Giuseppe Scruto – La notte: ovvero Candido in Sicilia

Atto unico per attore solo che,
mancando pure quello, ognuno si può leggere da sé.

© Giuseppe Scuto (gscuto@arcor.de), Monaco di Baviera, Febbraio 2008.

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Ogni riferimento a persone, luoghi o cose realmente esistenti,
così come a fatti realmente accaduti, è puramente casuale.
Tutto il resto no.

Prologo

Allora, qui dovrebbero andare le indicazioni per la regia. Erano pronte… eccole… Bene, ora un attimo d’attenzione, se no poi non si capisce più nulla. Dunque. La commedia non ha atti né scene. La rappresentazione sarà interrotta una prima volta, senza che il sipario s’abbassi, allorché il direttore capocomico e il capo dei personaggi si ritireranno per concertare lo scenario e gli attori sgombreranno il palcoscenico. Una seconda volta, allorché per sbaglio il macchinista butterà giù il sipario. Troveranno gli spettatori, entrando nella sala del teatro, alzato il sipario, e il palcoscenico com’è di giorno, senza quinte né scena, quasi al buio e vuoto, perché abbiano fin da principio l’impressione d’uno spettacolo non preparato.
Due scalette, una a destra e l’altra a sinistra, metteranno in comunicazione il palcoscenico con la sala. Sul palcoscenico il cupolino del suggeritore, messo da parte, accanto alla buca. Dall’altra parte, sul davanti, un tavolino e una poltrona con spalliera voltata verso il pubblico, per il direttore capocomico. Altri due tavolini, uno più grande, uno più piccolo… Hmm… Mi sa che non erano queste… anzi, non credo neanche di averla scritta io questa cosa qui, visto che, tra l’altro, questa una commedia non lo è di certo. Ecco, magari la si potrebbe chiamare una satira. O una tragedia. O un affresco in attesa di regia o, se si preferisce, un dramma in forma di racconto. E così via.
Niente atti, né scene. E niente personaggi o attori. Uno al limite, uno basta e avanza, ma che sia bravino, ché già questo pezzo è quel che è. Insomma un testo, un palco ed un attore, sì che si possa far ben finta che questa cosa vera finta lo sia davvero. Quinte o fondali non ne servono. Se proprio li si vuole ci si affidi alla fantasia, che non sbaglia mai. Oppure, visto che Pirandello ormai l’abbiamo disturbato, si arrangi il tutto come se davvero si dovessero rappresentare i Sei personaggi (e sarebbe pure meglio). Ma con un’atmosfera afosa, opprimente, ed a sipario chiuso. Questo s’alzerà una volta che gli spettatori avranno preso posto in sala e l’attore, già in scena, si indirizzerà ai suoi interlocutori reali quali fossero i suoi ospiti immaginari e viceversa. Infine, tradizione vuole che il pubblico il biglietto lo paghi all’ingresso. E questa è cosa saggia, ché ogni pezzo termina alla fine, ma questo a volte prima, se non c’è più nessuno.

I

Minchia chi cauru, carusi!
Voi lo sentite questo caldo? Ma questo è niente. Dovreste vederlo il sole, quando già di primo mattino inonda la piazzetta del paese che pare le voglia dare fuoco… Voi ci siete già passati dal paese? No? E allora dovrete immaginarvelo un poco, come fosse proprio qua sotto. E da qui seguite una striscia lunga e dritta tra le case, così. Quella ancora si chiama via umberto. E alla fine, con la balconata del picc olo belvedere, eccovi nella piazzetta. Del resto io stesso è parecchio che non ci scendo laggiù, capirete, ma ancora ce l’ho davanti agli occhi il paese e la gente, ché lo conosco come le mie tasche, palmo a palmo, come se ci fossi anch’io là in mezzo.
Già… la piazzetta. A destra il bar e, di spalle, la chiesa della santissima addolorata del carmelo di dietro, che a quest’ora ci sono pure quattro vecchi dentro per la santa messa. A fianco del bar il palazzo comunale, quello nuovo, ché lo fece costruire il podestà caracciolo in persona, quello con i baffoni che ancora ci ha il busto a palazzo mascali, di fronte. I mascali, i nobili del paese, facevano quello che gli piaceva e pareva ai tempi loro. E quello, dico il podestà, quando veniva stava da loro, ché col fascismo quelli ci andavano d’accordo come pappa e ciccia, visto che così pure feudo vaccaro si erano pigliati. Ma caracciolo, lui per la verità non era dei nostri, nossignore. Lui mezzo napoletano era e per questo portava i baffoni fatti così, un poco alla continentale, e ancora il busto i baffi ce li ha perché i carusi non glieli hanno presi a sassate come il naso… Certo che ora con quelli farebbe la figura di un minchione, ma quelli altri tempi erano, si capisce.
E a proposito di altri tempi, in piazza magari il negozio di alfio c’è, ché solo lui fa finta di non saperlo com’è che tira a campare, visto che di gente che compra non se ne vede molta, e se non fosse per sua moglie, che qualche soldo lo raccatta dandosi da fare così… come non si dovrebbe… insomma mi avete capito, quello oltre che cornuto pure morto di fame sarebbe. Basta. Comunque in piazza c’è il suo negozio e ci ha pure quattro cose per turisti, anforette pupi e minchiate così… e pure busti di mussolini, questo vi volevo dire… ma ve lo potete immaginare? Ancora oggi… teste di mussolini con tanto di elmetto e fascio littorio. E accanto magari un piattino con padre pio! Ve lo giuro su vostra madre… ma che gran cornuto!… Ma chi lo sa più chi era mussolini?
Quelli sì però che erano tempi di galantuomini, ché ognuno se ne stava al posto suo… Comunque. Quello era il paese. E alle case popolari, qui sotto, neanche caso ci dovete fare, ché quelle dio solo lo sa come stanno ancora in piedi, di quanta sabbia c’hanno mischiato a quel cemento… no, voi cercate di pensare al paese vero, quello vecchio, piazzetta, chiesa e palazzo insomma.

Ché ‘sto paese qua e poi tutto quello che c’è alla sinistra, fino a sotto al monastero e poi davanti, fino al mare, tutto questo era dei mascali allora, cento e cento anni fa. Ché i mascali già prima dei borboni ce l’avevano, figurarsi… E mio nonno, buonanima, ci aveva lavorato per l’ultimo dei mascali. Anzi, lui era proprio uno dei suoi picciotti più fidati, credetemi, e da fare ce n’era assai. E voglio dire prima e dopo della guerra. Prima con quei morti di fame dei contadini, che ogni tanto s’arrusbigghiavano e alzavano la cresta, e poi con quelle teste calde dei sindacalisti, che proprio da noi volevano fare gli eroi e venivano a farsi sparare.
Immaginatevi un poco!
Ché alla fine quelli mica si accontentavano più del pane, macché… quelli la terra volevano! Proprio la terra… come fosse stata cosa loro, ‘sti quattro pezzenti… E invece di starisi muti, e di ringraziare chi gli dava da lavorare, pure a far casino si mettevano… E allora certo, si capisce, che ogni tanto qualcuno la doppietta di spalla se la calava e senza pensarci due volte te la scaricava nella pancia, ché alla fine per quello si era pagati.
Ma che volete farci? Avevi voglia di dire e ridire che era meglio se dall’italia ci si separava subito… a roma si sono messi d’accordo tra loro e tutto alla fine è andato com’è andato, inutile che ve lo racconti io lo schifio del dopoguerra… la carognata del referendum, la repubblica dell’arraffa arraffa e tutto il resto, ché mangia oggi e pure domani ora siamo come tanti stronzi col mal di pancia.
Insomma, per farla breve, il barone e i mascali ora non ci sono più. Spariti, inghiottiti dal tempo e dalla storia, chi se li ricorda più? Ché mica che alfio ci ha pure i busti loro? – Quello capace… il gran cornuto! – No… morti e sepolti. E le cose loro se le sono ammuccate lupi e sorci, ognuno a misura della propria bocca…

Ma che vi stavo dicendo? Ah già, il caldo… Ché anche quando al mattino il sole non si vede c’è un’afa color vomito che ti fa sudare magari le ossa e ti fa passare quella poca voglia di lavorare che c’avevi! Non che di lavoro ne sia rimasto molto per la verità. Quello se l’è portato via l’italia spaccandosi come un melograno e facendo uscire i vermi, se mi permettete l’espressione.
Intendiamoci, ora con l’europa ed il sistema delle autonomie locali, macroregioni, regioni, province, comuni metropolitani, paesi, frazioni e chi più ne ha più ne metta, ora con l’europa dicevo, alla fin fine, con tutti quei bei parlamentini e quelle corti di segretari, addetti, usceri ed autisti, mangiare si mangia lo stesso. E lavorare, si capisce, si lavora lo stesso. Ma niente è più come prima.
Ora siamo più liberi. Sissignore, più liberi. E quei sucaminchia del partito, sì insomma quelli della fraternità cristiana, questa cosa ce la ripetono come fosse il rosario. Più liberi, così dicono. E non c’è un cazzo da ridere!
Ognuno può fare quel che vuole e lavorare quanto vuole. Certo ci vuole il permesso di qualche amico e anche una spintatina non fa mai male, ma questa che è, una novità? Ca sempre accussì fu… voglio dire – che voi altri sennò chissà che capite – sempre così è stato, dal tempo dei borboni, se qualcuno ancora si ricorda quelli chi erano. La burocrazia, quella pure c’è ancora, ma questione da poco è. Una regalia, una piccola cosa a chi si deve, e i documenti si trovano e se occorre s’aggiustano pure, così, senza tanti pensieri…
Del resto chi è che ha tempo di mettersi lì a controllare carte al giorno d’oggi, che ognuno deve pensare a salvarsi la pelle? E perché mai poi? Vivi e lascia vivere, questo è il motto della fraternità. Che governa, d’accordo, ma con mano leggera, perché i ragazzi – io li chiamo così, anche se tutti ora hanno famiglia, ma io me li ricordo quando ancora c’avevano i calzoni corti – perché i ragazzi, dicevo, lo sanno come devono comportarsi e i cosiddetti, sì insomma le balle, non le rompono più di tanto e se necessario stanno con due piedi in una scarpa e pure gli altri ci fanno stare, a seconda del bisogno. Del resto loro lì, al comune, i soldi se li pigliano, no? La famiglia la fanno mangiare e la villetta pure se la sono fatta e condonata. E, se non se la porta via una bomba, almeno la domenica se ne possono stare stravaccati al sole come dio comanda.

Ancora pochi anni fa ‘sti picciotti te li potevi vedere tutti i giorni al bar del paese con le facce sporche dei ragazzetti senza un cazzo da fare, ve l’ho detto… E il bar stesso – ve lo dovete immaginare perché da qui non si può vedere – non è cambiato molto. Anzi, quasi per niente. La gente dentro sempre la stessa è e tonino, dietro al banco, pure lui è sempre lo stesso, anche se un po’ invecchiato. Niente è cambiato. L’insegna, le vetrine piene di dolci e marzapane d’ogni forma, cassate, babà, cannoli… quei tavolini di ferro, tondi e con le sedie pure tonde, spinti sino al centro della piazza e riparati dai grandi ombrelloni al vento caldo, niente è cambiato… E tonino pure ve ne potrebbe raccontare… Lui ci aveva provato a salirsene fino a bologna e a stare là, ma dopo un poco di anni è tornato come un cane con la coda tra le gambe, e noi a pigliarlo per il culo:
«Che fu tonino, l’aria non era buona? O ti hanno pigliato a bastonate?»
«Macché, non ne vale la pena… – rispondeva quello – con tutto ‘sto casino là in italia non ci si capisce più niente…»
«Ma le femmine del nord, quelle bionde, alte, tutte profumate… ma tu quelle le hai mai viste? Le hai toccate le donne? O ci hai fatto la figura del puppo?» ché questo noi lo sapevamo che lo mandava in bestia… uno spasso era, avreste dovuto esserci…
«Ma quali donne, ma che donne e donne! – uno spasso era, ve l’ho detto… – Ma che donne e donne, ché per la strada solo polizia e figghi i sucaminchia c’erano e se non stavi attento pure una pallottola ti pigliavi!»
«Abbiamo capito tonino, abbiamo capito…» e quello che quasi quasi manco il caffè ti portava più. Ma in fondo in fondo era contento di essere tornato, sissignore contento, ve lo dico io, ché veramente tutti i torti non ce li aveva. Coi tempi che corrono meglio una presa per il culo da noi che essere ammazzato in città da quattro teppisti per una sigaretta.
E perciò eccolo di nuovo qua, un poco più vecchio e muto, ma sempre lui. Sì che ne ha viste di cose lui, anche in paese – che vi credete? – come quando gli ammazzarono il giudice dentro il bar, di fronte a tutti, proprio nel suo locale… Minchia che casino! Ancora lo racconta a tutti quel giorno di merda… Otto colpi di calibro grosso. Viscere e sangue che manco al macello comunale…
«Cosa posso favorirle signor giudice? », così gli aveva chiesto.
E quello:
«Granita e briosce, grazie… – proprio così – granita e briosce » e manco ha il tempo di finire grazie che scoppia l’inferno, sangue dappertutto.
Che giorno di merda!
Polizia, giornali, televisioni e tonino che poi si è dovuto pulire tutto, sissignore tutto da solo si è dovuto pulire quando quei camici bianchi della scientifica avevano finito e si erano portati via il grosso, per così dire – e scusate se vi guasto l’appetito, ma proprio così fu… – I pezzi grossi, quel che rimaneva del giudice insomma, se lo portarono quelli, ma che vi credete, che a tonino gli mandarono una squadra da roma per rimettergli a posto il bar? Ma quale… tutto da solo dovette fare, ché il bar due mesi dopo ancora di candeggina feteva e uno non sapeva mai che minchia ci si beveva insieme col caffè… E tutto per colpa di quel giudice che proprio lì si doveva fare ammazzare, proprio al bar della piazza che, lo dico per la precisione, a quel tempo pure sotto processo era per quelle cazzate delle licenze e del suolo pubblico…
Ma la questione, si capisce, mica era il bar di tonino. Quella a confronto una minchiatella da carusiddi era. Macché… è che c’era in corso un processone di quelli che se ne parla ogni giorno, non so se ve lo ricordate… Ne avevano presa di gente quella volta… pesci piccoli per lo più, come sempre, ma anche più in su erano andati a cercare e il rischio era che nella merda ci finisse pure qualcuno di roma, capite? Ché poi mica li avevano trovati sotto i cavoli quelli… ma c’era la questione delle consegne che arrivavano dal continente, dove ognuno ci voleva azzuppare e qualcuno stava provando a fare il passo più lungo della gamba… Insomma, tutto non vi posso dire, ma credetemi, era un gran casino.
E quel giudice che fa? Invece di farsi i fatti suoi e magari chiudere mezzo occhio, no, lui no, prima si fa vedere da tutti in televisione, per come tratta la gente e fa la voce grossa ché si crede dio in terra e poi, quando passa di qui, proprio al bar di tonino se ne viene a farsi sventrare così, come un maiale. Proprio in faccia a tonino, ché se qualcuno si sbagliava a sparare anche lui ci rimaneva fottuto come uno stronzo!

Mah… ve lo dico io, buono che di processi come quello non se ne fanno più e che di giudici ora se ne vedono sempre meno. Quei pochi che ancora ci sono, da queste parti, ora se ne stanno rinchiusi nel bunker, lungo la provinciale, a quaranta chilometri, infognati come delle zoccole dentro la caserma degli americani. E chi li vede più? Ma io me l’immagino, sissignore, io lo so che faccia c’hanno lassotto, illuminati solo dai neon… quelli sono bianchi come vermi, sudaticci, dietro mezzo metro di cemento armato e montagne di carte, ci potete giurare. Che schifo! Ed escono ed entrano solo sotto scorta, con elicotteri militari, manco fossero loro i delinquenti, ché la prigione di polizzi a confronto è il grand hotel. Persino le donne i secondini ti ci fanno entrare se c’hai abbastanza soldi. E se uno ha i contatti giusti e sa come si chiede per favore anche qualche ora fuori ti fai, così, perché ce n’hai voglia o per fare un piacere ad un amico… e poi – puffete – di nuovo dentro, senza che nessuno ne sappia niente. Proprio così, puffete… che fu, che non fu? E chi lo sa, chi ha visto niente…
E che c’è di male?
Ma perché, chi pensate che ci sta in prigione, belzebù? Il diavolo in persona?
Quella gente come me e voi è, poveracci che tengono famiglia e devono tirare a campare – sissignore, io la penso così – ché i ladri di polli marciscono in galera e chi s’arrubba un’isola intera fa e strafà quel che vuole e si sente come il re di spagna. E gli altri muti. Giudici, sbirri e tutti pari: muti! Ché l’avete mai visto voi un onorevole in prigione? O un ministro? E che pensate, che tutti santi sono? Ve lo dico io, ché se uno è un uomo per bene certi posti e certa gente è meglio non frequentarla, non averci niente a che fare. Questo l’ho sempre detto, io. Ché quelli come saro il sacrestano sono, tali e quali a saro, che più lontano ci stai e meglio è, di quanto puzzano.
Ma i giudici, dicevamo, quelli ormai chi li vede più? Ne sapete niente voi? E che mai ne dovete sapere? Quelli scrivono, scrivono e fanno carriera, ho sentito dire. Si scrivono le accuse, si leggono le difese e si raccontano le sentenze tra di loro, tanto quelle rimangono sulla carta così come sono, ineseguite. Loro lo sanno, ma tanto che gliene frega? Prima o poi, se non sono così cazzoni da venirsela a cercare, un elicottero se li porta via per sempre con la promozione, verso brussell, ginevra, laia o chessoio… e quella fogna del bunker la lasciano al prossimo venuto con tanti cari saluti. Meglio così, per il bar di tonino e per tutti quanti qui.

In fondo gli americani sempre favori ci hanno fatto e il bunker a loro non serviva più da quando questa minchiata di guerra per la pace, come la chiamano loro, si è spostata più a sud e la base serve di meno.
Vuol dire che le bombe ora se le assuppano degli altri.
Peccato solo per l’importazione parallela, sì insomma il contrabbando, ché da quando la base è mezza vuota non ce n’è quasi più e il paese ne risente… ma che si deve fare? Così è la vita. E gli americani in questo la sanno lunga, loro l’hanno capito come procurarsi il lavoro. E noi abbiamo culo ad avere la base così vicina e ad essere sulla stessa strada. Basta aspettare… guerra che va, guerra che viene, date retta a me. Ora che c’è, la bassa marea? E vedrete che la caserma prima o poi si riempe di nuovo e noi, finito questo digiuno, pronti siamo. Pronti ad ingrassarci di nuovo.
Ché poi, se proprio vogliamo dirla tutta, proprio culo non è che gli americani se ne stanno là dove sono. Ché io mi ricordo bene quanto se ne parlò in paese e che telefonate a palermo e roma ci toccò di fare – sissignore a quel tempo era ancora roma la capitale – per fare in modo di essere ascoltati e capiti bene ché, si sa, basta un malinteso da niente e gli americani se li beccavano quei cornuti di agricola. E se non fosse stato per quelle telefonate e per qualche comunista della minchia che ad agricola faceva casino e manifestava in piazza tutti i giorni, ché a noi ci ha fatto un gran favore, col cavolo che la base la mettevano là dove sta ora. Scrivetelo questo, cari i miei giornalisti, ché tanto tutti lo sanno che è vero, anche quelli della fraternità. E non dico questi qui, quelli di adesso, che ormai sono i loro figli e nipoti, ma i loro padri, ché si sa che la politica vocazione di famiglia è. I loro padri lo sanno bene come andò quella volta. Loro se lo ricordano e lo sanno a chi e per come devono ringraziare, quando serve.

II

Ma a quest’ora la messa sarà finita e a me pare persino di sentirle le campane della chiesa… don… don…  ché a don peppino gli piacciono le cose fatte a modo, come un tempo.
Ora la messa è finita e anche se voi non potete vedere nessuno ve lo dico io lassotto che succede. Ora stanno uscendo dalla chiesa – dalla porta di destra, ché l’altra è chiusa dai tempi dei savoia – stanno uscendo quelle due racchie delle vadalà, ché uno non ci crede, ma una è la madre e l’altra e la figlia, ché in due ci hanno quasi duecento anni e non lo dico mica per dire. Più indietro vedrete che le segue la vedova spampinato. Ora è sfatta come una vecchia gallina, ma trent’anni fa quella era bella come il sole e, credetemi, un’occhio sopra pure io ce l’avevo messo, di quanto era bella. Cosa che quasi quasi… ma queste non sono cose che vi riguardano.
E prima o poi vedrete che esce pure saro, quel fetente che fa da sacrestano. Saro signorino è rimasto con quell’alito da morto che si ritrova, ché se uno proprio non ci deve parlare, meglio restarsene sopravento, non so se mi spiego… insomma saro signorino è rimasto e fa un po’ di tutto in paese. Ora ora ha finito di suonare le campane ché, se non avesse dovuto lavorare nei campi per dar da mangiare a sua madre, quasi quasi magari prete si faceva, lui che si fa la croce persino quando deve pisciare, parola d’onore. Invece è finita che suona le campane e ci ha le tasche piene di santini che pare una collezione di figurine. Ufficialmente è uscere al comune ma là, al comune dico, ce lo trovate poco, ché questo più che altro è per prendersi uno stipendio fisso. Però se vi dovesse mai servire qualche cosa, un’informazione, un documento o chessoio e non c’è altro modo di averlo, basta chiederlo a lui e non c’è legge o porta che tenga.

L’ultima a nesciri è sempre la signora carrubba, che fessa com’è si è giocata la metà delle proprietà a carte e ora tira avanti come può. Il figlio però in collegio dalle suore lo ha mandato, sissignore, perché sennò diceva che pareva male, lassotto, al sacro cuore, ché ora non c’è più niente di niente, ma prima ancora funzionava. Del resto anche il monastero, laggiù… ora quattro vecchie rimbambite ci sono rimaste che è una tristezza, ma duecento anni fa più terre dei mascali aveva, ché quello che passava per il monastero dazio non ne pagava… o pensavate che il contrabbando me lo ero inventato io?
Ai tempi il monastero era così pieno di bedde caruse nel fiore degli anni che pareva una festa e, sia detto fra noi, proprio tutte sante e timorate di dio quelle monache non lo erano. Già i mascali le sapevano le gallerie sotterranee, ché i baroni c’avevano il palato fine e, anche se peccavano, non volevano essere troppo lontani da dio, se capite quel che voglio dire… Figuratevi che quando un paio di anni fa ci fecero fare i lavori, perché sennò se ne cadeva pezzo a pezzo, anche scheletrini di creaturine ci trovarono nelle cantine, e non vi immaginate nemmeno quanti, che dio ne abbia pietà, di quell’animelle…
Basta. Insomma ‘sta carrubba il figlio al sacro cuore lo ha mandato. Come un nobile lo voleva crescere… così diceva… e ora quello è niente di meno che in città, a studiare all’università, perché dice che così ha un futuro. Un futuro, capirete… Sia come sia, la prima cosa da fare lassotto, le ha fatto sapere qualcuno che di queste cose se ne intende, è quella di parlare al custode, che conosce professori, impiegati… tutti insomma, e che pare possa dare un occhio al picciotto, per così dire. Ché se poi, preso il pezzo di carta, quello ci vuole veramente lavorare, oppure se non ci riesce a fare niente di meglio e almeno vuole rimanere all’università, come aiutante o chessoio come si dice, col cazzo che questo si può fare senza parlarne prima col custode. E questo glielo hanno detto chiaro e tondo alla carrubba e, se il ragazzo non fa minchiate, tra qualche anno magari professore ce lo ritroviamo.
Ché mica succede per caso che si diventa professore, capirete…
E se non lo capite avete voglia di fare concorsi… Uno oggi, uno tra due anni, uno ogni quando esce… e nel frattempo sempre con le pezze al culo, a rubare il pane a vostro padre. Ché poi io ‘sta cosa dei concorsi proprio non l’ho mai capita. Ma possibile che uno che ci ha i cazzi e i controcazzi, un signor professore, non possa dire: «Questo picciotto mi porta rispetto e me lo piglio e quest’altro che è un sucaminchia, un uomosessuale o chessoio un comunista a calci in culo lo mando a cagare?»
E che, non sarebbe più semplice? Roba di cinque minuti…
E invece no! Uno deve costringere le persone per bene a questa scimmiottata, ché tutti lo sanno che i concorsi sono finti, ma si devono fare lo stesso… E che minchia! – scusate la parola – Ché, non è per dire, ma l’università ha chiara fama, sissignore chiara fama, lo dicono tutti e cornuto chi lo nega! Là professoroni ci sono, di quelli che proprio scrivono i libri, così poi gli studenti li comprano, se li fanno firmare e – puffete – passano gli esami! E dico giurisprudenza soprattutto… Avvocatoni che escono da lì, che voi manco ve l’immaginate… gente di città si capisce, di quella che si fa il bagno tutti i giorni, con la minchia niga d’accordo, ma la mente fina… gente che se i soldi ce li hai anche un pluriomicida condannato al 141 bis, tris e quatris ti tira fuori. E pure con tante scuse dello stato, come fosse l’innocenza in persona!
Gente come l’avvocato previtera che, quando è venuto a farsi la vacanza con la scusa del convegno pagato coi fondi del progetto europeo, chiaro e tondo l’ha detto, chiaro e tondo:
«Il diritto è come la pelle dei coglioni – ce l’ho ancora in testa ‘sta cosa, ché a tutti piaciu, come l’ha detto… – come la pelle dei coglioni!»
Proprio così.
«E che voleva dire?», vi chiederete voi, che avvocati non lo siete e si vede pure… Questo voleva dire: che la legge è uguale per tutti, ma per qualcuno anche un po’ di più… ché si lascia tirare e mollare, stringere e allargare da tutti i lati, sissignore. Basta saperlo fare. E lui lo sapeva fare, eccome se lo sapeva fare, ve lo dico io. Ché quando i soldi non gli sembrarono più abbastanza, dico quelli dei clienti e dell’università, pure nella fraternità entrò ed ora va avanti e indietro da brussell a spese di quei minchioni che ancora le pagano le tasse. E pare un vicerè…

Cervelli, cervelloni ci sono all’università, ve l’ho detto. Ché quei cornuti del nord da noi, sull’isola, neanche piede ci mettono, nossignore, perché lo sanno tanto come finisce e la voglia di prendersela nel culo in fondo in fondo neanche loro ce l’hanno tanto… Epperò gli brucia e gli brucia assai che da noi per loro di trippa non ce n’è e allora lo sapete cosa fanno? Lo sapete? Questi grandissimi figghi i sucaminchia si prendono di coraggio, ché la bile sino agli occhi ce l’hanno, si prendono di coraggio e ci rompono i cosiddetti con questa storia della mafia… ci fanno la predica, gran figghi… che prima o poi gliela puliamo noi la bocca a quelli, ché se da noi non ci vivono come cazzo le fanno a capire queste cose?
Ché questa cosa della mafia, se poi voi proprio lo volete sapere come la penso io, tutta un’invenzione è. Proprio così, avete sentito bene, cari i miei giornalisti, farina del vostro sacco è, roba vostra, altro che cosa nostra… E scrivetelo questo, scrivetelo, sennò che scrivete a fare?… Ché quando quelli come voi vengono da noi e fanno domande, solo di quello vogliono parlare. Perché se non ce la mettono, la parola mafia, nel loro pezzo, se non ce la scrivono ‘sta parola nell’articolo e se ne tornano con le pigne nel sacco, col cazzo che allora glielo pubblicano… E’ vero o no? E noi allora che facciamo? Siccome noi ci abbiamo il cuore grande e il pane dalla bocca non lo togliamo a nessuno, nicchiamo, diciamo e non diciamo, insomma gli diamo l’impressione che questa cosa, sì la mafia insomma, ci sia e non ci sia. E voi e quelli come voi così se ne tornano da dove sono venuti convinti di aver avuta salva la pelle per miracolo – manco fossimo dei mao mao noi quassotto – se ne tornano contenti come carusiddi, felici di portarsi a casa chissà quali storie omertose e di aver fotografato qualche coppola e qualche fico d’india, ché da loro queste cose non ci sono.

Ché poi, lo dico col massimo rispetto, noi questa vostra roba, sì questi giornali che voi fate, manco ce li leggiamo. Niente di personale per carità, ma il fatto è che ‘ste cose sull’isola manco ci arrivano più. Ché quella carta sprecata è, buona manco per pulircisi il… sì insomma mi avete capito. Niente di personale ripeto, ma a noi di giornali ci bastano quei due che ancora ci arrivano. Quelli ci piacciono, ma non perché le notizie già non le sappiamo, ché anzi quasi quasi ogni giorno le stesse sono, no… più che altro così, per il piacere di leggercele al bar con il caffè e il cornetto, la mattina, ché fa tanto signore…
Per la verità, se proprio devo dirla tutta, quello dei preti è una cosa buona solo per le femmine timorate di dio e per i picciriddi del catechismo, se ancora ci fossero. Figuratevi che ce lo mandano col ferribot due volte la settimana ed è mezzo copiato da quello di roma… roba da ridere, con i tempi che corrono e ‘sto grande casotto che nessuno lo dice, ma è una specie di guerra civile – spara di qui, spara di là – quelli si vanno a copiare il giornale che manco fosse la bibbia… Ché se poi va avanti così, mi sa che a roma solo quella santissima persona del papa ci resta, che dio lo salvi, vecchio com’è di cent’anni, ché manco si muove e nessuno sa più veramente se è ancora vivo o se ce lo raccontano solamente…
Ma voi l’avete visto già quest’anno? Dico muoversi, vivo, di presenza… là, al santo pietro… L’avete visto già?
Ché da noi in televisione, e noi ancora un programma lo prendiamo – si capisce con quell’antennone che ci hanno piazzato a punta casalotto, ché dice che è così forte che là le galline con tre zampe gli nascono… – insomma noi in televisione sempre la stessa cosa vediamo: la finestra si apre, lui esce, muove il braccio, rientra e la finestra si chiude… ma lo è vivo o ce lo fanno? E c’u sape…
Fatto è che a noi, qui, sempre questa stessa scena ci fanno vedere, ché la gente sotto la finestra sempre la stessa è, e di quante volte l’abbiamo vista li conosciamo ad uno ad uno quelli che c’erano… Tanto che io penso che chi là era vecchio già se l’è quagliata e che i picciriddi già padri e madri di famiglia sono… mah, forse è solo per prudenza che non lo affacciano più davvero questo santissimo padre… E si capisce pure… con quello che sta succedendo fino a sotto le sue finestre… che schifezza, un vero si salvi chi può! Ma tanto lui sì che ce l’ha una buona raccomandazione… rappresentante di dio in terra!… e che c’è di più? E che volete che gli succeda a lui, specialmente ora che ci ha la piazza con le artiglierie e i sacchi pieni di sabbia che manco gli americani…

Ma noi qui, noi sì che dobbiamo dormire con tutti e due gli occhi aperti, ché in tempi così, dopo questa bella grande abbuffata, sono arrivate le vacche magre e non c’è religione che tenga…
Quattro chiese aveva il paese una volta, quattro. Ma belle! Tutte con dentro le statue che parevano vive di com’erano colorate, le stoffe, i candelabri e ogni finezza, che cristo davvero ci faceva la figura del re. Oggi solo la chiesa dell’addolorata, dell’addolorata di dietro voglio dire, solo quella rimane aperta e solo grazie a don peppino. Le altre chiuse e derubate. Vendute e sconsacrate, ché persino il vaticano non ci ha più gli occhi per piangere e di preti non ne trova più. Perciò noi don peppino ce lo teniamo caro e fosse per noi, non fosse lui stesso così vecchio, persino papa lo faremmo – che dico? – papa e santo. Ma mica a roma, nossignore, qui! Ché lui da noi è cresciuto, e con noi è più al sicuro che con una legione svizzera… E chi gli tocca un capello? Lui sì che sa come comportarsi e cosa consigliare a questa gente. E sa quel che si deve sapere e quel che è meglio manco chiedere. E in fondo, per questi quattro vecchi che oramai siamo, il suo lavoro lo fa… qualche bella parola, una visita a casa dei malati, che sempre fa piacere e ti riscalda l’anima, ed una santa unzione alla fine, così si muore con tutti i carismi e qualcosa di meglio poi, dall’altra parte, magari lo si trova pure.

Battesimi pochi, dico la verità, ché se non era per la carmela quest’anno neanche uno se ne faceva. Ma che è?… La gente se l’è scordato come si fanno i bambini? O sono diventati tutti puppi? Ai miei tempi sì che ce n’era di carusi in giro, crescevamo per la strada e venivamo su uno dopo l’altro. Come i funghi. Figuratevi che al tempo pure la scuola c’era, dico una vera scuola elementare con i maestri dentro pagati dallo stato! E ci si andava a divertire e fare casino, finché non ci stufavamo, e allora ce ne scappavamo nei campi con la maestra che cercava di fermarci… Ma io fino alle medie ci sono arrivato – e che vi credete? – sissignore fino alle medie, ché ci andavo con la corriera ogni mattina finché mio padre non mi ha detto che era meglio portare il pane a casa e mi mandò da mio zio che, ai mercati generali di catania, c’aveva bisogno di una mano. E perciò, signori miei, io modestamente ce l’ho la mia piccola cultura, ché i libri in mano so da che lato si tengono e pure in città sono stato e i mercati palmo a palmo ve li posso raccontare, e anche certi quartieri con certe signorine arrivate fresche fresche dall’argentina che già mi avete capito…

Ma i bambini… quelli ora al paese sulle dita di una mano si contano e i picciotti, quelli che io chiamo picciotti voglio dire, sono uomini fatti. La scuola è un porcile, proprio nel senso che era vuota e ora almeno i porci e le vacche ci tengono dentro. E chi cresce se ne va. Uno dopo l’altro. Uno dopo l’altro se ne sono andati… italia,  america, germania… e poi pure le famiglie là si sono chiamati, ché magari a quest’ora pure come si parla si sono scordati… interi paesi se ne sono andati – che ne volete sapere voi? – paesi interi…
Ma ormai si fa la fame ovunque, che vi credete? Ovunque si scappa. E di corsa pure… M’hanno detto che in certi posti le fabbriche hanno chiuso tutte e appena appena c’è di che tirare a campare. Si dice che ci sono file di cristiani che si spostano da qua a là manco fossero gli ebrei dell’esodo. E altre genti che vanno nella direzione opposta, ognuna sperando di trovare chissà che. E anche voi, ché lo so per certo, tanto bene non ci state, eh? Ché tutti l’hanno sentito che ci avete i soldati che girano per la strada con i blindati e persino il coprifuoco e tutto il resto e che a chi non ci sta attento gli sparano senza chiedere perché e percome… Ché la festa è finita. E’ finita e complimenti non se ne fanno per nessuno.
Questo però voi scrivetelo, cari i miei giornalisti, che da noi non succede… Scrivetelo. Perché io lo so che poi voi, quando ve ne tornate al paese vostro, solo minchiate scrivete.

Ma giovani no, neanche qui ce ne sono più… E se non fosse per questi marocchini che ogni tanto ci si buttano mezzi morti sulla spiaggia… e si capisce, ché questi solo fame e bombe si lasciano dietro, ché se ‘ste bombe degli americani anziché essere così intelligenti si potessero almeno mangiare… E invece no… E allora questi scappano e quei sucasangue dei contrabbandieri come animali li scaricano in mare, quando ancora la spiaggia a stento si vede. E quelli che non ci annegano e non smettono di soffrire, quelli che a terra ci riescono ad arrivare, che manco gli pare vero, quelli se li viene a prendere la gendarmeria con quelle quattro camionette fetenti, giovani donne bambini tutti dentro ce li infilano e se li portano via proprio come animali, ché solo il signore lo sa che cosa gli succede in quei campi dove li buttano, ché c’è tanto filo spinato che manco il carcere di polizzi…
Se qualcuno si riesce a nascondere, però, poi da noi qualcosa la trova. Non tanto, per carità, ché trippa per gatti non ce n’è. Ma se ha la schiena forte e voglia di lavorare, allora qualche giornata nei campi a raccogliere queste quattro cose rachitiche che ancora crescono se la può fare… Dormire dormono nei campi stessi, ché di lusso in paese ce n’è poco, oppure nei capannoni della vecchia zona industriale, che di industriale, se proprio devo dirlo, solo il nome c’aveva… Capannoni cresciuti con i fondi stanziati, con qualche commendatore o cavaliere di lassù che veniva da noi a farci credere di mettere su una fabbrica – figurarsi! – e poi si fotteva i soldi e spariva con tanti saluti a tutti e con ‘sti capannoni che a noi ci rimanevano sulla minchia… Ma non se ne andavano gratis si capisce, ché noi un nostro rendiconto pure lo volevamo… E che credevano, di venire a farci fessi così? E che, noi non dobbiamo mangiare per campare? E allora, se loro si arricchivano, anche pagare dovevano. Sissignore il pizzo, come tutti quelli che si rispettano e magari più degli altri, sennò il capannone glielo tiravamo giù noi con i fuochi d’artificio, altroché… E pagavano, pagavano! Eccome se pagavano, visto che i fondi poi se li ammuccavano…
Ma questi qui, neri come la fame di notte, a questi che gli fai pagare? Li porti nei campi, li fai lavorare finché stanno sulle gambe e alla fine li sfami. Pari, patta e amici come prima… Questi a stento parlano e non capiscono una minchia, stanno da noi un paio di mesi e poi spariscono verso nord, sperando che la gendarmeria non si inghiotta pure loro. Ma dove se ne vanno? E chi lo sa?

III

Ma questo che c’entrava?…
Ah sì i giornali… sono due appunto. Quell’altro, quello della fraternità – il popolo eletto, così si chiama – arriva dritto dritto da palermo a tutti i tesserati, ché manco ti devi scomodare per andare a comperarlo. Tanto la tessera ce l’hanno praticamente tutti tranne nunziello. Voglio dire, tranne nunziello e u puppu, ché io parlo dei maschi, si capisce, visto che le femmine non c’entrano con queste storie della politica ed è meglio così… Del resto perché mai non farsela ‘sto cazzo di tessera? Forse che ce l’avete con qualcuno della fraternità? Forse che c’è qualche problema? No, e allora? Costa due lire – dico così, se ancora vi ricordate che erano le lire – e fate quelli del partito contenti come dei pupi con una minchiata…
Ché tanto poi, quando vengono le elezioni, per chi mai vorreste votare? Non che non ci sia libertà, per carità… è che proprio non ci sono i partiti. Ma non è che se ne siano andati, ché questa mica è una dittatura… Anni fa, allora sì che ce n’erano ancora due o tre, ma tutti u stissu erano… precisi come gocce d’acqua!
Mangia di qui, mangia di là.
E che senso aveva? E allora finalmente l’hanno capito ‘sti grandi uomini, politici figli di politici, pezzenti e morti di fame, e l’hanno finita con queste carnevalate delle campagne elettorali, manifesti, volantini, coltellate, capretti sgozzati, pacchi di pasta regalati… insomma con tutto ‘sto gran ambaradan. E ora sì che tutto è più semplice. Prima votavi per tizio? E ora c’è suo nipote in lista. Votavi per caio? E quello ancora là è, guarda bene… te lo trovi sulla lista anche dopo trent’anni, ché pure lui manco si sa se è ancora vivo o se già ci si sono ingrassati i vermi… Certo che poi quello, da morto, alla provincia non ci si va a sedere… che centra? Tu voti per lui perché lo stimi, ma il seggio se lo piglia il primo dei non eletti, si capisce, che magari è una testa di minchia e non avrebbe preso manco un voto… Semplice no? E che sia il comune, la regione o che ci sia da mandare qualcuno fuori dalle palle, a rompersi i coglioni a brussell da dove non può fare danno a nessuno, è sempre la stessa storia. E la campagna elettorale, se così la si può chiamare, è un piacere, cose di chiacchera di paese. Si parla un poco al bar con la gente che c’è e questa poi riferisce: a casa, dal barbiere… così, quattro parole tra amici e alla fine si vota che sembra la festa patronale e il giorno dopo tutto è tranquillo, senza prendersi di bile e senza dover aggiustare le cose perché qualcuno di troppo ha fatto il furbo nella cabina elettorale.
Pure l’opposizione ci abbiamo, che vi credete? Sissignore l’opposizione…
Ché poi, per la verità, solo nunziello sarebbe, ma di come si agita e straparla… Ché lui c’è l’ha con tutti… ché per lui tutti pari ladri e farabutti sono… Ma che ci volete fare, nunziello pure c’era andato all’università, ma al nord e quei cornuti ce l’hanno rovinato… Gli hanno riempito la testa di minchiate, idee buone per il paradiso magari – mi spiego? – ma che qui sulla terra non c’azzeccano niente… Manco gli studi gli hanno lasciato finire e lui se n’è tornato che puzzava di fame e pure qualche bastonata dalla polizia s’era preso. E noi che potevamo fare? Che lo dovevamo ammazzare? Sempre nunziello nostro è… e siccome noi un cuore davvero ce l’abbiamo, la gente ogni tanto anche da quello scomunicato va a comperare qualcosa. Tanto lui parla parla, ma poi non fa del male a nessuno. Anzi, per quanto mi riguarda sapete io che vi dico? Evviva la libertà – senza esagerare s’intende, ché sennò a qualcuno gli potrebbero pure girare i cosiddetti… – Che dica quel che vuole, ché tanto poi alle elezioni di quel che pensa lui ce ne fottiamo.

Intendiamoci, non che le cose siano sempre state così semplici… prima qui c’era sasà faccia di topo che faceva il bello ed il brutto tempo. E chissà che s’era messo in testa, fatto è che si era preso la questione con un pezzo grosso, minniti – ve lo ricordate? – quello che sembrava che alla sedia di ministro ce l’avessero avvitato. Insomma sasà tanto fece che un giorno decisero di fargliela vedere e gli prepararono tutta l’inscenata. Minchia, avreste dovuto esserci… c’erano elicotteri e blindati della polizia e pure la televisione. Pareva un film sullo sbarco del ’43… Tutti incappucciati per la vergogna e armati fino ai denti che urlavano di qua e di là, insomma sbirri da tutti i lati… sopra e sotto hanno frugato, dentro e fuori quei cornuti… e che si sono portati via? Quattro carte da niente ed un paio di pecorai pregiudicati che dopo due mesi loro stessi a calci in culo li hanno buttati fuori dalle prigioni, ché si vede che gli costavano troppo e non ci cavavano un ragno dal buco. Ma che volete? Nel frattempo le elezioni si erano fatte e chi doveva capire aveva capito, sasà compreso che, prima di finire come finì, alla discarica della cisternazza, quella volta se la prese ‘nta carina come si meritava.

Cose d’altri tempi comunque. Ché da noi mica è come in città, dove ormai le ammazzatine sono cose d’ogni giorno ed è meglio starsene muti e chiusi a casa. Là sì che ora è un bordello, ma di quelli senza signorine… con le montagne di munnizza alte fino al primo piano, disoccupati che saccheggiano i negozi e mettono a fuoco i quartieri, sirene a tutte le ore del giorno e della notte e polizia che spara come niente… Chi del paese c’è stato, ultimamente, se n’è scappato per pazzo. Diceva di fiamme che la notte si vedono persino dai paesi attorno, fiamme alte come case, diceva, che sembrava giorno fatto, e già c’è chi parla di certe malattie che si pigliano la gente in meno di una settimana, che dio ce ne scampi e liberi… Chi se lo può permettere fa casa e lavoro e a tutto il resto ci pensano i soldi che ha, ma chi deve uscire così, in mezzo alla strada a cercare da mangiare come un cane…
Ma che è vita quella?
Noi il pane ancora ce l’abbiamo e se dio vuole quelli della fraternità prima o poi anche in città riescono a mettersi d’accordo, a spartirsi quello che si devono spartire e a fare campare la gente di nuovo da cristiani. Ché sennò chissà come si va a finire. E mica può esserci dovunque un’occhio che controlla, una parola che riappacifica, un gesto che vale più di una assicurazione sulla vita?
Da noi se dio vuole ce la scampiamo e, se proprio si deve, pure l’ospedale c’abbiamo, e manco tanto lontano… Ma quello è meglio lasciarlo perdere, con quegli ammazzacani ché manco io lo so come se lo sono preso il posto, ché se uno ci entra con l’appendicite capace che esce morto, dio ce ne scampi e liberi… Quelli con la povera gente fanno i dottoroni e per un nonnulla si fanno pagare fior di soldoni, ché i cristiani magari la madre si devono vendere per pagarli… E poi, quando invece di un’operazione ce ne ha bisogno un pezzo da novanta – come a suo tempo zappulla, che era uno che girava con i picciotti affianco, mi capite? – allora se gli capita uno così quei grandi scienziatoni che sono si pisciano sotto e gli trema il bisturi, sissignore gli trema, l’ho visto con questi occhi, perché uno come zappulla glielo dice in faccia chiaro e tondo che se quelli lo sminchiano la mano gli fa tagliare e allora buonasera e buonanotte…
Così era zappulla, pace all’anima sua, uno della vecchia guardia. Uno che le cose sue le sapeva e non guardava in faccia a nessuno. Dice che quando lo prese la benemerita, ché ormai aveva ottant’anni suonati, si voleva gettare a morsi sul giudice… ma ve l’immaginate? A morsi… E quello veramente se lo sarebbe potuto mangiare il giudice, non come quando lo dico io, per scherzo…
Ma zappulla era fatto così e se li era visti tutti gli anni dell’ultima repubblica, li aveva frequentati quei giri di portaborse che gli venivano a chiedere di essere fatti deputati, gente con le pezze al culo che non valeva un braccio dei suoi picciotti. E allora dopo un po’ di anni inizi a romperti i coglioni di questi onorevoli e deputati, assessori e segretari che ti sbavano dietro e perdi la pazienza. Così è andata la questione cancemi – ve la ricordate quella storia? tutti i giornali ne parlarono… – ma come potti succediri? ma unni s’a vistu mai? ed è uno scandalo… e lo stato… e il governo… e questo di qui, e quello di là… insomma ora a quello stronzo dell’onorevole la targa sulla casa gli hanno messo e magari un giorno il suo nome pure a una strada glielo danno, ma intanto zappulla lo sfizio di insegnargli l’educazione se l’era tolto e chi queste cose doveva capirle le capì ben bene, ché non c’era bisogno né di saper scrivere, né di saper leggere.
E se proprio lo volete sapere, se non era per l’età, allora col cavolo che se lo pigliavano e se lo portavano via. L’età, quella l’ha fottuto, ma – che volete? – quella prima o poi tutti ci piglia, questione di tempo è. E allora non c’è né papa e né re che tenga… Tutti in fila, così come capita prima, brutti e belli, galantuomini e gran fetenti. Ché se ci va bene ci seppelliscono al cimitero del paese, che ci ha sempre il sole ed è meglio della villa comunale, e se va male si finisce in qualche fosso o peggio, ma chi se ne fotte, non so se mi spiego?

Ma intanto per oggi, dicevo, se dio vuole noi ce la caviamo, ché ancora un po’ di scorte ce le abbiamo e di grandi casini, come quelli della città, non ne succedono… sì, magari qualche incidente, un furtarello, una parola di troppo, ma queste sono ragazzate, insomma cose da caruseddi che dai paesi vicini vengono a cercare l’avventura e non sanno bene in che guai cacciarsi. E allora basta una parola e tutto si accomoda, ma cose serie, dove ci scappa il morto, da noi non ne succedono spesso e, se magari succedono, non capitano certo per caso.
Ché tutti lo capiscono se c’è qualcuno che non ha voglia di morire nel suo letto e glielo dicono pure:
«Statti attento – gli dicono – lascia perdere…»
E di solito tanto basta. Poi, se uno proprio la vuole la guerra, allora se la trova, no? Tutto il mondo è paese… Ma cose a caso, così, no, non ne succedono. Di solito. Perché da sempre, in paese, tutti si conoscono, capite? Ognuno sa l’altro chi è e come ci si deve comportare… e allora tutto fila liscio, come sull’olio. Ognuno si fa gli affari suoi e la sera può portare un poco di pane a casa.
Per esempio lo vedete, laggiù, ciccio? – certo che non lo vedete e che vedete mai voi? Io dico con gli occhi della mente… – Con la giacchetta sdrucita di sempre e i capelli ricci con la gelatina, tagliati a cazzo di cane… a quest’ora dovrebbe essere proprio lì, su viale dell’indipendenza, a farsi i suoi soliti giri… chi non lo conosce? Lui si fa i giri, appunto, raccoglie quello che deve raccogliere, sente quello che deve sentire e dice quello che deve dire. Chi vuole fare sapere qualcosa allo sciancato la può dire a lui. E poi si vede. Basta un accenno, una mezza parola… magari anche un biglietto. E lui va dagli amici e riferisce, e quelli dallo sciancato. Loro si pigliano gli ordini e ciccio li esegue. E che serve di più?
E se dopo ve lo volete fare davvero, un giro in paese, è meglio che vi fate vedere con lui, ché lui sa chi siete e a voi non vi succede niente e, se volete, pure la moglie di quel gran cornuto di alfio vi fa conoscere, che giovane oramai non lo è più, ma ancora sa come farvi divertire, mi spiego?

Come lo sciancato chi è? Ma voi dove minchia vivete?
E che vi posso dire io… chi lo sa veramente? E’ uno che si fa gli affari suoi e qualche volta pure quelli degli altri. Basta sapere questo e tutto è a posto. Ché poi i bene informati dicono che non sia lontano, anzi, dicono che si nasconda proprio qui vicino, nelle campagne, in qualche cascinale dove nessuno va mai a vedere, manco la gendarmeria e si capisce, ché quelli pure sono padri di famiglia.
Ma mica se ne sta ficcato in un buco sottoterra come sasà faccia di topo! Nossignore, quello no. Sasà un topo lo era veramente e da topo è morto. Nella sua stessa tana, a due metri sotto terra sono andati a pigliarlo per fargli la festa alla cisternazza. Ma chi lo sciancato l’ha visto in faccia, e in paese tutti lo sanno che faccia ci ha, chi ha visto lo sciancato una volta ci può giurare che quello non si nasconde neanche tanto. Segnatevelo questo, segnatevelo…

IV

Ma voi lo sapete com’era al paese, prima?
O pensate che sia sempre stato com’è ora? Ma non lo sapete che le barche rientravano dalla pesca che a stento si tenevano a galla di quanto pesce c’era, prima che la costruissero quella fetenzia nera del petrolchimico? E ora che quello è una porcheria arrugginita, grande che pare una città, ora che quella cosa fitusa non caca più soldi per nessuno, ‘sti poveri cristi di pescatori se ne stanno giorni fuori per poi arricogghiersi con una cassetta di sarde e con più fame di prima… Ma non ci siete stati al porto della marinella? Non li avete visti che gli calano i pantaloni ché manco lo stomaco ci hanno più?
Ché il mare è così mal ridotto che solo acqua e sale c’è… acqua, sale e questa merda di alghe che dopo ogni tempesta la spiaggia prima è tutta verde e poi fete per settimane… E che lo chiamate ancora mare, questo? Questo un immondezzaio è, ecco cos’è… hanno voglia ora di litigare su come minchia fare a salvarlo… E che ci salvi più, il sale? E ‘sta gente che va per mare che cosa gli porta da mangiare alla famiglia, ‘ste alghe fetenti?

Oppure credete che alberi non ce ne siano stati mai e che la linea ferroviaria passasse in mezzo al deserto, così come la vedete oggi? Ma che ne sapete voi?
Io ancora me lo ricordo il giorno dell’inaugurazione dell’ultima tratta, ché persino il sottosegretario arrivò, con quella faccia scura che la diceva tutta su come se l’era fatto marcio il fegato, dalla rabbia di non riuscire a diventare ministro. Parlava in mezzo a campi di grano alti quanto lui. E ce ne erano quel giorno di colleghi vostri, miei cari signori, eccome se ce n’erano. E quello parlava come se il caldo non lo soffrisse, e ci leggeva quel suo discorso con i fogli che sbattevano al vento di qui e di là come bandiere. E si credeva l’ambasciatore d’inghilterra, quella mezza calzetta, e alla fine pure lui era sudato come un maiale, come tutti gli altri. E leggeva e leggeva, minchia quanto leggeva…
Tra un campo e l’altro scorrevano i binari, tra un campo e l’altro come tra due muri di piante alte così, parola mia, che era uno spettacolo della natura… E ora la linea è mezza sotterrata dalla sabbia, ché uno si chiede pure se per caso non siamo finiti in africa, se non fosse che là gli americani stanno ripulendo tutto a colpi di bomba, ché dice che ancora c’è del petrolio e quelli assetati come lupi sono… Ma noi che ci lamentiamo? La verità è che la linea nuova, quella che doveva essere moderna veloce eccetera eccetera un gran bene ha fatto, e finché è durata meglio della manna è stata, specialmente quando di mangiare ce n’era sempre di meno! E si capisce. Manutenzione qui, sistemazione là… mezzo paese ci mangiava e finché lassù c’erano le persone giuste e i fondi qui ci arrivavano era meglio di un terno al lotto.
Soprattutto all’inizio, quando si trattò di costruirla. Da noi aspettammo così tanto per via della definizione del tracciato… ché tutti erano interessati, capirete… e anche per gli espropri, che dovevano essere fatti a regola d’arte se no prima o poi ci trovavamo sul cazzo qualche giudice che magari voleva farci la carriera con i fatti nostri… Insomma, una volta che ci mettemmo d’accordo, noi, quelli della provincia e un paio di persone per bene che ancora sono là dove sono e quindi i nomi non li vengo a raccontare a voi, allora il più era fatto. Manco erano passati un paio di giorni che alla regione tutto era già nero su bianco, con bolli firme e controfirme come cristo comanda e finalmente si potè iniziare, ché un appalto di quello faceva bene a tutti. Per un poco d’anni fu un via vai di gente, ditte ed operai che avreste dovuto vederlo… un vero spettaccolo! Cosa di andarsi a sedere sulla collinetta del feudo vaccaro solo per il piacere di taliarseli, i lavori… Mai visto tanta gente e tanti soldi… quelli sì che erano lavori pubblici, ché ci si mangiava tutti quanti e pure da re, e ancora mi ricordo l’ingegnere capo, quel – come si chiamava? – paoletti, sì, l’ingegner paoletti pierluigi di milano, quel cacasotto che appena vedeva uno dei carusi diventava bianco come un cencio, di quanta paura gli prendeva.
Dalla fifa persino mia nonna si sarebbe assunto in cantiere, persino mia nonna se glielo avessi chiesto, parola d’onore! Ed era così contento di potersene andare via dopo un paio d’anni che quasi quasi pure mancia ed assoluzione dai peccati ci lasciava. Del resto tutti cercarono di consigliarlo al meglio, quel minchione. La voleva costruire o no questa benedetta ferrovia? E allora muto si doveva stare e doveva fare come dicevamo noi, che era meglio per tutti… Con chi lavorare, dove comprare, cosa fare e come farlo, tutto gli si doveva dire, persino cosa fare per quei cocci vecchi, ché quello quasi quasi veramente li chiamava i beni culturali… dio ce ne scampi e liberi!
Ché se si fossero chiamati quelli ogni volta che si inciampiava in un pezzo di terracotta a posto eravamo! Quelli accuntu fermavano i lavori, poi magari dopo un paio di mesi venivano a ficcare il naso nelle cose nostre e poi finiva che ci cambiavano pure il tracciato, dopo che noi ci eravamo messi d’accordo con tanta fatica che quasi quasi ci scappava il morto. Noi perciò a quel paoletti glielo dicemmo preciso preciso: trovi qualche cosa? Statti muto e mettitela in tasca… così ti arrotondi lo stipendio, ché in città c’è sempre chi se la compra, questa roba vecchia.
E quel minchione che cadeva dalle nuvole, manco avesse beccato sua madre a battere sul marciapiede… Ma che gli avevamo detto, una cosa dell’altro mondo? Che aveva visto, la madonna? Ma perché lassotto, dico a salineto in valle, com’è che è finita? Che parla e straparla, batti e ribatti, alla fine davvero se li sono venduti quei quattro templi che c’avevano. Hai voglia a gridare allo scandalo… Se li sono venduti eccome, ché manco gli pareva vero dai soldi che si sono fatti. Una bella asta a chi offre di più e buonanotte ai suonatori. E chi i soldi ce li aveva se le è portate via, quelle quattro pietre. Con tante grazie e arrivederci…
E che? Ci muore qualcuno, perché ora lassotto non c’è più niente?
Mica li hanno fatti saltare con le bombe quei sassi vecchi, ché uno sennò – dico, al limite – ci potrebbe pure piangere dietro… macché. Solo che una volta stavano là tutti insieme, a salineto, in mezzo alle ortiche, e ora sono in giro per il mondo, spediti via pezzo a pezzo manco fossero cartoline… Una cosa ad un museo, un paio di colonne a qualcuno che magari nei soldi ci si strafoga, così si toglie lo sfizio di mettersele nel cesso, un altro pezzo chi se ne fotte dove… insomma un po’ di qui e un po’ di là… Ma perché, secondo voi i musei dove le vanno a trovare le cose loro, sotto i cavoli? Se le comprano, no?… E a salineto quello che ancora ci avevano se lo sono venduto. Punto.
Che c’è da fare tanto schifio?
Morire non c’è morto nessuno per questo, ripeto, e anzi, se non facevano così, dove se li andavano a pigliare i soldi, che ‘sti debiti che dice che c’abbiamo pure le mutande finisce che ci pigliano?

Ma già che parliamo di ferrovia… lo sapete che una volta persino un morto ci trovarono durante gli scavi per la linea veloce? Proprio così, sissignore, un mucchio d’ossa, ma non di un morto fresco, ché nessuno se lo ricordava più quello chi era. Qualcuno diceva che era un giornalista sparito addirittura una cinquantina d’anni fa, che era successo ancora prima di sasà faccia di topo, qualcun altro invece diceva che quello era quella lingua lunga di petralia, ma questa era una minchiatona col botto, ché persino le monache lo sanno dove lo hanno ficcato quel petralia… Ad ogni buon conto: chi era era, lo si fece sparire di nuovo e tanto meglio così, ché ora la ferrovia è lì dov’è e soldi ne ha portati. Cosa di farne subito un’altra, ci fossero ancora i treni…

A proposito, ma voi come avete fatto ad arrivare sin qui con il razionamento? Dite la verità a chi gliel’avete fottuta la macchina di rappresentanza, ché quasi quasi ormai solo quelle ancora si vedono? Bah, non mi dite niente ché a me non mi interessa, una mano lava l’altra, si sa… E già che ci siamo, voglio dire ora che di acqua parliamo… Ma lo sapete voi che qui di acqua, veramente, fino a una ventina d’anni fa ancora per tutti ce n’era? Non lo diceva nessuno – ché sennò ce le facevano costruire tante dighe quanti paesi ci sono? – ma acqua ce n’era quanto ne bastava e magari di più e con un poco di gentilezza, voi mi capite, a uno gliela portavano fino al proprio pezzo di terra sul vassoio d’argento come a un gran signore.
E allora sì che avreste dovuto vederli i nostri campi com’erano… Da questa parte – sarebbe a dire più a sud – c’erano distese di grano a perdita d’occhio e verso i monti, dove ci sono i viadotti dell’autostrada, c’erano persino aranceti e limoneti che sembravano i giardini dell’eden. Mio padre là ci si fece assumere, voglio dire in cantiere, quando si trattò di costruirla l’autostrada… Lui ci si fece assumere, ma poi si ruppe la minchia ché quello là in cantiere un lavoro da bestia era… da bestia… E che vi credete, che si tirano su da soli i viadotti, così, per grazia di sant’antonio, come uno dicesse a lazzaro alzati e cammina? Ma quale… fior di cristiani ce l’hanno lasciata la pelle per quei viadotti e quelle gallerie, cristiani di venticinque anni, ché le mogli manco ci potevano credere quando glielo dicevano che il marito gli era morto e capivano che erano fottute, che erano per la strada con tutti i picciriddi, e le creature piangevano e manco capivano il perché…
Già, il perché…
Ché voi lo sapete perché mai si dovevano costruire ‘sto cazzo di viadotti? E che? Non ce n’era abbastanza di spazio più sotto, verso la costa? Eh cari miei… quante ve ne potrei contare… non ci arrivereste mai… ma lo volete proprio sapere? E allora ditemi un poco, voi che forse ancora a scuola ci siete stati, da dove passa ‘sta autostrada? Ve la siete guardata una carta, prima di cacare qua? Ve la siete guardata bene?
Da monterosso passa, bravi… E lo sapete chi era ministro dei lavori pubblici a quel tempo? No che non lo potete sapere, ché voi forse ancora nei pensieri degli angeli eravate… ve lo dico io: era l’onorevole vinciguerra. E da dove veniva, l’onorevole vinciguerra? Forse che veniva da monterosso? Bingo e tombola, ma tu guarda che minchia di combinazione!
Insomma, per farla breve. Quel gran figlio di buona donna dal suo paese se la fece passare l’autostrada, che così costò dieci volte di più e non so quanta povera gente ci lasciò la pelle a costruire tunnel e viadotti. Ma mio padre, almeno lui, no. Ché ‘sta cosa lui la capì subito e per quello stipendio da fame mandò tutti a farsela mettere nel culo e si fece dare l’invalidità permanente che era sano come un pesce, ché tanto con le conoscenze che c’avevamo che problema c’era?

Comunque… sapeste i giardini che ci stavano… limoneti ed aranceti ed ogni altro ben di dio ci cresceva ché l’aria, pure quella, mica era come ora, questa cosa giallastra che non si capisce più se è nebbia o fumo, ‘sta cosa che la sera, quando cala il sole, appiccica e fete… All’inizio tutti pensavano che fosse il petrolchimico di portazzo e lo pensavo pure io parola d’onore, anche se quello proprio così vicino non lo è, però con quelle ciminiere che bruciavano e fetevano certo una bella impressione non l’aveva fatta mai… ma poi quelli l’hanno chiuso, la gente l’hanno mandata a casa a mangiarsi le mani dalla fame e l’aria da tutte le parti la stessa è rimasta anzi, se proprio devo dirvela tutta, a me pare che peggiori di anno in anno.
Ma ai tempi, nelle mattinate limpide, quando ancora l’aria era fresca e così trasparente che a uno ci sembrava che manco c’era, dalla cima delle colline persino la montagna si vedeva. Che è un vulcano, si sà, ma noi la chiamiamo così, affettuosamente, a Muntagna. Dovreste vederla, sapete, salire fino al cratere se ce la fate e poi guardarvi intorno. Io ci sono stato una volta che manco avevo vent’anni e ancora c’avevo il mio bel da fare ai mercati di catania… manco vent’anni c’avevo, ma i mezzi già non c’erano più. E allora lo sapete come si faceva? Si andava ai paesi e da là si chiedeva un passaggio ai contadini, ché ancora qualcuno col camion ci saliva alle proprietà, ché c’erano ancora dei meleti e qualche cosa si riusciva a vendere. Poi da là c’era la strada della forestale e da quella partiva un sentiero che saliva così ripido che, se non eri forte come un mulo, capace pure che ci restavi. Ma là, in cima – che vi potete immaginare voi? – là in cima c’era solo lava e cielo e odor di zolfo che, se il vento te lo mandava addosso, manco respiravi più. E si vedevano terre e mare sino all’orizzonte, tanto che uno si sentiva il re del mondo… Là sono stato io, su questa bestia di montagna viva che pareva mi guardasse mentre stavo lassopra a camminarle sulla panza, e la sua bocca faceva impressione di come respirava.
Là sì che si stava bene…
Perché lo volete sapere quello che io penso? Proprio lo volete sapere?
Che in un posto meno gente c’è e più è bello! Sissignore, proprio così, ché gli uomini come le cimici che infestano sono, come i vermi che, potessero, tra loro stessi si mangerebbero e ancora non è detto che non finisce così… e invece là… là non c’era anima viva! Niente, neanche un cane… e allora sì che ci si stava bene… Lassopra sì che si capisce che siamo, dico noi qui, gli uomini, tutti insomma: niente.
Ni-e-nte!
Niente di niente, cacatedde i musca, ecco che siamo.
Pulici sul dorso del cane, fottute formiche, questo siamo!
Epperò!
Queste formiche che siamo pure devono vivere e ognuno lo fa come può. Quel cornuto di alfio, quei figghi i buttana della fraternità, tonino, io stesso e persino voi, che state qua muti ad ascoltare, e tutti gli altri… E allora noi, noi formiche dico, noi che ci possiamo fare? Che l’abbiamo chiesto noi di venirci, a questo porco mondo? No. E allora ci tocca arrangiarci come possiamo e tirare fuori da questa terra quel che ci può dare, prima che diventi tutto un deserto… Ma lo sapete da quante settimane non piove da noi? E se anche piove, lo sapete come fa? Sette, otto ore di seguito, pioggia così forte che sembra mare, che pare si stia per portare via le case tutte intere, che gli animali nuotano nelle stalle e che al posto delle strade ci trovi fiumi che ci puoi annegare dentro.
Ma quelle mica sono piogge… macché… Quelli veri e propri diluvi mandati dal cielo sono, prove di diluvio universale, sissignore! Ché è più quanto distruggono di quanto aiutano. Siamo alla fine dei tempi, ve lo dico io… alla fine dei tempi… Ché lassù il grande puparo, se mi si permette il paragone, si è scassato la minchia e quaggiù quel che c’era da prendersi ce lo siamo preso e mangiato, ché se non fosse peccato mangiarci tra di noi cristiani…
Insomma, la fine dei tempi… e la montagna, quella un giorno o l’altro ce lo farà vedere per benino a tutti. Perché quella è ancora là, ci potete mettere la mano sul fuoco. Quella è ancora là, anche se nessuno la può più vedere. Quella è dietro ‘sta cosa gialla che ci respiriamo e allora, quando il troppo è troppo, quella con uno sbuffo si scotola e manda tutti a parlare faccia a faccia col signore. Sarà un attimo, vedrete. Un attimo come un lampo di fuoco. Un rutto su questa schifezza che siamo. E noi lì a restarci, come cimici in uno sputo. E poi solo buio. E notte.

Vabbé, adesso basta. Arrivederci.

Sì, sì, ve ne potete andare, arrivederci… Anzi no, ché veramente c’è ancora una cosa che volevo dirvi. E cioè che candido mattia fu giuseppe forse un poco zoppo lo è, ma sciancato no, non lo è per niente. E questo gliel’ho fatto capire a sasà prima di farlo scannare come un cane, a quel gran cornuto e, se qualcuno ancora si permette di dirmelo in faccia, in bocca gli faccio sparare così, senza neanche pensarci. Segnatevelo questo, ché pure questo vi volevo dire… In bocca gli faccio sparare… in bocca.

E ora susitivi e itivinni, ché io le mie cose da fare ce l’ho e voi avete le vostre… A proposito, che avete deciso alla fine, lo volete vedere ‘sto cazzo di paese oppure no? Ma come dov’è? E dove dev’essere? Qua fuori è. Basta fare un passo e ve lo trovate davanti… e magari a destra, e a sinistra, da tutte le parti… Del resto ve lo siete fatto voi, no? Ad immagine e somiglianza, muro dopo muro, parola dopo parola l’avete tirato su… E perciò non vi lamentate se ora ve la dovrete cavare da soli. Tanto più che io là fuori con voi manco ci posso venire. Nossignore. Io qua rimango, ché so qual è il posto mio. Ma voi cari miei… voi dovete andare in scena, ché là tocca a voi di recitare. Là siete voi i personaggi e ancora qualche replica vi è concessa.  Ma se ancora avete qualche battuta da dire, o il pubblico da ringraziare, o qualche cosa da farvi perdonare, non ci dormite sopra, annacatevi, ché solo ombre siamo e le ombre svaniscono presto quando sta per scendere la notte.

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