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Matilde Serao – Donna Paola

EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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EText-No. 39541
Title: Donna Paola
Author: Serao, Matilde;1927;Serao-Scarfoglia, Matilde;1856;Scarfoglia, Matilde Serao
Language: Italian
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Veronica Franco – A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive

A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive
il danno e ‘l duol di quelle pene tante,
che ‘l mio cor sente e ‘l vostro stil descrive.
L’alto splendor di quelle luci sante
recando altrove, e ‘l lor soave ardore,
ai colpi del mio amor foste un diamante.
Io vi pregai, dagli occhi il pianto fore
sparsi largo, e sospir gravi del petto:
non m’aiutò pietà, non valse amore.
Valse, via piú che ‘l mio, l’altrui rispetto;
e benché umil mercé v’addimandai,
pur sol rimasi in solitario tetto.
D’ir altrove eleggeste, io sol restai,
com’a voi piacque ed a mia dura sorte
sí che invidia ai piú miseri portai.
E s’or avvien che a voi pentita apporte
alcun dolore ‘l mio grave tormento,
in ciò degno è ch’amando io mi conforte.
Dunque per me del tutto non è spento
quel foco di pietà, ch’ove dimora
fa d’animo gentil chiaro argomento
Di voi, cui ‘l ciel tanto ama e ‘l mondo onora,
di bellezza e virtute unico vanto,
in cui le Grazie fan dolce dimora,
gran prezzo è ancor se nel corporeo manto,
dove star con Amor Venere suole,
virtú chiudete in ciel gradita tanto.
Se ‘l vostro cor del mio dolor si duole,
s’egualmente risponde a’ miei desiri,
oh vostre doti e mie venture sole!
Tra quanto Amor le penne aurate giri,
E non ha chi, com’io, dolce arda e sospire,
né tra quanto del sol la vista miri.
Dolc’è, quant’è piú grave, il mio languire,
se, qual nel vostro dir pietoso appare,
sentite del mio mal pena e martíre.
Che poi non mi cediate nell’amare,
esser non può, ché la mia fiamma ardente
nel gran regno amoroso non ha pare.
Troppo benigno a’ miei desir consente
il ciel, se dal mio cor la fiamma mossa
vi scalda il ghiaccio della fredda mente.
In voi non cerco affetto d’egual possa,
quel ch’a far di duo uno, un di duo, viene,
e duo traffigge di una sol percossa.
Troppo del viver mio l’ore serene
forano, e tanto piú il mio ben intero,
quanto piú raro questo amando avviene:
quanto Amor men sostien sotto ‘l suo impero
che ‘n duo cor sia una fiamma egual partita,
tanto piú andrei de la mia sorte altero.
Sí come troppo è la mia speme ardita,
che sí audaci pensieri al cor m’invia,
per strada dal discorso non seguita:
da l’un canto il pensar sí com’io sia,
verso ‘l vostro valor, di merto poco,
dal soverchio sperar l’alma desvía;
da l’altro Amor gentil ch’adegui invoco
la mia tanta con voi disagguaglianza,
e gridando mercé son fatto roco.
D’Amor, ch’a nullo amato per usanza
perdona amar, dove un bel petto serra
pensier cortesi, invoco la possanza:
quella, onde ‘l ciel ei sol chiude e disserra,
e perch’a lui la terra è poco bassa,
gli spirti fuor de l’imo centro sferra,
prego che l’alma travagliata e lassa
sostenga; e se non ciò, vaglia pietate
là dove ‘l vostro orgoglio non s’abbassa.
Di mercé sotto aspetto non mi date
lusingando martír, tanto piú ch’io
v’adoro; e quanto prima ritornate,
ch’al lato starvi ognor bramo e desío.

La donna del Vergiù

O
gloriosa, o vergine pulzella,
i’ vo la grazia tua adimandare
e dir per rima una storia novella,
per dare esempio a chi intende d’amare
d’un cavaliere e d’una damigella
d’un nobile legnaggio e d’alto affare,
sì come per amore ognun morìe,
e ‘l gran dannaggio che poi ne seguìe.

E non è ancora gran tempo passato
che di Borgogna avea la signoria
un duca, che Guernieri era chiamato,
uom valoroso e pien di cortesia,
del corpo bello e di costumi ornato
e di virtù, quanto più si potia,
e molto amava gli uomin virtudiosi,
massimamente d’arme valorosi.

Tra gli altri ch’egli amava del paese,
si era un molto nobil cavaliere,
giovane, gentilissimo e cortese,
ben costumato di tutte maniere,
ricco d’argento e di terre e d’arnese,
dell’arme forte e franco cavaliere
più ch’altri allora si mettesse l’elmo,
e faceasi chiamar messer Guglielmo.

Dico che quel baron sì valoroso
amava per amore un’alta dama
del legnaggio del duca poderoso,
ch’era più bella ch’alcun fior di rama.
E ‘l loro amore era tanto nascoso,
che fra la gente non ne corre’ fama:
per non dirlo a sergente o a camariera,
una cucciola facien messaggera.

Nulla sì bella zita era, né più,
allora né cristiana o saracina,
e nome avea la Donna del vergiù,
che più splendea che stella mattutina.
El padre suo nobil barone fu,
sua madre era figliuola di regina,
e quando essi del secol trapassoro,
sì gli lasciaro un ricco tenitòro.

Ella l’amava con sì grande affetto,
messer Guglielmo, che d’altro marito
non si curava né volea diletto,
e sì co’ lui si stava a tal partito,
a ciascuno ponea qualche difetto,
tosto che ragionar n’aveva udito;
e più baron di Francia e della Magna
avea schifati e posto lor magagna.

E così stavan que’ perfetti amanti
col lol secreto amor chiuso e celato
cotanto, che né in vista né in sembianti
accorto non se ne sarebbe uom nato;
e renegato arebbe Iddio co’ santi
ciascun, pria che l’avessi appalesato;
e, quando per amor si congiungevano,
udite e’ sottil modi che tenevano.

Il palazzo dove ella dimorava
avea dintorno un nobile vergiero
ed una cucciolina che ‘l guardava
per me ‘ la porta stava in sul sentiero;
quando messer Guglielmo v’arrivava,
ed ella conosceva il cavaliero,
sed esso ave’ compagno, ella lativa
tanto che del giardin e’ si partiva.

Se sanza compagnia era venuto,
e la cagnuola gli facea carezza,
e poi di botto cercava col fiuto
tutto il giardino per ogni larghezza;
e se alcun trova nel giardin fronzuto
nascoso, o che ‘l mirasse per vaghezza,
ella latrava, veggendo il barone,
tanto ch’e’ si tornava a sua magione.

E, se alcun non trovava (e’ si ragiona),
alla donna ne gìa la catellina,
come spirito avessi di persona;
così, per cenni mostrando, s’inchina.
La donna, com’ sovente Amore sprona,
pell’uso suo intende’ la cucciolina
e levasi di subito e in istante
al verzue giva e la cucciola avante.

E quivi gli amador, pien di letizia,
si congiungean con tutto el lol disio;
la disiosa e celata amicizia
facie chiamar l’un l’altro: – Amore mio! –
di baci e d’abbracciar facea dovizia;
ciascun dicendo: – Ben, prechiamo Iddio
che questo dilettoso tempo basti
che caso non avenga che ce ‘l guasti. –

Quando s’eran gran pezzo sollazzati,
la donna se ne gia e sì ‘l barone,
per temenza di non esser trovati,
ciascuno si tornava a sua magione;
ma la mattina, po’ ch’eran levati,
veniano in corte, coll’altre persone,
non facendo né segno né sguardare
ch’altrui non sen potesse mal pensare.

E ‘l disio dolce che nei cor spirava
facea quei due amador pien d’allegrezza;
e quella dama tanto allegra stava,
che nel viso fioriva sua bellezza.
Messer Guglielmo ogni giorno armeggiava
e facea gra’ conviti e gran larghezza;
mostrava ben com’era innamorato,
ma di chi fusse nol sapeva uom nato.

Or segue qui la leggenda e la storia
della donna dei gran duca Guernieri.
L’alta duchessa credea in sua memoria
che ‘l buon Guglielmo, nobil cavalieri,
per lei facessi cotal festa e gloria,
ed armeggiando montasse a destrieri,
e ch’egli fusse al suo bello piacere
preso d’amore tutto al suo potere.

Ella, che ha messo in lui ogni sua speme
e celato l’amore oltra misura,
sì che il disio d’amor nel core prieme,
in gelosia ne vive ed in paura;
e lagrime degli occhi il viso geme.
Presente quella nobil creatura,
diceva: – Amor, perché m’hai così arso
di costui, che d’amor m’è così scarso? –

E volgeva sì spesso gli occhi sui
come fa chi d’amor forte si duole,
e, quando si trovava a sol con lui,
sì gli diceva amorose parole.
Messer Guglielmo, ch’era dato altrui,
vedendo ciò che la duchessa vuole,
non gliel negava o no l’acconsentìa
per celar quella che l’avea in balìa.

Un giorno er’ito el duca a suo diletto
fuor della terra a un suo ricco palazzo,
e la duchessa sanza ignun sospetto
prese messer Guglielmo per lo brazzo
e menosselo in zambra a lato al letto,
ragionandosi insieme con sollazzo;
e, per giucar, la donna e ‘l cavaliere
fece venir gli scacchi e lo scacchiere.

Da poi ch’egli ebbon tre giuochi giuocato,
la duchessa, ch’Amor sovente sprona,
disse: – Messere, avete disiato
già gran tempo d’avere mia persona;
or prendete di me ciò che v’è a grato. –
Ed abbracciandol gli baciò la gola,
poi gli baciò ben cento volte il viso,
prima che ‘l suo dal suo fosse diviso.

Ed abbracciandol gli dicea: – Amor mio,
perché mi fate d’amor tanta noia?
Deh, contentate ‘l vostro e mio disio!
prendiamo insieme dilettosa gioia,
io ve ne prego pell’amor di Dio,
o dolce amico, prima ch’io mi muoia!
Se mi lasciate così innamorata,
oimè, lassa, in mal punto fui nata!

Messer Guglielmo disse con rampogna
vedendo alla duchessa tanto ardire:
– Chi mi donasse tutta la Borgogna,
tal fallo io non farei a lo mio sire,
prima che gli facessi tal vergogna,
certo mi lascere’ prima morire.
E voi, madonna, prego in cortesia
che giammai non pensiate tal follia.

– E la duchessa si tenne schernita,
e disse a lui:- Malvagio traditore,
dunque m’avete voi d’amor tradita
e fattomi così gran disonore?
Per certo io vi farò torre la vita
e farovvi morir con gran dolore!
E a destrieri persona mai non monta,
se vendetta non fo di cotal onta! –

Partissi il cavalier doglioso e gramo,
veggendo la duchessa piena d’ira,
e quasi di pazzia menava ramo,
sì dolorosamente ne sospira;
e di partirsi quindi egli era bramo.
E la duchessa ta’ parole spira
che giammai non l’amò per tal follia;
uscì di zambra ed andossene via.

Come ‘l barone uscì dalla duchessa
andossene alla Dama del verzue,
in cui avea la sua speranza messa,
e raccontògli ‘l fatto come fue,
e tutto ciò che ‘nteso avea da essa,
e come pose ogni vergogna giùe,
e siccome nolla volle servire,
e come disse di farlo morire.

Di ciò la donna si facea gran riso,
e disse: – La duchessa è forte errata,
che pensa nostra fede aver divisa;
e voi, messer, se m’avessi ingannata,
si retrovata m’aresti conquisa
di mala morte, in terra trangosciata.
Ma ‘l nostro amor celato ha tanto effetto,
che dura e durerà sempre perfetto. –

Parlando el cavaliere alla donzella,
tornò in quel punto il duca dalla caccia
con la sua compagnia chiarita e bella,
e smontò da cavallo con bonaccia.
In quello venne la duchessa fella,
piangendo fece croce delle braccia;
graifiata el volto con molta malizia,
gli disse: – Signor mio, fammi giustizia! –

Turbossi el duca con malinconia,
udendo la duchessa sì parlare,
e sì le disse: – Dolce vita mia,
perché vi fate sì gran lamentare?
Fecevi oltraggio niun uomo che sia?
Dimmelo, ché non è di qua dal mare
re né baron, che se v’ha fatto oltraggio,
ch’io non faccia mia l’onta e mio ‘l dannaggio. –

Allora la duchessa fraudolente,
per dare alla malizia più colore,
trasse el duca da parte della gente,
e cominciògli a dir questo tenore:
– Messer Guglielmo, falso e sconoscente,
mi richiese oggi del villano amore;
ond’io ti priego, Maestà gradita,
che a tale offesa non campi la vita.

Ancor m’ha fatto più oltraggio assai:
contra mia voglia mi volle sforzare,
egli stracciommi e’ drappi e’ fregi e i vai,
e poco mi valea merzé chiamare:
ond’io per questo non sarò giammai
allegra, sed io nol veggio squartare,
farne far quattro parti a’ palafreni
dall’inforcatura insino alle reni. –

Ma ‘l duca savio chiaramente vede,
come si vede chiaro el bianco e ‘l nero,
che la duchessa mente, e non le crede
e ben conosce che non dice il vero;
ma pur le disse: – Donna, in buona fede
a voi prometto, come sire intero,
che d’esta offesa sia alta vendetta;
ma non v’incresca s’io non la fo in fretta. –

La duchessa rispuose con superbia,
e disse: – Fate ciò che vi diletta;
l’offesa è mia, e pure a voi si serba
di chi m’oltraggia di farne vendetta.
Lo ‘ndugiar sì mi induce pena acerba;
ma giurovi alla croce benedetta
di giammai non parlarvi di buon cuore,
se primamente el traditor non muore. –

Partissi el duca da quel parlamento,
secondo che raccontan le leggende,
col cor gravato con tanto tormento,
che ‘n verità di Dio molto l’offende;
e nella mente e nel proponimento
el credere e ‘l discredere contende,
cioè che la duchessa gli mentisse
o che messer Guglielmo lo tradisse.

Tòrcessi el duca con sì caldo sangue,
per ira avea rosso la faccia e gli occhi.
Per temenza la sua famiglia langue,
e que’ che non languivano eran sciocchi;
e di lui non sarebbe uscito sangue
chi l’avessi tagliato tutto a rocchi;
e sospirava come ferito orso
dello dubievol caso ch’era occorso.

Allora disse el duca a un car sergente:
– Va’ per messer Guglielmo e di’ ch’io il voglio. –
E, come e’ giunse a lui immantanente,
disse: – Messer, di voi forte mi doglio; –
e sì gli raccontò el convenente
della duchessa e ancora el cordoglio,
e siccome l’avea d’amor richiesta,
e la persona oltregiata e molesta.

Messer Guglielmo disse al duca: – Sire,
vostra duchessa parla gran follia,
ched io mi lasceria prima morire
ch’io vi facessi tanta villania;
e non v’è cavalier con tanto ardire,
che volessi dir mai che così sia,
ch’io noi facci in sul campo mentitore
e discredente come traditore.

E, quando non bastasse questa scusa,
io vi farò chiaramente vedere
che in altra donna el mio amore usa,
gradita, nobile e di gran potere,
che solo sua bellezza guarda e musa.
L’anima mia e ‘l corpo ha ‘n suo potere
quell’alta donna della mia persona,
e è figlia di regina di corona. –

El duca disse allora: – E io vi comando,
messer Guglielmo, che fra questo mese,
a pena della vita esser in bando,
che voi sgombriate tutto el mio paese;
ma questo vo’ che non s’intenda, quando
voi mi facciate sì chiaro e palese
di quella in cui avete speme messa,
ch’io creda a voi e non alla duchessa. –

Partissi el duca allor di quel consiglio,
ed era alquanto men maninconoso.
Messer Guglielmo con crucciato ciglio
sen gì col cuore afflitto e pensieroso;
e nel suo cuor diceva: – Fresco giglio,
dama, lo nostro amor chiuso e nascoso
convien ch’al duca tutto si riveli
o ch’io dal tuo piacer mi fugga o celi.

Di star lontano da te non è aviso
né di menar mia vita en tal costume;
ché, s’io fussi co’ santi in paradiso,
al luogo ove di gloria ha largo fiume,
non sofferria di star da te diviso.
Dama, fontana d’ogni bel costume,
or mi conviene, oh doloroso basso!
farti palese o girmene a gran passo.

E, s’io piglio el partito di fuggirmi
e lasciare el paese en tal maniera,
ben dirà el duca: – E’ voleva tradirmi –
e fare’ la duchessa veritiera
e l’altre genti, che potranno dirmi
sì cogli traditori ch’io sia a schiera;
s’io mi diparto e ‘l vostro amor no’ scopro,
come di questo falso mi ricuopro? –

E, stando in tal maniera el cavaliero,
che già pareva di dolor musorno
per questo afflitto e doglioso pensiero,
e già era passato il nono giorno;
e subito gli venne un messaggero
che immantinente, sanza ignun soggiorno,
che di presente comparissi al duca
nella gran sala ove el signor manduca.

El cavalier di subito fu mosso,
con sei valletti gì su pella scala
con un mantel di drappo bruno addosso,
e lagrime degli occhi in viso cala,
la pelle gli parea cucita addosso;
e giunse al duca, ch’era suso in sala.
Di questo el duca co’ la sua famiglia,
vedendolo, ciascun si maraviglia.

Ed in segreto dall’altrui presenza
così gli disse: – Ora ti riconforta
ched e’ non ti bisogna aver temenza,
se ben tu avessi la duchessa morta.
Ma dimmi il vero, io ten terrò credenza
per quella fede che l’anima porta:
qual dama avete, che sì vi talenta,
ch’io possa dir che la duchessa menta? –

Vedendo il cavalier che a tal partito
el duca voleva esser fuor di dubbio,
diventò dismagato e sbigottito,
e ‘l fresco viso suo divenne dubbio
e poi si stava qual morto transito,
volto in trestizia, come panno in subbio.
Quando ebbe e’ denti della lingua sciolti:
– Sire – disse – vien meco, e mostrerolti.-

Già era sera e l’aria fatta bruna,
quando si mosse el duca e ‘l cavaliero:
vero è che lucea el lume della luna.
Ed amendue andorono al verzero,
ove celato spesso si raguna
la bella dama col baron sincero;
ma di fuor del giardin rimase el duca
dopo un gran cesto d’una marmeruca.

Messer Guglielmo entrava nel giardino,
e ‘ncontra sì gli venne la cagnuola,
che si giacca tra’ fior del gelsomino.
El cavalier la chiamava: – Figliuola! –
ella scherzava col cavalier fino,
poi cercava el giardin per ogni scuola
intorno intorno al verziero prezioso,
se niun uomo si trovava nascoso.

Quando ebbe cerco ben, la catellina
andonne nella zambra delettosa,
ove dormìa la stella mattutina,
ch’era del cavalier desiderosa.
Messer Guglielmo a quel punto non fina
e misse dentro el duca alla nascosa;
poselo dopo un cesto d’un rosaio,
dopo la sponda d’un chiaro vivaio.

E, poi ch’ebbe la cucciola sentuta,
si fe’ la damigella rivestire,
e poco stante a lui ne fu venuta,
a que’ ch’a forza la dovea tradire.
Ma non si pensava ella esser traduta
da quegli in cui avea messo il suo disire,
e non pensando del tradir l’effetto,
e prese col suo drudo ogni diletto.

Ma il barone, ch’avea la mente trista,
al tutto non potia tener celato,
e quella, che lucìe più ch’oro in lista,
disse: – Ch’avete, cavalier pregiato?
Mi parete turbato nella vista;
poss’io far cosa che vi sia a grato?
Egli vi mancherebbe oro od argento,
od altra cosa aresti in piacimento? –

Disse il barone: – Io mi sento una doglia
che mi tien conturbato il cuore mio,
e si mi fa tremar come una foglia,
quando è percossa dallo vento rio;
ond’io vi priego, s’è la vostra voglia,
anima mia, che n’andiate con Dio! –
E lagrimando allor s’accomiatarono,
ma prima cento baci si donarono.

Così sen va la bella donna tosto,
e la cucciola sua sempre davanti.
El duca, ch’era nel rosai’ nascosto,
tornò al cavalier con be’ sembianti,
e disse: – Il vostro amore è in dama posto,
che io l’ho caro seimila bisanti.
Così parlando lo barone e ‘l sire,
tornò ciascuno in sua zambra a dormire.

Or volse il duca quella notte istesso
colla duchessa, sua donna, dormire.
Quand’ella el vidde, ella fuggì da esso,
levossi suso e vollesi vestire;
giurò di non dormir giammai con esso,
e disse a lui: – Perché non fa’ morire
messer Guglielmo, che m’ha fatto oltraggio
ed a voi vòlse far si gran dannaggio? –

Disse ‘l duca adirato: – Tu ne menti
del cavalier, e sì fai gran peccato,
e ‘ncontro a lui falsamente argomenti
ch’egli ha a tal donna el suo amor donato,
ch’è più bella di te per ognun venti;
e io l’ho veduto, egli me l’ha mostrato,
e come il modo tiene a gire a quella
dama, che luce più che sole o stella. –

Or, quando la duchessa lo duca ode
dir che messer Guglielmo ha un’amica,
iratamente gli parlò con frode,
e disse: – Sir, se Dio vi benedica,
chi è la donna che ‘l cavalier gode,
in cui bellezza non falla una mica? –
Ei duca le rispuose: – Amore bello,
certo non tel direi per un castello! –

Ma tanto la duchessa lo scongiura,
che, innanzi ched e’ fusse la mattina,
disse el duca per lor mala ventura:
– La Donna del verzù, che è mia cugina; –
e raccontolle el fatto per misura
come messaggio era una catellina,
e come e’ vidde uscirgli del palazzo,
e nel giardin tener l’un l’altro in brazzo.

A tanto sì tacie questa novella,
e la duchessa campò dolorosa.
Il giorno avìa già fatta l’aria bella,
ch’ella uscì for della zambra amorosa
vestita d’una porpora novella,
ma non mostrava in sembiante dogliosa,
e ginne in sala dove avea i baroni
e donne e cavalier di più regioni.

E fece allor la duchessa appellare,
giovani e donne e vaghi cavalieri,
e disse a loro che volea danzare
a guida della Donna del verzeri.
Ed ella disse: – Dama d’alto affare,
io noi so far, ch’io ‘l fare’ volentieri. –
E la duchessa gli rispuose presta:
– Vo’ sète di maggior fatto maestra.

Maggior fatt’è che menare una danza
aver sì ben vostra cucciola avezza,
ch’al vostro drudo novelle e certanza
porta, quando volete sua bellezza.
El duca ne può far testimonianza,
che co’ suoi occhi el vide per certezza. –
Udendo la donzella queste cose
partissi quindi e nulla le rispuose.

E ginne nella camera, tremando,
siccome quella che di duol moriva,
e di messer Guglielmo lamentando,
pregandone la Vergine Maria,
siccom’ egli l’er’ita abbominando,
che lo conduca a far la morte ria.
– Come conduce me che con mia mano
morrò, come Bellicies per Tristano! –

Nella man destra ignuda avea la spada
e la cucciola nel sinistro braccio
dicendo: – Traditor, poi che t’aggrada
che io m’uccida, ecco ch’io men spaccio. –
Poi dice: – Catellina mia leggiadra,
oggi sarò in inferno, be’ io saccio,
e tu sia di mia morte testimoni
dinanzi al duca ed agli altri baroni. –

El pome della spada appoggiò al muro
e per me’ il cuore s’acconciò la punta
dicendo: – Oimè lassa! Com’è duro
el partito dove io oggi sono giunta!
Per te, Guglielmo, traditore scuro,
con Dido di Cartagine congiunta
oggi sarò in inferno, con dolore! –
Poggiò la spada e misela nel cuore.

Ed una nana, ch’udì il gran lamento
dentro alla zambra e ‘l piatoso languire,
volentieri sarebbe entrata drento,
ma per temenza non ardiva gire.
Udì el mortal sospiro col lamento
ch’ella gittò, quando venne al finire.
Corse là drento e trovolla transìta,
onde stridendo si tolse la vita.

Corse messer Guglielmo e molta gente
al pianto della nana dolorosa,
e vidde morta in terra la innocente,
pallida e fredda di morte angosciosa;
onde trasse la spada inmantinente
del tristo petto, tutta sanguinosa,
e disse: – Spada, anzi che sia forbita,
a me, lasso! a me torrai la vita! –

E col viso in sul suo facea gran pianto
dicendo: – Traditor mi ti confesso,
e chiamo al mondo testimoni intanto
ch’io con teco morrò per tale eccesso,
e chi è in questa zambra da ogni canto
vedrà la morte mia simil dapresso. –
E misesi la spada con quel sangue
per mezzo el cuore, onde di morte langue.

Quivi chi v’era grande strida mise,
vedendo morti damendue costoro,
salvo che la duchessa, che sen rise.
Ei duca si mugghiava com’un toro,
e raccontava si come s’uccise
Piramo e Tosbe alla fonte del moro;
e dicean tutti: – Per simile crimine
ne morì già pur Francesca da Rimine. –

E, stando el duca in dolore e in tempesta
e nella pena ch’io ho di sopra detta,
prese la dolorosa spada presta
e ferì la duchessa maledetta
e dallo ‘mbusto gli tagliò la testa,
per far dei corpi nobile vendetta,
che s’eran morti per la sua malizia;
ben fece il duca diritta giustizia.

Ma, quando el duca die’ quella ferita
alla duchessa, che di gioi’ gallava,
ell’era già della camera uscita
con altre donne, ed in sala danzava.
Così danzando, le tolse la vita
purgando el vizio in che ella fallava;
e partille la testa dallo ‘mbusto
el magnanimo duca, dritto e giusto.

Morta quella duchessa fraudolente,
soppellir fece e’ corpi a grande onore.
Dir non si può el lamento, che la gente
faceva tutta, e il gravoso dolore.
E poi il duca non dimorò niente,
per voler ramendare el suo errore:
chiamò un suo,nipote over cugino,
e dettegli il ducato a suo domino.

Fatto che l’ebbe sir dei suo paese
e da sua gente avuto il sacramento,
cavalier tolse, tesoro ed arnese,
e cavalcò senza divoramento
inver’ di Rodi, a stare alle difese
de’ saracini, ed ivi con tormento
finì la vita sua con gran travaglia,
restando sempre in zuffa ed in battaglia.

Signori, avete udito il gran dannaggio,
ch’avvenne a’ due amanti per malizia
della duchessa, ben che ‘l duca saggio,
com’io v’ho detto, ne fe’ gran giustizia,
onde poi si dispuose a far passaggio
sopra de’ saracin per gran niquizia;
là ne morò poi in servizio di Dio.
Al vostro onor compiuto è ‘l cantar mio!

Compagnetto da Prato, L’amor fa una donna amare

L’amor fa una donna amare.
Dice: «Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ‘n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse.
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti per la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ‘nchieder d’amare!
ch’io inchiedesse lui d’amanza,
chè m’à tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ‘l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
chè ‘l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ‘nvita;
se non, gliela dirabo io
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio».
«Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ‘ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre.
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tut[t]o, senza ritegno
met[t]omi in vostra balìa».
«Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il mes[s]agio!
Domandomi che vuol dire.
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perch’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare».
«Dim[m]i s’è ver l’abraz[z]are
che mi fai, donna avenente,
chè sì gran cosa mi pare,
creder no ‘l posso neiente».
«Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzè, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!».

Giacomino Pugliese, Donna, di voi mi lamento

«Donna, di voi mi lamento,
bella di voi mi richiamo
di sì grande fallimento:
donastemi auro co ramo.
Vostro amor pensai tenere
fermo, senza sospecione;
or sembra d’altro volere,
truovolo in falsa cascione,
amore».
«Meo sir, se tu ti lamenti,
tu nó ài dritto, nè ragione;
per te sono in gran tormenti.
Dovresti guardar stagione,
ancor ti sforzi la voglia
d’amore e la gelosia;
con senno porta la doglia,
non perder per tua fol[l]ìa
amore».
«Madonna, s’io pene porto,
a voi non scresce baldanza,
di voi non agio conforto
e fals’e la tua leanza,
quella che voi mi mostraste
là, ov’avea tre persone,
la sera che mi ser[r]aste
in vostra dolze pregione,
amore».
«Meo sir, se tu ti compiangi,
ed io mi sento la doglia;
lo nostro amor falsi e cangi,
ancor che mostri tua voglia.
Non sai che parte mi tegna
di voi, onde son smaruta;
tu mi falsi di convegna
e morta m’à la partuta,
amore».
«Donna, non ti pesa fare
fallimento o villania?
Quando mi vedi passare
sospirando per la via,
asconditi per mostranza:
tut[t]a gente ti rampogna,
a voi ne torna bassanza
e a me ne cresce vergogna,
amore».
«Meo sire, a forza m’aviene
ch’io m’apiatti od asconda,
ca sì distretta mi tene
quelli cui Cristo confonda,
non m’auso fare a la porta;
sono confusa, in fidanza,
ed io mi giudico morta,
tu non n’ài nulla pietanza,
amore».
«Madonna, non n’ò pietanza
di voi, chè troppo mi ‘ncanni:
sempre vivi in allegranza
e ti diletti in mie’ danni;
l’amor non à i[n]ver voi forza,
[per]chè tu non ài fermagio,
d’amor non ài se non scorza,
ond’io di voi son salvagio,
amore».
«Meo sir, se ti lamenti, a[h] me!
tu ti nde prendi ragione,
ch’io vegno là ove mi chiame
e no nde guardo persone.
Poi che m’ài al tuo dimino,
piglia di me tal ve[n]gianza,
che ‘l libro di Giacomino
lo dica per rimembranza,
amore».
«Madonna, in vostra intendenza
niente mi posso fidare,
chè molte fiate in perdenza
trovomi di voi amare.
Ma, s’eo sapesse in certanza
es[s]er da voi meritato,
non averei rimembranza
di nes[s]un fallo pas[s]ato,
amore».

Giacomino Pugliese, Donna, per vostro amore

Donna, per vostro amore
[ora] trovo
e rinovo
mi’ coragio,
chè tant’agio
dimorato
e dot[t]ato,
stato muto
ritenuto
[ . . ]
[ . . ]
Per biasmo e per pavore
de la gente
già neiente
non mi lasso
e non casso
li miei versi,
li diversi
rime dire.
Voglio avire
consolanza
‘n allegransa,
stando for di rancore.
Ben for di pena,
aulente lena,
poi [che] m’avete,
or mi tenete,
s’i’ò sol[l]azo
[e] versi fazo
per voi, [o] bionda,
oc[c]chi giuconda,
che m’avete priso;
or m’abraza
a tuo’ braza,
amorosa
dubitosa.
Co lo dolze riso
conquiso – voi m’avete, fin amore:
vostro sono leale servidore,
voi siete la mia donna a tut[t]ore,
aulente rosa col fresco colore,
che ‘nfra l’altre ben mi pare la fiore.
Di belleze e d’adorneze
e di bello portamento
vostra par non ò trovata;
però a voi m’apresento.
A tale convente
sto caribo
ben distribo;
[ . . . ]
[ . . . ]
de le maldicente;
con talento
lo stormento
v[o] sonando
e cantando,
blondetta piagente.
Voi siete mia spera,
dolce ciera;
sì perera,
se non fosse lo conforto,
che mi donaste in diporto;
chè mi disperera,
ma[l] vedera
si guer[r]era
ma[i] voi siete, fior de l’orto,
per li mai parlieri a torto.
Rosa fresca, – già non ti ‘ncresca
s’io canto ed ispello;
a tut[t]’ore – per vostro amore
[eo] sono novello;
mentre vivo – a voi [cattivo]
non sono rubello.
La feruta non muta de’ sguardi;
ancora gli mi mandate tardi,
passa[no] balestri turchi e sardi;
sì m’ànno feruto i vostri sguardi.
Tut[t]o ‘ncendo – pur vegendo;
fina donna, a voi m’arendo.
Rendomi in vostra balìa,
voi siete la donna mia,
fontana di cortesia,
per cui tut[t]a gioi si ‘nvia.
Reina d’adorneze
e donna se’ di ‘nsegnamento;
la vostra [gran] belleze
messo m’à in ismagamento;
donami allegreze,
chiarita in viso più c’argento.
Ben sono morto
e male corto,
se me sconforto,
fiore de l’orto.

Rinaldo d’Aquino, Amorosa donna fina

Amorosa donna fina,
stella che levi la dia
sembran le vostre belleze;
sovrana fior di Messina,
non pare che donna sia
vostra para d’adorneze.
Or dunque no è maraviglia
se fiamma d’amor m’apiglia
guardando lo vostro viso,
chè l’amor mi ‘nfiamma in foco.
Sol ch’i’o vi riguardo un poco,
levatemi gioco e riso.
Gioco e riso mi levate,
membrando tutta stagione
che d’amor vi fui servente
nè de la vostra amistate
non eb[b]’io anche guiderdone
se no un bascio solamente.
E quel bascio mi ‘nfiammao,
chè dal corpo mi levao
lo core e dedilo a vui.
Degiateci provedere:
che vita pò l’omo avere
se lo cor non è con lui?
Lo meo cor non è con mico,
ched eo tut[t]o lo v’ò dato
e ne son rimaso in pene;
di sospiri mi notrico,
membrando da voi so errato
ed io so perché m’avene:
per li sguardi amorosi
che, savete, sono ascosi
quando mi tenete mente;
che li sguardi micidiali
voi facete tanti e tali
che aucidete la gente.
Altru aucidete che meve,
chè m’avete in foco miso
che d’ogne parte m’al[l]uma;
sutto esto manto di neve,
di tal foco so raciso,
che [ mai non ] me ne consuma:
d’uno foco che non pare
che [ ‘n ] la neve fa ‘llumare,
ed incende tra lo ghiaccio;
quell’è lo foco d’amore
c’arde lo fino amadore
quando e[llo] non à sollaccio.
Lo sollazo non avesse
se non di voi lo sembiante
con parlamento isguardare
a gran gioi quando volesse,
perchè pato pene tante,
ch’io non le por[r]ia contare.
Ned a null’omo che sia
la mia voglia non diria,
dovesse morir penando,
se non estu Montellese,
cioè ‘l vostro serventese
a voi lo dica in cantando.

Re Giovanni, Donna, audite como

Donna, audite como
mi tegno vostro omo
e non d’altro segnore.
La mia vita fina
voi l’avete in dot[t]rina
ed in vostro tenore.
Oi chiarita spera!
la vostra dolze ciera
de l’altr[e] è genzore.
Così similemente
è lo vostro colore:
color non vio sì gente
nè ‘n tinta, nè ‘n fiore;
ancor la fior sia aulente,
voi avete il dolzore.
Dolze tempo e gaudente
inver[i] la pascore!
ogn’om che ama altamente
si de’ aver bon core
di cortese e valente
e le[a]l servitore
inver donna piagente,
cui ama a tut[t]ore.
Tut[t]ora de’ guardare
di fare fallanza
chè non è da laudare
chi non à leanza,
e ben de’ om guardare
la sua [o]noranza.
Certo be[n] mi pare
che si facc[i]a blasmare
chi si vuole orgogliare
là ove non à possanza.
E chi ben vuol fare,
sì si de’ umiliare
inver sua donna amare
e fare conosc[i]anza.
Or venga a rid[d]are
chi ci sa [ben] andare,
e chi à intendanza
si degia allegrare
e gran gioia menare
per [sua] fin[a] amanza;
chi no lo sa fare,
non si facc[i]a blasmare
di trarersi a danza.
Fino amor m’à comandato
ch’io m’allegri tut[t]avia,
faccia sì ch’io serva a grato
a la dolze donna mia,
quella c’amo più ‘n celato
che Tristano non facia
Isotta, como cantato,
ancor che li fosse zia.
Lo re Marco era ‘nganato
perchè ‘n lui si confidia:
ello n’era smisurato
e Tristan se ne godia
de lo bel viso rosato
ch’ Isaotta blond’ avia:
ancor che fosse pec[c]ato,
altro far non ne potia,
c’a la nave li fui dato
onde ciò li dovenia.
Nullo si facc[i]a mirato
s’io languisco tut[t]avia,
ch’io sono più ‘namorato
che null’altro omo che sia.
Perla, fior de le contrate,
che tut[t]e l’altre passate
di belleze e di bontate,
donzelle, or v’adornate,
tut[t]e a madon[n]a andate
e mercede le chiamate,
che di me agia pietate;
di que’, ch’ell’à, rimembranza
le degiate portare;
già mai ‘n altra [‘n]tendanza
non mi voglio penare,
se no ‘n lei per amanza,
chè lo meglio mi pare.
Dio mi lasci veder la dia
ch’io serva a madonna mia
a piacimento,
ch[e] io servire le vor[r]ia
a la fiore di cortesia
e insegnamento.
Meglio mi tegno per pagato
di madonna,
go che s’io avesse lo contato
di Bologna
e la Marca e lo ducato
di Guascogna.
E le donne e le donzelle
rendano le lor castelle
senza tinere.
Tosto tosto vada fore
chi non ama di bon core
a piacere.

Guittone d’Arezzo, Ahi, bona donna, or, tutto ch’eo sia

Ahi, bona donna, or, tutto ch’eo sia
nemico voi, com’è vostra credenza,
già v’enprometto esta nemistà mia
cortesemente e con omil parvenza;
e voi me, lasso, pur con villania
e con orgoglio mostrate malvoglienza.
Ma certo en nimistà val cortesia,
e li sta bene alsì co ‘n benvoglienza.
Ch’usando cortesia po l’om dar morte,
e render vita assai villanamente:
or siate donque me nemica forte,
e m’auzidete, amor, cortesemente!
E piacemi non men, che se me sorte
a vita amistà vil desconoscente.

Guittone d’Arezzo, Spietata donna e fera, ora te prenda

Spietata donna e fera, ora te prenda
di me cordoglio, poi morir mi vedi;
che tanta pietà di te discenda,
che ‘n alcuna misura meve fidi.
Che lo tuo fero orgolio no m’offenda
s’eo ti riguardo, ché con el m’aucidi,
e la tua cera allegra me si renda
sol una fiata e molto mi provedi,
en guiderdon di tutto meo servire,
ché lo tuo sguartio in guerigion mi pone,
e lo pur disdegnar fami perire.
Or mira qual t’è più reprensione:
o desdegnar, per fare me morire,
o guardar, perch’eo torni a guerigione.