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Carlo Tenca – La cà dei cani : cronaca milanese del secolo 14. / cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti

LA CÀ DEI CANI

Cronaca Milanese
DEL SECOLO XIV
Cavata da un manoscritto di un Canattiere
DI

BARNABÒ VISCONTI

CON QUATTRO INCISIONI.

MILANO
COI TIPI DI BORRONI E SCOTTI

CONTRADA DI S. PIETRO ALL’ORTO N.° 893.
SI VENDE ANCHE DA ANDREA COLOMBO, LIBRAJO E CARTOLAJO
CONTRADA DE’ RATTI N.° 3190
Ai Lettori

“…. Et sconjuriamo ogni uno che si faciessero a leggere questa historia di ajutare credentia alle nostre parole, et di honorarla di cortese indulgentia. Con che poniam fine nel nome del Signore.” Le quali parole che chiudono la cronaca del canattiere di Bernabò, noi abbiamo stimato opportuno mettere in cima al nostro libro, quasi a perorare la nostra causa presso i lettori, e chieder loro quella credenza e benignità che il buon cronista domandava a’ suoi.
E invero non è senza un segreto sgomento che osiamo per la prima volta srugginire e mondar dalla polvere una vecchia pergamena, in questi tempi in cui tanti illustri ci precedettero sul difficile cammino e si accaparrarono intera l’attenzione del pubblico. Se il pensiero di esser puntello al pericolante edifizio delle lettere e di recare singolar giovamento alla società non ci avesse sospinto all’arrischiata impresa, forse noi avremmo lasciato dormire quel prezioso manoscritto fino al dopo pranzo del dì del giudizio, a gran tripudio dei topi e delle tignuole. Ma la santità della nostra missione la vinse sul natural timore: il bisogno dei tempi è troppo altamente annunziato dal succedersi degli almanacchi e delle strenne, il Cicca berlicca, l’Ara bell’ara, il Minin minell, il Cicciorlanda e tali altri riputatissimi libri dovevano avere un confratello. Ed ecco che la nostra buona ventura ci condusse a scoprire fra le carte d’un pescivendolo la cronaca del canattiere di Bernabò, la quale se non elevasi alla sublimità di quei primi modelli, non è priva di certa importanza ed ha in se tutti gli elementi che richiedonsi a fare un racconto storico. In essa trovammo le violenze, le prigioni, i rapimenti, le carnificine, le stregherie, le morti, e tutto ciò col condimento d’un po’ d’amore e di qualche scena burlesca: solo mancavano i tornei e le feste, e di questo difetto, più dei tempi che nostro, domandiamo generoso perdono ai lettori. Ben è vero che abbiam posto a tortura il nostro cervello, e abbiamo sudato le intere settimane per trovar modo a tirarvi pe’ capegli almeno un pajo di tali episodii, non tanto per seguitare il costume, quanto per rimpinzare con essi il racconto senza molto studio nè fatica; ma questo non ci venne mai fatto stante la gramezza dei tempi che tornei e feste non comportava. Invece, perchè gli episodii sono pur necessarii, anzi costituiscono la parte principale di un racconto storico, vi abbiamo introdotto la esecuzione di cento cittadini impiccati sulla pubblica piazza, quella di due frati abbruciati vivi, l’apparizione d’una cometa, tutte descrizioni che valgono per quelle di cento tornei e che hanno il pregio di sviare più che mai la mente del lettore dal fatto principale.
Per questo lato il nostro racconto non è privo di una certa importanza e può stare non ultimo fra molti romanzi storici contemporanei. Oltre di che l’erudizione vi è sparsa a piene mani essendoci stato d’ajuto in ciò il nostro cronista, il quale pare che sia andato razzolando tutte le memorie de’ suoi tempi e ne abbia fatto tesoro nella sua storia. Anzi fu sì grande questa sua smania di narrare fatti, che raccolse in una sola epoca avvenimenti di cinque o sei anni: il che noi abbiamo fedelmente osservato non solo per una cotal venerazione alle cronache, ma confortati in ciò dall’esempio di alcuni scrittori pei quali anacronismo è parola vota di senso.
Rispetto allo stile e alla lingua, che tengono oggidì primato d’importanza in un racconto qualsisia, ci siamo sforzati di stare più strettamente che per noi si potesse vicino alla verità. La qual verità noi riputammo consistere nel far parlare ciascheduno secondo la sua condizione e tutti secondo i tempi. Ond’è che al signore o al principe abbiamo posto in bocca un linguaggio fiorito e sentenzioso adorno di frasi studiate e peregrine, e al popolo un parlar basso e ruffianesco misto di solecismi e di arzigogoli d’ogni fatta. Anche in ciò i nostri lettori troveranno quella varietà e diremmo quasi screziatura che tanto piace nella comune dei romanzi. Pel colorito locale e contemporaneo poi ci fu modello la cronaca medesima, alla cui narrazione semplice e concisa attingemmo la maggior parte dei modi di dire, non in guisa però da non poter giurare di aver creato lo stile.
Inoltre, per accrescere curiosità ai lettori e per dare certa vaghezza al libro, abbiamo avuto cura d’interrompere qua e là il racconto e di saltare da un fatto all’altro, lasciando lacune che la mente dei lettori non riempirà mai. A questo uopo abbiamo religiosamente abbruciato alcuni fogli della nostra cronaca, per poter asserire con fondamento ch’essa è difettosa in alcune parti, e proprio là dove il racconto ha maggior bisogno di essere rischiarato. Tali lacune saranno abbellite da una falange di puntini, i quali oltre al far vaga mostra all’occhio, hanno il pregio di non istancare la pazienza dei lettori. Ben è vero che ove quelle lacune fossero veramente esistite, sarebbe stato facile supplirvi colla nostra imaginazione e compire la narrazione; ma poichè nessun romanziero, per quanto sappiamo, ha mai fatto ciò, noi pure ci siamo trattenuti dal farlo. I lettori poi sono pregati di credere che quelle pagine perdute contenevano le più belle e mirabili cose del mondo, al cui confronto sono uno zero quelle narrate nel restante del libro.
Il racconto abbiamo diviso in capitoli, e a ciascun capitolo abbiam posto in cima un motto od epigrafe per vieppiù invogliare i lettori a scorrerne le pagine. Queste epigrafi poi le abbiamo rubacchiate qua e là dovunque ci capitavano sott’occhio senza badar molto se si acconciavano o no alla narrazione; e quando non ne trovammo, le abbiamo fabbricate a bella posta spacciandole per brani di canzoni inedite o di poemi manoscritti che non esistettero mai. Il qual segreto insegnatoci già da un nostro confratello, abbiam trovato comodissimo e pieno di utilità. Solamente non volemmo dare alcun titolo ai capitoli, e ciò per un capriccio, che preghiamo i lettori di perdonarci. Quelli tra essi che non potessero far senza di questa oziosa nomenclatura, piglino l’ultimo romanzo da essi letto e ne applichino i titoli al nostro racconto, che vi si adatteranno a meraviglia. Perchè alla fine son sempre le medesime scene che si riproducono in tutti i romanzi, e i capitoli di ciascheduno hanno tanta analogia tra loro come le messe d’una chiesa rassomigliano a quelle d’un altra.
Ora ci rimarrebbe a dire del lusso dell’edizione, degl’intagli, e di tutte le vaghezze tipografiche. Ma di questo faccian ragione i lettori. Tanto più che troppe pagine abbiamo speso intorno al libro; e vogliamo che i giornalisti, se mai alcuno piglierà a lodarlo, possano far senza delle parole dell’autore e scrivere del proprio…. almeno circa la carta e i caratteri. Del resto chi sa che la cronaca del canattiere di Bernabò non pigli posto tra breve fra le edizioni illustrate.
Se ne sono vedute tante!

I.

Vulgo fu sempre vulgo – era ‘l capestro
E ‘l pane e ‘l boja, e sono e saran sempre
Il suo trastullo. –

FOSCOLO. Sermone.

Un mattino del novembre dell’anno 1374, la città di Milano erasi levata quasi a rumore, e gli abitanti accorrevano a torme di tre, quattro, fuori delle case accalcandosi per le contrade che mettono alla piazza della Vetra. Dappertutto era un correre, un affannarsi, un domandare, un parlar sommesso che dava indizio di qualche grave avvenimento. Chi avesse osservato da vicino siffatto trambusto non avrebbe detto certamente esser quello un giorno di festa o di pubblica allegrezza; anzi avrebbe cavato cattivo augurio dall’aspetto umile e rassegnato de’ cittadini e meglio ancora dai loro visi pallidi e sparuti. Lacere le vesti e sudicie, gli occhi infossati nell’orbita e tristissimi, le guance informate dalla pelle livida e gialliccia, il respiro affannoso additavano generale la miseria e la fame. Gli uomini parlavan piano tra loro e sfogavansi in amare lamentazioni, le donne alzavano gli occhi al cielo e piangevano: dei fanciulli, soliti sempre a far baldoria e schiamazzare in tali occasioni, pochi o nessuno se ne vedeva. Tutti poi avevano in fronte l’indignazione e più che l’indignazione il terrore, e guardavansi sospettosi da certe facce sinistre, che aggirantisi qua e là per mezzo alla moltitudine, scostavansi da loro come dalla peste.
E invero chi avesse veduto in quel torno la città di Milano avrebbe chiesto dov’era la splendidezza delle case, la chiassosa allegria dei cittadini, l’eccellenza delle arti, la frequenza di una plebe numerosa e felice. Fin dal principiare di giugno erasi appiccato di nuovo il contagio in Lombardia più fiero e più crudele che nel passato; tanto che quasi due terzi degli abitanti n’erano periti. Al qual numero se si aggiungano i morti nella peste dell’anno antecedente, di leggeri si farà ragione dello squallore e della miseria di questa città. I provvedimenti dati dal duca Bernabò Visconti, anzichè scemare, accrebbero di gran lunga la desolazione di Milano, perocchè nell’anno avanti, appena si ebbe indizio di contagio, fuggissi tostamente nelle sue castella presso Marignano, e nella città comandò che fossero diroccate le case di tutti coloro che eran morti di contagio, senza riguardo per gli ammalati o pei sani che vi potevano essere. Poscia, quando la peste si riprodusse più forte, diè ordine che tutti quelli i quali fossero tocchi dal male, dovessero portarsi fuori della città o del paese ove abitavano, e andassero nei boschi, nelle campagne a morirvi; nè alcuno, che avesse assistito un contagioso potesse ritornare a casa prima di dieci dì dalla morte di esso. I preti e i parrochi di ciascun luogo erano obbligati di visitare gl’infermi e di additare agl’Inquisitori, trascelti a tal uopo, ogni ammalato sotto pena del fuoco: del pari i beni di ciascuno erano dati al fisco fino a nuovo avviso. Le quali misure, giudichi ognuno quanto fossero atte a riparare a cosiffatta disgrazia, e come non dovevano immiserire questo bel paese, già gramo per una prepotente dominazione. Basti il dire che il Petrarca, ospite caro a Milano, il quale aveva stabilito di terminarvi i suoi dì tra le carezze della figlia e del genero, partissi al primo infierire del morbo nel 1361, nè più vi fece ritorno.
E quasichè non bastasse la morìa a spopolare e a far misera Milano, cominciò il cielo a imperversare in sull’aprirsi della primavera, e a cader una pioggia non mai interrotta fin presso al finire di luglio; talchè le biade ne rimasero al tutto guaste e distrutte. Da ciò nacque un’orribile carestia che condusse una moltitudine di persone a morir di stento, e attirò in Milano gran parte de’ contadini e dei montanari, i quali cacciati dalla fame versavansi a frotte nella città già ridotta allo stremo. Nè le limosine di Galeazzo Visconte, che furono molte e generose, nè quelle di Bernabò, valsero a trarre il paese da sì profondo abbattimento; e nel mese di novembre, in cui ebbero luogo gli avvenimenti che imprendiamo a narrare, quantunque il contagio fosse cessato d’un tratto, e la carestia avesse dato luogo alquanto, profonde erano tuttavia le tracce della desolazione e della morte.
Però, la curiosità, che fu primo retaggio dell’umana schiatta, e poscia principale attributo della plebe e delle femmine, aveva anche adesso fatto mostra del suo potere; ond’è che in onta alla peste ed alla carestia, in onta al dolore che struggeva l’animo de’ cittadini superstiti, la maggior parte di essi traeva alla piazza della Vetra per essere testimone di uno spettacolo miserando, d’una sventura più grande dei due flagelli mandati dal Signore. Bernabò Visconti, non appena tornato dal suo castello, ove passava il tempo cacciando, aveva pubblicato un editto, col quale minacciava fierissime pene a chi avesse ucciso cinghiali od altre salvaggine, ch’egli amava sopra modo. Nè pago di ciò, comprese nel medesimo editto tutti coloro che fossero accusati di averne ucciso alcuno nel periodo di quattro anni addietro; e si diè con ogni cura a cercare i rei. È facile immaginarsi che non mancarono le accuse, in parte vere, in parte anche false, perchè in ogni tempo e in quello specialmente, non mancarono tristi personaggi ed odiosi, che stimarono innalzar sè sulla caduta degli altri. Il perchè più di cento, tra plebei e cittadini, furono convinti, Dio sa come, di codesto delitto di lesa salvaggina, e condannati alla perdita degli occhi, poscia ad essere appiccati. La qual crudeltà, non nuova in quei tempi di barbarie e di dispotismo, ma terribile in un’epoca di tanta pubblica calamità, doveva certamente accrescere e l’abbattimento de’ poveri milanesi e l’odio a così strana oppressione. E tuttavia per quanto universale fosse lo squallore e unanimi le maledizioni per sì feroce atto, la moltitudine, fedele al suo istinto, non poteva privarsi di uno spettacolo favorito, e col fiele nell’animo trascinavasi al luogo del supplizio. La prima condanna era già stata eseguita il giorno innanzi nel palazzo dello stesso duca: ora rimaneva soltanto l’appiccatura, per la quale erasi eretto un gran palco capace non che di cento, ma di mille persone, se alcuno vi fosse stato, cui avesse fatto gola un ballo all’aria.
Sull’angolo della contrada degli Spadari, dove sbocca dritto negli Armorari, un uomo di forse quarant’anni, robusto della persona e franco, sebbene macilento in viso, preparavasi ad uscire della bottega in compagnia di un suo amico, e detto ai giovani che badassero al di dentro e non si lasciassero vincere dalla curiosità, cacciossi il berretto in capo, e in due passi fu in istrada. Quand’ecco al disopra della bottega, proprio rasente l’insegna, che era un elmo irrugginito posto a cavalcione d’un’alabarda, aprissi una finestra ed una voce malinconica ma pur gentile esclamò:
– Perchè vuoi tu uscire, Stefano? Ti pare una bella cosa l’andar a vedere quattro manigoldi metter il capestro al collo a tante brave persone, che alla fine sono nostro prossimo? Via, rimani in casa. E voi, signor Franciscolo, che avete più giudizio di lui, persuadatelo a restare. –
– Eh, mia buona signora Agnese, non sono già io che ha indotto questo capo sventato di Stefano ad uscire: è lui che vuol andarvi a tutti i modi, ed io per non lasciarlo solo ho dovuto acconciarmi ad andarne con lui. Ma state cheta che non ci accadranno disgrazie. –
– Disgrazie, tu dici? – rispose l’armajuolo. Che diamine ci può accadere di peggio? La scomunica del papa, la peste, la carestia, la corda, l’impiccatura, e che so io. Sai tu, Franciscolo, che vi sia qualche cosa d’altro da mettere appresso? –
– Sì; quattro carezze dei cani del Duca – gli disse Franciscolo all’orecchio – e se non tieni la lingua fra i denti…. –
– Maladetti i cani! – mormorò Stefano, poi guardando all’insù – moglie mia – disse – bada che non accada nulla a quella sguajata bestiaccia, se no mal per noi, mettile innanzi da far colazione, e fa in guisa che non fugga di casa. –
– Vi ubbidirò – rispose la moglie – siete proprio ostinato di voler andare a quella bella festa. In nome del Signore, guardatevi almanco dal parlar troppo, abbiate l’occhio a quelle facce sinistre di que’ canattieri, di quegli sgherri, di quegli stipendiati del duca, che mettono la terzana solamente a guardarli. Io non so che pro’ vogliate cavarne di questo vostro andare. –
– Che pro’ ne caverò? Dove non fosse altro, imparerò come impicchino i manigoldi del duca, e se il caso volesse che un qualche dì…… Ma via, via, non i sgomentarti Agnese, io porto il berretto fuori degli occhi. In ogni modo è bene l’andarvi, perchè la presenza di facce da cristiani come noi, conforta alquanto negli estremi momenti…. Ah! non mi ricordava che quei poveretti sono senz’occhi! Uf. Andiamo Franciscolo, addio Agnese. –
Ciò detto, pigliò pel braccio Franciscolo, che parve seguirlo a rilento, ed entrambi scantonarono per avviarsi al luogo dell’esecuzione. Quantunque la morìa fosse di fresco cessata, e non al tutto deposto lo spavento; quantunque un pò per la fame, un pò per la peste la popolazione di Milano fosse ridotta a meno di un terzo, tuttavolta le case non erano tanto deserte che non potessero uscirne un diecimila persone. E tante, e forse più se ne trovavano sulla piazza della Vetra, allorchè vi giunsero per la via del Carrobbio Stefano e Franciscolo. L’esecuzione era già incominciata, alla spiccia e senza molti preliminari, talchè una dozzina di quegl’infelici erano belli e spacciati. La moltitudine stava commossa e timorosa, e in tanto subbuglio di gente era un silenzio tale che udivansi chiaro le preghiere e le ultime parole dei condannati. Tra questi erano giovani e vecchi e sacerdoti e cittadini d’ogni classe, alcuni venerandi per canizie, altri stimati per probità e per valore; desiderio grandissimo della patria in quell’epoca di desolazione. La maggior parte non reggevasi sulle gambe e minacciava ad ogni istante di uscir di vita; e questi erano spacciati per i primi. Gli altri più giovani, più baldi e pieni ancora di vigorìa, sebbene doloranti per la perdita degli occhi, favellavano, volgevansi al popolo gridando, invocavano il Signore, e morivano pregando tempi migliori allo sfortunato loro paese. Invano gli sgherri or colla voce, or con punzoni o minacce tentavano di contenerli, di farli tacere: le bravate non valevano a nulla per essi, che avevano a due passi la morte, ond’è che stimarono più acconcio lasciarli dire. Tra gli altri erano due giovani, belli della persona e del volto, per quanto l’un e l’altro avessero sfigurato e malconcio: stavano sul davanti del palco, e tenevansi abbracciati in un amplesso così tenace, che pareva non se ne potessero più sciogliere. Dal muoversi convulso delle labbra e dallo stringersi così da vicino scorgevasi un immenso struggimento di non potersi mirare in viso, e un amore, una tenerezza, un abbandono non facile a trovarsi tra uomo e uomo. Quei due giovani erano fratelli, pellicciai di mestiere, tra i più facoltosi cittadini di Milano, citati siccome modello di fraterna amicizia. Il più giovine, debole e malaticcio, fu tra i primi ad esser colto dal contagio, e il maggiore portatolo fuor di città, com’era prescritto, non scostossi un istante da lui finchè non l’ebbe veduto salvo. Allora, siccome lo sfinimento prodotto dal morbo richiedeva cibi più succulenti e la carestia aveva fatto ascendere i mangiari a un prezzo enorme, vendette, come meglio potè, le sue pelliccie e perfino le masserizie per cavarne danaro; ma presto ridotto al verde, usciva il mattino intanto che il fratello dormiva, e con certi lacciuoli ingegnavasi di pigliar qualche lepre spinta dalla fame fin sotto le mura della città. Così erano campati entrambi fino al finir dell’ottobre, nel qual tempo pubblicatosi l’editto, vennero presi e condannati, l’uno per aver cacciato, l’altro per aver mangiato quelle lepri. Ora il fratello maggiore, che accusava sè della morte di entrambi, addoloravasi oltremodo e veniva sostenendo e confortando quell’altro colle più soavi parole, e quando furono al punto di dover essere divisi, pregò che gli concedessero di accompagnarlo fino a piè del patibolo. Dove giunti, furono tanti e sì teneri gli abbracci, e le parole così tristamente affettuose, che la moltitudine commossa non potè più contenersi e si diè altamente a singhiozzare. Forse in altri tempi quello spettacolo avrebbe destato una subita indignazione e levato il popolo a sommossa; ma allora gli animi infiacchiti dalle calamità e dall’oppressione non potevano dare altro che lagrime. Tanto più che gli alabardieri di Bernabò circondavano a doppie file la piazza, e non sarebbero stati gran fatto malcontenti di picchiar coll’asta nelle reni a quella sozza canaglia, com’essi chiamavano il popolo, e di mandarne porzione a far compagnia ai ranocchi nella fossa che gira quasi tutto all’intorno.
Stefano e Franciscolo non poterono più oltre patire la vista di quello spettacolo, e si volsero per uscire di là fieramente combattuti da mille diversi sentimenti. Quando furono davanti alla porticina della chiesa di S. Lorenzo, dove la moltitudine diradavasi e lasciava luogo a camminare alquanto più liberamente, Stefano, tratto un grosso sospiro, disse piano al compagno:
– Poveretti, come fanno compassione. E a vedere quei ribaldacci di stipendiati del duca come gavazzano e si tengono a festa. Maladetti! S’io rimaneva più là, avrei commesso qualche sproposito: mi pareva d’aver i piedi sulle brage, e qui nelle mani poi mi sentiva certi pizzicori… Che la Madonna e san Lorenzo mi ajutino. –
– Amen, rispose una voce grave a poca lontananza da lui.
Il povero Stefano, che tenevasi solo, e credeva che nessuno l’avesse udito, si volse pieno di sospetto, e vide due frati minori che si erano ritratti dalla folla e stavano rincantucciati presso alla porta della chiesa col viso quasi interamente coperto dalla cocolla. Sopra di costoro ei cacciò due occhi a guisa di due punti d’interrogazione; ma poichè il frugare e l’osservarli minutamente non servì a nulla, si trasse Franciscolo in disparte e accennò di andarsene. Allora uno dei frati scopertosi il viso gli mosse un passo all’incontro, e lo chiamò per nome.
– Che? Siete voi padre Teodoro, e voi padre Andrea? – disse Stefano riconoscendoli entrambi – che il cielo vi benedica, m’avete fatto una paura da non dirsi. E perchè appiattarvi qui come lepri in un cespuglio… Ah! mio Dio, l’ho detta grossa. Basta, fu così per un paragone, e spero non mi vorrete tradire; se no, povero il mio collo. –
– Noi siamo venuti a mirare l’opera della distruzione, a veder compiuto l’olocausto, a raccogliere i gemiti di tutte queste vittime e offrirli al trono del Signore: chi sa che il giorno dell’espiazione non sia presto maturo. –
– Oh: se tutti questi poltroni che stan qui a piangere come donnicciuole avessero un cuore come il mio, que’ manigoldi non riderebbero lungo tempo alle nostre spalle; e lo stesso duca ci farebbe di berretto se ci scontrasse per via, invece di farci inginocchiare come i pagani davanti all’idolo di Belo. –
– Lo scampo sta nelle mani del Signore – ripigliò il padre Teodoro – e non in quello degli uomini. Che potreste fare voi altri, branco di pecore, deboli e sommesse, che la voce del padrone manda quando vuole al macello? Al Signore tocca salvarvi, ed egli solo lo può. Finora ci ha dato le prove dell’ira sua castigandoci con ogni sorta di flagelli: ma egli è misericordioso e alla fine si placherà. Che, credete che possa esser lieta una città ov’egli non abita? una città ricetto di scomunicati, senza guida, senza pastore, nella quale lo stesso arcivescovo rifiuta di porre il piede? –
– Sopra di ciò ha ragione l’arcivescovo – entrò a dire Franciscolo – egli avrà davanti agli occhi quel che fece il duca con Roberto Visconti suo antecessore, quando gli diè del poltrone e del ribaldaccio, e se lo fe’ inginochiare a’ piedi. –
– Roberto Visconti fu uomo e debole, rispose il padre Teodoro, ma il vero ministro di Dio non teme le minacce dei superbi, anzi le sfida e le soggioga. Forse verrà tempo, nè è molto lungi, in cui Bernabò udrà dirsi la verità in nome del Dio che castiga, e può darsi ch’ei torni a miglior vita. Notte e dì noi preghiamo il Signore che ci accordi questa grazia, e se l’otterremo sarà il più gran miracolo che possa avvenire in questi tempi di depravazione. Però non disperiamo del cielo: tra breve vedrete gli effetti della grazia divina.
Appena aveva terminato di parlare, che le campane delle chiese circonvicine, che prima sonavano a tocchi lenti e misurati, come suolsi per gli agonizzanti, rumoreggiarono alla distesa e annunziarono compiuta la tremenda cerimonia. La moltitudine più sparuta e più avvilita di prima si volse ed avviossi lentamente mormorando alla volta delle case, con uno sgomento, una stretta al cuore, come se il dì appresso dovesse toccare a ciascuno la medesima sorte. I due frati si tirarono di nuovo la cocolla sul viso, e toccata la mano a Stefano e salutato il compagno, s’internarono per una stradicciuola che metteva dritto al loro convento che era degli Umiliati in Mirasole, posto non molto lungi di là. E i due nostri conoscenti senza muover parola tornarono un passo dopo l’altro sull’angolo degli Spadari, nella bottega d’ond’erano usciti.

II

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Ma per quanto a riamarlo la pregasse
Con lettere e con umili parole
Non si sa che la Dama gli badasse
Perchè rossi d’intorno non ne vuole.
In questo poi che ci volete fare?
Ha ognun la sua maniera di pensare.
GUADAGNOLI. Il color di moda.

Prima di tirar innanzi il nostro racconto è d’uopo che preghiamo i lettori, quando non si siano nojati coll’esordio, a intrattenersi alquanto per fare la conoscenza coi personaggi da noi posti in iscena, e specialmente coll’armajuolo che ne dev’essere l’eroe. Stefano Baggi era un uomo in sui trent’otto anni, più tarchiato che alto, al quale però il portamento robusto e sicuro dava un buon pollice di più: due occhi nerissimi di sotto a folte sopracciglia e una spessa barba accrescevano vigoria alla sua persona già maschia e bella. Fin da ragazzo egli era stato avvezzo a trattare spade e pugnali e manopole ed elmi; perchè i suoi da tempo immemorabile esercitavano il mestiero d’armajuolo allora uno dei più onorati e profittevoli. Valentissimo nell’arte sua, nella quale era salito in grido anche in lontani paesi, era del pari destro e forte in ogni esercizio della persona, e ne aveva date frequenti prove nelle giostre e ne’ giuochi popolari che ebbero luogo in Milano fino dai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti, quand’egli era ancor giovinetto. Nella sua officina vedevansi appese ad una parete i premii da lui riportati nelle diverse lotte, e soprattutto una corona che il buon armajuolo accennava con singolare compiacimento, siccome quella che gli aveva valsa per moglie la più bella fanciulla di Milano. La sua Cecilia, che ad onta de’ suoi ventinove anni e di una cotal pienezza di forme quasi matronale era detta dal popolo la bella Cilia, era sette anni addietro il più fresco bottoncino di rosa che fosse sbucciato all’ombra della contrada dei Mercanti d’Oro. Quand’ella stavasi nella sua bottega da pellicciajo, e ciò accadeva sovente a cagione dei viaggi che il fratello era costretto fare, i garzoni dei dintorni vi si trattenevano dinanzi e gettavano occhiate malinconiche e sospiravano a guisa di mantici, e studiavano ogni modo di darle nell’occhio. Ma ella stava salda al suo banco e mostrava di non badare a quelle dimostrazioni, anzi in cuor suo le dispregiava, perchè aveva spesso udito dire dalla madre sua che la gioventù è fatta come le mosche, le quali accorrono dappertutto dove trovano il dolce, ma presto anche volano via. La qual morale della buona femmina, chi vuole, può trovar modo d’applicarla anche a questi dì, in cui tanto mutarono le cose, specialmente in fatto di amore. Tra gli altri amatori era pure il nostro armajuolo, il quale non passava mai davanti alla bottega di Cecilia senza trarre un sospiro ed esclamare – Per dio! darei la più bella manopola d’acciajo della mia fabbrica, e con essa la mia mano sinistra per ottenere un’occhiata benigna da questa furfantella di Cecilia. – Ma l’affare non era sì lieve. Non già che la fanciulla vedesse di mal occhio l’armajuolo, che anzi lo sceverava da tutta quella turba di vagheggini, essa era troppo austeramente educata, e, dobbiam dirlo, impeciata anche un pocolino di quel difettuzzo che tutte le donne ereditarono dall’antica loro genitrice, quel pò di orgoglio che in molte tien luogo di modestia; del resto però eccellente figliuola, buona, amorosa, e, quel che è più, ottima massaja. Stefano avrebbe voluto chiederla al padre, ma oltrecchè poca o nessuna relazione esisteva tra loro, trattenevalo il pensiero d’un rifiuto, perchè di solito accadeva che i matrimonj si facessero tra persone della stessa corporazione, e quanto a ciò, armajuolo e pellicciajo erano come diavolo e acqua benedetta. Tuttavia il caso volle che Stefano rendesse un piccolo servigio al padre della Cecilia; sicchè inanimito si fè coraggio a chiedergliela in isposa. Alla qual domanda il padre rispose più mansueto di quel che sarebbesi aspettato, ch’egli era vecchio e omai presso a morire, che i tempi erano grami e tristi e più favorevoli all’armi che al commercio, e la sua figliuola aveva bisogno di uomo che sapesse proteggerla contro le violenze dei signori; perciò l’avrebbe data a colui che nella vicina prova avesse guadagnato tutti i premii. Udito ciò, l’armajuolo partì giubilante e tutto pieno di speranza, e preparossi alla giostra. In que’ dì appunto si facevano grandi feste in Milano pel matrimonio di Marco Visconti con Elisabetta di Baviera, e il popolo siccome era uso di quei tempi, oltre i soliti spassi, soleva darsi quello dei giuochi pubblici e delle giostre, spasso che costava molte volte a chi un occhio, a chi un braccio, a chi perfino la vita. L’armajuolo presentossi tra i primi nello steccato, leggero e brioso come un puledro, e memore delle tante prove da cui era già uscito vincitore. La fortuna gli arrise dal principio alla fine, talchè gridato vincitore di bel nuovo, potè ricevere dalla mano stessa della Cecilia la corona guadagnata, e stamparle un bacio in fronte, il qual bacio fece arrossire come bragia la fanciulla. La sera medesima la figlia interrogata dal genitore se acconsentiva ad aver per marito l’armajuolo, aveva abbassato gli occhi e mormorato un sì inintelligibile a tutti fuorchè al solo Stefano che, pigliatala per mano, giurò che avrebbe vegliato sopra di lei e l’avrebbe amata fino alla morte. In tal guisa essi furono marito e moglie.
Ormai erano scorsi sette anni da quel dì, e la domestica tranquillità dell’armajuolo non era mai stata turbata da verun tristo avvenimento: solo la morte del padre di Cecilia, avvenuta due anni dopo, aveva cagionate alcune lagrime, le quali furono facilmente asciugate dalle carezze di un fanciullino, cui l’armajuolo aveva posto nome Marco in onore del Visconti sotto i cui auspicii aveva inaugurato la sua felicità. E Stefano poteva dirsi compiutamente felice, se fosse stato men uomo di quello che era, e se avesse potuto chiuder sempre un occhio a tempo e luogo. Ma troppo spesso ricordavasi di essere il primo fra i campioni milanesi e di aver fatto mordere la polve a molti di quegli spavaldi che andavano ora con aspetto tronfio e superbo e guardavano in cagnesco i poveri cittadini. Oltrecchè era di cuor buono e generoso e le miserie della sua città gli mettevano una rabbia nello stomaco che prorompeva ad ogni istante e che la sola Cecilia valeva a frenare. Nel forte della pestilenza, egli aveva soccorso molti cittadini con ogni maniera d’ajuto, e vantavasi che il cielo l’avesse risparmiato, anzi che lo facesse sempre più prosperare in salute. E ciò, diceva egli, a dispetto di que’ rozzi manigoldi del duca, che l’avrebbero voluto infilzato sulle coltella. Tuttavia siccome per lo imperversar della peste ogni industria era scemata e poco men che perduta, e nessuno poi pensava a provvedersi di arme quando mancavagli il pane da mangiare, così egli pure si vide ridotto a cattivo partito e, tanto per cavarsi il bisogno, fu costretto, a grande suo malincuore, di accogliere in casa sua uno dei cinquemila cani che Bernabò teneva distribuiti fra i cittadini, e il cui mantenimento largamente ricompensava. La qual industria, veramente barbara e crudele, porgeva però da campare a un gran numero di famiglie che forse sarebbero morte di fame. Così un po’ bene, un po’ male, il nostro Stefano era vissuto fino a quel dì, in cui erano stati appiccati i cento cittadini, avvenimento che gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene, e che nel tornarsene lo faceva uscire nelle più sanguinose imprecazioni, checchè gli andasse susurrando il compagno, al quale pareva d’avere le budella in un catino.
Giunti che furono davanti all’officina dell’armajuolo, Franciscolo, al quale era venuto crescendo per via una tenerezza straordinaria per casa sua, strinse la mano in fretta in fretta a Stefano, e partissi, non parendogli vero d’essersela cavata così a buon patto. E il tratto di strada che rimanevagli a fare divorò colla rapidità che permettevagli la convessità della pancia e due gambe degne del più ricco e pasciuto abate di Milano. Tanto più che prima di toccare al Malcantone, quando Stefano era nel forte delle sue invettive aveva veduto, o almeno eragli parso vedere lo Scannapecore, il canattiere favorito del Duca, che sogguardava dall’altro lato della strada con un viso arcigno da far paura ai morti; e ne aveva anche avvisato l’armajuolo, ma quegli dispettoso e testereccio come un ragazzo, aveva risposto – Buon prò, guardi pure, che fa a me? Ci vuol altro muso che il suo per farmi paura, e non sarei mica malcontento di accomodar oggi certe vecchie partite che so io. Ei crede di farmi l’amico, perchè mi ha condotto in casa quella carogna di cane, che se non fosse per mia moglie e pel povero Marco, avrei già scannato da un pezzo e mandato ad acconciare al fosso della Vetra. Oh! non mi cada tra i piedi quel brutto ceffo di canattiere. – E seguitava di questo pelo, parte gridando, parte borbottando fra i denti accompagnato dalle spinte che l’amico gli dava per farlo tacere. Se non che quando a Dio piacque, arrivarono a quella benedetta officina, e l’armaiuolo lasciato che l’altro se n’andasse, entrò sbuffante in bottega, e gettato il berretto in un canto abbandonossi sopra una panca dov’era solito lavorare. Ivi stette per alcun tempo immerso ne’ suoi pensieri, avendo sempre davanti agli occhi l’immagine di quei meschini che davano calci al vento, e riandando tra sè le parole del padre Teodoro che racchiudevano certamente qualche strano mistero. Non già che Stefano avesse un briciolo di speranza nell’ajuto e nella protezione di due frati; egli era armajuolo e manesco troppo per istimare dappiù le parole di un frate di quel che una buona lama ben temperata. – E dove questa non vale che cosa varrà mai? – Con queste parole, che Stefano pronunciò ad alta voce, pose fine alla sua meditazione, e balzato in piedi guardò all’ingiro nella bottega, e appena allora fu maravigliato di non vedervi alcuno de’ suoi garzoni.
– Ehi. Tonio, Martino, gaglioffi sfacciati, dove siete? Chi v’ha insegnato a disertare così la vostra bottega, cioè voglio dire la bottega del vostro padrone? Rispondete, o birbi di terzo pelo. Che il diavolo sia entrato qui dentro, e vi abbia portati via in anima e in corpo?
– Eh! il diavolo v’è entrato del sicuro, ma per ora se n’andato colle corna nel sacco, rispose una voce dalla scaletta che dalla bottega metteva alle camere superiori. In quel punto uno dei due garzoni saltò lesto dagli ultimi gradini, e avanzossi alla volta di Stefano. Ma questi non gli lasciò agio a innoltrarsi: afferratolo d’un tratto pel collo gli diè un tal rovescio alla persona che il povero Martino traballò sulle gambe, e fu lì lì per istramazzare. Se non che la stessa mano che l’aveva fatto cadere lo tenne saldo, in guisa che il garzone stette sospeso tra la terra e il braccio dell’armajuolo che stringevalo come tanaglia.
– Ah! cane traditore! gli gridò questi ficcandogli in faccia due occhi di bragia; bel modo da attendere alle cose mie. Non basta che il contagio e la carestia ci spazzino le case, bisogna lasciarle vote, perchè i ladri ajutino a fare del tutto il repulisti. Meriteresti un tal ricordo che non ti cadesse mai più dalla memoria.
– Ma, mio buon messer Stefano…. tentava di rispondere il garzone, quantunque per la stretta che aveva alla gola a stento gli uscissero le parole.
– Che? hai ragioni da addurre? Sta a vedere questo scimunito, che io tengo in bottega, perchè non muoja di fame su una strada, sta a vedere che vuol farla tenere a me!
– Ma, messer Stefano, se mi lascerete parlare, saprete….
– Che cosa ho da sapere, dì? che cosa? Che tu sei il più sfrontato briccone che abbia percosso l’incudine in contrada degli Spadari? Questo vuoi dir tu?
– Eh! mio Dio! ciò può essere: ma intanto, s’io lasciai la bottega vota, fu per soccorrere….
– Soccorrer chi? sclamò Stefano.
– Cioè, soccorrere veramente no, ma così tener d’occhio, che so io? ajutare in caso di bisogno….
– Spicciati, tristaccio; ajutar chi?
– Vostra moglie?
– Cecilia! E che cosa ha Cecilia? le prese forse qualche male, non sarebbero ancora finiti i guai?
Ciò detto, lasciò andare Martino e corso alla scaletta salì i gradini a quattro a quattro coll’ansietà di chi teme un pericolo e non sa quale. La Cecilia era seduta presso al letto, colla testa appoggiata ai cuscini e con una mano asciugavasi gli occhi rossi dalle lagrime. Poco lungi da lei stava Tonio, l’altro garzone, cavando fuori tutti gli argomenti che suggerivagli la sua rettorica per consolarla, nel qual uffizio faceva così patetiche smorfie col viso che avrebbe mosso a ridere qualunque altri che Cecilia. L’armajuolo, che erasi trattenuto alquanto sull’ingresso per mirare la scena, ora avvicinossi alla sua Cecilia e accarezzandole dolcemente una guancia, le chiese del suo male.
– Oh! nulla, nulla, rispose essa sollevando il capo, e sforzandosi di sorridere per mezzo alle lagrime; fu un capogiro. Adesso però m’è passato, e sto meglio: sì, sì, sto meglio…
– E vero, messer Stefano, disse Tonio, fu un capogiro, proprio di quelli che prendono quando uno sale in alto a guardar giù: e sì che la padrona, poveretta non faceva altro che guardar in su, e rivolger gli occhi al cielo. Ma tant’è, il capogiro le è venuto, e se n’è anche andato, la Dio mercè.
– Ma, sai, mia buona Cecilia, che mi hai fatto una paura da non dirsi. Quel gocciolone di Martino, al quale stava per rivedere il pelo, mi parlò così ingarbugliato, che quasi temeva d’un malanno più serio. Ben è vero che il contagio è sparito, ma in fin dei conti, dove c’è stato una volta può tornarci la seconda e la terza, e… Ma via, adesso son tranquillo.
– Vedi, marito mio, prese a dire Cecilia, hai voluto andare a quel brutto spettacolo.
– Hai ragione, non doveva uscire: quei poveri appiccati mi stanno sempre davanti agli occhi, e mi fanno una pietà… Ah! se avesti veduto i due Borsano, quei che avevano bottega di pelliccie vicino alla tua, con che tenerezza si abbracciavano. Ah! se tenessi qui nelle mie unghie il Duca, o qualcheduno dei suoi, per Dio vorrei conciarlo a mio modo, e non andrebbe a Marignano a pentirsene.
In quel mentre il cane che aveva a custodia dal Duca, erasi levato dal suo giaciglio e cacciavasi tra le gambe dell’armajuolo. Ma per sua mala ventura, perchè Stefano in quell’impeto di rabbia gli diede un tal calcio a mezzo il corpo che lo portò all’altra estremità della camera, dove percosse nella parete e stramazzò.
– Sta lì, cane, gridò poscia, vera imagine di quel tristo che s’ingrassa a spese di noi poveri cittadini, e ci lascia morire del contagio e di miseria. Così potessi fare di lui quel che ora farò di te.
– Oimè, Stefano, sclamò la moglie impaurita, vuoi tu vederci morti? Non sai che la perdita di quel cane costerebbe la vita a tutti noi?
– Badate a quel che fate, messer Stefano, sclamò Tonio; l’ha detto anche lo Scannapecore, guai se quel cane morisse.
– Lo Scannapecore, hai detto? E quand’è che quel manigoldo ha parlato con te?
– Con me no veramente, egli ha parlato con…. con…. cioè vi dirò, sono stato io, che così per dire…. ma non crediate… non vi ponete in capo che….
L’armajuolo guardò un istante in viso a Tonio, il quale confondevasi e faceva le più strane smorfie del mondo: poi voltatosi d’un tratto, vide Cecilia in atto di supplicarlo cogli occhi e col gesto perchè tacesse.
– E che? sclamò, vi ha dunque segreti per me? Tonio, tu vuoi dunque ch’io ti mandi a tener compagnia al cane del Duca?
– Oh, state sicuro che non lo desidero.
– E tu Cecilia, disse poi guardandola in atto di affettuoso rimprovero, tu pure non hai più fiducia nel tuo marito?
– Ah no, mio buon Stefano, sclamò essa e balzata in piedi, gettò le braccia al collo di lui. La fiducia io l’ho sempre avuta, ed ora più che mai, perchè sento di averne maggior bisogno; ma l’ira ti piglia tanto facilmente e ti fa commettere cose che poi non vorresti aver fatto, che in vero pensava di non darti anche questo rammarico.
– Parla dunque, per s.Eustorgio, che cosa è avvenuto? Che c’entra in tutto ciò quello sciagurato di canattiere?
– Chiedine a Tonio, col quale lo Scannapecore ha parlato, prima di parlare con me?
– Che? dunque quel manigoldo è salito qui sopra? Non gli bastava d’aver posto l’assedio alla mia casa, di perseguitarti con ambasciate e con profferte; bisognava ch’ei mettesse piede anche nella stessa mia camera? Ah, la misura è colma; perchè io so tutto, vedi, Cecilia, io so tutto, quantunque tu mi abbia sempre fatto un segreto di ciò. Nè ti biasimo per questo. Ma infine una buona giustizia la c’è per tutti, e quando uno non può averla, se la fa da per sè.
– Oimè, marito mio, lo sapeva io che avresti dato in minacce, invece di pregar Dio che ci porga ajuto.
– Tengasi chi può, quando sono lecite di tali ribalderie. Le preghiere sono certo un ottima cosa, ma io per me so che un buon braccio paga meglio le offese, e non ne tien debito con nessuno. Ma infine, che cosa t’ha detto, Tonio, parla una volta.
– Che so io? Egli è venuto in bottega con certi blandimenti di alabarde che voleva vedere, perchè al Duca ne facevano d’uopo, poi uscì a parlare del cane che avete in casa, e lo lodò assai, e disse che stava tanto a cuore a Bernabò, e che avrebbe voluto vederlo prima del dì della rassegna.
– E tu gliel’hai condotto abbasso?
– No, voleva ben farlo, ma egli mi trattenne, dicendo che non meritava la pena, e che sarebbe salito egli, anche per vedere in che modo era fatto giacere, e dare qualche consiglio su di ciò, perch’egli diceva, è molto amico vostro, e gli preme il vostro buon nome.
– Ah, il mio buon nome gli preme! borbottò fra i denti l’armajuolo.
– Certo, e con questi modi è salito.
– E poi?
– E poi, prese a dire Cecilia, mi venne innanzi con molta mia maraviglia, e mi chiese del cane, e dimostrò molto desiderio di vederlo, perchè guai, diceva, se egli dimagrasse o impinguasse, che non c’è pericolo, e peggio se venisse a morire. Infine cominciò un lungo discorso che andava a finire colle solite proteste, al che io risposi asciuttamente e con dignità; ma veduto che non ristava, chiamai Tonio e Martino, che accorsero entrambi, ed egli tenendosi per ischernito partì sdegnoso e borbottando.
– Ah! cane, te lo darò io lo sdegno.
– Deh! marito mio, non tiriamoci addosso peggiori malanni. Pensa al nostro Marco, a quell’angioletto, che sta là dormendo nell’altra camera, e che non deve patire per nostra colpa. Quanto allo Scannapecore, lascialo in pace, chè questa volta si sarà levato il ruzzo del capo, e non ci darà più fastidio, già un dì o l’altro si sarebbe venuto a ciò, e in ogni caso meglio oggi che domani. Via, Stefano, sii buono, siedi qui, vicino a me, vicino alla tua Cecilia che ti vuol tanto bene.
E intanto che così parlava, la Cecilia gli veniva stringendosi alla persona, e lo guardava amorosamente e l’accarezzava e gli posava la testa sulle spalle con tutte quelle arti che le femmine possedono in sommo grado e che sono la delizia e la disperazione della più forte metà del genere umano. E l’armajuolo, il quale ad onta della sua grand’ira, era nel fondo una buona pasta d’uomo, tenero assai della moglie, non potè star saldo a quelle preghiere e a quelle carezze, e cacciato fuori un gran sospiro che pareva gli volesse scoppiare il petto, gettossi a sedere senza dire una parola.
– Marco, Marco, chiamò allora la moglie che lo vide alquanto commosso. Marco, vieni, che il papà ti vuole.
Allora un fanciullo di cinque anni, paffuto e ricciutello come un amorino entrò nella camera lento lento e cogli occhi semichiusi, e andò a posarsi vicino all’armajuolo.
– Che cosa vuoi, papà?
L’armajuolo guardò un istante il fanciullo, poi la madre, poi ancora il fanciullo, e fregando la fronte col rovescio della mano come per cacciarne un pensiero molesto, borbottò tra sè. – Che serve? non si può essere uomini a questo mondo. Che cosa vale avere un cuore che senta le ingiurie, e due buone braccia per vendicarle, se il primo è fatto tacere con quattro lagrimuccie, le altre vi sono legate da coloro stessi che le dovrebbero lasciar libere? Uf! povero Stefano.
– Che cosa ha il papà, chiese il fanciullino, è forse in collera con me, perchè ho dormito troppo?
– Eh: no, rispose la madre, è stato un po’ di mal umore, ma adesso non ce n’è più l’ombra. Via, fagli un bacio, e poi va a giuocare.
E questo del bacio era l’ultimo tentativo per rabbonire l’armajuolo, perchè a quei tempi barbari e rozzi non conoscevansi certe raffinatezze di sentimento, che hanno gran voga oggidì, e andavasi molto più alla spiccia. Due carezze, un bacio, tutt’al più una lagrima, perchè le donne hanno sempre pianto dacchè uscirono dal fianco dell’uomo, facevano le spese di ogni tenerezza; i brividi, le convulsioni, i deliquii erano delicature ignote a quella buona gente che sopra ogni altra cosa faceva professione di sincerità. Allora era del cuore come della storia, la quale raccontavasi tutta d’un fiato; così alla carlona, senza sospensioni, senza episodii, senza capitoli, senza epigrafi, insomma senza tutte quelle inutili sdolcinature che crearono adesso il racconto storico. Nè questo sia detto per lodare i tempi andati a fronte dei nostri, che Dio ce ne guardi; tanto più che noi pure ci siam fatti seguaci del moderno costume e abbiamo trasformato una eccellente cronaca in un magro e stiracchiato racconto.
Così tornata un po’ di quiete nella casa dell’armajuolo, i pensieri presero naturalmente un’altra via, e il fanciullo fu il primo a darvi la spinta. Staccatosi dal collo dell’armajuolo dopo quell’ultimo bacio, egli era corso in traccia del cane, col quale soleva giuocare buona parte del giorno, e vedutolo steso per terra tutto sbalordito dalla percossa, cominciò ad alzare un lamento straordinario. Tonio erasi avvicinato esso pure, e sollevato il corpo del cane, e visitatolo in ogni parte, scuoteva il capo e stringeva le labbra in atto di chi sta per pronosticare un malanno. Persino la Cecilia erasi tolta al fianco del marito e innoltravasi tra paurosa e dolente per sapere del funesto caso. Il solo armajuolo pareva non badare a nulla e stava tutto assorto nelle sue meditazioni, tentando ogni mezzo di divorarsi la rabbia che gli fremeva nell’animo.
– Madonna Cecilia, disse Tonio sommessamente in guisa che l’armajuolo non udisse, ho paura che questo maledetto cane voglia darci più faccende che quel tristo di Scannapecore. Con colui non sono che parole; ma qui sì tratta della vita, e voi sapete che il Duca non ischerza. Vedete come ha gli occhi socchiusi, e come tira a stento il fiato! Non vorrei aver pigliato io quel calcio che toccò a quella brutta bestiaccia. Già il padrone non l’ha mai potuto vedere di buon occhio, e forse ha ragione; ma mio Dio! bisogna adattarsi ai tempi.
– Ed ora che si fa? chiese la Cecilia tremando.
– Che si fa? bisogna tosto dargli qualche rimedio per tornarlo in vigore, Se no, poveri noi.
– E che cosa dobbiamo dargli, se siamo allo stremo di tutto, se appena abbiamo di che sfamarci quest’oggi, finchè Dio provvede.
– Eh! per quest’oggi si pranzerà coll’aria. Per un giorno non si patisce, e alla fin dei conti mi preme più il collo che il ventre. Alla Vetra è tuttora in piedi quel tal ordigno, e giacchè non sono stato a vederlo, non vorrei per tutti i pranzi del mondo stringere conoscenza con esso. Intanto, Madonna Cecilia, date qui la boccetta dell’olio, che glielo verseremo per la gola a quel cane mal leccato.
– Oh! poveretta me, se ne ho appena tanto da accendere il lumiccino stassera davanti l’imagine di santa Radegonda.
– Or via, le faremo offerta de’ nostri stomachi digiuni, e santa Radegonda non ci rifiuterà la sua protezione. Date qui l’olio intanto e guardate di raccogliere quel po’ di farina e di grascia che avete, soprattutto cercate di ottenere una scodella di latte.
– Oh! poveretti noi! sclamò Cecilia, e avviavasi a capo chino. Se non che avvedutosi del suo andare l’armajuolo, sollevò il capo e le disse:
– Dove vai, Cecilia?
– Vado di là a pigliare la boccetta dell’olio, e la farina e la grascia e il latte per ristorare un po’ il cane, che non si rialzò più dopo quel calcio.
– Sta bene; così l’avessi acconciato del tutto.
– E il Duca? disse timorosamente la donna.
– Hai ragione, Cecilia, rispose l’armajuolo dopo d’aver meditato alquanto; i suoi cani ci mangiano il nostro pranzo, i suoi canattieri ci insidiano le nostre donne, e per soprammercato il Duca ci fa appiccare. Hai ragione, Cecilia: or va, e porta tutto quello che fa duopo per mantenere in vita questo sozzo animale; purchè egli rinvigorisca, crepi tutta una famiglia, che poco importa.

III.

L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta pêl, tutta goss e tutta lard,
E in cà Travasa, dopo la Marchesa,
L’eva la bestia de magior riguard,
De mœud che guaja al ciel falla sguagnì,
Guaja sbeffalla, guai a dagh del ti.
PORTA, La Nomina del Capellan.

Il mattino appresso le cose erano tuttavia nel medesimo stato, vale a dire il cane non istava punto meglio di prima, perchè degli altri non vale tener discorso per ora. Le cure usategli dalla famiglia dell’armajuolo, i beveroni cacciatigli giù per la gola, gli empiastri messi sulla percossa, i cibi postigli innanzi avevano solo per poco rianimati gli spiriti del cane, sicchè tutti stavano in grande timore. Lo stesso Stefano, che il dì prima lo voleva veder morto, ora che la notte l’aveva fatto tornare a più miti pensieri, avrebbe dato non so che per riparare al mal fatto, e si affannava e si dava una briga da non dire per quella bestiaccia. Passato l’impeto dell’ira, la paura naturale in quei tempi ad ogni animo più forte, eragli tornata in corpo più gagliarda di prima, e la sua fantasia non presentavagli che capestri, roghi, tanaglie, mastini e tutte le dolcezze della giustizia sbrigativa di quei tempi. La notte poco si aveva dormito, e la Cecilia era in piedi avanti l’alba, tormentata da un cruccioso desiderio che non le lasciava chiuder occhio. Nel fervore del suo affanno e della sua devozione, ella aveva staccato dalla parete del capezzale un cero benedetto, che contava non so quanti anni di polverosa memoria, e accesolo davanti la sua prediletta imagine, vi si era inginocchiata d’appresso e pregava sommessamente. Però non potè far in guisa che il suo brontolio, o meglio quella specie di sibilo solito a uscire dalla bocca delle pinzochere, non risvegliasse il marito, il quale balzò fuori del letto e sguardato attorno, chiese:
– Che c’è? Che vuol dire quel cero acceso, e quel volto contristato, o Cecilia? forsechè ti è apparsa in soguo la buon anima di tuo padre che ha bisogno di un po’ di bene?
– Eh! no, caro Stefano, mio padre era troppo uomo dabbene, e Iddio l’avrà già ricevuto nella sua santa gloria.
– Perchè preghi adunque?
– Prego Dio, che voglia distornare da noi il pericolo che ci sta sopra; prego la mia protettrice che interceda la grazia di risanare quel cane che vuol essere la nostra rovina.
– Ah! disse l’armajuolo, non basta che questi cani ci tolgano di bocca il pane da mangiare, anche le intercessioni dei santi ci rubano. Oh! padre Teodoro, se vedessi quale strapazzo siamo costretti a fare della grazia divina, cercandola per un cane, che cosa diresti tu, vero frate del Signore? Ma, che serve? Poichè siam dentro nel pantano fino al collo, bisogna starci, e non dimenarci anche per non isprofondare. Come sta ora quel cane?
– Che so io? E là ancora disteso che non si muove: per me tengo che si sia addormentalo.
– Così pur fosse, che il sonno è indizio di guarigione. Ma temo assai. Basta, vediamo.
Ciò detto, avvicinossi al giaciglio, sul quale era stato posto il cane, e la Cecilia, asciugatasi una lagrima col rovescio della mano, gli tenne dietro col cero, perchè l’alba non era ancor tanto sorta da poterci vedere senza il lume di Marfisa. Il cane giaceva disteso, quant’era lungo, su uno strato di paglia, coperto all’infretta da alcuni stracci di lino. Egli era volto colla pancia all’insù, a cagione della percossa che gli era toccata proprio nel basso del ventre, e gli aveva prodotto un’enfiagione, con un lividore intorno di sangue rappreso. Ma il male che vedevasi all’esterno era un nulla, perchè alla fin fine un’enfiagione, per quanto sia ostinata, dove non ceda sotto l’azione dell’aceto, deve ammollirsi e sparire cogli empiastri refrigeranti. Il maggior guaio stava nel di dentro, dove il gran colpo ricevuto e il rimbalzo nella parete doveva aver cagionato un guasto terribile, e ciò argomentavasi dal respirare affannoso del cane e da una specie di sommesso guaito che di tanto in tanto gli scappava dalla gola. Ben è vero che il latte versatogli per la bocca e meglio ancora l’olio trangugiato aveanlo ristorato alquanto, e aperto il cuore di tutti alla speranza; ma fu l’affare d’un istante, perchè il male ripigliò tosto la sua violenza e lo ridusse nello stato, in cui lo trovò adesso l’armajuolo. Egli giaceva supino, come abbiam detto, e colle gambe stirate e quasi stecchite, gli occhi aveva socchiusi e lagrimanti, il capo penzolone da un lato, il corpo sgocciolante un sudor freddo, come di chi è vicino a mandar l’ultimo fiato. A vederlo adesso non riconoscevasi più il bell’alano, alto, maestoso, snello, colla pelle lucidissima, sparso di alcune macchie che lo rendevano ancor più bello, cogli occhi animati, col portamento ardito, col muso regolare e pieno di nobiltà, se è lecito adoperare tale espressione per un cane. Ora egli era prostrato, avvilito, deforme quasi; e tutto ciò per la miseria d’un calcio, che alla fin fine era poi sempre un calcio. E il buon armajuolo la pensava anch’egli così, perocchè nel visitarlo, andava borbottando:
– Che tu sia maladetto: a vederli questi cani pajon forti come orsi, e alla prova son più deboli delle lepri che perseguitano. Ecco lì, appena sollevi un piede contro di loro, ti cadono sbalorditi per terra come ragni colti dalla scopa. Già, quando si tratta di far dispetto, son tutti così. Se li hai bisogno docili e mansueti, ti saltano agli occhi e ti succhiano la minestra fuori del cucchiajo; se li desideri forti ed arditi, almen tanto da resistere all’urto d’un piede, ecco che a tua marcia rabbia diventano peggio che di stracci. Ma, pazienza; or non è tempo di ciarle, bisogna ajutarsi in qualche modo. Ehi! Tonio, Martino, non siete ancora alzati? Aspettate forse che il sole vi dia sul ventre?
– Mio Dio, sì, rispose una voce dal pian terreno, se il sole potesse entrarvi dentro e tener luogo di pane e di minestra, farei patto di stare tre giorni e tre notti colla pancia all’aria. Cioè, le notti no, messer Stefano, perchè le notti….
– Son fatte per i pipistrelli tuoi pari. Su via, sali, gaglioffo, che ho bisogno di te.
– In due minuti son lesto, rispose la medesima voce. E da lì a poco udissi un rumor di passi sulla scaletta, e la faccia di Tonio non ancora del tutto svegliato presentossi all’uscio.
– Che cosa volete da me, messer Stefano? chiese egli trattenendosi sull’ingresso. È forse sbucato qualche topo dal pagliariccio, come avvenne alcune notti fa; davvero non sarei mica malcontento di fargli la festa. Non sarà già il primo che sia entrato nello stomaco d’un milanese.
– Taci, in tua malora. Or trattasi del cane, che mi pare allo stremo.
– Ah! mio Dio, or sì, che me ne sovviene. Guardate, quando si dice, ed io aveva creduto che tutto ciò mi fosse avvenuto in sogno. Ah! povero Tonio, la tua pelle sa già di cadavere.
– Vuoi finirla, scimunito. Vieni qui, dammi un po’ un consiglio, chiama anche Martino, che voglio udire anche lui. Infine si tratta della vita di tutti. Maladetto cane!
– Martino è già presso a vestirsi. Ma siamo proprio a questo punto? Non c’è più rimedio?
– Guarda, come è lì senza moto, e come fiata a stento.
– Ah! Vergine santissima, ajutateci, sclamò Cecilia, alzando gli occhi al cielo e sospirando.
– Eccomi qui, disse Martino, entrando in quel punto.
– Ho piacere che siate qui entrambi, disse l’armajuolo; tutti siamo mossi dalla medesima paura, e la vita di questo cane è preziosa per tutti. I rimedii che gli abbiam dato jeri non valsero a nulla; anzi par che lo abbiano ridotto a peggior stato. Che dobbiam fare pertanto? Mettere la nostra sorte nelle mani del Signore, o confidarci nelle nostre gambe? Perchè la mostra è poco lontana, e se il cane non è vivo e sano, il Duca non ci userà cortesia al certo. Voi sapete quel che è toccato al povero Giorgio, l’orefice, non sono molti dì, e poi lo spettacolo d’jeri vi deve essere presente tuttora alla memoria.
Tonio e Martino si guardarono in viso istupiditi, e nel momento non trovarono fiato per pronunciare una parola. La Cecilia s’era ritratta in un canto e singhiozzava. Finalmente quando i due garzoni ebbero ripigliato alquanto animo, Martino cominciò a dire:
– Udite, messer Stefano: già a fuggire e ad essere impiccati siamo sempre in tempo, e la cosa non è poi tanto disperata che non possa aver rimedio. Da oggi al dì della mostra ci passano ancora tre giorni, e in tre giorni il cane può guarire. Le bestie non sono mica come noi cristiani, che quando le ci toccano le malattie, bisogna tenersele in corpo per dei mesi. Facciamo una prova. Io andrò al Carobbio a cercare della vecchia Marta, voi la conoscete, l’indovina che sa tutti i pianeti delle persone, e che sarebbe in grado di dire al Duca quanti peli ha sulla faccia, o quanti peccati ha sull’anima, che già son lì quanto al numero. Ella, che è anche medichessa, avrà qualche erba od empiastro da risanare il cane, o per lo meno ci potrà dare qualche buon suggerimento. Che vi pare, messer Stefano?
– Tu hai ragione, per Dio, guardate se non ci ha da cadere in mente prima d’ora? Se la vecchia Marta ha guarito tanti cristiani, come io ho capelli io capo, perchè non potrà essa guarire un cane? Va tosto, figliuol mio, e fa di indurla a venir qui,
– In due salti vado e torno. Tonio, non vuoi accompagnarmi?
– Io, neh? non mi ci prendi per questa volta. Tonio a casa d’una strega? Tra i due malanni preferisco di cadere nelle mani del Duca. In questo affare fa conto ch’io sia morto.
– Poverino! sei ben dolce di sale. Va a credere a tutte le fole che ti raccontano. Le streghe ci sono pur troppo, ma la vecchia Marta è tanto strega, come lo siamo io e tu. Il contagio che ha recato tanti guai, ha fatto almen questo di bene, che ci ha liberati quasi intieramente da quella razza d’inferno. Addio, addio.
– Ma, prese a dire Cecilia, la quale pareva inclinata a prestar fede ai sospetti di Tonio, questo ricorrere alla vecchia Marta non è quasi un offendere il Signore, il quale è il solo padrone della vita e della morte?
– Eh! rispose l’armajuolo, il Signore non vede mica malvolentieri che gli uomini si ajutino di per sè. Quand’essi non valgono a cavarsi d’impaccio, allora è tempo di rivolgersi a lui e di chiedergli un miracolo: se ciò non fosse, a che ci avrebbe dato due braccia due occhi e soprattutto due dita di cervello, chi n’ha? Però va, Martino, e spicciati.
Il garzone non se lo fece dire un’altra volta, ma pigliò l’uscio e giù per la contrada di s. Satiro fino al Carobbio. L’armajuolo intanto un po’ per la speranza natagli addosso, un po’ per quel coraggio naturale che possedeva in grado eminente, era tornato calmo e quasi allegro, e volgendosi a Tonio, diceva:
– Va giù in bottega, Tonio, ed apri le imposte, perchè il sole è già alto. Sebbene in questi tempi non ci sia nulla a fare, non bisogna lasciar credere ai maligni che siamo poltroni o caduti di tanto da non poter più aprir bottega. Va e da di mano a quel morione che l’anno passato ci diè a raccomodare quello scudiere che non tornò più indietro. L’hai già ribadito una dozzina di volte, ma non importa; picchiavi su, e che odano il suono del martello fino alla piazza di s. Giovanni alla Conca. Hai capito, Tonio?
– Ho capito; lasciate fare a me, che picchierò in modo da far miagolare tutti i gatti che la fame ha fatto entrare nel ventre dei milanesi.
– Bravo figliuolo, che s. Eustorgio ti faccia la grazia di mandarne alcuno davanti alla bottega.
– Oh, allora vedreste se so colpir netto sì o no; un gatto non è come il saracino, che se non lo cogli ti scarica addosso una tempesta di legnate.
– E tu lo sai per prova, gaglioffo.
Poscia, allorchè il garzone fu disceso, Stefano si volse alla moglie, la quale pareva non pigliasse parte alla comune speranza, e stavasene in un canto divorando i singhiozzi. L’armajuolo se le avvicinò affettuoso, e accarezzatole il mento le disse:
– Sta di buon animo, Cecilia, che le cose andranno alla meglio. La vecchia Marta ne sa più che il Medicina in persona, che pure è astrologo del Duca; e se vuole, in un pajo di giorni ce lo dà bell’e guarito questo cane. A noi che non c’intendiamo di cosiffatte miserie, pare ch’esso abbia un gran male, ma vedrete che colei lo troverà una cosa da niente, uno di quei mali che si cacciano col soffiarvi sopra.
– Lo voglia il cielo, disse Cecilia; ma se ho a dirti il vero io non ho una fiducia al mondo in codesta Marta. Fin da quando era fanciulla, correvano certe voci intorno a lei…. Parlavasi di bambini scomparsi, di donne ammaliate; e dicevasi la notte udirsi uno strano rumore nella sua casuccia, e vedersi da lungi assai uno splendore come di zolfo, che appestava tutto il Carobbio. Basta, non sarà vero, e neppure io proprio l’ho creduto; ma già se ne sono vedute tante…. Che il Signore ce la mandi buona!
– Amen. Ma i tuoi spaventi, Cecilia, non hanno fondamento. Io la conosco da un pezzo la vecchia Marta, e quando c’era la buon anima di mio padre, che Dio l’abbia nella sua santa gloria, è venuta più d’una volta in casa nostra, e so che teneva sempre qualche balocco per me, di che io faceva una festa grande. E allora non la credevano mica una strega, perchè era fresca e belloccia e inoltre soda come una corazza. Di più intendevasi di slogature, meglio che io di manopole, e le raccomodava con un’arte, con una precisione, che non s’andava più in là. E fu bene per una sconciatura che ebbe quel brav’uomo di mio padre nei giuochi dati trentacinque anni fa, quando Azzone nella chiesa di s. Ambrogio cinse il cingolo militare a Francescolo della Pusterla ed a Pinella Aliprando; fu allora che quella donna ci bazzicò sull’uscio qualche volta. Che vuoi? Finchè fu giovine e bella, la dissero buona, pietosa, caritatevole, infine un mondo di bene. Dappoichè le grinze pigliarono a pigione la sua faccia, e la sua pelle prese il colore di quell’armadio, addio bontà, essa è divenuta una strega, ed è un gran che se non l’hanno già abbruciata?
– Eppure, soggiunse Cecilia dopo un istante di silenzio, io non mi sento tranquilla. Ho in animo che quella donna ci debba recar disgrazia.
– Eh! chetati un po’, fanciulla. Sto mallevadore io per essa.
E infatti quanto alla faccia di strega ci poteva farlo a ragione, e i nostri lettori che vivono in un secolo di tanta luce, s’accorderanno volentieri coll’opinione dell’armajuolo. Quello però che l’armajuolo non sapeva e di cui nessuno aveva pur l’ombra del sospetto, era la segreta dimestichezza che esisteva tra la vecchia Marta e gli sgherri del Duca, e diciamo dimestichezza per non adoperare un’altra parola più vituperosa che vorrebbesi affatto sbandita da ogni linguaggio. Senza di questo celato patrocinio ella non avrebbe potuto ridere in barba a tutta quella turba di paurosi che le lasciavano il passo e si facevano il segno della croce quando l’incontravano per via. La vecchia Marta aveva dovuto acconciarsi colla necessità delle circostanze, come tanti altri fecero di poi e faranno per l’avvenire fino al dì del giudizio; salvo che essa il faceva per un fine non al tutto spregevole come quello di un sordido interesse. I tempi l’avevano trascinata a ciò, i tempi, i quali ebbero sempre la prima accusa nelle umane fragilità. Il volgo incolpandola di stregoneria l’aveva in certa guisa messa fuori del suo consorzio, e fatta nemica dell’uman genere: ora essa rendeva odio per odio, male per male, e se non aveva commercio coi diavoli, lo teneva coi manigoldi di Barnabò che non erano miglior pasta d’individui, e tutto ciò a danno di quel popolo balordo e maligno che a forza aveva voluto porsi in guerra con lei. E tuttavia questo popolo che quand’era sano, avrebbe creduto saper di bitume col solo passarle accanto, era poi sì gonzo da entrarle in casa e consultarla appena lo tormentasse un doloruccio, uno spasimo, una scottatura, e chiedeva consigli e medicamenti, e voleva saper l’avvenire, gl’innamorati specialmente, i quali anche nel secolo decimoquarto in mezzo alla peste ed alle oppressioni erano la più nojosa genìa che mai. Tanto in quell’età rozza e materiale i dolori del corpo prevalevano su quelli dello spirito. E la nostra vecchia ad accoglierli ciascuno, a dare consolazioni e rimedii, a dicifrare le linee della mano e col pretesto di predire il futuro a interrogare e venir in chiaro di tutti i fatti del vicinato. I quali fatti poi per quali orecchie entrassero e da che bocche fossero ripetuti, non è mestieri dirlo; e come se ne giovassero quei tristi, a cui importava conoscerli, lo sapevano i poveri cittadini, che cadevano loro nelle mani.
Nè è maraviglia che in tempi così violenti e pieni di sospetto esistessero esploratori anche nelle più basse condizioni del volgo. Anzi appunto allora che i costumi non erano raggentiliti come adesso, e la politica era un’arte sconosciuta, l’aver posto gli occhi addosso a persona così popolare di nome e così addentro nei segreti d’ogni famiglia, era raffinatezza bell’e buona e al di sopra dei comuni artifizii. Come poi vi si fosse acconciata la Marta, la quale in altri tempi aveva dimostrato pensieri di natura affatto contraria, fu sempre un mistero per tutti, e la stessa nostra cronaca lo tace. Forse fu il dispetto di vedersi sì mal corrisposta dei beneficii da lei fatti altrui, forse la tenerezza per la sua pelle, che poteva un dì o l’altro essere pascolo alle fiamme, forse, che so io? la rabbia di vedersi disegnar sul viso la prima ruga, senza aver mai trovato un po’ di marito. Il fatto è ch’ella vi si era acconciata, e bisogna dire che non le sembrasse una vita sì grama, perchè fin da quando era fanciulla la Cecilia, il che vuol dire una dozzina d’anni addietro, ella faceva baldoria la notte coi cagnotti della corte, e quel gran chiaro che vedevasi trapelar dalle imposte, e quegli strani rumori che la gente credeva opera di Balzebut, erano i segnali dello stravizzo che tenevasi in sua casa. Ma quel tempo passò in un istante, perchè la vita spensierata, specialmente quando uno vi si abbandona per soffocare qualche molesto pensiero, conduce presto alla vecchiaja; e la Marta dovette provarlo, perchè all’epoca del nostro racconto non aveva più di cinquantadue anni, ed era sì stecchita, sì rugosa, sì bruna del volto, che le si avrebbe dato agevolmente una settantina d’anni. Per lo che l’attributo di vecchia s’era naturalmeute e proprio per necessario impulso accompagnato col suo nome di Marta.
Ora, chiesto perdono ai lettori di tale digressione fatta a bella posta per lasciar tempo a Martino di andare dalla vecchia e rifar la via, facciam ritorno nella casa dell’armajuolo, dove abbiam lasciato tutti pieni di aspettazione e di speranza. E quando diciamo tutti, vogliamo che s’intenda anche il cane, il quale sebbene non sia stato dotato dalla natura di cuore e d’intelletto, tuttavia siam d’avviso che sperasse esso pure la guarigione, perchè teniam per fermo che la speranza debba porsi tra gl’istinti. Egli aveva ritirato un cotal po’ le gambe, e, raccosciatosi meglio di prima, erasi abbandonato sul giaciglio con un fare più tranquillo e più rassegnato, il suo respiro non era più così affannato e rantoloso, nè più udivasi quel guaito o lamento che straziava le viscere dell’armajuolo e della moglie, non tanto per compassione di quella bestia, come per sè medesimi. Intanto Martino entrato a furia nella bottega, saliva a tre a tre i gradini della scaletta, e appena affacciato all’uscio gridava:
– Presto, messer Stefano, pigliamo su il cane tal quale è, e portiamolo alla casa della vecchia Marta. Ella non può venire, che ha una flussione, un reuma, che so io? un malanno al ginocchio sinistro. Però m’ha detto di portarglielo, che in meno di due dì ce lo dà bello e vispo, come se non fosse stato nulla. Già non è ancora mattino fatto, e nessuno va in volta a quest’ora: e poi lo copriremo in guisa che parrà un’intera armatura. Lasciate fare a me che accomoderò la faccenda.
– Tutto ciò va bene, ma ci vorrebbe una lettiga per mettervelo a giacere con comodità.
– A questo ho già pensato io. Prima di salire quassù ho detto una parola a Tonio, il quale sta già apprestando le tavole e vi adatterà i travicelli per sostenerle. Noi vi porremo il cane e lo copriremo con quel saccone che sta giù in bottega, di sotto lasceremo che esca un po’ di manopola o di gambale, perchè nessuno faccia giudizii temerarii su quel che portiamo. Infine, vedrete che le faccende si volgeranno al meglio.
– Bravo Martino, disse l’armajuolo, aprendo le braccia quasi in atto di stringerlo al seno; l’ho sempre detto che in certe cose vali un tesoro. Ora sarai consolata, Cecilia, non è vero?
La Cecilia non rispose, ma innalzò gli occhi al cielo e sospirò.
– Che? che? sei ancora malinconica e ingrugnata! Non t’è uscito dal capo quel pensiero di stregoneria e di maleficio?
– Oh! non ci penso più, rispose con accento di rassegnazione la Cecilia.
– Così va bene, disse l’armajuolo; poi affacciatosi alla scaletta gridò; ehi, Tonio, sei a tiro con quell’ordigno?
– Vi metto ancora due chiodi, e poi ho finito.
Infatti udissi per breve il picchiare del martello, poi il rumore dei passi di Tonio che saliva la scala.
– A maraviglia, disse l’armajuolo, posala qui, per terra, e tu, Martino, dammi una mano a sollevare da terra questo malcreato. Così; piglialo per le gambe di dietro. Ehi, fa adagio, dico, non è mica un morione da potersi maneggiare a suo grado, fa adagio, per Dio, che lo tocchi nella parte, dov’ha il male.
– Via, state cheto, messer Stefano, rispondeva il garzone, che gli farò minor guasto io colla mano di quel che abbiate fatto voi col piede. A voi, badate al capo che non cada penzolone.
– Così, bravo. Eccolo accomodato. Ora a voi altri, Tonio ponti di dietro, e tu Martino piglia il davanti e mostra la via; io vi verrò dietro così alla lontana per tener d’occhio i passanti. Hai capito Tonio? Che cosa fai lì istupidito come l’uomo di pietra? Suvvia, spicciati?
– Lasciatelo stare, messer Stefano. Non l’avete udito poco fa, quando l’ho invitato a venir meco? egli ha paura, il poverino.
– Gaglioffo, te la farò passar io la paura…
– Non ti adeguare, Stefano, saltò a dire la moglie, e lascia ch’egli resti a casa. Già qualcheduno bisogna pure che rimanga. Vuoi tu ch’io stia qui sola ad aspettarti, dopo lo spavento che ho avuto jeri?
– No, per Dio, e poi pensava anch’io che in bottega ci deve stare qualcheduno. Basta. Partiremo noi, Martino ed io.
Ciò detto, alzarono dal suolo quella specie di lettiga, e scesi in bottega, e accomodatala in guisa che niuno potesse sospettare del caso, avviaronsi alla volta del Carobbio. E noi li lasceremo con buona pace di essi e dei lettori ai quali sarà già venuto a noia la compagnia di costoro. Chi poi arricciasse il muso perchè abbiamo speso tante pagine intorno ad un cane e l’abbiamo fatto l’eroe di questo capitolo e diremo quasi di tutto il racconto, la pigli col cronista, dal quale abbiamo cavato il fatto, la pigli coi tempi, colle consuetudini, col suo cattivo umore, se vuole, non già con noi. Se vi penserà a mente riposata, verrà anch’egli nella nostra opinione, che fra tanti personaggi scelti a protagonisti d’un racconto, quello dell’alano di Barnabò non è nè sarà la peggiore delle creazioni.

IV.

Era riuscito poco dianzi Barnaba con inestinguibile odio del popolo, molto più acerbo e più crudele di sè stesso, nè la vecchiezza mollificava punto il suo duro e crudele ingegno; sì come quello che rapace per la povertà, aveva accompagnato il nome della sua infame avarizia con una terribile crudeltà.
GIOVIO – Vita di Barnabò Visconti.

Ora conviene che i nostri lettori si mettano in sul grave e lascino da parte gli sbadigli, perocchè la cronaca del canattiere diventa d’un tratto più austera, e per conseguenza anche il nostro racconto elevasi oltre lo stile ordinario e assume la dignità di storia. Trattasi nientemeno che di far conoscere ai lettori che razza d’uomo fosse quel Barnabò, il quale sebbene non abbia propriamente parte nella nostra istoria, tuttavia esercita sopra ogni più piccolo avvenimento un’immensa preponderanza, appunto come il destino in una tragedia di Eschilo o di Sofocle.
Al punto in cui lo piglia il nostro racconto Barnabò Visconti governava da diecinove anni lo stato di Milano, partito già in due eguali porzioni tra lui e il fratello Galeazzo. Uscito per materna origine dalla famiglia dei Doria, donde gli venne il nome di Barnabò, parve avere da essa ereditato anche l’animo indomito e l’ingegno guerresco e feroce, imitando in ciò i suoi maggiori Branca, Pagano, Lamba e Luciano dei Doria, i quali educati fra le battaglie, avevan nome di terribili e fieri molto. Barnabò poi oltre ad un invitto vigor d’animo, possedeva certa naturale severità, quasi selvaggia, per lo che ardentemente bramava la guerra, e in essa tutto si compiaceva. Nè in quei tempi di prepotenza e di barbarie mancavano le occasioni per esercitarvisi, perchè nè pace ferma nè tregua durava a lungo tra gente sospettosa e sempre intenta a nuocersi. Fin dal suo primo salire al governo, egli erasi tirati contro i maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del Marchese di Monferrato, i quali avevano indotto Marquardo Vescovo d’Ausburg, vicario imperiale in Pisa, a citare i due fratelli Visconti al suo tribunale perchè si discolpassero di molti reati specialmente in fatto di lesa religione. Ma nè l’uno nè l’altro, come è da credersi, pensarono ad andarvi, ond’è che il Vicario radunate le forze dei collegati era piombato sul Milanese, e aveva tolte molte città ai Visconti, e forse insignorivasi di Milano se non era Lodrisio Visconti che lo mise in rotta a Casorate. Non perciò gli animi dei principi erano sedati, ma ribollivano più fieri che prima a danno dei Visconti, e tanto operarono che nei primi quattro anni del loro dominio perdettero Bologna, Genova, Asti e Pavia, il che non era piccolo detrimento al Milanese. Se non che Pavia fu presto ricuperata da Galeazzo, il quale seminatovi il malcontento tra la plebe e i signori col mandarvi certo frate a predicare la rivolta, ne cacciò il Marchese di Monferrato e se ne rese padrone. Ma non così facile fu il riavere Bologna, intorno alla quale Barnabò consumò invano tutte le sue forze e i suoi maneggi. Fu questa in lui non solo malvagia ambizione, ma odiosissima ostinazione, giacchè per essa ebbe a sostenere in pochi anni nove guerre sempre rinascenti, a sprecare più che tre milioni d’oro, e più d’una volta ridursi a un pelo di perdere lo stato. Imperocchè e il papa e i Fiorentini e tutte le città vicine che non tenevansi sicure dal Visconte quand’egli fosse stato padrone di Bologna, fecero lega d’interessi e di forze, e chiamarono in Italia Bretoni ed Inglesi, e gli Spagnuoli capitanati da Albornocio, e gli Ungheri con Simone, e finalmente l’imperatore Carlo IV. Le quali lunghissime vicende di guerra non riuscirono nè a danno di Barnabò, nè a vantaggio dei Collegati, perchè il Duca di Milano rotto non lungi da Bologna a s. Rafaello, poi di nuovo a Guastalla, non rimise punto della sua ostinazione e rinfrancossi sempre con nuove genti e con nuovi danari. Anzi uscito vincitore in una battaglia navale sul Po di sotto a Viadana e difesosi accanitamente a Borgoforte contro le armi dell’imperatore, tanto operò, che, rotti gli argini del Po, la corrente traboccò tutta quanta sul territorio Mantovano e vi recò guasti e danni immensi. Ond’è che stanchi dall’una parte e dall’altra e voti di danaro, si venne a una pace generale tra il Visconte e i confederati, della quale fu mediatore Arionisto duca di Baviera, pace piuttosto apparente che vera, e di brevissima durata. Imperocchè la scomunica lanciata contro Barnabò da Innocenzo VI, e rinnovata con tanto fervore da Urbano V, memore della bolla ingojata sul ponte del Lambro, non fu solo cagione di quella specie di crociata, che abbiam detto, ma ancora di maggiori e più gravi mali a lui e allo stato. Nè la rinuncia fatta da Barnabò al Papa delle sue pretensioni in Bologna e sul Modenese, per la quale però ebbe cinquecentomila fiorini d’oro, valse a chetare neppure per poco lo sdegno della Chiesa, nè la morte istessa di Urbano V, procurò larghezza e pace al Milanese. Gregorio XI, che salì allora alla sede pontificale, parve ereditasse da suoi antecessori l’odio profondo contro di Barnabò, talchè uno de’ suoi primi atti fu quello di combinare una lega novella fra i principi italiani. Se non che veggendo che le armi temporali andavano troppo a rilento, ebbe ricorso alle armi ecclesiastiche, e scomunicò un’altra volta Barnabò, e dichiarò i sudditi di lui liberi dal giuramento di fedeltà. Nè pago di ciò gli mosse contro l’imperatore, il quale con suo diploma dato in Praga il 3 agosto dell’anno 1372 privò entrambi i fratelli Visconti del Vicariato imperiale, e Barnabò perfino dell’ordine equestre. L’esercito alleato piombò anche questa volta sul milanese, e sebbene non giungesse a far presa di alcuna terra, bastò nullameno a devastare e mettere in rovina gran parte dello stato.
Ciò quanto agli avvenimenti politici di quel tempo. Rispetto all’indole del governo ed alla natura di Barnabò, il cronista ce lo descrive severo nelle cose dello stato, largo nel soccorrere i cittadini bisognosi e più nel dotare monasteri e nell’erigerne di nuovi, generoso, ma a tratti e per bizzarria più che per impulso dell’animo, stranissimo di modi e di appetiti, ostinato e vendicativo in grado estremo, e spensieratamente crudele. Qual fosse la condizione di Milano sotto il suo reggimento, è facile ravvisare e dalle vicende guerresche, e dalle desolazioni della peste, e dalle continue estorsioni, e dalle leggi nuove per inaudita barbarie. E tuttavia in mezzo alle tribolazioni che travagliarono il suo dominio, maritò nove figliuole legittime coi più illustri principi dell’Europa, e due naturali con insigni capitani, spendendo per esse in doti e corredo più che due milioni di fiorini d’oro. Tutte queste larghezze e munificenze cadevano sempre a danno de’ poveri cittadini, i quali smunti, taglieggiati, oppressi, avevano di grazia a campar la vita e uscire colle membra intatte dalle mani del Duca. Imperocchè oltre a quella crudelissima legge già accennata nel primo capitolo, per la quale si condannavano alle forche ed avevano i beni confiscati coloro che avevano ucciso o solo mangiato del cinghiale nel periodo di cinque anni anteriori alla legge stessa, infiniti altri editti non meno feroci angariavano lo stato. Uno di questi proibiva che nessun cittadino potesse correre le strade di notte sotto pena del taglio di un piede; un altro comandava agli ecclesiastici che dovessero inginocchiarsi per le vie quando avveniva loro d’incontrarlo; un terzo ordinava che nessun prete potesse allontanarsi dal luogo della sua dimora sotto pena d’essere abbruciato vivo; un altro proibiva a tutti i cittadini di chiamarsi Guelfi o Ghibellini, pena il taglio della lingua; un altro ancora stabiliva che nessun giudice toccasse un quattrino di stipendio, finchè non avesse condannato nel capo un uccisor di pernici; e così via via. Nè sui soli cittadini sfogavasi la sua capricciosa ferocia, ma sugli stranieri ben anco e sopra uomini distinti per autorità e per natali. L’incontro di Barnabò coi legati del Pontefice sul ponte del Lambro, l’appiccamento di Francesco Fogliano, e il cattivo procedere contro i ministri dei principi collegati, sono prova di ciò. Questi ultimi essendo venuti in Milano trattare dell’accordo con Barnabò, non poterono parlargli, ma dovettero esporre la loro ambasciata davanti un notaio; poi cinti da una schiera d’armati, e costretti ad indossare una veste bianca in segno d’ignominia, stettero così per più di due ore davanti al suo palazzo, abbandonati allo scherno della plebe. Finalmente uscito Barnabò, egli medesimo si pose a capo della schiera, e, percorse tutte le vie della città in mezzo agl’insulti della ribaldaglia scortò i due messi fino al confine.
La maggiore e la più strana delle crudeltà toccò ai cittadini a cagione della straordinaria tenerezza ch’ei nutriva pei cani. Siccome egli amava singolarmente la caccia, così teneva gran numero di quegli animali, e parte dava in custodia a’ cittadini facoltosi, parte a’ contadini, che ne traevano un giornaliero stipendio: il restante raccoglievasi in un lato del suo palazzo di s. Giovanni alla Conca, detto anche oggidì la Casa dei Cani. Fra questi e quelli sommavano a più di cinquemila. Due volte al mese i canattieri facevano nel palazzo stesso una rassegna dei cani commessi ai cittadini, alla qual rassegna assisteva spesso il Duca. Se il cane era dimagrato o ingrassato, colui che lo teneva in custodia, era multato nelle sostanze: guai chi l’avesse reso inetto alla caccia, o l’avesse lasciato morire! Donde il terrore grande che aveva ciascheduno e la soverchia potenza dei canattieri, i quali erano rispettati e riveriti meglio che giudici o governatori. E n’avevano diritto, perocchè nelle loro mani stavano le sostanze e le vite di gran numero di persone, e dal loro giudizio, inappellabile sempre, dipendevano le sorti di quei meschini, cui il sopruso o la necessità aveva imposto così fatta gravezza. Abbiam detto necessità, perchè in questa stessa crudeltà era alcun lato buono, siccome sempre avviene delle cose di questo mondo; e frequente era il caso che un poveretto ridotto al verde, come già il nostro armajuoio, traesse sussistenza da questa strana industria. Tant’e tanto l’assegnamento che facevasi a ciaschedun cane valeva a sfamare qualche galantuomo; e sebbene fosse un camminare sull’orlo del precipizio, e cacciare, come si dice, da per sè il collo nel capestro, tuttavia uno poteva anche con siffatta paura campar la vita. Infine meglio il pericolo del male che il male stesso. Oltredichè il mantenimento di tutti questi cani, che stavano rinchiusi nel palazzo, parte liberi, parte assicurati, richiedeva gran consumo di cibo d’ogni fatta, e Dio sa, se per essi si misurava il mangiare. La città poteva ben ispopolarsi di gente e sfinire per la peste e per la carestia: nella Casa dei Cani si sbavazzava sempre ed era abbondanza di tutto. E questo consumo, che in origine era a danno de’ cittadini facoltosi, a cui Barnabò, or con un vezzo or coll’altro, non ristava dallo smungere danaro, tornava poi a beneficio dei bottegaj e dei rivenduglioli d’ogni specie, i quali erano fatti sicuri di vendere la roba loro a discreto patto ed anche con una tal quale larghezza. Dal che venne quel proverbio, ancora adoperato a’ dì nostri dai mercajuoli, i quali ad un’offerta poco convenevole rispondono: alla ca di can, so dove e da chi pigliar tanto. E ciò appunto avranno detto i venditori di quei tempi a quelli che invilivano la roba loro, perocchè eran certi di avere il tal prezzo alla Casa dei Cani.
Nè soltanto in Milano mantenevasi cotanta turba di cani, ma eziandio nelle altre città che stavano sotto il dominio di Barnabò. In Parma specialmente ei fece pubblicare un editto da certo frate Giovanni dell’ordine de’ Gaudenti, il quale era officiale de’ suoi cani, e con esso ordinò che tutti i cittadini, i quali avevano l’estimo di cinquecento lire dovessero ricevere uno de’ suoi cani in custodia sotto pena di dieci fiorini d’oro e di un fiorino d’oro al mese. E quelli che vi si rifiutarono furono condannati chi nei beni e chi nel capo. Neppure gli ecclesiastici andarono esenti da queste avanie; anzi sembra da quel che narra il nostro cronista e da quello che si raccoglie da tutti gli storici, che sopra di essi accumulasse tutte le oppressioni. Oltre alla taglia di soldi trenta per ogni lira d’estimo che dovevano sborsare, mercè la quale, non trovando modo a pagare, moltissimi erano posti in carcere, essi erano più di ogni altro esposti ai crudeli capricci del Duca che toglieva loro le prebende, li dimetteva dal loro ministerio, li torturava, li cacciava in bando, e li metteva spesso a morte. Tra i capi d’accusa accennati nella bolla pontificia del gennajo del 1373 contavansi anche questi, ch’egli avesse invaso gran parte de’ beni della Chiesa, che a suo grado disponesse delle dignità ecclesiastiche, che imponesse ai preti gravissime taglie, e che gli obbligasse a custodire i suoi cani con fierissime pene ai contravventori. Più particolarmente poi quella bolla parlava e dell’abate di s. Barnaba, fatto morire sull’eculeo; e del Primicerio della Metropolitana Simone da Castiglione, torturato con altri ecclesiastici e trascinato a coda di cavallo con una mitra di carta sul capo, indi abbruciato a fuoco lento; e di un frate degli Umiliati di Brera, impiccato cogli abili monacali; e dell’abate di s. Benedetto, Giovanni Visconti, tagliato a pezzi insieme a un altro monaco davanti la porta del convento; e di infinite altre dolcezze di tal fatta.
Quello che rendeva strano il suo procedere verso i poveri ecclesiastici, erano i benefizii di cui era largo colle chiese e coi monasteri; ond’è, che da una parte toglieva quello che voleva donare all’altra. Le sue liberalità verso gli spedali, l’erezione di nuovi conventi, le donazioni di moltissime terre a favore dei poveri, ai quali in epoche stabilite faceva distribuire vesti e cibo, le elargizioni alle chiese, erano una prova del suo carattere naturalmente dispotico e capriccioso. E veramente ei si dimostrò sempre tale in tutte le circostanze della sua vita non solo pubblica ma anche familiare. Gli aneddoti narrati nella cronaca dell’Azario e nella novella del Sacchetti, che riguardano due avventure toccategli or con uno spaccalegna, or con un mugnajo bastano a farlo chiaro. Quanto poi alle consuetudini della corte, ei non menava splendida vita, degenerando in ciò da tutti i suoi antecessori, spezialmente dagli zii Luchino e Giovanni i quali tenevano corte oltremodo magnifica. Il nostro cronista dice che Barnabò era economo come una massaja e non dava da mangiare ad alcuno; il maggior numero de’ convitati era di cinque persone, vale a dire, due vicarii e tre consiglieri, e anche con questi si faceva tavola molto meschina. Per contrapposto egli era pazzamente largo nell’edificare, perchè oltre all’aver ampliato e ridotto a guisa di fortezza il suo palazzo di s. Giovanni alla Conca, aveva edificato due altri castelli, uno a Porta Nuova, del quale si perdette ogni vestigio, e un altro a Porta Romana che stendevasi dalla basilica di s. Nazaro fino a quella di s. Stefano, precisamente nel luogo ov’è adesso lo Spedale Maggiore. Pei quali castelli e per gli altri eretti a Marignano, a Trezzo, a Brescia e altrove, ei non ispese meno di quattro milioni di fiorini d’oro. Somma ingentissima a’ quei tempi, se si consideri il valor dell’oro che doveva essere di gran lunga maggiore di quel che sia adesso, e più se si ponga mente all’entrate annue di Barnabò, le quali tra comuni e straordinarie, toccavano appena centosessantamila fiorini d’oro. Il qual reddito non che principesco, ma poco più che da signore privato, fa parere ancora più straordinaria la ricchezza trovata nei palazzi del Duca quando vennero saccheggiati dal popolo; perocchè raccontano gli storici che nella sola fortezza di Porta Romana trovaronsi settecentomila fiorini d’oro, e tanto argento da caricarne sei carri. Or vedasi donde e da chi potesse egli cavare tanto tesoro, e come dovessero stare i poveri sudditi a fronte di sì smisurata ingordigia.
E tuttavia il nostro cronista afferma, e con lui molti fra i più riputati storici, che Barnabò non gettava il danaro capricciosamente; che non vendeva i posti, ma davali gratuitamente a uomini meritevoli, nè quando li trovasse atti, li rimoveva più, che pagava esattamente e attendeva sempre più delle promesse: che non mancava di coraggio nè di militare perizia; che era liberale coi poveri, veridico, amante della giustizia e costante. Soprattuto ch’ei sapeva farsi servire a puntino; di che saranno persuasi i lettori, i quali hanno già scorto di che pelo fosse quel principe. Se non che, soggiungono poscia gli storici più coscienziosi, esso era temerario e tenace della propria opinione, impaziente, collerico al massimo grado. Negli impeti che spesso lo pigliavano e lo facevano uscire in ismanie terribili, diveniva crudele a guisa di fiera, e non aveva rispetto nè ad uomini, nè a Dio, e neppure a sè stesso. In quegli accessi nessuno osava accostarsi a lui, eccetto la moglie, Regina della Scala, la quale, tutta dolcezza e soavità di maniere, riusciva quasi sempre a temperare quella soverchia ira. Un’altra donna, colla quale aveva molta dimestichezza, e che egli amò assai, valeva pure a infondergli più miti pensieri, e costei fu Donnina dei Porri, che taluni vollero perfino sua moglie, la sola che abbia confortato la prigionia e gli ultimi momenti di quell’uomo singolare. A coronare poi tutta questa litania di vizii aggiungasi la dissolutezza dei costumi, per la quale la sua casa pareva piuttosto il serraglio d’un sultano che l’abitazione d’un principe cattolico. Il qual vizio, che è attaccaticcio più della pece, figuratevi se non doveva pigliar piede nella corte, e far proseliti tra i cagnotti del Duca. Anzi, come avviene sempre in tali occasioni, i servi erano più ghiotti e più prepotenti del padrone stesso, il quale, al dire del nostro cronista, non mai o solo in certi casi adoperava la violenza. Quali poi fossero questi casi, in cui riputasse lecito il sopruso e la forza, il cronista non dice, e noi lasciamo indovinare ai lettori.
All’epoca del nostro racconto, Barnabò aveva di fresco lasciato il suo castello di Marignano, ov’era stato rintanato tutto il tempo della peste, e da pochi dì trovavasi a Milano, bramoso di star presente alla mostra che doveva cadere imminente. Erano già dei mesi assai che egli non vedeva il suo palazzo e perciò era fatto privo dello spettacolo de’ suoi cani; ond’è che gli era nata in corpo una tenerezza, una smania non mai provata per lo addietro. Perchè, quantunque nel suo ritiro fosse uscito qualche volta a battere il bosco, non troppo lontano però dal castello, tuttavia non aveva potuto mai dare sfogo a quella sua immensa passione, e gli era toccato contentarsi di quelle scorrerie da nulla e della compagnia di pochi alani che teneva sempre seco. Egli era nel caso di un convalescente, il quale divorato dalla fame, è costretto per un pajo di mesi a trangugiare brodi e zuppe, se mai giunge a disfarsi del medico e a sentirsi padrone di sè, abbandonasi ad una tal corpacciata da saziare un uomo per una settimana. Il Duca pertanto era capitato in Milano una notte, quatto quatto, che nessuno quasi se ne accorse, tranne quelli che vegliavano ancora: i quali vedendo un insolito chiarore e udendo un calpestìo misurato ma silenzioso, che non era nè d’uomini nè di cavalli, s’addiedero della cosa. Il calpestio veniva infatti dalle zampe dei cani, i quali addestrati com’erano, seguivano il Duca nelle sue gite, e procedevano ordinati a due a due senza bisogno di guinzaglio e neppur quasi di voce per tenerli a dovere; il chiarore poi era quello delle faci portate dai servi e dai canattieri, dei quali trovavasi uno ogni trenta cani. La mattina appresso erasi tosto sparsa la nuova della sua venuta, e i cittadini anzichè rallegrarsi, ne rimasero profondamente addolorati. Tanto più che facevansi già le inquisizioni di coloro che avevano ucciso o mangiato selvaggina, giusta la legge del Duca; e la presenza di lui non poteva che accelerare il fatto, e togliere anche l’ultimo filo di speranza. Quella legge poi, dice il nostro canattiere, si tiene che fosse stata dettata dal Duca in un momento di dispetto, allorchè rinchiuso nel suo forte di Marignano, e fallitogli da più giorni il diletto della caccia, n’ebbe tanto dispiacere, che volle in certa guisa rovesciarlo sul capo di quelli ch’egli stimava più fortunati di lui, avendo ucciso lepri o cinghiali. Checchè ne sia, i cittadini viveano in grande spavento, ed ora che avvicinavasi il dì fissato per la mostra dei cani, raccomandavansi caldamente al Signore, perchè la mandasse buona a tutti.

V.

La sventura s’avvia
Per le città frequenti
E di querele un seguito la scorta,
Tarda ella muove, e spia
Le case dei viventi.
Oggi batte improvvisa a questa porta,
Domani a quella: nè mortal perdona.
Assidua, inesorata
Ai vestiboli appon d’ogni persona
La funesta chiamata.
SCHILLER, La sposa di Messina.

A questo punto il manoscritto del canattiere manca di due fogli, e salta d’un tratto quello spazio di tempo che correva tra l’avventura in casa dell’armajuolo e il dì fissato per la mostra dei cani. Noi preghiamo i lettori a portarsi in pace questa mancanza e a non volere nessun male ai topi che per avventura avessero rosicchiato quelle carte. Alla fine la lacuna non è che di due giorni, e non è d’uopo fantasticare gran fallo per indovinare che cosa sarà accaduto durante quel tempo. Basti il sapere, e questo la cronaca lo dice, che al finire del secondo giorno, vale a dire alla vigilia della rassegna, il cane trovavasi in ottima condizione, e non aveva un pelo sconciato; sicchè erasi convenuto che il mattino appresso l’armaiuolo sarebbe andato a levarlo per condurlo poscia al palazzo di Barnabò.
L’alba dei tafàni non istava molto a spuntare, allorchè in un salotto terreno del palazzo di s. Giovanni alla Conca, che metteva nel cortile destinato ai cani, sedevano intorno a un gran tavolone di quercia otto o nove canattieri in atto di veder il fondo a una gran pentola di Pestivino, camangiare grossolano ma ghiottissimo a que’ tempi, composto di castagne peste cotte nel vino. Il loro vestire più accurato del costume, il berretto piumato, il coltello a lato, come fossero per uscire a caccia, e soprattutto l’aria più trista, più burbanzosa dinotavano sentirsi coloro in quel dì alcun che di più che negli altri; e gli atti energici o trascurati manifestavano chiaramente l’interno sentimento. I loro visi poi non erano tali da inspirare miglior confidenza, perocchè oltre la pelle incallita e bruna, e la fronte rugosa o aggrottata, la lunga barba che ingombrava loro metà della faccia, e a taluni scendeva fino sul petto, accresceva terrore a quelle fisonomie naturalmente sinistre. Questo della barba era un costume universale in quel tempo, e tutti la lasciavano crescere, i soldati specialmente, nel cui numero potevano essere compresi i canattieri. Essi adunque stavano quale seduto sopra le panche, quale sdrajato sulla tavola medesima, e di tanto in tanto cacciavano le dita dentro alla pentola e cavavano una manata di quel bollito, che sgocciolava poi sulle barbe e sui berretti. Già allora non badavasi tanto per sottile al modo di star a tavola, e quei birbi poi pensavano, non senza qualche ragione, che se la natura gli aveva forniti di due buone mani, ciò era per qualche cosa; e in quella guisa che servivano a sgozzare un cinghiale, ad abbracciare una bella femmina, a vuotare le case altrui, potevano benissimo tener luogo di cucchiajo e di forchetta,
– Ohe! sclamò uno di costoro, dopo aver rimestato buona pezza nella pentola, compari mici, siamo già al fondo. E a dire che non sono due minuti che vi stiamo intorno. Che santa Lucia conservi la vista a ciascuno di noi; che quanto all’appetito non c’è bisogno di ajuto divino.
– Bel modo invero di saziar questo appetito, soggiunse un altro. Quattro castagne non più grandi di un pisello, cotte in un vino che, se fosse benedetto, farebbe fuggire il diavolo.
– Vuoi dire che potrebbe tener luogo di acqua, neh? ripigliò il primo. Eppure è di quello della cantina dell’Abate di s. Barnaba, e credo che non lo adoperasse per lavarsi i piedi.
– Che il diavolo se lo porti, saltò a dire un terzo. S’ei beveva di questo vino, ha meritato di andare all’inferno. Per me tengo migliore d’assai il pestivino che si fa dall’Ambrosiolo presso la chiesa di s. Maria Maddalena. Quello sì che è bollito da leccarsene le dita.
– Via, via, bel garzone, lo sappiamo che hai una tenerezza particolare per quella bottega e per tutto quello che c’è dentro. Ma bada a’ fatti tuoi, che gli occhi della Gilda ne han fatto cadere dei più furbi di te.
– Bada tu piuttosto a districarti dai lacci di quella tua fornaja; bel mobile per mia fè da farle addietro lo spasimato.
– Da un canto gli scherzi, amico; tu sai ch’io sono un po’ permaloso, sicchè non toccarmi su questo punto.
– Ih, ih, vedi come s’infiamma subito, e gli salta la mosca al naso. Ho proprio colto nel segno adunque? Povero Scortica, sei cotto davvero?
Lo Scortica si fece rosso in viso e stava per rispondere malamente a quello scherzo, quando uno dei compagni che non aveva mai aperto bocca, allungò le mani dal posto ove era, e tolta la pentola davanti ai due che parlavano, se la tirò bravamente sotto il mento, dicendo:
– Intanto che voi state a piatire, io vedrò di pescare le ultime castagne qui dentro. E tu, Randellajo, grida pure la croce addosso alle fornaje, già tu fosti sempre più amico del vino che della pagnotta; nè ti biasimo per ciò. Ma in fin dei conti il pane è pane, e il vino è vino, e coll’uno e coll’altro noi ce la sbavazziamo in barba della peste e della carestia.

Col favor di san Giovanni,
La mattana non ci punge,
Ogni sorta di malanni
Ci salutano da lunge,
Sempre brilli, sempre in festa
La malìa non ci molesta.

– Bravo Graffiapelle, bravo, la canzone! la canzone! gridarono tutti in coro.
– Sapete voi, disse questi, che il Medicina vi ha aggiunti due o tre rispetti circa la faccenda dell’altro dì? Già m’ha sempre avuto ciera di capo strambo, ma da far canzoni poi… Bisogna dire che quegli occhi cavati, e quei cento capestri l’abbiano fatto andare in visibilio. Basta; udrete.
– Suvvia, a te, intuona, che ti verremo appresso.
– Ancora due bocconi, e mi sbrigo. Maladetti quei cani, questa mattina, fanno un guaire, uno strepitare che par che voglia subissare il palazzo. Basta, farem conto che sia l’accompagnamento del mandolino.
Ciò detto, spinse lontano la pentola, si asciugò la bocca col rovescio della mano, e alzatosi in piedi colmò prima il bicchiere, il qual atto fu imitato da tutti i compagni; poi alzatolo fino al livello degli occhi, lo guardò alquanto con un sorriso suo particolare, e disse;
– Proprio di quel che brilla, e che si cambia in sangue. Benedetta la cantina del Duca.
E trangugiatolo d’un fiato, depose lentamente il bicchiere sulla tavola, poi strette le labbra, le fè scoppiettare come si farebbe per un bacio, ma con un suono più risoluto e più tenace, con quel suono che esce proprio dallo stomaco soddisfatto. Dopo il qual atto intuonò la prima strofa, la quale doveva essere ripetuta in coro da tutti.

Ringhia, latra, fa baccano,
Nobil razza di mastino,
Ogni muso di cristiano
Tiri dritto il suo cammino,
E in udir la nostra voce
Faccia il segno della croce.

– Bravo, Graffiapelle, gridò lo Scortica; m’hai preso certo tuono di voce, che mi sembri un canonico. Presto ti porremo indosso il piviale. A noi, ragazzi.
E tutti insieme ripeterono la cadenza compresa negli ultimi due versi.
– Tocca a te, Randellajo, disse allora il primo che aveva intuonato.
– Eccomi, eccomi.

Mercè i cani e la moria
Noi vaghiamo a nostro grado
Solitarj per la via,
Sempre pronti a trarre il dato,
E ci guatan con rispetto
Il cappuccio e il corsaletto.

E tutti in coro

E ci guatan con rispetto
Il cappuccio e il corsaletto.

Ora a me, disse lo Scortica, e colmatosi lestamente un bicchiere infino all’orlo, lo votò d’un fiato, e gridò con voce stentorea:

Col favor di san Giovanni
La mattana non ci punge,
Ogni sorta di malanni
Ci salutano da lunge,
Sempre brilli, sempre in festa
La malìa non ci molesta.

Questa volta il coro non si tenne pago della cadenza, ma volle ripetere l’intera strofa, con un baccano che ne tremarono le vôlte della camera. Intanto un altro era sorto e incominciava:

Se vegliam spesso le notti.

Ma Graffiapelle gli troncò la canzone in gola, e accennò colla mano che voleva parlare.
– Un momento, bel garzone, i nostri palati sono già arsi come bragie, si sospenda per un istante la canzone e si faccia un brindisi in onore di s. Giovanni.
– Viva s. Giovanni, viva il nostro protettore, gridarono tutti, empiendo i bicchieri e tracannandoli.
– Ora, Sciancato, puoi tirare innanzi.
Lo Sciancato non se lo fece dire due volte, e ripigliò:

Se vegliam spesso le notti
Invocando san Nicola,
Se un visin, ma di quei ghiotti,
Ci fa scorrer l’acqua in gola,
Il vegliare almen ci frutta,
Nè restiamo a bocca asciutta.

E il coro

Il vegliare almen ci frutta,
Nè restiamo a bocca asciutta.

In quel punto una voce sconosciuta che partiva dal cortile e s’avanzava alla volta del salotto, udissi cantare:

Se alle nostre oneste voglie
È d’ostacolo un marito,
O il pudor di sciocca moglie,
Cui non piace un muso ardito,
Colla corda e col danaro
Li facciam tacer del paro.

E intanto che gli altri ripetevano:

Colla corda e col danaro
Li facciam tacer del paro,

un uomo vestito nella stessa guisa che i canattieri, grosso e tarchiato della persona, e con un viso ricagnato da far paura, entrò nel salotto e prese posto nel crocchio.
– Sei giunto in tempo, Scannapecore, disse Graffiapelle, colmati una mezzina chè l’hai meritata. Quella canzone udita da lontano ha prodotto un effetto straordinario. E poi l’hai cantata con un gusto, con un fare così saporito, che valeva un tesoro. Di’ un po’, sarebbe forse vero che quelle parole quadrassero a’ casi tuoi?
– Eh, baje, rispose lo Scannapecore, sedendo con quell’aria soddisfatta di chi si è assicurato il giuoco.
– Eppure, ripigliò l’altro, ho udito certe voci intorno alla Cilia. Basta, hai un osso duro a rosicchiare, perchè Stefano l’armajuolo non è un baggeo da pigliarsi a scherzo, come tanti altri, ed anche la Cilia è una testolina. Ma di’ un po’, è dessa ancora quella bella creatura di sette anni fa?
– Capperi, non iscatta un pelo, rispose lo Scortica. L’ho veduta due settimane fa, ch’ell’era scesa in bottega per non so che, e vi so dire che è un boccone da principe. Non ha mica cattivo occhio qui il nostro Scannapecore.
– Orsù, pigliò a dire costui, tiriamo innanzi la canzone, e lasciamo stare le femmine nella loro malora.
– Ohe, disse il Graffiapelle, a udirti te, non mi sembri molto innanzi nelle buone grazie di quella ritrosetta. Ho paura che tu debba fare un buco nell’acqua. La sarebbe pur bella! Lo Scannapecore imbietolito e scornato per soprappiù.
– Adagio, carino, adagio, rispose lo Scannapecore un po’ imbronciato. Io sono innanzi e non sono: infine, che cosa ti fa a te? In ogni caso non sarà mai detto che uno, o maschio o femmina, abbia scornato lo Scannapecore. Quanto alla moglie dell’armajuolo, la è un’altra cosa, e non passeranno due dì che vedrete come si vincono le femmine.
– Che sì, che ti cascherà in braccio, neh? disse lo Scortica, oppure, piglierà a pigione il palazzo del Duca per venire ad abitare con te?
– Chi sa che non accada anche questo, disse lo Scannapecore con un sogghigno che nulla aveva di buono. Se ne son vedute tante! Ma infine questa non è cosa vostra, e a cui tocca, la sbrighi. Ora beviamo, innanzi che arrivi il Duca, e teniamci pronti alla mostra. Quest’oggi ne vogliamo veder di nuove.
– Alla sua salute, gridò lo Sciancato colmando la mezzina:, ora udiamo i nuovi rispetti del Medicina. A te Graffiapelle; ohe, a che stai guardando nel fondo della mezzina? sei forse divenuto astrologo, tu? la sarebbe bella, davvero.
– Eh, chi sa! La mia stella, come dice il Medicina, non è lassù nel firmamento, ma sta in fondo agli orciuoli. Qualche dì col gran votarne verrò a capo di scoprirla; e allora, allora vedrete chi è Graffiapelle.
– Bada piuttosto, saltò a dire lo Scortica, che questa tua stella non abbia a entrarti nel ventre, senza che tu te ne accorga.
– In tal caso, rispose Graffiapelle, potete star certi ch’essa tramonterà con me.
– Orsù, la canzone, gridò Scannapecore.
– Eccola, eccola.

Chi del pan non si tien pago,
Ma tirato per la gola
O coi cani o collo spago
Tende insidie a una bestiola,
Badi ben, chè un certo laccio
Lo torrà d’ogni altro impaccio.

– Bravo Giaffiapelle, gridarono tutti quand’ebbe finito, evviva il Medicina, ei scrive rispetti, meglio che il Bescapè.
– Cheti, figliuoli, disse lo Scannapecore, odo rumore sotto l’androne, che sia già venuto il Duca?
– Sì per Dio, sclamò lo Sciancato, ho sentito il picchio delle alabarde che posavano a terra. Suvvia, presto, nascondiamo le mezzine e la pentola, e poniamci al nostro posto. Di ragione qualcuno l’avrà veduto entrare, e sebbene non sia l’ora assegnata, poco staranno a capitare i cittadini.
Ciò detto alzaronsi tutti, e sbarazzata la tavola, quatti quatti, chi da una parte chi dall’altra se la svignarono nel cortile. Il Duca intanto aveva oltrepassato l’androne, ed era giunto proprio nel mezzo del primo cortile: con lui erano i due figliuoli Rodolfo e Lodovico, e dietro una scorta non troppo numerosa di alabardieri. Barnabò Visconti era alto della persona e vigoroso d’aspetto, quantunque avesse già oltrepassato i confini della virilità, contando a quell’epoca 55 anni. Il suo portamento era grave e risoluto, rozzi e duri i lineamenti, ma la fisonomia presentava una mistura di ferocia e di bonomia, che facilmente traeva in inganno. L’occhio però fisso e quasi impietrito nell’orbita manifestava il carattere strano e caparbio, di cui diè sì aperte prove. Indossava un robone di velluto violaceo foderato di ermellino e sormontato da un cappuccio che coprivagli quasi sempre il capo: disotto aveva il giaco di ferro, precauzione necessaria anche a un principe così temuto. Sulla fronte calva e rugosa vedevasi una ciocca di capelli grigi che sfuggiva di sotto al cappuccio, solo ornamento del capo, se ne eccettui una barba lunghissima e bipartita sul mento, siccome voleva il costume di que’ tempi. Il qual costume venne poco dopo distrutto dai francesi che diffusero in Italia il gusto dei visi pelati, come vediamo dipinti i successori di Barnabò. Il che prova che la superiorità della Francia in fatto di mode non è cosa moderna, ma data da tempi antichissimi.
Ora, poichè Barnabò fu giunto nel mezzo del cortile, si trattenne alquanto, e guardossi attorno in atto d’uomo che vuol riconoscere il luogo ove si trova; appunto come un ammalato che esce per la prima volta all’aperto e guarda le vie già da lui battute quasi fossero una cosa nuova. Poscia rivoltosi a Rodolfo che gli stava alla destra, gli disse:
– Per s. Ambrogio, non mi par vero di trovarmi qui a quest’ora nel mio palazzo di s. Giovanni alla Conca. In verità io teneva per fermo di non uscire dal mio forte di Marignano che al dì del giudizio, quando il diavolo avrebbe fatto risuonare a’ miei orecchi la sua tromba infuocata. Maladetta questa peste! Pareva che non la ristasse più. Sai tu, Rodolfo, ch’ella ha spazzato Milano, come una campagna dopo la messe? È questa la prima volta ch’io percorro le vie, dachè sono qui, e non volli neppur passare per la loggia, a bella posta per vedere in viso questa moltitudine che mi corre dietro ogni volta che esco all’aperto. Ma altro che moltitudine! Quattro gatti scorticati, mogi mogi, e con un viso da castagna cotta che mettono paura. Povero il mio paese!
– E per soprappiù, rispose Rodolfo, la carestia vi passeggia a tutto agio, e finisce di guastare ogni cosa.
– Quanto ai poveri, soggiunse Barnabò avviandosi alla volta del salotto, ci ho già pensato, ed ho ordinato che si distribuissero frumento e vino in buona copia, oltre le solite limosine che si fanno nello spedale di s. Lazaro dell’arco Romano, in quello di s. Giacomo, e in quello di s. Pietro e Paolo de’ Pellegrini. Quello che mi sta a cuore è la mancanza di braccia in questo momento che tanto mi gioverebbero. Basta: i beni confiscati a quei ribaldi che osarono cacciare sul mio, mi daranno ajuto a chiamare qualche banda forestiera. Per ora già non c’è speranza di rappacificarsi con Gregorio XI. Potessi almeno indurlo ad accettare una tregua!
Così favellando il Duca aveva oltrepassato il salotto, ed aveva posto piede nel secondo cortile, destinato ai cani. Gli alabardieri sfilarono all’ingiro lungo le pareti, e intorno al Duca non rimasero che i due figliuoli con sei lancie e pochi famigliari. Quel cortile era bello e spazioso e pareva fatto a bella posta per una rassegna: esso era stato fabbricato nei primi tempi del governo di Barnabò, allorchè entratagli in corpo quella matta smania di fabbricare, ampliò e costrusse con ingente spesa il palazzo. Il qual palazzo era stato in origine eretto da Luchino Visconti, ed era situato allo sbocco della contrada, detta anche oggidì di s. Giovanni alla Conca, là dove all’aprirsi del Corso di P. Romana incrociansi la via dei Moroni col vicolo della Maddalena. Esso abbracciava tutto quel tratto di case che dall’angolo dei Moroni corre fino alla piazza della chiesa, ora soppressa, e la cui facciata, comechè meschina, presenta il più bel tipo che abbia Milano della gotica architettura. Barnabò inoltre aveva aggiunto a quel palazzo alcuni muri forti, guerniti di merli, alti venticinque braccia, talchè aveva piuttosto l’aspetto di castello che di abitazione principesca. Da questo palazzo, fino dai tempi di Luciano, correva una loggia chiusa, che soprastava alle case e metteva dritto nella sua corte posta vicino al Duomo, dov’è adesso la residenza vicereale: e Barnabò, che non aveva più che Luchino tenerezza di comparire in pubblico, ne aveva fatto costruire un’altra del pari coperta, che a guisa di ponte tragittava di là alla sua fortezza di P. Romana. Il nome di Casa dei Cani, attribuito allora a quel luogo, durò fino a nostri dì nella bocca del popolo, ed anche adesso avviene di udirlo qualche volta così denominato. Che poi questo titolo fosse tutt’altro che grato alle orecchie dei milanesi, non è d’uopo che lo diciamo. Chi dei nostri lettori l’ha udito pronunciare da qualche vecchio con quel tuono misterioso e con quelle scrollatine di capo così significanti, potrà far ragione del brivido che avrà messo ai nostri progenitori di buona memoria.
All’intorno del cortile si aprivano i casotti e gli steccati, dentro i quali chiudevansi i cani, ed eranvi assicurati o co’ guinzagli o colle musoliere: più addentro erano le stanze destinate alle razze, ed agli alani più pregiati. Gli altri vagavano liberamente pel cortile, e addestrati, com’erano, bastava un cenno, un’occhiata dei canattieri per tenerli in freno. Tutti insieme poi, specialmente nell’ora del cibo, facevano una maladetta armonia di guaiti, di latrati, di abbaiamenti, che era una dolcezza ad udirli. E questa era musica ineffabile per le orecchie del Duca.
I canattieri al primo apparire di Barnabò eransi tirati in disparte, e col berretto in mano parevano attendere rispettosamente i suoi cenni. A vederli adesso umili e inchinati dinanzi a un’autorità maggiore della loro, un filosofo, se a’ que’ tempi ne fossero esistiti, avrebbe avuto campo di sciorinare un bel sermone sul nulla delle umane presunzioni. Ma il nostro cronista, che era canattiere pur esso, sebbene men ribaldo degli altri, era tanto valente in filosofia come lo speziale nel far tegole, sicchè si tenne pago al semplice mestiere di narratore, e ce li descrisse in questo atto e nulla più. Il Duca avanzossi lentamente alla volta di essi, e si diè a sguardare all’ingiro, a carezzare qualche cane di quei che vagavano nel cortile, a volgere domande sopra domande ai canattieri, intanto che costoro aprivano i cancelli, gli usci, e traevano pel guinzaglio o l’uno o l’altro dei cani favoriti.
– Veda la signoria vostra, diceva lo Scannapecore, il quale siccome il più innanzi nella grazia del principe, pigliava sempre la parola per tutti, veda come sono nutriti e addestrati questi cani; è proprio una consolazione il vederli. Osservi questi due alani, che la signoria vostra mi diè in particolare custodia; come son lucidi e snelli, che rubano gli occhi.
– È vero: due goccie d’acqua che valgono un tesoro. E quello sciocco di abate quasi me li aveva fatti stizzire. Buon per lui che il suo mugnajo lo fe’ salvo dei quattro fiorini e della pelle per giunta, se no voleva alloggiarlo per un dì con un pajo di mastini perchè imparasse di che guisa van trattati i cani.
– Sarebbe pur stato un bello spettacolo. Un abate colla musoliera e col guinzaglio, disse lo Scannapecore.
– L’han provato Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, e ti so dire che hanno avuto agio a pentirsene. Ma in fine l’ora della mostra parmi arrivata. Perchè non son qui quei gaglioffi coi loro cani? Suvvia, fatte che entrino, e vediamo se avvi qualcheduno, cui faccia gola una gabbia di ferro e la compagnia d’un cinghiale affamato.
– In quel punto, dato il segnale, una turba di persone d’ogni età e d’ogni professione entrò tumultuosamente nel cortile, guidando i cani raccomandati a cordicelle di filo, e non si contenne che quando fu alla presenza del Duca. I canattieri senza attendere alcun cenno si gettarono sopra i cani, e dopo averli minutamente esaminati, se erano giudicati in istatu quo, li lasciavano andare insieme con chi li custodiva; quando avevano qualche appiglio, segnavano il nome di chi l’aveva condotto, e quegli era costretto a pagare la multa stabilita. Quando poi, il che avveniva più delle volte, il povero multato non aveva nè danari nè roba da soddisfare l’imposta, allora il Duca lo faceva metter prigione, lo torturava in cento guise, e spesso lo faceva o appiccare o gettare al fuoco.
– Questo cane, gridò lo Scannapecore volgendosi al Duca, ha gli occhi rossi e cisposi ed è dimagrato di un buon terzo.
– A chi fu dato in custodia?
– A Bernardino Brivio, lanajuolo.
– Ebbene, ei pagherà due fiorini d’oro.
– Oimè, prese a dire singhiozzando il povero lanajuolo, per pagare i due fiorini dovrò chiuder bottega e andare mendicando per le strade.
– Taci là, balordo, impara ad avere miglior cura dei cani; soprattutto bada a non lasciarti cogliere un’altra volta, perchè non te la caveresti così a buon patto. Ringrazia la bontà del Duca e vatti con Dio.
– Ehi, ehi, un momento, sclamava lo Sciancato ad un ecclesiastico che era sulle mosse, a vederlo andare in volta quel cane mi ha una cera da poltrone che consola. Già voi altri preti nuotate sempre nel ben di Dio, e questo cane fu pasciuto con tutta la lautezza d’un abate. Che il diavolo mi porti se questo è atto a dare una scrollatina ad una lepre.
– Che? saltò a dire il Duca, un cane ingrassato in tempo di carestia? Ma quest’è un miracolo: bisogna dire che il corvo del profeta Elia ti porti il cibo ogni giorno. In tal caso tu puoi pagare, senza sconciarti, quattro fiorini d’oro.
– Messer Duca, supplicava l’ecclesiastico.
Ma il Duca erasi volto da un altro lato e non badava alle parole di lui: sicchè gli fu forza pigliarsi il suo cane con sè e tra il dolente e lo sdegnoso tornarsene a casa.
– Deh! messer principe, sclamava un fanciullo di forse tredici anni inginocchiandosi davanti a Barnabò, abbiate compassione di me e della mia povera mamma. Son due giorni che non mangiamo, e a casa ho quattro altri fratellini che piangono. Al prestino dei Rosti ci han dato una volta un po’ di pane a credenza: e ora non ce ne vogliono dar più. Che colpa abbiamo noi se non c’è da mangiare? E sì che il primo boccone era sempre per il cane. Anche jeri c’era un po’ di crosta avanzata da tre dì, e il piccino la voleva per lui e singhiozzava; ma la mamma la fece ammollire nell’acqua e la porse al cane. Oh! messer Duca, abbiate pietà di noi.
– Finiscila, storditello; a udir voi con que’ vostri eterni lamenti, sembra che ogni dì siate lì per tirar le cuoja. So ben io di che piede zoppicano i miei cittadini, e so dar la giusta misura alle loro parole. Diavolo! forsecchè non avete all’epoca fissata le vostre buone lire imperiali in mercede del cane mantenuto? E queste non bastano a dar cibo ad un cane e a dieci furfantelli tuoi pari?
– Ah, mio buon signore! seguitava a dire il fanciullo sempre lagrimando, in altri tempi sì, c’era, non da sbavazzarla, ma stando a pane ed aglio, da camparla mediocremente. Ma ora che i forni sono quasi tutti chiusi, che la roba costa dieci volte tanto, e fortuna a trovarne, bisogna proprio cucirsi la bocca, e anche questo non basta.
– Via, via, per questa volta non pagherai che un fiorino d’oro, ma bada di non cadervi più.
– Oimè, gridava più forte il fanciullo, se non abbiamo un quattrino a cavarci la pelle di dosso!
– Allora avrai un pezzetto di lingua tagliata, disse il Duca, e non ti starà male perchè adesso è lunga oltre il dovere.
– Oimè, tapino, e la mia povera mamma, e il mio Ambrosiolo, e la mia Agnesina, e…
Ma il pianto gli soffocò le parole in gola, e lo fe’ rimanere come stordito sul suolo: tanto che uno dei canattieri che gli si trovava vicino, vedendo che non se n’andava, gli dette un urto con un piede che lo fe’ rotolare d’un tratto fino nel salotto. Ed ivi rimase alcun tempo quasi fuor di sè, e forse rimaneva fino al finir della mostra, se uno dei cittadini che se la svignava col suo cane, mosso a compassione, non l’avesse sollevato da terra e trascinato fuori all’aperto con lui. Da lì a poco rinvenuto, ricovrò forza bastante da ridursi a casa, dove trovò la madre che lo aspettava inginocchiata davanti un’imagine della Madonna. Lasciamo figurar al lettori lo spasima e l’agonia di quella meschina nell’udire così triste novelle, e nel vedere il figliuol suo spaurito e malconcio in quella guisa.
Intanto la rassegna era pressochè terminata: poche persone rimanevano ancora nel cortile, e quelle poche furono sbrigate nella stessa maniera degli altri. Ultimo affatto venne un canonico di s. Stefano, grasso e rubicondo che pareva avesse a gabbo tutti i contagi e tutte le carestie della terra. Egli sbuffava e dimenavasi irrequieto perchè Graffiapelle, il quale aveva il suo cane tra le mani, non rifiniva di visitarlo pelo per pelo, e scrollava il capo in aria di malcontento. Finalmente non potendo più contenersi, si abbassò all’orecchio del canattiere, e con una occhiata d’intelligenza, gli disse:
– Ehi! Graffiapelle, se mi sbrigate alla buon’ora, c’è un tal pizzico di terzuoli che chiedono di entrare nella vostra tasca.
Graffiapelle a quelle parole alzò il capo con un certo sogghigno tra il beffardo e il soddisfatto: ma si fe’ tosto serio in viso e assunse il fare d’uomo oltraggiato nella sua dignità, quando vide a canto al suo il viso del Duca, e l’udì esclamare:
– Vivaddio! tu semini terzuoli come se fossero ceci. Ebbene, canonico mio, vedremo se saprai fare altrettanto coi fiorini d’oro. Comincerai dal pagarne una dozzina.
Il canonico inchinossi tutto mortificato e fe’ l’atto d’andarsene. Ma il Duca non pareva soddisfatto, e proseguiva:
– Eh! bisogna dire che la tua prebenda sia molto lauta, perchè ti fa diventar grasso anche quando gli altri dimagrano. Tu sei di quelli di s. Stefano, non è vero?
– Sì, messer Duca, rispose il canonico.
– Orsù, domani sloggerai dal tuo posto, perchè ne ho d’uopo per alcun altro: mi hai inteso?
– Osservi, messer Duca, che chi m’ha nominato a tal posto fu l’Arcivescovo, e da lui solo dipende….
– Sozzo cane! gridò Barnabò andandogli contro, devo io imparare da te chi sono e che cosa posso fare? Ti sei dimenticato dell’editto che risguardava voi altri ecclesiastici? Orsù, inginocchiati ribaldo: perocchè qui son’io il solo Arcivescovo, il solo Papa, il solo Signore.
Il povero canonico, tutto spaurito, ebbe di grazia a inginocchiarsi finchè piacque al Duca di rimanergli davanti: poi alzatosi, se n’andò piangendo in cuor suo la grassa prebenda che gli sfuggiva di mano.
– Ora, la mostra sembra finita, disse il Duca in atto di partire, non è mancato nessuno di quei che dovevano condur cani?
I canattieri rimasero zitti senza trar fiato: ma lo Scannapecore si fece innanzi, e disse:
– Messer Duca, n’è mancato uno.
– E chi è costui? chiese Barnabò,
– Stefano Baggis armajuolo, il quale ha in custodia un alano dei più belli.
– Sai tu perchè non sia venuto?
– Credo che sì. A quanto ne udii dire, dev’essergli morto il cane.
– Maladetto! Non sanno aver cura d’un animale, che alla fin dei conti torna a loro vantaggio.
– Con permissione dell’eccellenza vostra, non fu già per difetto di cura che venne a morte quel mastino. Dicesi che l’armajuolo l’abbia ucciso.
– Ucciso, hai detto? E si ardisce qui, nella mia città, quando vi sono io, si ardisce di uccidere un cane? Scannapecore, piglia tosto con te quattro alabardieri e fa che prima di sera sia condotto qui quest’armajuolo con tutta la sua famiglia, se ne ha.
– Messer Duca, sarete ubbidito, rispose lo Scannapecore inchinandosi.
Poi voltosi a’ suoi compagni, intanto che il Duca usciva:
– Avete udito? disse con aria di trionfo, e tu, Scortica, che dicevi celiando che la sarebbe venuta a star qui: ti pare ch’io sappia fare i fatti miei?
– Ma che? ma come? – Se il cane c’era? In che modo è avvenuto? – Di’ sù, compare, gridavano tutti. Ma lo Scannapecore, fatto cenno agli alabardieri, e pigliato seco Graffiapelle, uscì in fretta, lasciando gli altri a fantasticare sull’avvenuto.

VI.

Ahi! istolti e semplici, quanto
siete vani, che avete speranza nelle
cose terrene! Aviate speranza in Dio,
di cui sono tutte le cose; ed egli le
fa, ed egli le può tutte disfare: egli
le ci dà, egli le ci può tôrre; e però
voi non curate di queste cose…
LEGGENDA DI TOBIA pubblicata dal Vannacci.

Ora è d’uopo che dicifriamo ai lettori, se mai ad alcuno resse la pazienza di seguirci fin qui, codesto segreto sulla scomparsa del cane, proprio nel punto in cui era maggior necessità di lui. Già le cose sono sempre andate d’una guisa a questo mondo, e quando uno ci diventa necessario, possiamo far ragione di non trovarlo più. Così avvenne del cane, e così avviene ed avverrà sempre di tutti gli uomini. Ma la cagione di ciò? In verità ci duole di doverla schiccherare qui sui due piedi ai lettori, e confessiamo che ci sarebbe goduto l’animo di poterla tacere sino al fluire del libro tanto per tener altrui in curiosità e per dare una misteriosa importanza al nostro racconto. Ma poichè ci siamo imposti di seguitare passo passo il cronista, fa d’uopo che rinunciamo a codesto piacere, perchè a que’ tempi d’ignoranza non conoscevasi neppur di nome l’arte di tirar per le lunghe un racconto, d’intricarlo con mille accidenti, e di farlo oscuro come una sciarada; il novellatore camminava dritto al termine senza pur volgere il capo per vedere chi gli teneva dietro. E così faremo noi. Solo preghiamo que’ tali che si fossero addati del fatto già da buona pezza addietro, di non darsene per intesi e di far le maraviglie per lo scioglimento impensato, e ciò per la nostra dignità di romanziere storico.
L’armajuolo adunque, al quale era d’un tratto rinata la vita per la prodigiosa guarigione del cane, gongolava tutto dalla gioja e non vedeva l’ora che giungesse quel benedetto dì della mostra per recarvisi insieme colla bestia e farla tenere in barba a quel tristaccio di Scannapecore. Anzi, aveva già pensato a certa beffa da dire sul viso a quello scomunicato, quando avesse dovuto noverargli i quattrini, e parevagli con essa di cavarne vendetta a misura di carbone. Ma il valent’uomo aveva fatto i suoi conti senza l’oste, e la beffa era tornata a suo danno, e peggio. Nel mattino del giorno aspettato egli era sorto per tempo, e salutata con un bacio la moglie e stretto il fanciullino al seno, era uscito solo alla volta del Carobbio, perchè, sebbene confidasse assai in Martino, era troppo grande l’ansietà dell’animo suo per lasciare che andasse il garzone. Per via il cuore battevagli fortemente, e sebbene avesse cagione di star allegro, un segreto sgomento lo tormentava suo malgrado. Finalmente giunse davanti all’abitazione della vecchia Marta, la quale era posta a sinistra sul primo sboccar del Carobbio. Entra nella porticina bassa e scura, sale una scaletta coi gradini di legno, picchia all’uscio, ma nessuno risponde. Ripicchia più forte e a molte riprese, sempre lo stesso silenzio. Che è, che non è? Al povero Stefano cominciarono a tremare le ginocchia, talchè fu costretto ad appoggiarsi all’assito della loggia. Ripreso fiato, si fa di bel nuovo a battere, poi chiama sommesso per nome, alza la voce, grida, strepita, ma invano. Figuratevi che cuore fosse il suo nel vedersi tolto così sul più bello ogni via di scampo, e senza una ragione, senza poterne saper nulla. Stanco finalmente e disperato scende abbasso e chiede ad un’erbajuola che stava a due passi lontano, se abbia veduto la vecchia Marta. Quell’erbajuola che stava annacquando tre grame radici e le metteva pomposamente in mostra siccome fior di verzura, sollevò alquanto il capo per vedere chi le volgeva una tal domanda, e sbirciato così all’infretta l’armajuolo, rispose asciutto:
– Non ne so nulla, io. Se volete un pizzico di lattuche, ma delle ghiotte, ne ho una manata che è degna della tavola d’un principe.
– Grazie, buona femmina: il mio stomaco ha appiccato lite colle ghiottonerie, siccome il mio borsellino coi terzuoli. Non è ciò ch’io desidero. Ora mi punge di sapere che cosa sia divenuta la vecchia Marta, e perchè non trovasi in casa.
L’erbajuola questa volta fissò i suoi occhi sulla faccia di Stefano e ve li tenne alquanto come per istudiare di che pelo fosse colui che le parlava in tal modo. Ma l’armajuolo soggiungeva con tuono ancora più umile e supplichevole:
– Deh! se sapete qualche cosa, fatemi la carità di dirlo, che il cielo ve ne rimeriterà. Si tratta della vita d’una povera famiglia.
– Sentite il mio uomo, rispose alquanto rassicurata l’erbajuola. Voi non m’avete cera di essere uno degli amici della strega, sicchè posso parlarvi col cuore in mano. Già è un pezzo che ho questo ruggine nell’animo, e ho proprio bisogno di sfogarmi. Voi volete sapere che cosa sia divenuta? E chi mai può dirlo, se non lo stesso Belzebù che viene a visitarla tutte le notti. La notte passata, per esempio, fu un baccano, un subbisso d’inferno: duo o tre de’ suoi diavoli, o stregoni, sono andati da lei, e li ho visti io con questi occhi. Per più d’un’ora si udirono grida e strepiti che pareva andasse in rovina la casa. Vi fu un istante che la voce della vecchia si fece piagnolosa e singhiozzante, e allora udivasi quel suo demonio gridare e minacciare di portarla via. E credetti infatti che se l’avesse portata, perchè poco dopo ogni cosa tornò in silenzio, e la casa tranquilla che pareva un deserto. Se non che questa mattina, quand’io sono uscita in sull’alba per raccorre questo po’ di verzura, vidi uscire quatto quatto da quell’uscio un’ombra di donna, che rassomigliava tutta alla vecchia, ma era tanto sfigurata e stravolta, che ci volle a riconoscerla.
– E avete veduto dove sia andata? chiese affannoso l’armajuolo.
– Eh, chi può tener dietro ad una strega? Ella tirò rasente il muro fin presso alla Vetra, ma voltato il canto, sparì d’un tratto come se fosse volata via.
– E non sapete chi abiti lì presso?
– Mio Dio! rispose l’erbajuola; egli è un certo luogo, ch’io non posso passarvi davanti senza fare il segno della croce. Una volta ci stava l’Agnesina con sua madre, che dicono abbia stregato più gente di quel ch’io ho capelli in capo. Ma dopo il contagio nessuno sa più nulla.
– Che la Marta si sia recata colà? disse tra sè il povero Stefano, e ringraziata l’erbajuola si volse dalla parte della Vetra.
La novità del caso aveva in tal modo scombujata la mente di Stefano, ch’ei camminava come trasognato, e barcollava ad ogni tre passi com’uomo che avesse veduto il fondo a parecchie mezzine. L’erbajuola lo stette a guardare finch’ebbe voltato il canto, ma poichè a que’ tempi di miseria l’ubbriachezza era derrata di contrabbando, poco durò a stimarlo ammaliato, e nel ritirarsi che fece nella sua botteguccia, esclamò:
– Pover’uomo! è proprio peccato ch’ei sia caduto nelle mani di quelle stregacce del demonio. Se non avesse gli occhi così stralunati e il viso tutto scomposto, ei sarebbe certamente un bell’uomo. E come mi guardava pietoso! Basta, che il cielo lo accompagni.
Intanto l’armajuolo proseguiva il suo cammino in traccia della vecchia Marta con poca speranza di coglierla fra quel labirinto di casacce rovinate, dato pure che colà si fosse ricoverata. Quantunque per la stagione innoltrata il freddo fosse rigido assai, grossi goccioloni di sudore gli cadevano dalla fronte, e impregnavansi tra i peli della barba, senza ch’ei si desse la briga d’asciugarli. Adesso ei provava un’affanno, una stretta al cuore molto più forte dello sgomento avuto tre giorni addietro, perocchè il ricader nel pericolo dopo la gioja dello scampo è assai più gran dolore che quel che reca il primo inciamparvi. E pensava alla moglie sì dolce, sì amorosa, al figliuolo così bello e vispo, alla sua officina che aveva il vanto sopra tutte quelle di Milano, ai giorni felici passati in seno della sua famigliuola, e sentiva uno struggimento, una doglia fin allora sconosciuta. Ad un tratto la vista gli si appannò, e parvegli che le case gli ballassero davanti, le gambe tremarongli sotto, e nelle orecchie udì un ronzio, come d’un mulino che girasse. Ei fece uno sforzo per ripigliare i sensi e per tenersi sulla persona, ma dopo aver traballato alquanto, le forze l’abbandonarono del tutto e svenne. Il poveretto non aveva assaggiato cibo nel giorno addietro, e la debolezza dello stomaco aggiunta all’angoscia che provava, gli fece quel brutto giuoco. Se non che la sua buona ventura, se tale può chiamarsi, volle che in quel punto ei si trovasse vicino al muro, talchè non cadde sul terreno, ma rimase un cotal po’ inclinato e colle spalle appoggiate alla parete. Quanto tempo ei rimanesse in quello stato, non seppe nemmeno l’armajuolo: la via era deserta, e non udivasi neppur da lungi rumore d’anima nata. Quand’egli ritornò in sè, era lo stesso silenzio e la stessa solitudine: perocchè in que’ dintorni la peste aveva menato un guasto terribile, e le case erano state pressochè tutte diroccate o abbandonate. L’armajuolo aprì gli occhi, non ancora ben rinvenuto, e fece l’atto di alzarli al cielo; ma qualche cosa che stavagli rimpetto attrasse tutta la potenza delle sue facoltà, che parvero concentrarsi negli occhi. Una finestretta aperta, che dava sopra una loggia per metà caduta, lasciava vedere una figura di donna, che pareva tendergli le mani e sorridere. Dapprima non ne ravvisò interamente la fisonomia:, poi a lungo osservare gli parve quasi di riconoscerla, ma sfinito com’era, non poteva ajutarsi bene colla memoria. Finalmente, guarda e riguarda, cominciò a vedere la pezzuola che le copriva il capo, poi una ciocca di capelli grigi, poi la fronte arsiccia e rugosa, poi infine la fisonomia della vecchia Marta. Essa era là che gli sorrideva e gli accennava di accostarsi, e gli parve perfino di udire la sua voce e il brontolìo del cane che aveva seco. Quella vista gli porse tanto vigore, che sollevatosi d’un tratto, si trovò sano e lesto in piedi, e stropicciandosi le mani corse alla volta di quella casa. Ma oimè, che è, che non è? La finestretta non è più finestretta, ma una cornice vetriata, e la vecchia Marta ha dato il luogo a una Madonna dipinta in atto di aprir le braccia ai passeggeri. Certamente quel Luino del secolo XIV che dipinse quello sgorbio di figura umana, non sognò neppure ch’ella sarebbe stata da tanto da divenir viva e animata agli occhi di chi la guardasse; e la cosa parve strana anche al nostro armajuolo, perchè, rinvenuto com’era, non sapeva darsi pace di quell’inganno. Se non che, osservando ad occhi sicuri quell’imagine e mirando tuttavia quell’atto amoroso e soave, gli sorse una nuova tenerezza in cuore, talchè inginocchiatosi si diè a pregare fervorosamente. Nè quella preghiera gli tornò infruttuosa, perchè si sentì sull’istante l’animo più alleviato e più inchinevole alla speranza, e potè tirar innanzi il suo cammino con maggior risoluzione.
Ma, entra in una casa, entra nell’altra, sale or questa or quella scala, fruga e rifruga, apre tutti gli usci, spia, interroga, nessun indizio di colei che cercava. Il povero Stefano dovette rifar la via e tornarsene al Carobbio, nella porticina dove prima era stato. Ma anche là un silenzio da cimitero, e l’uscio inchiodato come poc’anzi. Torna alla Vetra, va, gira, rigira, cerca un viottolo, cerca l’altro, capita di bel nuovo nel Carobbio, ma tutto invano, nessuno sa dirgli qualche cosa. Che fare adunque? L’ora della mostra era passata, ormai non c’era più modo a trarsi d’impaccio, laonde stimò opportuno di recarsi a casa e provvedere in qualche guisa ai casi suoi. Abbiam già detto che Stefano era uomo coraggioso e deliberato, sicchè nessuno maraviglierà nell’udire che sul punto d’aver perduta ogni speranza, egli avesse ricovrati tutti i suoi spiriti. Il vero coraggio è così fatto; teme del pericolo s’è incerto, ma quand’è inevitabile lo affronta con viso sicuro. E Stefano, ora che sapeva di che piede bisognava zoppicare, non era uomo da stare colle mani alla cintola e da sciuparsi in vane querele. Pertanto si pose la via tra le gambe e cheto cheto avviossi alla volta di casa sua. Ma quando fu lì per voltar l’angolo degli Armorari, per dove entravasi difilato nella bottega, si trattenne alquanto, e non potè cacciare un pensiero che gli martellava la mente. Che la vecchia Marta fosse tornata? Era questa l’idea che lo metteva in forse, e che impedivagli di proseguire il cammino. Quella maladetta speranza, che se piglia a pigione un povero cuore non lo lascia mai, faceva ora all’armajuolo uno dei soliti scherzi ch’ella fa agli innamorati. Lo dicano quei lettori che si sono recati ad un convegno, se c’è caso che uno possa spiccarsi dal luogo fissato, prima d’aver battuto il selciato almeno un pajo d’ore, e se avviene che la noja lo trascini lontano, quante volte non sarà ritornato per tema d’aver isfuggita l’opportunità. Lo stesso accadeva a Stefano. E questa speranza, o piuttosto gravissima molestia, fu sì forte in lui, che dovette dar di volta e rivedere il Carobbio. Ma le cose erano ancora nel medesimo stato: appena quel luogo così frequente e chiassoso dava indizio di vita, che gran parte delle case erano chiuse, e più gran parte ancora smantellate. Dei cittadini pochi vedevansi per le vie, e que’ pochi silenziosi e raccolti tiravano rasente il muro senza guardar in viso a persona. L’armajuolo trasse un grosso sospiro, e veduto fuggirsi anche quell’ultimo filo di speranza, tornavasene tristamente giù per la corsia, allorchè giunto che fu a mezza via, proprio rimpetto alla contrada di s. Ambrogio de’ Disciplini, vide Martino che affannavasi correndo alla volta di lui, e pareva portasse nel viso qualche trista novella. Quando il garzone gli fu vicino, senza neppure pigliar fiato, gli gridò:
– E così, messer Stefano, che cosa è avvenuto del cane?
– Ah! Martino mio, rispose l’armajuolo, ajutami che non mi reggo più.
– Oimè, come siete pallido e stralunato, che cosa è stato, dite su, messer Stefano?
– Che vuoi? tanto ne so io, che tu.
– Ma la vecchia Marta?
– Che il diavolo tormenti quel sozzo carcame di donna fino al dì del giudizio. Ell’è sparita, e nessuno l’ha veduta.
– E il cane?
– S’intende ch’è sparito insieme con lei.
Martino stette alquanto sopra pensiero, poi disse sommessamente, sebbene non vi fosse alcuno intorno:
– Uhm, questa scomparsa non è cosa naturale: qui sotto gatta ci cova, e quasi quasi starei per credere che lo Scannapecore ci entri per qualche cosa.
– Eh! via, che ci ha a fare la vecchia Marta collo Scannapecore?
– La volpe e il lupo non si leccano, è vero, ma quando si tratta di votare un pollajo san mettersi d’accordo. Basta, col tempo la cosa verrà in chiaro, ma intanto, sapete, messer Stefano, che il Duca ha comandato allo Scannapecore di venirvi a pigliare voi e la vostra moglie e tutti noi per condurci in quella maladetta ca dei cani a render ragione dell’aver mancato alla mostra?
– Oh Dio! corriamo tosto a casa a difendere la mia povera Cecilia, il mio Marco!
– Difendere, voi dite? Non è mica più il tempo in cui un buon popolano colla sua draghinassa poteva farsi chiaro in mezzo a una dozzina di mascalzoni prezzolati. Ora non sono soldati, ma sgherri da combattere, e colla giustizia non c’è da scherzare, ma è d’uopo tener le mani in cesso.
– Ebbene, noi fuggiremo, sclamò Stefano, intanto che avviavasi correndo alla volta di casa sua. Ma l’altro, pur seguendolo da vicino, gli susurrava all’orecchio:
– Fuggire, e dove? chi ci raccorrà? chi ci proteggerà contro l’ira del Duca?… Eppure, sì,… meglio fuggire, meglio morir di fame sopra una strada che cadere nell’unghie di Barnabò, o servir di pasto a que’ suoi mastini. Io l’aveva ben consigliato a vostra moglie di fuggire, e voleva condurnela tostochè udii quella brutta nuova, ma essa stette salda e rifiutò di uscire di casa finchè non avesse veduto voi. L’ho anche pregata colle lagrime agli occhi, che partisse di là, che si recasse da qualche sua conoscente, almeno per sottrarsi alla prima tempesta, e per acquistare tempo, ma fu tutto indarno. Ora chi sa se saremo più in tempo.
Intanto che così parlavano, erano giunti quasi sul limitare della bottega, e stavano per porvi il piede, allorchè Martino, preso fortemente l’armajuolo per un braccio, lo trasse indietro dicendogli:
– Avete udito, messer Stefano? I manigoldi son già entrati in casa. Ponete orecchio un momento. Ecco la voce di Tonio che prega piangendo e si dispera. Oh! udite madonna Cecilia che risponde alle interrogazioni dello Scannapecore. Santo Iddio! cercano del fanciullo, ch’essa l’abbia trafugato? Ah! andiamo, andiamo che vengono abbasso.
Martino infatti s’adoperava, parte colla forza, parte colla persuasione, a togliere di là l’armajuolo: ed ora poi che aveva udito lo Scannapecore minacciare aspramente e la Cecilia uscire in singhiozzi e preghiere, diè a credere all’armajuolo che gli sgherri partissero, e con una spinta risoluta gli fè voltare il canto, e giù entrambi per la via di s. Satiro.
– Sapete, che cosa dobbiam fare? disse allora Martino. Andiamo tosto a casa di messer Franciscolo. Là non verranno a cercarci, almeno per oggi. A domani Iddio provvederà.
L’armajuolo, che fino a quel punto erasi lasciato condurre come istupidito, si trattenne sui due piedi e fissò sulla faccia di Martino due occhi che pareva schizzassero dalla fronte. Poi, come tornato in sè, si volse a dare una ultima occhiata al luogo che doveva abbandonare, e scosse le braccia in atto di rabbia repressa: – Uf! disse levando un gran sospiro: sia fatto come tu vuoi. – E avviossi senza profferir più parola.
Non erano andati oltre un trenta passi, che dall’officina dell’armajuolo usciva fuori lo Scannapecore seguito da Graffiapelle e da’ sei cagnotti, i quali tenevasi in mezzo la Cecilia e Tonio. Quando furono nella via, lo Scannapecore si volse a Graffiapelle, dicendo:
– Tu, Graffiapelle, starai qui a fare buona custodia alla casa: non voglio che i ladri entrino a spazzarla. Se mai vedessi capitare alcuno, o solo bazzicare per la via, non lascialo sfuggire, m’hai inteso? Di ragione un momento o l’altro ei ci deve venire: e poi il fanciullo non mi par vero di non averlo trovalo. Sarebbe pur stato opportuno nel caso che il Duca avesse voluto lo spettacolo d’un giudizio coll’acqua fredda. Ma ora, andiamo.
– Ahi! ohi! sclamava Tonio, contorcendosi sotto la mano d’uno che l’aveva stretto in un braccio, che maniere son queste da usarsi coi cristiani? Io non so nulla, io, e lo può dire madonna Cecilia, se non sono un buon garzone, timorato di Dio e del Duca, che lascia stare i cani quando dormono…
– Orsù, tienti per te le tue chiacchere, mascalzone, gli gridò un altro della schiera, dandogli un punzone per di dietro che quasi lo mandava a gambe levate. Giacchè hai tanta parlantina ti metteremo a stare col bruciavia, che è il più brontolone di tutti i mastini: vedremo un po’ la bella figura che vi farai.
– Bella Cecilia, diceva intanto lo Scannapecore alla moglie dell’armajuolo, voi siete ancora in tempo di riparare a una grande sventura. Forsechè il timore non v’ha resa più umana ed arrendevole? Ricuserete tuttavia di prestar orecchio alle sincere mie proteste?
Per tutta risposta la Cecilia alzò gli occhi al cielo e sospirò. Lo Scannapecore scorgendo di non poterne cavare alcun costrutto, disse tra i denti:
– Ah! ah! carina mia, tu fai il bell’umore, e vuoi stare imbronciata con me. Ma ti leverò io la stizza dal capo. Ne ho guarite delle altre, sai? ed erano fior di roba e superbe come lucifero. Una notte che tu abiti fra quattro mura basterà a farti mutar parere.
– Ahi! meschino me! sclamava Tonio battendo i denti della paura, ma votete proprio metterci prigione? Che cosa vi abbiamo fatto noi? Che colpa abbiamo se il cane fu portato via dal diavolo? A queste cose non si può star innanzi.
– Mio bel garzone, dicevagli lo Scannapecore, tutte queste ragioni le potrai dire al Duca: intanto sta zitto, se no, saremo obbligati a porti la museruola.
E Tonio ricacciavasi in gola un lamento e tirava innanzi singhiozzando; ma siccome era di natura ciarlone, così nè timore, nè percosse valevano a farlo tacere un pezzo. Laonde non aveva fatto dieci passi che ripigliava brontolando tra sè e sè, quasi seguitasse il filo delle proprie idee.
– Povero il mio letticciuolo! E a dire ch’io mi lagnava sempre, e lo faceva troppo duro e disagiato, e gli dava cagione di tutti i malanni che provava. Ora chi sa su che razza di giaciglio sarò costretto a distendermi! E dover restar solo tutta una notte, in quel brutto luogo, all’oscuro, senza un’anima che mi ascolti.
– Hai paura a dormir solo, neh? soggiunse di nuovo lo Scannapecore il quale pareva pigliar sollazzo dagli sgomenti di Tonio. Non dubitare, figliuolo, che ti faremo tener compagnia, e tale che ti terrà svegliato più che non sei solito.
– Tonio alzò gli occhi sul viso dello Scannapecore e lo guardò con un certo piglio tra il dubbioso e lo spaventato, il che fece fare alla sua fisonomia una smorfia così patetica da cavar le risa a tutt’altri che allo Scannapecore. La stessa Cecilia, quantunque impensierita e tutta raccolta nel suo dolore, non potè stare dal volgersi un cotal po’, e veduto lo sgomento rivelarsi da ogni fibra del garzone, non seppe trattenere un senso di compassione più grande e più nuovo quasi che non quello provato poc’anzi. Perocchè, sebbene l’assenza del marito e la sottrazione del fanciullo le fossero stati argomento di consolazione, tuttavia, a mente un po’ più riposata, pensava che Stefano non avrebbe potuto tenersi celato a lungo, e che il fanciullo, se era salvo dagli sgherri, rimaneva però abbandonato nelle mani della provvidenza, e si voleva un miracolo perchè non morisse di fame. A ciò ella non aveva badato sulle prime, e appena avuto sentore del pericolo, visto che il fanciullo dormiva, se l’era pigliato sulle braccia, e l’aveva nascosto in un piccolo andito che metteva nel cortiletto dove niuno sarebbe andato a frugare. E infatti la cosa era avvenuta giusta il suo desiderio, e la Cecilia consolavasi nella speranza che Martino, il quale era uscito in traccia dell’armajuolo, trovatolo o no, ritornasse a casa, e ne levasse il fanciullo. Ma, allorchè vide lo Scannapecore appostare uno dei suoi nella bottega e udì il comando che gli fece, ogni lusinga le cadde dall’animo, e raccomandossi al Signore perchè la proteggesse. Anzi ell’era stata a un pelo di rivelare ogni cosa, e togliere così qualche più funesta ventura; ma il pensiero che lo Scannapecore le potesse leggere il dubbio nel volto, e non lasciasse perciò vota la casa, la trattenne. Il fanciullo ormai lo dava per perduto: almeno potesse porsi in salvo il marito.
Con tali pensieri erano giunti più che a metà della via, e toccavano proprio la contrada di s. Giovanni in Conca, allorchè lo Scannapecore sguardando all’intorno, corse cogli occhi fino alla fine della contrada che da un lato mette al Malcantone. Ivi, fosse realtà o illusione de’ suoi occhi da sparviero, parvegli scorgere due persone che lo guardassero e nello stesso tempo tentassero di celarsi dietro uno sporto di casa che fa angolo alla via. A un tratto ei si ferma, e senza darsi tuono di niente dice una parola all’orecchio di due dei suoi, i quali si spiccano tosto dalla comitiva, e cheti, cheti, un dietro l’altro, s’avviano rasente il muro alla volta del Malcantone. Gli altri senza darsi briga del fatto, e senza neppur volgere il capo proseguono il loro cammino, in guisa che nè la Cecilia, nè Tonio ebbero sospetto di ciò che accadeva. Questa volta gli occhi di Scannapecore l’avevano giovato assai bene, e così l’avessero giovato le gambe di quei suoi mascalzoni. Ma, aspetta, che vengo. I due che stavano spiando sull’angolo, e che avevano buona vista del paro, non aspettarono d’esser colti sul luogo, ma appena veduto il cenno dello Scannapecore, diedero una volta al canto e si raccomandarono alle calcagna. Per lo che quando vi giunsero gli altri trovarono il nido votato, e dovettero tornarsi colle pive nel sacco. Chi fossero poi coloro che stavano là in agguato non è bisogno che palesiamo ai lettori: solo diremo che nel fuggire presero la via di s. Sepolcro e non si fermarono che al crocicchio detto delle Cinque Vie dove abitava Franciscolo.
Allorchè i due scherani posero piede nel palazzo di s. Giovanni in Conca lo Scannapecore co’ suoi trovavasi già alla presenza del Duca, il quale aveva voluto egli stesso interrogare la moglie dell’armajuolo. La Cecilia nell’udire che toccavale di parlare col Duca, aveva riacquistato alquanto della sua naturale fermezza, perchè non le pareva vero che un principe così grande e potente dovesse essere crudele e testereccio come quella turba vile e schiava che gli faceva codazzo. Ma quando al presentarsegli che fece, vide quel suo cipiglio così fiero, e udì quella sua voce aspra domandarle conto del cane, le fuggì ogni coraggio, e si diè a tremare per tutte le membra. Pure facendo uno sforzo, rispose:
– Deh! signor mio, abbiate pietà di me; io sono un’infelice….
– Orsù, femmina, disse severo Barnabò, non chiedo chi tu sia, è del cane ch’io chiedo.
– Oh! poveretta me! il cane… il cane….
– Or bene, il cane?
– Il cane…. è…. è morto…. disse Cecilia con voce quasi spenta.
– Morto? Morto? gridò il Duca alzando e passeggiando per la sala. Il più bell’alano che abbia fermato una lepre? Per Dio! tu pagherai dodici fiorini d’oro, e ringraziami di lasciarti andare così a buon patto.
– Ohimè! signor mio, diceva singhiozzando la povera Cecilia, se appena abbiamo di che sfamarci. Come volete che troviamo sì gran somma?
– La troverete, sì, per s. Ambrogio che la troverete. Ringrazia il cielo se non ti chiedo in che guisa sia morto, perchè mal per te e per tuo marito, il quale, a quanto udii dire dallo Scannapecore, non deve avere la coscienza molto linda in quest’affare. Non so darmi pace che sia morto quel cane.
Tonio, che fin allora era rimasto a capo basso e tutto rattrappito per lo spavento, udendo che al Duca doleva forte che quel cane fosse morto, s’avvisò di rimediare al male dicendo il vero, il perchè si fe’ animo a parlare, e disse:
– Con vostra buona licenza, messer Duca, il cane non è proprio morto, come morto, ma gli è come se fosse morto.
Il Duca fisso gli occhi in viso a Tonio, al quale parve di sprofondare sotto quell’occhiata; poi voltosi allo Scannapecore, disse:
– Che cosa intende dire costui con quel suo garbuglio di parole? Chi è questo scimunito?
– Egli è il garzone dell’armajuolo, rispose eccitando un po’ lo Scannapecore. Parmi aver detto alla signoria vostra, che l’armajuolo non venne trovato in casa, e che neppure si trovò il fanciullo coll’altro garzone.
– E che cosa significa questo cane morto e non morto?
– Eh! chi può cavare una parola assennata da quel balordo.
– Balordo, sì, finchè si vuole, borbottò Tonio, ma infine quel ch’è vero è vero, e il cane non è morto.
– A te dunque, disse il Duca volgendosi a Cecilia, è egli vero quel che dice colui?
La Cecilia divenne rossa fin nel bianco degli occhi per essersi lasciata cogliere in bugia, la prima forse che avesse detto in vita sua: e sebbene le fosse accaduto per un fine retto, per distornare con una sola parola ogni ricerca del Duca, non perciò se ne vergognò meno, e ci volle alquanto prima che potesse rispondere. Finalmente, alzato il capo, disse timidamente come quella che adesso sentivasi rea:
– Messer sì, il cane non è morto.
– Orsù, dunque, che cosa è avvenuto di lui?
La moglie dell’armajuolo fu imbarazzata da tale richiesta e non trovò parole pronte per rispondere: se non che Tonio il quale, a sua grande maraviglia, aveva raccattato un coraggio insolito, saltò a dire:
– Con vostra buona licenza, messer Duca, il cane è scomparso e non si sa qual diavolo l’abbia portato via. Egli aveva un certo…
Ma la Cecilia la quale temeva che Tonio raccontasse il fallo per disteso, e non voleva che il Duca sapesse della malattia del cane e della percossa datagli da Stefano, fu lesta ad interromperlo, e disse con voce franca:
– È vero, il cane è scomparso di casa tre giorni sono, e non se n’è avuto più nuova.
– Poltronacci traditori, sclamò il Duca, bel modo di guardare i miei cani! Ci vorrebbe ch’io vi facessi dar la corda, per servir d’esempio a tutti i gaglioffi pari vostri. Orsù, per ora resterete qui entrambi finchè non si sia rinvenuto il cane, o che abbiate sborsato i dodici fiorini d’oro. E tu, Scannapecore, fa di alloggiarli come meritano. È tempo ch’io torni al mio castello: mi sono soffermato anche di troppo qui.

VII.

Per entro al bosco un monistero è sito
A cui sorge nel mezzo una chiesuola;
Quivi l’uom si raccoglie e sbaldanzito
Chiede il conforto di una pia parola,
E spera, e prega, e compie il santo rito,
E nell’alta quiete si consola;
Qui piange assorto nelle idee più meste
Ma d’un pianto dolcissimo, celeste.
Poema inedito.

In sulla sera dello stesso giorno l’armaiuolo era seduto in casa di Franciscolo coi gomiti appoggiati ad una tavola di quercia e col capo tra le mani. Egli era pallido, abbattuto, ma sul suo viso leggevasi ancora più l’ira e il dispetto che non il dolore. Il povero uomo non sapea darsi pace della scomparsa del cane, e andava fantasticando tra sè e fabbricando castelli all’aria, tanto più che le parole di Martino e l’aver veduto lo stesso Scannapecore far da sgherro alla sua Cecilia, gli avevano messi certi sospetti per la mente a tutt’altro atti che ad acchetarlo. Franciscolo lo andava guardando con aspetto di amorosa compassione, e taceva purchè quando il dolore è sì forte ed intenso le parole irritano anzichè consolare. Sulle prime s’era provato a fargli entrare un po’ di speranza nell’animo; ma siccome neppur egli ne aveva, così i suoi tentativi riuscirono vani, ed egli dovette accontentarsi a pigliar parte all’angoscia di Stefano e piangere con lui. Il che aveva contribuito meglio che ogni altra cosa a sollevare il cuore di quell’afflitto, e a toglierlo alquanto dai funesti pensieri che l’agitavano. Ora Franciscolo gli si era avvicinato, e vedutolo immobile e quasi istupidito, gli faceva dolce violenza e prendevagli una mano tra le sue stringendola con affettuosa commozione. Stefano vinto da quell’atto, alzò un istante gli occhi sull’amico, poi preso da un’insolita tenerezza, gli si abbandonò tutto fra le braccia, e si diè a singhiozzare come un fanciullo. Non mai come allora gli era parsa sì dolce l’amicizia di Franciscolo; nè lo stesso Franciscolo aveva mai sognato di volere un sì gran bene a Stefano; tant’è vero che anche cinque secoli addietro senza tante sdolcinature filosofiche sapevasi per pratica che il dolore santifica l’affetto. La qual massima antica come il mondo, si volle vender per nuova a’ nostri tempi, e fu presa a pigione dai moderni novellieri che ne fecero un immenso sciupio.
In quel mentre udissi un rumor di passi frettolosi, poi un bussar sommesso all’uscio. Franciscolo corse ad aprire, ma prima di alzare il saliscendi spiò dal buco della chiave chi stava di fuori, e non contento ancora domandò con voce trattenuta.
– Sei tu, Martino?
– Sì, son io, messer Franciscolo, aprite tosto.
Infatti appena l’uscio fu aperto, Martino entrò tutto trafelante nella stanza e gettandosi sopra una scrana, disse:
– Messer Stefano, il tiro è fatto, cioè non manca che il coraggio. Quel balordo di Graffiapelle, che stava là in bottega a guardia delle armature, m’ha impedito di entrare a visitar la casa, e forse avrei dovuto tornarne senza un costrutto, se quel ghiottone, preso forse dal vino o dalla noja, non si fosse addormentato sopra una panca. Però non mi arrischiai ad entrare in bottega, perchè se per caso si fosse svegliato e m’avesse trovato là, Dio sa che rumore faceva. Forse sarei stato costretto per farlo tacere a ricorrergli un poco il groppone, e a dirvi il vero, non ho troppa voglia di tirarmi addosso qualche malanno. Son già entrato in un brutto affare, nè mi piacerebbe cadere in un peggiore.
– Orsù, che hai fatto adunque? chiese l’armajuolo ansiosamente.
– Che ho fatto? Il muro della casa non è tanto liscio che non vi si possa appoggiare un piede, e poi la finestra è così bassa, che l’entrarvi è una faccenda da nulla. Perchè quanto all’arrampicarmi, sarei capace di dare la scalata alla torre di s. Goliardo. Adunque saltai la finestra, che era aperta, e cheto cheto sulla punta dei piedi frugai così all’oscuro ogni angolo della casa, e chiamai più volte sommessamente: Marco, Marco. Ma oibò, nessuno rispondeva. Solo quando fui nella seconda camera, quella che guarda nel cortiletto, parvermi d’udire un gemito, ma debole e lontano, quasi partisse da luogo chiuso. Allora pensai che il fanciullo doveva essere nascosto in quell’andito del cortiletto, ove siete solito chiudere le ciarpe da gettarsi ai ferravecchi; ma poichè per toccare quel luogo, bisogna passar dalla bottega, così me ne tornai quatto quatto come prima, mi lasciai sdrucciolare dallo sporto senza che ombra d’uomo mi scorgesse, e corsi qui ad avvertirvi della cosa. Ora bisogna farsi cuore e tentare un colpo un po’ ardito, ma che, spero in Dio, riuscirà a buon fine. Però spicciatevi, messer Stefano, prima che il vino abbia terminato di fare il suo uffizio in quello stordito. Per via vi dirò che cosa dobbiamo fare.
L’armajuolo si alzò da sedere, si pose il berretto sul capo, e con una mano frugò nel seno di sotto l’abito per cercarvi uno stiletto che da tre giorni in poi portava sempre con sè. Rassicuratosi, fe’ l’atto di andarsene, ma prima voltosi a Franciscolo gli strinse la mano, dicendo:
– Iddio ti compensi del bene che m’hai fatto quest’oggi, e ad entrambi faccia la grazia di trovarci in condizioni migliori. Se mai ricupererò il fanciullo, come spero, stassera andrò a rifuggirmi nel convento degli Umiliati presso il padre Teodoro, e poi chi sa… forse dovrò uscire di questo paese. Che se mai cadessi nelle unghie del Duca, o dovessi lasciar la pelle con que’ birbi che vorrei spacciare tutti da questo mondo; allora, ricordati di me, e di’ un po’ di bene per l’anima mia.
Franciscolo non potè rispondere, tanto aveva il cuor gonfio, ma gli strinse la mano fortemente e sentì inumidirsi gli occhi. Anche Stefano ripassò col rovescio della mano sopra la guancia per asciugare una lagrima che gli sgocciolava sul mento. Finalmente staccatisi, Stefano uscì sulla via insieme con Martino, e stretti a colloquio, s’avviarono di conserva alla volta degli Spadari.
Quando furono arrivati sull’angolo a un passo dalla bottega, Martino trattenne Stefano e avanzossi solo, piano piano, che pareva camminasse sulle uova. Là tese l’orecchio, e udito che il canattiere russava tuttavia, pose in mano a Stefano un grosso ciottolo da lui raccolto per via, e in due salti, lesto lesto, fu sul davanzale della finestra. La notte era già alquanto innoltrata e per le contrade era un bujo, un silenzio da cimitero. L’armajuolo quando gli parve il tempo opportuno, si recò cautamente sul davanti della bottega, v’innoltrò il capo e tutto il braccio destro, e gettò in alto il ciottolo, il quale venne a cadere sopra un’intera armatura: e staccatala dalla parete la rovesciò sopra altre due con immenso fracasso.
Graffiapelle svegliossi di soprassalto a quel rumore, e credette sulle prime che gli rovinassero addosso le case. Spalancò gli occhi, e non ben sicuro del luogo ove trovavasi, si diè a gridare:
– Chi è là?
In quel punto un nuovo e più strano rumore come se rovinasse la soffitta si fece udire di sopra; talchè il canattiere, ripigliati un cotal po’ i sensi, si diè brancolando a cercare le armi che gli erano cadute, e posta la mano sopra il suo coltello da caccia, lo brandì in atto formidabile, gridando più sicuro di prima.
– Chi è là?
Ma niuno gli rispose, e solo dopo un istante di silenzio udissi un urlo prolungato, poscia uno strepito come di gente che s’arrabattasse e s’avvoltolasse nelle stanze superiori. Giù in bottega poi un pianto, un lamento come di bambini che pareva uscisse di sotto la terra.
– Ohe! questa è nuova, disse tra sè Graffiapelle; che il diavolo fosse entrato qui dentro, e volesse risarcirsi su me delle tante volte che usurpai la sua parte. Venga pure: non sono Graffiapelle se non lo mando a piantar cavoli, e se non gli dico sul muso che valgo meglio di lui nello spaurire la gente.
Però queste parole le diceva colla bocca tanto per trovare un po’ di coraggio; il cuore non c’entrava e battevagli anzi alquanto più del consueto. Avvinazzato com’era e mal sicuro di sè, un vago sentimento di pericolo lo teneva in forse; e quel trovarsi di notte in un luogo sconosciuto, allo scuro, non gli andava gran fatto a sangue. In quel punto ricordossi del perchè era stato posto là, e delle parole dettegli dallo Scannapecore, ond’è che rassicurato, disse:
– Ah, ah, ho capito. Il merlotto è venuto a ficcarsi in gabbia da per sè. Ora andremo a snidarlo.
Ciò detto, cercò a tentone la scaletta, e trovatala, salì meglio che seppe, non senza inciampare due o tre volte nei gradini. Stefano appena udì ch’egli saliva, entrò difilato in bottega, e pratico, com’era, di casa sua, trovò tosto il luogo che cercava, penetrò nell’andito, e aperto l’uscio, ne trasse il fanciullo, mezzo morto dallo spavento. Poscia rassicuratolo ch’egli era il papà, perchè non gridasse; lo portò fuori colla stessa prestezza con cui era entrato, ed uscito in istrada battè due volte le mani per avvertire Martino. Tutto ciò era accaduto intanto che Graffiapelle trovata la camera, s’innoltrava alla cieca col suo coltellaccio sguainato, maledicendo l’oscurità che lo faceva inciampare ad ogni passo. Però, siccome un po’ di barlume entrava dalla finestra, quantunque a notte fitta, potè vedere, o almeno gli parve, un’ombra muoversi dall’altro lato della stanza. Per lo che ei mosse a quella volta sempre tenendosi alla parete per non smarrirsi. Quand’ecco sente alcun che di pesante sdrucciolargli fra le gambe, poi una specie di tanaglia afferrargli un piede, infine una spinta di sotto la persona così violenta e impensata, che il canattiere non ebbe tempo di profferire una parola, ma stramazzò quant’era lungo sul pavimento. La sua mala ventura volle che il capo andasse a percuotere contro lo zoccolo d’un armadio e ne provasse tale intronatura da fargli andare la vista in visibilio. In quello stordimento gli parve anche di sentirsi stringere alla gola e di provare sulla pelle il freddo di una lama; ma fosse illusione o realtà egli non ebbe la più piccola scalfittura e tranne un po’ di contusione alle costole, ne uscì senza un pelo torto. Il demonio, o folletto, o spettro che fosse, perchè il canattiere non volle persuadersi che un semplice uomo gli avesse fatto sì mal giuoco, si era ritirato appena ei fu boccone, e lo stesso Graffiapelle diceva di averlo veduto scomparire dalla finestra e sfumare a guisa di ombra.
Intanto che il mal capitato canattiere ingegnavasi alla meglio di rimettersi sulle gambe, e si toccava la persona per assicurarsi d’aver tutti i membri al lor posto, Stefano e Martino avviavansi a tutta lena alla volta del convento nel quale avevano deliberato di passare la notte. Il fanciullo portato sulle braccia dell’armajuolo piangente e balordo per quella specie di prigionia sofferta, avvinghiavasi con tutta la forza delle sue mani al collo di Stefano, e ad ogni istante lo chiamava per nome quasi dubitasse di trovarsi così da vicino al padre suo. E raccontava come al primo svegliarsi in quel luogo chiuso ed oscuro avesse domandato la mamma, temendo d’essere stato posto colà per castigo; ma poichè non aveva udito alcuna risposta e invano aveva pianto e pregato, gli era venuto uno sgomento, una paura, come di qualche caso straordinario ch’egli non sapeva spiegare. Ora pensava che la casa fosse sprofondata e ch’egli avesse rovinato giù in qualche vota cisterna, ora parevagli d’esser morto e di trovarsi nel limbo, che sapeva esser un luogo oscuro, ove andavano i fanciullini dopo morte. I quali pensieri, fatti più terribili dal silenzio che regnava in quel luogo, avevano talmente oppresso la mente di Marco, che rifinito di forze erasi abbandonato a giacere e poscia erasi addormentato o meglio assopito. Ei non sapeva dire quanto tempo fosse rimasto in quello stato: solo ricordavasi d’aver udito dopo un gran pezzo un rumore lontano, poi alcune voci, per il che s’era posto a piangere e a chiamare di bel nuovo. Questa volta i suoi lamenti erano stati uditi, e apertosi l’uscio, un uomo era venuto a trarlo da quella buca, ed ora trovavasi all’aperto al collo del suo caro papà.
– Mio buon Martino, diceva per via l’armajuolo, stringendo la mano al garzone, se il cielo farà ch’io possa tornare in prosperità, sarai ricompensato del gran servigio che mi hai fatto.
– Oibò, messer Stefano, rispondeva l’altro, che parlate di ricompensa? Credete voi che un’opera come questa si possa ricompensare così facilmente?
– Lo so, Martino, lo so che ci vorrebbe assai più di quello ch’io potrò fare. Ma tu terrai conto della buona volontà, non è vero?
– Non è questo ch’io voleva dire, messer Stefano, forse mi sarò spiegato male, e vi prego di scusarmi. Io intendeva che le ricompense che me ne potessero venire non valgono un acca a fronte del gusto che provo nell’averla fatta tenere a quei birbi di canattieri. Oh! lo Scannapecore vuol rimanere con tanto di naso quando udrà narrarsi la cosa. E quello scimunito di Graffiapelle! ah! ah!
– Di’ un po’, Martino, non l’avresti mica?…. Hai capito, che cosa voglio dire.
– Oh! state pur tranquillo, che quel balordo se l’è cavata colla paura. M’era ben nato il grillo di dargli tal ricordo che gli togliesse per sempre la voglia di far male alla povera gente. Ma ho pensato che avrei guasta la nostra faccenda, e messa in pericolo, più di quel che si trova, madonna Cecilia: sicchè mi accontentai di fargli sentire sotto il mento il freddo dell’acciajo, e lo lasciai stare. E poi era tanto cotto che sarebbe stato come sforacchiare un sacco, ed io non voglio assassinare nessuno.
– Bravo il mio Martino, hai più giudizio di quel che credeva.
– Sì certo, e n’ebbi tanto da frugar nella casa così all’oscuro per portarne fuori quel poco ben di Dio che si poteva. Ma sì, quei birbi avevano già votato gli armadj, e non avevano lascialo che i cenci. Neppure le minuterie di madonna Cecilia dimenticarono, sebbene non fosse sì facile il trovarle, tanto che dovetti proprio tornarmene a mani vote, salvo la miseria di alcune lire imperiali uscite di tasca a Graffiapelle nello stramazzare e che io raggranellai alla meglio.
– Hai fatto male, Martino, dovevi lasciarvele per non aver taccia di ladro.
– Ladro io? Oibò, quanto a ciò ho la coscienza leggiera che è una maraviglia. Alla fine è roba nostra, che ho preso, ed è ora una volta che ritorni nelle nostre tasche tanto danaro che cola nelle mani di quei tristi. Alla peggio poi io le ho raccolte da terra nella vostra camera, e non devo sapere chi ve le abbia seminate.
Così favellando eransi internati nelle stradicciuole che attorniano la piazza della Vetra, in una delle quali era posto il convento degli Umiliati, detto in Mirasole dal nome del luogo ov’era stalo fabbricato. Potevano essere le sei ore all’incirca della sera, quando i nostri due conoscenti batterono alla porta del convento, rallegrandosi tra se di non essere stati scorti da nessuno. Al terzo picchio più forte e più solenne degli altri, s’udì un rumor di passi sotto l’andito ed una voce nasale esclamare borbottando:
– Venga la peste a costoro che disturbano i divoti nel loro santo uffizio. Chi è là?
– Deo gratias, rispose Martino con accento sommesso. Siamo due pecorelle smarrite che si raccolgono all’ovile.
– Ho capito: due vagabondi che la fame ha cacciato sin qui in cerca di cibo. Già adesso che la carestia vi batte nei garetti, siete tutti umili e timorati di Dio, che è una consolazione, e il santo ovile vi è tornato in grazia. Oh! andate nel nome di Dio; la carità è per quelli che se l’hanno guadagnata.
– Quanto a ciò, padre Andrea, spero di non esserne al tutto immeritevole, disse Stefano riconoscendo alla voce colui che gli parlava. Se non v’ho trattato lautamente le volte che v’accolsi in casa mia, non v’ho neppur messo alla porta; e voi ve ne dovete ricordare.
– Che? Stefano Baggi, qui a quest’ora? Che malanno vi è accaduto? Aspettate che apro subito.
Il frate, ciò detto, diè piglio all’informe mazzo di chiavi che pendevagli dalla cintura, e aprì la portatori tanta fretta quanto in sulle prime era andato a rilento. Poscia allorchè l’armajuolo e il garzone furono entrati, richiuse la porta, la sbarrò, e pigliato sotto il braccio Stefano in atto confidente gli chiese la cagione di quell’insolita venuta.
– Oh! la è una storia troppo lunga da raccontarvi, e qui non istiamo a nostro agio. Ma voi non ne avete udito nulla? proprio nulla? Non mi par quasi vero!
– Eppure la è così. Sapete il proverbio che dice: Par che tu stii in un convento. In questi giorni poi non usciamo senza un grave bisogno, sicchè le novelle ci rimangono sulla soglia.
– E a me sono entrate in casa, vedete, e in un modo, che…. basta, mi sono sforzato di rassegnarmi alla volontà del Signore, ma non ne sono ancora venuto a capo. Ho gran bisogno di parlare col padre Teodoro. Quel degno uomo mi darà un buon consiglio, e mi inspirerà un po’ di coraggio colla sua fermezza e col suo senno.
– Il padre Teodoro adesso è in chiesa cogli altri frati a dir la compieta, soggiunse il padre Andrea. Presto però avrà finito.
Infatti nell’innoltrarsi che facevano sotto l’andito, le orecchie di Stefano e di Martino furono colpite da una lontana salmodìa, che a poco a poco andava facendosi più chiara e più distinta, finchè venuto affatto vicino quel canto grave e misurato udissi in tutta la sua pienezza. Frate Andrea non potè trattenersi dall’accompagnare, come per istinto, la cantilena intuonata nel coro, e ripetere i versetti di quel salmo sublime che incomincia: Magnificat, anima mea ecc. Quand’essi si trattennero ad ascoltare, il coro era giunto quasi alla metà del cantico, proprio a quelle parole – Et misericordia ejus a saeculo et in saeculum: super timentes eum. – Le quali parole contenenti un’ineffabile promessa, un conforto dolcissimo, accompagnate colla melodìa dell’organo e col fumo dell’incenso che diffondevasi per la corte, commossero fortemente il cuore dell’armajuolo, e gli smunsero una lagrima. Egli le ripetè col tuono di chi s’appiglia a una speranza tanto più cara quanto più debole e lontana: e nel pronunciarle la sua voce tremava, e il suo cuore facevasi gonfio come se volesse scoppiargli dal petto. Il qual atto non fu notato dal frate, cui la poesia di quel salmo non faceva sull’anima maggior sensazione, di quel che faccia all’occhio d’un carbonajo l’aspetto sublime dei monti. L’abitudine distrugge ogni sentimento di piacere. Quanto a Martino poi non poteva certo accorgersene, perchè fino dal primo por piede nel convento erasi staccato dal padrone, un po’ per lasciargli libertà di favellare col frate, ma più di tutto per correr dietro a certo odore che toccavagli forte il naso, e che non era quel dell’incenso. Il qual odore partiva da un salotto terreno che serviva di refettorio, a lato a cui era la cucina, grande e sterminata come quelle di tutti i monisterj, e tutta in faccende pei preparativi della cena. Il povero Martino, che era di odorato finissimo, ora fatto più acuto pei lunghi digiuni, era stato attratto nel cerchio di quelle soavi esalazioni, e non udiva nè salmi, nè organi, nè altro, beato di respirare quell’aria pregna di sostanze grasse e odorose.
Intanto il coro dei frati proseguiva: – Fecit potentiam in brachio suo: dissipavit superbos mente cordis eorum. E dopo breve pausa ripigliava: – Deposuit potentes de sede: et exaltavit humiles. – Alle quali parole l’armajuolo fe’ tener dietro un sospiro quasi dubitasse della verità di quella promessa, e paressegli che il Signore non si mostrasse allora quale erasi dichiarato ne’ tempi antichi, Signore di misericordia e di giustizia. Anzi quando si venne all’altro versetto che dice: – Esurientes satiavit bonis: et divites dimisit inanes, – sembrogli che il senso di esso facesse troppo a pugni col caso suo, e non ci fu verso che quelle parole gli potessero uscire di bocca. E forse nell’impeto del dolore sarebbe uscito in qualche amara imprecazione, ma quel canto solenne che nel silenzio della sera era ripetuto soltanto dalle vôlte del convento, quella quiete soave e religiosa che diffondevasi da quelle oscure pareti, erano troppo fatte per inspirare mitezza e rassegnazione; talchè al finire del salmo non potè stare dall’unire la sua voce a quella degli altri che cantavano Gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo.
– Sentite, mio caro Stefano, prese a dire padre Andrea, intantochè i canti avevano dato luogo, e il priore recitava l’antifona: sarà bene che noi ci ritiriamo di qui ed entriamo nella mia camera, ovvero in quella del padre Teodoro. Non voglio che gli altri abbiano a vedervi; chè quanto al priore penserò io a farlo avvertito. Orsù, dov’è quel vostro compagno? Se non m’inganno, alla cera ei mi sembra Martino. Ma dove mai si è ficcato?
– Sono qui, sono qui, padre Andrea, disse Martino facendosi innanzi sulla punta dei piedi. Ho voluto far conoscenza un po’ col convento, perchè a dir il vero, ho sempre provato una tenerezza, uno struggimento straordinario per divenir frate. Adesso poi la vista del refettorio mi ha convertito affatto, sicchè mi metto nelle vostre mani, padre Andrea, disponete di me a vostro grado.
– Via, non dubitare figliuolo, rispose padre Andrea, quel po’ di benedizione che il Signore manda a’ suoi servi scenderà anche su di te.
– E voi ne avrete doppio guiderdone, soggiunse Martino, perchè non è soltanto un atto d’ospitalità che fate, ma è carità delle fiorite. Son dei giorni tanti che il nostro stomaco grida pane.
– Santo Iddio! E perchè non farcene motto mai? saltò a dire il frate. Noi non istiamo al largo, è vero, ma in qualche cosa avremmo pur potuto giovarvi. In questo avete avuto il torto, Stefano mio.
– Che volete? rispose l’armajuolo, furono tanti i guai che mi sbalordirono in questi dì, che è un miracolo se ho tenuto il capo a segno.
– Or bene, ritiriamoci, disse padre Andrea, ci racconterete poi tutto a miglior agio.
Ciò detto, il frate prese entrambi per mano e senza dire una parola li fe’ attraversare un vasto cortile, poi condottili sotto un portico situato al lato opposto a quello ov’era la chiesa, aprì un uscio e fe’ cenno ai due che entrassero.
– Questa è la cella del padre Teodoro, e qui potete star sicuri che nessuno baderà a voi. Ora vi lascio, perchè la compieta sarà quasi terminata, ed io devo trovarmi cogli altri per l’ora della cena. Finito che avremo di mangiare, verremo tosto a tenervi compagnia. Intanto addio, che il Signore sia con voi.
– Amen, disse Martino, e che ci mandi tosto la sua benedizione.
– Ho capito, Martino, rispose padre Andrea, prima di cenare dirò una parola all’orecchio di frate Pasquale, ed egli vi porterà questa benedizione. Addio, addio, la compieta è finita; lasciano già il coro.
Infatti nel chiudere che fece l’uscio della cella, udissi un fruscio confuso e un bisbigliare sommesso, che perdevasi nel cortile e sotto il porticato, finchè non furano tutti raccolti nel refettorio. Allora il convento si fece di nuovo silenzioso. Da lì a breve l’uscio della cella fu aperto, e un frate entrò recando un piatto di lenti con due pani ed un fiasco ch’ei depose sulla tavola senza far motto. Alla qual vista Martino balzò in piedi ed aspirato alquanto l’odor delle lenti, sclamò:
– Gran mercè, mio buon padre; Deus in adjutorium meum intende.
Il frate che aveva mosso il piede per uscire, borbottò fra i denti come per istinto: Domine ad adjuvandum me festina, e chiuse l’uscio. E noi lasceremo che l’armajuolo e il garzone gavazzino intorno a quel piatto, famoso nelle sante scritture, siccome lasceremo che i frati satollino nel refettorio le convesse lor pance, per ispendere quattro parole intorno al padre Teodoro, il quale, sebben per poco, rappresenta una parte importante nel nostro racconto. Che se mai ai lettori nojasse tal digressione e li facesse sbadigliare, la saltino di piè pari, che tant’e tanto il racconto comincierà lo stesso. Anzi, se dobbiamo dire il vero, questo padre Teodoro importuna non poco anche noi, specialmente perchè ci toglie l’agio di fare una magnifica descrizione della cena, accompagnata da varie scientifiche dissertazioni sull’antichità delle lenti, sul modo di mangiarle, se colla forchetta o col cucchiajo, sulla qualità del vino, sulla consuetudine di cenare; tutti ragionamenti di somma necessità in un romanzo storico, e dei quali se ne incontra uno ad ogni capitolo.
Il padre Teodoro usciva da una delle più riputate famiglie milanesi, crediamo dei Lampugnani, quantunque il nostra cronista lo taccia. Bello e valente della persona, la sua giovinezza era trascorsa tra i piaceri della corte e gli esercizii dell’armi, allora principale ornamento, anzi bisogno dell’educazione giovenile. Ne’ giuochi pubblici, ne’ tornei, nelle giostre egli tra sempre stato tra i primi, ed aveva riportato sì gran nome, che quando era bandita qualche giostra, tutti i cavalieri ambivano di averlo a condottiero. La sua conoscenza coll’armajuolo datava appunto da quei tempi, perchè Stefano teneva il primato negli ippodromi, siccome ne’ tornei lo teneva il padre Teodoro, o, per meglio dire, Uberto Lampugnani, che tale era il suo nome di nascita. il giovine signore capitava di frequente nella bottega dell’armajuolo a provveder elmi e corazze, o a farle raccomodare, e intrattenevasi volentieri collo Stefanolo, allora giovinetto di primo pelo, e con lui aveva preso una grande domestichezza. Egli aveva combattuto a Casorate sotto il comando di Lodrisio Visconte, in quella fiera giornata in cui Milano fu a un pelo di cadere in podestà dei collegati; era stato con Galeazzo all’impresa di Pavia; poscia con Barnabò all’assedio di Bologna, e in tutti questi fatti erasi coperto di gloria. Lo sviscerato amore che nutriva pel suo paese l’aveva tratto in quelle guerre che sembravangli sante, perchè fatte a difesa della sua terra ed al suo ingrandimento, e l’ambizione di Barnabò gli era parsa sulle prime bella e necessaria a fine di rafforzare una signoria combattuta e pericolante. Se non che quando vide sciuparsi vanamente uomini e danaro intorno a Bologna, e il desiderio di dominio, immenso nel Duca, rivolgersi a danno dei sudditi e tormentarli in mille guise, gli cadde dall’animo ogni divozione pel suo principe, nè più volle seguitarlo in veruna impresa, anzi lasciò affatto il mestiero dell’armi. Allora, fermata stanza in Milano, cominciò ad aprire gli occhi e a scorgere la desolazione del suo paese, e buono e dolce com’era, ingegnavasi di alleviare i mali de’ cittadini ora col danaro, ora colla preponderanza del suo consiglio. Nè forse gli sarebbe durato l’animo di rimanere in Milano alla vista di tante crudeltà e di tanti soprusi, se oltre alla carità di patria, un altro e più tenace affetto non l’avesse trattenuto. Il qual affetto era in lui tanto più forte ed intenso, in quanto che da nessuna o almen lieve speranza era alimentato; ed egli lo nutriva in silenzio nè mai accadeva che dagli atti o dalle parole di lui trapelasse. Allorchè, deposto ogni pensiero di guerra, si ritrasse a vivere tranquillamente nel palazzo de’ suoi maggiori, di cui non rimanevagli che la madre, nel frequentare che faceva alcuna volta la corte di Barnabò, aveva posto gli occhi sopra Verde, primogenita del Duca, la quale entrava appena allora nella prima giovinezza, ed appariva bella sopra ogni altra principessa de’ suoi tempi. La fama del Lampugnani, i suoi modi nobilmente cortesi, la grazia del favellare, l’avvenenza della persona, fecero sì, che la donzella lo notasse fra tutti i giovani milanesi, e mostrasse maggior piacere della sua presenza che di quella d’alcun altro. Almeno così era sembrato ad Uberto, e sebbene gli occhi dell’amore ingannino sovente, forse ciò era vero. Pertanto a poco a poco gli era venuto sorgendo nell’animo un desiderio sconosciuto, una smania, un affetto, dapprima combattuto, poi trionfante; infine soverchiante ogni suo sentimento. Ma questo amore era per lui affanno continuato, perchè ben sapeva qual distanza passasse tra lui e la figliuola del Duca; tanto più che l’orgoglio di Barnabò gli poneva innanzi soltanto re e principi a cui maritare le sue figlie. Inoltre l’austerità de’ suoi principii non gli avrebbe permesso di divenir genero ad uno ch’egli era costretto a disapprovare e quasi ad odiare siccome il più crudele nemico della patria sua. Ond’è che combattuto da sì dolorosi pensieri durò alcuni anni nella sua vita tranquilla e ritirata, soffocando sempre quella fiamma che dentro lo ardeva: finchè andatane Verde a nozze con Leopoldo duca d’Austria, ne provò così forte angoscia che infermò gravemente. Riavutosi, e veduto di aver posto invano il suo affetto, prima nella patria, poi in una donna, si volse interamente a Dio, e in lui collocò ogni suo sentimento. Pertanto scioltosi da ogni terreno vincolo, vestì l’abito degli Umiliati, e, lasciato il i nome di Uberto per pigliar quello di padre Teodoro, si consacrò tutto al servigio della Chiesa ed alle opere di pietà, nelle quali si segnalò in guisa da cattivarsi la riverenza e le benedizioni del popolo. Durante il contagio egli aveva raccolto e soccorso infermi, aveva amministrato sacramenti, nutrito bambini ed orfani, e tanto s’era adoperato a pro degl’infelici, che per lui la peste aveva fatto minor guasto. Dappertutto ov’era miseria da sollevare si era sicuri di trovar lui, o il padre Andrea, il quale sebbene non infiammato dallo stesso zelo, tuttavia col continuo esempio aveva gettata l’antica infingardaggine ed era riuscito una buona pasta di frate.
Tale si era quel padre Teodoro, che noi abbiamo veduto comparire un istante, nel primo capitolo, e col quale ora ripigliamo conoscenza, stantechè terminata la cena, ei s’è levato dal refettorio ed è entrato nella sua cella. Chi dei lettori nol trovasse poi una conoscenza affatto nuova, e non volesse assolutamente chiamarlo padre Teodoro, lo chiami pure fra Cristoforo, fra Buonvicino, o chi altri, che poco c’importa. Già i frati son tutti frati, e dal nome in fuori non conosciamo che siavi differenza tra l’uno e l’altro: sfidiamo i romanzieri a provarcelo.
– La benedizione del Signore sia con voi, diss’egli nell’entrare che fece nella sua stanzuccia. Qual buona ventura ti conduce qui, mio caro Stefano?
– Oimè! non tanto buona, padre Teodoro, rispose l’armajuolo. Voi vedete in me l’uomo più infelice che esista.
– Che?… Il vedervi qui, solo col fanciullo, a quest’ora… sarebbe forse accaduto qualche male alla vostra Cecilia?
– Oh! sì; pur troppo, e non solo a lei, ma a tutti noi, e tale, che non ha rimedio.
– Il Signore è potente e misericordioso, rispose gravemente il frate, non bisogna mai disperare della sua provvidenza.
– È vero, disse Stefano sospirando, sarò io che avrò meritato questo castigo, e non me ne lagno. Ma pure, vi son dei momenti….
– Infine, dite su, che cosa v’è accaduto?
In quel punto entrò anche padre Andrea, e tutti e quattro sedettero intorno alla tavola, intanto che Stefano raccontava per disteso il fatto avvenutogli. Padre Teodoro lo stette ascoltando in silenzio a capo chino, a guisa d’uomo assorto in profonda meditazione. L’armajuolo aveva finito di parlare, che il frate era tuttavia nella medesima attitudine, e pareva quasi non aver dato orecchio alla narrazione. Gli altri tre lo stavano guardando maravigliati e riverenti, e tacevano per non turbare i pensieri di lui. A un tratto ei balzò in piedi, e alzati gli occhi al cielo in atto di profetica inspirazione, gridò:
– Sì, la misura è colma. l’ora dell’emancipazione è venuta. Il Signore scenderà in me, e parlerà da’ miei labbri, e l’empio si scuoterà al suono di quelle parole e si nasconderà la faccia nelle mani, perchè esse parleranno la verità. E il cuore di luì si ammollirà all’annunzio della parola di Dio, o si spezzerà sotto la folgore dell’ira sua.
Ciò detto, ricadde sulla seggiola e stette come assopito da questi pensieri. Però da lì a breve, le sue idee parvero ripigliassero il loro ordine naturale, perchè volto ai due ospiti, disse:
– Non vi siete apposti male nel chiedere ricovero ed ajuto al povero frate: il mio pane intanto è diviso con voi, quanto al resto domani forse le cose cambieranno, se a Dio piace. Però datevi pace e fate di accomodarvi alla meglio nel mio letticciuolo: io passerò la notte nella chiesa. Padre Andrea, venite con me, chè ho gran bisogno di voi. Addio, Stefano, e anche tu Martino, che il Signore vi tenga entrambi nella sua santa custodia.
– Amen, rispose Stefano, e che esaudisca i vostri voti: ormai non c’è più speranza che in lui.
– Adesso e sempre, disse il padre Teodoro, e ripetuti gli addii, i due frati uscirono lasciando l’armajuolo e il garzone padroni intieramente della cella.

VIII

ALESSANDRO

Ti pigli una gran sicurtà con me, frate, forse perchè hai veduto che quest’oggi sono in frega di perdonare, ma bada che tutta la tempesta potrebbe cadere su te. Che c’entri tu nelle cose del governo? tuo mestiero è di rendere consolazioni a quelli che ne hanno bisogno, di assordare le celle del tuo convento sino a tanto ch’io non ti mandi in malora insieme co’ tuoi compagni; insomma le tue brighe devono essere intorno ai morti e non ai vivi. Il vostro tempo è pasato, e siete oramai ben conosciuti, e se seminerete ancora scandali; vi manderò tutti dove se n’è ito il vostro fra Girolamo Savonarola.
Revere, LORENZINO DE’ MEDICI.

Nel mattino appresso Barnabò Visconti erasi alzato per tempo, e aveva fatto chiamare i suoi due figliuoli Rodolfo e Lodovico non che il Medicina, il quale, oltre all’essere cameriere ed astrologo del Duca, adempiva anche l’uffizio di segretario, quando ne faceva d’uopo.. Da lì a breve entrarono anche Uberto da Monza, Airone Spinola e Gavazzo Reina suoi consiglieri e familiari, i quali cercati all’infretta, erano accorsi dubbiosi di qualche infausta novella. Barnabò camminava su e giù per la sala a passi concitati, e colle mani spiegazzava una pergamena, su cui di tanto in tanto gettava gli occhi. Il suo volto era corrugato e arcigno più del consueto, e le pupille gli splendevano d’una luce fosca e sanguigna. I consiglieri appena entrati s’accorsero del turbamento del Duca, e poichè sapevano con che uomo avessero a fare, si tennero in disparte e silenziosi, finchè non gli fosse piaciuto di rivolger loro la parola. Infatti Barnabò, fatti ancora due giri per la camera, si trattenne e voltosi a’ suoi, disse:
– Cattive nuove debbo darvi questa mattina. Il papa non si tien pago degli anatemi e delle scomuniche, e mi vuol morto ad ogni costo. La bolla che feci ingojare a Urbano V sul ponte del Lambro, sembra che sia passata nello stomaco di Gregorio XI, nè c’è verso ch’ei possa digerirla. Ma pazienza! questa volta l’ho meritata: doveva mandarlo sulla bella prima a tener compagnia ai pesci, che nè lui nè i suoi successori m’avrebbero dato più noja.
– Con rispetto della signoria vostra, prese a dire senza esitare lo Spinola, d’un mal grande si sarebbe fatto un mal peggiore: e poi toltone uno, ne sarebbero sorti contra cento nemici. Già la causa della discordia non istà in un meschino desiderio di vendetta: il vostro berretto ducale ha sempre fatto gola al triregno pontificio. Nè Innocenzo VI, nè Gregorio XI ebbero mai nulla a partire col Duca di Milano, e tuttavia non si mostrarono meno accaniti dell’abate da Grimoaldo.
– È vero, rispose Barnabò, io ho sempre avuto rispetto alla Chiesa, nè mai volli esserle nemico deliberatamente. Tutti i malanni derivarono da lei, che volle ad ogni costo insignorirsi di Bologna e me la tolse a tradimento. E perchè ho chiesto il fatto mio e tentato di ricuperarlo con ogni arte, dovrò essere scomunicato, trattato da cane e da infedele, e perseguitato in mille guise? E questo Gregorio XI mi stringerà ai lombi in modo da non lasciarmi fiato, e mi forzerà a vegliare notte e dì per custodire le mie terre?
– Ma la pace che doveva essere negoziata da Leopoldo d’Austria? chiese Gavazzo Reina.
– Pace, pace, voi dite? E quand’è che potrà esser pace fra me e il papa? Ben mi fe’ sapere Leopoldo ch’egli aveva scritto al pontefice per trattare della pace e che parevagli le cose inclinassero al meglio; ma intanto sapete che cosa accade? I miei sudditi mi si ribellano contro e sì mettono sotto la protezione della Chiesa.
– Oimè! prese a dire di nuovo lo Spinola; dunque io fui profeta di verità, quando pronosticai che le lettere messe fuori dal papa o tosto o tardi avrebbero recato cattivo frutto.
– Per s. Ambrogio, sì, che avevate ragione, ed io fui cieco a non badare al vostro consiglio, e a non rinforzare i miei presidii d’Ossola e di Chiavenna. Un corriere spacciato questa notte mi recò la triste novella, che i miei furono cacciati, e che gli abitanti sì dell’uno che dell’altro paese hanno inalberato lo stendardo pontificio.
– Padre mio! sclamò Rodolfo, datemi quattrocento lance, e lasciate fare a me a mettere a segno que’ ribaldi e a far loro ribaciare il biscione.
– Tu hai bel dire, ragazzo mio, bisognerebbe che la peste non avesse spazzato Milano di due terzi e più degli abitanti, e che si stesse meglio a danaro di quel che or siamo. Ma coi tempi che corrono, non monta sciuparsi intorno a due terricciuole, quando imminenti e più gravi disastri ci stanno sopra.
– Che? domandò Lodovico, vi sarebbero ancora altri malanni?
– Pur troppo, ed è perciò appunto che non voglio assottigliare le mie truppe. Anche Pavia e Piacenza e Vigevano minacciano di staccarsi da Milano per darsi al papa, e già buona parte dei signori si sono ribellati apertamente. Ma quelle città mi stanno troppo a cuore, e per Vigevano e per Piacenza ho già pensato; quanto a Pavia, mio fratello Galeazzo a quest’ora n’è informato, e non istarà colle mani alla cintola.
– Ma questa è dunque una guerra sorda che ci fa il pontefice, disse Gavazzo Reina.
– Altro che sorda! soggiunse Barnabò, ei m’è venuto addosso colle armi spirituali e temporali ad un tempo, ed io devo cingermi di doppia corazza per far fronte a’ suoi colpi. Figuratevi che non volle mai concedere al duca Alberto d’Austria che togliesse in isposa Violante mia nipote, e che tutte le istanze che fece quel bravo principe andarono vane.
– E che cosa importa al duca d’Austria del beneplacito del papa? disse lo Spinola. Non è egli tanto potente da farne senza?
– E l’interdetto che pesa sulla nostra famiglia? rispose Barnabò, e il breve che proibisce a tutti i principi della cristianità di stringersi in parentela coi Visconti? Non tutti sono della mia tempra, e sanno ridere delle bolle e delle scomuniche. Chi altri avrebbe osato rendere pane per focaccia e far proclamare scomunicato il papa, siccome io feci?
– È vero, disse il Reina, la signoria vostra ha sempre dimostrato animo invitto e pertinace, e guai se tale non fosse stato.
– E tuttavia, soggiunse il Duca, che cosa mi son guadagnato? A Bologna dovetti rinunciare una volta per sempre, e fu fortuna l’averne cavato qualche migliajo di fiorini. Quanto al resto non mi posso neppur tener sicuro della signoria, perchè un dì o l’altro l’imperatore, istigato com’è dal pontefice, mi torrà l’investitura e mi dichiarerà caduto d’ogni potestà. Oh! ma prima che arrivi quel tempo, la voglio far veder bella a que’ che mi gridano la croce addosso. La fortuna non mi sarà sempre avversa come a s. Rafaello ed a Guastalla. Chi sa che non possiamo tornar in campo di bel nuovo, e riparare all’onta delle sconfitte avute sul Modenese.
– Ma i soldati? domandò Rodolfo.
– I soldati! oh, di quelli non dubitare che non vi sarà penuria. Mancano bande mercenarie che girano per l’Italia, pronte a porsi sotto la bandiera di chi paga meglio? Il maggiore dei guai sta nell’aver danaro, e a quest’ora il mio erario è esausto. Ma non importa, leverò nuove imposte sui cittadini, accrescerò l’estimo delle prebende, e ciò mi darà qualche cosa. Infine, se farà d’uopo, rimetterò in vigore l’editto che misi fuori dieci anni fa, e i miei sudditi avran di grazia, a pigliar l’armi, se vogliono aver salva la pelle.
Intanto che così favellava, Barnabò erasi seduto sul suo seggio ducale, e colla destra sosteneva il capo, mentre colla sinistra accarezzava sbadatamente un bell’alano che guaiva di tripudio e tentava di leccargli la mano. Dopo un istante di silenzio il Duca si volse bruscamente ai tre famigliari, e disse:
– Orsù, dunque, che cosa mi consigliate di fare? Dovrò lasciare che si smembri a poco a poco il mio paese e portarmela in pace, oppure mostrare di nuovo i denti a’ miei nemici?
I consiglieri si guardarono in viso tra loro quasi per interrogarsi a vicenda, e poi sollevarono gli occhi sulla faccia di Barnabò in atto di spiare l’interno suo sentimento. Bisogna credere che in quel momento il volto di lui non apparisse gran che corrucciato e lasciasse traspirare piuttosto il desiderio della pace che quello della guerra; perchè tutti convennero nella medesima opinione, e non colsero in fallo.
– Con rispetto della signoria vostra, disse Uberto da Monza, parmi che il partito più opportuno saria quello di far nuove proposizioni al pontefice, e di mostrarsi inclinato a tutte quelle concessioni che gli parranno migliori.
– Che? sclamò il Duca, vorreste ch’io discendessi fino a implorare la pace, e a pagarla a prezzo del mio sangue? Barnabò avvilirsi a questo punto!
– Se la signoria vostra si degnerà di lasciarmi parlare, rispose Uberto, vedrà che altro è il mio intendimento. Innanzi tutto non è d’uopo rivolgersi direttamente al papa, ma scrivere all’uno o all’altro dei duchi d’Austria, perchè pongano maggior calore nelle negoziazioni, e le trattino anzi a nome vostro. Perciò conceder loro larga potestà di stabilire i patti, salvo a rifiutarsi nel momento di stipulare l’accordo. Così col mostrare di volere la pace, la signoria vostra troverà più docili ed affezionati gli animi dei soggetti, si procaccerà la benevolenza degli altri principi d’Italia, e in ogni modo guadagnerà tempo, e potrà mettersi in istato di far fronte a qualunque ostilità. Il temporeggiare non è mai stato dannoso.
Il Duca stette alquanto sopra pensiero, quasi meditasse il partito che gli veniva proposto, finalmente disse:
– Or bene, sia fatto come voi dite. Scriverò al duca Leopoldo e gli farò nuove proposizioni. Intanto, se Dio vorrà che la peste se ne stia lontana, e che il paese possa rifiorire di bel nuovo, ci appresteremo alla guerra per la primavera vegnente, e il diavolo si metta dalla parte di chi ha ragione. Se potessi trar dalla mia quel Giovanni Accoud che ora è al soldo del papa, quello sarebbe un potente ajuto. Ma per ottener ciò si vogliono tesori, e nella stagione che corre… Basta, di cosa nasce cosa, dice il proverbio, e il tempo matura tutto. Ora, Medicina mio, disponi la pergamena per la lettera che abbiam detto, e voi altri, Rodolfo e Lodovico, preparatevi ad uscire di Milano tra poco, perchè voglio fare una corsa al mio castello di Marignano. Mi sembra mill’anni che ne son lontano.
I due figliuoli di Barnabò appena udito il cenno, salutarono il padre ed uscirono, e i tre consiglieri, che videro di non aver più nulla a fare ivi, presero essi pure rispettosamente commiato e se ne andarono. Barnabò intanto senza muoversi da sedere, col capo tuttavia appoggiato alla mano destra, facevasi a dettare una lunghissima, lettera che incominciava – Magnificentiae tuae salutem. Quod de negotiis incohatis cum Romana Ecclesia nullum resultatum evenerit, ecc. ecc. Della qual lettera, citata per intero dal cronista, ora risparmiamo la noja ai lettori, riserbandoci di pubblicarla insieme cogli altri preziosissimi documenti, o di cederla, quando avverrà che il nostro racconto sia ristampato colle solite note ed illustrazioni storiche.
La lettera era appena compiuta, e il Duca erasi tolto dal suo seggio per apporvi la firma ed il suggello, quando dalla via gli giunse all’orecchio uno strano rumore di grida allegre e di risa, accompagnate da alcune voci da prima umili, poi risolute. Barnabò maravigliato di ciò, comandò al Medicina, che discendesse giù nel cortile e chiedesse della cosa. Intanto egli erasi riposto a sedere, e diceva tra sè carezzando l’alano che gli faceva intorno una festa grande:
– Io non so perchè questa Chiesa benedetta sia tanto schizzinosa, e si pigli sì gran fastidio per ogni filo d’aria che le dia in su una guancia. Che importa a lei di quattro pretonzoli messi fuor di prebenda, e di qualche abate impiccato? Alla fine costoro erano miei soggetti prima che divenissero ecclesiastici, e su di essi la mia podestà è più antica e più immediata della sua. Stà a vedere che non potrò esercitare la giustizia a casa mia, perchè tra quelli che mi ubbidiscono ve ne sono alcuni che portano la cotta o il piviale! La sarebbe bella davvero! Eppure tutte le discordie avute col pontefice e le guerre che ne naquero furono cagionate da siffatte inezie. che è una vergogna il dirle. E come ne tien memoria, e come le cava fuori ad ogni istante queste balorde accuse! Quasichè non predicasse tutti i giorni la moderazione e il perdon delle ingiurie. Oh! se potessi accostarmi una volta ai Fiorentini, la vorrei far vedere in barba alla Santa Sede e a tutti i collegati. Orsù, che cosa è accaduto laggiù?
Queste ultime parole il Duca le volse al Medicina, il quale entrava in quel punto e mostrava di aver qualche nuova non troppo grata, che non volesse uscirgli dalla gola.
– Orsù, diss egli di nuovo Barnabò, avresti veduto la befana forse, che sei diventato muto?
– Ho veduto peggio che la befana; ho veduto il demonio in carne ed ossa con abito da monaco. E bisogna proprio che sia tale, perchè le guardie che stanno giù alla porta, se l’avevan preso in mezzo e volevano fargli un bel giuoco: ma egli con quattro parole li fè stare tutti a segno, che è un gran dire.
– E che cosa vuole costui? disse il Duca facendosi scuro in viso.
– Che cosa vuole? cioè che cosa vogliono, perchè sono due i frati e non uno. Dicono che hanno grande necessità di parlare colla Signoria vostra, e chiedono ad ogni costo di essere messi dentro.
– Ho capito: saran venuti a domandare qualche limosina pei loro conventi. Questi frati sono più ingordi che i farisei: più ne hanno, più ne vorrebbero avere. Ed io son tanto balordo da darne loro ad ogni momento. Ma sì, adesso la cosa è cambiata, fa dir loro che vadano in pace.
– Gliel’ha già detto lo Sciancato, che per caso trovavasi giù abbasso, ma essi non vollero dargli retta, e battono sodo di voler favellare colla Signoria vostra. Anzi uno di loro è andato tant’oltre colle parole, che lo Sciancato aveva fatto mostra di dargli un sergozzone per fargli salutare la via colla faccia più presto che coi piedi. Ma il frate si gli è parato dinanzi con tanta autorità, e gli disse non so che parole, che colui non trovò il coraggio di lasciar andare il colpo.
– Poltrone! Orsù, va, e di’ loro che non voglio udirli, e che partano alla malora prima che accada di peggio.
Il Medicina scese all’infretta, e ritornò tostamente con non migliore ambasciata.
– Messer Duca, ei disse, bisogna proprio dire che abbiano il demonio in corpo, perchè giurano di non partirsi di qui se non hanno parlato con voi. Affermano di aver cose gravissime da dirvi, e mal per voi e per tutti se rifiutate di ascoltarli.
– Che siano maladetti questi eterni seccatori! Fagli entrare adunque, e guai ad essi se le cose che hanno a dirmi non sono di tale importanza da farmi chiudere un’occhio sulla noja patita.
Il Medicina discese un’altra volta, e il Duca sdrajato sbadatamente nel suo seggio, si diè di nuovo ad accarezzare il cane. I due frati, che i nostri lettori avranno già indovinato chi fossero, entrarono in atto grave e solenne e si trattennero poco oltre al limitare. Il padre Teodoro veniva il primo e mostrava nel viso tutta l’inspirazione di un apostolo; il padre Andrea lo seguiva coll’aspetto docile e rassegnato di chi è guidato da una volontà superiore. Entrambi stettero un momento silenziosi, come per raccogliere le proprie idee prima di parlare; tanto che il Duca, al quale dava gran fastidio quella visita importuna, cominciò a dar segni d’impazienza, e non aspettò che aprissero bocca, per dir loro:
– Mariuoli sfacciati! Su qual vangelo avete trovato che sia lecito penetrare a forza nelle case altrui e recar noja a chi non ne vuole? Parlate in vostra malora, e che vi si secchi presto la lingua.
Il padre Teodoro alzò gli occhi al cielo e rispose:
– Iddio, quando disse a Giona suo servo: Sorgi, e va a Ninive ad annunziare l’ira del Signore e la distruzione della città, affinchè le genti si convertano, non chiese se ai Niniviti sarebbe stata gradita o no la venuta di lui. E però gli disse, va, e non soffermarti nel cammino.
– E fu appunto perciò, disse il Duca, che quel profeta di mal augurio dovette stare tre giorni nel ventre della balena, se è vero quel che dicono le scritture. E tu pure, o frate, corri rischio di tener compagnia per tre giorni ai topi ed alle lucertole, se non ti spicci tosto di quel che hai a dire, e non vai pe’ fatti tuoi. Orsù, aggiunse il Duca, dimenandosi sul suo seggio con manifesti atti d’impazienza, lascia da parte questo tuo gergo da profeta, e vieni presto alla conclusione. Soprattutto guardati bene intorno, e fa conto che questo non è nè il presbitero nè il confessionale.
– Nel nome di Dio onnipotente, sclamò allora il frate, apri le orecchie e porgi ascolto a chi ti parla la voce della verità. Il Signore ti fe’ nascere grande e potente, ti colmò di tutti i doni della fortuna, e ti diè in custodia un popolo fiorente e prosperoso. Ora, in qual modo hai tu corrisposto ai benefizii del Signore? Oimè! s’io volgo l’occhio intorno non trovo che argomenti di pietà e di desolazione. La città spopolata e quasi vota per la peste e per la carestia; i pochi che rimangono vessati e messi a morte da una crudelissima legge; il pane tolto di bocca ai poveri e sciupato in pazze profusioni; i ministri di Dio sbeffeggiati e perseguitati; le rapine e le estorsioni divenute diritto e giustizia; l’onore delle famiglie insultato e deriso; il palazzo ducale fatto lupanare e bordello; e per soprappiù gli animali immondi accarezzati e trattati meglio che gli uomini fatti a imagine e somiglianza di Dio. Che hai tu fatto di questo popolo sì ricco, sì rigoglioso? Non temi la vendetta del cielo, perchè prosegui tanto sicuramente nella via della distruzione? Non ti bastarono gli avvisi avuti, le guerre sostenute, le scomuniche, gli odii, e tutti i castighi di Dìo?
– Bisogna dire che non siano bastati, gridò il Duca che non durava più nella pelle, perchè ora me ne tocca un nuovo e peggiore, che è quello di ascoltarti. In fe’ di Dio, non so chi mi tenga, che non ti lasci andar contro questo cane, il quale non ha altro desiderio che di far conoscenza colla tua carne. Via, togliti da’ miei piedi, intanto che le gambe ti giovano, perche da qui a un minuto non mi troveresti così sofferente.
– O degno fratello di Matteo! ripigliò il frate, hai tu dunque l’animo tanto indurito, che nè le lagrime dei popoli valgano a commuoverlo nè le minacce divine a scuoterlo? Non temi adunque l’ira del Signore, chè vuoi vederla compiuta? Or bene, va, prosegui la nefanda tua opera, opprimi, uccidi, distruggi, ma bada che la spada dell’angelo ti sta sopra. Anche Faraone si rise delle minacce di Mosè e non prestò fede ai castighi del cielo, ma rimase immerso nelle acque del mar Rosso. E tu impuro, sacrilego, eretico, fratricida, tu morrai della morte istessa che le tue mani prepararon al fratel tuo. Questo ti dice il Signore pur bocca del suo servo.
Intanto che così parlava, il padre Teodoro erasi infiammato in viso, gli occhi gli brillavano d’una luce straordinaria, la sua voce erasi fatta grave e tuonante, e la persona pareva ingrandita d’assai e quasi sollevata da terra. Il Duca per un istante restò affascinato dalla prepotenza di quelle parole, fors’anche più per la stranezza del caso, perchè non mai eragli toccato di vedere tanto ardimento al suo cospetto. Ma lo sdegno soverchiò tosto ogni altro sentimento, talchè alzatosi con violenza, mosse un passo alla volta del frate, come in atto di disserrarglisi addosso; poi, trattenutosi improvvisamente, si volse al compagno che stava in silenzio, sebbene franco e animoso, e con un sorriso d’ironia più terribile che qualunque impeto d’ira, gli disse:
– E tu, degno compagno di questo valente apostolo, non hai tu pure la predica da spifferarmi? Forsecchè la paura ti trattiene dal parlare? Via, non sarò mica malcontento di vedere se tu pure sei così forte in teologia.
– I servi di Dio non temono i potenti della terra, rispose il padre Andrea, al quale le parole del padre Teodoro avevano inspirato una sicurezza straordinaria. Che posso io dirti che non abbi già udito dalla bocca del mio compagno? I tuoi peccati soverchiano ogni misura, ma la misericordia di Dio è grande oltre ogni umano pensiero. Deh! fa di porgere ascolto alle nostre parole, riconciliati colla Chiesa, la quale ti attende a braccia aperte, deponi ogni cattivo costume, restituisci il suo a chi spetta, provvedi al bene del tuo paese, e riconosci una volta l’autorità del pontefice.
– Poltroni sguajati! gridò il Duca. È questo dunque che mi venite infinocchiando? Ch’io faccia l’atto di sommissione al papa, e che mi dichiari suo dipendente? Un bell’evangelio che andate predicando! Volere che il papa abbia il predominio sulle cose temporali, siccome pretende di averlo sulle spirituali. E questo non chiamasi adulterare la religione? Cani di eretici, v’insegnerò io in che modo si predichi. Ehi, Medicina, va, chiamami tosto Girardolo, e in pari tempo fa dire a Lodovico e Rodolfo che stieno pronti nel cortile, insieme colla scorta, per accompagnarmi al castello di Marignano. In verità io sono pazzo a voler darmi fastidio delle parole di costoro.
Il Medicina, il quale erasi ritirato nella camera attigua, appena entrati i due frati, accorse tosto alla chiamata e volò in traccia di Girardolo, intanto che il Duca andava misurando a gran passi la sala, e sclamava di tanto in tanto, volgendo gli occhi ai due frati:
– Ora, se tanto vi preme il papa, vi metterò innanzi io colui che è vero papa qui in Milano. Vedrete che egli è un dottore così sapiente da farvi star tutti a segno, sebbene non porti nè manto nè mitra. Quanto poi alla smania di predicare, vi farò innalzare una tal bigoncia donde potrete favellare alla moltitudine, se pur vi sarà chi voglia ascoltarvi.
Il padre Teodoro in questo mezzo aveva incrocicchiate le palme sul petto e sollevati gli occhi al cielo in atto di celeste rassegnazione, intanto che il suo compagno col capo inchinato mormorava tra le labbra alcune preghiere raccomandandosi a Dio. Finalmente dopo dieci minuti di aspettazione, che al padre Teodoro passarono inosservati, assorto com’era nella sua estasi religiosa, ma che sembrarono un eternità al Duca ed al padre Andrea, giunse il Medicina con Girardolo della Pusterla, il quale era ministro e procuratore di Barnabò, e, a cagione del suo potere, veniva detto per soprannome il papa. Poichè questi fu entrato ed ebbe riverito il suo signore, il Medicina, avvicinatosi a Barnabò disse:
– Messer Duca, i signori Lodovico e Rodolfo, vostri figli, vi attendono per partire. Nel salire gli ho veduti che son già a cavallo ed han seco trenta lance.
– Va bene. Ora consegno a te, Girardolo, questi due scimuniti, che son venuti a predicare una nuova eresia al mio cospetto. Sbrigali tu, che t’intendi di teologia meglio di s. Basilio e di s. Agostino. Bada soprattutto che nei capi d’accusa debba entrare anche la noia che m’hanno data. In somma, fanne quel che meglio stimi, ch’io te li abbandono interamente.
Ciò detto, Barnabò erasi mosso per uscire, ma il padre Teodoro, scosso improvvisamente dalla sua meditazione, gli si parò dinanzi quando fu vicino all’uscio, e sollevata la mano in alto, e rizzatosi su tutta la persona, così si pose a gridare:
– Anatema a te, in nome del Signore onnipotente, destruet te Deus in finem, evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo et radicem tuam de terra viventium.
Nell’udire le quali parole il Duca divenne di bragia in viso e parve che gli schizzasse fuoco dagli occhi. Mosse un passo contro al frate e corse colla mano al fianco sinistro come per levarne un’arma: ma l’aspetto di Girardolo e del Medicina che gli si erano fatti vicini lo trattenne. Però, fissò gli occhi sul volto del frate, e veduto ch’egli aveva di nuovo innalzato i suoi al cielo con quella sua espressione dolce e rassegnata, fe’ un gesto di dispregio e d’impazienza, e voltosi a Girardolo disse:
– Sgombrami il cammino da questo poltrone, e prepara le legna davanti il palazzo. Voglio che entrambi siano abbruciati tostamente e che paghino il fio della loro ribalderia. Così anche tu avrai risparmiato la briga di esaminarli. Che fra un’ora sia tutto finito.
Dopo di che uscì, e da lì a breve udissi lo scalpitare dei cavalli nel cortile e sulla via, e la voce dei cavalieri che disponevano la cavalcata.
Girardolo intanto aveva detto una parola all’orecchio del Medicina, e questi, data una occhiata di traverso ai due frati, era uscito a dar gli ordini opportuni. Chi poi fosse maravigliato di quella grand’ira del Duca, allorchè intese l’apostrofe del padre Teodoro, sappia, che quelle erano le precise parole colle quali terminava la scomunica fulminata da Innocenzo VI contro di Barnabò; scomunica che gli diede sì gran molestia, e che fu, si può dire, il principio d’ogni suo danno. Le quali parole erano le più forti e le più terribili che la Chiesa avesse adoperato, talchè lo stesso Barnabò, che era solito ridere dei brevi e delle bolle, ne era rimasto fortemente crucciato, conoscendo assai bene quanto potere fosse in esse. Perchè è d’uopo sapere, e il nostro cronista lo afferma, che il Duca aveva buone lettere, e intendevasi di latino, e specialmente di faccende ecclesiastiche meglio che un canonico. Sopra le bolle e i brevi poi aveva fatto lunghissimi studii, ed era molto addentro in tutto ciò che apparteneva al jus ecclesiastico. Non ultima questa tra le bizzarre qualità di quel singolarissimo principe.
Girardolo della Pusterla, poichè fu partito il Medicina, erasi fatto dappresso ai due frati, e più al padre Teodoro, siccome quello che al suo ingegno perverso e beffardo sembrava il più ghiotto e il più solazzevole.
– Domine miserere, gli disse, voi siete fatto estranio a questa valle di lagrime. Buon padre, non vi degnerete voi di guardare in viso a un meschino peccatore, che implora a ginocchio la vostra benedizione?
– Vade retro Satana, sclamò il padre Teodoro protendendo le mani.
– Ah! padre, voi siete anche esorcizzatore? Questo non sapevo io. Sarà un merito di più per ottenere la palma del martirio.
– Ebbene, dov’è il carnefice? dov’è la corda? chiese il frate. Io son qui, mi son messo volontario nelle vostre mani, perchè il Signore ha voluto tentare un’ultima via per aprirvi gli occhi, ed ha scelto me per suo strumento. Ora che il suo servo non è più atto a nulla, ei lo chiama a sè, e gli mostra la gloria del paradiso. Or dunque che tardate ad uccidermi?
– E voi pure, siete dello stesso avviso? chiese Girardolo al padre Andrea, il quale stava a capo chino recitando fervorosamente le sue orazioni. Anche a voi fa gola la palma del martirio? Se dovessi badare alla ciera, parmi che non vi dovrebbe rincrescere tanto questo mondaccio doloroso, perchè m’avete un viso paffuto a rubicondo che consola. Basta: Ognuno ha i suoi gusti, ed io non sarò già quello che ve li disputerà.
Padre Andrea non diè retta alle maliziose parole di costui, e tirò innanzi a pregare, perchè sentiva dentro di sè il bisogno di accostarsi tenacemente a Dio per non pensare più alla terra, dalla quale, a dir vero, distaccavasi un po’ malvolentieri. Con tutto ciò, siccome non voleva parer di meno del padre Teodoro, mostravasi esso pure infervorato di santissimo zelo, e fors’anche lo era: ma la umana fragilità combatteva in lui più potente e più libera che non in quell’anima grande, e il pensiero della morte vicina gli appariva più terribile e più fiero che mai. Quanto a speranza di cavarsela, non glien’era pur venuta l’ombra, perchè sapeva già di che natura fosse il Duca, e peggio poi che razza d’uomo era quel Girardolo della Pusterla, ministro, procuratore, faccendiere, imbroglione, mezzano, insomma l’occhio destro di Barnabò. Costui era temuto in Milano assai più che il Duca medesimo; perchè Barnabò poteva qualche volta perdonare per capriccio, Girardolo, sia per entrare nella grazia del suo signore, sia per esercizio di potere non ne menava mai una buona. E lo sapevano gli ecclesiastici, coi quali più specialmente aveva a fare, e che non gli uscivano mai salvi dalle mani. Basti il dire, che uno dei capi d’accusa dei quali era stato citato il Duca a scolparsi davanti il pontefice, era appunto questo di aver accordato sì gran potere a un tal favorito, il quale ne abusava a piacer suo perseguitando soprattutto i preti.
In questo mezzo il Medicina era ritornato insieme con quattro alabardieri, i quali andarono a collocarsi a fianco dei due frati. Poscia fattosi vicino a Girardolo, gli disse:
– Messere, tutto è pronto. Il Duca nel partire aveva già dato il comando allo Sciancato, e quella buona lana, che quando si tratta di dar la corda od abbruciare alcuno, gli è come a nozze, non se l’è fatto dire due volte. Aprite la finestra e guardate giù sullo spianato, che vedrete come ogni cosa va a maraviglia.
– Va bene; la legna è preparata, e lo spianato comincia già a brulicare di gente. Bisogna dire che la nuova sia corsa a quest’ora per la città. Guarda, come corrono, quasi andassero ad una festa. Balordi! Ehi, avvertì lo Sciancato che disponga all’ingiro maggior numero di alabardieri, perchè il popolo è curioso, e ad ogni modo va tenuto in rispetto.
– Ho capito, rispose il Medicina.
– Ora scendiamo, disse Girardolo volto agli alabardieri, e questi presi in mezzo i due frati, s’avviarono giù per le scale. Quando furono giunti sotto l’androne, proprio sullo sboccare del ponte levatoio, e che si parò alla vista dei frati la catasta della legna e la fila dei soldati che la circondavano, entrambi alzarono gli occhi al cielo come in atto d’invocare la divina misericordia, poi mossi da un medesimo impulso si gettarono nelle braccia un dell’altro, e si tennero così avvinti per qualche minuto. Il primo a sciogliersi da quell’impulso fu il padre Teodoro, il quale inginocchiatosi davanti al compagno, gli disse: – Padre Andrea, perdonatemi, e datemi la vostra benedizione.
Padre Andrea, a cui quell’atto aveva destato nell’animo una commozione straordinaria non potè trattenere una lagrima, e disse con voce interrotta dai singhiozzi:
– Che Iddio vi ricompensi e vi benedica. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito santo.
Poscia rilevatolo, e inginocchiatosi alla sua volta, piegò le mani sul petto aspettando la benedizione. Al che il padre Teodoro distese le mani sul capo di lui, e accennando in pari tempo alla moltitudine circostante, gridò con voce chiara e forte:
– Che il Signore benedica te, suo servo, e questo popolo gemente nella servitù, e i tristi che lo opprimono, e anche questi che ci conducono a morire senza sapere che cosa si facciano. Possa il nostro sangue fecondare questa terra isterilita, e produr frutti di amore e di pace.
– Amen, rispose padre Andrea nell’alzarsi.
– Ora andiamo, disse padre Teodoro, e nell’avviarsi intuonò con voce alta: Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam.
– Et secundum moltitudinem miserationum tuam dele iniquitatem meam, rispose padre Andrea, il quale aveva trovato un insolito coraggio e sorrideva nella speranza del premio celeste.
I pochi mascalzoni accorsi eransi accalcati all’ingiro della spianata, tenuti in freno dagli alabardieri, i quali di tanto in tanto davano loro sui piedi e sulle mani coll’asta dell’alabarda e ridevano accennandosi tra loro.
– Ahi! sclamava un ragazzotto di forse tredici anni, non ho le mani di pasta, io. Infine, che cosa ho fatto?
– Ti sta bene, gli diceva un grosso omiciatto, non dovevi ficcarti innanzi; sai però che le guardie ci sono per qualche cosa.
– Asperges me hysopo, et lavabis me, et super nivem dealbabor, borbottava una vecchia raggrinzita e nera del viso come una antica pergamena, la quale ripeteva divotamente i versetti del salmo recitato dai due frati.
– Volete tacere, Agnese, affrettavasi di dirle all’orecchio una grossa comare zoppa di un piede, volete tacere. Non sapete che quei due frati sono eretici, e che il dire le orazioni ch’essi dicono, è peccato?
– Davvero? Eufemia! rispondeva l’altra spalancando gli occhi. Quando è così non apro più bocca, e che il Signore mi perdoni.
– Eh! via, non è poi ben provato che siano eretici, saltò a dire un tale che a giudicarlo dalla ciera doveva essere un pescivendolo, e potrebbe darsi che fossero più eretici quelli che li fanno morire. In ogni caso, il miserere è sempre il miserere, e il bene che si dice frutta sempre.
Tali e somiglianti discorsi teneva la moltitudine, e per moltitudine vogliamo che si intendano quattro garzoni fuggiti a qualche officina, e alcune femmine trattevi dal caso o dalla naturale loro curiosità. I due frati intanto erano giunti davanti a quella specie di viuzza praticata nella catasta, per la quale, quei che dovevano essere abbruciati, entravano fino nel mezzo del rogo per essere così circondati da ogni lato dalle fiamme. Primo entrò il padre Teodoro, poi venne padre Andrea, sempre recitando il salmo ad alta voce. E anche dopo che furono dentro, anche dopo che la fiamma ebbe cominciato ad appiccarsi ai quattro lati del rogo, udivansi tuttavia le voci sonore dei frati tra il crepitare delle fiamme e lo sfasciarsi della legna. Il rogo non era più che un solo vortice di fuoco, che le parole uscivano ancor chiare e robuste. Finalmente al rovinare che fece un lato della catasta, le voci cessarono improvvisamente, e tutto tornò silenzioso. Le fiamme si spensero, i curiosi si dispersero, gli alabardieri e quei del Duca rientrarono nel castello, e di tutto quell’avvenimento non rimasero che poche ceneri sullo spianato.
Il Duca intanto, appena smontato al suo castello di Marignano, dava gli ordini per una gran caccia da tenersi il mattino appresso, e non pensava più ai due frati come se mai non fossero esistiti.

IX

Movea visibilmente le labbra, dicendo le sue divozioni, e di quel suo tacito pregare non si udiva altro che lo strascico delle ultime sillabe, le quali le morivano sulla bocca in un lieve fischio che ella accompagnava col piegare frequente del capo. Di tanto in tanto volgeva gli occhi a quel letticciuolo, poi gli alzava al cielo in atto di sì desolata pietà, da far manifesto il voto segreto che mandava al Signore, perchè degnasse di richiamarla a sè….
GROSSI, Marco Visconti.

È tempo ormai che ritorniamo alla moglie dell’armajuolo ed al garzone, che abbiamo lasciato dopo il loro colloquio col Duca nelle mani dello Scannapecore. Costui, quando Barnabò gli ebbe comandato di trattenerli come ad ostaggio e di collocarli in qualche angolo del palazzo, pensò che nulla di meglio poteva avvenirgli, e che quella volta gli cadeva proprio il formaggio sui maccheroni. Laonde, pigliata per una mano la Cecilia, che si lasciò condurre silenziosa e come istupidita, la fe’ passare per un labirinto di anditi e di corritoj, su e giù per mille rivolte e scalette a chiocciola, finchè giunsero in un canto affatto deserto, ov’era una volta il ricettacolo dei mastini, prima che il Duca li volesse distribuiti ai cittadini. Ivi, aperto un uscio tutto foderato di ferro, invitò la Cecilia ad entrare in una stanzuccia umida e nera che meritava piuttosto il nome di buca, nella quale entrava un po’ di luce da un’apertura fatta al basso del muro, alta due piedi da terra. E anche quel barlume era tolto per metà da una inferriata grossa quasi come un braccio, nella quale la ruggine faceva contrasto colla pulitezza e colla levigatura che scorgevasi qua e là. La quale pulitezza dinotava chiaramente quali fossero stati in addietro gli abitatori di quella specie di prigione, e come i mastini che vi si erano esercitati intorno coi denti non fossero la più pacifica genìa di animali. Nè quelle forse saranno state le sole tracce del loro soggiorno; ma sia che la luce venendo dal basso non rischiarasse che una piccola porzione di terreno, sia che si avesse avuto cura di togliere ogni vestigio, il fatto è, che non vi si scorgeva alcun segno delle violenze e delle stragi che forse ebbero luogo là dentro. Lo Scannapecore nell’accennare la prigione alla moglie dell’armaiuolo, volle in certa guisa scusarsi al suo cospetto della durezza usata, e mendicato il più grazioso dei sorrisi, con una faccia tutta compunta, le disse:
– Duolmi, bella Cecilia, di dover adoperare tanto rigore verso di voi; ma il mio dovere lo impone, e gli ordini del Duca sono precisi. Voi medesima li avete uditi. Se avverrà che siate più umana e ragionevole, farò ogni sforzo per mitigare la vostra prigionia, e cercherò ogni verso per liberarvene. Intanto vi lascio: la notte arreca consiglio, sicchè spero di trovarvi domani con più sani pensieri. Or ora vi manderò il cibo ed un saccone, perchè non voglio che adagiandosi sul terreno patiscano queste vostre membra così dilicate.
Così parlando le aveva posto familiarmente una mano sulla spalla e la lasciava sdrucciolare giù pel braccio in atto di accarezzarlo. Ma la Cecilia ritrattasi d’un passo, si strinse tutta nelle membra, come se quel contatto l’avesse fatta rabbrividire, e non disse parola. Solo dentro di sè raccomandossi caldamente alla Beata Vergine dell’aiuto, perchè venisse in suo soccorso. Lo Scannapecore fe’ mostra di non badare a quell’atto, e voltossi per uscire, dicendo con un suo ghigno beffardo:
– Addio, bella Cecilia, a rivederci domani.
Poi chiuse il pesantissimo uscio a doppio chiavistello, e se n’andò. La Cecilia, quando lo vide partito e si trovò affatto sola, diè libero sfogo all’angoscia che l’opprimeva, e ridottasi in un angolo di quella stanzaccia, uscì in lagrime così dirotte che avrebbero mosso a pietà qualunque animo più indurito. Quel trovarsi così abbandonata, in quel luogo solitario, nelle mani di un uomo ch’essa abborriva come il peccato, e che poteva fare di lei quello strazio che avesse voluto; quel non saper nulla, proprio nulla nè della propria sorte, nè di quella del marito e del figliuoletto, le cagionava un freddo al cuore, uno sgomento sì grande, che quasi temette di uscire di senno. Allorchè, dopo una mezz’ora circa, venne uno dei cagnotti a recarle il pane e la scodella dell’acqua, e a deporre il saccone, la Cecilia singhiozzava tuttavia e non s’era mossa dal luogo ov’erasi raccosciata: tanto che colui, sbirciatola di traverso, le disse:
– Ecco qui il pane e l’acqua ed anche il saccone, che è una dilicatezza ignota per questi luoghi.
Ma vedendo ch’ella non badava a lui, e tirava innanzi a piangere, scrollò il capo, e soggiunse, mentre usciva:
– Oh! colomba mia, si vede che tu sei novizia, e non hai ancora imparato a star in muda. Ma ti avvezzerai presto, te lo dico io. Hai forse paura a star sola, non è vero? Già voi altre femmine siete tutte così: ma non dubitare che verrà lo Scannapecore a tenerti compagnia. Lascia fare a lui che conosce tutti i vezzi per andar a’ versi alle donne.
Lasciamo pensare ai lettori se queste parole erano tali da rassicurare la Cecilia e da farla cessare dal piangere. Essa non toccò nè l’acqua nè il pane, e non si mosse mai da quella sua positura, temendo perfino di coricarsi sul saccone per non essere colta dal sonno, e di trovarsi per tal guisa più facilmente in balía del primo che fosse entrato.
E Tonio intanto? Tonio appena la Cecilia era condotta via dallo Scannapecore, fu preso in mezzo dallo Sciancato e dallo Scortica, ai quali bastò un’occhiata del compagno per sapere che cosa ne dovessero fare. Pertanto cominciarono a condurlo giù nel cortile, facendolo passare per un gran salotto nel quale, oltre a molti ordigni da caccia, vedevansi disposti i tormenti a dozzine: poi lo trassero dov’erano lasciati vagare i cani, che alla voce de’ canattieri aizzavansi, s’ergevano sulle zampe, abbajavano sordamente, scambiettavano fra le gambe del garzone, e ad ogni istante facevano l’atto di saltargli al viso. Nel salotto aveva già provato uno spavento grandissimo, perchè lo Sciancato, il quale pigliava un gusto matto dei lazzi di Tonio, l’aveva condotto davanti al sito in cui davasi la corda, ed aveva fatto mostra di adattarla alla persona del garzone, il che fece cadere in ginocchio quello sgraziato, e lo indusse a chieder mercè, con sì goffo piagnisteo, che i canattieri ne sganasciarono dalle risa. Figuratevi poi nel cortile in mezzo a quel subbuglio di cani che gli aggiravano intorno, mostrando i denti, e latrando in modo tutt’altro che piacevole. Il poveretto affannavasi tutto nell’evitare or questo or quel mastino, e saltava a piè pari, e raccosciavasi sulla persona, poi tiravasi presso la parete e si faceva lungo lungo quasi per occupare minore spazio, e intanto dalla fronte gli piovevano grosse goccie di sudore, che miste alle lagrime gli sgocciolavano giù per le guance. Di che quei birbi che l’avevano tolto in mezzo formavano uno spettacolo assai giocondo che studiavansi con ogni mezzo di prolungare.
In quel mentre lo Scannapecore, che tornava dall’aver condotto Cecilia, nel passare vicino al cortile, attratto forse dal rumor delle risa o dalle grida di Tonio, fe’ capolino da un andito, e visto il giuoco, s’innoltrò tosto per avere la sua parte di sollazzo.
– Bravi figliuoli, disse volgendosi ai compagni, già con voi altri basta dirvi le cose all’aria. Ben fatto. E tu, Tonio mio, soggiunse poi fatto vicino al garzone che batteva i denti dalla paura, come ti piace il luogo e la compagnia che t’abbiamo assegnato?
Il povero Tonio fe’ l’atto di alzar gli occhi sul viso del canattiere come per implorarne misericordia, ma la paura glieli tenne inchiodati sopra un mastino di smisurata grossezza che gli ringhiava rasente le gambe. Allora volle aprir bocca per pronunciare non so che parole di preghiera; ma un movimento del cane gliele cacciò di nuovo in gola, e non ne lasciò uscire che uno strano brontolio, un rantolo quasi di moribondo. Lo Scannapecore s’accorse dell’atto e, posta una mano sulla spalla del garzone, e coll’altra abbassatosi ad accarezzare il cane, gli disse:
– Sta cheto, figliuolo mio, non aver paura, che questo cane non ti farà un male al mondo. E poi a quest’ora non ha voglia di mordere, ed ha il ventre pasciuto come quello d’un eremita. Questa mattina ha fatto una lauta colazione in compagnia d’un fanciullo che gli fu dato a commensale: se nol credi puoi vederne gli avanzi a due passi di qui.
Ma il garzone che alla sola idea di esser posto insieme al cane e di servirgli di pasto, aveva sentito i brividi della febbre, figuratevi se aveva desiderio di vedere quel brutto spettacolo. E lo Scannapecore, il quale sapeva benissimo ch’ei non si sarebbe mosso, gli era venuto a bella posta infinocchiando quella favola del fanciullo sbranato. Ora poi vedendo che Tonio seguitava a tremare per tutte le membra, e a guardar di traverso il mastino, gli andava susurrando dolcemente:
– Via, via, ragazzo mio, non bisogna poi pigliar tutto in mala parte; e l’odio non istà bene neppure colle bestie. Animo, su, perchè stai lì rattrappito, e fai così brutta ciera a quel povero animale? Quando lo conoscerai più davvicino, non gli vorrai più quel gran male che ora gli vuoi, perch’egli, vedi, è la miglior pasta di cane che esista. Prova soltanto a fargli un cenno, una carezza, e vedrai.
Ma sì, il garzone al contrario ritraeva le mani a sè e cercava di nasconderle alla meglio, toccandole per assicurarsi se erano sane ed intere. Per lo che Scannapecore, sorridendo in tuono di beffa, gli disse:
– Oibò, oibò, ragazzo, tu fai male a portar sì grande odio a questo cane! Dov’è la carità del prossimo che t’avranno insegnato? Orsù, poni giù questa tua collera, voglio che facciate la pace, e vi abbracciate entrambi come buoni amici. Non è vero Bruciavia?
Il mastino udendosi chiamare per nome rispose con un guaito di allegrezza e si dimenò rasente le gambe del canattiere per fargli festa; il che cavò un nuovo grido dalla gola del garzone.
– A te, dunque, Tonio, porgigli la mano, disse lo Scannapecore, ho piacere che vi pigliate in amore. Che? Tu, Tonio, rifiuti di accostarti a lui? Vuoi proprio che il cane dia esempio a te di carità e di buona creanza? Or bene, Bruciavia, un abbraccio, ma da buon amico.
Tonio, il quale non sapeva ormai più in che mondo fosse, sentì d’un tratto alcun che di pesante cadergli sulle spalle, ed ebbe ancora tanta forza da alzare gli occhi davanti a sè. Ma, oimè! qual non fu lo spavento di lui nel vedersi a due dita dal naso il muso del mastino che, spalancata la bocca pareva attendesse solo il cenno del canattiere per isbranarlo. Al povero garzone si appannò la vista, e il cervello sbalordissi come se fosse stato colto da una subita percossa, talchè stramazzò sul terreno. Fors’anche di questa sua caduta era stato cagione il cane, il quale nel saltargli che fece al collo, gli aveva dato un urto così violento, da farlo traballare, se fosse stato più fermo di quel che era. Il fatto è, che Tonio giaceva per terra senza trar fiato, col viso pallido come un cadavere, e colle membra stirate; tanto che i canattieri ebbero di grazia a farglisi intorno, e a cercare di farlo rinvenire.
– Per Dio! Bruciavia, tu lo stringi troppo quel povero diavolo; orsù, lascialo, e va in tua malora, sclamava lo Scannapecore nel mentre che adoperava la voce e le mani per isciogliere il povero Tonio dall’amplesso del cane. Intanto alcuni erano corsi per acqua e per aceto, e gli altri stavano in faccende un po’ colla voce, un pò coi piedi a tener lontani ì cani, i quali vedendo un uomo supino aggiravansi ringhiando all’intorno.
Finalmente, fossero le cure prestategli, o l’efficacia dell’aceto, o fors’anche la stessa paura, la quale, quando piglia, farebbe balzar dal letto un moribondo, il garzone aprì gli occhi e li volse all’ingiro come in atto di riconoscere quel luogo. Ma veduto di bel nuovo i cani vagar pel cortile, e quelle facce scomunicate che gli stavano dappresso, li richiuse prestamente come per sottrarsi alla molestia di quell’aspetto. Se non che allora ei non era già nel suo leticciuolo della bottega di Stefano, nel quale allorchè svegliavasi il mattino e cacciava fuori il capo dalle coltri, se non udiva rumore, si voltava dall’altro lato e ripigliava il sonno quand’anche il sole fosse già alto sull’orizzonte. Adesso egli ebbe un bel stringere le palpebre e far forza alla mente; le imagini dello spavento avuto erano troppo presenti, per non tenerlo desto, sicchè dovette proprio riaprire gli occhi e sollevarsi un po’ sopra un gomito. Il suo primo atto fu quello di toccarsi colla mano in tutte le parti del corpo dalla testa in giù, per assicurarsi di avere le membra intatte, e il primo suono che gli uscì di bocca, fu un sospiro accompagnato da un gemito così doloroso, che i canattieri ne risero a creppapelle. Il poveretto dolorava per tutte le ossa a cagione della caduta, e ad ogni movimento che faceva per alzarsi, sentiva una doglia, uno spasimo non mai provati. Alla fine, ajutato dai canattieri, giunse a rizzarsi in piedi, ma poichè non trovava forza di camminare, e a quei tristi cominciava a parer lungo il trastullo, fu tolto sulle braccia dallo Sciancato e dallo Scortica e portato fuori del cortile nel luogo a lui destinato.
– Peccato! che non ci sia Graffiapelle, diceva nell’andare lo Sciancato. Ci avrebbe pur fatto ridere con quelle sue buffonerie.
– Giungerà a tempo pel giuoco di questa sera, disse lo Scannapecore, se no lo manderemo a levare. Già la parte del diavolo non è mai così bene affidata come a lui.
Intanto erano giunti in una camera immensa e pressochè vota, nella quale non iscorgevasi altro mobile che un gran tavolone di quercia, alto quasi come una persona, e presso a quello uno strato di paglia, che pareva posta là appositamente per servir di letto a Tonio. Il garzone, non anco ben rinvenuto, fu posto a giacere sopra di essa, e a canto gli venne collocato un vaso ripieno d’acqua e del pane. Nel partire, lo Sciancato gli disse:
– Ora, dormi tranquillo, e fa di non sognare questa notte.
Ciò detto chiuse l’uscio con gran rumore di catenacci, e il povero Tonio rimasto solo, sentì per un momento allargarsi il cuore scorgendo di essere fuori delle unghie di quei birbi. Ma quest’allegrezza gli durò poco, e la vastità di quel luogo, il silenzio che vi regnava, il freddo che lo colse appena adagiato sul pavimento di sasso, dal quale poco riparo facevagli la paglia, gli posero in cuore un nuovo e più grande sgomento, tanto che debole com’era e per la fame patita e per l’angoscia, richiuse gli occhi e giacque di nuovo assopito.
Bisogna dire ch’ei rimanesse a lungo in quello stato, perchè quando ricovrò i sensi e riaprì gli occhi, era già scesa la notte, o almeno così parve a lui, perchè non vedeva a due dita dal naso. Allora tentò di sollevarsi alquanto dal suo giaciglio, perchè pareva che le ossa gli si liquefacessero pel dolore; e accomodatosi alla meglio, allungò una mano per pigliare il vaso dell’acqua, e spegnere quella grande arsura che provava. Ma cerca a destra, dove gli era sembrato vedere il vaso, allunga la mano e il corpo finchè può, non trova nulla. – Che io mi sia ingannato? pensa il garzone, e che il vaso sia a sinistra? – Voltasi dall’altra parte, non senza pena, fruga colla mano, oibò! ancor nulla. – Che sia più in là? – Tonio ajutandosi colle mani, senza però alzarsi, perchè non poteva, si muove a sinistra, e va tentone in cerca dell’acqua; ma spingi, spingi, a un tratto ecco che il terreno gli manca di sotto, e giù un capitombolo fino chi sa dove. Il poveretto non ebbe neppur tempo di gridare misericordia, e giacque disteso col capo intronato e fuori di sè. Solo nel cadere gli era sembrato di udire alcune voci gemebonde, accompagnate da grandi scrosci di risa; il che gli aveva fatto credere di essere precipitato nell’inferno in mezzo ai dannati. Però, siccome la caduta ch’ei fece non era troppo alta, così anche questo nuovo svenimento non durò gran pezza; e Tonio potè aprire un’altra volta gli occhi e ritornare in sè. Il primo suo movimento fu quello di toccare il terreno per capire in che luogo fosse caduto: ma non fu poco maravigliato nel sentire la paglia di sotto al dorso, siccome prima. Che quella caduta fosse stata un sogno? No, perchè le ammaccature del capo e della persona erano troppo fresche e gli davano troppo dolore. Ma come dunque era avvenuto ciò? Il garzone si perdeva in un mare di meditazioni; ma ad ogni modo non attentossi più, neppure di voltarsi su un fianco, e quanto alla sete, poteva bruciarsegli la gola, che non penso più all’acqua per tutta la notte.
Da lì a breve il silenzio di quella camera fu rotto da un singhiozzo lontano lontano che pareva partisse di sotto terra, a cui tennero dietro molti altri gemiti che udivansi al di sopra. Tonio agguzzò gli occhi, e guardò all’intorno, ma regnava tuttavia la più grande oscurità, ed egli ch’era buon cristiano e credeva alle apparizioni dei morti, s’ingegnò alla meglio di fare il segno della croce, e borbottò fra i denti un Requiem eternam. Nella sua mente semplice e credenzona non sorse neppure il più piccolo dubbio che quelle non fossero le anime di tanti infelici fatti morire in quel luogo traditore, talchè accompagnò ogni parola con un brivido e un batter di denti naturale in chi amava soltanto la compagnia dei vivi. A un tratto ecco la camera illuminarsi all’intorno, ma d’un chiarore debole e interrotto, che non si scorgeva d’onde venisse; poi dalle nude pareti distaccarsi alcune ombre, pigliar corpo, e di mano in mano che innoltravansi, diventare giganti. Il povero Tonio fece l’atto di gridare a quella vista, ma la bocca non gli si volle aprire, chiuse gli occhi ed ebbe appena il tempo di raccomandarsi a Dio, perchè le ombre gli erano già sopra e lo sollevavano da terra. Il garzone si sentì trasportare lontano lontano per un gran tratto di cammino e di tanto in tanto provava un senso alla persona come d’un freddo intenso, o di un caldo cocentissimo, finchè giunto, a quel che gli parve, in un profondissimo sotterraneo, fu lasciato cadere, e sepolto ivi tra gli urli, le bestemmie e le strida di mille demonii. Quel che poscia sia avvenuto di lui, nè quanto tempo rimanesse in quel luogo, egli nol seppe, perchè quando si destò, era già il giorno alto, e il sole battevagli sul ventre traverso le vetriate dei balconi. Il garzone si guardò stupefatto attorno, e non gli sembrò vero di trovarsi ancora sul suo strato di paglia nel medesimo luogo di prima, col pane e col vaso dell’acqua vicini. Se non gli fossero rimaste le percosse nel corpo che gli davano un dolore fortissimo, avrebbe pensato che tutto ciò fosse stato un sogno, ma nell’alzare che fece una mano alla nuca, dove lo spasimo era più forte, la ritrasse tutta molle di sangue rappreso, il che non gli lasciò punto dubbio sulla sua caduta e sugli altri suoi casi.
Nè la Cecilia, che lasciammo rincantucciata in un angolo della sua prigione, aveva passata una notte migliore. Dopo essersi caldamente raccomandata alla beata Vergine, s’era ricordata di avere sopra di sè una piccola croce dorata, ch’ella teneva come un tesoro, perchè statale donala dal padre Teodoro, e benedetta in articulo mortis. Pertanto la trasse dal seno, e baciatala con effusione di affetto, se la pose innanzi, tenendola fra le mani, e si diè a pregare fervorosamente. Dopo la qual preghiera, le parve di sentirsi più sollevata, più libera, e le nacque un coraggio che prima non aveva. Tanto che tra un pensiero e l’altro, essendo già notte fitta, si lasciò andare a chiuder gli occhi e s’addormentò un cotal poco. Allora le parve di essere trasportata in paradiso, e vide il padre Teodoro tutto risplendente di gloria, che, fattosele vicino, le additava tre seggi voti, e udì che le diceva: – Sta di buon animo, Cecilia, questi seggi sono per te, per tuo marito e pel figliuol tuo, ma la vostr’ora non è ancora venuta, e voi godrete giorni felici per lungo tempo sulla terra. Quanto a me, il Signore mi ha chiamato, e quello è il mio posto, e quell’altro appartiene al padre Andrea. – A questo punto svegliossi, chè la notte era ancora alta, nè potè più riappiccare il sonno. Se non che quella apparizione, che le era sembrata così vera, quelle parole soavi dettele dal frate, e quella promessa di felicità, le aveva infuso un po’ di tranquillità nel cuore, talchè le lagrime non le piovevano più così dirotte, e i singhiozzi erano meno frequenti. Finalmente, venuto il dì, e insieme colla luce la speranza, sorse in piedi e avvicinossi alla finestra, tanto per riconoscere il luogo dov’era stata condotta; ma la finestra, come abbiam detto, anzichè ricevere la luce dall’alto, la riceveva dal basso, e non alzavasi più di due piedi del suolo, sicchè non lasciava vedere che poco spazio di terreno al di fuori. Quanto al cielo, la vista n’era affatto vietata. Lo Scannapecore aveva scelto a bella posta quella topaja, prima perchè era lontana da ogni luogo abitato, poi perchè voleva sgomentare anzi tratto l’animo della Cecilia e piegarlo col rigore. Il suo piano ei l’aveva già bell’e formato, e sperava che mostrando tutta la severità in sulle prime, poi raddolcendosi a poco a poco, avrebbe conquistato quell’animo schifo, salvo ad adoperare la violenza a caso disperato.
Ma questa volta il nostro canattiere aveva fatto i conti senza l’oste, perciocchè il dì appresso, mentre appunto stava per avviarsi alla volta della prigione, lo raggiunse un messo spacciato in fretta in fretta dallo Sciancato, il quale avvertivalo di tenersi in pronto con un centinajo di cani per recarsi tosto a Marignano a scortare il Duca nella caccia che voleva tenere. Nello stesso tempo gli faceva sapere che un nuovo passatempo avrebbe avuto luogo sul davanti del castello; laonde si sbrigasse se bramava goderne la sua porzione. Ad ogni modo, si trovasse sullo spianato non più tardi del mezzodì colla solita comitiva di cani e di canattieri, ch’egli lo avrebbe aspettato colà in compagnia di Girardolo della Pusterla e di alcune lance. Tali essere gli ordini di Barnabò, il quale aveva già preso la volta di Marignano.
Lo Scannapecore maledì per la prima volta in cuor suo quell’immensa smania di cacciare nel Duca, e appena si racconsolò un poco nel pensare che piacere differito non è perduto, anzi acquista pregio e diventa più ghiotto. Pertanto corse a dar avviso della partenza ai compagni, e lesti lesti, preparata ogni cosa, s’avviarono alla volta del castello di porta Romana, tenendosi in mezzo i cani assicurati a due a due per mezzo di guinzagli e di una lunghissima corda. Essi giunsero sullo spianato in tempo che lo spettacolo era finito e la gente tornavasi tristamente a casa. Lo Sciancato, che stava per rientrare co’ suoi nel castello, li vide spuntare dalla parte di s. Nazaro, e si trattenne sul margine del ponte levatojo. Quando furono vicini, voltosi allo Scannapecore, disse:
– Siete arrivati un po’ tardi: la festa è già terminata. Se aveste udito come cantavano quei due gaglioffi: pareva che andassero a vespro e non a farsi bruciare.
– Che è stato? – Chi sono? – Che cosa han fatto? – Chiesero i canattieri tutti ad un tempo.
– A bel bello, figliuoli, disse lo Sciancato, la storia è un po’ lunghetta e ve la racconterò per via. Ma ehi! soggiunse poscia, qui non siete tutti, dov’è rimasto Graffiapelle.
– Eh! quel balordo è più atto ad alzar mezzine che a fare il dover suo, rispose lo Scannapecore aggrottando la fronte. Jeri l’ho posto a custodia nella casa di quel tal armajuolo, e non so come, s’è lasciato accalappiare, ed è ritornato concio della persona che è una compassione. Oggi poi non ha voluto uscire, e ad ogni tratto gli salta fuori una nuova doglia, che par che voglia morire.
– Povero Graffiapelle! disse lo Sciancato, bisogna dire che jeri avesse il capo in cimberli più del costume.
– Stimo bravo io chi lo trova un minuto che non sia imbriaco, soggiunse lo Scortica; e in ciò poi non ha il torto. Viva il vino e l’imbriacatura.
/* Sempre brilli, sempre in festa, La malìa non ci molesta. */
– Che il diavolo li porti, sclamò lo Scannapecore. Se quel balordo non fosse stato così affogato nel vino e nelle percosse, questa notte avremmo avuto un più bel giuoco, e avremmo riso di miglior voglia.
– Eh! tant’è tanto io ho fatto la mia parte, disse lo Scortica, e ho proprio riso di cuore, quando udii quel poveretto cader giù dal tavolo e dar del capo sul suolo. Certo egli ha creduto di sprofondare fino in fondo all’inferno.
– E quando l’abbiam coperto col lenzuolo, disse Randellajo, e l’abbiam portato intorno alla camera. Allora sì, che avrà fatto conto di esser caduto in mano dei diavoli.
– Che? che è stato? dite su, compagni, chiese lo Sciancato in atto di meraviglia.
– Impara a star tutta la notte dall’Ambrosiolo, e a far il patito dietro un carcame di tosa, dissegli lo Scannapecore. Così hai perduto un divertimento dei più saporiti.
– Pazienza, rispose lo Sciancato, me ne ricatterò un’altra volta. Ora, ecco messer Girardolo insieme col Medicina. Andiamo, che è tempo.
Ciò detto, si sfilarono tutti in ordine, e presa la via che conduceva a porta Romana, s’avviarono a Marignano.

X

I consigli di Dio lampeggiavano sugli occhi dell’indurato Barnabò colla morte del figlio e della nuora, e colla vicinanza della peste; e pure nulla giovava a fargli cangiar costumi. Non so se sia verità, o se un sogno ed un inganno del volgo ciò che racconta il nostro annalista, dove dice, che nel mese di maggio apparve nella città di Milano alle diecinove ore del giorno un circolo di fuoco, dentro di cui vedevasi il capo di un uomo morto, dalle spalle in su, il quale pareva che ardesse; e durò per un’ora e mezzo assai vicino a terra, sopra il palazzo di Barnabò, cosicchè ognuno lo potette vedere; e poi disparve.
GIULINI, Memorie di Milano.

La nuova della morte dei due frati non avea destato gran rumore in Milano, perchè omai la gente aveva fatto il callo a cosiffatti avvenimenti, poi quell’accusa di eresia che erasi sparsa attorno, diminuiva in gran parte la compassione. Ben v’erano alcuni, i quali beneficati già dal padre Teodoro, e sicuri della virtù di quel sant’uomo, non volevano prestar fede a quelle voci; ma ad ogni modo stringevansi nelle spalle, e dicevano: sia fatta la volontà di Dio. Tanto il timore aveva oppresso gli animi, che fino la compassione era isterilita, e niuno piangeva la sorte degli altri, perchè diceva – Oggi è toccata a lui, domani può toccare a me. – Però nel convento dove i due frati, e specialmente il padre Teodoro, erano tenuti in gran conto, e, cosa rara, erano amati da tutti, l’annunzio della loro esecuzione produsse un senso straordinario. Appena la notizia ne venne, l’abate fe’ chiamare i frati a concistoro, e con un breve discorso esortandoli alla rassegnazione ed alla pazienza, e proponendo loro quei due siccome modelli di virtù, volle che si celebrassero le loro esequie con tutto il decoro che convenivasi alla circostanza, e che i loro nomi fossero venerati siccome quelli di due martiri della fede di Cristo.
Come rimanessero poi il nostro armajuolo e il garzone nell’udire quel fiero caso, è più facile imaginarlo che esprimerlo con parole. Allorchè quel frate Pasquale, di cui serbava grata memoria il ventre di Martino, venne a darne la nuova nella cella ov’erano raccolti i due sventurati in compagnia del fanciullo, Stefano si lasciò cadere sopra una seggiola come colpito dalla folgore, e Martino non ne fu meno dolente e maravigliato. Il povero armajuolo pensò in quel punto che la misericordia di Dio l’avesse propriamente abbandonato, giacchè per aggravare la sua sventura aveva perfino sagrificato due de’ suoi servi. A tale idea si strinse il capo nelle mani, quasi in atto di tenerlo a segno, e invero sentiva che la sua mente non poteva reggere a tanto succedersi di sventure, e dubitava di sè, degli uomini e perfino del Signore. Frate Pasquale, vedendolo così addolorato, stimò più opportuno lasciarlo solo e libero di sfogarsi, tanto più ch’egli stesso aveva troppo il cuore gonfio per la morte de’ suoi confratelli per poter consolare altrui. Laonde pian piano si ritirò dicendo all’orecchio di Martino:
– Fate di consolarlo voi quel pover’uomo, perchè io mi sento più voglia di piangere che di parlare. In ogni modo fate conto di essere ancora suoi ospiti, e state a vostro agio nel convento, come se vi fosse ancora quel santo uomo…. Anzi adesso vi avranno tutti maggior riguardo. Addio, la pace del Signore sia con voi.
Martino, poichè il frate fu uscito, prese la seggiola e portatola vicino all’armaiuolo vi si pose a sedere, aspettando ch’egli alzasse il capo. Ma Stefano pareva assorto in tristissimi pensieri e aveva la fronte cupamente rabbujata, come uomo che sta meditando alcun che di sinistro. Il garzone rimase profondamente rattristato a quell’aspetto, perch’egli non aveva mai veduto l’armajuolo così rabbuffatto in viso, neppure quando arrovellavasi con lui, e gli dava qualche scrollatina per avere svignato la bottega. Per lo che, temendo di qualche disgrazia peggiore, volle tentare di rabbonirlo se era possibile, e, chiamato a sè il fanciullo, gli accennò il padre suo e gli disse all’orecchio:
– Va, e abbraccia il papà, e digli che gli vuoi bene, perchè ne ha bisogno.
– E che cosa ha il papà? chiese il fanciullo pure a voce bassa; piange forse perchè gli hanno portato via la mamma? E questo diceva, perchè la sera innanzi aveva udito raccontare il fatto per disteso, allorchè c’erano i due frati.
– Sicuramente, ch’egli è per ciò, disse Martino. Or va, e fagli una carezza, e tienlo ben istretto finchè non ti dia un bacio.
Il fanciullo guardò tutto dolente il padre suo, poi fattosi vicino, gli salì sulle ginocchia, e colle braccia avvinghiatosi al collo, si diè a coprirlo di baci. L’armajuolo rimase ancora per qualche tempo nella sua attitudine meditabonda, e parve far forza a sè medesimo; infine, cedendo a quell’impulso naturale che gli sorgeva nell’animo, prese il ragazzo tra le sue mani e, guardatolo con atto d’ineffabile tenerezza, non disse che queste due parole: – Povero Marco. – Ma quelle parole dinotavano bastantemente che il cuore di Stefano era vinto, e che la sua mente cominciava a rischiararsi. Allora Martino non aspettò ch’ei ricadesse nella sua tristezza, ma voltosi d’un tratto a lui, gli disse:
– Or via, messer Stefano, che cosa dite che dobbiam fare?
– Partire tosto di qui, rispose l’armajuolo senza alzar gli occhi, intanto che con una mano seguitava ad accarezzare il fanciullo.
– E dove volete che andiamo? chiese di nuovo il garzone.
– Dove il diavolo ci porta. Che mi fa a me del luogo? disse Stefano corrucciato. Qui già non tira buon’aria per noi.
– Ma frate Pasquale m’ha dato sicurtà di rimanere, finchè ne piace, e m’ha detto che ci avranno tutte le cortesie possibili in memoria di quei due martiri che oggi furon falli morire.
– Lo so, lo so, rispose Stefano sospirando, che tutti volevano un gran bene al padre Teodoro, ed anche al padre Andrea, e che per ciò ci avrebbero riguardo siccome appartenenti a loro due. Non è dell’ospitalità di questi buoni frati ch’io temo; poveretti, essi hanno fatto tutto quello che possono a nostro prò.
– E di che cosa temete adunque? domandò Martino.
– Di che? del Duca, ossia dello Scannapecore. Credi tu che a quest’ora non sapranno ch’io sono rifuggito qui? E se nol sanno, che possano tardar molto a venirne in chiaro?
– Oh! non ardiranno venir a levarci di qui: sarebbe troppo grande insulto alla chiesa di Dio.
– Tu dici questo per ridere, eh, Martino? soggiunse tosto l’armajuolo. Che sì che il Duca avrà molto rispetto alla chiesa ed a chi vi abita. Ne hai sotto gli occhi l’esempio. Pensi tu, che se ha fatto abbruciare quei due santi uomini per una cosa da nulla, si rimarrebbe dal mandar sossopra tutto il convento e dal far arrostire tutti i frati, dall’abate al portinajo, quando volesse cavarsi una voglia, un capriccio, come questo?
– Ebbene, disse Martino alzandosi da sedere, eccomi qui, partiamo; io sono sempre con voi.
– Adagio, adagio, mio caro. Se non dobbiamo rimanere per non mettere in pericolo i nostri ospiti insieme con noi, non dobbiamo poi anche darci così alla cieca nelle mani del Duca. E l’uscire adesso sarebbe come dire, pigliateci. Bisogna lasciar passare il primo rumore. Questa notte dormiremo ancora qui, e domattina prima che faccia giorno usciremo di Porta Giovia, e sia di noi quel che è destinato.
– Udite, messer Stefano, prese a dire Martino. Voi già sapete che io vi sarò compagno sia nell’andare, sia nello stare, e di questo non ne parliamo. Solo voleva dirvi, che mi sa male di partire proprio così alla disperata, senza cercar di ajutarsi a restare.
– E che modo vorresti tu adoperare? disse l’armaiuolo sorridendo amaramente.
– Eh! messer Stefano, rispose il garzone, io non mi do ancora del tutto per vinto. La scomparsa del cane, e soprattutto quella della vecchia Marta, non l’ho ancora potuta ingojare. Se non li ha portati vìa il diavolo entrambi, in Milano ci devono essere; e poi, la vecchia Marta, con quel brutto nome di strega, deve aver di grazia a tornar a casa, se non vuol dormire la notte al sereno. Lasciate che stassera faccia una corsa fino al Carobbio, e vi saprò dire qualche cosa. Quell’andarsene così ad occhi chiusi non mi va a sangue, e chi sa che le faccende non si voltino. Se ne sono raccomodate di peggiori.
– Basta, disse l’armajuolo scrollando il capo con tuono di incredulità, per me fa quel che vuoi. Bada però a non capitar male.
– Eh! mio Dio, lasciate fare a me, che so come si vada attorno di notte senza inciampare. Così avessi in tasca tante lire, quante volte battei le strade di sera, quando c’era il taglio del piede a chi era colto. E i miei piedi, vedete, sono sani e lesti, e mi giovano a maraviglia.
Infatti Martino non aspettò neppure che la sera fosse innoltrata, e colla permissione di frate Pasquale, il quale era stato assunto all’ufficio di guardiano per la morte di padre Andrea, uscì di soppiatto dal convento, e non ritornò che dopo una buona mezz’ora. L’armajuolo, quantunque avesse mostrato poca fiducia nel tentativo del garzone, lo stava però aspettando con molta ansietà, perchè la speranza è come la pece, che dove s’attacca, lascia il segno. E Stefano sperava, senza sapere nè come, nè di che, ma pure sperava, e per quel momento sentivasi quasi sollevato dall’angoscia che l’opprimeva. Quando poi vide il garzone entrare tutto allegro nella cella, il cuore gli saltò di gioja, e tesagli una mano, gli disse affannoso:
– E così, com’è andata?
– Benone, messer Stefano, non poteva capitar meglio. L’ho detto io, che chi cerca trova, e chi non vuol cercare suo danno.
– Via, spicciati, di’ su, non tenermi in questa ansietà, disse l’armajuolo respirando appena.
– Ih! ih! messer Stefano, adesso v’è tornata la fiducia, neh? disse il garzone. Ma non importa, ora non voglio darvene cagione. Sappiate intanto che il cane è trovato.
– Trovato, dici? propriamente trovato? sclamò l’armajuolo, che tu sia benedetto, figliuol mio, tu mi torni in vita. E dov’è quella bestiaccia, dov’è?
– A bel bello, messer Stefano, un cane non è mica un balocco da mettersi in tasca, e nemmeno si può condurlo via così sui due piedi.
– Ma l’hai almeno veduto, chiese Stefano.
– Neppure.
– Ma in che modo dunque l’hai trovato? parla una volta in nome del cielo?
Se mi lascerete dire, parlerò, rispose il garzone. Ecco qui la cosa come avvenne. Uscito di qui, corsi difilato alla casa della vecchia Marta, e su per la scala, e siccome trovai l’uscio socchiuso, entrai a dirittura. La vecchia si volse a un tratto, ma sulle prime non mi riconobbe; poscia, quando ebbi sbarazzato il viso, gettò un grido e mi corse incontro: – Che? siete voi, proprio voi, che vedo? – La ribaldaccia mi credeva già ito a ingrassar cavoli. Io allora fo muso da saraceno e le dico – Dov’è il cane? – Ed essa – Ah! sì poveretti, lo so che avete patito molto a cagione di quella bestia – Ed io sempre più fiero. – Dov’è quel cane? – Essa allora si dà a piangere, mi prega e mi scongiura, che non l’ha fatto a posta, che fu costretta, e cento altre ciarle di tal fatta, tanto che riuscì a dire che il cane c’era, e sapeva in che luogo, ma che bisognava far la cosa segretamente, perchè guai a tutti; infine che tornassimo entrambi domani a sera che ce lo avrebbe consegnato.
– E tu hai creduto a tutte le bugie che colti t’ha infilzato, disse Stefano. Va, non ti credeva sì dolce.
– Eh! non sono poi quel gonzo che credete, rispose Martino. Pure, se aveste veduto come piangeva, e come m’andava supplicando, avreste detto voi stesso che faceva daddovero. E non contento di ciò, l’ho minacciata così fieramente, che varrà la paura se non varrà la coscienza; infine poi l’ho fatta giurare, per tutti i vangeli del mondo, che non ci avrebbe traditi, e se aveste veduto con che fervore invocava il Signore e la Beata Vergine. Sicchè per questo lato son sicuro.
– Orsù, lo vedremo domani, disse Stefano. Ora è tempo che ci corichiamo, perchè tu avrai bisogno di dormire.
Ciò detto, Martino col fanciullo si accomodarono alla meglio sopra il letticciuolo, e l’armajuolo si distese sopra una seggiola, rifiutando a tutta forza di coricarsi. Tutta la notte e tutto il dì appresso passarono senza che nulla accadesse di memorabile, almeno così pare a noi, perchè il nostro cronista lascia a questo punto i suoi personaggi, e non li ripiglia che in sulla sera del giorno vegnente. La quale, poichè fu giunta, Stefano prese commiato dall’abate e da frate Pasquale, diè a portare il fanciullo a Martino, e con lui s’avviò alla volta del Carobbio. La notte era già innoltrata d’alquanto, e l’oscurità così fitta che non vedevasi a un palmo dal naso. Allorchè i nostri profughi arrivarono davanti a quella tal porticina, l’armajuolo, nel rivedere quel luogo, sentissi rimescolare il sangue dentro le vene, e pensò allo strazio sofferto tre giorni addietro; pure si fece forza ed entrò. Se non che, nello sboccare che fecero nel cortile, Stefano si sentì afferrare per un braccio, e udì la voce di Martino che dicevagli sommesso all’orecchio:
– Su, pigliate voi il fanciullo, messer Stefano, che salirò io dalla vecchia. Non è cosa prudente il metterci entrambi nella trappola, se mai ve ne fosse. Voi state sulla via ad aspettarmi.
– No, Martino, rispose l’armajuolo. Se mai havvi pericolo, non voglio che tu ti esponga un’altra volta per me. Via, taci, ora voglio così. A dirti il vero, muojo anche dalla voglia di dir due parole a quella vecchia del diavolo.
– Sia come volete. Io mi tratterrò fuori della porta. In ogni caso non avete che a chiamare.
– Lascia fare a me; ho qui con che farmi chiaro; e toccava il pugnale.
Questa prudenza di Martino eragli stata suggerita dalla vista di un’ombra che i suoi occhi di lince avevano scorto nel cortile, la quale poteva benissimo esser prodotta da una illusione della sua fantasia, ma ad ogni modo gli aveva dato a pensare. Ei non ne fe’ motto all’armajuolo per non mettere la porta a rumore e mandar fallito il suo disegno; ma stimò opportuno adoperare quella cautela e porsi in guardia contro ogni evento. Pertanto accomodatosi come meglio potè il fanciullo sul braccio sinistro, brandì colla destra un coltellaccio che teneva seco ad onta del divieto del Duca, e collocossi allo sbocco della porta, dicendo tra sè: – Per Dio, se c’è alcuno dentro, dovrà passare di qui, se pure non è un fantasma.
L’armajuolo intanto aveva salito la scaletta, e trovato l’uscio aperto, era entrato nella stanza della vecchia Marta. Costei stava seduta davanti a un gran cammino, che era tutto l’ornamento di quella camera, e con un ferro andava attizzando sul focolare quattro carboni che minacciavano di spegnersi ad ogni istante. Dal cammino pendeva una pentola, in cui bolliva non so che strano intingolo, il quale mandava un odore sì perfido da appestare le nari di qualunque cristiano. La camera era illuminata soltanto da quel meschino fuoco, ond’è, che tranne un po’ di spazio all’intorno del focolare, il restante giaceva nell’oscurità. Al primo entrare dell’armajuolo, s’udì qualche cosa agitarsi in quel lato della stanza non rischiarato, e un brontolìo sommesso come di un cane che si svegli; ma un sibilo della vecchia bastò a tornare ogni cosa in silenzio. Stefano, che aveva udito quel brontolìo e quel dimenarsi, riconobbe tosto l’animale e sì sentì allargare il cuore dalla gioja, non però in guisa che non si volgesse sdegnato alla vecchia e le dicesse:
– Or via, Marta, la coscienza v’ha finalmente parlato? V’è rincresciuto una volta del male che avete fatto alla povera gente? Meritereste che io mettessi a bollire le vostre ossa dentro quella pentola, vecchia sciagurata. Ma, pazienza, per questa volta v’ho perdonato, e sappiatemene grado. Orsù, datemi il cane, e che ogni cosa sia finita.
La vecchia, la quale teneva volto il dorso all’uscio, girò un cotal poco gli occhi a quelle parole, e senza aprir bocca alzò le spalle con un gesto di sprezzo e tornò al suo ufficio di rimestare il fuoco. L’armajuolo fu più maravigliato che sdegnoso di quell’atto, e pensò che la vecchia non concedesse di buon grado il cane, e lo facesse solo costretta dalle minacce di Martino; il perchè, mosso un passo innanzi, disse:
– Ho capito, vi sa male di dover fare un po’ di opera buona, non è vero? Eppure io vi credeva di miglior pasta. Ma già voi altre donne ingannate sempre. Basta, non monta andar in collera per ciò: se non me lo consegnate voi il cane, me lo piglierò da per me, e la faccenda è accomodata, va bene così?
– No, rispose la vecchia con voce rauca e profonda, che pareva uscisse di sotterra.
L’armajuolo che erasi mosso in cerca del cane e lo chiamava colla voce, si trattenne stupefatto a quella risposta, e uno strano sospetto gli balenò nella mente. Colla mano corse al pugnale che teneva sotto il farsetto, poi avvicinossi cautamente al cammino. Ma ad ogni passo che faceva il sospetto gli andava lontano mille miglia, e quando le fu affatto vicino non ebbe più l’ombra del dubbio, che non fosse la vecchia Marta. Sua quella grama vestaccia che traeva al nero, sua la pezzuola, posta sbadatamente sul capo e dalla quale scappavano alcuni rari capelli grigi, sua l’incurvatura della persona; insomma non iscattava un pelo. Però se il sospetto era fuggito, non era però caduto lo sdegno, ond’è che postale una mano sulla spalla, e scossala fortemente le disse:
– Vecchia del demonio, hai piacere forse ch’io stritoli questo tuo sozzo carcame, perchè mi rispondi in tal guisa? Vuoi tu ch’io mi ricordi del mal giuoco che m’hai fatto, e ne pigli vendetta a misura di crusca?
– Bel bello, Stefano mio, rispose la vecchia volgendosi d’un tratto e cacciando indietro la pezzuola, le mie ossa sono di pasta alquanto più dura e scottano le dita a chi le tocca.
– Potenza di Dio! lo Scannapecore! gridò l’armajuolo, balzando indietro d’un passo.
– Ah! ah! disse il canattiere con quel suo ghigno ironico, t’è passata adesso la voglia di stritolarmi, e di pormi a bollire dentro la pentola? Gaglioffaccio! Hai creduto di farmela tenere, ma fallasti nei conti. Ora tocca a me a dirti: vuoi tu ch’io mi ricordi delle minacce e delle spavalderie che facevi alle mie spalle?
L’armajuolo non disse una parola, ma lo stette guardando in atto di fierissima risoluzione, e ringhiava tra i denti. A un tratto, spiccato un salto, si slancia sopra il canattiere col pugnale innalzato per ferire, e colla sinistra afferratolo alla gola, colla destra gli menò un colpo al cuore, che guai se l’avesse colto, tanto era dirizzato giusto. Ma il caso volle che la lama s’impigliasse nella vesta che il canattiere aveva indossato per rassomigliare alla vecchia, e per quanto l’armajuolo s’ingegnasse di cavarnela, non ne venne a capo. Lo Scannapecore, il quale sebbene avesse pensato di trovar resistenza nell’armajuolo, non sognava neppure di dover essere assalito a quel modo, ebbe appena il tempo di chiamare i compagni, e tentò di abbassarsi per dar di piglio al ferro che giaceva sul focolare. Ma Stefano, il quale vide che del pugnale non poteva più giovarsi, e che gli era un perder tempo, non gli lasciò agio a sciogliersi dalla prima stretta che gli diede, anzi, abbandonato d’un tratto il pugnale, gli si avvinghiò sì forte alla persona, che al canattiere venne meno il respiro. Pure trovò ancora tanto fiato da gridare una seconda volta, e fece anche uno sforzo violento per divincolarsi; ma i compagni dello Scannapecore o erano sordi, oppure fuggiti. Fin dal primo assalirsi dei due, uno strano chiarore era apparso dall’uscio tuttora aperto, e dapprima fioco e lento, erasi di poi vieppiù rinvigorito, e aveva preso un color fosco e sanguigno. Sì il canattiere che l’armajuolo erano rimasti maravigliati di quell’improvvisa apparizione, e temettero di qualche grave sciagura, e più il canattiere, il quale aveva la coscienza non troppo linda: ma, poichè trovavansi entrambi in un pericolo più forte e più vicino, non badarono più che tanto a quella luce. Chi vi badò e ne fu oltremodo spaventato, erano stati i cagnotti dello Scannapecore da lui collocati in agguato nel cortile, i quali al primo mostrarsi di quel chiarore si guardarono in viso pallidi e istupiditi, poi la diedero a tutte gambe senza trovar coraggio di voltarsi indietro. E n’avevano ben donde, imperocchè quella luce veniva da una apparizione celeste, la più strana e la più terribile che si potesse vedere. Era un teschio umano, ardente dentro un cerchio di fuoco, così vicino a terra, che pareva dovesse incendiare le case, e specialmente il palazzo del Duca, sopra il quale posava. Anche Martino fu preso da una gran paura, e temendo che le grida del fanciullo non lo scoprissero, si volse per fuggire, nè sapendo dove, incamminossi alla volta della bottega. Ivi, pensava, avrebbe potuto deporre il fanciullo, e poi ritornare in traccia dell’armajuoio. E così fece.
Stefano intanto a furia di arrabattarsi era riuscito a stramazzare lo Scannapecore, tanto che sentendo una mano libera, raccolse il pugnale da terra, ov’era caduto, e appuntatoglielo alla gola, gli gridò:
– Ora, raccomanda quella tua sozza anima a Dio, perchè la è finita per te.
– Oimè! pregava lo Scannapecore, non vogliate uccidermi; che pro ne caverete! Infine io non ho mai tentato di togliervi la vita.
– Lo so, ribaldo, lo so che volevi togliermi qualche cosa di più caro. Ma, soggiunse Stefano esitando, quasi sdegnasse di domandar ciò al canattiere, e di Cecilia che cosa è divenuto?
– Oh! quanto a lei, non le fu torto un pelo. Sebbene da quel dì che fu condotta prigione non l’abbia ancora veduta, me ne fo io mallevadore.
L’armajuolo sentì alleggerirsi d’un peso nell’udire che lo Scannapecore non aveva mai visitato la sua Cecilia, laonde raddolcito alquanto gli disse:
– Per ora ti dono la vita in grazia della nuova che mi hai dato, ma non isperare ch’io ti lasci libero, soggiunse poi vedendo ch’ei tentava di sollevarsi. Oibò, non sono sì gonzo da guastarmi le uova nel paniere, ora che ve le ho raccomodate. Vieni qui, seguitò a dire trascinandolo in un canto dov’era il letticciuolo. Giacchè hai indossato gli abiti della vecchia Marta, puoi anche giacere nel suo letto, e dormirvi finchè ti svegli la tromba del giudizio. Suvvia, ajutati a salirvi, o per Dio, ti fo assaggiare la punta di questo pugnale.
In quel mentre udissi un rumore di passi sulla loggia ed un uomo entrò nella camera. Stefano si volse minaccioso, senza però lasciare il canattiere, ma al chiarore che veniva dal di fuori, ravvisò tosto il garzone, talchè rassicuratosi, disse:
– Bravo Martino, sei giunto in tempo, cerca nella camera se mai ci sia qualche pezzo di corda per assicurare questo valent’uomo, affinchè nel dormire non caschi in terra.
Martino non durò gran pezza a frugare, e avvicinatosi al letto con un gran fascio di corde d’ogni fatta, le ravvolse attorno alla persona dello Scannapecore, poi cacciatogli addosso il saccone, ne assicurò i capi ai travicelli di ferro del letto, e lo scosse fortemente per provarne la tenacità. Quando furono sicuri che ogni cosa andava bene, e che il canattiere soffocato sotto il saccone e legato da ogni lato non poteva muovere un dito, e quasi neppur respirare, si portarono all’altro angolo della stanza dov’era legato il cane, e scioltolo, lo condussero con loro avviandosi alla volta della casa. Allorchè uscirono in istrada, l’armajuolo, visto donde veniva il chiarore, fece il segno della croce e disse:
– Oimè! qualche nuova sciagura ci deve toccare. Povera Milano! Poi, come risovvenendosi d’alcun che, disse, e il fanciullo?
– Il fanciullo è già coricato nel suo letticciuolo, rispose Martino.
– Va bene. Spero coll’ajuto del Signore che domani potremo tutti dormire nel nostro.
Così favellando erano giunti a casa, e accarezzato un po’ il fanciullo, che non s’era per anco riavuto dallo spavento, si coricarono entrambi colla speranza nel cuore. E noi li lasceremo dormire in pace sino al dì appresso, e sognare dei casi loro finchè vogliono: solo ai lettori più curiosi degli altri, i quali chiedessero in che modo si trovasse lo Scannapecore al posto della vecchia Marta, diremo…. anzi non diremo nulla, perchè allora torremmo al nostro racconto quel po’ di mistero, che a stento vi abbiamo introdotto. Però, lasciam libero ad essi di pensare che il canattiere possa essere tornato il dì appresso, dopo la caccia, che possa essersi recato dalla vecchia per saper nuove dell’armajuolo, che trovatovi il cane, e pigliato sospetto, abbia cavato il segreto dalla bocca della vecchia, che l’abbia costretta a spogliarsi e a sloggiare per lasciare ch’ei restasse: insomma, tutto quello che parrà loro più opportuno a spiegare la cosa. Quanto all’apparizione del teschio, se mai vi fosse qualche incredulo, abbiam posto a rinforzo di verità l’epigrafe tolta dal Giulini, colla sola differenza che, quello storico la pone nel maggio del 1383, mentre il nostro cronista ne parla siccome fosse avvenuta nel novembre del 1374.

Il mattino vegnente il Duca tornava dal suo castello di Marignano, e stava per metter piede nel palazzo di s. Giovanni in Conca, allorchè, nel voltarsi un tratto, si vide a lato un tale che, buttatosegli a’ ginocchi e presentandogli un cane, gli chiedea mercè.
– Chi sei? chiese il Duca, il quale era io vena di buon umore.
– Stefano Baggi, armajuolo, rispose colui sempre inginocchiato.
– Ah! ah! adesso mi sovviene, disse Barnabò. L’hai trovato finalmente il cane! Già con voi altri bisogna adoperar la corda e la prigione per cavarne qualche cosa.
– Deh! messer Duca, non vogliate darmene cagione, rispose Stefano, perchè non ne ho una colpa al mondo. E qui si faceva a narrargli l’accaduto.
Il Duca lo stette ascoltando tra il maravigliato e lo sdegnoso, e quand’ebbe finito, gli disse:
– Alzati, valent’uomo; se ciò che mi narri, è vero, ti sarà fatta giustizia, e vedrai se Barnabò permette soprusi nella sua corte. Girardolo, soggiunse poi volto al suo familiare, stacca quattro lance e mandale al Carobbio per cercarvi lo Scannapecore. Vogliamo un po’ godercela con quel tristo. E tu, armajuolo mio, bada di non aver detto bugie, perchè guai a te.
– Giuro per tutti i santi del paradiso, disse Stefano, che quello che dissi alla signoria vostra è vero, com’è vera la luce del sole.
– Ora lo vedremo, rispose il Duca.
Quand’ecco, intanto che le lauce stavano per avviarsi dalla parte del Malcantone, odesi un gran rumore di voci, e una moltitudine correre pazzamente alla volta del palazzo. Quando fu a pochi passi, i primi che s’affannavano, accortisi del Duca, cessarono dal gridare e diedero luogo ai sorvegnenti: tanto che lasciato uno spazio voto, si vide comparire una specie di lettiga, sulla quale era disteso alcun che rassomigliante al corpo d’una femmina. I quattro che la sostenevano, quando si videro in presenza di Barnabò, presi da subita paura, si tolsero quel peso dalle spalle e, lasciatolo cadere a terra, se la svignarono in mezzo alla folla.
– Che vuol dir ciò? chiese il Duca, il quale sospettava già della cosa.
– È lo Scannapecore, gridarono tutti in coro.
Infatti era il canattiere, il quale trovato al mattino mezzo soffocato nel letto, incapace di reggersi sulle gambe, era stato portato a braccia di popolo, così vestito da vecchia, fra le risa ed il tripudio della ribaldaglia. Il Duca appressatosi a lui, che giaceva senza trar fiato, riconosciutolo, gli diè una spinta con un piede, e disse:
– Gettate ai cani questa carogna, e che ognuno vada pe’ fatti suoi.
Lo Scannapecore fu portato dentro e posto in un camerotto insieme coi mastini, dove appena giunto mandò l’ultimo fiato;e la moltitudine partissi cheta cheta, e oltremodo contenta di quello spettacolo. L’armajuolo, entrato insieme col Duca, riebbe la moglie e il garzone, e tutti e tre recatisi a casa fecero una festa grande e ringraziarono il cielo della loro liberazione.

FINE.

Giuseppe Pitré – Avvenimenti faceti – Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVII

EText-No. 42649
Title: Avvenimenti faceti – Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII
Author: Pitré, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 42649
Title: Avvenimenti faceti – Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII
Author: Pitré, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 42649
Title: Avvenimenti faceti – Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII
Author: Pitré, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 42649
Title: Avvenimenti faceti – Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII
Author: Pitré, Giuseppe
Language: Italian
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Francesco Domenico Guerrazzi – La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII

EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico;1873;1804
Language: Italian
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EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico;1873;1804
Language: Italian
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EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico;1873;1804
Language: Italian
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EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico;1873;1804
Language: Italian
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EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico;1873;1804
Language: Italian
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Michele Amari – La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 – Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII

EText-No. 29409
Title: La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 – Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII
Author: 1889;1806;Amari, Michele
Language: Italian
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EText-No. 29409
Title: La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 – Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII
Author: 1889;1806;Amari, Michele
Language: Italian
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EText-No. 29409
Title: La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 – Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII
Author: 1889;1806;Amari, Michele
Language: Italian
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EText-No. 29409
Title: La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 – Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII
Author: 1889;1806;Amari, Michele
Language: Italian
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Title: La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 – Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII
Author: 1889;1806;Amari, Michele
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Francesco Domenico Guerrazzi – Beatrice Cenci – Storia del secolo XVI

EText-No. 17837
Title: Beatrice Cenci – Storia del secolo XVI
Author: 1873;Guerrazzi, Francesco Domenico;1804
Language: Italian
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EText-No. 17837
Title: Beatrice Cenci – Storia del secolo XVI
Author: 1873;Guerrazzi, Francesco Domenico;1804
Language: Italian
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EText-No. 17837
Title: Beatrice Cenci – Storia del secolo XVI
Author: 1873;Guerrazzi, Francesco Domenico;1804
Language: Italian
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EText-No. 17837
Title: Beatrice Cenci – Storia del secolo XVI
Author: 1873;Guerrazzi, Francesco Domenico;1804
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EText-No. 17837
Title: Beatrice Cenci – Storia del secolo XVI
Author: 1873;Guerrazzi, Francesco Domenico;1804
Language: Italian
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Francesco Domenico Guerrazzi – Il secolo che muore

EText-No. 42775
Title: Il secolo che muore, vol. I
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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EText-No. 42775
Title: Il secolo che muore, vol. I
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
Link: 4/2/7/7/42775/42775-h/42775-h.htm

EText-No. 42775
Title: Il secolo che muore, vol. I
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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EText-No. 42775
Title: Il secolo che muore, vol. I
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
Link: 4/2/7/7/42775/42775-h.zip

EText-No. 42775
Title: Il secolo che muore, vol. I
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
Link: 4/2/7/7/42775/42775-0.zip

EText-No. 42777
Title: Il secolo che muore, vol. III
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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EText-No. 42777
Title: Il secolo che muore, vol. III
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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EText-No. 42777
Title: Il secolo che muore, vol. III
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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EText-No. 42777
Title: Il secolo che muore, vol. III
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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EText-No. 42777
Title: Il secolo che muore, vol. III
Author: 1804;1873;Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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Olindo Guerrini – Prefazione alle “Rime di tre gentildonne del secolo XVI”

Le rime delle tre poetesse italiane che nel loro secolo furono reputate e tuttora paiono le migliori, escono alla luce unite per la prima volta in volume di prezzo mitissimo. Del che, siamo certi, ci saranno grati, non solo i numerosi e benevoli che hanno dato sì buona fortuna a questa Collezione Classica, ma ancora le donne, l’educazione delle quali va oggi crescendo di coltura, e non isdegna ricordare, ammirare ed oramai seguire, gli illustri esempi del passato.

Vittoria Colonna, prima per fama tra le poetesse italiane, nacque nel 1490 dal celeberrimo Fabrizio e da Agnese di Montefeltro figlia di Federigo duca d’Urbino. Nulla dovea mancarle di quel che rende felici le donne di animo volgare. Nobiltà quasi regia di natali, bellezza rara, ingegno acuto, educazione squisita, omaggi, onori, ammirazioni ed adulazioni, tutto insomma quel che è tenuto degno d’invidia da chi nelle cose vede solo la scorza, tutto le abbondò, tutto le fu prodigato dalla fortuna. Ma la felicità del cuore, quella appunto che alle donne è prima, le dovea mancare. Non aveva ancor raggiunto il quinto anno che il padre, seguendo il costume signorile del tempo in cui le donne erano date ad uno sposo o a Dio senza il consenso loro e per diritto ferreo di patria potestà, la fidanzò a Ferrante Francesco figlio di Alfonso d’Avalos marchese di Pescara, spagnuolo male italianizzato e sostenitore valoroso e potente dell’armi e delle pretese spagnuole in Italia. Il Colonna, che aveva abbandonata la parte francese per darsi, corpo ed anima, alla spagnuola, stringeva così sempre più i vincoli che a questa parte lo legavano, sigillava col sangue de’ suoi i nuovi patti coll’Impero, senza nemmen pensare che da quegli infantili sponsali potesse venire un giorno l’infelicità della figlia, o, pensandolo, senza curarsene. La dea che presiedette alle nozze fu la Ragion di Stato, quella stessa che presiede alle nozze dei principi, e ai padri europei di quel secolo pareva dea buona e propizia abbastanza se prometteva loro buoni interessi. Di quel che potesse accader poi tra le due vittime, nel segreto de’ cuori mercanteggiati, nelle anime chiuse violentemente ad ogni più cara illusione, ad ogni dolcezza di affetto vivo e condiviso, nessuno se ne occupava allora tra i grandi, come nessuno oggi tra i prìncipi se ne occupa. In verità che all’amore più si convengono l’uguaglianza e le leggi della democrazia.
E Vittoria, così invidiabilmente felice al di fuori, non potè sfuggire alla infelicità del cuore. Se ella non avesse amato il marito, avrebbe forse sofferto meno; ma lo amò e fu peggio. Gli sponsali dell’infanzia divennero giuste nozze nel 1509 quando Vittoria ebbe raggiunto l’anno decimonono. Le feste splendide non le alleggerirono il dolore dell’abbandonare la casa paterna, ma ben presto le delizie di Napoli e d’Ischia, la pienezza dei gaudi con impazienza desiderati, valsero a consolarla. Fu questo il breve periodo della felicità sua che, se avesse durato, ci avrebbe tolto forse l’opera del suo ingegno; e dopo tre anni di quel paradiso convenne al marchese di Pescara seguir Fabrizio Colonna al campo della Lega.
Non è qui luogo da ricordare le guerre infelici di quel tempo, quando l’Italia, giunta oramai al sommo della coltura intellettuale, cadeva nel più basso dell’abiezione politica. Nicolò Machiavelli, poco men che solo, sognava una Italia una e forte, fosse pure, come aveva già fantasticato, sotto la ferrea mano di Valentino Borgia. Solo, precorrendo i tempi, raccomandava milizie italiane, levate, ordinate, istruite in casa per difendere la patria. E l’Italia, in tanta fioritura d’ingegni, in tanto splendore di coltura e di eleganza, lasciava solo col suo forte pensiero il gran Segretario, cercando un equilibrio precario tra i dominatori stranieri che la percorrevano tutta, opponendo un esercito spagnuolo ad un esercito francese, gli svizzeri a tedeschi, re Francesco all’imperator Carlo, senza mai pensare ad opporre sè stessa agli invasori. I principi cercavano salute e stabilità nelle armi forastiere, nelle alleanze presto fatte e più presto disfatte, odiandosi cordialmente tra loro, quando l’unirsi sarebbe stato dovere, fortuna, gloria. E il papa, questo assiduo e scellerato nemico d’Italia, soffiava nelle discordie, imbrogliava tutte le fila preparate a tesser le paci e nella ruina di tutti impinguava sè, la famiglia ed i bastardi.
E tanta fu la infelicità dell’Italia che la stessa coscienza de’ migliori fu pervertita. Certo non è da giudicare la storia italiana del secolo XVI coi criteri dominanti nel secolo XIX, e da vituperare gli uomini di quel tempo perchè non intesero la politica come noi e non ebbero chiara l’idea dell’unità come il Mazzini. Ma ad ogni modo le vergogne di quel secolo sono troppe per supporre che tutte dovessero essere indifferenti agli uomini retti e ingegnosi. Non tutti possono esser scusati come Vittoria, alla quale le bende dell’amore non lasciarono discernere le pecche del marito e della parte che difendeva un giorno col valore e l’altro col tradimento. Alla donna innamorata era lecito insuperbire delle gloriose ferite toccate dal marito nella giornata di Ravenna, ma è strano come nessuno s’avvedesse delle ferite toccate dall’Italia. Bisogna veramente che ogni idea italica fosse caduta dalla coscienza degli Italiani e che l’altezza degli animi fosse in ragione inversa dell’altezza degli intelletti.
Il cancelliere Morone, politico astuto e di poca fede come tutti i colleghi suoi di quel tempo, stretto dalla rovina prossima del ducato milanese, concepì e propose il disegno di una lega italica che assicurasse l’indipendenza de’ principi e quindi l’integrità del ducato a Francesco Sforza. Fidò il disegno al Pescara, salito in gran nome dopo la battaglia di Pavia e disgustato con Carlo V per non averne ottenuto compensi uguali alla propria superbia ed avarizia. Nel disegno del Morone al Pescara doveva toccare la corona di Napoli e pare che ci fosse un momento in cui l’ambizioso marchese prestasse davvero orecchio compiacente alla tentazione. L’idea era bella, grande, santa e per ciò doveva finire come finì. Mentre il Morone proponeva al Pescara questa congiura contro Carlo V, pare che ne desse sentore allo stesso Carlo per tenersi aperta una ritirata in caso di mala riuscita. Dall’altro canto il Pescara, ricevute le proposte, dopo breve esitazione, non ebbe altra premura che di tradire il Morone. Così la santa idea della indipendenza d’Italia non fu che il tranello in cui due traditori cercarono di assassinarsi a vicenda. È vero, ripetiamo, che i fatti di ieri non si giudicano bene coi criteri dell’oggi, ma quel mercato e quel tradimento a proposito di cosa sacra, furono infami allora, lo sono oggi e lo saranno finchè la virtù non sarà quel nome vano che il secondo Bruto pensò nella disperazione della sua causa.
Ma di questo che importava a Vittoria? Il marito suo aveva tutto quel che può rendere superba e felice una donna. Beltà, nobiltà, valore personale attestato da cicatrici onorande, coltura non mediocre, fama, potenza, tutto. I difetti che poteva avere non reggevano sulla bilancia dell’amore; forse l’innamorata appena li discerneva. Poteva ella posporre il marito alla utopia di una Italia secondo Petrarca? Ella si contentava di seguire quanto le fosse possibile il bello stile del cantore di Laura per celebrare le glorie del marito, ma non poteva certo levarsi sino a quegli ideali di indipendenza e di repubblicanesimo latino che vivificano l’opera pensata di messer Francesco. Non che debolezza di sesso le togliesse vigore per ciò, ma perchè amore glielo toglieva. E non sarebbe giusto il chiedere a gentildonna allevata in casa di Fabrizio Colonna l’acume politico di Nicolò Machiavelli. Se l’educazione e l’amore l’acciecarono sui pregi e sui difetti del marito, l’educazione e l’amore sono la sua scusa. Se oggi alla prima gentildonna d’Italia sarebbe colpa e peggio, il non odiare il nemico d’Italia, fosse pur il pontefice, allora alla prima gentildonna d’Italia non potè esser colpa il porre il marito sopra una patria della quale non conosceva che il nome per tradizione di retori. Ogni tempo ha le sue idee, ogni età i suoi errori, ed ogni tempo ed ogni età debbono trovare o l’assoluzione per ignoranza o la condanna per malvagità, nella giustizia della storia.
Ma il marchese di Pescara aveva appena compiuto il suo tradimento dal quale senza dubbio si riprometteva quei premi che dopo la battaglia di Pavia gli erano mancati, allorchè la morte lo raggiunse nel fiore della fortuna e nel trentesimoterzo anno di vita.
La sua morte fu un colpo terribile per la sposa innamorata, e da quel giorno non la vediamo più che ospite di monasteri che promettono la pace del cuore nelle contemplazioni ascetiche, e qualche rara volta ospite di principi o di pontefici che nella mesta vedova onorano la gentildonna colta, pia e virtuosa. Frequentava assiduamente le prediche, e le cronache bolognesi ce la mostrano prostrata innanzi a tutti i pergami e a tutti gli altari al suo ritorno da Ferrara. Sembra proprio che ella cercasse in buona fede l’anestesia del cuore nella religione.
Se non che a quel tempo non si poteva essere religiosi davvero senza sospetto di eresia. Vittoria fu anzi accusata da alcuni storici di essersi data segretamente alle opinioni della Riforma, benchè l’accusa non abbia che qualche debole fondamento di apparenza e sia smentita da tutte le rime sacre che abbiamo della poetessa e che sono in questo volume. Per rompere i confini del cattolicesimo le mancavano la educazione adatta e la forza dell’animo. Ella, nata in Roma da famiglia che contava parecchi papi nell’albero genealogico, avvezza alla fede cieca del romanesimo, non cercava nella religione la quiete del raziocinio, ma la quiete del cuore. Certo il lungo figgere la mente nelle meditazioni ascetiche l’avrà indotta a discutere seco stessa o con altri intorno ai problemi religiosi che affaticavano il suo tempo. Forse anche, sedotta dalla ragione e dalla ragionevolezza, avrà qualche volta approvato un discorso, una idea, una proposizione eterodossa; ma senza conoscere la eterodossia delle massime: o se pure qualche dubbio veramente si agitò in lei, se pure la sua fede per qualche ora vacillò, la tradizione, l’educazione, il bisogno del riposo interno, la ricondussero subito nel sentiero antico, nel tramite cattolico romano, troppo felice se l’intimo riposo compensava le legittime ripugnanze della ragione. E quanti ancora oggi non osano affrontare la discussione di certi problemi per tema di perdervi la pace dell’anima, la sonnolenza tranquilla della coscienza, e preferiscono credere alle stupidità di un miracolo che avventurarsi nelle lotte dolorose dell’esame!
Ma se l’educazione romana le tolse di rinnovare con maggior fortuna e seguito il tentativo riformista di Renata d’Este; se l’educazione stessa le faceva amare e cantare un uomo poco stimabile purchè in lui si personificasse quel certo ideale dell’eroe ariostesco caro alle donne d’allora, pronto a menar le mani, fedele alla dama, a Dio ed al buon Carlomano qualche volta, ma assolutamente ignorante del nome e dell’idea di patria; se questa educazione non solo le faceva vedere nel marito un eroe, ma in Fabrizio Maramaldo un uomo pieno di virtù, sincerità e fede, secondo scrisse al principe di Oranges; non si può però negare che, per quel che riguarda alla coltura, più virile che femminile come conveniva alle gentildonne di quel tempo, ella sia prima tra tutte ed esempio di raro uguagliato e meno ancora superato. E la consuetudine coi migliori ingegni del suo tempo dovette affinarle l’ingegno e il gusto, poichè mal si saprebbe pensare una mente che fosse rimasta serrata e ottusa presso il Bembo, il Sadoleto, il Molza, il Castiglione, l’Ariosto, l’Alamanni, Bernardo Tasso, il Dolce, il Guidiccioni, i cardinali Polo e Contarini e cento altri i cui nomi impallidiscono davanti a quello del divino Michelangelo.
Sino a qual grado d’intimità giungesse questa amicizia pura e platonica tra la illustre vedova e il divino artista, non è facile conoscere con precisione. Certo però tra le due anime era molta affinità, e le tendenze si rassomigliavano anche per quel misticismo, nato dal nuovo agitarsi delle quistioni religiose e cresciuto, nel Buonarroti, sotto l’influsso delle roventi prediche del Savonarola, e nella Colonna, per la frequentazione del Vermigli, del Carnesecchi e dell’Ochino. Ma si conobbero quando nessuno dei due poteva più abbandonare la via da lungo intrapresa e farne una via sola, se pure la disparità delle condizioni, i pregiudizi e la virtù forte in entrambi, avessero consentito che in mezzo al secolo XVI potesse aver conclusione un romanzo così meraviglioso.
Vittoria Colonna morì in Roma nel 1547, pianta e lodata senza fine. Allora ed oggi fu giustamente tenuta come il tipo della perfetta gentildonna dell’epoca, ed i giudizi di tutti concordano cogli entusiasmi de’ suoi numerosi biografi.

Ben diversa fu la vita di Gaspara Stampa. Nata in Padova nel 1523 da illustre famiglia milanese, fu anch’ella fornita di quella educazione intellettuale più da maschio che da femina cui dobbiamo le numerose scrittrici del secolo XVI. Da Padova andata a Venezia, si trovò in mezzo ad una società gaia, colta, spensierata e parecchio viziosa. Già i gaudenti di tutta Italia avevano cominciato a far di Venezia il Monaco splendido e libertino che durò sì lungo tempo nei vizi leggiadri e nella indifferenza di tutto quel che non era piacere, come la sospettosa oligarchia desiderava. Ivi la bella fanciulla, giunta all’anno vigesimosesto, innamorò perdutamente di Collaltino, conte di Collalto e signore di Treviso. Era costui giovane di belle forme, animoso, colto, perfetto cavaliere e rispondente insomma a quell’ideale dell’eroe ariostesco che, come dicemmo, fu lo spasimo delle donne di quella età. Per qualche anno gli amori procedettero abbastanza bene, tra le consuete alternative di gelosie e di paci, inseparabili da ogni amore giovanile e carnale. Ma il Collaltino, appunto perchè cavaliere ariostesco ed anche per tradizione famigliare e desiderio di fortuna, si recò in Francia a militare per Enrico II. L’amarissima partenza consigliò alla Gaspara questo canzoniere dove consegnò ai posteri le proprie pene, petrarcheggiando un poco, ma piangendo assai. Il bel cavaliere che aveva probabilmente giurato, come tutti gli amanti, fedeltà a tutta prova, distratto da nuove bellezze, diede una nuova sanzione al proverbio lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Gaspara si sfogava in rime e in lettere che non ottenevano risposta, o le risposte erano troppo fredde per lei.
Finalmente Collaltino tornò e, per quanto ne fosse svogliato, una specie di dovere lo costringeva a non romperla in pubblico e subito con una amante così fedele. Gaspara però, assorta nelle dolcezze di questa rifioritura d’affetto, si abbandonò alle nuove delizie e dimenticò, non solo i dolori passati, ma perfino il convenzionale platonismo petrarchista e inneggiò apertamente alla notte fida ministra delle sue gioie, augurandosela lunga come quella che Giove raddoppiava per Alcmena (Sonetto CI). Ma l’inno della gioia durò poco. Cominciarono le gelosie vere o finte di Collaltino (Sonetto CIX), vennero i pettegolezzi, le malignità dei mettimale, gli sdegni, forse mentiti, dell’amante stanco (Sonetto CXXV e seguenti), insomma tutti quei segni, tutto quell’ingiallir di foglie che annunzia l’autunno di un amore.
Collaltino infatti ruppe il nodo e prese moglie. Egli aveva tolto alla povera Gaspara il fiore della gioventù, il vanto dell’innocenza, il cuore, la salute, tutto, ed ora l’abbandonava tranquillamente. Che potea fare l’abbandonata se non piangere? E pianse amaramente, brancolando cieca nel suo dolore, senza guida e senza speranza. Quel che sia avvenuto in lei non si sa bene, ma pare che stesse incerta tra novelli amori e tra la religione, solito rifugio delle amanti abbandonate. Verso il Sonetto CC e più innanzi, si veggono chiari gli accenni a nuovi amori. Più in là, nei Sonetti XXXVII, XXXVIII, LIII, ecc., delle Varie, respinge le proposte d’innamorati, e finalmente si volge a Dio e intuona le Rime Sacre, ma con una certa tiepidezza o almeno con ardore minore assai di quel che mise nelle rime amorose. Si vede chiaro che l’anima sua era veramente la navicella petrarchesca, abbandonata nel gran mare, senza sarte, senza timone, senza stelle, incerta tra la virtù e il vizio, tra il mondo e Dio. Ella si trovava in questo tristissimo stato e la bellezza sua oramai sfioriva, allorchè morte la colse, sui trentun anni, nel 1554. Si sospettò di veleno, si susurrò che Collaltino stesso fosse l’assassino, ma non è da credere. Ad ogni modo morì giovane, infelice, compianta da molti, lasciandoci nel canzoniere l’impronta di un ingegno vigoroso, di una coltura grande e di un sentire squisito.

La vita intima di Veronica Gàmbara è invece calma, e grigia, quanto luminosa e tormentata quella della povera Gaspara. Nacque nel 1485 in Pratalboino, feudo della famiglia sua nel bresciano. La madre fu una Pio dei principi di Carpi, e l’educazione di Veronica fu veramente principesca. Giunta alla età nubile sposò Giberto X, signor di Coreggio e principe di bella fama, non tutta immeritata, e n’ebbe due figli Ippolito e Girolamo. La Colonna ebbe sterili nozze, la Stampa non n’ebbe, ed ecco la sola tra le più celebri poetesse che abbia conosciuto le gioie ed i dolori di madre, ed ecco altresì una vita informata ad aspirazioni ben diverse. Mentre nella Colonna il sentimento, che a poco a poco traligna nella religiosità esagerata, tiene il primo posto; mentre nella Stampa predomina così violentemente la parte sensitiva, quasi dicemmo sensuale, dell’anima; mentre insomma nelle due poetesse che dell’amore conobbero le delizie e gli strazi, ma non i frutti, regna sovrano solo e incontrastato un ideale quasi romanzesco incarnato malamente in una persona viva, nella Gàmbara scorgiamo invece una tendenza più pratica, una maggior cura delle cose di questo mondo, una assenza più evidente, nella vita e nelle opere, del platonismo elegante e vacuo che enfiò le rime di quel secolo. Le altre scrivono per sfogo d’affetto e per ottenere un sorriso dall’amante; la Gàmbara scrive quasi con calcolo e per amicarsi i grandi e gli illustri a servigio dei figli. Vive tutta per questi, solo per questi, e la poesia non è per lei che un istrumento di più per fabbricare la felicità dei figli. Come aveva reso omaggio a Leon X ed a Francesco I di Francia in Bologna nel 1515, così quindici anni dopo rese omaggio a Carlo V e tanto fece, valendosi anche della lontana parentela tra i Coreggeschi e casa d’Austria, che lo condusse a Coreggio prodigandogli feste ed ottenendone privilegi ed onori. Vedova dopo dieci anni di matrimonio, fu insieme padre e madre ai figli: il resto per lei non fu più nulla.
Chiusa nel castello di Brescia aveva visto l’orribile saccheggio dato alla sua città natale dai soldati di Gastone di Foix e il Baiardo ferito sulla breccia. Non sbigottì dunque agli assalti di Galeotto Pico e da buona bresciana chiamò il suo popolo all’arme e respinse l’invasore. A una donna di simil tempra usa oramai alle furberie poco stoiche della politica de’ suoi tempi, nulla doveva calere di una consuetudine epistolare anche con Pietro Aretino, purchè il potente libellista non mettesse la penna temuta al servigio degli avversari. Ma i pietosi istinti della donna vincevano spesso le fierezze scaltre della principessa regnante, ed i suoi popoli, afflitti dalla peste o dalla carestia, trovarono in lei maggiore umanità che allora non usasse tra i principi. Non si contentava di scrivere al suo confidente De Rossi «mi risolvo, e per debito e per pietà, s’io dovessi impegnar me stessa, di soccorrere questi miei uomini» ma il soccorso non fu di sole parole.
Ebbe la fortuna di veder bene spese le sue cure materne. Girolamo era in via di diventar cardinale ed Ippolito era già illustre nelle armi quando ella, nel 1550, morì tranquillamente nel suo palazzo di Coreggio, circondata dall’amore del popolo e volgendo forse gli occhi ad una di quelle sublimi madonne che Antonio Allegri dipingeva per lei.

Le rime delle tre poetesse nostre hanno, come la vita delle autrici, caratteri assai diversi.
Veramente è da procedere con molta prudenza nel dire delle rime della Colonna. Non pare che ella vedesse volontieri le proprie cose date al pubblico, e le edizioni che, lei vivente, se ne fecero, non ebbero certo l’assistenza e le correzioni dell’autrice. Per ciò gli errori e le storpiature di senso e di lettera furono tali nelle prime edizioni, che spesso le rime non sono intelligibili, nemmeno a discrezione. Il Dolce, gran correttore delle cose altrui ed anche sfacciatamente di quelle dei grandi, mise le mani ancora nelle rime di Vittoria, senza però migliorarle e, certo, tradendo qua e là il concetto della poetessa. Gli stranieri ci rimproveravano d’incuria verso sì grande e ingegnosa gentildonna e le opere sue, quando nel 1840, andando a nozze la principessa Teresa Colonna col principe Alessandro Torlonia, il noto letterato ed archeologo P. E. Visconti curò l’edizione delle rime secondo manoscritti ed autografi romani. L’edizione di gran lusso, impressa su carta portante in trasparenza gli stemmi delle due case, a pochi esemplari e fuori di commercio, fu riprodotta nel 1860 dal Barbèra a Firenze e divenne così più universalmente conosciuta; ma ciò non toglie che, a parer nostro, molto sia da fare intorno queste rime, tuttavia in gran parte di non facile intelligenza. L’edizione romana non porta correzioni alle edizioni vecchie, ma le muta radicalmente, tanto che si può dire che le rime non sono più quelle. Basti riportare qui la prima quartina del primo sonetto, così impressa nelle edizioni vecchie:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Ch’al cor mandar le luci al mondo sola
E non per giunger luce al mio bel Sol
Al chiaro spirto, a l’onorata spoglia.

dove il secondo verso non è certo di facile intelligenza. L’edizione romana muta così:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Di che si pasce il cor, ch’altro non vuole,
E non per giunger lume al mio bel Sole
Che lasciò in terra sì onorata spoglia.

e così da per tutto. La quartina si capisce bene così mutata e gli editori (poichè il Visconti non fu solo, ma ebbe con sè un illustre purista che pizzicava di poesia) protestano che si deve legger così, perchè così è scritto nei manoscritti. E sia, benchè qua e là sorga spontaneo il sospetto di qualche rabberciatura modernissima, ma ad ogni modo anche nell’edizione romana sono delle oscurità, delle arruffature, degli indovinelli non così felicemente corretti come nella quartina qui sopra. Ci pare dunque che un lavoro accurato sul testo delle rime sia oramai necessario, e che lo si debba fare con maggior severità e diligenza che non si usasse quarant’anni addietro anche dai migliori. Intanto è forza contentarci di quel che abbiamo.
Le rime migliori della Colonna sono le sacre. Il petrarchismo è troppo sfoggiato e un po’ affettato nelle rime in morte del marito, mentre invece gli affetti religiosi fortemente e profondamente sentiti dalla poetessa sono resi con più caldo ed efficacia. A questi giorni pochi hanno il coraggio di legger seriamente una raccolta di rime spirituali, e davvero non sapremmo dar torto a chi cerca di meglio. Ma quando la religiosità non è di quella ipocrita o vigliacca che ora si maschera da cristianesimo senza esser altro che o romanismo retrogrado o superstizione imbecille; quando si tratta di cercare l’aspetto intero di un’anima come quella della Colonna o di un secolo come il XVI, si leggono anche rime spirituali. Così oltre ai pregi letterari dell’opera si discerne anche l’imagine vera dell’autrice e del suo secolo.
Gaspara Stampa ci spiega la sua poetica dicendo:

… se talvolta vo spiegando in carte
Oscure e basse qualche mio martire,
Amor che me lo dà, dammi anche l’arte.

parafrasi incosciente del dantesco io mi son un che quando, ecc., ed espressione vera dell’arte della nostra poetessa. L’imitazione petrarchesca non soffoca quasi mai il calore dell’affetto che troviamo vivace anche quando cambia il modello dell’imitazione, anche quando, nel capitolo III ad esempio, la poetessa ricorda le eroidi ovidiane. Gli è che l’amore della Stampa non era un platonismo trascendentale, ma carne della sua carne e sangue del suo sangue. Dice quel che sente, con poca arte, ma molta efficacia, e la naturalezza e la verità sono le sue doti maggiori. Qualche volta rade con le ali il suolo, di rado si leva a voli sublimi e lontani, ma si libra sicuramente nell’aere suo, che vibra di affetto e di passione. Alle volte i suoi sonetti paiono lettere amorose nelle quali si duole (Sonetto CXXXIX) di non ricevere risposta e null’altro; ma c’è sempre un palpito di vita che non hanno mai i frigidi petrarchisti suoi contemporanei. La stessa audacia del concetto del canzoniere è mirabile, e da Saffo a lei, nessuna giovanetta aveva osato cantare liberamente un amore privo della consacrazione sacramentale. La stessa fiacchezza delle poche rime sacre fa risaltare vie più il calore, la sincerità delle amorose; e crediamo di non andar molto lungi dal vero stimando che, in queste ultime, la Stampa superi d’assai le altre poetesse.
Della Gàmbara poche rime ci restano, ma sufficienti ad attestare del suo ingegno. Delle tre è forse quella che possedette meglio l’arte, nè mai procede involuta come la Colonna o bassa come la Stampa. Meno soggettiva delle altre, rende con facilità le impressioni esterne e con chiarezza le riflessioni di una filosofia piana e melanconica. Le sue migliori rime sono le ottave, dove veramente è qualche cosa della limpidezza cristallina dell’Ariosto, qualche alito della freschezza del Poliziano. Se nella sua vita ordinata ed intesa alle cure del principato e, più che tutto, alla fortuna de’ figli, fosse entrata qualcuna delle tempeste che agitarono il cuore della Stampa, se in lei più che la ragione avesse dominato la passione, forse nessuna poetessa e pochi poeti avrebbero potuto agguagliarla.
Tutte e tre queste autrici sono veramente eccellenti tra quelle del tempo loro e ben degne della fama che ottennero. Unite qui assieme, parlano ora alle nostre donne ammonendole che non è vero quel che si dice della inferiorità femminile. Il cattolicismo ebbe bisogno di un Concilio, quello di Macon ricordato da Gregorio di Tours, per riconoscere che la donna appartiene alla specie umana. La società moderna non avrà bisogno che d’ispirare alla donna la pertinacia e la tenacità al lavoro intellettuale per farne l’uguale del maschio anche nel sudato campo delle lettere.

Uniamo alle rime delle tre gentildonne anche quelle d’altri a loro dirette, o che, come quelle di Collaltino, di Vinciguerra da Collalto e di Baldassare Stampa, hanno stretta attinenza col contenuto del libro. Il quadro riesce così più completo e non dubitiamo che i lettori e le lettrici, alle quali specialmente ci dirigiamo con buona speranza, vorranno sapercene grado.

Galileo Galilei – Mentre spiegava al secolo vetusto

Mentre spiegava al secolo vetusto
Segni del furor suo crudeli ed empi,
Tra gl’incendi e le stragi e i duri scempi.
Seco dicea l’Imperadore ingiusto:

Il regno mio d’alte ruine onusto,
Le gran moli destrutte e gli arsi tempi,
Portin la mia grandezza in fieri esempi
Dall’agghiacciato polo al lido adusto.

Tal quest’altera, che sua mente cruda
Cinge d’impenetrabile diaspro,
E nel mio pianto accresce sua durezza,

Armata di furor, di pietà ignuda,
Spesso mi dice in suon crudele ed aspro:
Splenda nel fuoco tuo la mia bellezza.