Ida Baccini – Un baratto – Dal quaderno d’una fanciulla

Quand’ero bambina, i miei genitori solevano passare qualche mese in certa loro villetta del Casentino, dov’era un gran bello stare, tanto per l’aria pura e balsamica, quanto per la vita semplice e alla buona che menavamo.
Là, affinchè le vacanze non mi facessero dimenticare del tutto quelle po’ di cosuccie imparate a Firenze, mi mettevano a scuola da una povera vecchia, secca allampanata, che ai suoi tempi, dicevano, aveva avuto del ben d’Iddio, ma che poi, per detto e fatto di un figliuolaccio discolo, s’era ridotta al verde.
La prima mattina che andai a scuola da lei, la mamma mi aveva messo nel panierino una bella fetta di pan bianco con un grosso grappolo d’uva salamanna. Quando furono le undici, la signora Maddalena ci dette il permesso di merendare.
Lei, poverina, aprì la cassetta del vecchio tavolino intarlato e tirò fuori un gran cantuccio di pane nero, tanto duro e risecchito che pareva di legno. Io mi sentii turbata, e siccome mi trovavo proprio accanto a lei, non sapevo risolvermi a levar dal paniere il mio pane bianco, con quell’uva fresca. Mi pareva che la vista di quelle buone cose dovesse affliggerla o ricordarle i suoi bei tempi.
A un tratto mi venne un’idea, un’idea da bambine. Richiusi il paniere e ripresi il mio ago torto.
– Perchè non mangia? mi chiese la signora Maddalena. – La poverina ci dava del lei.
– Sono stizzita con la zia, risposi senza alzare il capo.
– Perchè? Si è scordata di darle la merenda?
– Tutt’altro! Guardi! – E cavai fuori la mia colazione. Gli è che quando sono in campagna, non farei altro che mangiare pane scuro, proprio di quello nero, da contadini. Ha un sapore! E la zia si ostina a volermelo dar bianco.
– La mamma vorrà così, osservò la maestra.
– La mamma? risposi con vivacità. Oh la mamma non bada a queste sciocchezze; sa che sono sana e ha caro, anzi, che mi avvezzi a mangiare di tutto.
La signora Maddalena era diventata rossa e rigirava il suo cantuccio tra le mani con aria indecisa.
– Non vuol dire, ripresi con simulata rassegnazione. Non mangerò. Per un giorno non si muore.

– Se il mio non fosse così duro…. balbettò la povera vecchia.
Non la lasciai finire.
– Sarebbe così gentile da barattarlo col mio? dissi tutta contenta. E senza darle tempo di rispondere, eseguii il cambio.
Restava l’uva. Ma ormai il coraggio era venuto.
– Senta com’è buona l’uva della nostra vigna, dissi porgendogliene la metà. Glie l’avrei data tutta, ma avevo paura d’offenderla.
Io, volete crederlo, bambine? Io divorai l’enorme cantuccio come se fosse stato un boccone solo.
E da quel giorno, non avrei potuto più merendare senza il pane della maestra.

Povera signora Maddalena! Lei che aveva portato tante privazioni, tanti stenti, tante vergogne: lei che aveva patito la fame senza lamentarsi e senza chiedere un soldo a nessuno, non potè reggere al dolore di sapere il figliuolo in carcere. Entrò a letto con un gran febbrone e morì col suo nome sulle labbra. A me, poi, che le prestavo qualche piccolo servigio e passavo gran parte del giorno al suo capezzale, fece un cenno con la mano e balbettò: – Ah birichina!… –
Che il buon Dio le avesse già raccontato tutto?

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