Luigi Capuana – Sempre tardi

—Non l’amavi?—domandò, con gran maraviglia, Diego Punzi.

—Un po’—rispose Falcini.

—Un po’… in che senso?

—Non tutte le donne producono il famoso coup de foudre; molte, la più parte anzi, s’insinuano lentamente nel nostro cuore e sono le più pericolose.

—Non fare teoriche, alla Stendhal!—lo interruppe Punzi.

—No; voglio soltanto spiegarti….

—E allora raccontami. La spiegazione me la darò da me.

—T’interessa?

—Mi hai cagionato un gran dolore in quel tempo!

—Ah!—esclamò Falcini guardando fissamente negli occhi il suo amico. E soggiunse:—Senza volerlo però e senza saperlo. Me ne dispiace per te e per lei.

—Chi sa se non sia stato meglio?

—Bisognerebbe pensare così quando una cosa non avviene; ma non è facile. E poi… non è sempre vero. Ora tu, con questa rivelazione, mi fai sentire rimorso.

—Dàtti pace; fortunatamente sono riuscito a consolarmi.

—Non vuol dire. Io credo che in questo mondo sia assai più il male che vien fatto senza volerlo, che non quello prodotto liberamente.

—Dunque?

—Dunque, capisci, mi trovai imbarazzato. Ricordo benissimo: era una serata di maggio… no, di giugno, con un plenilunio maraviglioso. Il padre, la madre, la cugina e gli altri due amici che li accompagnavano salivano per via Quattro Fontane dalla parte del marciapiede inondato dal lume di luna; noi due, invece, dalla parte dell’ombra delle case, che tagliava quasi a mezzo la via. Improvvisamente ella mi disse:—Tra una diecina di giorni parto.—Per Lione?—domandai (Aveva un fratello colà, direttore d’una fabbrica di velluti).—Per Kiel—rispose.—Come mai?—Vo da un’amica…. che fantastica per me non so qual progetto…. Potrebbe darsi che io non ritornassi più a Roma….—Oh!…—Consigliatemi: debbo andare? Affido il mio destino alle vostre mani.—Assumerei una gravissima responsabilità dandovi un consiglio qualunque.—

Ella saliva a capo chino, con gli occhi socchiusi, ed io sentivo tremare il suo braccio attaccato al mio. La guardai; era pallida, e alle mie ultime parole aveva atteggiato le labbra a una dolorosa espressione di disinganno.—Sentite, Nelly,—le dissi.—Poco fa in casa Olgani abbiamo scherzato e riso troppo. Le vostre parole di questo momento sono serie e gravi, se io non mi illudo intorno al loro significato. Non posso rispondervi sùbito. Vorrei potervi dire: Restate! Ma sarebbe gran leggerezza da parte mia, se non riflettessi qualche giorno. Vi dispiace di attendere fino a mercoledì prossimo? Ci rivedremo in casa Olgani. Se me lo permetteste, potrei anche scrivervi.—No; mi darete la risposta mercoledì. Sinceramente, spero!—Sincerissimamente!—Ho, forse, fatto male a chiedervi un consiglio!—esclamò dopo una breve pausa.—Ve ne sono gratissimo.—Raggiungiamo gli altri—ella concluse, sorridendo tristamente.

E nel traversare la via, le strinsi forte una mano, mormorando:—Avete fatto bene; ve ne ringrazio.

Intanto ella riprendeva il suo aspetto ordinario; ma io mi sforzavo invano di non apparire turbato; e osservandola, pensavo quanto le donne siano superiori a noi nel dissimulare e nel padroneggiarsi. In quel breve tratto di strada, ella aveva cominciato a parlarmi del soggetto delle nostre risate in casa Olgani mentre un violinista scorticava non so quale sonata di Saint-Saëns; e pareva che avesse dimenticato le gravi cose dèttemi poco prima.

Tornando a casa e rifacendo la strada fatta insieme con miss Nelly, mi sembrava di riudire, quasi ondulanti ancora per l’aria, il suono della voce e l’accento incerto con cui ella mi aveva domandato:—Debbo andare?—Mi rimproveravo di non essere stato sincero. Perchè non le avevo detto immediatamente:—Siete libera! Io non sono in circostanza di darvi una risposta concreta?—E nello stesso tempo che cominciavo a sentire una specie d’irritazione contro di lei per quella domanda intempestiva (non credevo di aver fatto niente che potesse autorizzarla a rivolgermela), provavo pure un dolce compiacimento che lusingava il mio amor proprio. Non leggevo ben chiaro nel mio cuore. Quell’anno sfarfalleggiavo irrequieto tra le tante signorine che intervenivano in casa Olgani. Ricordi? Noi chiamavamo la Fiera quei mercoledì affollatissimi, destinati dalla signora Olgani a combinare matrimoni. Ella pensava soprattutti a sua figlia già sullo sfiorire, ma non voleva farlo scorgere; e perciò gran richiamo di mamme e di ragazze, e balli che dovevano sembrare improvvisati, e accademie di musica e di canto…. e, ogni sera, novità di divertimenti…. Povera signora! Vi ha rimesso le spese. Le quattro ossa spolpate della sua figliuola le sono rimaste in casa; nessuno ha avuto il coraggio di sposare quello scheletro che pure aveva una discretissima dote.

—Non divagare—lo interruppe Diego Punzi.

—Ricordi? Troppe ragazze! Per ogni scapolo, non meno di tre in concorrenza. Tirati in qua, tirati in là, nessuno di noi riusciva a fissarsi. Più che non corteggiassimo, eravamo corteggiati. Bei tempi! Anche tu; non negarlo.

—Come gli altri; quantunque….

—Lo so; tu pensavi seriamente al matrimonio e volevi sceglier bene. Io, convinto che nel matrimonio tutto è caso, intendevo di lasciare che l’avvenimento, se mai, si compisse senza che dovessi metterci nè sale nè pepe. E poi, in quella baraonda di serate, mi sembrava che neppur le ragazze facessero sul serio; e rammentando una maccaronica antifona del vecchio prete mio professore di latino, ripetevo spesso, osservando gli altri:—Canzonare te, canzonare me, Virgo sacrata!—Miss Nelly e sua cugina Jane però erano un’eccezione tra la folla. Jane, bellissima, con la sua eccessiva rigidezza britannica teneva un po’ in distanza i corteggiatori; in miss Nelly, invece, si scorgeva poco o niente d’inglese, cioè soltanto una dignità semplice e schietta che imponeva rispetto. Si capiva, avvicinandola e conversando con lei, che si aveva da fare con una signorina per la quale le parole significavano precisamente quel che volevano dire e non altro. Non si potevano adoperare sottintesi o esprimere leggermente sentimenti che erano piuttosto madrigali senza costrutto, o complimenti, o adulazioni, o maliziose canzonature da produrre lievi conseguenze. Per ciò miss Nelly era diventata prestamente la mia preferita; mi sembrava di sentirmi in ogni cosa all’unisono con lei. Mi piaceva soprattutto quella sua dolce gaiezza di spirito…. Ma già io te ne parlo come se si trattasse di persona a te ignota.

—Stavo per dirtelo. Insomma, che cosa rispondesti quel mercoledì?

—Passai parecchi giorni in un torpore strano, quasi volessi evitarmi la fatica di ricercare in fondo all’animo la risposta da dare. Evidentemente non ero innamorato, e sentivo dispiacere di non esser tale. Miss Nelly mi ispirava una gran simpatia, ma non aveva ancora operato così intensamente sul mio cuore da darmi la chiara coscienza che ella fosse per me qualche cosa di più di una amica o di una persona con cui avrei voluto passare insieme alcune ore della giornata. Non mi trovavo maturo da decidermi a legarmi con lei per tutta la vita. E poi, c’erano davvero circostanze di famiglia che non mi avrebbero permesso di prendere impegni per un tempo lontano, senza contare che i fidanzamenti a lunga scadenza mi sono sempre stati odiosissimi. Eppure avrei voluto ch’ella avesse atteso ancora prima di mettermi alle strette con quella domanda e con le gravi parole:—Affido il mio avvenire alle vostra mani!—Chi sa? Tra qualche mese, lasciando che gli avvenimenti operassero da sè, forse, mi sarebbe stato facile risolvermi secondo quel che ella sembrava desiderasse…. Ma in quei giorni, no; e non volevo mentire. È vero, pur troppo, che spesso, una parola, una sola parola inopportunamente pronunziata influisce senza rimedio su la intera esistenza di una persona. Tu ti sei consolato facilmente.

—Non ho detto: facilmente.

—In ogni modo, ti sei consolato; io invece rimpiango ancora quel che ho perduto. Il mercoledì, dunque, mi avviavo verso casa Olgani senza che io sapessi precisamente quel che avrei dovuto dire a miss Nelly, o almeno senza sapere in che modo avrei potuto formulare la mia risposta. Non volevo mentire e non volevo neppure chiudermi ogni via di riprendere quell’argomento nel caso che le circostanze mi avessero, un giorno, permesso di dirle:—Restate!—o qualunque altra parola equivalente. Entrando nel salotto, una rapida occhiata in giro mi aveva consolato; miss Nelly non c’era.—Può darsi che non venga!—pensai…. Ma proprio in quel punto ella appariva su l’uscio preceduta dalla cugina. Le corsi incontro, come chi affronta coraggiosamente un inevitabile pericolo, e le dissi:—Siete in ritardo!—Mi guardò negli occhi, seria, quasi maravigliata di udirsi dire quelle parole. E durante la serata mi sembrò che volesse evitarmi. Uscendo di casa Olgani, qualcuno della comitiva propose una passeggiata al Colosseo. Ci avviammo. Le offersi il braccio. La serata era bellissima; le viuzze che conducono colà quasi deserte. Durante il tragitto, Jane era rimasta a fianco della cugina troppo ostinatamente, contro il solito; pareva che lo facesse a posta, d’accordo con lei. Ma io manovrai in maniera da restare isolati per alcuni istanti. Avevo riflettuto: È naturale che miss Nelly non si mostri impaziente di ricevere la mia risposta; ora spetta a me d’aver premura di darla.—Dunque—dissi, e si vedeva bene che non sapevo come cominciare a parlare—quella vostra amica ha un progetto…. per voi? Io vi sono gratissimo….—Ah!—ella esclamò.—Non ne ragioniamo. L’altra sera mi sono sfuggite parole incoerenti. Scusate. Non val la pena di tornarci su.—Perchè?—È inutile; ho deciso di partire. L’invito è così affettuoso, così pressante…. E poi… ho bisogno di aria nuova, di un po’ di campagna. La villa della mia amica è in mezzo a una gran foresta….—Parlava lentamente, con tono severo. Non osai d’insistere, mortificatissimo. Poco dopo, sotto gli archi del Colosseo, appena ella si staccò dal mio braccio, mi parve che qualche cosa di decisivo fosse avvenuto per me.

—È tutto?

—No. Tre mesi dopo ella era già ritornata. Ma durante quei tre mesi, io avevo commesso la stupidaggine di lasciarmi adescare—misteri del cuore!—da…. Non importa che tu sappia da chi, perchè anche questo è un avvenimento ormai passato, quantunque abbia lasciato dolorose tracce nella mia vita. Avevo riveduto miss Nelly, fuggevolmente. Facevo rare e brevi apparizioni in casa Olgani. Tre sere avanti l’onomastico di sua madre, miss Nelly aveva avuto la precauzione di rammentarmi quella data; io non avrei potuto mancare alla festa senza mostrarmi scortese. C’eri anche tu quella sera.

—E appunto allora—lo interruppe Diego Punzi—io mi convinsi che nel cuore di miss Nelly non c’era più posto per me. Vi eravate rifugiati nel salottino in fondo, così stranamente illuminato con piccoli globi a colore…. Vi avevo visti sparire e non avevo resistito all’ansietà di sorprendere—ho vergogna di confessartelo—una parola, un gesto che potesse confermare il mio sospetto…. Eravate seduti in un angolo…. Non vi accorgeste di me…. Fu un istante…. Tu stavi a capo chino, con le mani strette accoste al mento e miss Nelly si asciugava gli occhi….

—È vero.—Ho bisogno di parlarle—mi aveva detto sotto voce. E con la scusa di mostrarmi un idolo giapponese, regalo di suo fratello alla mamma, arrivato da Lione il giorno avanti, mi aveva condotto nello strano salottino, dove quei piccoli lumi con globi a colore diffondevano fantastica luce attorno all’idolo istallato in un angolo su una specie d’altare.—Sono stata troppo dura e inconsiderata con voi—disse.—Volevo chiedervene scusa per lettera da Kiel; me n’è mancato il coraggio.—Eccesso di delicatezza da parte vostra—risposi.—Lasciatemi parlare—continuò.—Avevate ragione. Allorchè una donna dice a un uomo quel che io ho osato di dire a voi l’altra volta, merita anche una risposta peggiore di quella che voi mi dèste…. Ma io ero turbata da un’illusione; credevo che il mio contegno v’impedisse di aprirmi l’animo vostro, e pensai di porgervi un mezzo per vincere il ritegno che vi faceva indugiare. Mi attendeva uno scatto…. Invece, voi foste glaciale, riserbatissimo. Quando, il mercoledì appresso, già stavate per parlare…. Oh, avevo sofferto tanto in quei giorni di intervallo! Mi ero sentita così avvilita, così offesa dalla vostra inattesa esitazione!…. E v’interruppi bruscamente, con la malvagia volontà di prendermi una rivincita…. Vi prego di perdonarmi; sono stata perversa. Me ne pentii quasi sùbito. L’orgoglio ci fa commettere tante cattive azioni!—Ma niente affatto!…—Sì, sì!… Ditemi che mi avete perdonato,… che mi perdonate! Io non ho saputo indovinare quale sarebbe stata la risposta che stavate per darmi. Se fosse quella che mi ero lusingata di ricevere….—Ah, Nelly!—la interruppi, prendendole le mani che ella abbandonò tra le mie.—È stata una disgrazia! La mia risposta non era, forse, quella che io avrei voluto darvi e che voi desideravate, ma non tale però da precluderci l’avvenire; mentre oggi….—Non mi resse l’animo di andare innanzi. Vidi riempirsi di lagrime quei begli occhi che mi fissavano con vivissima ansietà, e le sue labbra, improvvisamente impallidite, agitarsi per balbettare:—È dunque vero…. quel che mi hanno detto?—Non voglio ingannarvi, non posso mentire; sarebbe pietà troppo crudele, e indegna di voi e di me.—Ella pianse un po’ in silenzio. Estremamente commosso, io la pregavo di frenarsi. Se qualcuno fosse venuto a sorprenderci?—La colpa è stata mia!… Debbo scontarne la pena!—ella disse, asciugandosi lestamente gli occhi, e facendo sforzi per rimettersi. Io potevo padroneggiarmi a stento. In quel punto ho capito come mai un’onesta persona possa talvolta lasciarsi indurre a commettere un’inesplicabile infamia. Pensavo all’altra, avevo il cuore, o meglio, i sensi invasati dall’altra, che fidava nella mia parola come io fidavo nella sua, e intanto ci mancò poco, assai poco, che io non mi lasciassi lusingare dalla circostanza di giocare una partita doppia con lei e con miss Nelly. E, guarda stranezza della vita! avrei fatto bene. Per comportarmi onestamente, mi sono, forse, lasciato scappar di mano la felicità!

—E forse—soggiunse Punzi—l’hai fatta perdere a un altro!

—Mi è rimasto nella memoria l’idolo giapponese che ci guardava da quell’angolo con gli occhi di vetro enormemente spalancati, nelle cui pupille si riflettevano le fiammelle colorate dei lumi, e non ho potuto dimenticare le ultime parole di miss Nelly, quasi un singhiozzo:—Sempre tardi!—

—Sempre tardi?… Perchè?…

—È il segreto di quell’anima dolorosa, ed io non ho ardito di domandarle una spiegazione. Sempre tardi! Potrebbe essere il motto di tante buone creature di questo mondo. Motto esplicativo di mille oscure tragedie della vita, non meno triste, anzi assai più triste di quelle che finiscono con un veleno o con un colpo di pistola; tragedie che tormentano lunghe esistenze, e non hanno neppure il compenso di destare interesse e commozione attorno a loro.

—Magro compenso!—esclamò Punzi.

—Dopo, quando miss Nelly non era più qua ed io non sapevo dove poter rintracciarla, ho sentito schiudersi nel mio cuore il germe nascosto di un affetto che avrebbe dato certamente un altro indirizzo alla mia vita. Ed ora che la so morta a Calcutta….

—È morta?

—Lo ignoravi?… Ora mi par di avere qualche cosa che mi si imputridisca nel cuore e vi spanda miasmi deleteri.

—Oh, rassicùrati!—fece Punzi.—Vita mors est, et mors vita, ha detto qualcuno.