Grazia Deledda – Forse era meglio…

Alis aveva dieci anni e doveva studiare: lo studio però non gli andava a genio: avrebbe preferito viaggiare o almeno stare nella strada o nel prato a giocare, sia pure col suo cagnolino Bau che gli saltellava sempre attorno come fosse attaccato a lui da un fil di ferro a molla.
Quando era proprio costretto a studiare, Alis si faceva venire il mal di testa, e pregava il cielo che qualche avvenimento portentoso facesse sparire dal mondo le scuole ed i libri.

Ed ecco una notte di vento e di tuoni sentì il suo Bau guaire e abbaiare nel cortile. C’erano i ladri? Alis non aveva paura dei ladri, anzi era curioso di vederli. Si vestì, quindi, alla meglio, e scese in cortile: subito, alla luce dei lampi, mentre al fragore dei tuoni si univa un rombo misterioso, vide la sua casa scuotersi qua e là come una testa che dice sì e no, e poi spaccarsi e crollare intera. Anche le altre case cadevano; anche la chiesa e la scuola: e fra i rottami e gli altri oggetti si vedevano i libri rotolare ed i quaderni svolazzare come grandi farfalle sinistre.
Era il terremoto.

Preso da un folle terrore Alis cominciò a correre, seguito da Bau. Correvano come se il terremoto li inseguisse, frustati dalla pioggia, dal vento, dalla grandine.
E corri corri, Alis vide finalmente, su un poggio, una capanna illuminata: arrivato lassù spinse la porta e si trovò in una piccola stanza dove accanto al fuoco dormiva una vecchietta coi capelli bianchi. Un cestino coperto da uno straccio era il solo oggetto che si vedesse attorno.
Per non svegliare la vecchietta, Alis stette in un cantuccio, con Bau che gli si stringeva addosso tremante, e ringraziò Dio di avergli fatto trovare quel rifugio.

La notte passò, si calmò la bufera. Alis non dormiva, pensando alla sua casa crollata e divenuta il sepolcro della sua famiglia: il suo dolore era tanto grande ch’egli non poteva neppure piangere.
Ed ecco al sorgere del sole una donna scalza vestita di verde e con una bacchetta in mano si affacciò alla porta.
– Bambino, – disse, – ho saputo della tua disgrazia e sono venuta a prenderti, se tu vuoi venire. Sono la fata Verdina: la mia casa è qui sotterra e se tu verrai nulla ti mancherà: vivrai come un principe, ti darò mia figlia per sposa; ma non dovrai mai più lasciare il mio regno.
– E il cane? – Alis domandò.
– Il cane non posso pigliarlo perché noi fate abbiamo paura dei cani e dei galli. Però può stare qui con questa vecchia che è la madre dei Venti e adesso si sveglierà per far da mangiare ai figli che già ritornano a casa. Be’, vuoi venire?
Il cagnolino gli tirava di nascosto il lembo della veste, come per consigliarlo a fuggire, a non andare con la fata. Alis pensava. Pensava che vivere sempre sotterra, sebbene nel regno delle fate, non era una cosa molto allegra: d’altronde dove andare? Non aveva più casa, né paese, né parenti, né amici.
– C’è da studiare? – domandò.
– Macché studiare: non c’è che da divertirsi.
Ed egli andò.
La fata lo condusse ai piedi del poggio e toccò con la bacchetta una pietra: e tosto si trovarono in un grande giardino luminoso, davanti a un palazzo tutto di marmo.
– Donde viene la luce, se siamo sotto terra? – si domandò Alis. E ricominciò a pensare.
La fata non pareva disposta a dargli spiegazioni altro che con la bacchetta lucida e flessibile. Con questa fece aprire e chiudere il portone del palazzo, di questa si serviva per chiamare le altre fate.
Erano tutte belle, le altre fate, grandi e piccole, ma Alis osservò che come gli uccelli, come i gatti, come tanti altri graziosi animali, non sorridevano mai e mai non lavoravano.
D’altronde, perché dovevano lavorare? Tutto si otteneva col solo tocco della bacchetta; e quello che più piaceva ad Alis era l’assoluta mancanza, nel palazzo, delle cose che rendono nervosi gli uomini: il telefono, la luce elettrica, le stufe, i campanelli, il pianoforte, i servi, gli oggetti d’uso scolastico.

Dopo avergli fatto visitare il palazzo, la fata lo condusse nella sala da pranzo dove la tavola era meravigliosamente apparecchiata e fornita delle ghiottonerie ch’egli più amava; e gli presentò la piccola fata bionda che un giorno doveva essere la sua sposa.
Questa bambina, già alta, con gli occhi e il vestito color del cielo, piacque ad Alis come il sole, la luna, le altre cose belle della terra; anche lei però non sorrideva mai, e quando egli le propose di scendere in giardino a giocare, lo guardò con meraviglia: ella non sapeva cosa fosse giocare.
– T’insegnerò io – egli le disse sottovoce; – andiamo.
Andarono nel giardino, ed egli le propose e le spiegò tutti i giochi che sapeva: ella lo ascoltava volentieri, ma non le riusciva d’imparare i giochi e neppure di ballare e di correre. Allora egli cominciò ad annoiarsi e desiderò di avere almeno un libro di avventure da leggere.

E col cadere della sera la sua noia si fece tristezza. Pensava alla sua casa distrutta, ai suoi parenti morti: ma erano poi tutti morti davvero? Oh, perché era vilmente fuggito? Forse avrebbe potuto sollevare le macerie e salvare qualcuno. E anche il rimorso di aver abbandonato Bau, ch’era infine il suo salvatore, gli stringeva il cuore. Forse era meglio restare nella capanna della madre dei Venti, aspettare che questi tornassero e poi far si trasportare da loro.
Forse era meglio… Sì, tutto è meglio del non far niente e avere con facilità tutte le cose che si desiderano. Adesso egli cominciava a capire perché le fate, neppure se bambine, possono sorridere.
La grande fata Verdina si accorse subito dei tristi pensieri di lui.
– Ascoltami, – gli disse, – io dovrei darti l’anello di fidanzato di mia figlia: veramente volevo offrirtelo più tardi, fra qualche anno, ma forse è meglio adesso.
– Sì, forse è meglio – rispose lui trasognato.
Allora la bambina, ad un cenno della madre, gl’infilò nel dito un piccolo anello d’argento; e d’improvviso egli si sentì un altro. Dimenticò ogni cosa passata, si sentì leggero, senza pensieri, senza domande, senza curiosità, felice come quando ci si sta per addormentare.
Scese con la bambina in giardino e passeggiò con lei lungo i viali illuminati dalla luna, fermandosi a guardare i riflessi del lago, i giochi delle ombre ed i colori strani delle rose.
E quando rientrò nella sua camera bellissima, si vide riflesso negli specchi come la luna nel lago: i suoi occhi erano dolci e belli, ma, come quelli dei cervi, dei gatti, della tortora, non sorridevano più.

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