriti anche per motivi, diciamo, ideologici. Era stato lanciato sul mercato cinquant’anni prima, roba del tempo delle vacche vive.

Avevano pensato: diamo al gelato un nome italiano, che altro nome può avere un gelato. Il gelato Ciro era stato un flop commerciale finché non lo avevano rinominato. Häagen-Dasz: il nuovo nome suggeriva freddo, cura nella lavorazione, meticolosi controlli di qualità. Gelato Ciro suggeriva petulanti mamme italiane, mafiosi di Hell’s Kitchen e di Bensonhurst, guappi dai vestiti pretenziosi, tirapugni in tasca e capelli unti.

L’uomo grasso sorrise. Se l’organizzazione non si fosse chiamata Free Karma Food, l’umanità non avrebbe avuto alcuna speranza. Il creativo inconsapevole era stato un Sikh, in quella parte del mondo ora spazzata dal vento atomico.

OM SHIV PRATYANANDA: GENERAL STORE, RESTAURANT AND TV REPAIR. Il ristorante del Sikh si chiamava Free Karma Food.

L’uomo grasso allontanò la sedia a rotelle dalla scrivania a forza di braccia. Le braccia del leader erano potenti, unico settore efficiente di una macchina malmessa. La tendenza alla pinguedine era innata. Ma il leader era stato un giovane uomo vigoroso ed efficiente. L’uomo grasso lanciò uno sguardo al portafoto sulla massiccia scrivania da maschio alfa. Una versione più giovane guardava l’obiettivo con un ghigno di sfida, avvolto in una pelliccia bianca aperta su un completo di seta verde. Quella versione aveva appena un po’ di pancia. Dopo tutto, quella versione era tra quelle che passavano sotto il nome Ananda Marvin.

La condizione attuale era dura da sopportare. La condizione attuale era l’unica possibile.

L’uomo grasso provò a cacciare dalla mente pensieri confusi e vittimisti. Il pieno di calorie era stato fatto, quindi la regressione poteva incominciare. For God’s sake, you got to give MORE POWER TO THE PEOPLE…

Il leader portò all’orecchio un comunicatore. “Sì. Preparate il cubicolo. Mandate James e Kwame a prendermi. Procedura di sicurezza standard.” Ananda Marvin guardò la mole smisurata che occupava la sedia a rotelle. Fu preso da una cupa tristezza. Qual è la differenza tra doveroso e doloroso?

Ananda aprì gli occhi. Si guardò intorno. Le luci del cubicolo da regressione, altrimenti noto come Dream Center, erano tenui. Ananda provò a muoversi. Premette un pulsante: lo sportello pneumatico del cubicolo si aprì. Il volto di un militante fece capolino. Ananda sospirò, contrasse il volto in una smorfia e indicò la propria goffa mole. Ananda udì rumore di gesti attorno al cubicolo. La porta frontale si aprì, la chaise longue che accoglieva la carne dell’Ultima Speranza scivolò all’esterno. Braccia potenti aiutarono Ananda prima a sedersi e poi ad alzarsi in piedi. Con cautela, fu calato sulla sedia. Ananda distribuì bene il peso del corpo: metà su un gluteo, metà sull’altro. Si sforzò di mantenere la schiena eretta. Espirò con forza per uscire dal Paese degli Spiriti.

Il corpo smisurato entrò a bordo di una sedia a rotelle, spinta da militari. Non era un vezzo: Ananda Marvin pesava 300 libbre. Non era paralizzato, avrebbe potuto camminare, e lo faceva, alle volte. Anche se era rischioso per il cuore. Quando camminava, per le grandi occasioni, sosteneva il peso del ventre appoggiando il palmo destro su un cane d’avorio. Il cane d’avorio proseguiva in una lucida stecca d’ebano. La stecca d’ebano scaricava parte delle 300 libbre a terra. Ananda Marvin poteva avanzare un passo dopo l’altro, poteva sbuffare e crollare di nuovo sulla sedia, fare cenno agli inservienti che vegliavano sul corpo prezioso. Si faceva spingere: questo aumentava l’intimità con i suoi uomini, quelli che sbuffavano nel sospingerlo e avevano l’onore di vegliarlo.

Ananda Marvin conversava amabile. Impercettibili sorrisi alteravano la piega delle labbra dei servitori. Gli occhi di Ananda Marvin brillavano.

“… Ed è sempre stato una grande fonte di ispirazione. Non solo per la musica, intendo. Dal 1961 fino a The Way Ahead aveva evitato l’uso del pianoforte. Nei New York Contemporary Five c’era gente come John Tchicai, Don Cherry, Don Moore, J.C. Moses…”

Ananda Marvin si bloccò di colpo. “Ma vi sto annoiando, con la mia mania per la musica del secolo scorso.” Il maschio alfa sorrise. Le guardie del corpo chinarono il capo.

I pezzi di carbone che il grasso bastardo teneva incassati nelle orbite bruciarono sul posto un negro dall’altra parte della scrivania. Lo sguardo pesava.

Il bastardo era crudele e la sua gente lo sapeva. Ma doveva essere amato: era l’unica speranza dell’umanità. Così proclamava l’incendiaria retorica del FKF e i militanti dell’organizzazione sapevano che era meglio amare l’uomo con tutto il cuore, e cercare di non deluderlo mai.

Gli occhi del grasso bastardo ti tenevano incollato alla poltrona. Come se una mano pesantissima premesse sullo sterno. Il negro di rango inferiore inspirò col naso. Ananda Marvin fece un cenno col capo. Rassicurazione? Invito? Il negro si decise.

“David Mc Bee a rapporto. Ho informazioni riservate.”

“Avanti, fratello Mc Bee. Siamo qui apposta.”

Mc Bee deglutì.

“È a Red Springs, dieci miglia oltre il confine. Mezz’ora di elicottero. Ho lasciato un uomo sul posto. L’ho visto uscire da un ristorante per camionisti e parlare con due relitti umani, di quelli che qui da noi sarebbero già…”

Sul volto del Negro Bastardo Capo il sorriso non si era spento. Ma i pezzi di carbone avevano mutato espressione. Tremito impercettibile alla palpebra sinistra.

“Ogni essere umano è tuo fratello, fratello David Mc Bee. Da dove ti proviene l’idea che esistano relitti umani?”

Mc Bee sprofondò nella poltrona. Ma il maschio alfa pareva compiaciuto.

“Dopo la fine del compito che ti è stato assegnato, sarà meglio che tu trascorra trenta giorni in ritiro, così potrai meditare sul fatto che né tu né io siamo migliori di quelli che chiami relitti umani.”

Mc Bee tirò un sospiro di sollievo. Il grasso bastardo, amorevole bastardo, doveva essere di buon umore. Niente punizioni severe. Non era niente più di uno scappellotto a un bambino. Quello stesso bambino, in altri momenti, avrebbe meritato la frusta. Ma il continuum mentale del grasso bastardo doveva essere abbastanza pacificato, al momento. Sostanze, pratiche sessuali. Cibo.

Ananda Marvin, leader del FKF, sbuffò. Aveva cambiato posizione sulla sedia a rotelle, portato il peso da una chiappa all’altra.

“Prosegui, fratello Mc Bee.”

“Stava parlando con due homeless. O meglio, è stato ad ascoltare una conversazione tra i due, si è avvicinato, e uno dei due ha iniziato a raccontargli qualcosa. Non sappiamo cosa ci sia sotto, e non sappiamo se e in che modo i due facciano parte del quadro.”

Mc Bee aveva terminato la frase senza concedersi pause, con la stessa emissione d’aria. Ananda Marvin sorrise.

“E nemmeno se i due siano davvero delle vittime della società.”

Mc Bee rivolse all’amato leader uno sguardo vacuo. Mc Bee inspirò con decisione. Mc Bee proseguì. “Il Soldato Holmes è sul posto. Dovrebbe chiamare a momenti.”

Il cellulare squillò. “Ci siamo!” Ananda conservava qualcosa di infantile. Ogni conferma induceva un entusiasmo parodistico.

“Soldato Eldridge W. Holmes a rapporto. Il soggetto si è allontanato. Si dirige verso l’auto. Chrysler Kebra verde metallizzato. Targa YPR 39864565. È entrato. Avvia il motore. Si sta dirigendo verso nord-est. Direttive?”

“Procedere, Soldato Holmes.”

“Il Soldato Eldridge W. Holmes procede, signore. Chiudo.”

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L’UOMO IN FONDO ALLA CANNA

Ovvero: Free Karma Food vuole aiutarti

Contea di Hopetown, Canada, 2 agosto 2025

Ricordate: la profilassi con Wealthex(r) è indispensabile per ogni serio consumatore di carne U.

(Il tantra in cucina, Wood Brothers 2025)

Il negro sulla Camaro nera esce dall’auto. Viene avanti dietro un ampio sorriso. A mo’ di bandiera bianca un volantino, foto di Ananda Marvin contornata di arcobaleni.

Troppo semplice per essere un trucco.

Se tu volessi contattarti, Mr Fuggiasco, come faresti?

Beh, questo potrebbe essere un modo accettabile. Sporgo il braccio fuori dal finestrino. Calo gli occhiali da sole sul naso. Atteggio il palmo sinistro in un gesto. Il mudra suggerisce di fermarsi sul posto. Poggio sul bordo del finestrino la canna brunita del Longfist. L’odore d’olio da fucile giunge fino alle ampie narici del negro.

“Ok, John Smith Jones. Puoi scendere. Così parliamo meglio.” Buon esordio.

Ostento un’aria annoiata. “Parlo da qui, spade.”

Il negro accusa il colpo con un tremito del sopracciglio. “Bene, non vogliamo che ti scaldi. Free Karma Food vuole aiutarti.”

“Proprio quello che mi serviva. Mafia di abbracciacarne del cazzo. Vuoi aiutarmi? Basta un elicottero e un milione di DEN.”

Il negro fa un cenno di stizza, sembra spazientito. “Senti, prima o poi ti prenderanno. La tua caccia sarà un bellissimo show di prima serata, quando i mastini inizieranno ad addentarti le chiappe. Passami la sigaretta. Ehi, ma da quando fumi?”

Con gesto calcolato concedo tregua. La sigaretta passa di mano. Il negro aspira due lunghe boccate. Fissa questa faccia.

“Tutti e due sappiamo che non ce la farai.”

Tiro le labbra. Ora il suo sorriso è forzato, innaturale. Punto il Longfist, eredità terrena del bodhisattva Ocashek. Tiro ravvicinato: il laser di puntamento centra la fronte.

Il negro suda come un maiale.

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BUON VECCHIO JUSTIN

Ovvero: la droga, in effetti, è un problema

Central New York City, 3 agosto 2025

La luce era fredda, tagliente. Stanza di 7 x 7 mq, un letto vuoto. Una figura supina riempiva l’altro, occhi sbarrati sul soffitto.

Justin Bomboko se l’era vista brutta.

I colleghi avevano portato un mazzo di fiori. Lo avevano guardato come si guarda un pezzo di legno, relitto trascinato dalla corrente. C’era curiosità più che pietà negli occhi degli altri sbirri. Avevano passato le ultime quarantotto ore a chiedersi il motivo della mattana del negro.

Justin era stato grato al mondo quando gli amici e colleghi sbirri avevano lasciato la stanza. Ora un’infermiera sarebbe arrivata per i controlli. Niente di psichiatrico: il negro Justin era solo reduce da un brutto viaggio, Cao Dai One Airlines. Poteva attendersi provvedimenti disciplinari: era strafatto in orario di servizio. Aveva cominciato a inveire e a lanciare cose. Aveva gridato in faccia al capostruttura della Dissuasiva di avere capito tutto. Tutto trasudava sangue, occorreva lavare, lavare via tutto.

Erano discorsi da tossico Cao Dai. Discorsi senza senso. Discorsi che Justin non ricordava di aver fatto. Parole che avevano vibrato nell’aria e che il negro non ricordava di aver emesso.

Tossici del cazzo. Cao Dai One del cazzo.

Problema: Justin Bomboko non assumeva sostanze stupefacenti da anni, dai tempi della gang. Di questo erano tutti convinti, amici e colleghi, e gli esami del sangue – gli ultimi, due mesi prima – non avevano mai rivelato tracce di sostanze psicotrope. Potevano essere stati potenti flashback, indotti da un forte stato di stress, oppure qualcuno lo aveva drogato.

I colleghi erano usciti. Metaforiche pacche su spalla, sorrisi di circostanza. Justin è andato. Justin è fuori di testa. Povero vecchio Justin.

Justin guardava il soffitto. L’orologio da parete ticchettava.

La sorella del nigeriano Justin Bomboko saliva le scale dell’ospedale N. Gingrich dove venivano curati gli appartenenti al distretto di Polizia Dissuasiva di Central New York City. Rosalyn era alta un metro e ottanta. Pesava novanta chili. Sovrappeso, i seni enormi. Faceva la balia, ed era sposata con un piazzista di Hoboken. Aveva cinque figli. Per lavorare doveva essere ingravidata spesso.

Rosalyn allattava i figli dei ricchi.

Niente più latte dalle mucche, niente più capre e pecore, se non in qualche sperduta valle centroasiatica, niente con cui nutrire i cuccioli della Specie se non sostanze di sintesi, papponi biochimici, fetidi scarti, gli unici alimenti per pre-svezzati che le classi inferiori potevano permettersi. Le sostanze di sintesi più costose e meno rivoltanti non avevano il potere nutritivo del buon vecchio latte bovino. Sulle bottiglie del latte di soia Maid-milk – addizionato con tutti gli ingredienti utili alla crescita (così recitava la pubblicità), una buffa figura occupava il centro dell’etichetta. Un animale dal pelame chiazzato, con un paio di corte corna. Bovino estinto, detto mucca o vacca.

La mucca sorrideva. Ogni cento tappi circa, se ne poteva trovare uno che muggiva al momento dell’apertura. Bastava svitare e moooo!

La mucca era un animale estinto. Il Totem apparteneva a un’era cosmica precedente.

Rosalyn entrò spingendo la porta e sbuffando, trascinando sacchi di plastica colmi di derrate. La donna aveva ereditato dalla madre l’abilità femminea di sembrare sempre indaffarata.

La donna posò il carico e, ancora china, guardò Justin negli occhi

“Mi dici che diavolo combini alla tua età? Dicono che eri pieno di droga.”

Justin chiuse gli occhi. Una fitta perforò le ossa del cranio.

“Infatti mi hanno drogato, Rosalyn.”

“E chi sarebbe stato?”

Justin fece un cenno con il capo. “Non ricordo. Un classico, no?”

“Beh, qualunque cosa sia successo ci sono qui io. Pensavo che quando ti dimettono potresti trasferirti da noi e…”

“Niente da fare, sorella. Justin vive a casa di Justin.”

“Augh.” La sorella di Justin mostrò il palmo della destra. “Ma avrai bisogno di cure, no?”

“E che stanno facendo qui?”

“Non so che facciano. Non mi fido, io.”

Justin distolse lo sguardo. Sembrava esausto.

30

B-MOVIE CHICK

Ovvero: il sicario si procura un mezzo

Central New York City, 3 agosto 2005

L’officina di Lucius, un capannone prefabbricato dal tetto basso. Nebbia chimica isolava l’edificio, nella luce pallida di antiquati lampioni. Lo spiazzo del parcheggio era separato dal resto del mondo da una rete e da un cancello aperto.

Senza fretta, Matleena parcheggiò tra due Chrysler Kebra e guardò l’orologio della Range Rover. Molte ore perse, ma la partita era aperta. Significava soltanto che la caccia avrebbe richiesto la migliore Matleena Meyer.

Riusciva a dominare l’ansia, ma la faccia del sicario non si spostava dal cinema della mente, scura di pigmento e presagi. Doveva essere un uomo di Wilfredo. L’agguato era stato condotto con una specie di non-stile rozzo e diretto: sicario cancellato dal novero dei viventi, Meyer illesa. Se il tentativo fosse stato efficace, W. Gomez sarebbe passato per talentuoso.

Le porte scorrevoli dell’ingresso si aprirono. All’interno, una babele di attrezzature e veicoli. Lucius armeggiava nel cofano di una sportiva giapponese, pelle nera fasciata da una tuta da lavoro con il logo dell’impresa stampato sulla schiena: Lucius Cobb Motors.

Hot rod music (preziosa reliquia dal secolo scorso) usciva frenetica dal ghetto blaster sistemato sul tetto. Matleena Meyer vide con gli occhi della mente – solo un istante – un branco di bikers entrare in un bar dove alcuni ragazzi se ne stanno a far nulla vicino a un juke box. Vecchio rumore di Harley, stridule chitarre.

Bastò a metterla di buonumore. La donna sorrise e alzò la voce in modo da sovrastare chitarre deraglianti e convulse batterie. “Se non vuoi pagare un guardaspalle, procurati almeno un cane.”

“Non ho nemici, Meyer. Non tanti come te, almeno.” Lucius Cobb estrasse il corpo dal metallo e dalla resina, abbassò lo stereo e fissò occhi tondi e lucidi in quelli di lei. “Cosa ti serve?”

“Honda Stray Runner, o qualcosa di altrettanto veloce e affidabile”.

Lucius Cobb si pulì le mani sulle gambe della tuta. “Niente Honda. Non ne ho. Meglio, sono in parola con un tizio. Ho una Ural dell’esercito russo.”

Matleena Meyer sfoderò un espressione scettica. I capelli neri ondeggiarono. “Lucius Cobb, non credevo che lavorassi da sbronzo.”

“No, senti. È un ottimo mezzo. È appena meno veloce della Stray Runner: il consiglio comunale di Atlantic City le ha comprate per la polizia stradale.”

“Oh già, e se l’hanno fatto loro…”

Lucius Cobb finì la frase. “Ecco, sì. Perché non dovresti farlo tu?”

Matleena Meyer sventolò una mazzetta di DEN.

“Sei pezzi da mille, Cobb. Basta con le stronzate. Non ho tempo da perdere.” Lucius guardò il denaro senza espressione.

“Quand’è così…”

Cobb fece cenno di seguirlo. Attraverso un dedalo di mezzi in riparazione guidò Matleena all’interno di una rimessa, separata dal resto dell’officina da una parete in titanio. Matleena sorrise tra sé. Assi di legno e fibra ondulata, e titanio: i materiali si accostano in modi imprevedibili.

Cobb accese un interruttore. “Reparto mezzi speciali!”

Eccola lì. Honda SR 900 versione Rainbow Dance, serbatoio cangiante.

Cobb guardò la donna. “Il serbatoio è pieno. Cosa aspetti?”

Senza una parola, Matleena Meyer posò i glutei fasciati dalla guaina iridata sulla sella. Scariche statiche saettarono al contatto. La pelle sintetica vibrò degli stessi colori del serbatoio. La donna guardò Cobb e consegnò la mazzetta.

“In bocca al lupo, Meyer.”

Libro secondo

The Payback

Innalzare agli onori i saggi significa provocare conflitti tra il popolo; affidare le cariche agli uomini intelligenti è come organizzare il brigantaggio. Simili pratiche non possono rendere migliore il popolo, perché è avido di guadagno, e si vedrà il figlio uccidere il padre, il suddito uccidere il principe, furti e rapine in pieno giorno. Io vi dico, è dai tempi di Yao e Shun che è nato il disordine generale e produrrà i suoi frutti ancora tra mille generazioni, perché tra mille generazioni gli uomini si divoreranno l’un l’altro.

Zhuangzi

1

INCONFUTABILE SONNY

Ovvero: Wilfredo assiste a un match e prende a pugni la propria ombra

Central New York City, 3 agosto 2005

Ecco, amico: mentre scendevo dal Picco degli Avvoltoi ho visto un pezzo di carne che andava per aria; e all’istante avvoltoi, corvi e falchi lo smembravano mentre quegli urlava dal dolore. Quell’essere, o monaci, fu già macellaio di bovini in questa stessa Rajagraha. Per il frutto di quell’operato dopo aver sofferto per molti anni, per molte centinaia di migliaia d’anni in un mondo infernale, per quel che ancora rimane del frutto di quell’operato egli subisce ora una nuova esistenza in siffatta forma,

Lakkhana-Samyuttam

Il gioco di gambe dello sfidante era approssimativo. I colpi erano carichi di rabbia. La frustrazione aveva alterato la maschera imperturbabile e beffarda del thai. Julio Marrero, il campione, lavorava con precisione, coperto. Cercava di evitare gli scambi a corta distanza.

Lo sfidante sferrò un diretto destro fuori bersaglio, si sbilanciò in avanti: il baricentro cadde fuori del compasso di gambe. Il campione trovò la punta del mento con un corto montante sinistro. Il thai crollò.

Il Madison esplose. Dita frenetiche batterono su telescriventi. Voci concitate di giornalisti trasmisero il pezzo. Signore ingioiellate squittirono. Troie da jet set fecero uuhhh!

Wilfredo Gomez, semisdraiato sulla poltroncina di prima fila, fece un gesto di disappunto. Scosse il capo. “Stronzo. E più stronzo io che ci ho scommesso sopra.”

Sonny sorrise. “Perché non tornare ai buoni vecchi incontri truccati di una volta?”

Lo sguardo del gangster fissava un punto indistinto, oltre il muro di folla. “Maai sanuk. Non divertenti.”

Wilfredo si mise in guardia. Sonny si schermì sorridendo. Wilfredo Gomez accennò jab-diretto. Sul ring c’era folla. Attorno al ring c’era folla. Fuori dal Garden, folla di metropoli. Solo molto in alto sulla città il rumore di fondo di Central New York City non era percepibile.

Gli uomini d’angolo avevano rimesso in piedi lo sfidante. Il medico stava parlando a pochi centimetri dal volto. Il pugile annuiva. La folla aveva cominciato a defluire.

Wilfredo e Sonny camminavano verso l’uscita attorniati da uno stuolo di guardie del corpo. Incedevano, scarpe italiane cigolanti sul pavimento.

I due raggiunsero una limo bianca. Lo stuolo di guardie del corpo si divise in piccoli rivoli. I rivoli sfociarono ognuno in una Mercedes XB bianca.

Tonfi di portiere. Avvio di motori. Puzza d’alcool etilico.

La limo bianca partì. Le luci della città lasciavano scie sui vetri azzurrati. Wilfredo Gomez guardò Sonny senza espressione. Sonny annuì. Un vetro opaco si alzò e li separò dall’autista.

“Perché non mi racconti dell’India, Sonny?” Il racconto di Sonny, sempre uguale, era una costante delle sue giornate. Era gratificante. Testimoniava la sua superiorità sul grasso negro Ananda. Che aveva lasciato una vita di lusso e di agi. Che era uscito di testa. Che stava per essere sconfitto.

“Che vuoi che ti dica, Wil. L’India è una merda.” Il racconto era tutto qui. Il racconto terminava precisamente in quel punto.

“Sì. Devi farlo ora, Eldridge. Non deludermi.”

Wilfredo Gomez passò il bicchiere a Sonny. Sonny fece scorrere il vetro elettrico e versò fuori il contenuto del bicchiere. “Aspetto notizie. Non tardare. Sì.”

Wilfredo Gomez posò il ricevitore. Mosse i muscoli come per preparare la bocca a un’affermazione.

Vetro e lamiera attraversarono la faccia portandosi dietro una rossa scia di carne a coriandoli e capelli. Una scheggia di vetro lunga come un coltello da macellaio entrò nel torso, all’altezza del secondo bottone del completo italiano.

La limo esplose una frazione di secondo più tardi.

2

IL REVERENDO BLIGHT

Ovvero: John Smith Jones accetta l’invito

Contea di Hopetown, Canada, 3 agosto 2025

Apro e chiudo le palpebre. La luce del led impressiona le retine. Spengo il laser di puntamento: l’asola rossa sparisce senza lasciare tracce. Apro la magra portiera della Kebra ed esco. Tengo il Longfist puntato verso la polvere.

Il negro fa un sorriso stupefatto. Si scosta di lato, gira intorno alla Camaro e apre la portiera.

Giro attorno all’auto. Guardo il negro dalla testa ai piedi.

L’uomo non muta espressione.

L’uomo siede, la canna preme sulla tempia. L’uomo sospira, avvia la Camaro, spettro di un’era cosmica precedente.

“Leva questa canna del cazzo, dai. Mi innervosisce.” Premo più forte sul cranio prima che il negro possa muoversi per scostare l’arma. Sorrido.

“Ti deve innervosire, amico.”

I monitor della Camaro rimandavano le immagini di un canale di chiesaioli del Midwest.

Il reverendo Blight era la maggior attrazione televisiva di quegli Stati fino a su, oltre in confine. Era un fascista. Ma, cristo, era un incrocio tra Johnny Cash e Iggy vecchio, e aveva la dannata presenza. Il reverendo Blight, che aveva prestato il nome a una famosa minestra in scatola la ricca minestra del reverendo Blight – ogni cucchiaio contribuisce alla crociata – era in forma, anche se JSJ e il nero non degnavano di uno sguardo la tv satellitare. Al reverendo non importava. Per la legge dei grandi numeri qualche schermo poteva ben essere tenuto acceso a volume zero: tanti altri schermi ripetevano la voce, amplificavano l’intonazione e portavano la retorica di Blight dentro ogni casa.

Il reverendo Blight passò un asciugamano sul volto.

Il reverendo Blight tirò un lungo respiro. Tossicchiò, manierismo da burocrate che non era riuscito a correggere: annegava comunque nel mare magnum di una vasta perfezione. Il reverendo Blight si guardò attorno.

Il pubblico era ammutolito. Il pubblico era imploso. Si udiva il ronzio delle apparecchiature e il ticchettio degli orologi.

La voce di Blight tuonò.

“Occorre capire, fratelli e sorelle nell’errore, capire prima che sia tardi. Dietro la retorica, fiumi e fiumi di retorica, Ananda Marvin rimane un comunista, qualunque cosa egli dica o faccia per nascondere la verità agli occhi degli ingenui.”

Blight proseguì come uno che rivela un pesante segreto: “Con la scusa di salvare il pianeta, Ananda Marvin e i suoi tristi accoliti instaurerebbero il comunismo!”.

Qualcuno fece per protestare, ma Blight levò l’indice della destra al cielo. Il pubblico ripiombò nella vacuità.

Il volto di Blight si contorse in un ghigno sarcastico. Poi il volto divenne la maschera della pace celeste. “Ma non andrà così. No, certo.” Blight tese le braccia al cielo. Blight alzò lo sguardo. “Non temere, Sion! Leva il capo, Nuova Gerusalemme! Esulta, o Israele! Perché, fratelli e sorelle, nell’Apocalisse di Giovanni è scritto: “Ciò che fu scritto per il saggio e il prudente è ora rivelato al bambino e all’infante!”.”

La citazione era a memoria. La citazione era imprecisa. Non significava un cazzo. E non era l’Apocalisse. Nemmeno il Libro di Enoch, se è per questo. Poco importava: il reverendo Blight continuò a tenere lo sguardo nella pancia del cielo. Il reverendo Blight irradiava luce di riflettori.

Quella sera, qualcuno fu pronto a giurare che proprio in quell’istante, dal nulla, nubi cariche di pioggia avessero oscurato il cielo sopra Springfield, Wisconsin.

Qualcuno sognò una vergine che partoriva un vitello.

Ci furono scosse sismiche con epicentro nella San Fernando Valley, migliaia di miglia a ovest. Un punto era chiaro, dunque.

Il Padre avrebbe assecondato lo sdegno.

Il Padre avrebbe provveduto.

Il reverendo Blight arretrò d’un passo.

Il pubblico mandò un ruggito. Massaie del Midwest si alzarono in piedi, inveendo e imprecando. Rednecks agitavano braccia. Chiesaioli di ogni risma si battevano il petto.

Il reverendo Blight abbassò lo sguardo.

Titoli di coda presero a scorrere.

3

NOSTALGIA DELLE VACCHE

Ovvero: la migliore delle epoche possibili

Contea di Hopetown, Canada, 3 agosto 2025

“Erano mesi che non vedevo un barbone. Il Canada è indietro anni e anni rispetto a noi.”

Bonnemain guardò il compagno, stravaccato sul magro lettuccio della stanza. Indicò al compagno lo schermo, il predicatore e i fedeli pervasi d’estasi elettrica. “Saranno indietro rispetto a noi, però non si fanno mancare le nostre cosette migliori.”

Rodgers fece una smorfia. “Quella è gente che non scopa, Bonnemain. Oppure lo fa, si sente in colpa, si lava subito e deve espiare.” Rodgers sbadigliò. “Altre due consegne, e il giro è finito.”

Bonnemain sedette sul materasso di fronte al compagno e sfilò le scarpe, scarponcini Timberland. “La carne è in pessime condizioni.”

Rodgers fece un sorriso mostrando la chiostra di denti larghi, giallastri. “Di che ti preoccupi? Manco la guardano, nei supermarket. Scaricano, portano in magazzino, la mettono sugli scaffali refrigerati… nessun problema. Potrebbe anche essere carne di… di…” Rodgers ridacchiò. “Sai, Bonnemain. Stavo per dire umana” Rodgers scosse il capo. “Sono proprio vecchio. Ho nostalgia delle vacche. Quanto tempo è passato?”

Bonnemain aveva cambiato canale. Lo schermo mostrava dei negri vestiti di verde. Ballavano in perfetta sincronia. Rodgers commentò. “Ok, ok, Power to the People… l’unico potere che ha la gente è quello di rompermi i coglioni. Fai una canna, dai.” Bonnemain sorrise. Verso la fine del giro di consegne, le energie dei due compagni trovavano sempre un equilibrio. Bonnemain pensò che era inutile volere un compagno migliore. Questo era quello che la sorte aveva concesso. Occorreva solo essere rilassati, felici… Le mani rollarono con calma, mentre i pensieri si sollevavano con la musica, portati dal ritmo pulsante. Nessun tempo fu meglio di questo, decise Bonnemain, che aveva studiato. I ricordi del tempo delle vacche vive non restituivano un mondo migliore. Non c’era possibilità di un mondo migliore: quella che vivevano era la perfezione. Bonnemain accese il joint.

La perfezione. Almeno fino a quando non fosse finita l’erba.

Il negro ha una faccia familiare. C’è questo effetto psicologico, molti dei volti che incrocio sono familiari. Quello del vecchio ubriaco. Quello di questo tizio. Sono stanco, ma ancora abbastanza attento. È chiaro che Ananda ha qualcosa in mente per me… Forse i nostri rispettivi interessi non sono inconciliabili.

Ehi. Il nero ha tolto una mano dal volante. Se la mette in tasca. Premo la canna contro la tempia.

“Frena, whitey! Piglio una sigaretta.”

Lo guardo negli occhi. La Camaro procede per molti metri senza nessuno che indichi la via. Ho la sensazione netta che qualcosa si frapporrà tra queste lamiere e la meta spirituale. Il negro abbracciacarne torna a guardare la strada. La tensione si stempera. Mostra una corta sigaretta color tabacco. Una di quelle stronzate indiane. Beedee, o come si chiamano.

“Accendo io. Tu non togliere le mani dal volante. E neanche gli occhi dalla strada.”

L’uomo grugnisce. È frustrato. È pericoloso.

Ha la fortuna di sembrare intelligente.

4

HARRY IL MOD

Ovvero: ebbene sì, Harry il Mod!

Central New York City, 3 agosto 2025

Harry era seduto nella maniera peculiare dei ragazzi di New Hindi Town, la posa manieristica che assumevano la domenica sera. Un tossico di speed, si sarebbe detto. Un tossico di speed dall’aria distante, pericolosa.

Il bus spingeva il suo carico di carburante, aria viziata e carne verso la periferia. Il bus era semivuoto.

Harry era avvolto in un montone afghano verde. Sedeva a gambe accavallate. Capo reclinato sul finestrino, mani appoggiate una sull’altra, incongruo atteggiamento pretesco: la posa strideva con i pantaloni gessati dal taglio impeccabile e con le scarpe italiane in pelle di cervo, nere, appuntite come la consapevolezza di un Buddha. Facevano mostra di sé troppo vicine al suolo.

Harry tremava. Tendeva ad assumere una posizione fetale. Ma la potenza del Super-io mod che ne governava le scelte impediva di lasciarsi andare alla regressione: la posa doveva continuare a essere quella prescelta, giovane lord devastato dall’oppio o dall’assenzio. Quale posizione fetale del cazzo.

A-hum. La bocca si spalancò in uno sbadiglio nervoso. Brutto down di Purple Hearts.

Nelle microcuffie il riff di Mr. Pharmacist, The Other Half, 1966, tuonava minaccioso. Paranoia. Merda! Il testo non aiutava, paradossale dichiarazione d’amore: “Mr. pharmacist won’t you help me out today, in your usual lovely way…”.

Harry the Mod digrignava i denti. Per la sozza missione gli era sembrato simpatico truccarsi gli occhi come il buon vecchio Jimmy, il quadrofenico Jimmy, Jimmy il povero coglione, strano esempio d’eroe e vittima sacrificale insieme, capro riluttante offerto alla futura ristrutturazione. Ma il trucco colava. Il trucco era tutto sbavato. Harry the Mod assomigliava a una troia dopo ore di servizio.

Ancora una fermata…

Soffio d’aria di congegno pneumatico. Le porte si aprirono, e Harry ne schizzò come proiettato fuori da un calcio in culo.

Harry tirò una lunga boccata. L’aria fredda, umida ferì la gola, la pancia. Harry rabbrividì.

Guardò l’orologio. Cartier in platino e diamanti. Dono di una vera signora.

La scala mobile sparì sotto i piedi. Harry uscì dalla stazione sotterranea nel blu cupo. Una limo bianca entrò dall’estrema destra del campo visivo, lenta e netta. Blindata.

Ma non abbastanza.

Harry fece fuoco.

5

MAMMELLE

Ovvero: un lavoro per Justin

Central New York City, 3 agosto 2025

Il ritmo della respirazione sollevava le grosse mammelle dove si appendevano lattanti, i figli dei ricchi, futuri maschi e femmine alfa, esseri senzienti in cima alla catena alimentare.

La respirazione della donna si fece di colpo irregolare. Mormorò qualcosa.

La porta si aprì. La donna sussultò e aprì gli occhi.

Tre uomini in completo nero entrarono. Federali, pensò Justin. Ci siamo. Il più anziano, un tizio alto e secco, fissò lo sguardo sul convalescente. Un altro invitò la donna a uscire.

Rosalyn Bomboko rivolse uno sguardo interrogativo ai nuovi venuti. Fece per protestare, ma si rese presto conto che era inutile. Scosse il capo, uscì.

“Agente scelto Justin Bomboko, sei stato assegnato dal Dipartimento a un caso di interesse federale. Sarai portato in un ospedale militare per un periodo di riabilitazione intensiva e intanto collaborerai con il bureau a proposito di quella faccenda.”

Justin sgranò gli occhi. “Riabilitazione intensiva? Che significa? E quale faccenda?”

“Su, Bomboko. Un piccolo sforzo.” L’espressione dell’uomo dell’FBI divenne beffarda. “A che stavi lavorando prima dell’… ehm, incidente?” Il federale estrasse un taccuino dalla tasca. Justin fu percorso da un brivido. “La prossima volta che ti capitano in mano oggetti del genere, mettili nel rapporto. Hai notato se mancavano pagine?” Justin aggrottò la fronte. “No. Non mi sembra. Potrei sbagliare.” L’uomo del bureau fece una smorfia. Annuì. Il tizio, notò Justin, aveva un occhio di vetro. Il federale proseguì.

“Se ti interessa saperlo, il taccuino era imbevuto di una sostanza nota come PWO1 La sostanza viene prodotta legalmente solo in Cina. È stata assorbita tramite contatto, attraverso i pori. E poi tu hai recitato la bella scenetta al Distretto, quella che ti ha portato qui.” Il tizio guardò Justin negli occhi, come a indagare le motivazioni del negro. “E toglimi una curiosità. Che hai contro la birra Miller? Ti sei scagliato contro i colleghi accusandoli di essere bevitori di quella merda”

Justin fu percorso da un lampo di consapevolezza. Lo sbirro produsse qualcosa di simile a un sorriso.

“Torniamo alle cose serie. Il taccuino è di John Smith Jones.”

La stanza attraversò un lungo istante di silenzio.

Justin sorrise e battè le mani. “Bravi! Bravi.”

6

HOLMES

Ovvero: la caccia si complica

Sobborghi di New Hindi Totvn, Canada, 4 agosto 2025

Eldridge W. Holmes doveva sbrigarsi. Wilfredo era stato chiaro: occorreva essere pronti a tutto.

La voce amplificata dal microchip neurale scherzava ancor meno del solito.

L’abbracciacarne nero deglutì. Il piede schiacciò il pedale del freno con una dolorosa contrazione. Il contraccolpo proiettò JSJ contro il cristallo frontale. Il negro vibrò una traiettoria a martello con la parte carnosa del pugno. Picchiò sulla nuca con un tonfo sordo.

Il bastardo era ko.

Il negro abbracciacarne tirò il fiato. Passò una mano sul volto.

Si guardò attorno. Era la periferia di New Hindi Town. Un camion streamline, simile a un fuso argenteo, sfrecciò di fianco alla Camaro. L’auto tremò e vibrò.

Holmes era comunque al capolinea. Fine corsa, binario morto: Eldridge W. Holmes sarebbe divenuto assai presto una pratica archiviata nella Grande Burocrazia Cosmica. Eldridge W. Holmes doveva solo scegliere se finire morto ammazzato per mano dei suoi compagni o del ricattatore. Wilfredo Gomez, probabilità prossima alla certezza, si sarebbe occupato di chiudere i conti di persona.

Usuale teatrino: Che ne hai fatto del procacciacarne più famoso degli Stati, tuonavano voci. Ananda Marvin, quale giudice infernale, chiedeva il conto. Wilfredo Gomez, demone minore ma ancor più feroce, chiedeva il conto.

Gomez era stato chiaro. Se puoi catturalo quando si sente al sicuro. Tieniti pronto a farlo con le cattive. Spara alle gambe. Taglia via i piedi. Cava gli occhi e leva la pelle, se serve. Ma portamelo vivo.

L’opzione A – obbedire al giusto Ananda – non era che un gioco intellettuale. La morte che Wilfredo gli avrebbe riservato sarebbe stata insopportabilmente sconcia. E poi, prima di andarsene in cielo come effetto dell’ufficiale e santificante regolare processo del FKF, sarebbe stato buono togliersi qualche soddisfazione.

Ad esempio la storia dei piedi. C’era nella legge del taglione una primitiva evidenza, una pura simmetria. JSJ viene recapitato al senor Gomez privo di piedi, e perché no, anche di mani. Mani e piedi, buoni da far rosicchiare ai cani. Un anticipo sull’espiazione. Sull’eterno castigo.

Il negro Eldridge guardò il corpo. JSJ non era poi così pericoloso. Eldridge W. Holmes fece un sorriso di trionfo. Ora occorreva affrettarsi. Consegnare in fretta il bastardo e prepararsi a morire.

E.W. Holmes guardò la fuga delle nuvole. Troppo alte, pensò.

Eldridge W. Holmes guardò lo schermo silenzioso. C’era un’edizione straordinaria e… cazzo. Una foto di Wilfredo Gomez. Una foto di Sonny X. Un giornalista che parlava concitato. Sullo sfondo, lo scenario di un’esplosione. Eldridge alzò il volume.

“… evidentemente connessa alla partita di caccia in corso che vede competere tutti i nomi di spicco, e anche se Wilfredo Gomez e il suo braccio destro non erano noti come cacciatori, la potenza dell’organizzazione di Gomez e il fatto che John Smith Jones avesse lavorato per Gomez in passato e si fosse poi distaccato dall’organizzazione – ricordiamolo, un racket criminale, fondamentalmente – aggiungeva motivazioni molto dirette all’azione dei due…” Il giornalista lanciò uno sguardo verso la scena del delitto “… deceduti, e quindi qualche altro concorrente deve aver deciso per l’eliminazione. Poche ore fa anche la cacciatrice Matleena Meyer è stata assalita da un sicario ma ha reagito con prontezza.” Il giornalista lanciò uno sguardo interrogativo verso un lato dello schermo. Un tecnico consegnò un foglio. Con un mezzo sorriso, il giornalista proseguì. “Sì. Apprendiamo ora che l’esecuzione è stata legalmente registrata al ministero dell’Equanimità. Il killer è Harry Jnana, detto Harry the Mod, un canadese che si sta mettendo in evidenza per il suo stile spiccio e spettacolare, e il committente, c’era da aspettarselo, è Matleena Meyer. Che ora dovrà pagare una penale.” Il volto del giornalista assunse l’espressione da commiato. “Da Manhattan, Dalton Ramirez.”

Wilfredo Gomez era morto.

Il negro Eldridge sentì il cuore aprirsi. Vide scorrere i giorni dell’infanzia.

Eldridge sperò che fosse possibile vivere.

7

UN PUNTO SULLA ROTTA HONG KONG – TORONTO

Ovvero: guarda un po’ chi arriva

Cielo del Pacifico nord-orientale, 5 agosto 2025

“Ci sono due teorie su quello che veniva definito cannibalismo.”

Dawei alzò lo sguardo dal libro: Il Re degli Scacchi, roba del tempo delle vacche vive.

Dal momento del decollo l’Eroe Marziale era rimasto immobile, a parte brevi gesti insignificanti. Ora, quattro ore dopo, dava cenni di vita.

“Di che parli, Wang?”

L’Eroe Marziale girò il capo. “Alcuni antropologi ritenevano che il consumo di carne umana fosse un fatto eccezionale, simbolico, e pochissimo diffuso. Gli Aztechi, ad esempio, avrebbero consumato carne umana in modo molto sporadico, e sempre in ambito sacrale. Propaganda spagnola, Dawei. Una scusa per il genocidio.”

Il tenente si rese conto d’improvviso che l’argomento lo interessava. “E allora come è possibile che in certe nazioni evolute si consumino rilevanti quantità di carne umana? La Morìa del 2018 non può spiegare tutto.”

Lo sguardo di Wang divenne gelido. “Tu mangi carne U, tenente?” Dawei si guardò intorno, preoccupato. Un’hostess transitava in equilibrio su tozzi tacchi.

Wang proseguì. “Io non mangio carne, tenente. Mi tiene la mente pulita.”

Dawei fece un ghigno cattivo. “Pulita, eh? Ma se sei fuori di testa, Wang. Credi che non sappia che dormi due ore per notte e te ne stai seduto a recitare preghiere e quelle stronzate buddhiste?”

Wang proseguì il discorso interrotto, senza battere ciglio.

“Infatti. Se la teoria fosse corretta, lo stato di cose attuale sarebbe inspiegabile. Ma c’era un’altra teoria. Il consumo di carne umana sarebbe stato sotterraneo, avrebbe costituito un forte tabù sociale, ma sarebbe stato abbastanza frequente lungo tutto il corso della storia dell’uomo. In Cina, ai tempi dei tartari, c’erano ristoranti che servivano Lungo Maiale, o Capro Senza Peli, in svariate sugose ricette, proprio come oggi.”

Dawei sembrava sorpreso. “Lungo Maiale?”

Wang trasse un lungo respiro. Sorrise all’hostess che scendeva lungo il corridoio centrale.

“Tu sai quali effetti produce il PW01?”

“Ne ho sentito parlare.”

“Non parlo degli effetti immediati. Parlo degli effetti sull’ipotalamo.” Wang mosse il collo in modo da scrocchiare le vertebre cervicali. “Una terza teoria dice che il cannibalismo è connesso a squilibri ormonali dovuti a una disfunzionalità dell’ipotalamo.”

“Qualcosa da bere, signori?”

Il volto dell’hostess rimase contratto in un sorriso forzato. Wang la ignorò.

“L’azione possiede una logica interna. Quando un’azione è intrapresa, la logica prosegue implacabile. Non c’è fine ai frutti dell’azione.”

8

FASE DUE

Ovvero: il pedale cigola

New Hindi Town, Canada, 5 agosto 2025

“Cigola, non senti? Oh, merda!” Harry the Mod era la maschera della frustrazione.

“Cosa?” Il vecchio padre entrò nella stanza asciugando un bicchiere.

“Il pedale del charleston cigola! Senti? Cazzo, cazzo!”

Il vecchio tese l’orecchio. Le note di The Shadow of Your Smile vibravano leggiadre.

“Sì. Appena.”

Harry sfoggiò un’elaborata maschera: frustrazione – rabbia selvaggia – vittimismo segaiolo – indignazione. “Il pedale cigola per tutto il disco, cazzo. Capisci o no?”

“Dovresti smetterla con quella roba.” La voce del padre era neutra.

“Quale roba? Quale roba del cazzo? Ho smesso da anni!” Harry abbassò il volume e proseguì.

“Possibile che tu non capisca nulla di musica? Ti sto dicendo che su un disco di Jack Mc Duff, prodotto da Michael Cuscuna, Atlantic Records eccetera il charleston del cazzo cigola. Dio, tu non hai davvero idea di quali siano le cose importanti.” Harry assunse un’espressione quasi bonaria.

“Non hai mai frequentato il corso di cultura musicale afroamericana, vero? Non ci sei andato nemmeno una volta, vero?” Harry sospirò. “Che ti ho iscritto a fare, me lo dici?”

La domanda rimase sospesa nell’aria. Il vecchio padre scosse il capo, rassegnato. L’Hammond di Jack Mc Duff, porta d’accesso nell’anti-tempo mod, vibrò l’ultima nota.

Il telefono squillò. Il vecchio padre sollevò il ricevitore.

“Sì, è in casa.” Mostrò la cornetta al figlio, che si era calmato d’improvviso. “È quella donnaccia.”

Harry si affrettò. Strappò la cornetta dalle mani del padre. Annuì più volte. Espirò con forza dalle labbra semichiuse.

La fase due incominciava. Harry chiuse la porta alle spalle. Il sole era alto, il giardino attorno alla casa da Sogno Americano a portata di immigrato indiano era verde e umido di rugiada indotta. Brevetto Matsushita/Westinghouse: garantiva il microclima. Era la parte alta di Lucknow High Street, e su fino a Vrindavan Road e Queen Elizabeth ci abitavano famiglie piuttosto ricche. Automobili vintage luccicavano nei vialetti d’accesso.

Harry sollevò la serranda della rimessa. Un’alogena illuminò una fila di scooter. Il riflesso di Harry brillò nelle cromature di una Vespa Special: Levi’s 505, scarponcini da pugilato Lonsdale, camicia Ben Sherman e giubbotto MA2. Ciliegina sulla torta sartoriale: guantini di lana senza dita. Ottimi per protezione e sensibilità.

Harry imbracciò il Longfist, lo soppesò. Scosse il capo.

Da sotto una Union Jack, trasse una custodia. L’aprì. Colt Python, manico di madreperla bianca. Apriva bei buchi. Harry sorrise, maligno. Infilò la Colt nella fondina. Trasse un lungo respiro. Guardò Matleena Meyer sulla copertina di “Time”, appesa sul muro bianco. Lo sguardo indugiò.

Harry inforcò la Vespa Special e sfrecciò fuori dalla rimessa. La serranda si chiuse alle spalle con un ronzìo.

Alla fine del vialetto frenò di colpo: i freni stridettero. Harry imprecò. Un camion del latte di soia Maidmilk – addizionato con tutti gli elementi indispensabili alla crescita – passò lento come un funerale.

Da oltre lo steccato, un tizio lo guardava con una forbice da giardiniere in mano.

“Camion del cazzo, eh?”

Era quel coglione di Bert Dasgupta. Un mod anche lui. Figlio di un commerciante di urne funerarie: un menagramo del cazzo. Il dannato rompicoglioni proseguì. “Perché non prendi la Lambretta?”

Harry ringhiò. “Pensa ai fatti tuoi, Bert. Prima o poi te la spacco la testa.”

La vespa ronzò via, portandosi le ultime sillabe della minaccia.

9

BENTORNATO FRA I VIVI

Ovvero: sta per succedere

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Eldridge W. Holmes porse un bicchiere con spremuta d’arancia. John Smith bevve, e cacciò un gemito: muovere la mascella lanciava fitte fino al centro del cervello. JSJ schiarì la voce.

“Ok. Non c’è bisogno di manette. Ho capito.” La docilità del bastardo non poteva trarre in inganno.

“Resti legato, eroe. Almeno finché non sarà qui Ananda.” JSJ tentò un sorriso. “Il Sant’Uomo in persona?”

“Certo che sì. Sei uno stronzo importante, pare.” Il negro passò una mano sul volto. “E adesso taci. Ho addosso una stanchezza del cazzo.”

Harry the Mod fermò lo scooter nell’area di sosta. Un cane abbaiò. Il sole cadeva a picco sulle cromature. Il motore racchiuso in valve argentee irradiava calore. Le informazioni pagate dalla Meyer erano accurate: La Camaro del negro era parcheggiata in bella vista, vicino a un venditore ambulante di panini e bibite. Il vento alzò cartacce.

C’era tempo, ma perché indugiare? Si passa dalla procrastinazione all’inganno, dall’inganno al furto e così via fino all’omicidio… Harry sorrise. Le stronzate che raccontava il nonno. Lui era finito ad ammazzare gente, e non certo perché procrastinava. No davvero.

Harry the Mod sistemò lo scooter sul cavalietto. Passò una mano sul cavallo dei jeans. Si guardò attorno.

10

HARRY SFONDA LA PORTA

Ovvero: l’ascia di pietra ed il baston

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Era l’alba della preistoria, mille e mille anni fa.

Appariva senza gloria un essere simile a un orangotan…

Harry canticchiava tra sé. La mente era un caleidoscopio, un’arma affilata. Harry infilò il microvisore nella toppa.

Aveva il corpo coperto di peli, l’ascia di pietra ed il baston…

Harry si chinò. Pose l’occhio sinistro sull’obiettivo. Cercò con lo sguardo.

Eccolo.

Il negro soffiava su indice e medio. Il negro sorrideva. JSJ lo guardava con odio.

Harry sfilò il microvisore dalla toppa. JSJ lanciò uno sguardo verso la porta.

Il bastardo aveva capito. Poco male. Il bastardo era innocuo.

…E volea conquistar la terra. Era l’uomo di Cromagnon.

L’uomo di Cro…

Harry sfondò la porta con un calcio.

L’uomo di Ma…

Il negro si buttò a terra.

L’uomo di Gnon!

Harry tirò il grilletto. La testa del negro esplose.

Harry pose le mani sui fianchi. Fischiò. Guardò il cadavere. Il negro aveva stirato le gambe e esalato l’anima.

“Ti piacciono gli schizzi di sangue, John Smith?” Harry sfoggiò un’espressione olimpica. Fece un cenno al prigioniero.

John Smith Jones deglutì.

11

L’ULTIMA SPERANZA

Ovvero: tempo di muoversi per Ananda

Quartier Generale del Free Karma Food, Canada orientale,

5 agosto 2025

Gli scagnozzi infilarono nell’auto il corpo smisurato dell’Ultima Speranza. L’organismo minato trovò riposo, il respiro si acquietò. Il vento mosse i sottili afro di Ananda, simili a vello caprino: la portiera si chiuse con uno scatto.

Uomini lucidi come lame, versione potenziata del BPP di Oakland, trasposta nell’Anno Domini 2025. Giacche di pelle, Longfist e lanciarazzi da braccio in bella evidenza, occhiali a specchio, baschi calcati sul cranio. Testosterone: l’aria vibrava di energia maschile per molti metri all’intorno.

Il corteo d’auto si mosse. Ananda diede secchi ordini: le strade della contea, fino a New Hindi Town, si sarebbero liberate al suo passaggio. Il capo del Coordinamento Sicurezza Stradale mandò sbirri motorizzati. Automobilisti e camionisti imprecarono. Ananda attraversava il territorio come Mosè il Mar Rosso: era tempo d’azione. Azione spettacolare: dopo il passaggio, il mare d’uomini e cose si chiudeva alle spalle. Ananda prese contatti con un paio di network importanti. Promise l’esclusiva. I mercanti di immagini avevano uomini sul posto. Si preannunciava un successo.

Ciò significava che il pubblico avrebbe conosciuto John Smith da redento e radioso. John Smith, e le sue dichiarazioni: scalpore da prime time, ondata d’interesse, ovvie vantaggiose ricadute.

Bastava sbarazzarsi in fretta del cinese in arrivo, di quello stronzetto mod e della Meyer. Ananda Marvin digitò un numero. Ogni tasto ripetè la stessa nota meccanica.

“Fratello, tocca a te. Deve cadere dieci minuti dopo il decollo. Sì, dieci.”

Ananda chiuse la comunicazione. Gli ingranaggi del motore vibrarono e ronzarono. L’Ultima Speranza guardò la foto di Sandeep Pandit che campeggiava sul cruscotto di ogni limo del FKF. Il ragazzino era separato dal mondo da una barriera di vetro e metallo. Ananda chiuse gli occhi. Punti di luce danzarono nell’oscurità entro le palpebre, il grasso negro avviò il sistema stereofonico. Le note di Attica Blues – Archie Shepp, 1973 – si sovrapposero al ronzio del turbocompressore. Marvin premette un pulsante. Lo sportello della dispensa si aprì con uno scatto. Dolcetti al cioccolato: gli occhi dell’Ultima Speranza brillarono. Il PW01 è amaro, si accoppia bene al cacao.

12

SANGUE

Ovvero: anche la marijuana è illegale

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2023

Nasreddin e un amico avevano sete e si fermarono in una taverna a bere qualcosa. Decisero dì bere un bicchiere di latte insieme. “Bevi prima la tua metà” disse l’amico, “io ho un po’ di zucchero, ma basta per una persona sola. L’aggiungerò alla mia parte di latte e la berrò.” “Aggiungilo adesso” disse Nasreddin, “e io berrò solo la mia parte.” “No di certo. Lo zucchero basta appena ad addolcire mezzo bicchiere.” Nasreddin andò dall’oste e tornò con un pacco di sale, “Buone notizie, amico mio” disse Nasreddin. “Bevo io per primo, e nel mio latte ci voglio il sale.”

(Idries Shah, L’Incredibile Mullah Nasreddin)

Lo sbirro guardò Harry. Harry sorrise, serafico. Lo sbirro guardò i documenti. Il corpo di Eldridge giaceva in una pozza di sangue. Il sangue era schizzato un po’ dappertutto. Altri sbirri facevano rilevamenti

Ammanettato al letto, JSJ sembrava assente.

Lo sbirro lesse i documenti. Li restituì.

“È tutto in ordine, Jnana. Esecuzione relativa a procedimento penale tramite azione di caccia” recitò. Guardò Harry negli occhi. “Salutami la Meyer.”

Lo sbirro aveva l’aria delusa.

“Grazie, ispettore Fourier” disse Harry con maligna cordialità.

L’ispettore fece un cenno agli uomini. Uno sbirro secco, chino a prelevare campioni di merda dal luogo-del-delitto, rispose con un cenno del capo. L’ispettore girò sui tacchi, si diresse alla porta. Prima di uscire, l’ispettore volse il capo.

“Dovresti finirla con questa mania delle armi vintage, ragazzo. Ogni volta che ti muovi combini un macello del cazzo.”

Harry fece spallucce. “Ognuno ha il suo stile, ispettore.”

“Certo, certo.” Lo sbirro accennò al cadavere. “Dovrai pagare una penale. Ci toccherà pulire tutto, poi. Lo registri tu o ci pensa la Meyer?”

Harry sorrise e puntò l’indice della destra verso lo sbirro, come a riconoscergli una buona mossa. “Fatti miei, ispettore. Dovrai sbatterti di più per avere notizie.”

Lo sbirro si spazientì. “Piantala, Jnana. Qui non siamo negli Stati. Vendere informazioni ai cacciatori è illegale.”

“Anche la marijuana è illegale. In certe contee anche farsi fare un pompino dalla moglie è illegale. Quasi tutto è illegale.” Harry proseguì, impassibile. “Comunque, fatti miei. John Smith Jones è mio. È la legge, ispettore.”

Harry forzò le labbra del prigioniero. “Mastica.” John Smith Jones gli rivolse uno sguardo carico d’odio. “Così farai il bravo e nessuno perderà la pazienza.”

Anuttarax(r), l’ultima frontiera della sedazione. Calmava il continuum mentale senza inibire le funzionalità fisiologiche. Chi lo assumeva, sua sponte o per forza, tendeva a rispondere agli ordini con docilità. Bastava aspettare tre-cinque minuti.

“Liberami.” La voce di John Smith Jones suonò decisa.

Harry fece una smorfia. “No-no, ammazzacarne. Fossi matto.”

Per qualche motivo il suono delle ultime sillabe sembrò sprofondare Harry nello sconforto. Harry vide il volto del padre. Harry udì un pedale di charleston cigolare.

Fossi matto. Le parole echeggiavano nella testa. L’effetto durò qualche secondo. Per liberarsene, Harry diede un calcio al letto. Il letto sobbalzò e vibrò. JSJ imprecò, poco convinto.

Gli sbirri avevano portato via il cadavere. Uno degli agenti fece cenno che era ora di uscire. Harry guardò JSJ negli occhi vacui.

“Forza, John Smith. Andiamo.”

13

SOMIGLIA A SAI BABÀ

Ovvero: il padre di Harry soppesa torti e ragioni

New Hindi Town, Canada, 5 agosto 2025

“La Sandoz deve dichiarare pubblicamente qual è la vera composizione dell’enteogeno noto come Cao Dai One. Abbiamo ragione di credere che la sostanza attivi un meccanismo perverso che è alla base dell’ossessione attuale per la carne umana.” La voce del leader era fredda e decisa. Il giornalista passò la linea allo studio. Lo studio mandò la diretta della caccia. La lunga teoria di auto, ripresa dall’alto, avanzava tra i campi di grano. Il volto del leader, ritratto ieratico, occupava il riquadro in alto a destra sullo schermo.

Il signor Jnana cambiò canale, ma il grasso negro era ovunque. Paleorock Pirate Channel mandava un’intervista al leader. Il negro, in fondo, gli piaceva. Jnana era di casta brahmanica, non aveva mai mangiato carne in vita sua. Ma l’intervista era in quel linguaggio da giovani colti che gli risultava incomprensibile. Il leader rispondeva in modo tortuoso, prolisso. La giornalista, pantaloni attillati in plastica rossa, caschetto biondo, pendeva dalle sue labbra. La giornalista accavallò le gambe. “Il culto della personalità, ad esempio. Un incrocio tra Maharishi e Che Guevara… Non le sembra di aver fornito una chiave retorica efficace ai detrattori del FKF?”

Ananda annuì, concesse. “I detrattori non possono impedire agli esseri di amarmi. Il fulcro è un rapporto erotico, come quello che lega un fan al suo artista preferito, il mistico a Dio, il tifoso alla squadra del cuore… Questo risponde in modo esauriente alla sua domanda?”

Non aveva capito nemmeno una parola. A parte le ultime, forse. Il volto di Ananda Marvin assomigliava a quello del vecchio guru, come si chiamava… Sai Babà, certo. Il signor Jnana guardò un ritratto sulla parete. Era quello di un ragazzino dalla pelle scura e gli occhi vivaci, intelligenti. Prima della Catastrofe, era stato un leader religioso amato e rispettato.

Nessuno sapeva se Sandeep Pandit fosse sopravvissuto alla fine del mondo.

Il signor Jnana cambiò canale. Il signor Jnana vide sullo schermo la colonna di auto del Free Karma Food. Ovviamente il negro aveva tutte le ragioni del mondo, ma Harry ci avrebbe rimesso la pelle. Il vecchio guardò fuori della finestra. Il sole si abbassava sull’orizzonte. Scena oleografica: ridente sobborgo da ricchi bagnato dalla luce del tramonto.

14

PAGA PER SBIRRI

Ovvero: lo sbirro la paga

Contea di Hopetown, Canada, 3 agosto 2025

Fourier entrò in auto e fece cenno al collega di muoversi. Compose un numero sul cellulare, tossicchiò per schiarire la voce.

“Ce l’ha. La Meyer è in arrivo, e anche Ananda Marvin. Confermo. Sì, direi venti miglia a giudicare dal satellite. Certo. E, signore, mi chiedevo… Se è possibile, potrebbe far partire il pagamento ora?… È per mio figlio… Grazie. Certo. Ci conti.”

Lo sbirro Fourier sorrise. L’auto esplose, bum.

Il furgone vibrò per lo spostamento d’aria. Harry the Mod fece spallucce. Il servile bastardo era morto, una fine sin troppo pietosa. Harry aveva affrontato la cosa da par suo: Harry, un performer intenso. Giocare il tutto per tutto, informazioni certe davano l’ispettore Fourier, il mangiarane del cazzo, come uomo pagato dal governo USA, ergo avverso al committente. Giocare il tutto per tutto, i soldi stavano per rifluire su un conto protetto ad Antigua, Indie occidentali. Harry voleva cambiare aria, comunque. Bastava consegnare l’ammazzacarne, far fuori gli altri sbirri, procurarsi documenti nuovi, sparire.

Harry sentì il sole dei tropici, l’odore della pelle abbronzata. Si vide circondato di troie. Ricco. E vivo.

L’odore di alcool etilico e gomma e carne bruciata invase il parcheggio del motel. Avventori sciamarono curiosi. Gli sbirri, un paio di pattuglie, allontanavano la gente urlando e spingendo. Gli sbirri chiamavano rinforzi, si sbracciavano. Dietro a un furgone del latte di soia Maid-milk – addizionato con tutti gli elementi indispensabili alla crescita – Harry guardò le formiche, gli insetti, gli esseri insignificanti in forma umana che si affaccendavano, che parlavano, urlavano, comunicavano con la centrale, puntavano armi a 360°, in preda a tetra frenesia. Harry sparò di nuovo. Il Longfist mandò il suo verso, simile a un gemito strozzato. La testa di un tizio, là in fondo, esplose come un loto color carminio. Cose del tempo delle vacche vive! pensò Harry con soddisfazione. Guardò JSJ “Buono, John Smith. Non succede niente. Ora arriva zia a prenderci.”

Il visore all’interno del casco occupava il venti per cento del campo visivo. Edizione straordinaria, dalla periferia nord di New Hindi Town: in un motel nei pressi di Shakuni Street il giovane killer noto come Harry the Mod, coinvolto nella più importante caccia in corso, aveva dato fuori di matto. Dopo aver eliminato un concorrente, aveva sparato ancora uccidendo tre uomini: l’ispettore Fourier, più due altri tizi. E il patetico ciccione si era mosso: la fila di limo nere non prometteva nulla di buono. L’inviato, avvolto in un parka nero, prese la linea.

“Buonasera. Mentre la luce della lunga giornata estiva cede il passo alle prime ombre della sera, rinforzi convergono sul Motel Schlitz di Shakuni Street. L’omicida…” (comparve una foto sull’angolo in basso a destra – l’inviato mostrò con un ampio gesto un furgone alle sue spalle) “… è barricato là dietro in compagnia del famoso procacciacarne John Smith Jones, la cui battuta di caccia sta tenendo gli appassionati col fiato sospeso. Si era vicini all’epilogo – il prigioniero stava per essere registrato, da vivo – quando inspiegabilmente Harry Jnana, meglio noto come…”

Matleena fermò la motocicletta. Cinquecento yarde più avanti, dopo alcune curve, il pilota automatico segnalava strada interrotta. Un posto di blocco. Cazzo. La sua posizione, quale committente di Harry Jnana, poteva essere non più legale. Per una faccenda del genere si poteva finire sulla lista dei cacciabili. Matleena Meyer si guardò attorno, ansiosa. Che stava succedendo? Possibile che avesse giocato sul cavallo sbagliato? L’inviato, all’interno del casco, proseguiva: “… come ricorderete, la caccia di John Smith Jones, il più noto procacciacarne in attività, ha già lasciato dietro di sé una scia di sangue”. Foto di vittime apparvero sullo schermo ricavato da una sezione del casco. Il volto di Wilfredo. Quello di Sonny X. Di tutti gli altri.

Il volto dell’inviato tornò a occupare una porzione del campo visivo. “E come ricorderanno i più attenti, l’abbattimento e macellazione che ha dato il via a questa tragica escalation ha determinato molti dubbi, sospetti e teorie del complotto. Il figlio di Frederick W. Kupper, il noto uomo d’affari di Central New York City, scomparve senza lasciare…”

15

RODGERS SALVA LA PELLE

Ovvero: chiunque capirebbe che la partita è…

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

L’esplosione mandò in frantumi il vetro della finestra. Rodgers fu investito da una cascata di frammenti di vetro. Bonnemain fu costretto a svegliarsi, gridò con quanto fiato aveva in gola. Il corpo di Rodgers tremava sotto le coperte. Il bastardo era stato fortunato, freddoloso com’era. Dormiva d’abitudine con le coperte tirate su fin oltre la testa. Le coperte sembravano bucherellate da un fucile a pallettoni. La testa di Rodgers fece capolino, terrea. Il bastardo non s’era fatto un cazzo.

Bonnemain, in piedi sull’altro letto, ansimava.

“Cazzo succede, Bonnemain?”

Bonnemain pompava fiato come un mantice. Cacciò fuori poche parole strozzate. “Merda, la guerra…”

“Motel Schlitz del cazzo.” Rodgers sembrava più lucido. Meno scosso. “Quale guerra, qualcuno lì fuori sta regolando dei conti.”

Raffiche di Longfist. Rodgers provò a sbirciare fuori. “Vedo dei lampeggianti.”

Bonnemain deglutì, scese dal letto e accese il televisore. Il volto dell’inviato, la testa protetta dal cappuccio di un parka, esprimeva eccitazione da edizione straordinaria. “… sul Motel Schlitz di Shakuni Street. L’omicida è barricato là dietro in compagnia del famoso procacciacarne…”

Bonnemain tirò il compagno per un braccio. “Via di qui, Rodgers. Ho una nuvola di brutti presentimenti.” Una raffica rabbiosa entrò dalla finestra, descrisse una costellazione di fori sul muro tappezzato di carta da parati optical e sigillò il concetto appena espresso.

Bonnemain e Rodgers si guardarono. Schizzarono fuori dalla stanza in una frazione di secondo.

Per fortuna dormivano vestiti.

“Che casino! Almeno non abbiamo pagato la stanza.” Rodgers rigirava nella testa quell’ultima considerazione. La considerazione conteneva un’illusoria simmetria.

Il furgone sfrecciava nella pianura. “E pensare che ho scelto questo mestiere perché volevo rimanere tranquillo!”

Bonnemain fissava l’orizzonte, assorto. “La partita è grossa” sentenziò.

16

RUDE CAN’T FAIL

Ovvero: le tortuose vie del revival

New Hindi Town, Canada, 5 agosto 2025

I ragazzi sciamavano lungo Vrindavan Road. I ragazzi volevano divertirsi. I ragazzi indossavano i vestiti migliori: completi in pseudo-mohair, montoni del tempo delle vacche vive. Soprabiti in vinile. Parka verdi e neri. Levi’s 501 o 505, camicie Ben Sherman, bomber MA1 o MA2. Stivaletti da pugilato, scarpe italiane in pelle di cervo. Le ragazze portavano basse scarpe appuntite, minigonne e vestitini bianchi e neri, occhi truccati come vogliose uri, ciglia finte, tagli di capelli grafici, minimali. I ragazzi e le ragazze fumavano erba. Inghiottivano pastiglie. Esibivano rituali di sfida e di corteggiamento. I ragazzi facevano sesso: i bagni dei pub erano spesso occupati. A fine serata nei cessi si trovava di tutto. Preservativi, assorbenti, biancheria, cellophane.

I ragazzi cercavano di vedere con gli occhi di Dio: la sostanza nota come LSD25 era tornata di moda in tutta l’area del paese abitata da paki e infestata da mods, davanti a pub e sale giochi scooter cromati e accessoriati. Capannelli di kids attendevano il ritorno dei più grandi, on duty sugli spalti il sabato pomeriggio. L’hooliganismo connesso al campionato di cricket, sulla carta la più improbabile delle contingenze, era divenuto un fenomeno preoccupante. Gang di immigrati dall’India devastata dalla Guerra avevano trovato nello stile di strada di un’era cosmica precedente la risposta allo sradicamento e all’ansia generazionale (così asserivano i sociologi pagati dal governo), e avevano importato ossessioni. New Hindi Town era una macchina del tempo tarata su una versione iperrealista della tarda Londra mod, circa 1966.

“Vaffanculo. Tornatene in Illinois o da dove cazzo vieni.” Il ragazzo si sporse mettendo la faccia dentro la telecamera. Le parole uscivano simili a un sordo latrato. L’accento pseudo-cockney conferiva credibilità. L’inquadratura era perfetta. Il giovane rude boy punjabi era perfetto. Franziskus E. Mc Fadden, giornalista della UBS, gongolò. Ecco la nuova razza. Ecco la loro generazione. Fredda, veloce, minacciosa. Con la pelle scura. Mai la definizione alieni era stata tanto pregnante. Mc Fadden continuò la discesa di Vrindavan Road in compagnia del cameraman e di una nerboruta guardia del corpo. La guardia del corpo non sembrava a suo agio. Occorreva un esemplare meno ostile, decise Mc Fadden. Di fronte al Loving Arms, un pub dove gli scooter parcheggiati erano telai scarnificati e ridotti all’osso, Mc Fadden provò un brivido.

Un pub di skinhead. Perfetto.

Mc Fadden decise. Fece un cenno al cameraman. La guardia del corpo rimase fuori, subito attorniata da una mandria di ragazzini strafottenti. Mc Fadden tirò un lungo respiro. Entrò.

17

PROSPECT PARK

Ovvero: John Smith Jones ricorda un sogno

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Ho fatto un sogno.

Andavo a prendere l’autobus in una mattina d’autunno. Mio padre mi aveva dato qualche soldo, per qualche motivo non dovevo andare a scuola. Giorno di festa. Ma ero io, l’io di ora, l’io ammazzacarne, intendo: i vetri delle auto in sosta e le vetrine dei negozi restituivano l’immagine di un uomo in fuga. Stessi abiti, stesse scarpe. Quelle da gangster, quelle che dovrebbero conferire prevedibilità ai miei passi: battevano un ritmo estraneo, sincopato, come se una gamba fosse più corta o fossi azzoppato. Dalla tasca scivolò qualcosa. Fu proprio lì, sulla strada per Brooklyn, che persi il taccuino.

Col denaro di papà dovevo andare a vedere le gabbie dei lemuri, a Prospect Park. “I lemuri sono una grande attrazione” aveva detto il vecchio. “Io e la mamma ci andammo poco prima che…” Mio padre non riusciva a dire: prima che la mamma morisse. Finii la frase mentalmente, e mi ritrovai sull’autobus. Al posto delle immagini pubblicitarie, c’erano foto segnaletiche. Wilfredo, Sonny, Ananda, Matleena Meyer, che sembrava posasse per un servizio di moda. Blanca, terrorizzata.

Mi mossi verso l’autista. Era un sikh, ovvio, ma parlava con l’accento di Brooklyn. “Mamma italiana” spiegò.

“Dobbiamo attraversare il ponte, tieniti forte” si raccomandò.

Il bus accelerò come se si fossero accesi i retrorazzi. In pochi secondi fummo dall’altra parte, e il sikh frenò di colpo. Le foto si staccarono dai vetri per il contraccolpo. Planarono dolcemente, come aerei di carta, si adagiarono sul pavimento sporco di fango secondo un’armonia ineffabile. Guardai le foto una a una. Erano pubblicità insensate, dozzinali. Metodi per perdere peso, un banco dei pegni. Schlitz – lo champagne delle birre.

Le portiere si aprirono: mi ritrovai all’interno del parco. Era deserto. Dei lemuri, qualunque cosa fossero, nessuna traccia.

Sedetti sotto un albero, guardai le monete che mi aveva dato papà. Mi sentii invadere da una tristezza profonda, priva di confini. Abbracciava la totalità delle mie esperienze passate. Presi il capo tra le mani, e piansi.

In fondo al viale apparve una figura. Indossava un abito verde acido, come quello di Ananda e di Eugene Record in quel vecchio video. Si muoveva come un pimp nero, cauto, arrogante. Aveva una testa enorme, simile a quella di un palombaro. Man mano che si avvicinava capii che la testa non era un casco. Carne bianchiccia, in cima lunghe ciglia vibratili. Una specie d’apparato boccale, ma i suoni che percepii non provenivano di lì. Erano gorgoglianti come quelli di un ventriloquo con una crisi di colite. I suoni, però, erano un comprensibilissimo inglese. “Salve, ragazzo. Ecco il tuo appuntamento con la storia.” Testa-a-palla aprì un libro, indicò con l’indice un’illustrazione: ormai era a pochi passi. Sporsi la testa verso la figura.

Tenie, in tutti gli stadi di sviluppo. Cisticerchi, lunghissimi corpi nastriformi. Ce n’erano due specie, Testa-a-palla parlava affettuosamente di una di queste. L’animale del futuro, diceva. Indistruttibile. Praticamente eterno.

“Segmentare, ragazzo, segmentare. Questo è il segreto. La vostra organizzazione è fragile e complessa. Troppe – come si chiamano? – ossa, troppi organi. Organi fatti per essere infestati.” L’uomo tenia fece una pausa drammatica.

“Impara a segmentare, dai retta a me. Prima che sia troppo tardi.”

Testa-a-palla chiuse il libro. Da dietro la schiena, materializzò un’enorme bombetta verde. Sorrise (sorrise?). La sistemò sulla testa, in equilibrio sulle ciglia. “Niente afro per me, ragazzo. Vuoi mettere questi peli ritti?” Portò il braccio destro dietro la schiena ancora una volta. Un’altra bombetta, della mia misura. Me la pose in testa, una sorta di investitura: Cavaliere del Verme Solitario.

Testa-a-palla salutò, girò sui tacchi. Si allontanò lungo il viale, una parodia di andatura africana.

18

IL FETICCIO DELLA LEGALITÀ

Ovvero: Matleena chiede un elicottero

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Come la storia ha spesso dolorosamente insegnato, nessun principio può essere applicato in tutte le situazioni allo stesso modo.

(Jiefangjiun Chubanshe, Compendio della Scienza Militare, 1999)

Matleena Meyer vide con gli occhi della mente una nube di polvere alzarsi alle spalle, come se il corteo di Marvin fosse montato su cavalli e carri e procedesse su una polverosa pianura. La nube terrena saliva al cielo sciogliendosi nell’aria umida: il cielo era gravido di pioggia e polvere

Lampi all’orizzonte: Matleena imboccò il viottolo d’accesso al motel. Lo spiazzo era invaso da una moltitudine di sbirri, e quello là in fondo era il furgone che riparava Harry e la preda, John Smith Jones.

Ecco la troupe televisiva. Ed ecco anche gli sbirri.

Erano in fibrillazione, avevano fretta. Disorganizzazione, fretta da mondo che cade a pezzi, fretta da pezzi di mondo in caduta. Avevano le armi pesanti ma per qualche motivo non avevano bloccato gli accessi all’area.

La donna smontò, estrasse il Longfist dalla custodia, impostò la sequenza di tiro. Cinque spari, poi altri sette, poi altri tre: un’operazione chirurgica. Harry si sarebbe occupato degli altri.

Il visore mandò immagini di sbirri affaccendati, che discutevano e indicavano. Gli sbirri erano quasi tutti di spalle. Matleena Meyer aprì il fuoco.

Harry salutò con un pugno levato in alto i proiettili che piovevano sugli avversari. Uscì allo scoperto e centrò un paio di automobili. I mezzi del governo di Sua Maestà esplosero. Chirurgia femminea più massimalismo generazionale: fumo nero e puzza di carne bruciata invasero l’aria. Harry girò il capo. John Smith Jones sedeva mite, privo di volontà. Harry sorrise. “Tra un po’ sarai a casa, JSJ.”

Matleena Meyer camminava con circospezione, Longfist nella destra, kukhri nella sinistra. Colpi pietosi finirono il massacro, sangue schizzò e fluì.

Il visore interno mandò l’immagine di un uomo abbronzato, sui cinquantacinque, in tuta Sergio Tacchini. Era seduto su una cyclette: De Chiesa, il committente. “Cosa stai combinando, Meyer? Stai mandando tutto a puttane, finirai sulla lista dei cacciabili, tu e quello scoppiato del cazzo! Sei in fottuta diretta tv!” Le vene sul collo erano gonfie. De Chiesa era molto alterato.

Matleena rispose con calma olimpica.

“Abbiamo JSJ. Possiamo provare che gli sbirri canadesi avevano legami con una parte interessata ad alterare la caccia.”

De Chiesa passò un fazzoletto sul volto. “E chi sarebbe, questa parte?”

Sotto il casco, la Meyer sorrise. “Il Governo Federale. Non dirmi che non lo immaginavi.”

De Chiesa scese dalla cyclette, si slanciò verso la camera del videocomunicatore, inciampò, riprese l’equilibrio. “Devi essere impazzita, Meyer. Il Governo Federale è troppo grosso anche per noi!”

“Taci, De Chiesa. Sei in ballo e devi ballare. Di’ a Kupper di mandare l’elicottero, in fretta.”

La faccia abbronzata dell’italiano sembrava scandalizzata.

“Elicottero? È illegale, Meyer!”

“Fa’ come ti dico, potresti essere ricattabile, De Chiesa.”

L’italiano gesticolava. “Chiamalo tu, no? Hai il numero riservato.”

Matleena girò un corpo con il piede. “Non fare il finto tonto, De Chiesa. Tu chiamerai Kupper. Subito. L’elicottero deve essere qui entro dieci minuti. Intesi?”

19

LOVE, HATE

Ovvero: il solito pub gestito da un sikh e frequentato da skin punjabi

New Hindi Town, Canada, 5 agosto 2025

In ogni forma d’eroismo, il fondo emotivo dell’azione è sempre il desiderio di suscitare consenso, approvazione o stupore. È questo a muovere mente, corpo e mano. L’azione ha bisogno di un pubblico, presente alla scena o postumo. Ma la moltitudine è un’entità ambigua: nulla può garantire che plaudirà le nostre azioni.

Il pub era affollato.

Mc Fadden non credeva ai suoi stessi occhi. Metri cubi d’aria viziata piena di carne umana vestita in eccentrici panni, cibo per storie a effetto, preoccupazione indotta, potenziale panico sociale. Manna per giornalisti, dunque. Gli sguardi dei ragazzi esprimevano una gamma di reazioni che andava dalla blanda curiosità al puro odio di classe. Ehi, un momento: tutti questi rude boys erano figli di benestanti, qualcuno anche di gente ricca. Per un istante l’artificiosità della messa in scena forò le meningi di Mc Fadden, scosse connessioni neurali, produsse lampi di consapevolezza.

Il lato spettacolare riprese il sopravvento solo una frazione di secondo più tardi. Mc Fadden lasciò le analisi sociologiche e spianò il microfono sotto il naso di un gruppetto, tre maschi due femmine, che esibiva uno stato emotivo non troppo pericoloso ma nemmeno tranquillo in modo insipido. Dopo due interminabili secondi una mano maschile, falangi tatuate con la parola LOVE, scostò il microfono con decisione. La mano afferrò il bavero di Mc Fadden. Un pugno chiuso venne alzato e caricato dietro la spalla destra. Parallele al suolo le falangi, appena sotto nodose nocche, proclamavano: HATE. Mc Fadden estrasse una mazzetta dalla tasca e la intermise tra nocche e naso: un bel po’ di denaro. La mano LOVE allentò la presa, la mano HATE si schiuse e agguantò le banconote. Mc Fadden sorrise. “Vorrei farvi qualche domanda, ragazzi.”

Lo skinhead punjabi avvicinò il volto brufoloso a quello del giornalista. “I soldi li prendiamo, grazie. E ora sparisci.” Il rude boy tirò le labbra in un ghigno che lasciava scoperti i canini. “In fretta.”

“Conoscete Harry Jnana?” Mc Fadden estrasse dal giubbetto multitasche un libretto d’assegni. Le mani erano nervose. Mc Fadden firmò e staccò un assegno. L’assegno venne analizzato e intascato da una delle ragazze, l’unica bianca.

Le transazioni erano state immortalate dalla telecamera. Le scene si preannunciavano buone, ma il berretto del cameramen venne fatto volare a terra. La situazione non era certo distesa, ma le scene valevano il rischio. Mc Fadden sperò di ottenere qualche dichiarazione, magari condita di colorito linguaggio sottoculturale. Lo skinhead dalle mani tatuate sorrise in camera e proclamò: “Non conosco nessun Harry the Mod”. Dalle retrovie giunse un “… meglio che non si fa vedere, qui!”.

Il proprietario del locale, un Sikh alto, barba nerissima e occhi tristi, uscì dal bancone con fare conciliatorio. “Chieda a me, la prego. I ragazzi non sono cattivi, è solo che hanno il senso del territorio.” La battuta fu salutata da una salva di schiamazzi e battute beffarde. Sguardo in camera, lo skinhead punjabi contò le banconote. Erano circa 1000 DEN.

“Sì, parlaci tu, Nanak.” Lo skinhead ficcò il denaro in tasca.

20

IL FETICCIO DELLA LEGALITÀ, PARTE SECONDA

Ovvero: Harry si fa degli scrupoli

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Non ci sarebbe stato tempo per ricordare, né modo di ottenere parole che spiegassero il passato. Matleena Meyer interrogò il rude boy con lo sguardo. Harry rassicurò. “Non servirebbe legarlo. È imbottito di Anuttarax. Riconosce solo la mia voce.”

La donna fece un ghigno. “Bene. Così non posso levarti di mezzo.”

Un brivido percorse la schiena di Harry the Mod. La Meyer scherzava, o forse no.

La donna controllò l’orologio.

“Chi aspetti?” La voce di Harry suonò timida.

“Kupper manda un elicottero.”

La faccia del giovane rude boy si contrasse. La voce suonò scandalizzata. “Elicottero? Ma è illegale!”

Matleena Meyer guardò la punta delle scarpe di Harry. “Devi essere pazzo, Harry. Prima combini questo casino e poi te ne vieni fuori con legale e illegale. Con l’elicottero ci rimettiamo mezzo compenso per corrompere i bastardi, ma portiamo a casa la pelle.”

La Meyer alzò lo sguardo e ammanettò JSJ. “E noi siamo legati alla pelle, vero Harry?”

La Meyer guardò di nuovo le scarpe. “Hai la punta infangata, tesoro.”

Il rude boy imprecò, estrasse un fazzoletto dalla tasca dei 505 e ci sputò sopra. Si piegò a pulire, veloce e preciso.

John Smith Jones intuì che un altro se stesso avrebbe approfittato della situazione. Un violento calcio nel culo: il tormentatore finiva con la faccia sull’asfalto. John Smith vide Blanca che applaudiva. Blanca che lo squadrava, un sorriso tra il tenero e il beffardo. Blanca che sorrideva, la finestra aperta alle spalle, il traffico caotico di Central New York City molti piani più sotto.

“Non l’ho spinta io, Matleena.”

John Smith prese a piagnucolare.

“Uh-uh, da cenni di vita.” Harry sorrise, forzò la bocca di John Smith come si fa coi cavalli, quando si controlla la dentatura o li si premia con lo zuccherino. Ficcò in gola alla preda una manciata di pastiglie. John Smith sbavò. Harry the Mod pulì la mano sulla giacca del prigioniero, imprecò.

“Andiamo. Un posto qualsiasi. Bastano dieci minuti.” Matleena Meyer si guardò intorno, annusò l’aria. Si diresse a larghi passi verso una Toyota, muta testimone della strage. Il grimaldello elettrico vibrò, le portiere scattarono. La donna si sistemò alla guida e fece un cenno al sicario. Harry tirò JSJ per la manica.

Il motore si avviò. L’auto passò a fianco della troupe televisiva. Il giornalista in parka nero sputava parole, rosso in volto.

21

UNA SQUADRA MALE ASSORTITA

Ovvero: a Wang non piace il plin plon

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

“Questa musica è noiosa.”

L’inglese di Wang aveva un timbro artefatto, meccanico. Retaggio dell’apprendimento ipnotico. Almeno era privo d’accenti: mid-atlantic perfetto, Justin non poteva far finta di non capire.

“Perché? Che hai contro Philip Glass?”

Wang sorrise e mostrò le palme. “Niente. Però, vuoi mettere i Wu Tang Clan? Let my niggas live…”

Justin distolse gli occhi dalla strada e guardò il cinese. L’altro, sul sedile posteriore, aveva aperto il vetro e teneva la testa fuori dal finestrino. Sembrava un cane, un cane bastardo cinese.

“Colonnello Wang, pensavo che dovessi concentrarti o qualcosa di simile.”

Wang si allungò sul sedile. “Perché? Il grosso del lavoro spetta a te. Dammi una sigaretta. Mai fumato sigarette americane.”

Il bastardo sul sedile posteriore rientrò. “Cambia musica, Bomboko. Wang si innervosisce.”

Spazientito, Justin fece scattare un portello sul cruscotto. “Scegli.”

Il telefono vibrò. Justin portò il ricevitore all’orecchio. “È illegale!” avvertì Wang armeggiando con il lettore. “Non puoi rispondere al telefono mentre guidi!” Shin sorrise. Justin fissò il cinese per un istante. “Guarda la strada!” Justin indicò il cruscotto. Navigatore automatico: la spia si accese. Justin staccò l’altra mano dal volante. Basso e batteria presero a pulsare: funk scarno e secco, i Meters, in diretta dalla New Orleans di un’era precedente.

Wang assunse un espressione compiaciuta, come se l’America cominciasse a piacergli.

“Sì, eccomi.” L’espressione del negro mutò. Toccò un comando sulla plancia. La voce di Ananda Marvin si diffuse nell’abitacolo.

“… se ti ho chiamato solo adesso. Come sai, sono molto impegnato. Ma facciamo così: sistemata la faccenda, intendo la cattura, o meglio la liberazione, sarai mio ospite e butteremo giù un piano d’azione: mansioni, pagamenti eccetera. E porta anche i due cinesi che hanno mandato per ammazzarmi.” Silenzio. Ronzio di turbocompressore. Una buca. Lo stereo si spense e si riaccese. L’orchestra gamelan piegata ai voleri di P. Glass riattaccò implacabile. Plin plin plon. Che fine aveva fatto la musica? Justin deglutì.

“Non… Non so di che parli.”

“Va bene, Justin, va bene. So tutto, quindi risparmia la fatica di fingere. Sei abbastanza intelligente per capire che è meglio stare dalla mia parte. Non parlo solo di convenienza personale.”

Ananda, dall’altro capo della linea, fece una pausa. Le sequenze di note di P. Glass continuavano a percorrere l’abitacolo. Il volto di Wang era contratto, Dawei era rientrato dal finestrino. “Parlo di giustizia, di scelte giuste, fratello. Se me lo concedi, direi che siamo sulla soglia di una svolta storica.”

Il motore ronzava. P. Glass incalzava. Wang sferrò un pugno al lettore cd. Il cruscotto vibrò. La musica cessò. “A presto, allora. Sono in vista del mio uomo.” Clic. Justin Bomboko rimise le mani sul volante. Rallentò, accostò. Passò le mani sul volto.

Matleena fece schermo agli occhi con la destra. Lo sguardo di Harry indugiò su glutei e cosce. La guaina termica scintillava alla luce del tramonto. Lasciava ben poco all’immaginazione: Matleena avvertì lo sguardo sulla pelle e si volse. Fece un sorriso tirato.

“Sta arrivando.” Dopo un istante, un rumore lontano sembrò provenire dall’orizzonte. Un punto si ingrandiva nella luce rossastra. Harry improvvisò alcuni passi di danza. “Guarda, John Smith. Non sei contento?… Ehi, che cazzo fai? Matleena, si è pisciato addosso!”

Inebetito, JSJ fissava il vuoto. Una macchia umida si allargava sull’inguine e sulla gamba destra. L’urina gocciava sull’asfalto dall’orlo dei pantaloni. Matleena tirò su col naso. “Pisciato, e anche altro, temo. Troppo Anuttarax. Cambialo, non voglio sentire la puzza.”

Harry provò a rifiutarsi. “Ehi, piano. Non sono un dannato infermiere dei matti.” Matleena sorrise, gelida. Scandì: “Leva i pantaloni a qualche sbirro poco bruciacchiato. In fretta, primi che arrivi l’elicottero”.

Harry si avviò borbottando. Individuò un corpo in buone condizioni, pantaloni da sbirro non insanguinati o quasi. Si chinò. L’odore del sangue – il tizio aveva il torace schiantato, potevi contargli le vertebre, capire cosa avesse mangiato due ore prima – dava alla testa. Harry decise di sbrigarsi. Slacciò la cintura, sbottonò la patta dello sbirro morto. Gli parve di percepire un rumore, ronzìo di motori in arrivo. Alzò gli occhi: niente. Solo paranoia. Guardò più in alto sull’orizzonte: l’elicottero si avvicinava. Harry sfilò i pantaloni allo sbirro. Si guardò le spalle: Matleena fissava un punto lontano. Doveva nutrire le sue stesse preoccupazioni. L’arrivo del maschio alfa, la fine dei giochi. La resa dei conti: l’ombra grassa di Ananda avanzava.

JSJ era immobile, occhi vacui, bocca semiaperta.

Guardò i pantaloni: uno schifo. Buoni solo per uno sbirro. Harry si grattò la testa. Fece per dire qualcosa alla donna. Il rumore dell’elicottero si fece sempre più vicino.

22

LAMPI DI CONSAPEVOLEZZA

Ovvero: chi scrive le battute a Kupper?

Central New York City, 5 agosto 2025

Non eccedete nel consumo di carne U senza prendere alcune precauzioni indispensabili. Controllate che la carne non presenti tracce visibili di parassiti. Fate particolare attenzione alle cisti della tenia, uno dei più comuni. In ogni caso, la profilassi con Wealthex(r) deve essere condotta accuratamente.

(Consigli medici per i carnivori del nuovo millennio, Federai 2018)

“Qui va tutto a puttane, Kupper. La Meyer si è fidata di quel bastardo fuori di testa ed ecco a che punto ci troviamo. Cazzo, mi sembra di sentire bussare alla porta, Dissuasiva e Notificatori pronti a farmi il culo.”

Kupper rispose gelido. “Rischi una multa per caccia impropria, niente di più. Non sarà difficile dimostrare che la Meyer ha fatto di testa sua.”

De Chiesa passò la mano tra i capelli artificiali. “E se mi chiudono il ristorante?”

“Possono farlo. In tal caso saremo privati del piacere di gustare buona carne, innaffiata dal vino della vendetta.”

De Chiesa scoppiò a ridere, acido. Un risata metallica. “Che cazzo dici, Kupper? Chi ti scrive le battute?! No, qui il punto è che siamo fottuti, capisci? Fot-tu-ti.”

De Chiesa espirò con forza, passò la cornetta da una mano all’altra.

Kupper sorrise. De Chiesa non poteva vedere, ma immaginò la faccia tronfia del magnate. “Rischio molto più di te. Ho accettato una partnership con voialtri del Pink Banner, non propriamente una congrega raccomandabile. Né popolare. Io ho mandato l’elicottero. La mia è un’infrazione grave, ma non è un problema. Possiamo comprare tutti, lo sai. Tutti meno Ananda, forse. Smetti di tormentarmi con la tua pusillanimità. Ciao ciao, De Chiesa.”

Ora Kupper era solo. Dietro a tutto: Ananda. Il bastardo abbracciacarne. Ormai era evidente. Kupper provò disgusto, un profondo, abissale disgusto nei confronti di se stesso. Kupper ebbe un lampo di comprensione, uscì per un istante dalla condizione d’esistenza infernale cui le azioni compiute lo costringevano. Retaggio di una buona azione di mille ere cosmiche fa, forse: JSJ, il fulgido cacciatore di carne, di tossici, devianti, vecchi e disadattati non era che una trista pedina. Quale significato avrebbe avuto la rivalsa? Il mandante era intoccabile.

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ROTTAMI

Ovvero: John Smith Jones si riprende

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Il rumore del motore si mutò in sibilo assordante. Le pale annasparono: niente più portanza. Il cielo si richiuse sopra l’elicottero: il guscio di metallo cadeva a elica, inerme, impotente. Si schiantò al suolo, non più di cento yarde lontano. L’esplosione scosse la terra. I rottami descrissero scie infuocate. Un pezzo di carlinga cadde ai piedi della Meyer. Un altro schiantò il parabrezza della Toyota. La donna era immobile, attonita.

L’aria percorse le narici, la trachea. L’aria bruciava. Harry the Mod si era gettato a terra: una pozza d’alcool bagnò i Levi’s 505.

Scarica d’adrenalina. Midollo spinale, amigdala, ipotalamo, lobo frontale: la chimica della paura accelera il ritmo cardiaco, la respirazione diviene affannosa. I muscoli addominali si contraggono. Aumenta la pressione sanguigna nelle estremità.

Provo a muovermi: impulsi elettrici percorrono il corpo. Dopo il primo passo, capisco di essere presente: inspiro, e sono consapevole. Espiro, e sto sorridendo. Inspiro, ed è meraviglioso. Espiro, sono qui, in quest’istante. L’effetto dell’Anuttarax dev’essere stato annullato dalla scarica d’adrenalina della paura. Effetto collaterale spiacevole: una macchia di merda si allarga sui pantaloni che Harry ha sottratto allo sbirro defunto e mi ha tanto provvidamente infilato. Il passo diviene un balzo. Coi pugni uniti, colpisco la nuca della donna. Salutami Blanca, penso. Un tonfo sordo. La donna stramazza senza un gemito. Il Longfist scivola al suolo. Lo raccatto con un balzo. Harry bestemmia, spara: manca il bersaglio. Una pallottola lo centra sulla fronte. Ossa, cervella e sangue schizzano per metri all’intorno. Uno spasmo, ultimo riflesso neurale, muove le gambe. Il corpo trova la quiete.

Giro la donna col piede. Priva di conoscenza. Mi piego per avvicinare il mio volto al suo. La donna manda un gemito soffocato. Colpisco il capo della Meyer con il calcio del Longfist. Il cuoio capelluto si lacera. Sangue macchia le nere chiome.

Slaccio i pantaloni sozzi di merda. Rimango con culo e gambe nude. Sottraggo i Levi’s alle spoglie del rude boy, pulisco il culo con una gamba dei pantaloni sporchi. Infilo i jeans: vanno stretti, non riesco ad allacciare l’ultimo bottone. Guardo il corpo della donna. La luce del tramonto è un riflesso sanguigno.

John Smith Jones, il più famoso procacciacarne degli Stati, rimane indeciso. Guardo la Toyota. Ha il vetro schiantato, inservibile.

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USCIRE DI SCENA

Ovvero: fa sempre comodo un buon avvocato

Central New York City, 6 agosto 2025

Kupper offrì i polsi. Il federale lo guardò interdetto. “Mister Kupper, non è necessario. È una semplice notifica per caccia impropria ed è stata consegnata non solo a lei, ma anche al committente principale…” Il federale controllò sul taccuino. “… giusto, De Chiesa. Pink Banner Club. Si tratterà di pagare una grossa penale. Non c’è bisogno di manette, mi creda.”

Il volto del magnate era una massa di carne. La pelle era di cera, gli occhi piccoli, senza espressione. Scaglie di vetro piantate sul volto di un animale di pezza. Un grosso formichiere, un cinghiale malato. Grosso animale grigiastro e peloso, comunque. La voce chiocciò: “E che ci fa un agente del Bureau assieme ai Notificatori?”.

Il federale si schermi. “Non sarei tenuto a rispondere. Ma se proprio le interessa, la caccia è da oggi Evento di Interesse Generale.”

Il federale fece un cenno di saluto e girò i tacchi. I Notificatori lo seguirono. Kupper rimase solo, separato dal mondo dalla scrivania in mogano.

Disastro, doppio disastro. In tempo reale o quasi gli analisti avevano decretato: sabotaggio. L’elicottero aveva fatto un bello schianto. Dopo solo mezz’ora, i Notificatori.

Kupper senior si accasciò sulla poltrona in cuoio bovino. Mandò lo sguardo oltre la finestra dello studio. Le divise della Sicurezza brillavano alla luce artificiale.

“Benvenuto nel team, avvocato.”

La faccia di De Chiesa era untuosa. La faccia di De Chiesa era lampadata. La polo Sergio Tacchini era aperta su una catena di platino e diamanti. La versione sportiva di De Chiesa era ancora più odiosa di quella ufficiale, decise l’avvocato Robert Loomis di Topeka, Arkansas.

“Siedi pure, vecchio mio.” Il sorriso di De Chiesa mostrava una chiostra di denti innaturali, appuntiti. Modificazione corporea di gran moda: status symbol per ricchi carnivori.

Lo sguardo di Loomis gelò il capo della mafia dei ristoratori. “Caccia impropria, se non sbaglio. Ti tiro fuori io. Dipende dal compenso.”

De Chiesa armeggiò con un panciuto bicchiere da cocktail. Una bionda in bikini e scaldamuscoli rossi attraversò la sala, sorrise agli uomini, sistemò tondi glutei su una cyclette. Loomis rivolse alla donna un cenno di saluto. La donna sorrise. De Chiesa si innervosì. “Doreen, ti prego. Dobbiamo lavorare. Ci distrai.”

Loomis aprì le braccia, sorrise. “A me non dà fastidio, De Chiesa.”

Il ristoratore si guardò attorno, imbarazzato. “Come vuoi, come vuoi. Dicevo: il tuo ruolo è importante, ma non centrale. Pago già una schiera di ottimi professionisti…” De Chiesa sputò il nocciolo di un’oliva, “… e il tuo è un ruolo preciso e molto tecnico, importante quanto vuoi… Non è che servi a tenermi fuori dalla galera, intendo.”

Un maggiordomo in chiassosa livrea entrò nella stanza. Doreen pedalava. De Chiesa trangugiava Martini. “I Notificatori, signore.”

De Chiesa posò il bicchiere. “Falli entrare.” Rivolse uno sguardo complice a Loomis. Vediamo che sai fare, bello.

Il Notificatore era imbarazzato, e ancora più l’uomo del Bureau.

“Approfittate delle scarse nozioni giuridiche del pubblico, come sempre. Ma per fortuna ci sono ancora garanzie in questo paese. Guardi qui, agente Fleischmann.” Loomis indicò con il dito un passaggio della notifica, lo tenne sotto lo sguardo inebetito dell’agente per una frazione di secondo, ritrasse mano e foglio dal campo visivo dell’interlocutore. “Il vizio di forma è evidente. Trasmetto il dato alla Centrale Legale-Costituzionale e vedremo chi ha ragione.” Loomis fece correre dita nervose su un palmare. De Chiesa guardava la scena a bocca aperta. Doreen, sulla cyclette, aveva rallentato il ritmo. Loomis attese per qualche secondo. Il palmare mandò una sequenza di note, stile marcetta marinara. Il responso era giunto. Trionfante, Loomis mostrò il palmare all’uomo del governo federale. Una scritta rossa, intermittente: NOTIFICA IRREGOLARE. VIZIO DI FORMA TIPO 15, CLASSE 03. RIAVVIARE PROCEDURA.

“Ecco, vede? Tra qualche istante dovrebbe arrivare l’ordine di rientro.”

Cosce, polpacci, scaldamuscoli e piedi di Doreen descrissero una lenta pedalata. L’agente Fleischmann sentì il comunicatore vibrare all’interno della giacca. Sistemò l’auricolare, arrossì. “Sì. Certo. Eseguo.” Fleischmann guardò De Chiesa e l’avvocato Loomis. Per buona misura, anche Doreen. Fece un cenno ai Notificatori. “Signori, buonasera.”

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NUBE DI FRAMMENTI

Ovvero: tocca a Justin e ai cinesi

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Un autore riferisce, pur deplorando la cosa, che gente venuta dalla Cina settentrionale, dove il cannibalismo si era diffuso in seguito alle guerre e alle carestie all’inizio del XII secolo, aveva aperto a Hangzhou un ristorante dove si serviva carne umana. I piatti di donna, di uomo vecchio, di ragazza e di bambino avevano ciascuno un suo nome, e venivano serviti come carne di montone, e la carne umana in generale veniva chiamata per eufemismo “montone a due zampe”.

(Jaques Gernet, La vita quotidiana in Cina alla vigilia dell’invasione mongola, 1983)

Wang toccò il nero sulla spalla e indicò un punto nel cielo, oltre il parabrezza. Justin levò lo sguardo in tempo per cogliere la scia nerastra. Per un istante gli occhi colsero l’elicottero avvitarsi verso terra. L’elicottero esplose in una nube di frammenti infuocati.

Justin deglutì.

“Bel botto.”

“È caduto sulla testa del nostro uomo, o poco più in là.”

Wang guardava l’orizzonte, assorto. Dawei aprì la portiera, uscì. Wang fece altrettanto, e girò attorno al cofano. Il vento portava puzza di bruciato. Dawei sedette sui talloni. La pistola, una vecchia colt, gli scivolò dalla tasca. Dawei la raccolse in fretta.

Era terreo.

Wang lo guardò senza espressione.

“Agente scelto Bomboko, prosegua. Incidente di Caccia causato da Azione di Caccia Impropria. Il reo John Smith Jones è incolume. Il sicario noto come Harry the Mod è deceduto. Il cacciatore Matleena Meyer è ferita e priva di sensi. Vi trovate a millecinquecento metri in linea d’aria dal corteo di Ananda Marvin, che si avvicina al luogo dell’impatto in direzione opposta alla vostra. L’analisi consiglia di impossessarsi del fuggiasco per accreditare la propria posizione nei confronti del bersaglio. Siete autorizzati all’eliminazione. John Smith Jones procede nella vostra direzione a bordo di un mezzo di trasporto noto come scooter, tipico di quest’area del Canada. Consigliamo…”

Bomboko imprecò, spense il comunicatore. “Ecco un nuovo modo di rischiare la pelle.”

Dawei rientrò, chiudendosi la portiera alle spalle con eccessiva veemenza. Wang sorrise. “La rischieresti comunque, no? E poi, non eravate amici tu e John Smith Jones?” Bomboko fissò il cinese. “Senti, io so tutto di te, tu sai tutto di me. Non mi impressioni, Wang. Conoscere una persona non è amicizia.”

Wang guardò Shin: espressione gelida. “Molto vero, Bomboko. Andiamo incontro al reo, dunque.” Justin fece una smorfia di disgusto. Avviò il motore e partì di scatto: le gomme stridettero sull’asfalto.

“E quanto a te, Dawei. Cerca di riprenderti. Sei bianco come un cencio.” Wang, maschio alfa della specie Canis Lupus Chinensis, sembrava nato per l’azione, Rambo dagli occhi a mandorla. Le froge si dilatavano, come quelle di un cavallo eccitato.

Dawei si schermì. “È il jet-lag, Wang.” L’Eroe Marziale lanciò uno sguardo di compatimento. Un’ombra fredda, maligna gli attraversò gli occhi. “Ci metterai nei guai, Dawei. Ne sono certo.”

Il tenente sudava. Gli occhi di Wang erano pezzi di ferro brunito. La voce era priva di inflessioni.

“Ehi, che cazzo state dicendo?” Justin odiava sentir parlare lingue diverse dall’inglese.

Wang fece un sorriso mellifluo. “Niente. Dawei si lamenta del jet-lag.”

26

CADILLAC

Ovvero: finalmente arriva Ananda

Contea di Hopetown, Canada, 5 agosto 2025

Il corteo si arrestò. Una dopo l’altra, le auto si disposero secondo una coreografia difensiva provata centinaia di volte. I militanti scesero, le armi spianate. I fedelissimi aprirono la portiera, aiutarono Ananda ad uscire. Ananda fece un cenno. Enormi guardaspalle annuirono, pronti a sorreggerlo: avrebbe provato a muoversi da solo, aiutato da un bastone d’avorio. L’occasione lo richiedeva.

Ananda Marvin, Ultima Speranza del genere umano, si guardò intorno. La fila di automobili si apriva a ventaglio, i fari accesi. Ananda non potè fare a meno di compiacersi per lo spettacolo di lusso e potenza che il FKF poteva mettere in scena. I negri amano le Cadillac, pensò Ananda. Luogo comune razzista, se concepito fuori della mente del leader. Constatazione ovvia, altrimenti.

I resti dell’elicottero mandavano un fumo denso, puzzolente. Dentro, due figure carbonizzate, una con le mani sui comandi. Sembravano manichini scampati a un incendio in qualche centro commerciale. Erano stati uomini, invece: avevano veduto questo mondo e quel che contiene.

Ananda distolse lo sguardo. Poco distante, Harry the Mod giaceva sfigurato. Pezzi di ossa e materia cerebrale sull’asfalto e sull’erba testimoniavano la precisione e l’efficienza dell’ammazzacarne.

JSJ era dotato di classe limpida, cristallina: Ananda dovette ammetterlo a se stesso. Provò a girare la carcassa con il bastone. L’impresa non riuscì. Un militante in giacca di pelle e basco rosso uscì in fretta dai ranghi e sistemò il corpo di Harry Jnana pancia all’aria. Ananda guardò il punto dove la faccia del rude boy aveva un tempo articolato parole, rivolto minacce e suppliche. La mandibola era stata portata via dalla furia equanime del Longfist. Pendeva attaccata per un lembo di tessuto tendineo.

Ananda mandò lo sguardo a indagare la cavità rossastra dove si aprivano laringe e trachea. Cercò di indovinarne i contorni anatomici prima dello schianto. Si chiese quanta carne umana fosse passata nel tubo, giù, fino alla viscere. Chissà perché, Ananda ebbe l’impressione che il volto sorridesse, nell’istante della morte.

“È viva, Fratello Fondatore.” Titolo onorifico che gli intimi usavano nei momenti importanti, quelli che sarebbero passati alla storia. Ananda sorrise: almeno un essere umano era scampato al macello. Un nemico, ridotto all’impotenza. Qualcuno con cui mostrarsi magnanimi. “E priva di sensi, ma respira.”

Ananda guardò gli uomini. “Nessuno ha un secchio d’acqua, dunque?”

Gli adepti risero.

Ananda osservò i lineamenti del volto. Le informazioni non chiarivano quali fossero le abitudini alimentari della donna. Nell’era cosmica precedente, se la memoria non falliva, Matleena non si era cibata di carne. Né U, né bovina o suina, e nemmeno, come si chiamavano? polli. La donna fu posta a sedere sul terreno.

Un militante giunse con una bottiglia d’acqua. Fresca acqua Icy Diamond – pura acqua di iceberg venne spruzzata sul volto. La donna si riprese. Gemette. Ananda ordinò: “In piedi”. Matleena venne sollevata a braccia. Con il pollice della destra, Marvin alzò il labbro superiore della donna. I denti erano puliti, regolari. Nessuna modificazione.

“Ti reputavo una signorina alla moda, Meyer. Invece, niente zanne da jet set.” La donna mormorò qualcosa.

“Non sento, più forte.”

Matleena mormorò un’imprecazione. Il volto di Ananda si distese. “Bene. Basta angustiare quest’essere. Verrà con noi. Proveremo a far ravvedere questa ragazza sviata.”

Gli adepti risero, trascinarono via la donna.

Il cielo era blu notte. Dai rottami, il fumo saliva ancora.

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BAMBOLA DI PEZZA

Ovvero: un incontro tra vecchi amici

Contea di Hopetown, Canada, 6 agosto 2025

Torno sui miei passi. Dopo circa tre miglia trovo il parcheggio cosparso di cadaveri e rottami. Laggiù c’è il mezzo che mi ha portato sin qui assieme al mio defunto persecutore: uno scooter italiano del secolo scorso, cromato. Il pneumatico anteriore è macchiato di sangue. Roba uscita dal corpo di uno sbirro canadese, ex-succo organico, larga pozza scura sull’asfalto: il corpo cromato del mezzo non ne è stato contaminato. Ho guidato una di queste trappole, una volta. Prima della Morìa, a CNYC.

Sbottono i 505 e mi metto a sedere. La sella cede, morbida sotto il peso. Con un paio di furiose tallonate avvio il motore.

Un volto mi guarda senza interesse dallo specchietto. Gli occhi cerchiati testimoniano mera presenza. Esserci, questo basta. Blanca imprigionata nei retrovisori, Blanca che ritorna nei sogni, Blanca che si accarezza la pancia. Lo sguardo dopo il volo, corpo schiantato sull’asfalto, membra piegate in modo innaturale. Bambola di pezza, sguardo di vacca di fronte al macellaio.

Quando si sparava dentro un branco di bisonti quello colpito a morte cadeva, gli altri non fuggivano. Sopravvivere a ogni costo non è sempre buona cosa. Sopravvivere a ogni costo è mera abitudine, come ficcarsi le dita nel naso.

Lo scooter e il carico di ossa e carne piegano sulla destra. La curva abbraccia un campo di grano.

All’imbocco del raggio d’asfalto, Justin rallentò.

Sputato dalla curva, John Smith Jones avanzava nella loro direzione. Justin frenò, aprì la portiera, schizzò fuori. I cinesi fecero altrettanto, dall’altra parte. Justin si gettò su John Smith Jones. JSJ sfrecciò, simile a un missile argenteo. Justin cadde sull’asfalto.

Il fuggiasco piegò lo scooter e lo lasciò scivolare sotto di sé. Manovra istintiva: JSJ spianò il Longfist e investì l’auto con una pioggia di piombo. Justin e i cinesi schizzarono via più veloci che poterono, gettandosi nel grano ancora alto. John Smith Jones levò il fucile in alto e cacciò un urlo. John Smith Jones sventagliò raffiche a destra e a manca, decapitando spighe su spighe. I proiettili fischiarono sulla testa di Justin e dei cinesi. Justin imprecò tra i denti. Attese, cercando di controllare il ritmo del respiro. Udì il rumore tossicchiante dello scooter. Attese ancora, una trentina di secondi. Si alzò da terra, cauto. I cinesi, dall’altra parte della strada, fecero altrettanto. John Smith Jones era una schiena via via più lontana. La luce del tramonto aveva venature blu notte.

Wang apparve al di sopra delle spighe. Dawei si pulì la giacca con le mani, con cura. Justin girò attorno all’auto per esaminarla. Spalancò le braccia. “A piedi, compagni.” Wang Zhichen sorrise. “A piedi, compagno Bomboko. Ma dove?” Justin indicò con il dito lì punto dell’orizzonte dove saliva un fumo nero. Wang affettò un tono educato. “Scusa, agente Bomboko, ma finiamo in bocca al nostro uomo, e ai suoi… Come si dice? Sgherri, giusto?” Il sorriso del cinese era indisponente. Justin tagliò corto. “Hai un piano migliore? Prima o poi dovremo affrontare la questione.”

Dawei si intromise. “Se il profilo psicologico che ho studiato è coerente, il negro cercherà di cooptare anche noi.”

Wang scosse il capo. “Non sopravvalutare lo zelo missionario del nostro uomo. Ho io un piano migliore.” Wang ficcò la mano nella tasca dei jeans. Estrasse una piccola rivoltella da difesa. Sorrise. Mostrò l’arma a Justin e a Dawei. Tirò il grilletto senza puntare.

Dawei cadde: occhi sbarrati, un foro rossastro al centro della fronte.

Il cervello dirige carne, ossa e mezzo di trasporto a forza di automatismi. Gli occhi non distinguono più i contorni degli oggetti: accendo i fari dello scooter e ringrazio il cielo che il coglione mod ne ha aggiunti svariati, là davanti. Il fascio di luce attira insetti. Spiaccicati sul vetro dei fari, sui bandoni. Sui vestiti e sulla faccia di JSJ.

Le parole del vecchio, dell’ubriacone, dell’uomo che vede il passato mi attraversano la mente. Il professor Brewer, certo. Ecco chi. Membro della specie Homo sapiens, ultima sopravvissuta tra varie specie umane concorrenti. Homo rudolfensis, Homo habilis, Homo ergaster. Esseri capaci di pensiero simbolico. Esseri che si nutrivano di carne. La carne assicura vigoria, coesione tra i cacciatori, vittoria sui non-carnivori. Esseri umani mangiano altri esseri umani.

Le luci di New Hindi Town attendono alla fine della strada.

Wang teneva il negro sotto tiro. Wang continuava a sorridere. D’improvviso, l’eroe mutò espressione: un muro bianco, nessun punto di riferimento, solo lineamenti enigmatici. Justin deglutì. Guardò il corpo del cinese steso nell’erba. Braccia aperte, sembrava guardare le stelle. Il volto era privo di espressione.

“Non ti agitare, Bomboko. Il piano è semplice. Il sottoscritto è matto, no? Wang Zhichen ha una gran voglia di passare al nemico. La retorica del FKF ha fatto breccia in una costituzione psicologica che tende all’esaltazione. Così scriverai nel rapporto. Dawei ha cercato di impedire che Justin Bomboko e l’Eroe Marziale si consegnassero a Marvin. Quindi, Wang lo ha fatto secco.” Wang fece una pausa. Rimise l’arma nella tasca. “Dobbiamo eliminare Marvin, no? Coraggio, agente Bomboko. La vita è dura.”

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“QUESTA È LA VESPA DI HARRY!”

Ovvero: di tutti i posti…

New Hindi Town, Canada, 6 agosto 2025

“Certo, conosco bene Harry Jnana. Tutti lo conosciamo, qui. Sappiamo anche il lavoro che fa e io, beh… Non voglio giudicarlo, certo. È legale, no? Quindi chi sono io per…” Il padrone del pub ostentava scioltezza, ma la telecamera lo intimidiva. Si torse il baffo destro con un gesto rapido e proseguì: “E comunque, se vuoi sapere che ne pensiamo qui degli abbracciacarne e altre stronzate… Perché c’è la faccenda del negro comunista, no?”. Il giornalista annuì, un sorriso stampato in volto. Questa roba era oro: buona per far sobbalzare sulle sedie tutti gli odiosi liberal della costa est, nel prime tinte.

Uno degli skinhead interpose la faccia tra quella del sikh e la camera. “Non ci piacciono i negri comunisti, qui. E non ci piace neanche Harry Jnana, giusto? Ora hai avuto la tua intervista quindi perché non…”

Il signor Jnana cambiò canale. Il reverendo Blight tuonava contro abbracciacarne comunisti e contro il governo federale, che non faceva nulla di concreto per fermare il contagio. Ribadiva che un buon modo per opporsi al disastro era nutrirsi con – la ricca minestra del reverendo Blight. I soldi finanziavano la crociata. E di soldi il fratello Augustus Miller, ad esempio, ne aveva già versati tanti: perché non seguire il suo esempio? Il fratello Miller era emigrato… Il signor Jnana premette sul telecomando. La conduttrice di un programma medico avvertiva: l’abuso di Cao Dai One provoca squilibri ormonali in grado di indurre desiderio di cibi particolari. Alcuni di questi cibi possono provocare malattie: la carne U, per esempio, è spesso contaminata da parassiti, come la tenia. I consumatori non devono dimenticare la profilassi annuale con Wealthex(r): una pastiglia al mese previene quella che in Nuova Guinea veniva definita febbre…

Il signor Jnana cambiò canale. Un tizio si scagliava contro il cinismo dei Ricostruttori, il partito al governo. L’interlocutore rispondeva che lo stato di salute del pianeta era molto migliorato, negli ultimi anni. Niente più effetto serra da deiezioni bovine. Quando la Cina sarebbe passata all’idrogeno liquido o all’alcool etilico, il problema sarebbe stato risolto. L’umanità aveva di che sfamarsi. Niente più cereali per impinguare macchine da carne. Il sistema si muoveva proprio nella direzione auspicata dagli ecologisti: il sistema era basato su delicati equilibri, per questo era pericoloso sottrarre un tassello all’impalcatura.

Il padre di Harry Jnana detestava le metafore architettoniche e non era interessato alla politica del paese confinante. Il signor Jnana cambiò canale.

Il corpo privo di vita di Harry Jnana occupava lo schermo. Era privo di pantaloni. Un lago di sangue bagnava la terra. Il giornalista avvertiva il collega nel pub che Harry the Mod era morto, che JSJ era di nuovo in fuga.

Il signor Jnana spense il televisore.

Bert Dasgupta scese dallo scooter in preda a tetri pensieri. Così Harry, il compagno d’infanzia, non c’era più. È andato incontro al suo destino, pensò. Com’è che lo chiama il vecchio… Karma, certo. Una sensazione opprimente gravava al centro del petto. Bert non aveva mai provato niente di simile, prima. Attraversò il vialetto a spinta, per evitare le reprimende paterne. Ehi. La serranda della rimessa era semiaperta. Cazzo. Non era la vespa di Harry, quella? Bert fu percorso da un brivido. Doveva essere il bastardo che aveva ammazzato Harry. L’ammazzacarne di Central New York City.

Ma che ci faceva nella sua rimessa, a pochi metri dalla casa di Harry? Bert deglutì, incapace di muoversi.

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UN LIBRO RIMANE CHIUSO

Ovvero: Kupper si è rotto il cazzo

Central New York City, 6 agosto 2025

Il monaco sorrideva stolido. Vecchio straccione: un’onda d’odio cieco passò nella mente di Frederick Kupper. Con circospezione, girò il libro in modo che il volto nella foto non fosse visibile. Kupper trattenne il respiro: la casa era muta. Fuori gli alberi – sequoia, eucalipti, noci americani – muovevano le cime nella brezza.

Il libro sembrava dotato di una facoltà attrattiva. Il libro esigeva d’essere aperto. E letto.

No, non è possibile migliorare. Kupper si alzò di scatto dalla poltrona. Attraversò sale e stanze come inseguito da creditori, o fantasmi.

Scese le scale. Da qualche giorno, accusava sintomi di claustrofobia. Kupper uscì dal maniero. Gli uomini della sicurezza guardarono interdetti. Kupper era senza cravatta.

Kupper fece un cenno agli uomini: niente scorta. Kupper camminava a larghi passi, come chi ha deciso di muoversi per regolare un conto. Guardò eucalipti e sequoie. Scosse il capo. Fuori, il respiro caldo e mefitico della città. Kupper fermò un taxi. Entrò, chiuse lo sportello con gesto imperioso. L’autista girò il capo, forse preoccupato per la tenuta della portiera. L’indirizzo venne pronunciato con estrema secchezza. L’autista si volse, l’auto partì.

Nel traffico ordinato in meticolose colonne Kupper potè ascoltare con attenzione la voce che sembrava sorgere dalle viscere. Kupper era portato all’analisi, anche se di rado aveva rivolto tale facoltà contro se stesso. La voce era incessante. Non era un ordine, nemmeno un suggerimento: era una specie di sentenza. Pronunciata da un io interiore che aveva cessato di udire molto tempo prima, e a dispetto della terribilità dell’esortazione, Kupper fu grato al fato come quando si ritrova un amico dopo molti anni. Kupper cominciò a distendersi. La voce era ragionevole. La voce lo spingeva a fare la cosa giusta. La voce rappresentava la parte migliore rinchiusa nel corpo di carnivoro. Nel corpo avvolto in panni costosi. La via si apriva chiara allo sguardo: rescindere i vincoli, liberare se stesso dalla tirannia dei legami: il figlio morto ammazzato, i familiari, il corpo, l’insensata abitudine al chiacchiericcio interiore e agli sbalzi emotivi stereotipati che aveva sempre considerato la propria personalità.

Kupper si è rotto il cazzo. Il magnate sorrise. La frase dettata dalla voce interiore era definitiva. Riassuntiva. Il taxi si fermò. Kupper mise in mano all’autista una banconota da cento DEN e uscì senza aspettare il resto. L’autista spalancò la bocca e balbettò un ringraziamento. Kupper camminò a larghi passi tra la folla. Gli ingressi dell’Empire State brulicavano di gente. Il posto era di moda. Tutto quel che sapeva di passato era di moda. Cose del tempo delle vacche vive, pensò Kupper. Quanto ci mettevano gli ascensori per arrivare all’ultimo piano?

Ehi. Il piano faceva acqua. La claustrofobia poteva rovinare tutto. Kupper deglutì.

No, avrebbe tenuto duro. Questione di pochi minuti. La claustrofobia poteva mutarsi in esaltazione: l’ultima altalena emotiva. L’ascensore spalancò le porte, la folla entrò. Al centro della massa di corpi, Kupper sorrise.

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QUESTIONI FILOSOFICHE

Ovvero: sassolini dalle scarpe

New Hindi Town, Canada, 6 agosto 2025

La casa aveva le finestre al piano terra illuminate. Prima di decidere per la rimessa, ho guardato all’interno. Un vecchio indiano dormiva con la testa sul tavolo della cucina. Sul tavolo c’era una bottiglia. Whisky Mekong. Ho girato tutt’attorno all’edificio. La rimessa poteva andare. Forse potrò dormire.

La rimessa è ingombra di oggetti. Puzzo di meccanica, fetore d’uomini.

Dietro una Mini Cooper originale, fila di scooter fiammanti. La zona è abitata da gente ricca. Alle pareti, immagini di artisti del passato. Diana Ross e The Supremes. Smokey Robinson e The Miracles. The Who. The Action. James Brown. The Jam. Un’Union Jack. Dietro la fila di scooter, una scansia metallica. Stacco l’Union Jack dal muro, mi sistemo sotto l’ultimo scaffale. Mi copro con la bandiera.

Ananda parlava a pochi centimetri dal volto, reggendo il vecchio compagno per il mento, l’altra mano a sostenere la nuca. La baracca di legno dove lui e gli altri avevano mangiato il tacchino freddo puzzava di legno marcio. Erano lì per davvero, proprio in quell’istante: non si trattava di ricordi, il passato non c’entrava. Ananda grasso, bianco di pelle, come se la materia vivente del corpo traboccante fosse fatta di zucchero, di canditi, di latte, di puro ghee – roba del tempo delle vacche vive. John Smith Jones magro, abbronzato. Carne innervata da veloci tiranti, architettura d’ossa in equilibrio dinamico, gambe come stantuffi pronti alla fuga.

I tratti sudanesi di Ananda facevano a pugni con il colorito più-che-caucasico. “Che c’è da ridere, John Smith? Non hai ancora capito? La Sostanza muove gli spiriti del corpo, distrugge l’equilibrio dei cinque elementi, fa sì che una voglia oscena prevalga: carne, John Smith, carne U. E l’unico modo per stornare tale voglia è riempirsi di cibo ipercalorico, mangiare dolci e ancora dolci, senza sosta, per tutto il giorno.”

Nel corpo di sogno, John Smith divenne sprezzante. “Non è più facile una bistecca ogni tanto?”

Il John Smith onirico parlava come un mangiacarne da bar, un essere pieno di carne di cane e gatto, uno di quelli che John Smith disprezzava. Ananda, odioso e petulante, incalzò: “E allora perché tu non mangi carne, John Smith?”.

“Semplice, negro. Ho imparato che un pusher non deve usare la roba che spaccia. Me l’hai insegnato tu, qui dentro, ricordi?”

Sonny X rise. Wilfredo guardò Ananda cercando di capire quelle motivazioni, di farle proprie. Ananda considerò il passato: Sonny X e Wilfredo erano bolle di schiuma sulla risacca, nubi sul cielo estivo spinte dal gioco dei venti. Sonny X e Wilfredo erano nomi. Sonny X e Wilfredo Gomez erano il ricordo di un contenuto energetico. Sonny X e Wilfredo Gomez sparirono.

Ananda lasciò il capo di John Smith. Si alzò in piedi. John Smith picchiò la nuca contro le assi annerite.

“Ho visto un tizio vestito come te. Testa-di-verme dice che mi devi dare qualcosa.”

Ananda avvampò. “Tu non sei un uomo. I tuoi ricordi sono fittizi. Per questo non riesci a rintracciare un solo evento significativo nella tua vita. Per questo hai la sensazione di aver portato a spasso un cadavere per anni, John Smith. Perché sei un cadavere, in un certo senso. Sei un mio piano, un progetto… una macchinazione. Mi appartieni. Te lo chiedo di nuovo: per quale motivo non mangi carne? Il motivo vero, John Smith.”

L’ammazzacarne esitò. Qualcosa di simile a una folata di vento fece vibrare i contorni della scena. La grassa figura di Ananda si sfaldò come un castello di sabbia.

Seduto in cima a una collina, John Smith vide il cielo fino all’orizzonte riempirsi di figure umane: oceano infinito di esseri, muti, assorti. JSJ analizzò la questione. Vediamo, non posso aver ucciso tutta quella gente. Fece un calcolo approssimativo. In sei anni di attività, poteva avere ucciso al massimo duecento persone. Che volevano da lui tutti quegli altri? Decise di chiederlo ad alta voce.

“Che volete da me?”

Un boato si alzò dall’oceano di volti. “Sei tu che ci stai vedendo. Chi siamo noi per te?” dissero milioni di voci. John Smith Jones non aveva risposte, come sempre.

Il boato si acquietò. Una figura avanzò, vestita in modo impeccabile. Scese dal cielo in pochi passi, come dalla scaletta di un aereo. Indossava l’abito che Ananda aveva prediletto, nei giorni felici dell’era trascorsa. La figura saliva lungo il crinale della collina.

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DEIDEOLOGIZZATORE

Ovvero: Matleena si arrende,

Quartier Generale del Free Karma Food, Canada orientale,

6 agosto 2025

L’ambiente era familiare. Una chaise longue occupava il centro di un cubicolo confortevole, ingombro di apparecchiature. La luce opalescente metteva di buon umore: erano le sostanze che nuotavano nel sangue. Benessere assoluto, interno d’utero profumato. Elettrodi connettevano le tempie a una plancia, comandi e quadranti. Sembrava l’interno di un Dream Center, a parte qualche minimo particolare, e quella avrebbe potuto essere una regressione Cao Dai. Forse Matleena stava occupando un luogo nella memoria, forse tutta la vicenda era una proiezione: ricordi distorti che avevano preso la consistenza di eventi futuri.

No, sembrava troppo coerente. Anche per una buona regressione in un Dream Center di prim’ordine, come quello sulla Novantesima, o quello a Hoboken…

Sul monitor apparve il volto di Ananda: i dubbi vennero fugati. “Se l’ambiente sembra familiare, Meyer, è perché abbiamo utilizzato i piani di fabbricazione dei cubicoli Dream Center.” Matleena mormorò: “Novantesima…”. Ananda fece un espressione sorpresa. “Esatto, Meyer. Vedo che sei ben informata. È la replica del cubicolo DC sulla Novantesima. Ti trovi dentro un deideologizzatore. Nome carino, non trovi? L’esperienza sarà piacevole.”

Matleena sorrise, colma di beatitudine. Udì la propria voce puntualizzare: “Non ho dato l’assenso, mi sembra”.

Ananda sorrise. “Come no, Meyer. Guarda.”

L’ultima speranza dell’umanità agitò un foglio di plastica. L’inquadratura chiuse sulle ultime righe. C’era una firma. Matleena la riconobbe come sua. “Tutto legale, eh? Consolante.” La donna chiuse gli occhi e sorrise. Perché lottare? Se c’era un motivo al mondo, Matleena Meyer l’aveva dimenticato.

Matleena odiava assistere a quegli scambi. Ma le liti tra Blanca e John Smith erano ineluttabili, scandivano il tempo come le fasi di un orologio a pendolo. Blanca, però, era morta. Sono dentro un deideologizzatore, realizzò Matleena. Ma quello era veramente il passato, così come era impresso nelle piste neuronali, nelle circonvoluzioni della materia cerebrale, nelle pieghe dell’anima.

Blanca, magrissima, scandiva le parole senza alcuna fretta. La calma studiata aggiungeva tensione.

“Tu scambi per stile una patologia. In altre parole sei paranoico.”

Blanca sorrideva, gelida.

“Rischi di perdere un buon cliente per una fissazione paranoica.” La voce articolava le parole con lentezza.

“Perché sei paranoico, John Smith Jones.”

Blanca fissò un punto oltre la nuca di JSJ.

A suggello, la donna indugiò con lo sguardo sulle scarpe oscenamente terse dell’uomo. Si alzò dal letto. Raccattò lo scialle dal comodino Ikea. Percorse la scena ad ampi passi.

“John Smith Jones è un uomo puntuale. John Smith Jones sente puzza di bruciato. John Smith Jones ha l’istinto, ha talento, è il migliore.” Le sillabe uscirono simili a un cigolio. “Ora ti toccherà qualche altro lavoro di merda per qualche italiano.” Le sillabe furono pronunciate con disprezzo.

Nel cubicolo da regressione Matleena fu percorsa da una dolorosa contrazione.

Blanca prese fiato. “Quello era il giro grosso. La via d’uscita, capisci?” Indicò la propria tempia con l’indice della destra.

I capelli neri scendevano in disordine sulle spalle. Occhi cerchiati, neri, sguardo da tossica di Nuvola 18 deeply in love con la Sostanza.

Blanca scosse il capo. “Ti rendi conto! Un tizio della Bai Long…”

JSJ cercò di mostrarsi sicuro. “Un pezzo grosso della Bai Long non avrebbe mai tardato. Era una trappola.”

Blanca sfoderò uno sguardo di duro compatimento. “Davvero? Secondo me, invece, John Smith Jones ha appena mandato a fare in culo un bel po’ di denaro.”

Blanca fece un sorriso. Prima di infilare la porta si fermò.

“Beh, JSJ Vaffanculo a te, allora.”

La tenebra in cui nuotava si aprì di nuovo: ecco il mondo. Il mondo di prima. Matleena si sentì invadere da una disperazione impotente.

Era come se un regista chimico avesse assegnato alle scene un rapporto di causa-effetto. Lungo piano-sequenza: il corpo di Blanca era inerte. Intatto. Gli occhi sembravano guardare il cielo. Un filo di sangue dalle narici testimoniava la tragedia.

John Smith fu preso dalla nausea.

Sull’asfalto, la gonna a fiori si era aperta come un ventaglio. Le gambe si piegavano in un angolo innaturale.

La gente aveva formato un capannello. Bisogna chiamare la Dissuasiva, stava dicendo qualcuno. John Smith spianò il Longfist e digrignò i denti. Il cerchio della folla si aprì. JSJ trascinò via le spoglie.

Il vento faceva mulinelli. Foglie e cartacce danzavano.

Il cielo di Central City era gravido di pioggia.

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LA VENDETTA

Ovvero: l’ultimo a morire

New Hindi Town, Canada, 7 agosto 2025

We’re standing in the shadows

where the in-crowd meet

we’re all dressed down for the evening

we hate the punk élite.

So take me to your leaders

because it’s time you realize…

That this is the time, the time for action,

time to be seen

time to be seen.

(Secret Affair, Time for Action, 1979)

Bert avanzò di un passo. Il cuore batteva forte. Bert si interrogò sul da farsi. Chiamare gli sbirri: Bert espirò con forza. No, escluso. Non lo avrebbe mai fatto. Se gli altri lo avessero saputo, la vita sarebbe stata un inferno. Entrare in casa, avvertire il padre: inutile. Il vecchio era sbronzo come ogni venerdì sera. Andarsene giù in città, fare finta di niente e augurarsi che l’ospite sparisse prima del ritorno: Bert considerò l’ultima opzione. La trovò attraente. Appoggiò la schiena alla parete esterna in finto legno. Frugò nelle tasche: niente sigarette. Notò una macchia d’unto sui jeans. Bert imprecò sottovoce. Quel tizio magro che vendeva hot dog sul carrettino a pedali: poco cane, molto ketchup, pane incapace di trattenere carne e sugo.

Il bastardo nella rimessa aveva centrato la testa di Harry the Mod. L’immagine di Harry sdraiato nel proprio sangue, circondato dalla poltiglia di ossa e cervella occupò la mente per lunghi istanti.

Bert vide Harry prendere a pugni Billy Mc Coy: il biondo lo tormentava da mesi. Non bastava essere ricchi, per essere accettati. Occorreva essere bianchi, a quel tempo. Bert e Harry erano stati tra i primi ad arrivare, dopo la catastrofe. Insieme al ragazzino che si era messo a vendere hot dog. Lui pedalava: non si era mai capito come fosse arrivato fin lì. Ricco non era, e non aveva genitori. Il ragazzino sgobbava. Harry e Bert andavano a scuola. Tra i primi paki ad arrivare, tra i primi a subire: Harry era stato il primo a ribellarsi, però.

Bert tornò sui suoi passi. Sollevò la sella dello scooter. Estrasse un set di cacciavite. Scelse il più grosso. Sarebbe stato divertente.

Per qualche motivo la sigla di Hawaii 5-0 echeggiò nella testa. Bert sentì l’aria invadere i polmoni, inspirazione dopo inspirazione. Era una bella sensazione: strano che ci si faccia l’abitudine. Bert optò per niente strategia, niente tattica. Attacco frontale. Urlare all’impazzata. Fare un casino infernale. Qualcuno su in alto, se esisteva, avrebbe provveduto.

Era un mod. La mandibola penzolava sul petto, attaccata al cranio per un lembo di tessuto tendineo. La mandibola oscillava a ogni passo, copriva e scopriva il nodo della cravatta. Al posto della parte inferiore della faccia si apriva una cavità rossastra. Lembi di tessuto decoravano la ferita, qualche dente era rimasto attaccato all’arcata superiore. Tutto sommato, il mod sembrava in buona forma. Non peggio che dopo un allnighter, Northern Soul e anfetamina: occhi vivaci brillavano sulla pelle scura, al di sopra del buco maligno da cui usciva ed entrava l’aria. Il mod indossava un abito verde per niente filologico: sembrava qualcosa da pappone nero, circa 1973. Il mod si parò a gambe aperte di fronte a JSJ. Riassestò la mandibola con due mani. Un pezzo di faccia mancava comunque. Dal buco la voce uscì innaturale. “Che cosa dovrei farti ora? Guarda che hai combinato.” Gli occhi del mod sorrisero. Il tono della voce divenne quasi bonario. “Beh, non ti posso fare niente, è chiaro. Pare che ci sia un’usanza, qui. Insomma, visto che sono l’ultimo che hai ammazzato dovrei tormentarti il sonno o cose del genere. Dirti quel che accadrà, hai presente? Beh, senti questa: uno stronzetto punjabi ti pianterà venti centimetri di acciaio nel cuore. Il cuore cesserà di battere. E ci vedremo qui da noi, te l’assicuro.”

La sera aveva un sapore dolciastro. Lower East era lontana pochi piani. Se ne percepiva il rumore di fondo. “Non vali più un cazzo, Jack.” Gli occhi erano vuoti. Glauchi. Laghi ghiacciati. Il fumo della sigaretta ascendeva a spirali. Il divano di pelle era teso sotto il gravame del corpo.

John Smith Jones non levò il capo dalla caffettiera. Avvitare quell’aggeggio era l’unica cosa buona da fare. Blanca proseguì. “Non vali proprio un cazzo in genere, anzi. Non vali un cazzo perché davvero non vali un cazzo.” Blanca aspirò una boccata. Le occhiaie sembravano una maschera di guerra. Dakini nera, nuda e irata. “In questo senso, e solo in questo, non sei nemmeno una delusione.”

John Smith Jones asciugò le mani nel grembiule. Sotto, torso nudo, un paio di 501 stracciati, All Star. Blanca si alzò dal divano. “E dire che oggi sei carino. Mi ricordi un certo John Smith Jones, di Coney Island, che venne a stare a Lower East.”

John Smith Jones captò il profumo di lei, vicinissimo. Levò la caffettiera dal fuoco. Il sorriso di Blanca era amaro.

Bert Dasgupta, età diciotto anni, famiglia originaria di Amritsar (una delle città del Nord dell’India spazzate via dal vento atomico) era vestito con un paio di Levi’s 501, desert boots grigi, felpa Lonsdale grigia. Aveva una macchia di sugo e carne sui jeans: aveva intenzione di vendicare un amico. Il metabolismo non recava segni recenti di abuso di sostanze: aveva fumato tetracannabitolo di sintesi due giorni prima, poi nient’altro. Bert si piegò sulle ginocchia e sollevò la serranda con tutta la forza che aveva. Fragore metallico: Bert entrò nella rimessa urlando come un ossesso. D’istinto, corse verso lo scaffale, travolgendo la fila di scooter, incespicando.

Mi sveglio di colpo. La voce di Harry the Mod echeggia ancora. Picchio il capo contro lo scaffale. Rotolo sul fianco destro, avvolto nell’Union Jack. Come una palla da bowling sui birilli: sento un corpo che cade. Io e il corpo rotoliamo avvinghiati. Sparo, alla cieca. I colpi perforano scaffali e soffitto. Il corpo vibra colpi all’impazzata. L’Union Jack si macchia di sangue. Sparo ancora.

Mi libero del peso che mi grava addosso e della bandiera insanguinata. Il cacciavite deve aver perforato un polmone. Tremo. Cerco di mettermi in piedi. Ce la faccio, così provo a muovermi di un passo. Crollo a terra, di traverso. Il pedale di una Vespa rally si conficca nell’inguine. Perfetto. Bel lavoro, stronzetto mod. John Smith Jones, il più famoso ammazzacarne degli Stati, in fuga da ottanta ore, perde conoscenza.

33

TE LO AVEVO DETTO, ANANDA

Ovvero: go dead a bush

Quartier Generale del Free Karma Food, Canada orientale,

7 agosto 2025

Ananda chiamò ad alta voce. “Ascension, John Coltrane.” Il computer da riproduzione audio lanciò nell’aria profumata della limo note dissonanti, mistiche, malate. Coltrane sarebbe morto due anni dopo la registrazione. Il sax vibrò una nota acutissima. Un velo si squarciò. Esseri senzienti morivano: Marvin fu preso dall’angoscia. Ebbe una visione chiara, distinta: John Smith ferito a morte. Il futuro dell’organizzazione compromesso. Non ci sarebbe stato alcun passaggio di consegne, nessuna trasmissione d’energia.

Ananda comprese miliardi di implicazioni in un istante.

Il cuore cessò di battere.

Fuori, gli uomini della cerchia interna ammutolirono. Senza fare parola, entrarono nel rifugio dell’Ultima Speranza. Il rapporto sulle condizioni dell’ex-cacciatrice Matleena Meyer fu posato con delicatezza sulla scrivania. Gli occhi privi di vita di Ananda sembravano fissare una vecchia foto sulla parete. Il giovane leader, insieme a tutti i suoi amici. Mostrava all’obiettivo l’immagine di un guru dalla faccia di bambino.

Gli uomini chinarono il capo. Il più anziano prese la parola.

“La peggiore catastrofe che può investire un essere umano è morire da solo, in isolamento, non amato né compianto. Nelle campagne delle Indie occidentali la peggior maledizione è “Go dead a bush”: vai nei boschi, a morire come una bestia, solo, fuori dalla società, dalla comunità, dalle amicizie, dalle parentele. Per noi africani, è la peggior sorte immaginabile.” Il militante fece una pausa. “Noi siamo qui. Non è stata la tua sorte, dunque.”

Il sax vibrava sempre più alto, lontano. Trascendere significa uscire da sé, dai limiti della propria condizione: l’anima dell’Uomo avrebbe forse faticato a liberarsi di un corpo ingombrante, si sarebbe incamminata seguendo le note.

34

WANG PERDE LA STRADA

Ovvero: la strada perde Wang

Distretto agricolo di New Hindi Town, 7 agosto 2025

Augustus Miller, a dispetto del nome da negro, era bianco. Eccome: veniva dagli Stati, la zona attorno a Madison, WI. Era un cheesehead. Testa-di-formaggio, origini tedesche o olandesi, chissà. Stessa razza, comunque. E, a proposito di razza: si era trasferito lassù perché era stanco dell’andazzo giù a casa. Negri, comunisti, abbracciacarne e merda varia. Voleva starsene solo. Con la famiglia e miglia e miglia quadrate di nulla attorno. Il nulla erano i campi di grano dell’azienda agricola Miller & Sons. Aveva lavorato duro. Non aveva guardato in faccia a nessuno. Ora aveva ventidue uomini e cinquantasei servomeccanismi a lavorare per lui.

Unico neo: la zona si era riempita di paki. Mezzo paese si era riempito di paki. Ma sembravano meno invadenti del previsto. Era gente ricca, o quasi, del resto. Augustus Miller aveva deciso che quel posto, quell’angolo di mondo era la sua casa.

Ora due estranei stavano camminando nei suoi campi. Il cicalino collegato al rilevatore di estranei mandava Yankee Doodle: lo schermo mostrava due puntini in movimento. Chi è che cammina nel mio campo? Augustus Miller si lisciò la barba. Scelse un fucile a pompa. Uscì dalla baracca di legno dove amava dormire, d’estate, lontano da donne e servi. Salì su un vecchio Grand Cherokee. Il fuoristrada luccicava alla luce della lampadina della veranda.

Non erano lontani. Circa un paio di miglia.

Wang si fermò di colpo. Deglutì. Justin lo interrogò con lo sguardo. “Ananda è vicino. Lo sento.”

“Che intendi dire?”

Wang era terreo. “Niente di personale contro Dawei, credimi.” Wang si guardò attorno. La luce della luna aiutava a non mettere il piede in fallo, ma non concedeva molto altro. Wang sedette. “Non c’è fretta. Davvero. Ci stanno venendo a prendere.”

Justin sentì i peli sulla schiena drizzarsi. Le ginocchia tremarono. Il cinese è pazzo, pensò.

Justin si guardò intorno. Fuggì a gambe levate.

Wang si alzò, fece per rincorrerlo. Automatismo inutile: il negro era sparito nel buio. Wang scosse il capo. Sedette, il piede sinistro sopra la gamba destra. Pochi istanti dopo, Wang udì un fucile tuonare.

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TANTA BUONA CARNE

Ovvero: niente, niente più

Distretto agricolo di New Hindi Town, 7 agosto 2025

Augustus Miller si grattò la testa. I fari del fuoristrada illuminavano le stoppie. La carcassa del negro giaceva riversa nel cono di luce. La carcassa non era nemmeno troppo rovinata. Augustus Miller si maledisse. Avrebbe dovuto prendere il pick-up: non poteva portar via la carne, avrebbe macchiato di sangue la tappezzeria del Grand C. Poco male. Una volta sistemato l’altro intruso, sarebbe tornato a prendere i corpi. Quella era la sua terra, con tutto quel che conteneva.

Augustus Miller salì sul fuoristrada. Avviò il motore. Sullo schermo, una luce intermittente lampeggiava: l’altro bastardo era fermo, immobile, circa milleduecento yarde più a nord. Cercava di passare inosservato, lo stronzo. Augustus Miller sorrise e si convinse che i 55.000 DEN dell’impianto di rilevazione erano stati un bell’investimento. La vecchia avrebbe taciuto, una buona volta. Anche perché alla vecchia la carne piaceva. E c’era molta carne sul negro. Si trattava solo di pagare Fourier perché chiudesse un occhio… Doveva ricordarsi di tenere un buon taglio per lo sbirro. A chi potevano interessare due vagabondi del cazzo?

Augustus Miller era di buon umore. Il vecchio Remington a pompa era una sicurezza, e la caccia era divertente. Meno pericolosa che dar dietro alle alci.

Paranthropus boisei: aveva mascelle possenti, dotate di enormi molari adattati a quella che si suppone fosse una dieta di tipo vegetariano. Il suo cranio è massiccio, ma non è dato sapere se questo ominide fosse più grande degli australopitechi.

Homo rudolfensis: era un ominide dotato di cervello relativamente grande, a giudicare dal celebre cranio KNM-ER 1470. La testa era quindi diversa da quella di Homo habilis, dotato di cranio più piccolo, ma le sue proporzioni corporee sono in realtà sconosciute.

Homo habilis: è stato così denominato in quanto ritenuto l’autore degli utensili litici di 1,8 milioni di anni fa scoperti a Olduvai, in Tanzania. Questo ominide otteneva schegge taglienti percuotendo ciottoli l’uno contro l’altro.

Homo ergaster: talvolta chiamato “Homo erectus africano” aveva un cranio alto e arrotondato e uno scheletro simile a quello degli esseri umani moderni. Sebbene Homo ergaster con ogni evidenza si nutrisse di carne, i suoi denti masticatori sono piccoli.

Wang avvertì il rumore del motore. Si alzò in piedi. Il mezzo procedeva a fari spenti. Era duecento metri circa di fronte a lui. Wang accarezzò il Longfist. Puntò.

Augustus Miller vide la traccia rossa del laser di puntamento centrare il parabrezza. Frenò di colpo, fece per innestare la retro. Guardò nel retrovisore. Sulla fronte un’asola rossa faceva da ponte per il metallo che lo avrebbe portato via da questa sfera d’esistenza. La raffica arrivò, rabbiosa. La scatola cranica del fattore esplose in mille frammenti.

Wang gettò l’arma nelle stoppie. Sedette sui talloni. Inspirò: l’aria riempì i polmoni e il Dan Tian, oltre il diaframma. Espirò dalle labbra socchiuse.

Dalla profondità delle orme si può dedurre la forza delle gambe di un uomo, e la sua abilità in combattimento. I passi dell’Eroe Marziale erano leggeri e decisi. L’aria vibrò. Una sensazione maligna scorreva nelle ossa e nella carne. Si fermò all’altezza dell’inguine.

Il cielo roteava sulla testa, come una scheggia turchese, e produceva un rumore assordante. Wang portò le mani al cavallo dei pantaloni. Annaspò, cercando aria con cui riempire i polmoni. La Dama Celeste aveva bisogno di carne. Wang sentì il pene ritrarsi.

L’invenzione da parte di Homo ergaster della cosiddetta ascia a mano bifacciale presuppone il rispetto di una simmetria, ed è quindi la prima testimonianza di un’immagine mentale cui l’esecutore si sarebbe attenuto.

36

GIRARE IN TONDO

Ovvero: JSJ sogna il passato

New Hindi Town, Canada, 8 agosto 2025

La porta si chiude con un cigolio.

I cardini sostengono vecchie assi annerite. Architrave di legno nero. Patina di fumo e merda ricopre ogni cosa.

Il rumore della serratura, fatica di vecchi meccanismi. Justin cala la spranga. Passi si allontanano.

Tra non molte ore, ci scaglieremo contro la porta con la forza della disperazione. Astinenza, claustrofobia.

Rabbia di essere nati proprio qui, proprio così come siamo.

Un negro grasso. Un altro negro, di stazza ciclopica, ancora robusto. Un portoricano dall’aria sprezzante.

Più sozzo di tutti, il sottoscritto. Feccia bianca. John Smith Jones.

Se la spranga non reggerà alla furia di noi disperati, usciremo. L’aria salmastra del fiume ferirà le narici e riempirà i polmoni. Percepiremo tutto questo come una vittoria, e moriremo presto, uno alla volta.

Stillicidio.

Gocce d’acqua si condensano all’interno della baracca, l’umidità filtra attraverso le assi.

Le guardo cadere. Si gettano in un precipizio, caduta libera: alla fine del volo, acqua si aggiunge ad acqua.

Se la spranga reggerà, rimarremo chiusi a respirare il nostro odore, odore malsano di tacchino freddo.

Sonny è seduto in un angolo, sul pavimento. I bicipiti si contraggono ritmicamente. Tic nervosi: Sonny sbadiglia e si stira. Ananda si è portato i conforti di cui ha bisogno: scatole di biscotti danesi, tavolette di cioccolato, libri, blocco per appunti. Un’immagine sacra indiana. Il poster dei Knicks. Un mucchio di cd.

Wilfredo alle prese con la Play Station, il suo gioco preferito: Tao Feng. Quadri su quadri di kung fu, sesso, violenza.

Siamo dentro da trenta minuti. Qui incomincia la nuova vita.

Ananda ama giocare forte.

Si è chiuso qui insieme a me.

C’è stato un tempo in cui eravamo amici. Le gang ci hanno diviso. Nuvola 18 ci ha prostrato e unito di nuovo. L’idea è stata sua, ma Ananda non è qui solo per sopravvivere: Ananda punta in alto. Ananda è ossessionato dal potere personale. Ananda ha sempre cercato di far funzionare il cervello. Ha provato anche a insegnarci come si fa. Per me, è troppo dura.

Ananda suda come un porco: scatole sventrate lo attorniano, briciole di biscotti sulla tunica africana. Ananda tiene la cuffia sulle orecchie.

Starà ascoltando la solita roba da mal di testa. Archie Shepp, probabilmente.

Una falena picchia ritmicamente contro la lampadina. La luce è gialla, malata, bagna gli occupanti della baracca, risuona con i vuoti e i buchi dell’anima.

Sto male. Mi contorco. Ho vomitato l’anima nello Hudson attraverso la botola sul pavimento. La mia anima è in viaggio per l’oceano. Seguendo il gioco delle correnti, gelerà nel mare della Nuova Scozia o vedrà il vecchio continente.

Anche gli altri stanno male. Sonny ha picchiato contro la porta per un’ora. Le spallate non hanno incrinato la tempra della spranga d’acciaio. Se anche i supporti reggono, vivremo. Wilfredo bestemmiava e insultava Justin, dall’altra parte. Negro. Nigeriano del cazzo. Finirai per fare lo sbirro, è quello che meriti.

Tossisco. Ho freddo, sudo succhi maligni. Un ubriaco pesta il pugno contro la porta. Forse gli abbiamo sottratto il rifugio. Dove cazzo è Justin, urla Wilfredo. Ananda siede, occhi chiusi, schiena poggiata sulle assi della parete che dà sul molo. Cuffie incollate alle orecchie. Messicano del cazzo, urla Wilfredo. Ehi, come fai a sapere che è messicano? chiede Sonny.

La voce dell’ubriaco intona una canzone.

Si porque tomo tequila, mañana tomo jerez.

Si porque me ves borracho, mañana ya no me ves.

Valentina, Valentina, rendido estoy a tus pies.

Si me han de matar mañana, que me maten de una vez.

È La Valentina. Una canzone messicana. Wilfredo sorride. Sonny si gratta il capo.

Ananda apre gli occhi. I guerrieri vivono con la morte accanto, dice.

I passi dell’ubriaco si allontanano.

Ce la faremo.

37

INCONTRO ALL’ALBA

Ovvero: niente più, niente

New Hindi Town, Canada, 8 agosto 2025

La colonna si fermò. Molti veicoli più avanti, un passaggio a livello bloccava la fila in marcia verso sud.

Rodgers mise la fronte sul volante e sospirò.

“Cristo. Ho paura, Bonnemain.”

Bonnemain fece un sorrisino tirato.

“È di che? È come se fossimo scortati.”

Il camion delle consegne, fiancata bucherellata e condizionamento d’aria fuori uso, era finito in mezzo al flusso funebre di lamiere blindate, corpi afroamericani, giacche di cuoio, Longfist, rimpianto, orgoglio e lamentazioni che riportava Ananda a casa. Si procedeva a passo d’uomo. Alcuni militanti erano scesi dalle auto per controllare chi occupasse il veicolo che aveva svoltato l’angolo sbagliato. Rodgers e Bonnemain erano stati vagliati, esaminati, scannerizzati senza una parola. Il comitato di crisi del FKF/ASLN aveva preso una decisione veloce. Una decisione in puro stile FKF.

A scortare il corpo del leader nell’ultimo viaggio ci sarebbe stato anche un camion per le consegne di carne. Il gesto era simbolico. Anche se era difficile capire cosa simboleggiasse.

Sandeep Pandit entrò nella rimessa. Il fascio di luce della torcia illuminava il teatro di una lotta mortale. Sandeep Pandit scostò il corpo di Bert Dasgupta con il piede per aprire un varco al proprio passaggio. Guardò il volto del ragazzo. Si grattò il capo. Fece una smorfia di disappunto: aveva perduto uno dei migliori clienti.

Sollevò l’Union Jack bagnata di sangue. Vide il volto di JSJ. Il bastardo respirava ancora, ma se non gli fossero state prestate cure mediche al più presto ci sarebbe stato un newyorchese di meno sotto il cielo. Sandeep Pandit estrasse un barattolo di vetro dalla tasca. Cosparse le mani di una sorta di unguento. Passò le palme sulle tempie dell’ammazzacarne.

JSJ rantolò. Era terreo. Aveva perduto litri di sangue. Ma era vivo. JSJ biascicò qualcosa. Sandeep Pandit sorrise e fece cenno di tacere. Espirando, si piegò sulle gambe e sollevò gli ottanta chili di carne con uno sforzo appena percettibile.

Sandeep uscì alla luce. “Ora ti porto in ospedale. Ma prima abbiamo un appuntamento.”

L’azienda di Sandeep Pandit comprendeva: una cucina montata su ruote espinta da pedali, qualche chilo di carne di cane ridotta a salsicciotti, pane, senape e ketchup, uno stereo portatile. Dalle microcasse usciva un ritmo nero come gli incubi di un matricida. “For God’s sake, you got to give more power to the people…” L’azienda non andava male, anche se la morte del ragazzino significava due hot dog di meno al giorno. Sandeep pedalava, cucinava, preparava hot dog, li vendeva. Sandeep aveva sistemato il corpo di JSJ in modo da riuscire a pedalare. Il ragazzo era allenato: l’azienda su ruote si muoveva verso i limiti della città. L’alba era rosa e azzurra. Alti sull’orizzonte, immensi cumulonembi preannunciavano pioggia.

Sandeep Pandit fermò il veicolo-cucina. Scese di sella e sollevò il capo di JSJ.

“Guarda.” Era un ordine, fermo e dolce. Lungo la strada avanzava un corteo funebre.

Appendice

Il capro senza peli:

guida pratica alla macellazione

della carcassa umana

1

Seguiremo il procedimento passo a passo fornendo tutte le indicazioni utili. Non esiste un solo metodo per portare a termine l’operazione: occorre ricordare che, a differenza degli animali da carne del passato, la struttura ossea e muscolare dell’uomo non è ottimale, almeno in certe aree del corpo (cinto scapolare, soprattutto). È quindi più facile ottenere buoni tagli da grandi ungulati come alce, gaur o banteng. Ma con cura, pazienza ed esercizio, anche voi potrete diventare provetti macellai U.

2

L’uomo, noto nella storia dell’arte culinaria col nome di “lungo maiale” o “capro senza peli”, non è sempre stato considerato fonte proteica adeguata. Ragioni di tipo religioso-superstizioso ne ostacolavano il consumo, o almeno il consumo alla luce del sole. La costituzione fisica della bestia non è del resto delle più adatte. Osservando l’anatomia e lo scheletro, si può notare come l’animale non sia costruito, almeno in apparenza, per fornire carne. Ne è proibito l’allevamento a scopo alimentare e quindi non sono state selezionare varietà con maggior percentuale di carne per peso complessivo. Le ossa pelviche e le scapole ostacolano il taglio in zone importanti della carcassa. Esistono vantaggi, tuttavia, che derivano proprio dalla costituzione specifica dell’animale. L’esemplare tipico pesa tra le 100 e le 200 libbre, e può essere manipolato con facilità da una persona in accettabile forma fisica.

3

È della massima importanza scegliere accuratamente la carne. La qualità varia da individuo a individuo, in base a genere, età e razza. Gli esseri umani, in più, sono soggetti a un gran numero di malattie e infezioni, avvelenamenti da diete improprie e sostanze chimiche nocive. Quando l’animale invecchia la carne indurisce e diventa stopposa. Bovini e suini, ricordiamo, venivano abbattuti molto giovani proprio per evitare l’indurimento. È sempre preferibile un individuo giovane, purché anatomicamente maturo e in buona salute. La carne appena venata di grasso è la più gustosa. Noi preferiamo giovani femmine caucasiche intorno ai vent’anni, ma si tratta di gusti, e i gusti, come sappiamo, variano alquanto.

4

Il macellaio avrà bisogno di spazio sufficiente per lavorare la carcassa (suggeriamo una sistemazione in interni) e di un largo tavolo. Un supporto centrale più alto della testa e adatto ad appendere l’animale deve essere installato prima di affrontare la macellazione. Catini e secchi capienti torneranno utili per raccogliere il sangue. Occorre poi una fonte d’acqua corrente nelle immediate vicinanze del tavolo da lavoro. La maggior parte dell’operazione può essere eseguita con pochi, semplici attrezzi: un set di coltelli a lama corta e lunga, una mannaia e una sega possono bastare.

5

Preparazione dell’animale, Entrare in possesso del soggetto dipende da voi. La freschezza della carne è importantissima: un essere umano vivo tenuto in cattività costituisce una scelta ottimale, anche se una situazione così favorevole è piuttosto rara. Nel caso ciò sia possibile, accertatevi che l’animale non abbia assunto cibo nelle ultime 48 ore, e che abbia bevuto molta acqua. Ciò aiuterà a purgare il corpo da tossine ed escrementi, e renderà dissanguamento e pulizia più agevoli e veloci.

In condizioni ideali, l’esemplare dovrà essere reso incosciente. Violenti colpi al cranio, oppure uno strangolamento, restano le soluzioni migliori: non ci sentiamo di consigliare droghe e tranquillanti perché potrebbero alterare in modo spiacevole il gusto della carne. Se non è possibile tramortire l’animale senza eccitarlo e indurlo a difendersi (cosa che pomperebbe un maggior volume di sangue e di sostanze come l’adrenalina attraverso tutto il corpo), un sìngolo proiettile in mezzo alla fronte o alla nuca sarà sufficiente.

6

Sospensione. Una volta ucciso o reso incosciente l’animale si è pronti per appenderlo, Si legheranno i polsi e le caviglie ai supporti fissati in precedenza: il supporto più adatto è una trave posta longitudinalmente al di sopra del piano di lavoro. Alcuni preferiscono appendere la carcassa per i piedi, inserendo ganci da macellaio nel tendine d’Achille: in tal caso le gambe dovranno essere tenute larghe più dell’ampiezza delle spalle, e le braccia lasciate penzolare in modo che non intralcino la macellazione e siano pronte per essere recise. È più facile lavorare se i piedi dell’animale vengono a trovarsi leggermente più in alto della testa del macellaio.

7

Dissanguamento. Sistemare un recipiente largo al di sotto della testa dell’animale. Con un coltello a lama lunga, penetrare nella gola su un lato della mascella e tagliare con decisione da orecchio a orecchio. Le arterie carotidi interna ed esterna verranno aperte. Se l’animale non è ancora morto, questa sarà l’operazione definitiva. Dopo uno spruzzo iniziale, il flusso dovrebbe stabilizzarsi e potrete convogliare il sangue all’interno del recipiente. Il drenaggio può essere aiutato massaggiando le estremità in direzione del tronco e comprimendo lo stomaco. Un esemplare adulto contiene almeno sei litri di sangue. Non c’è alcun utilizzo per tale fluido, tranne che per scopi rituali. Se bevuto, nella maggior parte dei soggetti agisce come emetico.

8

Decapitazione. Quando il flusso del sangue rallenta, si può rimuovere la testa. Proseguire il taglio attorno al collo, dalla mascella alla parte posteriore del cranio. Una volta recisi muscoli e legamenti, la testa può essere asportata di netto con un secco movimento di torsione, avendo cura di afferrarla saldamente da ambo i lati. La separazione si produce nel punto in cui la spina dorsale si innesta nel cranio. Tale procedimento – tagliare prima attraverso muscoli e legamenti con un coltello in modo da esporre ossa o articolazioni – può essere seguito per altre partì anatomiche, servendosi eventualmente di una mannaia o di una sega. Non raccomandiamo di conservare la testa come trofeo per tutta una serie di buone ragioni, Primo, il trofeo potrebbe attirare l’attenzione sul suo possessore, che potrebbe esserne entrato in possesso con metodi non legali o non strettamente legali. In più, una pulizia completa del cranio è assai difficoltosa a causa dell’ingente massa cerebrale che caratterizza l’animale in questione, difficile da rimuovere senza aprire il cranio. Il cervello, poi, non è generalmente considerato appetibile. Nel caso decidiate di conservare il cranio, rimuovere occhi e lingua, scuoiare la testa e sistemarla all’aperto, in una gabbia di filo d’acciaio. La gabbia permetterà ai parassiti e ai necrofagi più piccoli (vermi e formiche) di compiere il loro lavoro e impedirà a parassiti più grandi (cani e bambini) di rubare il futuro trofeo. Dopo un congruo periodo di tempo, immergete il cranio in una soluzione di acqua e varechina e bollite il’tutto per sterilizzarlo e lavare via lembi di tessuto eventualmente ancora attaccati all’osso.

9

Dopo aver rimosso la testa, lavare abbondantemente la carcassa con acqua corrente. Dal momento che non esiste un vero e proprio mercato per le pelli umane, non è necessario prestare particolare cura alla rimozione dell’epidermide, e questo facilita alquanto l’operazione. La pelle è infatti un organo assai esteso, e scuoiando la carcassa non solo esporrete la configurazione dei vari gruppi muscolari, ma vi libererete anche dei peli e delle ghiandole sebacee e sudoripare. Occorre usare un coltello a lama corta per non recidere muscoli e visceri. La pelle è formata da due strati, uno esterno più sottile e uno interno più spesso. Mantenete la lama il più orizzontale possibile in modo da rimuovere il tessuto connettivo. Un ostacolo che vi si presenterà sono i genitali esterni. Se l’animale è maschio, si potrà senz’altro recidere pene e scroto, se è femmina si potrà fare lo stesso con le grandi labbra. È importante non toccare l’ano, e lasciare un’area attorno allo sfintere rivestita di pelle. Non ci si deve occupare dei piedi, che possono semplicemente essere recisi: alcuni trovano particolarmente gustose le mani, ma ottenerne carne commestibile a sufficienza è riservato ai macellai più esperti. La pelle è invece adatta a preparazioni gustose e facili, Un esempio: bollite le strisce di pelle e spellate lo strato più esterno. Tagliate le strisce in pezzi della grandezza desiderata e friggete in olio abbondante. Cospargeteli di sale e aglio, oppure paprika o pepe di cayenna.

10

Sventramento. Il passo seguente consiste nello sventramento, vale a dire l’asportazione completa degli organi interni dalla carcassa. Per incominciare, occorre tagliare dal plesso solare quasi fino all’ano. Occorre stare attenti a non tagliare gli intestini: questo contaminerebbe tutta l’area con feci e batteri fecali. Un buon modo di evitare questo inconveniente è quello di usare il coltello con la punta rivolta verso l’esterno, e tagliare con cura e lentezza.

Tagliare attorno all’ano. Con una sega, tagliare e asportare l’osso pubico. La parte inferiore del corpo è ora completamente accessibile: possiamo estrarre gli organi interni (intestini, reni, fegato e polmoni) per poi separarli dalla parete posteriore del corpo.

11

Una volta asportate le interiora, si può procedere all’ottenimento dei tagli. L’animale in questione offre la possibilità di ottenere tutti i tradizionali tagli dì macelleria; a seconda del sesso e della complessione del soggetto varierà anche la prelibatezza di un’area o dell’altra. Le cosce si prestano all’ottenimento di bistecche, un individuo muscoloso offrirà ottime costate, eccetera. Il procedimento di taglio è in tutto analogo a quello utilizzato per altri animali da carne di dimensione simile o maggiore; rinviamo a un manuale specifico sull’argomento. Le difficoltà vere sono state tutte descritte e affrontate; l’ottenimento di tagli perfetti dalla carcassa umana è demandato all’abilità nell’uso del coltello: tale abilità non può essere insegnata con la parola stampata, occorre provare e riprovare.

Per quanto riguarda la preparazione dei tagli, rimandiamo a uno qualsiasi dei molti ottimi ricettari in commercio; la carne U si presta in modo eccellente a complesse preparazioni orientali, ma costituirà la portata centrale e più gradita anche nel caso sceglieste un umile spezzatino o uno stufato.

Buon lavoro e buon appetito

da: www.liberliber.it