Rapporto tra caporalato e riduzione in schiavitù. Annullata la prima sentenza

“È una ingiustizia, hanno vinto i caporali”. Così ha commentato Yvan Sagnet, ex ingegnere, bracciante e ora Presidente dell’Associazione NoCap, la sentenza dell’8 aprile scorso con la quale la Corte di Assise di Lecce ha assolto 11 su 13 persone condannate in primo grado nell’ambito del processo Sabr, per sfruttamento dei braccianti impiegati dal 2008 all’agosto del 2011 nella raccolta di prodotti ortofrutticoli nelle campagne di Nardò, in Salento.
La nuova decisione dei giudici ha completamente ribaltato la storica sentenza del 13 luglio 2017 (qui il testo) con la quale i giudici avevano attribuito a 13, tra imprenditori e intermediari, i reati di “associazione per delinquere, intermediazione illecita di manodopera, estorsione, violenza privata” e più in generale avevano riconosciuto “l’esistenza di una struttura criminale articolata, finalizzata al reclutamento di cittadini extracomunitari da destinare allo sfruttamento lavorativo nel settore agricolo”: il caporalato. I giudici avevano tenuto a specificare inoltre che “a questo modello “liquido” e resistente di impresa non importano il colore della pelle del lavoratore, i suoi tratti estetici e etici o la sua condizione giuridica, quanto, invece, la sua fragilità sociale, la sua vulnerabilità e ricattabilità, tanto da sfociare talvolta in forme contemporanee – e a volte anche antiche – di riduzione in schiavitù o servitù”. Per questi motivi, e in mancanza di una normativa ad hoc, il caporalato veniva fatto ricadere nella fattispecie di riduzione in schiavitù, inglobando al suo interno tutte le altre fattispecie di reato richieste.
Si era trattato della prima sentenza, in Italia, a riconoscere il reato di riduzione in schiavitù in un procedimento giudiziario concernente il mondo del lavoro.
Nonostante ciò i giudici della stessa Corte hanno, in seconda istanza, accolto la tesi della difesa fondata sul presupposto che il reato di schiavitù, all’epoca dei fatti, sebbene fosse previsto dal Codice Penale (art. 600) non era ancora disciplinato dalla legislazione italiana.
La legge contro il caporalato, risale infatti a poco più di due anni fa (legge n. 199/2016). La nuova disciplina, intendendo il caporalato come intermediazione illegale e sfruttamento lavorativo, prevalentemente in agricoltura, ha modificato la formulazione dell’art. 603-bis c. p., con l’obiettivo di ampliarne l’ambito di applicazione, prevalentemente semplificando alcuni indici di sfruttamento. Ad esempio l’utilizzo della violenza o della minaccia, prima requisito necessario, oggi rappresenta solo un’aggravante di reato. È prevista inoltre la perseguibilità penale non solo di chi recluta manodopera a scopo di sfruttamento ma anche del datore di lavoro che la impiega, a prescindere dall’intermediazione. Le pene per tali reati vanno dalla reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato.
Nonostante l’entrata in vigore della nuova disciplina il problema del caporalato in Italia è sempre più attuale. L’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio PR della CGIL (vedi qui) evidenzia che sono tra 400.000/430.000 i lavoratori agricoli esposti al rischio di entrare nel sistema del caporalato e 30.000 le aziende che ricorrono all’intermediazione tramite caporale (corrispondente a circa il 25% del totale delle aziende presenti sul territorio italiano che impiegano manodopera dipendente), per un business pari a 4,8 miliardi di euro e 1,8 miliardi di evasione contributiva.
La disciplina anti-caporalato è sicuramente necessaria ma si dimostra comunque insufficiente, specie a fronte dalla vigente normativa in materia di immigrazione e accoglienza, poiché mancano reali controlli e perché le vittime sono spesso troppo deboli e troppo ricattabili per denunciare, per non parlare delle difficoltà economiche che si riscontrano nel dover sostenere una causa penale.
Decisioni come quella dell’8 aprile hanno il risultato di rendere ancora più incerto l’accesso alla giustizia.
Anche per questo, i migranti che avevano presentato denuncia e avevano testimoniato, tra i quali Yvan Sagnet, si sono detti pronti ad ricorrere in Cassazione.

Roberta Salzano

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