Antonio Fogazzaro – La dottoressa Pascal

Splendida guardia di giganti, quella che attornia l’Ortler. Egli stesso, il vecchio re, ha l’aspetto sereno e augusto di un grande contemplatore del cielo. Invece il gruppo de’ suoi è tragico. Tutte quelle torve faccie di montagne, la Geisterspitze, la Tuckettspitze, la Suldenspitze e non so quante altre sono torturate da una duplice passione: la superbia di appartenere al famoso capo, lo sdegno di sottostargli.
Il picco Madatsch n’è diventato, dalla parte di Trafoi, tutto nero. Solo forse, allato al suo signore, il gran Zebrù si leva in una degna attitudine regale. Però il gran Zebrù è un vanitoso. Egli sa che per chi passa tra il valico dello Stelvio e Franzenshöhe, il più glorioso del colossale gruppo è lui, lassù nello sfondo dell’immenso vallone bianco che versa un fiume immobile di ghiaccio della valle di Trafoi, e ascende, all’altro capo, verso le sue torri lontane sul cielo. Serpeggiano fra i giganti profonde fessure verdi, piccole solitarie valli dove discendono acque liberate dai ghiacci, correndo, saltando, cantando la loro storia ai deserti. In una di queste, nella valletta di Sulden, ho trovato giorni sono la signora che mi permetto di chiamare dottoressa Pascal. La conobbi l’inverno scorso a Napoli in casa d’una dama slava, amica di amici miei. Essa è piccola, bionda, elegantissima e fu assai bella. Adesso l’anima sua ha venticinque anni, la sua mano ne ha trenta, gli occhi assai chiari, quasi biechi, e il fiero naso lombardo ne hanno quaranta, il mento quarantacinque, le tempie quarantotto e il collo non si sa quanti ne abbia perchè la vista di questo antico documento è interamente negata agli eruditi e ai critici. La signora è rimasta vedova da un anno e mezzo e ha sposato quattro mesi sono un amico mio che non tocca ancora la trentina.
È intelligente assai, dissimulatrice e simulatrice finissima. Suo marito, intelligente quanto lei, più modesto, più mite, quasi timido, l’ama da otto anni. Io lo dissuasi fortemente da questo matrimonio fino all’ultima ora. Egli non mi diede retta; però mi convinsi, parlando con la signora, che non le aveva detto nulla delle mie obbiezioni. Ciò mi fece pensare, a ragione o a torto, che l’anima sua si fosse un poco rialzata dall’adorazione prona di un tempo, e non versasse più nell’altr’anima tutti i suoi pensieri. Colei, appena sposata, prese il comando del suo signore e padrone e lo portò fuori del mondo. Era una moglie e si propose di parere un’amante, di conservare quanto fosse possibile il delizioso mistero degli amori passati. Si nascosero prima in un seno del lago di Garda dove abitavano due minuscole villette, il signore a destra e la signora a sinistra. Non ricevevano che il curato, non visitavano che poveri e malati, beneficando largamente. Lo scorso luglio li trovai, molto all’improvviso, a St. Gertraud, nell’ombra dell’Ortler, un’ombra fresca da conservar bene l’amore durante l’estate, la stagione più nemica delle bellezze troppo mature. Io venivo a piedi dall’Hôtel Sulden, la grande scatola nuova posata fra gli abeti di fronte all’Ortler, una scatola di larice, piena di figurine di noce dai capelli di canape, dalle scarpe ferrate che portano occhiali, maneggiano grandi bastoni, mangiano Schnitzel, bevono birra e Vöslauer, cantano cori solenni. Il sole allegro batteva sul bosco e sui prati in fiore, sulla nebbiolina dell’erbe alte, fini fini, scompigliate, frugate dal vento. Il verde monte dell’Ortler, tutto picchiettato di neri abeti diritti sul pendio come spilli, era ombroso fino allo scollo, alle alte nudità di nevi e di sassi, terminate dal candor lucente del vertice. Qualche canto tedesco di falciatori, qualche canto italiano di capineri passava nel silenzio meridiano con l’odore dell’iva e dell’arnica recise, con la voce dell’acqua rapida dove si raccolgono i rivi luccicanti per le ghiaie grigie, sotto il ghiacciaio di Sulden nel grande anfiteatro che chiude la valle.
E l’aria vibrante, pura, entrava nel petto con l’odor forte delle praterie, metteva in corpo un fermento di vita, una leggerezza nuova, una gran voglia di gridare insulti a tutto lo stupido, savio, poltrone mondo basso, di avere a sè poche anime per farne una pazza, felice anima sola e viver lì per sempre. A Saint-Gertraud mi cacciai nel bosco per certo sentiero che secondo il cartello del Club Alpino austriaco, dovrebbe condurre “alla fine del mondo”. Era naturale ch’io incontrassi proprio lì una signora più simile all’ultima Eva che alla prima.

***

Ella era seduta sull’erba e guardava davanti a sè con le labbra serrate, battendosi e ribattendosi pian piano un libro sulle ginocchia. In quel momento aveva quasi più sessanta che cinquant’anni. Il suo ultimo Adamo era seduto a pochi passi da lei e si abbracciava le gambe guardando l’erba con una tristezza accasciata, punto dispettosa.
No, essi non avevano in quel momento una pazza, felice anima sola. Pensai che v’era stata burrasca, e quando, accostandomi ad essi, lessi sulla copertina del libro: “Le docteur Pascal par Emile Zola”, mi balenò l’idea che proprio le nuvole fossero uscite di lì, da quella pittura degli appassionati amori di un vecchio di cinquantanove anni con una fanciulla di venticinque, il caso inverso, quasi del caso loro. Nel vedermi, il mio amico arrossì molto, la signora niente. Tutti e due s’illuminarono troppo nel viso, diventarono troppo allegri, ostentarono troppo, davanti a me, la loro felicità, insistettero troppo per condurmi a prendere il tè nello châlet della signora, poco discosto dall’hôtel Ortler, dove abitava il mio amico, perchè altri châlets vicini non v’erano. Accettai, e per via la signora, non volendo aver l’aria, com’io supposi, di evitare quel tema, mi domandò cosa pensassi del Docteur Pascal.
“Non si dovrebbe parlarne più”, risposi di slancio. “Non si dovrebbe parlarne fra queste montagne sublimi. Emilio Zola è un grande maestro d’arte, si sa, e anche nel Docteur Pascal sono molte pagine ammirabili. Forse, nello scrivere questo romanzo, egli ha troppo sentita la gioia di compier con esso un lavoro di venti libri, che a lui paiono una stretta compagine, un monumento solo. Si capisce che ha lavorata e posata l’ultima statua su l’ultimo pinnacolo con trepidazione febbrile, con l’impazienza di aver finito, di dirlo, di mostrare tutto intero al mondo un grande concetto, un’opera grande. Questo dottore che raccoglie le biografie dei Rougon onde trarne una teoria generale sull’eredità, che s’accende di entusiasmo per l’opera propria e per le proprie idee, è riuscito un fantoccio d’uomo con un uomo vivo in corpo. La faccia è dello scienziato Pascal, la voce è del poeta Zola. Ciò è contro il vero e contro l’arte. Tutte insieme le biografie raccolte nell’archivio del dottore, se valgono molto per la poesia, valgono poco o nulla per la scienza. La scienza avrebbe raccolto molti documenti di casi identici, o almeno simili, osservati in famiglie diverse. Lo scienziato Pascal va in collera con sua nipote solo perchè ella dipinge dei fiori immaginarii ma poi il poeta Zola ch’egli ha in corpo, grida di voler fare della scienza fantastica e sostiene che nel suo caso è la buona. Lo scienziato Pascal s’innamora, a cinquantanove anni, della nipote Clotilde che ne ha venticinque. Egli sa certo, poichè è medico, che da una unione fra stretti consanguinei e da un padre vecchio, poco di buono può uscire; ma il poeta del ventre gli dice: “Caro te, non seccare con fisime, la ragazza si offre; pare impossibile, poichè ti è venuta in casa a sette anni, quando tu ne contavi quarant’uno, che le sia spuntata quest’idea in testa; ma insomma, si offre; pigliamola!” – “Bene io la piglio, ma la sposo” si dice Pascal nei visceri. “Io non voglio che la insultino e ch’essa si vergogni per causa mia. Cascherà il mondo se la sposo?” – “Non esser così bestia” gli replica il poeta. “Ti proibisco di pensarvi. Se la sposi, casca peggio che il mondo, casca tutta l’ultima parte del mio romanzo. Pigliala e non sposarla.” Ecco, parlando sul serio, come e perchè il carattere di Pascal è fatto, come e perchè lo Zola non merita fede quando ci vuol far credere che il suo dottore ebbe una gran mente e un grande animo. Oh no. Del resto il lavoro d’arte, malgrado questa pecca, resta potente, Ma gli è che ho altre cose da dire. Lo Zola ha qui messo fuori per bocca del dottor Pascal, forse più compiutamente che altrove, le idee che la ispirano, una dimostrazione della legge di eredità nelle famiglie umane e una glorificazione positivista della vita. Ora, la prima non dimostra niente di nuovo, ed è della seconda che non bisognerebbe parlar qui davanti alle Alpi. L’Ortler, signora, è un asceta, la Suldeuspitze è suora dell’adorazione perpetua, il gran Zebrù crede in Dio, e non consiglierei il signor Zola di fare una professione di materialismo sul Picco degli Spiriti, nè di descrivere le lascivie d’un vecchio sul ghiacciaio del Cristallo. Ma il signor Zola, malgrado il suo straordinario ingegno, non capirà mai questo. Egli ignora del tutto l’ideale religioso e la religione. Non conosce che manie superstiziose o manie mistiche; non sa cosa si vede sulla terra da una grande altezza e cosa vi si sente nel cielo. Regno dell’ideale suo son le pianure grasse dove la vita è nella terra; le magre montagne, dove la vita è nell’aria, sono il regno di un altro ideale, molto superiore. Qui, il positivismo, del signor Zola non è solamente uno straniero, è un bandito. Gli stessi corretti, severi, ab-eti, male sopportano il suo linguaggio e le sue maniere. Signora, mandatelo via.”
Eravamo giunti alla porta del châlet. La dama non disse parola e mi parve scontenta; il cavaliere non disse parola e mi parve contento. Si entrò, si parlò d’altro, si prese il tè. Prima ch’io partissi, l’amico mio parlò di accompagnarmi un tratto sulla strada di Gomagoi, andò all’hôtel Ortler a pigliarsi un bastone e un soprabito.
“Del resto” esclamò subito la signora, che certo ci aveva pensato sempre “quell’amore di Clotilde così sovrano, così superiore a tutte le convenzioni umane, è pur bello, è pur grande! Ed è tanto vero, lasci stare!”
“L’amore di Pascal è più vero” diss’io.
“No” mi rispose asciutta “quello non lo capisco.”
“Vecchia ipocrita” pensai.
Suo marito ritornò e partimmo insieme. Egli pure, appena fummo soli, entrò nell’argomento.
“Del resto” disse “io capisco perfettamente Pascal. Quella che capisco meno è Clotilde. Mica sai, per la sproporzione d’età: tutt’altro; ma per il sentimento figliale che doveva avere, come hai detto tu.”
“Sì, sì” mi affrettai a rispondere “per il sentimento, per il sentimento, s’intende.”