Luigi Capuana – L’apostolo

Contrariamente alla sua volontà, erano accorsi a riceverlo alla stazione. Più di trecento. Bandiera, anzi, làbaro rosso con le insegne dei diversi mestieri: un martello, una sega, una cazzuola, una zappa – e una dozzina di musicisti della Società dei lavoratori che facevano anche parte della Banda comunale. Gli altri, compreso il Grancassa, come lo chiamavano, si erano rifiutati d’intervenire perchè appartenenti alla Lega dei forti, sdegnosi di avere qualcosa da fare con quei scavezzacollo che tenevano in subbuglio il paese.
Donato Mirone aveva scontato sei mesi di carcere per ribellione contro i carabinieri, ai quali voleva impedire l’arresto di un compagno in una rissa. Tornava con l’aureola di martire, e i soci avevano stimato di non lasciar passare inutilizzata questa bella occasione di protesta contro le sopercherie delle autorità che pretendevano d’intromettersi anche nelle faccende private. Si trattava di gelosie, per donne; e forse – secondo loro – quattro scappellotti, quattro pugni e anche, se si vuole, una piccola coltellata avrebbero calmato gli animi assai meglio delle manette, delle ore passate in caserma, della sentenza del Pretore e della conseguente irritazione per la vigliacca condanna!
Vigliacca, sì, perchè ci si erano messi in mezzo il Sindaco, gli Assessori, il barone Caruso, per invidia contro Donato Mirone, che non era neppur consigliere comunale – se avesse voluto sarebbe arrivato ad essere il capo del paese – e aveva intanto più influenza di tutti quei signori, e li teneva in un pugno, voluto bene e quasi adorato dal popolo di cui si era costituito protettore e benefattore.
Il Sindaco ed il Brigadiere dei carabinieri, di accordo, avean fatto finta di non avvedersi del tramenìo di Cecco Svampa e di Nino Bertolone per preparare l’accoglienza trionfale al loro Presidente. Si tenevano pronti pel caso che la dimostrazione volesse eccedere. Infine Donato Mirone era un brav’uomo, un po’ esaltato, un po’ sciocco, che si lasciava mangiare il ricco patrimonio dagli scaltri volponi che gli stavano attorno. Svampa, Bertolone e qualche altro gli si erano appiccicati alle costole, e la Società dei lavoratori fruttava ad essi, che non lavoravano punto, assai più che non ai poveri diavoli di operai e di contadini dei quali fomentavano gli appetiti con le promesse del Sole dell’avvenire.
Il Sindaco, qualche Assessore avean tentato più volte di aprire gli occhi a quell’illuso, di attirarlo dalla parte loro, mostrandosi pronti ad assecondarlo nelle sue fantasticherie di rifare l’umanità, come quegli predicava. Ma Donato Mirone aveva sempre risposto:
– Lasciatemi oprare a modo mio quel po’ di bene che mi riesce possibile. Io non v’impedisco di amministrare a piacer vostro il patrimonio del Comune; e, dove posso, secondo le mie convinzioni, vi aiuto. Non ho istituito a mie spese la scuola serale per gli adulti?
Ma era stata appunto quella scuola il pomo, come suol dirsi, della discordia. Due volte al mese egli si sostituiva al maestro e predicava il vangelo socialista di cui era divenuto l’apostolo. Ordinariamente le sue parole venivano fraintese dagli operai, dai contadini, tratte, con logica stringente, fino alle loro ultime conseguenze, mettendolo nell’imbarazzo di quasi disdirsi col cercar di attenuarne il significato.
Era tornato ricco, dopo dieci anni di emigrazione nell’Argentina. Questo però lo autorizzava, più di ogni cosa, a sconsigliare l’emigrazione ai suoi compaesani.
– Qui dovete farvi valere, qui, da persone libere e oneste; e non andare a costituirvi schiavi degli sfruttatori che colà accumulano milioni e milioni col nostro lavoro.
Qualche maligno susurrava alle sue spalle:
– Si è arricchito lui, e ora vuol impedire che gli si faccia concorrenza.
Quando però gli operai, i contadini raccolti nella Lega dei lavoratori videro che Donato Mirone era ben altro che un egoista, e predicava con l’esempio assai meglio che non con le parole, si strinsero tutti attorno a lui. Mai quella piccola stazione aveva visto tanta folla.
Cecco Svampa, col cappello su la nuca, si affaticava ad allineare su la panchina i soci della Lega.
– Tu qua, col làbaro; voialtri qui attorno. La banda in mezzo… Bravo! Hai preso la grancassa invece di quell’ubriacone di Pupo-di-pezza? Bravo! Attenti. Darò io il segnale.
Nino Bertolone stentava a tenere indietro i curiosi.
– Ognuno al suo posto! Dobbiamo poi marciare per quattro, dietro il làbaro, in bell’ordine. Il treno ritarda; sembra che lo faccia per dispetto… Eccolo! Laggiù! Quel pennacchietto di fumo bianco.
Il pennacchietto di fumo bianco correva, correva; tutti volevano vederlo, levandosi in punta di piedi per non perdere lo spazio conquistato.
Finalmente ecco il treno che, uscendo dal traforo della collina, ansa e sbuffa rallentando la corsa.
Scoppiano gli applausi, i viva! La banda intuona l’Inno dei lavoratori: gli sportelli dei carri vengono aperti, i viaggiatori si affrettano a scendere, stupiti di quell’inattesa accoglienza. Cecco Svampa corre, si arrampica a guardare, a frugare con l’occhio dentro gli scompartimenti; Nino Bertolone si spinge giù, in fondo, fino al carro dei bagagli…
– E il nostro Presidente?
Il Capo-treno risponde alzando le spalle e suona la tromba; il treno sbuffa, ansa, riprende la corsa, sparisce tra gli alberi. La folla rimane là, delusa, e molti ridono dei gesti furibondi di Svampa, delle imprecazioni e delle bestemmie di Nino Bertolone.
– Purchè non gli sia accaduto niente di male!
– Forse ha perduto la corsa!
– Avrebbe dovuto telegrafare!
E siccome Svampa e Bertolone non volevano lasciar scapparsi il pretesto della dimostrazione per far arrabbiare il Sindaco, il Brigadiere, il barone Caruso e gli altri oppositori alla Lega, istradarono egualmente, per quattro, i soci dietro il làbaro e la minuscola banda, e via tra gridi di: – Abbasso! e di – Viva! – fino alla piazza dov’era la sede della Lega. Nino Bertolone, in quattro salti, fece le scale, si affacciò al terrazzino, e agitando il cappello invitò a tutti a gridare: – Viva il nostro Presidente! Viva Donato Mirone! – E Svampa, giù tolto il làbaro di mano al socio che lo portava, lo innalzò, lo scosse, gridando:
– Con questo segno vinceremo!
Se non che la scossa fu così forte da staccare il legno che teneva annodato il cordone e il làbaro gli cascò su la testa tra gli urli e i fischi impertinenti dei ragazzacci affollati davanti al portone.

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*   *

Donato Mirone arrivava, zitto, zitto, il giorno dopo assieme con la sua compagna Cordelia, andata a riceverlo all’uscita dal carcere. Convivevano da parecchi anni come marito e moglie, e non si univano legalmente pel gran principio dell’amore libero, e per dare l’esempio che si poteva benissimo vivere in pace, maritalmente, anche senza il Codice e la fascia del Sindaco e, più, senza lo spruzzo dell’acqua benedetta del Parroco.
Cordelia si chiamava veramente Francesca, ma Donato l’aveva ribattezzata con quel nome scespiriano per ricordo di un tristissimo anno di malattia durante la quale ella lo aveva assistito come la figlia di re Lear, sostenendolo pel braccio nelle poche ore di passeggiata che le gambe indebolite gli concedevano, e continuando efficacemente la propaganda anche meglio di lui.
Maestra di scuola, dalla prepotenza di un assessore era stata buttata sul lastrico, perchè si era rifiutata alle voglie di quel satiro. Donato, conosciutala in uno dei suoi giri di propaganda, l’aveva presa con sè, dapprincipio senza nessuna intenzione di farsene un’amante, una compagna.
La cosa era avvenuta dopo, naturalmente; anche gli apostoli hanno un cuore. E poi quella giovane non bella ma piacente, intelligentissima, attivissima, piena di coraggio nelle più scabrose circostanze che possono capitare a un esaltato che vuol rifare la società da cima a fondo, si era ben meritato di partecipare non soltanto alle fatiche e ai pericoli della missione impostasi da Donato Mirone, ma pure all’agiatezza consentita dal patrimonio di lui.
Infatti, parecchi e più di tutti il barone Caruso, non riuscivano a spiegarsi perchè quell’imbecille si prendesse tante gatte a pelare, a spendere i quattrini guadagnati – bene o male, non volevano saperlo – in America; e, inoltre, a romper le uova nel paniere degli altri, sobillando i contadini, gli operai perchè richiedessero dai proprietari, dai signori le stesse mercedi che egli pagava; il triplo, il quadruplo di quel che costumava da anni, e nessuno avea mai pensato di risentirsene, mai!
Donato Mirone, in quella palazzina a due piani, comprata al ritorno da Buenos-Aires, arricchita da lui di quasi tutte le comodità della vita moderna, mancanti in quel paese nelle più vaste case dei signori, avea raccolto in una stanza la ricca collezione di libri con cui si era formato una discreta cultura. Predominavano i libri scientifici, o pretesi tali, dei Santi padri, com’egli li chiamava, del Socialismo, e una larga serie di manuali e di opuscoli di volgarizzazione della Sacrosanta religione del lavoro, altra frase che egli ripeteva spessissimo nelle sue conferenze serali.
Modesto, ingenuo, di un’incredibile buona fede, non aveva altra ambizione all’infuori di rinnovare la vita intellettuale e materiale delle infime classi del suo paese nativo e di qualche villaggio dei dintorni, convinto che bisognava cominciare dai piccoli centri dov’erano meno vizi e meno corruzione delle grandi città.
La sua patriarcale figura si prestava anche fisicamente alla missione di apostolo. Alto, robusto, con folti capelli grigi, dignitosissima barba che gli scendeva sul petto assai più canuta dei capelli, e sonora voce baritonale che accompagnava il largo gesto un po’ irrequieto delle braccia; vestito abitualmente di nero, egli imponeva rispetto anche ai suoi avversari. Il parroco, che era tra i più accaniti di questi, non aveva saputo qualificarlo meglio di chiamarlo il San Paolo di Lucifero. E Donato Mirone se ne compiaceva.
Soleva dire:
– Io faccio fare a Lucifero quel po’ di bene che il parroco non riesce a far fare al suo Cristo.
E non parlava così per irreverenza al Cristo, di cui aveva messo una bella immagine, con cornice dorata, nella sala di riunione della Lega, come al primo e più sincero socialista del mondo, assieme con quella di Marx e di Bakounine. Voleva accenare alla poca carità cristiana del Parroco che sfruttava le beghine e le devote col pretesto di aiutare la chiesa e le cerimonie religiose.
Egli intanto non si accorgeva che c’erano parecchi furbi tra i soci della Lega che sfruttavano lui. Lo sfruttavano senza cattive intenzioni anche molti altri, ricorrendo con diversi pretesti alla sua generosità.
Cordelia lo ammoniva di non lasciarsi trascinare troppo in là dalla sua bontà di cuore.
– Diffidate di Svampa, di Bertolone. Non rendon mai conto di quel che si dà ad essi pei bisogni della Lega. Io non ho osato di parlarvene finora, per paura di sembrare interessata. Questo sospetto mi affliggerebbe profondamente.
– Via! Via! Sciocca! Non dire così. Ormai Svampa e Bertolone sono due grandi sostegni della Lega e della nostra propaganda. Hanno abbandonato i loro mestieri per dedicarsi interamente agli interessi dei proletari compagni.
Donato Mirone rispondeva così, sorridente, fiducioso, incapace di pensar male del prossimo. Avea consacrato vita e sostanze alla redenzione degli operai e dei contadini del suo paese, e non si dava pensiero del suo patrimonio che si assottigliava, nè di certe strettezze che sopravvenivano, di tanto in tanto, quasi per metterlo in guardia.
Cordelia n’era impensierita per lui. Molti credevano ch’ella avesse messo da parte un buon gruzzoletto, provvedendo alla sua situazione e al suo avvenire. Invece, a trentacinque anni, era rimasta la semplice, la onesta maestrina che aveva sdegnato le profferte dell’assessore, preferendo la fame – chè questo voleva dire la perdita del posto – al disonore. E la convivenza con quell’apostolo di carità avea fortificato nel suo cuore l’entusiasmo di fare il bene da cui era stata spinta a scegliere la carriera dell’ insegnamento.
Mentre Donato Mirone si occupava degli uomini, ella era divenuta la provvidenza della povera gente, specie delle donne delle classi più basse.
Se non che tanto l’una quanta l’altra propaganda eran servite benissimo ad aprir gli occhi a molti, maggiormente però a destare cupidigie, a fomentare impazienze che andavano assolutamente oltre le intenzioni dell’apostolo e dell’apostolessa.
Svampa, Bertolone soffiavano sotto mano nel fuoco.
– Sì! Sì! il Sole dell’Avvenire!… E non spuntava mai! Il presidente, si capiva, non poteva avere troppa fretta di vederlo sorgere su l’orizzonte. Possedeva terre anche lui. Avrebbe dovuto cominciare a spartirle, per dare l’esempio. –
E così, senza che il Presidente e la sua compagna ne avessero avuto sentore, la mattina di Pasqua di Resurrezione, centinaia di contadini, tutti quelli della Lega, uomini e donne, armati di zappe, di falci e parecchi anche di fucili, radunatisi alla chetichella fuori l’abitato, si erano avviati con impressionante silenzio a invadere le campagne del Sindaco e del barone Caruso, facendo dei guasti agli alberi, alle viti, tanto per cominciare a far qualcosa, tracciando poi divisioni, piantando limiti, tumultuando, accapigliandosi, fino al momento in cui una donna una non gridò:
– I carabinieri! I soldati!

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Quella volta era bastata una diecina di arresti dei più riottosi per far tornare tranquillo il paese.
– Lei deve pensarci, lei!
Le mogli e le figlie degli arrestati andavano a piangergli in casa e nelle loro parole c’era un’intenzione di accusa, perchè infine non lo aveva detto il Presidente che le terre appartenevano a tutti e che i signori, i proprietari le possedevano per furto?
– Sì, ma nessuno deve farsi giustizia con le sue mani. Arriverà il momento della legge, della giustizia per tutti.
– Intanto dobbiamo morir di fame!
Sapevano che Donato Mirone non le avrebbe lasciate morir di fame, e insistevano:
– Lei deve pensarci! Lei!
Infatti Cordelia fu incaricata di distribuire sussidi; ed egli andava dal Sindaco, dal Pretore, dal Brigadiere dei carabinieri a patrocinare per quei poveri ignoranti che, spinti dal bisogno, s’erano illusi di esercitare un diritto e non credevano di far niente di male.
– Volete dunque metterli con le spalle al muro?
– C’è la legge, signor Mirone! – rispondeva il Sindaco. – Voi dovreste passarvi una mano su la coscienza per pesare la vostra responsabilità.
– Dovreste fare altrettanto voi signori proprietari – rimbeccava Mirone. Con la fame non si ragiona! La proprietà è un furto, ha detto Prudhom. Forse ha esagerato…
– Non siamo qui per discutere. Che c’entro io? La cosa è in mano del Pretore.
– Io ho fatto il mio rapporto. Peggio per chi si è lasciato illudere – rispondeva il Brigadiere. – Prima appiccicate il fuoco e poi volete spegnerlo con la mano degli altri. Smetta, col suo socialismo, col suo comunismo, caro signor Mirone! Lei, lo so, è un galantuomo. Ma io sono qui per tutelare l’ordine, – per far rispettare le persone e la proprietà: faccio il mio dovere!
– Facciamo il nostro dovere anche noi! Le idee non si imprigionano; le idee non si ammazzano! Glie lo dica al suo Re, ai ministri, ai deputati!
– Glie lo dica lei! – conchiuse il brigadiere ridendo.
Il fermento durava. Capannelli per le vie, facce pallide, occhi torvi, gesti di minaccia.
– Ma come? – vennero a dirgli Svampa e Bertolone. – Lei ci abbandona? Non si fa vedere nelle sale della Lega?
– Non mi si ascolta, più! Non mi si obbedisce più! – rispose severamente Donato Mirone.
– È sempre il nostro Presidente! È sempre nostro padre!
Quella sera egli si accorse che ormai quella gente, sopratutto i contadini, erano diventati intrattabili. Sorse un vecchio, curvo, incartapecorito dal lavoro e dalla vampa del sole:
– Sono della comunità quelle terre? Sì o no? Dobbiamo ancora coltivarle pei padroni? Sì o no? Se sono nostre, di tutti, andiamo a prendercele con la violenza. Se dobbiamo continuare a coltivarle per conto dei padroni facciamo… come si dice?
– Sciopero – suggerì uno.
– Facciano sciopero. Vedremo se sapranno coltivarsele da loro! Vengono i carabinieri? I soldati? Sono uomini come noi. Hanno i fucili? Le baionette? Noi abbiamo le zappe, le ronche, le falci e la disperazione della fame.
Donato Mirone, udendo quelle parole e il fremito dei mormorii di approvazioni che correvano da un punto all’altro dell’assemblea, era profondamente commosso, aveva le lacrime agli occhi.
– Che credete dunque? Che io vi abbia ingannati?
Era intervenuta anche Cordelia. Vestita semplicemente di mussola scura, pettinata male, aveva voluto accompagnare Donato, temendo che quegli animali – avea detto così – lo insultassero. Due giorni avanti alcuni soci avevano insultato lei che li esortava a non fare eccessi.
– A voi che ve n’importa? Avete già pensato ai fatti vostri.
Ella, sapeva della maligna leggenda del suo gruzzolo, e per ciò voltò ad essi, indignata, le spalle, ma non così presto da non udire la sconcia parola che quelli le lanciarono dietro.
Tornata a casa pallida, sconvolta in viso, avea trovato suo marito – per lei era tale, non compagno – abbattuto pel fallimento di una Banca Popolare con la quale egli aveva fatto, mesi addietro un’operazione, dando in garanzia le sue terre e la casa, per creare e far prosperare certe piccole industrie tra i soci della Lega.
– Non vuol dire! – aveva conchiuso Donato Mirone. – Ricominceremo daccapo!
E giusto, due giorni dopo, nel tumulto dell’assemblea era stato costretto a difendersi:
– Che credete dunque? Che io vi abbia ingannato?
– Ingrati! – sorse a rinfacciarli Cordelia. Quest’uomo si è spogliato del suo per beneficarvi; quest’ uomo….
Ma gli urli, i fischi, gli insulti le impedirono di proseguire.
Voleva condur via Donato, che resisteva, ripetendo:
– Non sanno quel che dicono! Non sanno quel che fanno! Sono sobillati; bisogna compatirli…
Era dunque tutto preparato? Parve che le zappe, le falci, le ronche sorgessero da sotterra; che un furore di distruzione avesse improvvisamente invasato gli animi.
Donato e Cordelia si precipitarono per frenare quegli impazziti, che non sentivano più nessun’esortazione, nessuna voce di preghiera; furono travolti, spinti in mezzo a loro. Fuori, la via brulicava di donne che alzavano le braccia, urlando come indemoniate, agitando cenci rossi o neri attaccati a bastoni, a canne, a ramoscelli spogliati di fronde…
Correvano come a un assalto, gridando:
– Viva! Morte! – e Donato e Cordelia venivano spinti avanti, avanti, in prima fila quasi.
– Dal barone Caruso! Dal Sindaco! Dall’Assessore Morana!…
E, intanto, parecchi saccheggiavano alcune botteghe di panettieri e di rivenditori di commestibili che non avevano avuto tempo di chiudere le porte, e appiccicavano fuoco agli scaffali.
Vedendo i carabinieri e i soldati che sbarravano la via, Donato Mirone e Cordelia avevan tentato di opporsi all’avanzata dei ribelli per evitare una strage.
Si udirono tre squilli di tromba! Una pioggia di sassi volò contro i soldati, ferendo alla testa il delegato, che cadde per terra svenuto, sanguinante.
Una scarica rimbombò, seguìta immediatamente da un’altra.
L’eroica giovane donna giaceva morta sul corpo dell’uomo a cui aveva voluto farsi scudo.
Donato Mirone, gravemente ferito, penò tre mesi all’ospedale. E al chirurgo che, medicandolo, un giorno gli disse: – C’è mancato poco che la vostra mania di far del bene a chi non lo merita o non sa apprezzarlo, non vi costasse la vita! – L’incorreggibile apostolo rispose:
– Ricomincierò, se campo. Il bene deve farsi a ogni costo, perchè è il bene.
Ma la cancrena della gamba non gli concesse la gioia di poter ricominciare.

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