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Virgilia d’Andrea – Ecco, Fante, la Patria immensa e grande

Ecco, Fante, la patria immensa e grande,
E l’avvenire e i fulgidi ideali…
Ad ogni passo si discopre un morto

Dal cor strappato e livido e contorto,
E sopra il teschio ghignano i pugnali
Che vi piantan, passando, armate bande.

Ecco, Fante, la patria altera e forte
Ed il valore e l’epiche passioni!
Stridon, sinistri, i ferri e le ritorte
E grondan sangue vivo le prigioni.

Ed or ritenta l’emigrante il mare…
E ne l’angoscia, tacito riprova,
Senza riposo, l’àncora a levare…
E cerca attorno una speranza nuova.

Alzati, Fante, e sfolgorante al sole,
Rovescia il forte che ti preme il cuore,
Mentre il tuo volto màcero guardiamo…

E riscuoti la folla al tuo richiamo,
Che senza pace e senza onore muore…
Ed il suo canto rigermogli al sole.

Virgilia d’Andrea – Ed ogni donna il suo dolore porti

Ed ogni donna il suo dolore porti
E ridistenda il suo funesto lutto.
Poi, sulle braccia, risollevi i morti
Per rifare l’ordito ampio distrutto.

Vibri la folla e al ciel levi la fronte
E la febbre risenta del cammino…
Chè su l’azzurro e insormontato monte
S’impenna, ancora, il vìndice destino.

E voli, e voli, e voli, ala possente,
Il suo gran canto, dai raccolti steli,
E pulsi, fiera, libera e fremente,

Assorba, il sangue, dai corruschi cieli,
Ricada, in fior, su l’aspettante gente
E i cuor ravvolga di pietosi veli.

Rimini, Gennaio 1922.

Virgilia d’Andrea – A bordo della Pietro Gori

“Senti”, mi dissero in quel pomeriggio alcuni amici, “è entrata ieri nel porto la nave Pietro Gori”.
Un gran fascio di garofani vivi metteva una macchia rossa fra le mani di uno di essi.
“Noi vi andremo e tu porterai questi fiori e dirai qualche cosa di lui”.
Io guardai i compagni ad uno ad uno e non dissi parola. Sorrisi, un poco commossa.
“Non dire di no” riprese un giovanetto esile e biondo, arrossendo leggermente. “Vi è tanto sole e tanto mare”.
Io pensavo alle ultime notizie apprese dai giornali.
Ancora delle devastazioni, delle distruzioni, dei morti.
“E la gita sarà piena di poesia. Parlare di Gori sulla nave che porta il suo nome. Non vi pensi, dunque?” aggiunse allegramente un altro.
Io continuavo a guardare, tacendo, quelle giovinezze limpide e serene. Le imaginai spezzate sotto la tempesta e mi sentii soavemente materna.
Nulla ancora aveva turbato il loro spirito; nessuna speranza si era in esse velata. Pareva che camminando fra le tombe, risorgessero più salde, alimentate dal sangue dei morti.
E continuavo a pensare a quelli che erano stati pugnalati nella notte. Dovevano aver tanta sete d’un bacio tenero e buono; dovevano pensare alla tenerezza d’una piccola, cara mano che si poggiasse, dolce e affettuosa, sopra la fronte arsa dal delirio.
Si era verso la metà del 1922. Ancora qualche mese e poi il più puro degli adolescenti nostri avrebbe agonizzato, entro un cerchio di luce, sui selci della piccola città immersa nel lutto.
Si capiva di essere alla fine purtroppo; ma ci si ostinava ancora in quelle disperate “tournèes” senza riposo.
Forse per non sentire l’agonia dell’ora.
Oramai una cosa era ben certa. Una rivoltellata al petto, o una randellata che ti portasse via la testa.
Ma alla vita, chi più pensava alla vita allora?
Ed infatti che valore ha essa quando tutto si spegne in te: quando ogni giorno ti porta il nome di un agonizzante: quando ti volgi indietro e conti un altro caduto: quando ti guardi attorno e vedi un altro viso impallidire: quando un’altra bocca si chiude, e un’altra voce più non risponde alla tua, e tu senti che cammini verso il vuoto e che all’animo, se pur potrà sopravvivere, non resta che bere l’assenzio d’un tormento che tu non conosci?
L’un dopo l’altro balzammo nelle piccole barche che cantarellavano a riva.
Un battere improvviso di remi: una fresca, giovanile risata, e via sullo zaffiro come sulle onde d’un sogno senza nube.
L’Adriatico era in una di quelle sue meravigliose giornate di bellezza, che sanano ogni male ed ammalano di dolcezza ogni pensiero.
A ricordarlo oggi, dopo anni di nebbie e di grigiore del nord, sembra quasi impossibile che il sole possa risplendere d’un nitore così fulgido, e che dal cielo possa discendere una così magnifica cascata di faville azzurre.
La bella nave trepida e ansiosa, ansante amata e sicura che distende all’amore le sue chiome e tutta l’anima sua, rideva ravvolta nell’oro, sorbendo, dell’infinito, l’acre e insidioso profumo.
Gli amici presi dal fascino dell’ora intonarono un canto delle animose lotte d’un tempo.
Non vi era ancora nel palpito delle loro gole quella penosa nota di sofferenza e di nostalgia, che vi ho raccolto più tardi, lungo le solitarie vie dell’esilio.
Non vi era ancora nel tepore dei loro accenti quel tenue velo di pianto che vi ho sentito più tardi, allorchè ognuno di noi se n’è andato spezzato per i sentieri senza ritorno.
Non vi era ancora, nel sorriso luminoso di quei giovani, quell’amara ombra che vi ho veduto qualche anno appresso, allorchè nelle pupille di ognuno di essi si è proiettato lo sguardo fisso d’un morto; allorchè l’animo di ogni fanciullo si è lacerato attraverso i confini, e si è sperduto nella immensa vastità del mondo, dove più nessuno gli ha detto una parola di bene.
Cantavano fra i seni dell’Adriatico tutte le sue sirene.
La città bianca e ridente snodava i suoi veli dentro quella giornata di sogno: vagando essa stessa come sogno lungo le verdi ondulazioni dei colli. Rorida e fresca fra l’abbraccio che non ha fine del cielo e del mare.
Del mare, che in umiltà le sfiorava e le baciava i piedi.
Del cielo, che orgoglioso le metteva sulla fronte un diadema di sole.
Nella sala di aspetto un gran ritratto di Pietro Gori ci accolse con quel suo caratteristico sorriso fatto di tristezze e di lontananze.
La comitiva si fece d’un tratto silenziosa.
Profumo di ricordi?
Malìa che viene da ogni sguardo che si è spento?
Improvviso raccoglimento di spirito davanti a qualcuno, a qualcosa che è parte di noi stessi?
Impossibilità di parlare davanti ad una forza misteriosa, che ti vince e ti fa piegare la fronte?
Io mi ero rifugiata nell’angolo più lontano della sala, tanto male mi faceva il cuore.
E cominciavo a provare una sensazione strana, un sentimento di vergogna per avere le braccia cariche di quei garofani rossi.
Perchè gli avevamo portato dei fiori mentre la terra si copriva di morti?
Perchè eravamo andati verso di lui con anima leggera, mentre avremmo dovuto raccogliere in noi tutto il martirio di quella terribile ora e dire a lui, nella più grande umiltà: Donaci la luce?
Il capitano della nave apparve semplice, sorridente, abbronzato.
Qualcuno pronunciò il mio nome
Ah! sì… vero… io dovevo farmi avanti e parlare.
Parlare? Ma come, ma in che modo se in me tutto piangeva?
Parlare? Ma come, ma in che modo se l’animo mi si era avvinghiato alla carne per chiuderle la bocca, ed evitare che dicesse una sillaba, una sillaba sola di profanazione?
Io sollevai le braccia, e tesi al capitano il gran fascio di fiori. Poi cercai la voce nella gola. Essa era stretta in un nodo di lacrime. Impossibile poterla liberare da quella mano che la serrava e la imprigionava.
Mi si era cristallizzato dentro, d’improvviso, l’immenso affanno che ci percuoteva da anni.
Quante inutili lotte! Quante amare rinunce! Quanti… come lui, come lui precocemente finiti da una vita di lotte, di prigioni, di esilio…
Ora quel qualcosa che mi pesava nello spirito come nube agghiacciata, si andava pian piano fondendo, e grosse lacrime mi velarono gli occhi.
Comprese la ragione del mio turbamento quel giovane semplice e rude che, di certo, si era preparato ad ascoltare un agghindato discorso di circostanza?
Io penso che forse no.
Egli era abituato a parlare col mare, e spesse volte il mare è più semplice del cuore umano. Compresero i miei compagni?
Non so. Ma uno di essi, un meridionale, prese il mio posto e parlò a lungo, tanto a lungo che qualcuno cominciò furtivamente a tirargli la giacca perchè si tacesse.
Adesso si ritornava a riva ed il mare si era fatto più chiaro e più quieto.
Pareva avesse messo a tacere i palpiti, e che nel silenzio dormisse.
Anche gli occhi dei miei compagni pareva si fossero lavati nella serenità dell’azzurro.
E le loro voci avevano una inflessione nuova di bontà e di dedizione: quell’inflessione di chi a fior di labbra pronuncia, come in preghiera, un nome dolcemente adorato.
Io non potevo distogliere lo sguardo dal bel nome rilevato a prora: Pietro Gori.
Pareva si animasse, e si ricomponesse, in quel pallido volto che aveva la tristezza delle lontananze inafferrabili.
Ecco… non era più la nave che avrebbe ripreso a solcare tutti i mari.
Era lui, lui che riviveva, che tornava nell’ora in cui tutto crollava, che faceva rifiorire le strade col suo sguardo di poeta.
Quando l’elica si mise a fremere scuotendo tutte le acque, io provai un bisogno imperioso di salutare con un bacio. Non lo feci.
Due sole parole mi vennero alle labbra: In ginocchio.
Non le dissi.
Ebbi timore di non essere compresa.
Ma dal bel nome rilevato a prora venne a me un gran fascio di azzurro:
“No, non si perde quando il suo nome salpa tutti i mari.
“No, non si muore quando i morti, i caduti, gli smarriti, i randagi hanno una fiamma così viva attorno alla quale darsi convegno nella notte senza stelle”.
Oggi, dopo tanto scrosciar di tempesta; oggi che ognuno di noi si domanda: E domani?
Oggi che il nostro sguardo si è fatto smisurato per raccogliervi tutta la inquietudine amara, oggi mi riappare a tratti fra le tenebre quel ricordo lontano.
E torna ancora a rischiararmi i pensieri quel fascio di luce.
“Non si perde quando il suo nome bacia tutti i mari.
“Non si muore quando i morti, i caduti, gli esiliati, i randagi hanno una fiamma come questa attorno a cui darsi convegno nella notte senza stelle”.

da: www.liberliber.it

Virgilia D’Andrea – Torce nella notte

V’era nell’aria, quel giorno, cinguettio di ricordi. V’era nei cuori, quel giorno, amarezza d’angoscia.
Io avevo cercato con lo sguardo la larga bandiera nera sulla quale due nomi erano stati tracciati, e mi ero unita agli amici che si stringevano attorno ad essa.
Parigi snodava sotto i baci delle memorie le belle membra lavate dalla pioggia odorosa di Maggio, e là dove più alto era stato l’eroismo e più accanita la lotta pareva che le pietre avessero spremuto, per l’ora della rievocazione, ghirlande di sangue.
Le mani che strinsero le mie ebbero lo stesso calore. Continua la lettura di Virgilia D’Andrea – Torce nella notte

Virgilia D’Andrea – Bresci nei miei ricordi

Si era alle vacanze estive. Noi, dieci o dodici educande rimaste in collegio, eravamo arrivate, solamente da qualche giorno, alla stazione balneare.
Io ero allora una piccola bimba triste e silenziosa, senza la mobilità, gli scatti, gli ostinati capricci e le squillanti risate dell’infanzia felice.
Avevo perduto padre, madre e due fratelli nel giro di pochi mesi. Il mio tutore, accorso dopo la terribile sventura che aveva distrutto una intera famiglia, mi aveva improvvisamente strappata dalla bianca, bella casa paterna, tutta rilucente di sole; da quel lembo di terra così indimenticabilmente canoro di boschi e di acque, e mi aveva lasciata sulla soglia del collegio con queste parole “Ricordatevi che voi siete sola, che voi non avete più nessuno: non potete perciò permettervi i capricci delle altre bambine. Pensate a farvi da sola una vita”.
E queste parole così aride e così fredde, che erano state dette solo a scopo di conforto, avevano, invece, fatto maggiormente soffrire la mia piccola anima, che dolorava da tutte le parti, e che da quelle frasi, di cui non poteva ancora comprendere l’alto significato morale, ne aveva tirato, con la semplice e terribile logica infantile, questa amara deduzione: che io dovevo considerarmi in uno stato di inferiorità di contro alle mie compagne: che io non dovevo fare ciò che le altre facevano, perchè ad esse, in virtù d’un privilegio di affetti, tutto sarebbe stato permesso, ed a me, in nome della sventura che mi aveva colpita, nulla sarebbe stato perdonato.
Nel pomeriggio di quel giorno, guidate dall’assistente, ci eravamo incamminate, come al solito, verso la spiaggia: due per due: tutte silenziose, tutte linde, tutte savie.
Ad un tratto, da un edificio pubblico, vediamo sventolare una bandiera a lutto… poi un’altra…. poi un’altra ancora.
Qualcuno guarda… qualcuno parla… qualcuno si ferma.
L’assistente si turba, ci fa sostare, poi comanda il dietro-front.
Che cosa è? Che cosa non è?
Una frase passa di bocca in bocca.
Il re è stato ucciso a Monza.
lo sollevai di scatto il visetto pallido e triste. Ecco… io sapevo benissimo che cosa significasse la parola… ucciso.
Tutto quanto avevo sofferto di recente, si riaprì improvvisamente con uno strappo violento, che lacerò i pochi punti dati alla rinfusa, senza dolce cura di mano materna, alla larga e profonda ferita, che non ha trovato più quiete.
Sì, io ben sapevo che cosa significasse quella parola.
Un padre giovane e forte, che esce di casa empiendo l’aria di canti, e che alla sera gli amici te lo riportano sulle braccia, con gli occhi spenti e con il petto dissanguato.
Ma il re… chi era il re? Io ne sapevo vagamente qualcosa per i ritratti disseminati su tutte le pareti del collegio, e per quel poco che ne avevo potuto apprendere dalle prime letture di scuola.
Un uomo? no. Una leggenda? no. Un sogno? ma… non so… qualcosa di vago, di lontano, di confuso, di inafferrabile, che vive dove nessuno può entrare, dove a nessuno è permesso di guardare; ma qualcosa; ma qualcuno che ti vede, che ti segue, che ti disturba, che entra, con le prime nozioni nella tua vita, e che pur vivendo così lontano da te è sempre là, inutile e importuno, con quei suoi occhi freddi e grigi, e con quei suoi baffi formidabili; sempre là, nei primi libri che tu sfogli, nella scuola che tu frequenti, nel collegio nel quale tu sei rinchiuso.
Adesso noi si rifaceva silenziosamente la via percorsa, e come se invece di camminare sulla dura terra, noi si camminasse sul corpo del re morto, l’assistente si affannava a ripetere: “Marciate leggermente, molto leggermente: nessuno deve essere disturbato in quest’ora di grave dolore”. Continua la lettura di Virgilia D’Andrea – Bresci nei miei ricordi

Virgilia d’Andrea – La rivolta della terra – Rievocazioni sul terremoto di Abruzzo del Gennaio 1915, risvegliate dal disastro in Basilicata nel 1930

Il villaggio si era tutto raccolto e nascosto sotto la neve, che cadeva con insistenza dal mattino.
Quietudine e silenzio…
Non un passante: non una voce: non il rintocco d’una campana. Solo, a lunghi intervalli, l’abbaiare lontano di qualche cane, e attraverso le finestre d’ogni casa, il riflesso d’un lume o la fiamma del focolare.
Maria Filippa venne a dirmi, come d’abitudine: Buona notte, Maestra. Ma quel “buona notte” era un pretesto: la donna voleva essere ben certa che io non mancassi di nulla.
Sollevò le lenzuola per dare uno sguardo allo scaldaletto: scoprì la brocca ricolma di acqua: aprì il cassettone per riporvi ancora della biancheria odorosa, lavata nel torrente ed asciugata al sole.
– Vedete, io le dissi, indicandole il lume: è agli sgoccioli. Volete versarvi del petrolio?
– Se fossi pazza, sì; se fossi pazza sì che lo farei, rispose la donna mettendosi le mani sui fianchi. Ma Maria Filippa ti vuol bene, e non ti darà più neppure una goccia di petrolio questa sera… neppure una goccia… neppure una lacrima.
Io la guardai meravigliata e la interrogai con lo sguardo.
– Perchè è mezzanotte, ed è ora di dormire. Poi gettando alla sfuggita uno sguardo diffidente al tavolino ingombro di carte e di libri, riprese, incoraggiata dal mio silenzio.
– Vuoi che io ti lasci perdere gli occhi su quei libracci? I quali ti fanno diventare sempre più triste, sempre più buia? Vuoi tu dirmi che cosa vi è scritto su quelle pagine maledette?
– Tante cose belle e tante cose vere, Maria Filippa … Se voi sapeste leggere!
La donna si fece un frettoloso segno di croce, quasi io le avessi detto una eresia.
– Io leggere? Ma che ti frulla per la mente? Ai nostri tempi erano tenuti ben lontano da noi i caratteri stampati… e così i giovani non perdevano il santo timor di Dio e si toglievano, con riverenza, il cappello davanti al parroco buon’anima… e le donne… e le donne non potevano commettere il peccataccio di scrivere una lettera all’innamorato. Ai nostri tempi, maestra, si pensava a cose oneste, ti dico: si imparava a filare, a tessere, a fare il punto a croce… e intanto si veniva su dritte, forti, sane e… poi si andava a marito… si andava.
La sua voce si era fatta leggermente commossa. Forse, d’un tratto, era passata, davanti al suo sguardo, una giovinezza di salute e di vigore, carica di sogni e di promesse, felice e canora fra quella corona di monti, di torrenti e di boschi.
Adesso era al declivio quel bel viso dal profilo severo e dagli occhi grandi e profondi, che leggermente obliqui e un poco beffardi avevano dovuto dargli un giorno, un fàscino strano e maliardo di falchetto ardito e selvaggio.
Il fazzoletto candido, orlato di pizzo, ripiegato a destra ed a sinistra sulla testa, lasciava intravedere una chioma corvina, maculata qua e là da qualche filo d’argento. La gonna corta e ripresa in alto in fitte e profonde pieghe le arrotondava i fianchi, e sopra al corpetto di broccato, il busto di velluto, in rabeschi d’oro, d’argento e di seta, le ingrandiva il petto e assottigliava la vita.
– Si andava a marito… si andava… ella riprese, quasi parlando a sè stessa, forse riafferrata dal flutto delle memorie.
Ma io non raccolsi quel suo cenno di rimpianto come, del resto, non avevo ribattuto sillaba a quella sua tirata bonaria e petulante.
Dentro di me andavano martellando alcuni versi con insistenza ed io, avendo gran fretta di fermarli sulla carta, ero un poco impaziente ed altro non vedevo e non desideravo, in quel momento, che mezzo litro di petrolio per alimentare il lume.
– Insomma, Maria Filippa, le dissi, guardandola fissa negli occhi, con quell’aria di dolente severità che aveva il dono di paralizzarle di colpo la lingua, io ho bisogno di lavorare ancora.
Ella si convinse e si mosse.
Allora presa nell’impeto della ispirazione poetica – come giovane ero e come ardente! – continuai ad alta voce, andando su e giù per la stanza:
Canta, frate mio grillo, in mezzo al verde;
Ma non t’ascolta no, l’umana gente!
Il rumore degli zoccoli pesanti si arrestò d’un tratto, e dal vano della porta, la donna domandò sbalordita: Ma dove vuoi che io possa pescartelo un grillo? Proprio un grillo tu vuoi, benedetta?
– Ma no… ma no… è una poesia, mia buona mamma Filippa: è una poesia che sarà una bellezza…
Ma quella bocca aperta, quello sguardo spalancato, quel suo viso pieno di stupore, di ammirazione, di compassione nello stesso tempo, mi dettero un momento di sincera ilarità… e risi davvero di cuore.
– Madonna santa del Carmine, andava ripetendo la donna, lungo le scale, madonna santa del Carmine, essa ride. Perchè tu, povera donna ignorante, l’avrai detta grossa; ma benedetta sia la tua lingua se è riuscita a far ridere questa nostra figliuola.
Silenzio, sogni e chimere…
La neve aveva cessato di cadere. Il cielo era pieno di piccole pallide stelle. Un’aria strana, calda ed afosa, sollevatasi nel cuore di quella rigida notte invernale, faceva pensare ad un incantesimo meraviglioso. Il respiro del deserto fra le gole e le vette delle montagne.
Pace, dolcezza e memorie…
Nella stanza il profumo sano ed agreste dello spiganardo dava un senso di benessere, d’intimità e di mistero. E dalla cucina, carica di rame scintillante, che doveva il suo color d’oro alle cure assidue di Maria Filippa, veniva su, a ondate salutari, l’odore del pane da poco sfornato, l’odore buono del pane da poco benedetto, e gelosamente rinchiuso nella madia.
Una scossa formidabile: un traballare spaventoso della casa: lo squarciarsi ed il rinchiudersi delle mura: tragiche voci, rauche di disperazione, invocare sant’Emidio: e poi, su di me, lo sfasciarsi ed il crollare della vòlta a crociera: infine il silenzio e l’immobilità del sepolcro.
Provai io, a quell’improvviso, folle e cieco furore della terra, provai io lo spavento disperato della morte?
Certo, nella più nascosta e profonda intimità dell’essere nostro, deve tenersi celata una sconosciuta energia, che viene d’improvviso a galla, a difenderci ed a sostenerci in quell’ora suprema. Se non fosse così l’umanità dovrebbe morire mordendosi le mani. Invece sul placido volto dei morti è uno sfinimento d’essere in pace e in riposo, che fa pensare ad un quieto lago tranquillo, fatatosi di incanto, davanti al sole, nella sua ora più bella d’estasi, di sogno e d’amore. Ed invero io, che pur nel ritmo normale della vita, non posso ancora guardare, con rassegnazione serena, questa realtà ineluttabile – la morte – invero io, tutte le volte che poi l’ho incontrata lungo il mio cammino, non ho avuto nè rimpianto, nè angoscia, nè disperazione. Ho detto solo a fior di labbro, non so a chi… forse a tutto l’universo, due semplici parole: “È finita” così… come se avessi chiuso un libro sulla sua ultima pagina. Forse è la grandezza dell’inevitabile… forse è l’eterna caduta di tutte le illusioni… forse è l’amore per l’umanità, che ci lasciano accettare, ad animo tranquillo, come logica cosa, questo tremendo mistero, che, veduto da lontano, ci turba e ci sconvolge…
Raggomitolata sotto i mattoni e i calcinacci, imponendomi l’immobilità più assoluta, trattenendo perfino il respiro, io avevo atteso, e non senza emozione, la replica della scossa.
Poi avevo cominciato a dare un assetto alle idee, che si erano smarrite e sconvolte.
Viva? sì, viva, dal momento che tale mi sentivo.
Bisognava adesso cercare d’uscire pian piano da quella tomba, che di certo non doveva essere profonda. Io avevo avuto l’esatta percezione di non essere precipitata. Il pavimento aveva resistito: le grosse travi si erano ritrovate nelle solide incassature alla fine dello sconquasso tremendo.
Quanto tempo dovetti lavorare per liberarmi da quel soffitto a rifascio?
Non so… non ricordo…
Ma ecco… ecco finalmente il soffio dell’aria… ecco finalmente il cielo…
E dritta, come una risorta, su quelle rovine, io ritornai alla vita… La vita… la bella vita luminosa, anche se respirata sul cratere d’una immane ecatombe!
Una piccola nidiata di fanciulli, i miei alunni più cari, terrei di spavento e fradici di pioggia – adesso il cielo piangeva sulla crudeltà di quel terrore – mi ripetevano una parola, una desolata parola: Maestra! oh! Maestra!
Tutto, tutto era stato, nel palpito di pochi secondi, schiantato e travolto.
Case, affetti, amori…
Tutto, tutto era stato, in un soffio di tempo, sradicato e abbattuto.
Anni di lavoro: anni di sacrificio: tranquille vite al tramonto: giovinezze di sole: albori in germoglio…
Tutto era adesso un ammasso di rovine fumanti, di macerie giacenti alla rinfusa, bloccate dalle frane che avevano coperto le strade e spezzato i ponti, e minacciate da larghi, orribili e profondi squarci della terra.
Di quella terra, che fra non molto, al cadere delle notti, avrà dei boati spaventosi e infernali, seguìti da scosse a ripetizione; boati simili a ruggiti di leoni ciclopici, che racchiusi nelle profondità degli abissi, si fossero d’improvviso destati, e avessero addentato il ventre di quella smisurata oscurità.
Ombre e fantasmi… i superstiti fra quelle rovine.
E v’è chi, le braccia verso il cielo, maledice “Iddio” per quel castigo tremendo… poi singhiozza e domanda perdono, tenendosi disperatamente il volto fra le mani.
E v’è chi, accasciato sulle rovine della piccola casa, è un naufrago sperduto nel più atroce dolore.
E v’è chi, avvinghiato al corpo d’un morto, gli ricorda in una nènia, frammista di pianto, le sue bellezze, le sue virtù, le sue abitudini, e le sue promesse.
E v’è chi, disteso bocconi sopra un mucchio di rottami, invoca, ad alte grida, un nome, un volto, ed un cuore.
E v’è chi, immobile, senza battere di ciglio e movimento di labbro, assorte le pupille nel nulla, pare un fulminato sulla soglia del passato.
Avanzando alla meglio fra quell’intrico di tronchi, di sbarre contorte, di travi incrociate; e impalcature disfatte, a rifascio; e intrecci di paglia, di canne, di vimini, di calce; e intelaiature di porte, di finestre, di persiane; e barricate di mobili in frantumi; tra muri pericolanti e lo sprofondarsi, a tratti, di tutto quel rottame malfermo e alla rinfusa… in pochi avevamo incominciato la pietosa opera di salvataggio.
Lontani, così lontani da tutti; tagliati dal mondo intero; senza mezzi, senza viveri, senza risorse; incatenati sopra un immenso sepolcro urlante, noi eravamo là, a respiro sospeso, a cuore disperato, in tutta la tensione della nostra energia e della nostra giovinezza; noi eravamo là, a contendere palmo a palmo, minuto per minuto, alla tragica morte, i vivi sepolti.
Attorno raffiche di vento e di pioggia e lumeggiare di lampi. Dall’alto lo scrosciare rapido del torrente. Da sotto il gemito straziante dei sepolti e l’urlìo interminabile del bestiame. Giù, nella valle, il frastuono del fiume torbido, grosso e minaccioso tra i pioppi, i faggi e gli abeti!
Non l’ombra d’un re, d’un duca, o d’una principessa reale, passò, per qualche ora, fra quelle rovine.
Questa carità dalle mani bianche e aristocratiche, come avrebbe potuto sfidare il rigido inverno di quelle contrade, ed i pericoli, i disagi, le incognite delle strade mulattiere, ripide e ardite lungo i fianchi dei monti, capricciose e frastagliate fra le balze, le rocce, le boscaglie e le valli?
Questa carità dalla maschera fine e gentile, come avrebbe potuto inerpicarsi fin lassù, senza il codazzo chiassoso dei cortigiani che la magnifica; senza il tic-tac degli obiettivi fotografici che la ritrae ad ogni gesto e ad ogni lacrima; senza la risonanza della grande stampa che ne esalta e ne conclama l’offerta e il sacrificio?
Migliaia e migliaia di rozzi e analfabeti contadini; forti, ruvidi, austeri; sagomati, allorchè curvi sul lavoro, con la terra e la montagna; dei quali tutti ignorano l’esistenza; ma di cui nessuno si dimenticherà fra breve, quando saranno chiamati alla cruenta difesa della patria in pericolo;
Migliaia di queste vite semplici ed umili – ricchezza vera del paese – in muto amore e colloquio con la terra sana e feconda, che cosa sono esse, che cosa valgono esse, in confronto d’un frack e d’una tuba uscenti traballando da un’orgia notturna? Che cosa sono esse, che cosa valgono esse, in confronto d’una corona o d’un diadema che sfolgora e brilla sopra una fronte regale sospettosa e tremebonda?
Maestrina, giovane maestrina, dall’animo già in tumulto e in rivolta, che curva a bendare i feriti e a dare riposo ai morti, hai il volto bagnato di lacrime roventi;
Maestrina, che pallida e fragile nel succinto vestitino nero, sembri l’anima del dolore fra le macerie; tu meglio comprenderai domani, che allorquando i potenti e i coronati discendono dal fasto dei loro castelli, pretestando angoscia, aiuto, amore per i colpiti dalle calamità naturali, è la mano farisea che cerca far dimenticare con quel gesto, di essere la forza motrice di tutte le calamità sociali; è la mano usuraia tesa alla sventura, per inconfessabili e smoderati fini di vanagloria, di pubblicità, di arrivismo e di potere.
La disperazione dei primi giorni si era andata man mano mitigando.
Quasi tutti i feriti erano stati trasportati, con pesanti autocarri, nella città più vicina; tutti i morti, poveri corpi mutilati, lividi e tumefatti, riposavano in una profonda e larga fossa in comune, e sotto provvisorie tende malferme e insicure, ogni superstite andava riunendo i suoi affetti, i suoi pensieri e le sue tristezze.
All’aperto, sotto il cielo basso e greve, quasi torce sorrette da mani invisibili attraverso le vie della notte, ardevano fuochi vividi e scintillanti dall’odore acuto di ginepro, di timo e di ginestra.
Alcune vecchie comari – quelle che con olio, grano e acqua fanno e disfanno le “fatture”; quelle che con la corona del rosario e con le fasce dei neonati uccidono lo spirito maligno nel corpo dei bimbi irrequieti; quelle che con l’infuso d’erbe misteriose tolgono o ridanno l’amore – si erano, quella sera, riunite a parlare dei loro segreti e delle loro malìe.
– Donna Luigia è inconsolabile e sembra davvero una madonnina di cera… e sfido io… dopo tanti anni d’amore… alla vigilia del matrimonio… vederselo ridotto così il suo fidanzato… il giovane più bello e più ricco del paese! Ma perchè non ne muoia le voglio fare una fattura senza nodo… le voglio fare… Così dovrà svegliarsi un bel mattino senza più nessuna memoria e nessun ricordo del passato.
– Vedete, interloquì un’altra, che sopra la tenda di Giovanna Maria brilla una stella più rilucente delle altre? Finito il lutto, appena ripiegato il velo nero, don Giovanni, di certo, la porterà all’altare.
– E la Menica e compare Antonio, rimasti adesso così soli… via… non farebbero ancora una bella coppia così forti come sono?
– E della simpatia pare che già… che già ne avessero…
– Ma pura, comare benedetta, pura come l’acqua delle novantanove cannelle.
E così, di questo passo, quelle linguacciute fattucchiere avevano in poche battute annodato altri affetti, altri legami: avevano in pochi minuti riedificato sul passato un mondo tutto nuovo.
– Ma la potreste finire una buona volta, io dissi severamente, fermandomi d’improvviso davanti a quel caratteristico gruppo, macchia di tinte vivaci nel biancore della neve.
Uno, due, tre, quattro volti… quasi tutti uguali – un capriccio di rughe e due occhietti vivaci sotto l’ombra del fazzoletto – si sollevarono verso di me con meraviglia.
– E poi… parlare così… mentre i morti sono ancora caldi… non vi sembra dunque di offendere qualcuno, di insultare qualcosa?
– Maestra, rispose allora la più autorevole e la più vecchia, e parlava adagio, scandendo quasi le sillabe, per dare una espressione profetica alle sue parole, maestra, tu sei troppo giovane e ancora tanto inesperta della vita. Ma io ti dico, io che leggo nelle stelle, nel grano e nella mano, io ti dico che fra pochi mesi più nessuno piangerà i perduti. I vivi con i vivi: i morti con i morti, giovane maestra.
Verità amara: il fondamento forse della vita; ma una di quelle realtà che si mandano giù tanto male.
Volsi le spalle con un senso di nausea nella gola, ed entrai in una larga tenda dove più persone, intimamente riunite, avevano ripreso l’abitudine di fare insieme la veglia.
Si alzarono tutti per cedermi il posto: poi qualcuno, offrendomi una tazza di caffè odoroso e bollente, continuò, indirizzandosi a me, la discussione:
–– È vero o non è vero, Maestra, che presto, ben presto l’Italia dovrà decidersi di entrare in guerra?
Un tuffo al cuore: un ribollimento di tutto il sangue che già tanto amaro era diventato in quei giorni, e due parole, due sole parole che rivelarono d’improvviso, senza veli, tutto l’animo mio: “Un delitto” risposi… E a fronte alzata, aspettai la tempesta.
– Ecco… proprio come dicevo io, approvò battendo le mani, Angelantonio: un giovane che era tornato dalla Germania dove aveva, per alcuni anni, lavorato in miniera.
Volsi lo sguardo e sorrisi a quell’aiuto inaspettato.
– Un delitto, ripresi. Perchè questo folle massacro di uomini e di cose? Avete fatto dei figli dunque, per mandarli infine allo scannatoio?
Nessuno osava ribattere. Quella parola “scannatoio” aveva fatto trabalzare le donne e ammutolire gli uomini.
– Un delitto che voi non dovreste permettere. Guardate… e qui le parole le sentii miste di lacrime tanto cocente era dentro l’angoscia; tutto attorno a noi è scomparso, e contro queste misteriose forze della natura nulla purtroppo noi possiamo opporre. Ma contro la guerra, questa più terribile sciagura, che pochi pazzi e criminali preparano, gli uomini hanno la forza, la ragione, la volontà, il diritto… la ribellione.
Io mi ero accesa in uno slancio di avvampante passione e vidi, fra gli altri, gli occhi grandi e luminosi di Angelantonio, pieni di lacrime e di speranze.
– Ma i nostri fratelli di Trento e di Trieste? Ma la patria? obiettò timidamente qualcuno.
– E gli uomini di tutto il mondo non sono ugualmente essi dei nostri fratelli? Chi ha il diritto di dire: Fin qui siete fratelli, al di là di questo segno voi non siete che dei nemici implacabili?
– Certo, certo che la nostra maestra ha ragione… ha “studiato agli studi” essa… e vuol bene alla povera gente come noi…
Ed i visi si fecero più vicini a me, con attenzione e interesse.
– E quelli che avete dovuto cercare lavoro all’estero non vi siete sentiti più in patria fra i tessitori, i contadini, i minatori della Germania, che fra i signorotti rapaci, superbi e insolenti del vostro paese?
– Che verità… che verità sacrosante!… come don… don… – e qui il nome veniva taciuto – che ci prende tutto il raccolto senza dirti nemmeno: muori.
– Ma io vi dico, invece, povere anime di Cristo, vicino alla dannazione, vi dico che è Dio che permette la guerra… non muove foglia senza che Dio non voglia… interruppe una barba bianca e fluente: l’uomo più vecchio e più ascoltato della montagna.
– Che mostro il vostro dio, saltò su Angelantonio, abituato alle franche e rudi discussioni fra emigrati… un mostro che vuole il terremoto, la peste, la carestia, la guerra…
– Satanasso!… urlarono le donne, avvicinando alle labbra il rosario. Se sei tornato in paese per prendere moglie, ti faremo “mangiare il limone”… ti faremo!
– Prendermi una delle vostre oche io? grazie, rispose il giovane con un poco d’impertinenza che mi spiacque, perchè sciupava la sua bella e altera fierezza.
Una biondinetta piegò la testa, e sotto le ciglia lunghe e sottili io vidi brillare alcune lacrime amare. Aveva ella, mite ed ingenua, tessuto già qualche sogno?
– Eppure… con rispetto a vossignoria, maestra, intervenne la guardia campestre, che all’occasione era l’autorità poliziesca del paese, io penso, io dico che il re… il re è il padrone…
Ma d’improvviso una voce calda e melodiosa, venente da lontano, si sfioccò in languidi sogni attorno e sopra di noi…
O amore, che mi guardi dalle stelle,
Scendi tra i monti e lasciati baciare…
Strette, mute, adesso, le labbra; ardenti i cuori ed ogni volto sbiancato…
O amore, che la vita mi torturi,
Fra le tue braccia fammi singhiozzare…

Tutto l’accampamento pendeva da quella magnetica, limpida voce. Tutta la selvaggia e magnifica terra d’Abruzzo apriva le vene turgide e sane a quella traboccante passione.
Il passato… la sventura… le rovine… la vita sui sepolcri… gli odii… gli amori… le umiltà… il soffio delle lontane lotte sociali… le ribellioni… e nell’ombra, protetta da mostri feroci, l’immensa fornace della guerra, dagli occhi di sangue e dalle fauci di fuoco.
*
– Arrivederci… e torna presto.
– Buon viaggio, maestra.
– Grazie, maestra, e ricordati di noi.
Erano tutti attorno a me, buoni, modesti, premurosi; e quell’arrivederci che io sapevo essere un addio, per sempre, mi faceva carico di sofferenza l’animo e rauca la voce.
Gli alunni, in gruppo separato, erano là, sul poggiòlo, per vedermi ancora fino all’ultima svolta.
In parecchi mi aiutarono a prendere posto nell’autocarro scoperto, pesante, sgangherato, dall’odore acuto e disgustevole di grasso e di benzina, che portava verso la città gli ultimi profughi e gli ultimi feriti.
Adesso tutto il mio dovere era compiuto, ed io potevo partire.
L’improvvisa, tremenda esplosione dell’abisso occulto ed ignoto, arrovesciando quel lembo di terra, mi respingeva lontano, verso altri paesi ed altre genti; mi strappava da affetti umili e devoti; mi toglieva da una scuola semplice e povera, riscaldata da piccole anime buone e sincere, per rigettarmi verso l’oscurità e il turbine della vita.
Così… come quando… piccola bimba un poco sdegnosa, dai grandi occhi sbarrati, resa orfana dalla cieca passione d’un uomo, io avevo lasciato la casa, la montagna, quella stessa contrada, per raggiungere il collegio lontano, grigio d’affetti e senza memorie.
L’autocarro si mosse con frastuono.
– Buon viaggio, buona fortuna, maestra!
Tutte quelle braccia tese, e i miei alunni scalzi e laceri sul poggiolo, e il profilo delle montagne, e i paesi diroccati, e il cimitero, e la neve, e i ricordi… mi strinsero, con forte mano, la gola.
Giù, giù per la via che si snodava verso l’avvenire, l’autocarro avanzava a passo ed a fatica sotto una bufera di neve. Ed io in piedi, tra i feriti ed i fuggiaschi, mi distaccavo con pena da quel passato di purezza.
Maestrina, fragile maestrina, che ancora tutto non sai, e avanzi verso il mistero, è questo, solo questo il quadro della tua vita avvenire.
Per una grande Idea;
Di lotta in lotta, di prigione in prigione;
Discacciata dalla patria, attraverso le vie del mondo, senza mai la tua casa, il tuo nido di rifugio, senza mai un sicuro domani;
In piedi, dove ferisce l’ingiustizia e dove passa la sventura;
In piedi, come oggi, tra i feriti, i caduti e gli scampati d’una più feroce tragedia;
Verso una visione d’umanità e di giustizia;
Verso l’ostinato sogno di pace e d’amore;
Sotto le flagellanti burrasche della vita;
E sempre a bandiera spiegata.

da: http://www.liberliber.it

Virgilia d’Andrea – Albori di Vita

Il direttore rispose appena al mio saluto e fece il viso buio delle circostanze gravi e serie.
“Dunque, signorina, sono già quattro mesi che avete conseguito il diploma, ed ecco… le scuole si riaprono e vi ritrovo ancora in collegio”.
Io lo guardai, ebbi un impercettibile moto di sdegno e mi strinsi lievemente nelle spalle.
Non era colpa mia, pensai, se mi avevano dimenticata là dentro o se nessuno mi voleva.
“Ancora qui … e il vostro numero di matricola è già stato assegnato ad una nuova educanda. Eccezionale tipo di uomo quel vostro … signor … tutore. Pretende lasciarvi in collegio fino a quando non avrete compiuto i ventuno anni… Ma impossibile, capite? Impossibile. Il regolamento parla chiaro”.
Io ero allora un carattere chiuso ed altero, incapace, davanti ad uno spirito arido o freddo, d’un qualsiasi gesto d’espansione. All’ostilità che già sentivo attorno a me rispondevo col silenzio d’un orgoglio irriducibile.
Nel mio animo v’era un tumulto; ma su quel tumulto le labbra restavano tenacemente chiuse.
Il direttore continuava a parlare ed io ebbi, ad un tratto, la diabolica tentazione di ridere davanti a quell’uomo che si ostinava a discutere ed a gesticolare con un assente. Ma poi un acuto senso di nausea chiuse per fortuna la bocca a quel folletto comico, che si affacciava, impertinente ed importuno, nel mio spirito.
Perchè tutte quelle parole? Perchè la volgarità di quell’ennesima discussione? Che mi aprisse alfine la porta. Avrei ben trovata da sola la via per andarmene nel mondo.
“E allora ho fatto io le veci del vostro tutore. Ho parlato con un deputato molto influente e voi siete a posto… e bene a posto. La settimana entrante partirete per la nuova destinazione”.
Io restai a guardarlo quasi non avessi ben compreso le sue parole, e vidi in un lampo lo sdegno smisurato che tale decisione avrebbe acceso nel mio tutore e mi vidi soffocata, per mesi e mesi, sotto una valanga di lettere… “Dovevate restare, non dovevate cedere; il tutore sono io e non altri!”
Magnifica, divertente posizione la mia!
“E per ora”, soggiunse egli, addolcendo la voce e posandomi una mano sulla testa, “sono tanto lieto, povera figliuola, di salutare io, per il primo, la maestrina di Vieri”.
Quel “povera figliuola” mi fece una lacerazione nel cuore.
Il direttore era già uscito. Io mi avvicinai al pianoforte aperto e mi accasciai di botto sulla sua tastiera.
Le note strappate così tutte insieme ebbero un lamento di suoni discordanti e dolorosi.
E parve, quello, il trabocco dell’animo mio.
Quando, tutta fresca e sorridente nel semplice e grazioso abito grigio, entrai nella sala da studio le mie compagne mi accolsero con un festoso oh! di meraviglia.
Smesso per la prima volta l’abito da collegiale io dovevo apparire, di certo, del tutto trasformata. Tanto che qualcuna si lasciò sfuggire una piccola frase compiacente: “Sei davvero bella così!”
Suor Giulia suonò il campanello per intimare il silenzio. “Buona si dice, signorine, non bella. Certe parole, voi lo sapete, fanno male al … signore iddio”.
“Presto, presto, d’Andrea,” interruppe la direttrice che si affannava ad aggiustare, attorno al suo bel viso aristocratico, il soggolo impeccabilmente inamidato.
“Presto, la carrozza è pronta. Abbracciate le vostre compagne”.
E allora la commozione prese un poco tutte. Ognuna di quelle fanciulle mi dette un bacio affettuoso e mi fece scivolare nelle mani qualcosa.
Una medaglia, un’imagine, un merletto, un ricamo, un fiore, un ramoscello di edera.
“Buona fortuna, sorella”. “Scrivi spesso, piccola sorella”.
Allorchè mi avvicinai timidamente a Suor Giulia, ella mi pose le mani sulle spalle. Pareva tremasse.
Quella donna che mi aveva visto entrare in collegio, piccola bimba spaurita, tutta tremante in un abitino nero, doveva di certo pensare, in quel momento, che me ne andavo troppo sola, troppo sola nel mondo.
E non fu capace di pronunciare una parola.
Restò a guardarmi alcuni istanti con una espressione di umiltà e di dolore quasi volesse chiedermi perdono se per colpa d’un regolamento rigido e severo, non aveva potuto darmi un poco della tenerezza d’una madre.
La suora di guardia aprì il portone massiccio che cigolò sui cardini arrugginiti. La direttrice, l’assistente ed io prendemmo posto nella carrozza, il vecchio vetturino schioccò la frusta cantando il suo stornello d’occasione…
“S’apre la gabbia e un uccellino vola!”
Allora una nidiata di fanciulle invase la via e agitò i fazzoletti…
“Buona fortuna, buona fortuna, piccola sorella!”
E via, e via sul selciato dell’antica, sonnolente città dei Piceni… poi sulla strada ampia, libera, luminosa, odorante di acque e di sole.
Strada tutta immersa in una gloria fragrante di pampini, di boscaglie e di olivi.
Sicura e solenne come una regina fra l’effluvio delle selve.
Ridente e radiosa come una sirena fra lo smeraldo delle rocce.
Quando la cima della superba torre del collegio s’inabissò, attraverso la distanza, nell’infinito, a me parve che qualcosa mi fosse improvvisamente caduta sul cuore, e scoppiai in un pianto carico di laceranti singhiozzi …
Finito, finito!
Adesso incominciava l’ignoto…
Adesso incominciava la lotta…
Adesso bisognava entrare nel mondo…
E mi sapevo tanto sola, tanto sola, con quella piccola valigia a fianco…
Piena di libri e del corredino umile e povero sciupato dall’uso e dagli anni!
Il deputato ci venne incontro affannosamente, frettolosamente.
Di lui non ricordo che un ventre enorme e due occhi gonfi e malati.
Strinse subito la mano alla direttrice ed inchinandosi davanti all’assistente disse: “Bene, bene, voi, dunque, siete la maestra”.
“Ma no, scusi,” interruppe la direttrice un po’ confusa e contrariata, “la maestra è questa…” e mi spinse avanti arrossendo, quasi presentasse una colpevole.
“Come? come? come?” disse l’onorevole guardandomi dall’alto in basso e poi dal basso in alto.
“La maestra! questa la maestra!… Una bambina! una bambina!”
Ah! ah ! ah! e si abbandonò sulla sedia preso da una risata a ripetizione, lunga, fragorosa, interminabile.
Ah! ah! ah! “Una bambina… una bambina… vi dico!”
Più tardi, tutte le volte che la vita ha risposto ad ogni mio sogno, ad ogni mia aspirazione, ad ogni mia illusione con la viltà d’una risata, io ho creduto di risentire sempre la voce di quell’uomo, e di rivederlo abbandonato ad una rumorosa ilarità che non sapevo spiegarmi.
“Ma mettetele su quelle trecce, per dio… Scusate, suora, se pronuncio il nome di dio invano… Mamma, datele delle forcelle, insegnatele voi ad abbigliarsi in modo da sembrare un poco… la maestra”.
Io non sapevo nè che cosa dire, nè che cosa fare.
Triste, tristissima, orribile cosa, pensavo, avere diciotto anni, un visetto quasi infantile, e degli occhi che pareva ridessero sempre, anche e specialmente fra il luccichio delle lacrime.
Allorchè la sera venne e con essa il silenzio e la solitudine, io mi rifugiai fra i miei libri.
Leopardi, Ada Negri, Rapisardi, Carducci, Targhetti…
Cari, cari, cari! Dolci amici sempre buoni e fedeli. Amici che non dimenticano mai. Amici di tutte le ore, sempre pronti all’indulgenza e al perdono.
Quante volte le mie labbra si erano posate su quelle pagine…
Quante volte quella mia testolina d’allora, così strana e bizzarra, si era posata, piena di sogni, sul loro cuore…
Senza di certo pensare che giammai cuore più profondo e più sicuro di quello avrebbe, ancora una volta, trovato nella vita.
Poi mi prese un poco di smarrimento.
Dove ero dunque io? Dove ero andata a finire?
Di certo molto, molto in alto.
Quasi rifugiata fra le aquile.
Il mio bianco lettuccio lasciato laggiù, le mie buone compagne, il giardino pieno di rose, la cascata di glicine attorno al muro di cinta, la madonnina bionda fra l’azzurro dei veli, erano tutte piccole, tenere cose che mi facevano dentro tanto male.
Aprii la finestra. Il cielo era fitto di stelle.
Sembravano pupille radiose pescate nel mare.
Le lucciole doravano ovunque le siepi.
Fra i boschi e fra le selve si intravedevano piccole finestre illuminate.
Perle cadute dai sogni e dagli amori degli astri.
E fra quel silenzio una voce sola.
Alta, fragorosa, solenne.
Quella del torrente. Divino, magnifico poeta che cantava fra le chiome della terra.
Così stanca, mi sentivo, così stanca, che mi distesi piano piano fra le braccia dell’immenso.
Con lo stesso abbandono, credo, con cui le mie compagne, uscendo di collegio, dovevano lasciarsi cadere fra le braccia della madre.
Lucciole d’oro…
Malia di sogni…
Rete d’amore…
E mi addormentai quella sera fra le braccia dell’infinito.

Virgilia D’Andrea – Chi siamo e cosa vogliamo

I

In tutte le epoche vi sono sempre stati degli uomini che hanno lottato contro i costumi, le leggi, le morali, i vincoli, le relazioni sociali del loro tempo. Senza questi malcontenti, senza questi inadattabili, l’umanità non avrebbe avanzato sulla via del progresso.
Eppure fra quanti ostacoli hanno dovuto lottare quegli uomini per affermare la loro Idea! Quante ingiurie, quante rinunce, quanto sacrificio hanno dovuto soffrire… e spesso il peso delle catene; il fondo delle galere; lo scoglio muto e solitario dell’esilio; la tortura del supplizio; la morte, nel vigore degli anni – per gridare ed invocare, fra il buio e le tempeste, l’anima ed il nome del loro Ideale. Continua la lettura di Virgilia D’Andrea – Chi siamo e cosa vogliamo