Wu Ming – Previsioni del tempo

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PROLOGO

L’INFANZIA DELL’EROE

Bologna, 1993

Tempo prima, sull’Appennino, era scappata una pantera nera. Gli studenti avevano occupato facoltà in tutto il territorio nazionale, mandandosi messaggi via fax. Il movimento divenne noto come la Pantera. Il Rock che vendeva era duro, Nirvana, Jane’s Addiction, Pearl Jam. Molecole bagnavano cervelli, tutto veniva recuperato e frullato. Il culto della felicità originava da Wall Street in vibrazioni concentriche, il comparto farmaceutico-chimico giganteggiava, surrogato di ministero della difesa tarato sull’individuo, pronto a produrre inusitati implementi in grado di arginare tutte le brutte cose che passano per la mente, Bomba Prozac+, V-2 biochimica dipinta d’arcobaleno, Desert Storm alle spalle, George I e i repubblicani alle spalle. L’onda lunga bagnava le nostre coste, il paese fatto a stivale, il bel paese: dopo l’uscita di scena degli uomini della prima repubblica sembrava vivesse, si riproducesse e girasse per strada una nuova generazione di uomini, gli ultimi uomini, nuovo modello di uomini che non doveva più preoccuparsi di nulla, le cose sarebbero state amministrate in maniera corretta, i ladri tutti in galera, i corrotti tutti in galera, i fiancheggiatori tutti in galera; i nomi nuovi erano Tonino Di Pietro, Mariotto Segni, eroina-revival per le strade, nuovi anni ottanta, un embrione di ipocrita autocoscienza in più.

In quei giorni, liquidi rovesciati seccavano al sole lasciando aloni opachi. L’alluminio del tavolino tondo, dove era ancora bagnato, mandava riflessi.

Una copia di Cuore faceva mostra di sé all’interno di una bacheca. Il giornale aveva conosciuto giorni migliori, l’anno prima, il congresso dei comunisti, o ex-tali, aveva imposto un colpo di coda ai neuroni dei redattori. Il titolo in prima pagina annunciava: “D’ALEMA CONFERMA: PIENA FIDUCIA A QUEL COGLIONE DI OCCHETTO”.

Attorno al tavolino, altri tavolini. Attorno ai tavolini, la piazza. Attorno alla piazza, la città.

Piccola mecca per studenti. Sciamavano dal profondo Sud, dal profondo Nordest, dalle dieci direzioni dello spazio. Il mondo non avrebbe saputo che farsene di loro, e sarebbe avvenuto presto, pensò Angelo. Iscritto a economia & commercio, trovava la compagnia degli illusi interessante. Spense la sigaretta.

Finì di rimestare il caffé con cura, fissando il liquido scuro. Deglutì il contenuto.

“I dieci migliori dischi della storia della musica?”

Occhi grigi interrogavano dietro una montatura spessa, acuti come spilli. Angelo studiò l’interlocutore. Quando diceva musica, occhi grigi intendeva rock. Roba da fratelli maggiori.

“E che vuoi che ti dica? Non so, Dark Side of The Moon, gli Alan Parsons Project…”

“Sì, e i Genesis. Ma come sei messo? Sarà meglio che incominci a farti una cultura. A Bologna ‘ste cose sono importanti.”

Occhi grigi continuava. Trattava il rock come un totem, come Queequeg il suo idoletto, piacere veloce, spicciolo, da quattro soldi, sublime. Angelo perse la direzione delle parole e alzò lo sguardo. Una figura incedeva in mezzo alla piazza. Ne aveva avvertito l’arrivo. Occhi grigi volse il capo.

“Ecco che arriva il Conte con tutti i suoi amici.”

La figura dell’uomo era un’ombra lunga.

Il Conte e suo fratello: persone pericolose, almeno per la media della vita di strada bolognese, segnata da grave inettitudine. Che fossero legati a qualche famiglia delle sue parti, Angelo lo sapeva bene. Diversi come il giorno e la notte, come uno che si ammazza di lavoro mentre l’altro non fa un cazzo. Il maggiore ama non di meno il fratello, come si ama uno sfortunato. Dentro il bar stazionano studenti alternativi, quelli a cui piace fumare, quelli che nel mutare delle contingenze cominceranno a tirare cocaina: la Pantera non era mai stata trovata, aveva raggiunto una cengia inaccessibile, forse era incappata in un branco di cani selvatici, forse non era mai esistita. In ogni modo c’erano già dei reduci. Reduci dopo circa due anni, alcuni dopo due mesi.

E loro due, i Fratelli Ventre, giganteggiavano sul quadro, occupavano il centro della scena, pronti a mandare segnali a chi poteva comprendere. Eccoli paternalisti e severi, buffetti sulle guance e pacche nel culo; eccoli, i fratelli, incapaci di mantenere equilibrio tra confidenza e distanza, minacciosi, protettivi, contraddittori.

Il Conte, fantastico esemplare. Entrava in completo Caraceni, pochette in tinta con camicia e cravatta, scarpe che costano quanto l’affitto mensile di un monolocale. Metteva la mano in tasca e, pausa drammatica, estraeva un portasigarette d’oro. Chiudeva la scatola, rumore secco, e si accendeva la paglia, stitico sbuffo azzurrino. Sostava davanti allo specchio dorato come se il riflesso potesse davvero rispondere alle sue domande, De Niro in Taxi Driver, ma vestito elegante.

Angelo sapeva riconoscere le cose importanti, quelle che avrebbero finito per rivestire un senso. I due fratelli erano il suo spettacolo quotidiano, ma non erano in alcun modo un gioco.

Stava imparando qualcosa.

La cosa più grave è l’illusione di essere qualcuno.

La più grande sconfitta è farsi vedere.

I due mandavano puzza di tragedia imminente, di tragedia che vira in farsa, o viceversa.

I due erano tragicomici. Erano un compendio di tutto quello che Angelo trovava risibile.

I due erano concrezione viva, retaggio operante. Non che in loro non ci fosse del bene: ma occorreva concentrarsi sul male.

Nel 1987 il Conte aveva raggiunto il fratello intelligente su al Nord, proprio a Bologna, dove l’altro, detto anche il Dottore, aveva aperto un locale. Mossa azzeccata, momento giusto. La Ruota della Storia stava per compiere l’Ultimo Giro, c’era di che bere e socializzare. Studentesse, bella vita, il Conte arrivava nel bar del fratello vestito da dio in terra, girando nelle mani una chiave con un tridente e una M, Rolex sopra il polsino.

In mezzo al consesso offriva da bere. Arrivava alto, impettito, elegante, e offriva. Aiuto economico. Droghe. Quello che serviva. Poi, Bocchini di Studentesse nella Rimessa del Vino all’Ora dell’Aperitivo, tra fusti di birra, attrezzi da pulizia disusati e ragnatele, e dopo, cena con troie, serata con troie, nottata con troie, e dopo ancora risvegli con troie andate via, risvegli solitari e trionfanti al Baglioni, occhi cerchiati, espressione stolida. La bella vita: il Conte era all’avanguardia, il suo naso captava effluvi, anticipando tutta una weltanschauung. Comunque, la magia durava da qualche anno, il fratello intelligente non poteva smettere di volere bene al Conte. Permettersi di proteggerlo era una vittoria sul mondo.

Angelo comprendeva tutto questo. La gente fa spesso cose insensate per puro affetto.

Guardò i movimenti calcolati del Conte, osservò il Conte Uomo Pubblico, cercò di leggere attraverso la cortina fumogena. Per tutti quelli che avevano occhi, la sua natura si palesava, l’essenza trasudava attraverso panni costosi.

Sentimentali, barocchi. Autolesionisti. Quel che erano stava inscritto in ogni gesto, in ogni tratto, in ogni parola.

Solo i bolognesi non riuscivano a leggerla, quella lingua.

Angelo immaginò il Conte puntarsi una pistola alla fronte.

Il Dottore e il Conte. La loro carne era antica, la loro fatica era antica, e così rabbia e violenza, lontane, pericolose, ancestrali.

E tu che ti bevi, Angelo?

Prosecco, Conte. Grazie.

E portami i saluti a tuo padre.

Certo, non mancherò.

Quella sera Il Conte aveva dato mostra di andar fuori di matto perché il ragazzo di turno, dietro il bancone, si ostinava a non separare il vetro e le lattine dal resto del rusco. Gli aveva quasi messo la testa nella schifezza. La carta da una parte, le lattine da un’altra, e il vetro da un’altra ancora, cazzo.

Aveva pronunciato la parola cazzo su un registro tenorile.

Tu manco lo immagini, aveva detto, la monnezza è oro.

Angelo si rese conto che tutto quello che lo attorniava, tutti gli oggetti di cui era fatto il mondo erano accomunati da un destino piano, univoco, ineluttabile. Si stava per divenire rifiuti. Ma quello poteva non essere l’esito finale.

La monnezza è oro, aveva detto Il Conte.

E nessuno aveva applaudito. Questo accade quando il pubblico è distratto, compiacente, quando clientes e servi siedono nelle prime file, ti attorniano, e scambiano le banalità per battute epocali e gli attimi di lucidità per stronzate. Angelo vide che lo sproloquio del conte – figa, non ci sono più valori, figa, gli studenti non valgono un cazzo, figa, ma come cazzo sei vestito, fai schifo, figa, figa e coca – era accompagnato e punteggiato da cenni d’assenso e risate.

Quella sera, Angelo tornò a casa scorrendo veloce sotto i portici, meditando su quanto aveva veduto. Per puro automatismo, aveva comprato venti sacchi di marocchino, il pusher aveva staccato un pezzo coi denti. Nella parte alta di via S. Vitale passò tra la parete e le impalcature che da mesi davano sulla strada. In quel punto si era raccolta l’acqua. Puzza di muffa e urina. Vide un topo trascinare il cadavere di un piccione in una fogna. La piccola carcassa sobbalzava sull’asfalto, come gomma insanguinata.

PROLOGO II

BOLOGNA, 1997

Il fango frenava la corsa. A ogni passo le scarpe dell’uomo si appesantivano, zoccolo di terra e acqua incollate, parte della congiura per ucciderlo. L’uomo volgeva la testa più spesso, man mano che la forza nelle gambe svaniva. Scendendo a lunghe falcate lo sterrato, Giuliano vide il fiume duecento metri sotto, appena velato dalla foschia. Il fuggitivo incespicò. Giuliano gli fu sopra. L’uomo tese le braccia.

L’assassino esplose tre colpi. Il sangue macchiò i vestiti.

Giuliano imprecò. Si guardò attorno: era mattina presto, pioveva a dirotto. Trascinò il corpo verso il fiume. Il sangue lasciava una scia, fango fluido, oscuro.

La riva era scoscesa. La pioggia batteva la terra, l’acqua, la faccia dell’uccisore. Con un ultimo sforzo, tirò il fardello per le gambe.

Il corpo scivolò lento nel fango, semisommerso nella corrente.

Giuliano cavò vestiti puliti da uno zainetto. Riparandosi alla meglio sotto un albero, si cambiò. Ficcò i vecchi vestiti nello zainetto. Descrivendo un arco, lo zainetto volò nel fiume.

Il mozzicone di sigaretta cadde sull’asfalto bagnato.

Sull’autobus fradicio di sentori, Giuliano notò due donne. Una, adolescente con incisivo d’oro, parlava a labbra contratte. L’altra, grandi occhi truccati di verde, annuiva. Le desiderò, guardandole a lungo. Occhi Verdi incrociò il suo sguardo. Giuliano allora guardò fuori del finestrino, alzandosi sulle punte, tendendo il collo sopra la folla di corpi. La città si riproduceva in edifici archeologici, la natura si riappropriava dei mattoni, del ferro e del cemento. La gente andava a lavorare. Abbassò i talloni, la scena svanì. Dentro, Incisivo d’oro covava un uovo fatto di dispetto, il guscio calcare-di-lavatrice, il bianco seme annacquato, il giallo un ematoma. Occhi truccati di verde guardava fuori del finestrino, sotto il ponte sfilavano binari, lontano c’era un’idea d’orizzonte aperto dove annegavano treni.

Deglutì. L’autobus ballonzolava sulle buche. Giuliano riconobbe la fermata: lo aspettavano nello spiazzo sul retro del distributore, vicino all’entrata della tangenziale. Si fece largo come poté, inseguito dal berciare di vecchi locali.

Attraversò la strada. L’adolescente dai denti d’oro sorrise oltre il vetro.

PARTE PRIMA

UN VIAGGIO

CASERTA – NAPOLI – AUTOSTRADA A1, OGGI.

1

Sei e tredici. Centoventi secondi d’anticipo sulla sveglia che diffonderà musica nella stanza.

Cielo di fango. Nero. Gonfio, acido, malato. Piove merda. In culo ai Subprime.

Una visione brutta e un pensiero bello per cominciare la giornata. Il cielo di Milano, i flussi finanziari. Sempre in ascesa, almeno per noi. Grazie a me.

In piedi, Angelo.

Led lampeggiano: Future Sound of London, datati, potenti. La sveglia.

Piove merda, a secchiate. Vi aiuto a ripulirvi, ma non ce la fate lo stesso. Cazzi vostri, dei vostri figli: vi arricchisco, e comprate gli Humvee che gli danno le insufficienze respiratorie. A otto anni. Poi arriverà l’enfisema. Peggio per voi, e loro.

Cominciare. Flessioni. Tapis roulant: quindici minuti. Sauna, doccia. Colazione: caffè d’orzo, latte di riso, cereali, crostini integrali, miele.

A quest’ora saranno già per strada. Devono. Accendo il terminale, cracking news: code alle banche a Londra, un miliardo di sterline ritirate in poche ore. Panico da bolla immobiliare che esplode, fondi che fanno il botto. Aumentano i tassi, buono. Crisi mondiale di liquidità, molto buono. Di quella ne abbiamo noi, a iosa.

Previsioni meteo: merda su tutta l’Italia. Meglio: meno controlli, meno casini. Peggio: probabili incidenti; cialtroni al volante, ubriachi, incapaci. A guidare c’è Antonio, fidato povero cristo. Per tutto il resto c’è Giuliano, efficiente, capace, svelto, ma sempre tirato, una mazza nel culo. Spietato, sì, come me. Ma io posso rilassarmi, non devo dimostrare niente. Io ho il denaro. Ne posseggo il senso, ne capisco la natura. Lo invento. Le armi sono per i buzzurri.

Numeri, cifre, quote azionarie. Derivati, transazioni. Creo vortici, li faccio viaggiare alla velocità della luce, diventare laser, colpisco ciò che voglio. Quando, dove, come. Quando tutti perdono, io guadagno. Quando tutti guadagnano, io pure.

Giuliano. C’è Chi lo apprezza, e ha fatto strada. Fa quello che deve fare. Gli spietati servono, fanno comodo, risolvono problemi. Dicono che spesso Chi lo apprezza se lo porta dietro. Dice che è una macchina da guerra. Buono per lui.

A me però, c’è Chi mi ama. E non mi vede mai. Lo faccio volare, viaggiare, volare. Gli faccio vedere le lucine azzurre. Profitti, investimenti, acquisizioni. Un buzzurro pure lui, i buzzurri comandano. Però solo quelli che si circondano di gente col cervello.

Giuliano, scheggia di passato proiettata in avanti. L’ultimo dei fratelli Ventre, i tuoi modelli degli anni dell’apprendistato. Degli anni innocenti. Come non devi essere, non devi fare, non devi parlare. Era importante avere dei modelli. Gli anni delle idee luminose. Giuliano, se la genetica non è un’opinione, non puoi ingannarmi. Non è il cervello che ti tiene a galla. Solo adrenalina di merda. Sangue che pompa, che spinge, che schizza. Sangue. Polveri, Pompini e Pistole, la trinità dei buzzurri. Li ho osservati mentre si facevano di speed scadente, di emozioni scadenti, di abusi scadenti. Di affari miserabili. Studiavo l’economia dai marxisti, i migliori. Nessun altro può insegnare la favola nera del capitale, illustrarne le sordide magie. Accesero la torcia che ancora oggi mi guida dentro i cunicoli che portano linfa dal centro della terra.

Sopra, in superficie, i fratelli spadroneggiavano, ma in un cortile ridicolo, miserabile. Una piazza di studenti e di tossici, e poche vie circostanti, in una città dove la strada non contava un cazzo. Facevano i grossi, mentre passavano di moda, entravano in scadenza, non si accorgevano che nuovi lupi cominciavano a scendere da montagne a loro ignote. Gli anni delle intuizioni. Delle bolle che mi avrebbero portato in alto, dritto dal centro della terra. Angelo dispiega le tue ali.

Anni di dubbi, accantonati. Donne con sete di giustizia e sguardi appassionati. Pericolose. Capaci di far vacillare. Utili, messe da parte. Delle istanze degli ultimi, della sorte degli ultimi, del destino degli ultimi. Troppo Dio, troppi tribunali, troppa impotenza.

Scarti.

Utili, accantonamenti. Profitti.

La giornata comincia bene, come tutte, come sempre. L’ultimo grido: cereali, soia, rame, fotovoltaico. Là ci sono i Miei, lì c’è l’Io e il Mio, tutto schizza verso l’alto. Facile, scontato. Dollaro scende, non si fermerà. Gli americani sono fottuti, non durano dieci anni.

La sorte dei buzzurri.

La genetica non è un opinione.

2

Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale – qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-vest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall’altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l’Italia verde vista dall’alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare.

Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione.

Pioggia. Temporali estivi “su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia” così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre. Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po’.

Non che l’aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L’autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso.

Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane.

Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all’ansia. Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate lagune che separano il condominio da un’altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no.

Lampi illuminano il profilo della città, lontano. Lampi illuminano gli svincoli della tangenziale, le strade, i mucchi di rifiuti vicino ai cassonetti. I lampi ricordano flash, come se qualcuno sopra le nubi facesse fotografie.

Non riesce a mangiare, la mattina. Mangerà dopo aver caricato, due ore d’autostrada e lo stomaco finisce per aprirsi.

Caffè amaro, ustionante. Non ci fa caso. Nessun punto del corpo è particolarmente sensibile, nemmeno la gola.

L’acqua batteva la strada, i tetti e i cofani delle macchine, sollevava schizzi, impregnava la massa di rifiuti ammassata attorno e sopra tre cassonetti stracolmi, colava oleosa sull’asfalto, bolliva d’una specie di schiuma bianca, bolle e bollicine come segni di malattia infettiva, come spuma marina. Passò una macchina alzando una scia. Ne passò un’altra, fumando gas di scarico.

3

Il vetro della Nuova Panda rosso mattone rifletté una faccia quasi giovanile, se solo i lineamenti se ne fossero stati appiccicati alle ossa, agli zigomi, alla mandibola e al mento. Invece cadevano come buccia flaccida sul punto di staccarsi. Con gli anni, la faccia di Antonio scivolava verso il basso.

Ora si aprirebbe il discorso se sono più belli i giorni da poveraccio con una bella faccia, che sono stati quasi senz’altro i migliori della tua vita, o quelli con pancia piena, due lire da parte. È una questione complicata, decide Antonio. Nessuno la può risolvere.

Ancora un’occhiata dentro cristalli Fiat che intrappolano l’immagine del volto, appeso in alto a capelli bianchi piantati come foglie oblunghe, taglienti, ingiallite alle estremità. Cercò di sistemarli passando il palmo, ma quelli tornarono a ergersi, imbizzarriti dall’elettricità statica che correva l’aria.

Poi lo sguardo attraversò i vetri. Ogni mattina, controllare che nessuno gli sia entrato in macchina, un drogato, un marocchino, un disperato di merda, uno sfrattato. È successo più di una volta e più di due. All’epoca della 131 Mirafiori, comprata usata, ci aveva addirittura dormito dentro un negro. La puzza aveva impregnato i sedili per giorni, per settimane.

Girò attorno alla macchina, dando calcetti alle gomme. Si chinò con gli occhi attaccati alla portiera, per controllare che non ci fossero segni, che nessuno ne avesse sfregiato la vernice.

Fece per riguadagnare la posizione eretta. Il riflesso nel vetro della portiera lo fece rabbrividire. Si girò di scatto.

“Che controlli, don Antò? Mica ci andiamo con la Panda dove dobbiamo andare.”

Il Conte Piccolo. Antonio deglutì.

“No, è per scaramanzia.”

“E per scaramanzia toccati le palle. Muoviti che se no tardiamo.”

4

Aveva paura del Conte Piccolo. Aveva paura di moltissima gente, e questo testimoniava che era sano di mente. Le persone di cui avere più paura erano quelle rose da qualcosa nella pancia, che vivevano sospese a due dita da terra, tenute su dalla tensione, sangue che friggeva mentre faceva il giro del corpo e degli arti. E quando arrivava alla testa, era peggio: gente come il Conte Piccolo.

Il Conte Piccolo era giovane, la sua storia era nota. I suoi due fratelli si chiamavano Conte pure loro, anzi, uno Conte e uno Dottore, uno era stato un povero stronzo, l’altro in galera, in disgrazia, perché aveva voluto troppo bene all’altro.

Accadde così. Un giorno il fratello mezzano si piazza dietro a un albero, giù al paese, e ammazza uno come si ammazza un cane, perché si era invaghito della donna di lui.

Lo avevano trovato, il Conte, qualche mese dopo in una porcilaia, su al Nord. L’avevano riconosciuto dall’anello coi brillanti a forma di C che si era fatto fare a Valenza Po.

Prima di morire si era fatto fare documenti falsi con le generalità del fratello ricco, che ora stava in galera. Gli aveva lasciato in eredità debiti su debiti, cambiali, pagherò.

Per tutto questo al Conte, quello nuovo, quello che era per strada adesso, rodevano le viscere. Perché era segnato dal nome del vecchio Conte, che era stato solo un povero stronzo, morto come era vissuto.

E ora la strada sfugge alle spalle, attorno la luce della mattina gonfia di umidità ritrova consistenza di città, cemento e mattoni, secolo dopo secolo, strati di città occupati di auto in sosta e mucchi di rifiuti. Materia prima. Chissà che cos’è la materia seconda, se c’è una prima, allora forse c’è n’è una dopo, e forse anche un’altra… materia prima, seconda e terza. Mentre riflette, il Conte Piccolo scala marcia. Ora terza, poi seconda, poi prima. L’auto si ferma. Due uomini attendono sul marciapiede. Si apre il cancello elettrico di una rimessa per camion. L’insegna dice, DI CARLO TRASPORTI CELERI. Il Conte tira giù il finestrino.

“Buongiorno.”

Uno dei due lo scruta con occhi bovini. L’altro sbuffa fumo da una sigaretta.

“Vai. Parcheggia pure dentro.”

Antonio Principe siede contratto sull’altro sedile davanti, rannicchiato in se stesso. Ha voglia di una sigaretta. Poi pensa che non è vero che i Meridionali sono disorganizzati. Non tutti, non sempre. La ditta ad esempio funziona come un orologio.

Quello che piaceva al Conte Piccolo era la sensazione di fare un mestiere moderno. Tutto programmato, chi stava più in alto di lui aveva una mente organizzativa ma anche lui, Giuliano Ventre, 38 anni, non era male. Si era fatto notare perché era intelligente, freddo. Per questo non era ancora morto. Le disavventure di famiglia gettavano un’ombra: ma la sua figura stava per uscirne a forza di nervi, uscire al sole radiante e breve della Carriera Criminale. Le strade si erano fatte più distanti; ne percepiva eco e odori, però, sensazione nelle viscere, grumo nero mosso dalla disperazione. La città, disperazione organizzata, muoveva membra, articolava parole, accoglieva alcuni come un grembo, altri li sputava fuori, come semi d’uva. Anche se ormai era un Tecnico di Trasporti, un organizzatore, Il Conte Piccolo, Giuliano, era rimasto efficiente, freddo, le lezioni le aveva imparate, tornavano tutte utili.

Il trasportatore. Uno fidato, ci aveva già lavorato una volta.

Uscirono nel parcheggio che un meccanico stava calciando le gomme.

“Allora adesso andiamo a caricare, Antò.”

L’uomo fece un cenno d’assenso.

Prima di salire sul camion il vecchio guardò in cielo. Nembi panciuti, grigi, attraversavano lame di sole rossastro.

5

Tuttavia Giuliano era dominato da atavismi. Giuliano era superstizioso: non le superstizioni fluite di generazione in generazione, il numero 17, passare sotto le scale, il gatto nero: si trattava di ossessioni personali, coltivate con metodo. La più pesante aveva a che fare con la lettera C. La maiuscola ricordava un germe, un batterio, baco schifoso piegato su se stesso, innominabili esigenze metaboliche, ricciolo di merda di cane: la C iniziale era contaminante, anche per questo Giuliano odiava il soprannome di famiglia. Per questo la prima parte del tragitto sull’A1 metteva a dura prova i nervi, sempre: Caserta, Capua, Caianiello…: C iniziale ovunque, ogni pochi chilometri, a Giuliano faceva male l’ulcera, versava Maalox direttamente nella bottiglia d’acqua e tracannava, accendeva sigarette che acuivano l’ulcera, aveva voglia di caffé che acuiva l’ulcera. Ripassava nella mente tutte le fasi dell’operazione: il carico a della gente in provincia di Bologna, poi cambiare camion e prelevare, prima che bruciasse e non potesse più essere transustanziata in merda del demonio, nelle sue conseguenze, mal di testa e ulcere, vestiti e motorini per ragazzini, regali per parenti, soldi e cibo per gente in galera.

“Devo pisciare, Antò. Fermati al Mottagrill.”

Il vecchio autista fece un cenno con la mano a taglio, indicando la pancia. “Così ci mangiamo qualcosa eh?”

“Che mangiare e mangiare, don Antò: bisogna guidare, altro che mangiare.”

Antonio aveva paura, ma sapeva come prendere la gente. “È che se non mangio, manco guido.”

Il Conte guardò l’orologio. “Vabbuò, dieci minuti però. Non di più.”

“Anche cinque, signor Ventre, per buttare giù un cornetto che ci vuole.”

Il motore del camion ansimò rumorosamente. Tre assi e rimorchio si spostarono sulla destra.

“La freccia, Don Antò.”

“Ah già.”

“Ah già, sì. Meglio che mangi qualcosa, don Antò. Prima che mi combini qualche stronzata.”

I gradini erano scivolosi, appena lavati. C’era odore di disinfettante, aspro. Giuliano lasciò cadere monete sul piattino. Il suono rimbalzò contro la ceramica delle piastrelle. La donna delle pulizie, tozza e sudata, uscì dalla zona dei cessi e aprì la faccia in un sorriso.

Giuliano pisciava in piedi. Non gli sarebbe piaciuto morire a faccia in giù nel piscio o nella merda, ma anche in quel caso c’era una possibilità meno disdicevole dell’altra. Seduto sulla tazza del cesso, dietro una porta semiaperta, testa esplosa, niente più faccia, materia cerebrale e merda sul pavimento e sui muri, oppure una pozza di sangue nell’acqua che scorre, alla luce, tra i rivoli degli orinatoi, vicino agli specchi: cambiava tutto.

Il corpo del fratello morto nella porcilaia, invece, era stato trovato appena prima che i maiali finissero. Il corpo cambiava di stagione in stagione, c’era una porta nella sua testa che portava all’immagine del fratello morto, e l’immagine ronzava di mosche estive, oppure c’era brina sul corpo e sulla merda da quanto faceva freddo. Primavera o autunno sarebbe stato più difficile, l’immagine prendeva aspetti onirici, foglie morte sulla merda e sul corpo, forse petali di fiori o sentori lontani nella brezza primaverile, ma soprattutto odore di merda, sangue, maiali.

Sicuramente i maiali avevano mangiato subito gli occhi, quelli non avevano potuto essere salvati. Chissà se i maiali avevano mangiato i vestiti e le scarpe. Chissà se lo fanno.

Scrollò l’uccello e tirò su la lampo piegando appena le ginocchia. Fece per uscire.

Lo sguardo incrociò quello di un uomo alto, capelli scuri, baffi folti, vestito con un abito da impiegato stazzonato, piedi incredibili, enormi. Gli occhi erano inespressivi, a parte l’ombra di un’interrogazione. L’uomo entrò nel cesso, e dietro di lui ne apparve un altro, una versione in miniatura del precedente, vestito in modo simile, solo appena più sportivo, visto che indossava uno spezzato. Lo sguardo di Giuliano indugiò sulle nuche riflesse nello specchio, mentre i due uomini sbottonavano la patta e pisciavano all’unisono.

Antonio buttò giù un altro caffé e sentì le due paste da autogrill cambiare posto, semiintere, nello stomaco, spinte dal liquido bollente. Buttò giù l’acqua gassata, e un crampo all’intestino lo sorprese. Imprecò fra sé. Il Conte aveva fretta, aveva sempre fretta, ora ci volevano almeno dieci minuti tra una cosa e l’altra, Antonio sentì gli intestini sciogliersi e si precipitò verso i cessi. Scansando i corpi che affollavano il bancone cercò di orientarsi, finché non vide le lettere rosse che indicavano la meta. Si slanciò in quella direzione, l’intestino sul punto di scaricare, e si precipitò giù per le scale. Dietro l’angolo, piombò su una coppia di uomini coi baffi, uno alto e uno basso. Fece un cenno di scuse e passò di taglio tra i due.

Giuliano, appena dietro, lo guardò negli occhi. Antonio fece un’espressione implorante.

“Fai, fai, don Antò. Io vado su che mi piglio un caffé.”

Che stava succedendo? Antonio decise che era meglio chiederselo a budella vuote.

Giuliano accese la sigaretta. Attraverso il fumo, vide i due uomini attraversare lo spiazzo. Li vide entrare in una Alfa 147 bianca. Sbirri, pensò. Rivide i volti di due uomini, la sensazione era quella che fossero usciti da un altro tempo. Si mosse con circospezione, facendo un giro largo. Notò che il più basso dei due lo guardava da oltre il finestrino, espressione corrucciata. Gli parve di vedere l’altro armeggiare con le mani, in basso, appena chinato verso l’altro.

Un camion a rimorchio attraversò la scena a passo d’uomo. Giuliano immaginò l’altro chiamare via radio, o fare una telefonata.

Il camion finì di passare. La 147 era ancora lì.

6

All’altezza di Viterbo, Antonio Principe notò che il compagno di viaggio continuava a guardare il retrovisore. Di colpo realizzò che l’Alfa 147 alle loro spalle li accompagnava da molti chilometri. Sorpassava, rallentava, si faceva passare di nuovo. Antonio non era un esperto: se si trattava di un pedinamento, però, neppure quelli dell’Alfa bianca sembravano esperti. Se ne era accorto pure lui. Antonio deglutì.

“Signor Giuliano… forse ci stanno seguendo, ma ve ne siete accorto di sicuro.”

Giuliano rispose senza distogliere lo sguardo dal retrovisore.

“Sì che me ne sono accorto, don Antò.”

Antonio pensò al carico di maiali squartati, illegali, macellati senza permesso, ed ebbe un brivido. Quella roba andava a un centro carni, e non l’avrebbero mangiata cani o gatti. L’avrebbero mangiata dei cristiani. Poi pensò che lui era solo il trasportatore.

“Senti, Don Antò. Se tra cinquanta chilometri abbiamo ancora questi stracciacazzo tra i piedi, usciamo dall’autostrada. Così vediamo se ci vengono dietro, questi stronzi.”

Antonio pensò che doveva esserci un modo più semplice per capire se li stavano seguendo, ma non gliene venne in mente nessuno. Non avrebbe avuto comunque il coraggio di dire la sua.

“Va bene. Però tardiamo.”

“E che dobbiamo fare? Questione di mezz’ora. Poi si recupera.”

Al casello, l’Alfa Bianca era ancora là, due macchine dietro. Giuliano imprecò tra sé, armeggiò col cellulare, si girò per guardarsi alle spalle, ma non c’era niente, solo la brandina che non avrebbe usato, e nel rimorchio c’erano i quarti di maiale. Riflessi condizionati, uno pensa sempre di avere un vetro alle spalle. Uno pensa sempre di avere un vetro anche sopra e ai lati, e che tutti possano guardare; noi italiani siamo sempre su una quinta di teatro, e in più il vetro alle spalle ci preoccupa.

Antonio pagò e partì. “Per dove dobbiamo andare, signor Giuliano?”

Il Conte Piccolo fece un cenno con le mani, che significava ovunque.

La strada saliva, iniziava a piegarsi in curve sempre più simili a tornanti. Ad Antonio vennero in mente i racconti dello zio materno, che era stato camionista in Africa Orientale ai tempi dell’impero. Qualcosa di zio Ernesto era passato nella sua carne e nel suo sangue, se non il coraggio, almeno l’abilità di guida. Zio Ernesto amava l’Africa, amava i suoi Galla-Sidamo, che lo scortavano nel tragitto tra l’Asmara e Addis Abeba, e parlava sempre di quanto avevano faticato per aprirla, quella strada, che si inerpicava fino a passo Mussolini in mezzo al Niente, i Galla-Sidamo in grado di mantenersi vivi a locuste e acqua putrida, una volta ogni tanto, preti ahmara pronti a fare scongiuri e benedizioni, non proprio a tutti gli italiani, ma a zio Ernesto sì, che era scuro di pelle. Quando gli italiani avevano perduto l’impero, Zio Ernesto era tornato, sfollato a Bari mentre il fronte risaliva lo stivale. Era morto negli anni cinquanta, proprio mentre Antonio incominciava a faticare il pane sulle strade, a forza di braccia sul volante, ruote che girano e motori che vanno.

Era passata quasi un’ora. Il Conte Piccolo sedeva contratto come un crampo, beveva maalox e acqua, accendeva sigarette. Antonio pensava che quella non era strada per un camion, e di lì a poco sarebbe stato costretto a dirlo, a esporsi. Il cielo era color orzata, il paesaggio era vigne, cime di colline aride, la strada passava ora a fianco di una falesia.

“Ecco, don Antò, gira giù a destra. C’è il segnale autostrade, dai che ce li siamo levati dal cazzo a quegli stronzi.”

Antonio tirò un sospiro di sollievo. All’incrocio, prendendo verso valle, la strada scendeva però a forza di curve ancora più ripide. Il camion rimase incastrato in un primo tornante. L’espressione di Giuliano divenne gelida. Certo, guidare non toccava a lui. Antonio imprecò tra sé, ruota destra davanti a mezzo giro dal fosso.

Alla fine, come Dio volle, giunsero alla provinciale. La deviazione era costata un’ora e mezza. Antonio doveva pisciare. Il cielo adesso era piombo, gravava sulle colline, le rade vigne, le pietre, i canali di scolo, la terra arata. Il Conte piccolo inviava messaggi, frenetico, col telefonino. Parlava tra sé, e molte parole Antonio non riuscì a coglierle.

“…almeno quelli sono fuori dal cazzo…” pronunciò Giuliano su un tono più alto.

Poi, per qualche chilometro, solo il motore, i cambi di ingranaggio del cambio, gas esausti, scorrere di gomme su asfalto. Un silenzio intimo, come quando si è parlato o agito troppo, e si guarda fuori del vetro, si lasciano correre i pensieri.

Cominciò a piovere, acqua grassa, gocciava lenta, con metodo, lasciando strie nerastre su vetro. All’incrocio prima della svolta per il casello di Siena, Giuliano vide l’alfa 147 materializzarsi con una rapida svolta, due macchine dietro.

“Don Antò, ora arriviamo fino a dopo Firenze, poi usciamo, e raggiungiamo l’appuntamento per la strada normale.”

“Va bene, la Futa la so, l’ho fatta tante volte.”

“Magari la Futa.” La faccia del Conte Piccolo prese un espressione grave, assorta. “Se non ce li leviamo dal cazzo, bisogna fare altro che la Futa. Ma non ti preoccupare, che c’ho l’arma segreta.”

Il Conte Piccolo batté una mano sullo zainetto Invicta che portava in grembo. Antonio vide l’immagine di una mitraglietta, di un bazooka smontato, qualche pistola silenziata… gli intestini si mossero. Bloccò lo sfintere con uno sforzo, trattenendo il fiato, imprecando.

Intanto la pioggia infittiva. L’asfalto drenante frenava gli schizzi, ma le spazzole del tergicristallo erano logore, non si vedeva quasi un cazzo. Per fortuna il conte Piccolo era occupato a guardare il retrovisore. Ogni tanto tirava giù il finestrino e puliva, era quello che aveva alle spalle, quello che lo inseguiva a determinare le sue mosse, davanti c’era strada e asfalto, e per questo pagavano uno che guidasse.

Però ora la pioggia era un muro, talmente fitta da assumere un colore proprio, e questo colore era il nero.

Oltre, ci sarebbe stato il paesaggio che porta a Firenze Sud, spalle di collina fiorite, con un che di spinoso, di aspro quando le si passa d’estate, e malinconico, quando le si attraversa in un giorno terso d’inverno, o ancora prima, tra i colori d’autunno. Ora, non si vedeva un cazzo.

La faccia di Antonio era imperlata di sudore. Il conte Piccolo se ne accorse, e lo guardò disgustato. “E che avete, don Antò? Vi sentite male?”

Il vecchio trasportatore scosse il capo, poi, a contraddire il gesto, guardò per un istante il Conte Piccolo con occhi spalancati, imploranti. “Signor Ventre, non ce la faccio più.”

Il Conte Piccolo ora stava per innervosirsi. “Non ce la fai a cosa, non ce la fai? A guidare? Mo’ gli viene un colpo, gli viene, puttana la madonna.”

“No, è che, con permesso parlando, devo andare di corpo.”

Il Conte Piccolo bestemmiò. “Cristodiddio, ancora? Allora fermati appena puoi, c’hai trenta secondi.”

Poi Il Conte pensò che non tutto il male veniva per nuocere. Quelli si erano accorti che loro si erano accorti di essere seguiti, era un gioco delle parti, perché rendergli la vita facile ai bastardi, in fondo con il tempo che faceva potevano anche essere fortunati, chi sa…

Antonio accostò su una piazzola di sosta priva di ogni riparo. Si slanciò fuori, sbattendo la portiera alle spalle. Il conte vide l’alfa scorrere oltre il muro scuro della pioggia. Non sembrava più bianca. Era una macchia chiara. Riuscì a intravedere la faccia del più piccolo dei baffuti. Guardava fisso davanti a sé.

Anche quando sembrano lenti, gli eventi assomigliano a una raffica. Quando non succede un cazzo, stai sicuro che meccanismi e ingranaggi infiniti stanno lavorando per buttartelo in culo, e quando il momento d’inerzia s’avvia, allora altro che raffica, un tornado, un uragano di cose che ti si buttano addosso, puoi solo ripararti, cercare di correre veloce: Antonio rientrò zuppo, tenendo un rotolo di carta igienica bagnato, sfaldato, inservibile. Per qualche motivo il corpo fumava attraverso i vestiti, si era fatto freddo, un freddo insolito per settembre, ma era stato uno strano settembre, e il corpo di Antonio era vecchio. Forse la reazione del suo fisico doveva essere quella. Aveva visto qualcosa di simile, quando si giocava a calcio ed era freddo, e allora oltre gli sbuffi del fiato il sudore si mutava in fumo oleoso, graveolente.

Antonio avviò il camion. Prima di riuscire a immettersi nel grande flusso dell’A1 ci vollero diversi minuti. Il Conte Piccolo era gelato in una posizione a spalle contratte, la mano destra sullo zaino.

Intanto la periferia di Firenze si apriva a sinistra del flusso di mezzi in ascesa verso il settentrione, case di guardiani di capannoni, sale multicinema, megastore informatici, superstore di mobili democratici, tutto per il fai da te, e a destra ingrosso di materiali da giardinaggio, svincoli, strade che un tempo traversavano la campagna e ora correvano nella periferia degradata, alla scena mancavano i binari della ferrovia, pensò Giuliano, e gli venne in mente la periferia di Bologna: anche quando aveva ucciso il primo uomo il cielo sgravava pioggia nera, e ora che ci pensava, anche il suo corpo, nell’autobus, forse aveva trasudato fumo e vapore.

Per qualche ragione, al Conte Piccolo tornò in mente il numero di ottobre 1987 del fumetto “il Paninaro”, il servizio su Napoli. A Napoli non c’erano i paninari. C’erano corrispettivi. Simili piuttosto ai Tozzi romani. È infatti l’epoca del mondo in cui AS Roma e Calcio Napoli sono ancora gemellati, e Craxi è Dio. Lui, Giuliano, il fratello minore, è penultimo nella foto in alto a destra, levis 501 cavallo basso, tagliati in modo che i camperos siano ben visibili, bomber nero lucido, capelli corti tenuti su con gommina.

Non si vede, ma la felpa, come al nord, è Best Company. Non si vede, ma c’è un’altra foto presa quella sera: lui e il fratello, quasi in posa, con una lontana dignitosa espressione, come le vecchie foto di famiglia. Un ritratto, quasi.

Quella sera Il Fratello Minore aveva cenato con il beneamato, con l’adorato fratello, il mezzano. Lui gli aveva regalato un Rolex per i diciott’anni. Estratto dalla tasca del cappotto Herno senza alcun pacchetto, brillava freddo alla luce dei neon. Il regalo vero era giunto subito dopo. Invito a passare un po’ di tempo a Bologna, ormai sei uomo: poi aveva allungato biglietti da cinquanta, intonsi, freschi, pochi germi sulla carta filigranata, il gesto era spontaneo, la forma concreta dell’amore che il Conte nutriva per lui, qualcosa che non era difficile da capire.

Davanti, un camion greco procedeva lentissimo. Dietro si formò un lungo treno di autoarticolati, un assaggio di ciò che molto probabilmente avrebbero incontrato poi, prima o dopo Roncobilaccio. In più, l’asfalto drenante era sparito, tutto schizzava, acqua e gas esausti, percolato atmosferico e spurghi di camion, olio e bestemmie di automobilisti. Antonio non si era aspettato un viaggio tranquillo. Ora le cose prendevano una brutta piega, il Conte Piccolo era una molla compressa, non si vedeva un cazzo, e poi, altro che file sulla Firenze-Bologna: il Conte piccolo aveva detto che si doveva uscire, fare la strada normale, inerpicarsi sulla Futa, chissà che cosa avrebbero trovato lassù, ora grandinava addirittura, che cazzo, chicchi grossi come acini d’uva, sporchi, angolosi.

Il camion greco aveva una enorme C rossa stampigliata dietro, il Conte non poteva sapere che non era una C ma una S, quel che importava era la forma, la contaminazione, uno specchio che rifletteva il corpo del fratello.

“Don Antò, vedi di sorpassare questo stronzo.”

Antonio deglutì, e sentì la gola secchissima. “C’è pericolo, signor Giuliano, qui si vede poco…”

“Fa’ come dico, per la madonna. Una volta che esci il muso, vedrai che rallentano.”

Il vecchio autista mise la freccia, provò a uscire una prima volta, una Subaru Impreza sfanalò e suonò il clacson, Antonio vide il guidatore che sbraitava e agitava il braccio, andava a palla, con lui una donna e nei sedili dietro teste indistinte di bambini.

Dopo circa cinquecento metri riprovò. Una motrice di autoarticolato, alle spalle, ebbe la stessa idea. Antonio dovette sterzare a destra, di nuovo nel canale dei camion a rimorchio, e la motrice passò leggera, irridente, mentre il Conte Piccolo imprecava. La grandine si era mutata in pioggia fine, ogni goccia una piccola bomba liquida, l’asfalto drenante era ricomparso, si era prossimi all’uscita Prato Calenzano.

“Forza, forza Don Antò, che dobbiamo uscire.”

In tutto questo, pensò il vecchio, l’alfa 147 però non ci sta più, è sparita, forse non ci inseguono, fare la Futa con tempo buono, va bene, ma così perché non rimanere in autostrada, e si preparava a dirglielo, quando si accorse che forse poteva sorpassare il camion greco, così fa per uscire, e quasi impatta contro l’Alfa, col cazzo che non li stavano inseguendo, le facce baffute oltre i vetri guardano a destra, terrorizzate, Antonio e Giuliano Ventre detto il Conte Piccolo guardano a sinistra, bocca aperta, capelli ritti. Antonio riesce a controllare il camion. Passa una mano sulla fronte. Poi pensa: ma se dobbiamo uscire, perché devo superare il camion greco?

7

Fuori continua a piovere merda. Qui invece il cielo è limpido, terso.

Volare. Nel blu dipinto di blu. Il panorama digitale.

Quanto stiamo guadagnando, ora? Non significa granché, ma è eccitante. Affacciatevi, sporgetevi con me da questa finestra delle meraviglie. Ammirate, anche se non capite niente. Respirate, anche se non siete in alta montagna. Avete il mondo davanti, come nemmeno da un satellite orbitale. Lo vedete tutto, criptato. Io ho il decoder. Posso condurvi in volo radente su qualsiasi scenario, a richiesta. Vi interessa il deserto, le teste di stracci?

Eccoli qua, i pozzi, i tubi, la sabbia. Preferite l’umanità brulicante? Questi sono i capannoni, le fabbriche, i laboratori: guardateci dentro, le donne, gli schiavi, i bambini. Oppure i confini porosi, il formicaio migrante in ogni direzione. Lì sta il Mediterraneo, grande bara liquida, le vedete le barche? E quello è il Messico, o l’Arizona, il Texas. E’ la stessa cosa.

Una volta vi siete chiesti chi cazzo sono mai questi pashtun, che qualche tempo fa erano di moda? Non c’è problema, mica poco eh? Pensavate a dei pecorai, godetevi invece tutta l’eroina, tutta la morfina, tutte le armi del pianeta.

Poi c’è lo sciame giallo. Fermiamoci un po’, ne vale davvero la pena.

La Cina, ora, è l’inizio e la fine. Il grande ruminante del capitale.

Non credo sia fatta per durare, vent’anni, più o meno. Niente che esista oggi ha una data di scadenza più lunga. Di certo, è stata fatta per permettere alla giostra di continuare a girare. Forse per altri vent’anni.

La Cina compra tutto, chiede tutto, vuole tutto. Ingurgita qualsiasi cosa, digerisce, fa scomparire. Moltiplica. Ogni momento interi grattacieli finanziari si edificano come dal nulla. Architetture giganti fatte di numeri, chip, flussi di materia prima, carne umana, territori mutanti. La fantascienza che leggevo vent’anni fa è realizzata. Sono state letture utili. Ho fatto gli studi giusti. Da uno schermo al plasma colate di denaro fuso a informazione costruiscono fortune degne di faraoni millenari.

Ho avuto i modelli sbagliati. Ancora più utili. Quelli che avevano bisogno del frusciare della carta moneta, a mazzi, a rotoli, dentro le tasche. Banconote, in pezzi da cinquanta, e da cento. Banconote, in cambio di sorrisi, di accondiscendenza, di pompini. Se capisci che il mondo è crimine puoi smettere di essere efferato, di digrignare i denti, puoi lasciare la strada ai disperati. I pompini e le troie ai buzzurri repressi.

Il meteo parla di pioggia intensa su tutta l’Italia. Le notizie di rallentamenti, code, incidenti sulle arterie principali.

La cosa migliore sono le facce quando gli mostro i miei prospetti, e confrontiamo tabelle e tariffe. Quello che gli costa dieci con me scende a due, quello che gli costa quattro io glielo PAGO uno. Pulito. Ditte, bolle, documenti, certificati. L’iniziale increspatura sul volto, perplessa e interrogativa, che via via si distende come una camicia sotto il ferro da stiro. Fino a sciogliersi in un sorriso fraterno. Capannone dopo capannone, azienda dopo azienda, provincia dopo provincia. Marche, Emilia, Romagna, Veneto, Lombardia.

Olii, solventi, vernici. Rifiuti speciali, ospedalieri, della catena agroalimentare. Scarti dell’edilizia, laterizi, i più ambiti. Oro.

Il grande ruminante chiede tutto, digerisce tutto. Sbanca montagne, spiana colline, allaga valli, costruisce dighe, città, porti. Compra tutta la terra, tutti gli scarti del mondo. Mangia merda e caca oro. Non si cura di cosa sia fatto l’impasto, troppo vorace. Troppa necessità, impellenza. Calcolo, statistiche. Chi ci sarà tra vent’anni? I marziani, forse. Neanche la Cina lo sa, nessuno fa progetti così a lungo termine, oggi.

Ripulisco il Paese, fornisco la materia prima per costruirne uno nuovo, realizzo stazioni di transito. Traccio percorsi, traiettorie. Sotto vi scorrono fiumi di denaro, liquidità bollente, magma, linfa salvifica. In superficie solo colonne di container certificati e maleodoranti.

Una leggera vibrazione annuncia l’sms.

Maltempo e code in autostrada. Escono. Possibilità che qualcuno li segua. Forse leggero ritardo sull’ora dell’appuntamento. Prossima comunicazione con altra scheda.

Giuliano. Non ama i contrattempi. Sa cosa fare, e sono problemi suoi.

Qui invece brilla il sereno, anche se fuori dalla vetrata il colore è piombo.

8

Tra le essenze meno chimiche e nauseanti dell’Arbre Magique, la lavanda. Se in macchina ci fumi e ci sudi, viene fuori un odore secco, penetrante: meglio dell’essenza pino, che produce l’atmosfera di quando hai dodici anni, tuo padre ha cagato la mattina prima di andare al lavoro, poi si è cosparso faccia e tagli di Aqua Velva e ti tocca entrare in bagno dopo di lui.

L’interno dell’Alfa 147 era passato in pochi giorni dall’aria condizionata al riscaldamento; l’odore dell’alberello color lavanda era mutato, e anche l’umore del proprietario, ora al volante, che odiava l’estate e aveva accolto quell’anticipo di autunno-inverno con soddisfazione. Il brutto tempo è intimo, costringe le persone a stare vicine. L’odore di lavanda ricordava i cassetti della mamma.

L’uomo più alto si lisciò i baffi e si volse per un istante verso il suo compagno “Certo che i camion sono un pericolo pubblico. I camion e i camionisti. Ma hai visto la faccia di quello che ci veniva addosso? Sembrava ubriaco, drogato.”

L’uomo basso rispose, saccente. “La colpa è di tutto un modello di sviluppo, Agnelli e la vecchia Dc che hanno messo le ruote gommate sotto il culo degli italiani, il PCI non ha saputo opporsi, e ora ecco il risultato.”

L’Alfa rallentava, il traffico nei pressi di Roncobilaccio procedeva a dieci, venti all’ora, cominciava una lunga coda, statica come un serpente in letargo.

“Chissà come sta mia madre”. L’espressione dell’uomo divenne lontana, malinconica. I baffi si piegarono all’ingiù. “Grazie, Augusto, grazie ancora.”

L’uomo alla guida aprì un sorriso tenero e posò la destra sulla coscia dell’altro. Levò la mano per scalare marcia, poi la posò di nuovo, stringendo leggermente con la punta delle dita.

La fila si fermò. Erano a metà di un lungo viadotto, battuto dalla pioggia, curvo come una larga lettera C.

“L’ultima volta che l’ho vista ha fatto fatica a riconoscermi. Poi mi ha scambiato per mio padre, e alla fine per il suo.”

L’uomo tacque. Passò una mano tra i capelli, tagliati come una versione accettabile di Little Tony.

“Che malattia terribile.”

Il silenzio era motori a scoppio al minimo dei giri. Eppure sembrava allargare gli interni dell’auto, metteva a contatto il dentro degli uomini con l’esterno, che era il dentro della macchina, sembrava logico che l’aria alla lavanda dell’abitacolo fosse la stessa dell’esterno, la stessa di ovunque, loro due come chiunque, viaggiatori fermi in coda.

“Come saremo noi da vecchi, Augusto?”

L’altro ridacchiò. “Siamo già vecchi, Desiderio. Ai tempi di tua madre avremmo già avuto figli grandi, quasi nipoti.”

“Non scherzare su queste cose.”

L’uomo al volante dovette lasciare la gamba, la fila ripartiva. Era come una tosse secca, brevi scoppi, le auto avanzavano pochi metri e si fermavano.

“La Val Madero è bellissima in questa stagione. Peccato che tu debba vederla con la pioggia.”

“Magari domani è bel tempo.”

“Le previsioni dicono ancora brutto.”

“Magari non piove.”

L’uomo a fianco del guidatore sorrise. “Beh, almeno uno, di ottimisti.”

Come dio volle, la fila ripartì. Passarono di fianco a un furgone rovesciato, benzina e olio sull’asfalto, vetri esplosi. Il fondo stradale era cosparso di una specie di ghiaino trasparente. L’uomo al volante pensò che potevano sembrare chicchi di grandine congelati.

9

Giuliano lasciò correre lo sguardo sulla porzione di collina racchiusa dall’ansa del tornante che saliva verso Vernio. Uno spaventapasseri di stracci rossi e arancione, scarpa vecchia in testa, vegliava sulle zolle, stoica sentinella.

Verso settentrione il cielo si apriva; meglio, il colore plumbeo dell’aria sulle loro teste si alleggeriva, si vedevano nuvole, si intuiva l’azzurro: il tutto era confinato in un piccolo quadrante, ma Antonio pensò che forse era andata bene. Avrebbe smesso di piovere (la cascata rallentava), avrebbero raggiunto l’appuntamento, scaricato, riposato un paio d’ore e poi sarebbero ripartiti, camion nuovo, carico nuovo, che gli faceva pure meno schifo. Strano però, pensò: meglio la monnezza che carcasse gelate, eppure la monnezza mica la mangi.

Intanto il Conte Piccolo continuava a mandare messaggi, ma le risposte non dovevano essere né tranquillizzanti né soddisfacenti. Il colorito del volto aveva assunto una sfumatura grigiastra, la barba ricresceva in fretta, segnava di stanchezza gli occhi. Aprì il Nokia, levò la batteria, sostituì la scheda. Ogni sei ore, nuovo numero: era tassativo.

Passarono vicino a una chiesa che dava sulla strada, uno avrebbe potuto scendere dal camion ed entrare per la funzione, se ne avesse avuto voglia. Antonio guardò con occhi bramosi l’insegna di un ristorante, ma al Conte Piccolo gli si era chiuso lo stomaco, passavano solo sorsate d’acqua con maalox, e ogni tanto il liquido doveva essere espulso, allora Antonio si fermava ai lati della strada, il Conte piccolo usciva col cappuccio del K-Way tirato sugli occhi, pisciava e rientrava, a volte imprecando, a volte in silenzio.

Il tempo passava, le curve diventavano più difficili, ma in prossimità del valico la pioggia aveva quasi smesso. Sull’altro versante forse c’era addirittura il sole.

Il Conte Piccolo sembrò rilassarsi, o quasi. “Don Antò, a cose fatte dove te ne vai a mangiare?”

Il vecchio autista fece un sorriso timido. “No, signor Ventre, io mangio a casa, me ne faccio io, dopo tanti anni qualcosa ho imparato.” Antonio ebbe un riflesso che sull’istante gli parve un colpo di genio. “Anzi, signor Ventre, se volete farmi l’onore…”

Antonio udì incredulo il suono delle proprie parole. Il pensiero di avere a che fare con Giuliano Ventre anche fuori dal lavoro era pauroso, terribile, si sentiva come quando era in compagnia del prete, da piccolo, che lo menava quando sbagliava a fare le cose dei chierichetti, porgere le ostie, il vino.

Il Conte Piccolo guardò fisso il vecchio, poi sorrise. “Grazie, Don Antò, ma non importa. Io c’ho già tutto un programma per quando torno a Napoli.”

Una volta Giuliano era andato in vacanza in Grecia con il fratello mezzano. Erano riusciti a convincere i genitori. Il fratello maggiore aveva dato la sua benedizione semiufficiale, e aveva pure elargito denaro. Era stato il momento più bello in tutta la vita. Lì aveva imparato uno dei sensi da attribuire alle cose. Un pomeriggio aveva evitato la spiaggia e i ragazzi greci, ragazzi con la maglietta del PAOK Salonicco, ragazzi con le lentiggini, ragazzi con un fazzoletto bianco annodato sulla testa avevano catturato una rana tra le fondamenta di una casa. Le avevano messo una sigaretta in bocca, l’avevano accesa. Il tempo era una bolla opaca. Alla fine, la rana era esplosa.

Il Nokia vibrò. Il Conte lesse in fretta il messaggio. “Nessun problema, vedi? Ci aspettano. E vuoi che non ci aspettano?”

10

Jakup Mahmeti controllò pensieroso le parole elettriche comparse sullo schermo. Certo, con un tempo del genere non era impossibile accumulare ritardo, ma se c’era una cosa che il gangster in ascesa Mahmeti apprezzava era la precisione. Comunque, non si trattava di uomini suoi, erano gente di gente potente, l’affare conveniva, si entrava nel giro serio, valeva la pena adattarsi alla linea morbida. Morbida, ma con il cazzo duro nelle mutande, pensò Jakup Mahmeti.

“Se arrivano tra due ore, ce ne stiamo alla pioggia, capo?”

Jakup Mahmeti odiava quando lo chiamavano capo. Meglio signor Mahmeti, e glielo dovevano, i due fecciosi italiani che si era portato dietro. Li aveva salvati da se stessi, ne aveva finalizzato le dubbie qualità in modo che pure loro potessero mettere insieme pranzo e cena e delle volte ubriacarsi, pagare le puttane, anche se al Marcio piacevano di più i travesti, come li chiamavano da quelle parti.

Mahmeti giocherellò con il portachiavi a forma di guantone da boxe, alzò gli occhi e con lievissimo accento levantino, ma esse molto marcate, rispose: “Tu te ne stai qui, ma non sei alla pioggia. Puoi stare sotto il capanno. E ti lascio anche il Pinta, che ti fa compagnia. Io vi porto qualcosa da mangiare.” Mahmeti si allontanò coi tre sgherri albanesi.

Il tempo infradiciava le ossa, i due compari fecero un’espressione mortificata, come quando un cane mordace è costretto a ritirarsi dentro la cuccia da una o due bastonate ben assestate. Mahmeti fece cenno agli altri albanesi. Entrarono in macchina, un’Audi A4 rosso fiamma, e scomparvero dietro la curva dello sterrato in uno sbuffo di gas di scarico.

11

C’era stato un tempo in cui il Pinta aveva cercato di funzionare come supplemento di coscienza nei confronti del compare. Il Pinta, che in realtà era pugliese, era quel tipo di persona che, senza aver mai fatto un lavoro onesto in vita sua, non si ritiene un delinquente, anzi, è parte integrante del blocco d’ordine, lo mette in culo ai travestiti ma non è frocio, pippa ma non è drogato, si rovina di alcool ma non è un alcolizzato. È da dire che in Val Madero bevono anche i lattanti. Il Pinta però organizza discorsi e rivendicazioni, e ovviamente odia gli extracomunitari. Del resto anche Mahmeti odia gli extra. Tutti odiano gli extra, anche gli extracomunitari. Extracomunitari di merda, rubano il lavoro agli italiani e anche agli extracomunitari. Il Marcio invece ha da sempre meno problemi con la testa, la sua testa non alberga germi di ideologia, un uomo che sta per invecchiare senza aver messo un soldo da parte. E sì che gliene erano girati per le mani da quando avevano incontrato gli albanesi: come cani che si riconoscono dalla puzza, dal giallore dei denti, che capiscono quando l’afrore del culo è da maschio alfa, avevano dovuto mettere da parte complessi di superiorità, avevano persino imparato qualche parola nel dialetto di Durazzo per compiacere Mahmeti. Che per parte sua aveva iniziato a parlare con l’accento delle montagne, una versione appena più secca dell’accento grondante strutto della pianura.

Ora l’elite era al caldo, la bassa forza sotto la pioggia, il Marcio mandava puzza di cane bagnato, il capanno di caccia era quattro frasche marce e un pezzo di ondulato in plastica verde che non bastava a proteggere tutti e due.

Cristo, ma se quelli tardavano almeno due ore perchè dovevano starsene lì a sfaldarsi sotto il nubifragio?

Il Marcio cercava di stendere due piste sopra uno specchietto, ma era difficile, c’erano folate di vento, il vetro era bagnato. Il Pinta attendeva in silenzio, umore tetro, cercando di consolarsi pensando a quello che avrebbe potuto fare coi soldi. Il Marcio canticchiava qualcosa. Il Pinta riuscì ad accendere una paglia.

Il Marcio riuscì a far cadere specchio e bamba. Il Pinta fu lì lì per rifilargli un calcio nelle costole, mentre il compare si chinava per cercare di riparare. “Sei un demente, ecco cosa sei.”

“Non ti preoccupare, al limite ne stendo ancora.”

“Fammi capire, io ti presto la pilla, tu fai cadere un pezzo intero, e non dovrei preoccuparmi? Metà della roba è mia, l’altra metà anche e non dovrei preoccuparmi.”

“Tranquillo, Pinta, si rimedia.”

“Tranquillo il cazzo, tranquillo è morto in galera.”

“Ecco fatto, per fortuna che è umido, lo specchio è caduto di piatto e la bamba è rimasta attaccata.”

“Attaccata il cazzo, la bamba è bagnata, cazzo facciamo, la scaldiamo col phon?”

Il Marcio raccolse religiosamente la coca mista fango con un pezzo di stagnola strappato da un pacchetto di Camel, fece un piccolo involto e se lo ficcò in tasca. “Torna buona.”

Il Pinta scuoteva il capo, il Marcio pulì lo specchio, tirò fuori una ridicola scatoletta da fricchettone e fece due lunghe piste con una tessera bancomat scaduta.

Come dio volle pipparono. Ci fu silenzio, il Pinta passò un dito alla coca sulle gengive, il Marcio tirò su col naso, il Pinta tirò su col naso, il Marcio tirò su col naso e sputò. La pioggia continuava a cadere, la giornata era buia come un tardo pomeriggio d’inverno.

Il Pinta cominciò a lamentarsi di Mahmeti, degli albanesi in genere, del fatto che dopo anni erano ancora lì a fare lavori di merda, ma il Marcio sapeva che si trattava di recriminazioni vuote: in realtà non se la passavano male, non avrebbero mai avuto il coraggio di prendersi simili rischi da soli, senza le palle rivestite d’amianto degli albanesi, a loro due così sembrava di girare corazzati, protetti da un parapioggia perenne, la gente doveva stare attenta, tutti sapevano che loro erano con la gente giusta, quello era il posto giusto e la gente si faceva i fatti propri, loro avevano soldi, sapevano cosa fare di se stessi durante le giornate, questo era più di quanto avessero mai avuto. Feccia bianca di montagna incapace di guardare dietro l’angolo, la buona sorte li aveva prescelti per essere scudieri ai nuovi arrivati, gli stava un po’ sul cazzo questa cosa, ma in fondo erano anche grati a Jakup e ai suoi, era la bamba a parlare e il Marcio lo sapeva bene. Dai tempi degli incontri di cani ne era passata di acqua sotto i ponti, ora il business era grande, enorme, e anche se loro ne erano ai margini Jakup una volta aveva detto che si trattava di un affare planetario. Loro non ci erano ancora entrati a pieno titolo, smazzavano carne marcia per centri carne e ipermercati, ma se avessero continuato a far bene, le cose sarebbero cambiate.

Pinta tossì in mezzo a una frase, il Marcio accese una paglia e fu invaso da una frustrazione terribile, come se il cielo fosse di piombo e pesasse tutto sul petto, cattiva idea pippare lì, nell’attesa, senza un cazzo da fare, col Pinta che aveva ripreso e ronzava nelle orecchie come un bombo ubriaco.

Il Marcio guardava fisso in direzione della strada, invisibile, circa duecento metri dopo le pieghe dello sterrato. Stava per dire al Pinta di prendere fiato, di smettere di rompere il cazzo almeno per due minuti, ma il cuore gli balzò in gola. Circa dieci metri più in là, oltre il muro di pioggia battente, un lampo nerastro aveva attraversato la cavedagna. Gli occhi lo avevano registrato, ma il cervello non riusciva a dargli una forma.

“Pinta, hai visto? Che cazzo era?”

“Eh? Visto cosa?”

“Un animale. Un cane, forse un lupo.”

Il Pinta fece un’espressione interrogativa. “No, non ho visto niente. Ti sarà sembrato.”

Il Marcio guardava il punto dello sterrato dove il lampo nero era sbucato da un cespuglio. Deglutì. “Mi sarà sembrato.”

12

Avevano scollinato, ma il barlume di azzurro si era rivelato illusorio. Pioveva, faceva freddo, Antonio accese il riscaldamento. Lo stomaco di Giuliano, detto il Conte Piccolo, era tutto sottosopra: aveva sofferto come un cane, ulcera più mal d’auto, era stato lì lì per sboccare ma si era trattenuto, ora si guardava nel retrovisore, pallido, provato. Si lasciarono portare dalla discesa, una curva e un tornante dopo l’altro, se ci fosse stato il sole il paesaggio sarebbe stato bello, pensò Antonio, boschi di castagni, la gente sarebbe andata a funghi il giorno dopo, sembravano un po’ le montagne del Sannio, da dove veniva la sua famiglia, morti tutti tranne uno zio, ma meno selvagge. Comunque erano vicini al luogo dell’appuntamento. Avrebbero risalito tutta la Val Madero, a Zonca di Sopra avrebbero consegnato, roba di una cinquantina di chilometri, poi avrebbero preso l’altro camion e sarebbero tornati indietro, per consegnare al porto di Napoli. Insomma, ormai era fatta.

La strada passava cinquecento metri sotto il casello di Pian del Voglio. Il camion si fermò al semaforo. Il Conte piccolo aveva l’aria assonnata. Quando fece per ripartire, il cuore di Antonio saltò un colpo. “Signor Giuliano?”

“Che cosa, don Antò?”

“Guardate.”

Alla loro destra, proveniente dall’autostrada, un’Alfa 147 bianca.

Il Conte Piccolo si guardò prima a sinistra, poi a destra, in basso, poi ricordò che quello che cercava stava appoggiato sulle gambe. Prese lo zaino Invicta, aprì la lampo, estrasse un oggetto e lo mostrò ad Antonio. La sua espressione era febbricitante. “Svolta appena puoi, mettiamoci su una strada secondaria, poi programmiamo questo e glielo buttiamo in culo.”

Antonio non capiva il perchè della fiducia riposta in un navigatore satellitare. Come se avesse potuto sbarazzarsi dell’Alfa Bianca, seminarla: no, quello toccava a loro, e poi i navigatori servono solo in città, lassù non servivano proprio a niente. Ma tutto questo Antonio non poteva dirlo, guai a contraddire gente come il Conte Piccolo specie se era in quelle condizioni, prossimo a uscire dalla grazia di dio.

Fece quanto gli chiedeva. Nel retrovisore, vide l’Alfa passare sulla provinciale e si convinse di colpo che tutta la faccenda non era altro che caso, coincidenza, quei tizi andavano per i fatti propri. Fu lì lì per dirlo apertamente, a piena voce, sarebbe stata una liberazione, perché lui era certo di quello che gli era passato per la testa. Guardò il Conte. Era pallido, borse sotto gli occhi. Gli occhi però erano il taglio di un’accetta.

“Vedi? È chiaro che sanno dove stiamo andando, se no giravano. Ci vogliono pigliare all’appuntamento, questi figli di zoccola. Ora gli facciamo la sorpresa, gli facciamo.”

Il Conte Piccolo finì di sistemare il Tom Tom, lo accese, e la voce di Mike Bongiorno disse:

“Pedaggio? Che cosa è il pedaggio, regia? Qualcosa che ha a che fare coi piedi?”

Ci fu silenzio. Antonio disse timidamente che forse si poteva cambiare voce. Intanto Mike Bongiorno diceva:

“Avanti per cinquecento metri, eh? Poi girare a sinistra, signori e signore!”

Il Conte piccolo armeggiava freneticamente coi tasti. “Puttana eva, bisogna cambiarla sì ‘sta cazzo di voce! Però intanto fa’ come dice.”

“Non so, tipo una voce di donna.”

“Eh, ho capito don Antò, non mi fare incazzare pure tu, che credi che sto facendo?”

“Tra cinquanta metri girare a destra, eh?”

Intanto le cateratte del cielo si erano aperte ancora di più, un metro di cataratta a est e uno a ovest, veniva giù un inferno liquido, oleoso, il vetro davanti era sporchissimo, il tergicristallo non contava quasi, Antonio intuiva la strada più che vederla. Ma per fortuna c’era Mike Bongiorno.

13

Non aveva mai visto un posto simile. Ospedali, sì, tanti. Ma luoghi come quello, no.

Fuori, nel parcheggio, c’era un giardino con statue cinesi. Dentro, c’erano i vecchi. Si chiese se Desiderio avrebbe capito. Quella era una prova d’amore, specie se offerta da uno come lui, abituato al dolore fisico ma quasi inerme di fronte al dolore emotivo, al male morale. Aveva veduto i gesti dell’amato specchiarsi negli occhi vuoti della madre, aveva sentito che quel luogo era prossimo a ciò che li attendeva dopo la morte. Freddo, asettico, angeli e demoni come infermieri e badanti, dio assente. La vecchia aveva un sorriso stampato in volto, rispondeva con un sì sonoro a tutti gli inviti e a tutte le domande: siedi, fatti aiutare a levare il maglione, era buono il mangiare.

Doveva essere stata una donna forte, gli ubbidienti sono gente di ferro. Gli occhi della donna erano freddi, eppure sembravano in qualche modo buoni.

Prima di lasciarla l’avevano accompagnata giù, nella sala dove si riunivano i vecchi, nastri di palloncini e disegni alle pareti, piante in vaso, sedie a rotelle, accrocchi di sedie, tavoli. I vecchi in grado di ragionare e parlare facevano gruppetti, gli involucri senza cervello, gli Alzheimer, crisalidi da cui sarebbe uscito il nulla, sedevano prossimi ai muri, sguardo fisso al muro opposto, alla TV.

Su in camera, due letti, immagini sacre alle pareti, Desiderio si era occupato della madre come e meglio di un’infermiera. I gesti decisi e puliti, il tono di voce addestrato: l’aura di stoicismo aveva investito Augusto come un vento caldo. In ascensore, la madre sulla sedia a rotelle, aveva desiderato l’amante con forza, profondamente, integralmente. Era abbastanza vecchio da ricordare altri giorni, quelli della dissimulazione, dell’ambiguità, i giorni dei cessi alla stazione, dei diurni da due soldi, dei centri massaggi. Ora, tutto questo era finito. Desiderio non era passato attraverso quell’ordalia. La sua Prova era un’altra, un involucro di carne e sangue, una presenza che si svuotava, passava nel nulla giorno dopo giorno, lunga dissolvenza. Sotto i baffi da turco, Desiderio era un uomo vero.

Augusto pensò che la felicità personale scaccia il dolore. L’Amore è un paio di corna puntato in faccia alla morte. E non aveva sensi di colpa, ora, nel sentirsi felice.

Terminata la visita, scesero le scale. Si ritrovarono nel giardino, tra le statue cinesi di leoni guardiani. Desiderio piantò gli occhi nei suoi. “Grazie.”

Le cose erano semplici, ora.

14

Ognuno di noi è dio in persona e ha tutto il diritto di vivere.

Questa cosa era sempre sfuggita al Conte Piccolo, o meglio, era una delle prime cose che aveva dimenticato quando aveva imparato a parlare. Ora aveva trovato un ragno nell’abitacolo, l’aveva schiacciato mille volte attraverso un pezzo di scottex, un ragno grasso e scuro. Volò al vento, fuori del finestrino abbassato. Dalla fessura entrò acqua fine, nebbiolina di microscopiche gocce. La pioggia si mutava in ambiente, sostituiva l’aria, tutto era fradicio, la mole del monte Ceraso ombra immensa.

Da un po’ la voce di Mike Bongiorno taceva. Si tende a dimenticare in fretta ciò che procura fastidio, se lo stimolo sparisce per un certo periodo. Come cavare la spina dalla zampa di un cane, se una spina torna a conficcarsi il cane inveisce contro dio, sente che tutto è ingiusto, ogni apparenza si palesa come un nemico. Dopo la morte del ragno, ci furono lunghi minuti di quiete.

“All’incrocio, voltare a destra, eh? Mi raccomando, pubblico a casa.”

Fu allora che Giuliano diede di matto. In maniera sorda, repressa, pugni a destra contro il vetro, a ripetizione, pugni davanti, sul parabrezza, un ringhio che filtrava tra i denti, più duro di ogni bestemmia. Eppure riuscì a trattenersi dal fracassare il Tom Tom in mille pezzi. “E accidenti a me che non ho preso le istruzioni. Voce di merda, Mike Bongiorno di merda.”

Fece una pausa, respirando a bocca aperta.

Ebbe un rigurgito. Poi un altro. “Ferma, ferma.”

Il vecchio autista accostò senza spegnere il motore. Giuliano Ventre, il Conte piccolo, aprì la portiera, si sporse e sboccò, lunghi conati contratti. Osservò la macchia sull’asfalto. Gli occhi lacrimavano. Quaranta secondi erano bastati per inzupparlo. Era fradicio. Il volto pallido, occhi scavati, capelli bagnati appiccicati alle tempie e alla fronte, si lasciò andare sul sedile. Antonio provò una strana sensazione paterna, poi mise la prima, e dopo la seconda. Erano ancora curve avanti a loro, ora il Conte consultava una cartina, dava le direttive. “Gira a sinistra là in fondo, Don Antò, dove dice Pieve Dei Pini. Tagliamo, dovremmo trovarci più avanti, a quei bastardi.”

Antonio rabbrividì. Era un agguato, dunque. Lui non avrebbe voluto entrarci. Questi non erano i rischi del mestiere. Era qualcosa di più, una grossa sfortuna, una enorme iattura, merda di proporzioni gigantesche. Antonio commiserò amaramente la propria posizione, che appariva senza vie d’uscita. Svoltò dove diceva: Pieve Dei Pini. Mike Bongiorno rimarcò: “Appena potete, regia, tornate indietro!”

Il Conte Piccolo tirò giù il finestrino. Senza dire una parola gettò via il Tom Tom. Lo vide infrangersi sull’asfalto, attraverso il retrovisore.

Nell’abitacolo si fece silenzio. Acrobaticamente, in mezzo al rollare delle curve e all’avvicendarsi delle discese e delle risalite, Il conte stese una lunghissima, bianchissima pista. Tirò con un cannello d’argento. Prese i residui, preparò una sigaretta. L’odore marcio di coca combusta si fece strada nell’atmosfera umida del camion. Il Conte Piccolo controllò il proprio aspetto nel retrovisore. In quella gestualità rivide i modi del fratello. Una nostalgia dura, violenta si impossessò della mente. Il Conte commentò: “Sto una merda. Proprio una mmerda.”

Dopo qualche minuto, Antonio non resse il silenzio.

“Un mio amico mi ha detto che ci stava pure la voce del gorilla del Crodino.”

Si morse la lingua.

Il Conte Piccolo non reagì.

Effetto paradossale, il corpo percorso da una febbre che ribolle negli organi ma rimane immoto, la mente stende un velo opaco, stanza piena d’aria viziata, abitacolo dove uomini respirano, trasudano, scoreggiano durante molte ore di viaggio: la strada, tratta dalla fatica delle ruote e dei motori, sembra materializzarsi alle spalle, cavata a forza dalla pioggia, dall’ombra nera del Ceraso, dai presentimenti, dal buio della paura.

Antonio in realtà rimpiangeva Mike Bongiorno. Rimpiangeva l’esistenza appena trascorsa, quella di qualche minuto fa, dove si è ancora qualche minuto più lontani dalla fine della vicenda. Non aveva nessuna voglia di finire in galera, forse non ce lo avrebbero fatto finire alla sua età, ma forse sì, forse era solo lui che si sentiva vecchio, per questo non voleva casini, non ne voleva sapere di guai ulteriori. L’istinto di sopravvivenza l’aveva guidato quando mangiava erba e farina di castagne un giorno sì e uno no, durante la guerra: l’istinto di sopravvivenza ora lottava contro la paura dell’autorità, contro la paura del corpo giovane e della mente incattivita del Conte.

La strada passava ora di fianco a un canile, c’era l’indicazione di un ristorante vegetariano a un chilometro e mezzo: Antonio lesse Hare Krishna e pensò che fosse inglese. Com’è che dicevano? Hare Krishna and Happy New Year.

Un lampo nero sfrecciò attraverso la strada, a pochi metri dal muso del camion. Di riflesso, Antonio frenò: i dischi cigolarono, il Conte Piccolo ebbe un sussulto. “Che c’è? Siete impazzito, Don Antò?”

“No, è che… ma non avete visto, signor Ventre?”

“No, visto cosa?”

“Un cane, credo. Ancora un po’ e lo prendevamo sotto.”

Antonio alzò le spalle. “E mi dispiace, se lo prendevamo sotto. Tu però non fare stronzate.”

Una parte del cervello di Antonio prese le parole del Conte piccolo come un avvertimento per il futuro. Non si riferiva affatto alla guida, agli orari e alle frenate.

15

Il fianco del Ceraso era un tetto dorato per Jakup Mahmeti e i suoi. Le attività illegali procedevano lentamente verso la linea di confine, labile, tra crimine e imprenditoria. Jakup Mahmeti, che in realtà era Kosovaro, prendeva sul serio il ruolo futuro, lo vedeva certo come la morte, anzi, la morte sembrava riguardare qualcun altro. Un corpo crivellato di colpi, sciolto nell’acido, reso carne morta dalla natura o dall’arte che cazzo ha a che fare con te? Una volta spremuto tutto il contenuto, il tubetto non è più il dentifricio.

Così se ne erano andati i capelli alla Littbarski, le giacche di cuoio, gli etti d’oro al collo e ai polsi: ora era vestito in jeans neri, scarponcini di cuoio su misura fatti fare da Paltrinieri, a Bologna, camicia, giacca e trench nero, pashmina verde scuro. Una versione ex-stradaiola di Ezio Greggio, di cui Mahmeti sembrava una versione illirica, appena orientale. Come stile, anche meglio: la camicia, impeccabile, era bianca.

Però tutte le volte che la sorte lo portava sul Ceraso si sentiva diverso, simile a quello di un tempo. La maschera della futura quasi rispettabilità stemperava, svaniva. Si sentiva un bandito delle montagne, un beg in lotta contro i Turchi, una specie di patriota, quasi. Amava quel posto, gli alberi erano amici, i cinghiali erano spiriti di antenati fieri, selvatici, irriducibili.

Prima del loro arrivo, nessuno aveva parlato tosco o ghego tra quelle montagne.

Però ora Jakup aveva un presentimento. Aveva imparato a prendersi sul serio, ma aveva imparato anche a non lasciar trasparire la preoccupazione. Sarebbe stato un ottimo giocatore di carte, se avesse amato il gioco. Lui, in realtà, non amava neanche le puttane. Il denaro e i vestiti, quelli sì: quelli non creano problemi. Ne risolvono.

Il presentimento. Erano loro che dovevano essere sotto osservazione, in quella faccenda. Tutto quindi era stato organizzato in maniera impeccabile: si trattava ne più né meno che della svolta, i partner criminal-commerciali non andavano delusi, l’uomo con cui aveva parlato – un manager – era stato chiaro. Quella era una vera azienda. La parola d’ordine era meritocrazia: chi risolve problemi, viene elevato. Chi ne crea, viene depresso. Abbassato. A volte, annullato.

Però ora la figura dei peracottari (aveva imparato la parola a forza di vecchi film italiani) la facevano, loro, i partner, quelli che muovevano i miliardi, le decine di miliardi, quelli che davano una mano a costruire il mondo futuro spedendo immondizia in Cina – Jakup Mahmeti sorrise. I Cinesi… la sua gente li conosceva bene, i Cinesi.

L’Audi urtò qualcosa. Mahmeti si scosse. “Che cos’era?”

“Non so. Sembrava una scatola.”

Sesto senso, Jakup Mahmeti ordinò di fermarsi. Uscì in fretta, uno dei suoi corse a proteggerlo con un ombrello. Risalì la strada a larghe falcate, mentre il suo uomo faticava dietro di lui.

Si chinò. Osservò la carcassa con attenzione, poi la prese in mano. La rigirò. “È un Tom Tom.”

Parlando quasi a se stesso, il gangster proseguì. “Qualcuno deve essersi spazientito. E l’ha fatto volare dal finestrino.”

Ricordò una scena di molti anni prima. Durante un viaggio in macchina da Durazzo a Tirana, aveva ascoltato molte volte, troppe, una cassetta di successi italiani. Eros, Zucchero. Vasco Rossi, il suo preferito. Nel bel mezzo della ventesima Vado al Massimo, lo zio aveva aperto il finestrino e senza una parola aveva fatto volare la cassetta sull’asfalto.

Qualcuno chi?

Uno che non lo usa spesso, uno che non viene mai in montagna.

Si rimise in piedi, portando con sé il rottame.

Uno in ritardo.

16

I soci accorrono a frotte. Ditte, aziende, consorzi. Si fanno avanti, si mettono in fila, alzano la mano.

Intuiscono, annusano, immaginano profitti. Another gold rush for new kids on the block.

Capannoni, siti di stoccaggio, separazione, riciclaggio. Compostaggio. Ex aree agricole, ex cave, ex siti industriali. I materiali girano, entrano, escono. Trasformati, pronti. Vorticare di bolle di accompagnamento, scatole cinesi di ditte, ingressi, uscite. Aziende pulite, conti puliti, contributi europei, tutto a norma di legge. Quasi.

Rotte di terra e di mare per approdi certi, porti sicuri. Napoli, Gioia Tauro, Albania, Montenegro. Pronti a scomparire tra le fauci del ruminante. Chi poteva immaginare che il Paradiso fosse fatto di merda?

Oggi abbiamo una nuova squadra in prova, si fanno avanti in molti. Il carico di Giuliano. Il capo è albanese, svelto, senza problemi, aggressivo. Pronto a cambiare in fretta. Puttane, animali, droga, armi. Merda. Va tutto bene. Ha messo su un sito di stoccaggio nell’Appennino emiliano. Compra tutto quello che può: magazzini, garage, terreni. Sono mesi che aspetta, è il suo momento. Un po’ di ritardo sullo scambio non sarà un problema. Mi sembra efficiente, determinato.

Le nuove squadre che lavorano a terra sono tutte miste, almeno. I ragazzi dell’Est sono a prova di bomba. Fame, incazzo, armi maneggiate da giocolieri. I padroni della strada non aspettavano altro. Buzzurri altamente qualificati.

Questo si atteggia da imprenditore. Mahmeti. Si atteggia bene. Dice che a lui interessa investire, nient’altro. E’ venuto a Milano senza il vestito buono, niente catene, solo una collanina con il crocifisso. Poche parole, in perfetto italiano. Molta voglia, in perfetto albanese. Buona impressione, valutazione due più.

“Vieni a dare un’occhiata al sito, è perfetto. Vieni a Bologna, sei ospite mio.”

“Ci sarà tempo.”

L’affare è in piedi da decenni. Almeno quindici anni a pieno regime. Ma fino a ieri gran parte della merda finiva a casa mia. Ai buzzurri interessano i soldi, non la salute dei loro figli buzzurri.

Provo a ripulirvi, anche se non ce la fate. Vi faccio fare una montagna di soldi. Rendo i veleni omeopatici. Cocktail ben dosati di scarti industriali, polveri, olii residuali, amalgamati dentro i rifiuti dell’edilizia. Le bolle rimangono autentiche. Camion semivuoti viaggiano verso siti di smaltimento dove non sosterranno costi che verranno rimborsati. Container pieni che vanno dritti verso l’esofago che li inghiottirà in pochi minuti. Finiranno in un pilone, una tangenziale, una collinetta artificiale dove prima correva il Fiume Giallo.

Qualcuno giù mi chiama “il verde”. Gli porto via la merda da sotto casa, non tutta. Ricordano le mie litanie su quanto eravamo arretrati. Ricordano considerazioni velenose sui veleni che non gli avrebbero fatto godere il denaro che accumulavano. C’era sarcasmo nelle loro voci buzzurre: ” A cchi ‘a vulissi rà sta’mmerda?” Gli bastavano e avanzavano i soldi pubblici, l’emergenza continua, i posti di lavoro, le cooperative, gli sghei degli imprenditori del nord. Tutto sotto il tappeto di casa. Oro dentro le tasche, cianuro sotto le scarpe. Chi se ne fotte.

Ho cominciato con la Romania, circa dieci anni fa. Il nostro confine col Messico. Al seguito della grande carovana delle imprese italiane. Era una festa, c’erano gli schiavi che si offrivano a prezzi da schiavi, le schiave invece nemmeno ce l’avevano un prezzo. E la terra neppure. Timisoara. Andate a dare un’occhiata alle miniere in disuso, alle cave abbandonate. Dentro c’è di tutto. Una latrina piena delle deiezioni di Confindustria. Erano gli anni della Bolla, della Borsa, della Botta. Comprare. Sempre. Tutto. Quelli di giù erano stupefatti, il sarcasmo svanì in fretta. Da allora c’è Chi non ha più smesso di amarmi. Solo perchè non potevamo, non possiamo, perdere. Quando la bolla è scoppiata, la liquidità ce l’avevamo noi. Altri enormi affari avanzavano, e il ruminante era già sulla scena. Il petrolio, i cereali. L’Euro. Migliaia di appartamenti comprati in contante, nel dicembre 2001, poche ore prima dell’alba del passaggio. Agenzie immobiliari saccheggiate: ruderi, case, ville, casolari, castelli. Senza nemmeno guardare le foto, spuntando liste come distinte di forniture di bar.

Stupefatti. Una volta tornati indietro, non sapevano più come contarli. Si potevano comprare Nazioni, Stati. Puliti.

E così, carta bianca.

PARTE SECONDA

TUTTO VA BENE

17

La tranquillità è possibile, la possibilità della stasi e della pacificazione è solo un risvolto di tutto quanto accade. Desiderio amava guidare, specialmente in montagna; il lavoro d’ufficio al quale era stato costretto negli ultimi anni lo aveva allontanato dalla strada, dalla vita; certo, lo aveva anche messo al sicuro da un bel po’ di guai e di problemi, le giornate di quando era operativo ora le ricordava con nostalgia, ma quando c’era in mezzo, beh, quella era un’altra cosa.

In fondo, l’ufficio aveva i suoi vantaggi, specie per un uomo che si avvicina alla mezza età, un uomo stanco di metropoli, di strade senza legge, di brutalità.

E poi, aveva conosciuto Augusto, in quell’ufficio. Quindi il destino, o la sorte, o quello che volete, era stato in fondo più che benevolo. Il destino lo aveva favorito, era stato certo che quella persona fosse la sua persona dopo pochi giorni di batticuore e di mezze frasi.

Un destino benevolo esige coraggio, proprio come un destino avverso. Tutto, pensava Desiderio, mentre la 147 saliva il fianco del Monte Budadda, tutto esige coraggio. Stare col culo per strada e sopportare l’ufficio, scegliere di cambiare o resistere allo stillicidio di una vita familiare infelice.

Aveva scelto la via difficile. Aveva parlato con la moglie, che sapeva da anni, e che aveva sperato nel mantenimento di una facciata. La figlia stava per sposarsi, molto giovane, e lo sposo aveva un nome e una posizione, non stava bene avere il padre frocio, che sta con un compagno d’ufficio. Naturalmente queste erano ragioni estrinseche. Sotto c’era altro, ma in tutti quegli anni Desiderio non aveva mai capito se la voglia di sicurezza della moglie originasse dal perbenismo, da un senso di inadeguatezza, dalla pigrizia intellettuale ed emotiva, o da cos’altro.

Desiderio sapeva di non aver mai fatto uno sforzo consapevole, se pur minimo, per capire la moglie. E anche la figlia era una specie d’aliena, anche se le aveva voluto bene, prima che iniziasse a uscire con gli uomini, prima che iniziasse a ragionare con la sua testa, pericolosamente simile a quella della madre o, ancor più terrorizzante, alla sua.

Era il momento giusto per dirglielo, ad Augusto. Dire che una nuova vita cominciava. Che Anna aveva accettato la separazione. Che potevano…

“Ehi, guarda!”

Augusto era eccitato come un bambino.

“Cosa?”

“Si vedono ancora, là, vicino ai castagni!”

Con la coda dell’occhio Augusto riuscì a percepire qualcosa, figure d’animali.

“Cinghiali! C’erano dei cinghiali, Desi. Un branco intero.”

Desiderio non sapeva se tecnicamente i cinghiali formassero “branchi”, forse c’era un altro nome per indicare i gruppi di suini, e lo disse al compagno.

“Sei proprio una vergine, Desi! Ma goditi l’attimo, goditi!”

Gli occhi di Augusto ridevano. Desiderio pensò che era il momento giusto, l’apoteosi di una giornata importante. L’inizio di un’altra vita.

18

Le narici di Giuliano captavano una puzza orribile, come se le carcasse dei maiali nel rimorchio avessero preso a decomporsi. Così gli prese l’urgenza di pippare all’aperto. La fretta sembrava messa da parte, scacciata da una pulsione più viva, bruciante. L’agguato poteva attendere.

Forse i due baffuti avrebbero mancato l’appuntamento, forse sarebbe andato tutto bene, pensò Antonio.

Il Conte Piccolo fece fermare il camion, disse ad Antonio di accompagnarlo fuori. Respirò a pieni polmoni, tossì, sputò catarro. Antonio cercava di proteggerlo tenendo sollevata una cerata sulla testa. Le braccia dolevano, Giuliano stendeva la bamba, la polverizzava ben bene, tirava.

“Don Antò, andiamo a vedere.”

“Che cosa, signor Ventre?”

“Sento puzza. Mi sembra che venga dal rimorchio.”

Antonio fece del suo meglio per coprire la testa del Conte piccolo, ma così era lui che si bagnava. Imprecò tra sé, mentre il Conte apriva i portelloni.

Dentro era secco, freddo. Brina sui quarti di maiale appesi a ganci, su più file. Sul piano del rimorchio, altre carcasse. Tutto in ordine. Lo sguardo di Giuliano corse dal fondo del rimorchio, appena visibile tra i corpi appesi, e il punto più vicino al suo, di corpo. Sul quarto posteriore della carcassa più vicina, un marchio a forma di C.

Giuliano tornò in fretta sui propri passi, alla pioggia, senza chiudere i portelli. Antonio fece più in fretta che poteva, ma il Conte piccolo era già nell’abitacolo. Antonio, bagnato fradicio, rientrò. Il Conte guardava fisso davanti a sé.

“Tutto a posto. La puzza non viene da lì.”

Antonio non sentiva nulla, a parte l’odore dell’aria viziata dopo molti chilometri. “Vi sarà sembrato, signor Ventre.”

“Mi sarà sembrato. Ma ora sbrighiamoci.”

Erano sulla sommità. Lì il versante era battuto dal vento, c’era solo erba bagnata. La foschia era rimasta più in basso, verso la provinciale. Antonio era stanco, la montagna l’aveva provato. Non sapeva nemmeno come aveva fatto ad arrivare fin lì. Forse a proteggerlo erano stati lo spirito di suo zio, dei suoi Galla-Sidamo, i loro incantesimi per camion.

“Ferma, Don Antò. Aspettami qui.”

Il Conte piccolo uscì all’acqua, zainetto Invicta in spalla. Si guardò intorno, poi si avviò correndo a balzi giù per il campo scosceso che portava a valle, tagliato dalle anse e dai tornanti della strada.

L’acqua fredda faceva bene. La testa aveva smesso di pensare. Vide una macchina bianca uscire dalla foschia, circa duecento metri più a valle. C’erano molte curve, la macchina procedeva lenta. La corsa si era fatta scomposta, il campo era scivoloso, il Conte Piccolo cadde, rotolò, cercando di salvare lo zainetto dagli impatti. Si rialzò. Camminò fino al centro della strada.

L’alfa 147 uscì dall’ultima curva.

Giuliano Ventre estrasse l’automatica e sparò tutto il caricatore, in rapida successione. Il parabrezza esplose, ci fu uno schizzo di sangue, l’auto piegò e scivolò oltre i paracarri, a valle. Impattò contro un segnale, lo travolse. Le ruote sul fianco destro si alzarono da terra, l’Alfa capottò, poi girò di nuovo su se stessa.

Il Conte Piccolo cambiò caricatore e corse verso l’auto, ormai ferma.

Uno si muoveva ancora.

Giuliano si avvicinò, volgendo la testa attorno. Poi guardò gli occhi dell’uomo. Sbarrati, inutili. Il sangue colava sul volto, si fermava sui baffi, gocciava sui vestiti. Sotto la maschera, a bocca aperta, l’uomo lottava per riempire d’aria i polmoni.

Giuliano sentì di odiare quella faccia, la muta sofferenza, la vita, ignota, che quel corpo aveva attraversato. Sparò ancora.

19

Un’arma sola a sparare. Due raffiche.

Qualcuno ammazzava qualcuno. Con una pistola.

Jakup Mahmeti scambiò uno sguardo con l’uomo alla guida.

“Subito all’appuntamento.”

L’uomo aveva già accelerato. Mahmeti si rese conto di essere in una situazione del cazzo, di quelle che tocca fare minuziosi calcoli di probabilità ma che alla fine costringono a uscirne mettendo la vita in gioco, molto più in gioco del solito, qualcosa come la guerra quando non è sgozzare civili e dormire di merda. Quindi: pensare in fretta, niente spazio per piani B.

Ipotesi non verosimile: quelle due raffiche le abbiamo sentite solo noi. Non c’è nessuno stronzo, neanche della forestale, neanche un cacciatore del cazzo in giro, e quindi non cambia niente, per noi: i napoletani stanno per arrivare, basta sbrigarsi e nessun problema.

Mahmeti si compiacque della propria capacità di pensiero positivo. Poi si diede del coglione.

Ipotesi più verosimile: arriva qualcuno, ma quegli spari non c’entrano né con noi né con i napoletani, forse la faccenda non va del tutto in merda.

Ipotesi appena verosimile, appoggiata dall’istinto. Quei colpi c’entrano con noi o con i Napoletani. Sottoipotesi dannata: quei colpi c’entrano con noi e con i napoletani.

Corollario: occorre affrontare il destino e vaffanculo.

Mahmeti non bestemmiava. Non serviva. Le parolacce bastano a sfogarsi. Mahmeti preferì mettersi a smontare la pistola, a pulirla, a rimontarla con cura, stendendo un panno di velluto nero sulle ginocchia. Un revolver: impossibile che si inceppi, se è in ordine.

20

Antonio sentì i primi spari e d’istinto coprì le orecchie. Uscì in fretta dal camion, che occupava tutta la carreggiata. Non vedeva quel che era successo: i fianchi del Ceraso scendevano ripidi. Antonio tornò sui suoi passi, aprì lo sportello, frugò sotto il sedile ed estrasse la cerata gialla che era servita a proteggere la testa del Conte piccolo. Di colpo si era ricordato che la pioggia può essere evitata.

Fuggire veloci, la cerata gialla sulla testa, tenuta tesa dalle braccia, scendere in fretta, per quanto il corpo consentisse, in direzione opposta a quella degli spari, lungo la strada sulla quale il camion arrancava fino a pochi minuti prima: Antonio pensò che era stata un’impresa degna dello zio, portare il camion fin lì. Ma c’era qualcosa di più importante di tutte le imprese del mondo. L’impresa numero uno, morire nel proprio letto, né in galera, né morto ammazzato. Da come si mettevano le cose, un’impresa difficile.

Istinto. Come durante la guerra, quando gli americani venivano a bombardare e scappavi, ti nascondevi sotto una roccia, tra i castagni.

Mentre scendeva sentì, più attutiti, altri colpi di pistola.

Non era ancora finita, la mattanza: forse allora ce l’avrebbe fatta. Bastava raggiungere gli alberi, circa mezzo chilometro più in basso. Il Conte Piccolo doveva risalire, lui scendeva: e poi il Conte Piccolo era un ragazzo di città, che vuoi che ne sappia di boschi e colline.

Sì, poteva farcela.

Le braccia cominciavano a dolere. Farcela, a fare cosa? Due soldi in tasca ce li aveva, si trattava di raggiungere il paese, pigliarsi una corriera e poi scendere a Napoli in treno. Lui avrebbe dovuto obbedire al Conte Piccolo in tutto e per tutto, ma quello era uscito di cervello, in modo proprio evidente, chi poteva dire il contrario, e comunque prima di tutto tornare a Napoli, poi vedere il da farsi.

Antonio trotterellava nella pioggia fine, simile a un velo, sembrava un bambino, una macchia gialla che colava a valle, tra l’erba. Il cellulare vibrò nella tasca dei pantaloni.

Doveva essere il Conte. Meglio continuare a scappare.

Raggiunse gli alberi, appoggiò la schiena al tronco di un castagno. L’odore del bosco era familiare, confortante. Sporse il capo per guardare in su, lungo il declivio.

Nessuno.

Si addentrò nel folto del bosco. La pioggia scendeva meno fitta, le fronde riparavano, le braccia non erano costrette a tener su la cerata, tra poco avrebbe dovuto incontrare la strada provinciale con tanto di fermate della corriera, questione di un’ora, massimo un’ora e mezzo di cammino. Ricordava le strade che avevano fatto per ritrovarsi lassù, curva dopo curva. Era il suo lavoro, in fondo. Certo che la situazione era difficile, appena un po’ meno merdosa che rimanere con quel pazzo di Giuliano Ventre, il Conte Piccolo, come se non si sapesse che razza di famiglia l’aveva partorito. No, difficoltà se ne potevano affrontare, tutto pur di non rimanere con il pazzo, avrebbe mandato tutto in malora, adesso chi lo portava il camion all’appuntamento, lui? E chi avrebbe portato il camion nuovo, con la merce nuova, giù a Napoli?

Antonio uscì in una specie di radura, la pioggia cadde sulla testa.

Il cuore gli saltò in gola. C’erano cinghiali. Uno, enorme, grattava la schiena contro un tronco.

21

I vestiti erano tutti infangati. Gli sbirri erano morti. Giuliano mandò una raffica di sms: a quelli dell’appuntamento, a chi di dovere, ad Antonio. Quello ad Antonio diceva: mettete in moto e scendete lungo la strada, così almeno evitava lo sbattimento di risalire a piedi, con la pioggia che infradiciava anche i pensieri.

Da Antonio, però, niente risposta.

Risposta immediata, invece, da quelli dell’appuntamento, preoccupati per il rumore che si è sentito, che è successo, se l’hanno sentito loro, tutti possono sentirlo. Tutti chi, pensò Giuliano. Non c’è un’anima viva nel raggio di chilometri. Forse solo qualche cacciatore, e quelli non fanno caso agli spari.

Risposta da chi di dovere: fredda. Basta ritardi, i partner sono nervosi.

Nervosi! Ma chi cazzo erano, poi, dovevano solo starsene cagati, ringraziare per essere entrati in affari con gente seria, gente che non si lascia mettere i bastoni tra le ruote. I cadaveri più a valle lo testimoniavano.

Attendevano risposta, gli albanesi. No, ok, tutto a posto, ci vediamo all’appuntamento e poi vi spiego. Se ne ho voglia, pensò Giuliano.

Intanto pareva che bisognasse farsela a piedi, Antonio non rispondeva e il camion né si vedeva né si sentiva.

Salire è più duro che scendere. Salire dopo una giornata del genere era durissimo. La bamba era sparita dalla circolazione e aveva lasciato un residuo rigido nelle gambe, un senso di inutilità, e la voglia di pippare ancora. Giuliano si sentì stanco. L’ultima impresa aveva consumato le forze residue. Quando vide il camion apparire nel campo visivo, alzò la voce.

“Perché cazzo non rispondete, Don Antò? Batteria scarica?” Voleva essere una specie di battuta.

“Don Antò! Ma dove siete?”

Giuliano affrettò il passo. Ora la salita era più dolce, riuscì a forzare il corpo in una corsa. Raggiunse il camion, gli girò attorno.

Nessuno.

Giuliano provò a ragionare. Per farlo, entrò nel camion e stese in fretta una pista.

Tirò, passò un dito sullo specchietto, passò il dito sulle gengive. Antonio era scappato, questo aveva fatto, a meno che non lo avessero rapito gli ufo. Dovunque fosse andato, lo avrebbero trovato, e poi sarebbero stati cazzi suoi. Ora, uno dotato di palle doveva risolvere la situazione: guidare il camion all’appuntamento, concludere la transazione, tornare a Napoli. Sì, c’erano stati degli intoppi, ma alla fine ce l’aveva fatta.

La strada era quella, ma era ancora tutta da percorrere. Ed era in salita, anche se ora era in discesa.

Dunque, la cosa più grossa che aveva guidato era un furgone transit, vuoi che ci sia tanta differenza? L’appuntamento è vicino, posso farcela, si ripeté Giuliano.

Devo farcela.

Ripensò al navigatore satellitare. Rimpianse di non aver tempo per tornare indietro e cercarne i pezzi. Forse si sarebbe potuto aggiustare.

22

“Se non arriva entro dieci minuti ce ne andiamo.”

Il Pinta e il Marcio guardarono Mahmeti con faccia opaca, come se qualcuno ci avesse spalmato sopra una patina di biacca ottundente. Mahmeti era freddo come sempre, ma avevano imparato a decodificare gli umori del cane alfa da una vibrazione impalpabile, dagli ultrasuoni prodotti dalle palle che girano, dall’odore che scaturisce per attrito con mutande & pantaloni.

“E quelli che diranno?”

“Te non ti devi preoccupare, Pinta. Preoccupati solo di quello che dico io.”

Il Marcio offrì una sigaretta a Mahmeti, nella speranza di placarlo. Mahmeti guardò fisso il suo cane, poi accettò.

Dopo un lungo silenzio, il Marcio osò dire.

“E chi erano quei due, capo?”

“Mica ho controllato i documenti. Chiunque sono, a quest’ora li han già trovati. Tra un’ora su di qua è pieno di sbirri.”

“Noi abbiamo visto una cosa, capo.”

Mahmeti si stupì del proprio livello di condiscendenza. Due volte capo, e ancora parole inutili, e ancora niente colpi o minacce per risposta. Forse valeva addirittura la pena starlo a sentire, il Marcio.

“Dimmi.”

Mahmeti sbuffò fumo nell’aria umida. Il Marcio guardò il Pinta, come per farsi coraggio.

“C’è una specie di grosso cane, qui in giro. L’abbiamo visto prima.”

No, non valeva la pena. “Un cane? Ma che cazzo dici. Ancora non sei stanco di cani? Hai paura che sia il vendicatore dei cani che hai preso a mazzate?”

Una battuta ci stava. Gli albanesi risero. Mahmeti si rilassò quasi. Quei due stronzi italiani erano divertenti, delle volte.

“No, dico cane, ma non so se era un cane. Era grosso, e non l’ho visto propio bene.”

Mahmeti buttò la sigaretta e la spense nel fango, con la punta della scarpa, schiacciando ben bene, quel tanto che bastava per non rovinare gli stivaletti.

“Ora mi dici che cazzo c’entra, però. Se no mi incazzo. Chi è stato ad ammazzare i due, il grosso cane che forse non è un cane? E allora chi cazzo è?”

Gli albanesi risero. Mahmeti li gelò con lo sguardo.

“Non so capo, non volevo dire quello. Volevo dire che succedono cose strane.”

“Ma và. Ora taci, vedi di non farmi incazzare sul serio.”

Gli albanesi digrignarono i denti, empatici. La feccia montanara assunse un’espressione contrita.

Mahmeti decise di chiamare.

“Pronto, buongiorno e mi scusi. Però qui la cosa è pesante. Davvero pesante. Non so che cosa sia successo di preciso e comunque poi non sarebbe il caso di spiegarlo, ma se il vostro non arriva noi ce ne andiamo. Vi dico, l’ha combinata grossa e ora noi rischiamo, voi pure rischiate. Sì. No, non si deve preoccupare di questo. Sì.”

Mahmeti fece una pausa più lunga. Fece un cenno con il capo, tirando gli angoli della bocca.

“Ci proviamo. Anzi ce la facciamo. Sì. Grazie. Volevo solo avvertirla.”

Se uscivano indenni e completavano scambio e transazione, acquistavano mille punti.

Mahmeti decise di rischiare. Come aveva sempre fatto, dopo aver calcolato rischi e benefici, e dopo aver ascoltato il rimescolìo degli intestini.

23

L’autista è nervoso, smadonna. Diluvia, traffico impazzito. Direzione Malpensa.

Io sono molto nervoso. Anche il mio cielo terso è andato affanculo. Diluvia.

Domanda: quanta merda può stare dentro un ventilatore? Anche molta, a patto che resti spento.

Qualcuno, invece, dopo averlo imbottito a dovere, ha pensato bene di accenderlo. Le pale girano già da due ore, sempre più forte. Schizzi in ogni verso, da nord a sud della penisola.

Cominciati con una progressione di sms, sempre più convulsi, sempre meno chiari, da parte di Giuliano. Il ritardo segnalava intoppi, i messaggi casini. Nuvole nel mio orizzonte.

La tangenziale è un drago di asfalto e lamiera che sputa acqua e gas venefici, il tassista blatera che la Moratti è una stronza, che Prodi deve andare a fare in culo. Che Milano è diventata un cesso. Che Bersani deve morire. Lo tranquillizzo: morirà. Moriremo tutti. La celebre Teoria del Lungo Periodo.

Mi guarda perplesso nello specchietto, si azzittisce. Risultato ottenuto.

Poco dopo era arrivata la telefonata dell’albanese. Errore grave, o emergenza. La seconda. Anzi, le emergenze erano due. Stecchite.

Pioggia.

Il primo pensiero era stato: problema vostro, cazzi vostri. Rassicurare Mahmeti: “Arriveranno comunque. Fai quello che dovevi, in fretta, e sparite. Non chiamare più.”

L’albanese era agitato, ne aveva tutte le ragioni. Un battesimo impegnativo.

Conte Piccolo. Enorme Stronzata. La genetica è una scienza infallibile, il futuro ce l’hai già scritto dentro.

Recuperare la calma nei momenti critici è la virtù principale dei forti. Fare il vuoto nella mente. Rimanere impeccabili anche in circostanze avverse. Separare le proprie responsabilità da quelle altrui. Distribuire premi e pene col medesimo imperturbabile stato d’animo. Scansare gli schizzi del ventilatore come Keanu Reeves i proiettili in Matrix. Restare immacolati.

Il tassista viaggia in corsia d’emergenza, soluzione appropriata.

Ancora un’ora e la radio aveva spinto le pale alla velocità massima: due agenti fuori servizio freddati sull’Appennino emiliano. A più tardi per ulteriori aggiornamenti.

Pioggia battente.

Le carte del Monopoli: Imprevisti, Probabilità. Ammortizzarne gli effetti. Calcolare i rischi potenziali, se possibile trasformarli in opportunità. Non lasciarsi travolgere da eventi negativi. Vicolo Stretto. Redigere bilanci è un’arte, non una scienza. Scaricare le perdite nelle apposite bare fiscali. Fermo un turno in Prigione. Escluso. Tagliare i costi non necessari.

Licenziare gli esuberi.

Infine, era giunta l’ultima telefonata: da giù. Due parole soltanto: “Devi venire.”

Diluvia.

Buzzurtown mi attende con ansia. Sciogliere la tensione, anticipare le decisioni altrui.

Uscire da un letamaio lindi, puliti e profumati.

Ho molte carte in mano, milioni di carte. Tutte quelle lucine azzurre. Il cielo dove non piove mai.

Con indosso una camicia lavata di fresco.

Pago il taxi. Ora sono calmo.

24

I cinghiali erano un solo ammasso infangato, mobile, piccoli occhi incapaci di scorgerlo. Antonio si rese conto che, per fortuna, il vento spirava nella sua direzione. Era l’odore dei suini a ferire le narici, non viceversa. Per qualche motivo, i maiali selvaggi non avevano avvertito la sua presenza. Uno degli animali si staccò dal gruppo e girò su stesso, mandando un grido simile a quello di un bambino straziato. L’ammasso si sciolse in una fuga precipitosa, tuffandosi nel razzaio del sottobosco.

Antonio rimase gelato sul posto, indeciso sul da farsi. Se gli animali scappavano, buon segno.

Magari fosse scappato anche il Conte Piccolo, nella direzione opposta. Ma non sarebbe successo. Le mosse dei cinghiali non erano prevedibili, quelle del Conte Piccolo sì, almeno a grandi linee: forse avrebbe deciso di andare all’appuntamento, forse avrebbe deciso di seguirlo e di fargliela pagare, cose brutte, cose che aveva sentito dire, e ne sarebbe uscito conciato peggio che dall’incontro con il grosso verro che grattava la schiena contro il tronco, pochi istanti prima. Antonio deglutì. In realtà non c’era altra strada che proseguire, e che dio ce la mandi buona.

Doveva raggiungere Bologna prima di sera.

25

Se quel vecchio aveva portato il camion fin lì, lui doveva essere in grado di fargli fare gli ultimi chilometri, anche lassù, anche se la mole occupava tutta la carreggiata. Era come uno di quei camionisti peruviani che aveva visto una volta in TV: se loro ce la facevano, lui non poteva essere da meno. I camionisti peruviani masticavano foglie di coca lungo la strada considerata la più pericolosa del mondo, dove crepavano tipo venti persone al mese, anche di più, altro che Scampia e stronzate varie. Loro masticavano la coca; lui pippava il principio attivo decantato, la quintessenza, sopraffina, e questo compensava la mancanza di esperienza. La strada era difficile, ma quelle erano gli Appennini, non le Ande. In più, lui era italiano, di Napoli, mica uno straccione cotto dal sole col berretto di lana colorata. Lui era Giuliano Ventre, per dio e la madonna. Gonfiò il petto, espirò tutto il contenuto nell’aria umida. Alla fine dell’espirazione, tossì. Sputò, scatarrò, smadonnò.

Preparò una sigaretta con la bamba. Aspirò boccate avide. Vaffanculo alla tosse e al catarro.

Giuliano pensò improvvisamente che anche il mondo attorno era pieno di tosse e catarro. Quando tuonava era dio che starnutiva, e quando pioveva gli colava il naso. Come si chiamavano le cose che rimangono nel corpo con le malattie e le medicine?

Tossine, giusto. Piccoli accessi di tosse.

Gettò la sigaretta e accese il motore. Mise la marcia. Il camion incominciò a scendere verso valle. Il piede contratto sul freno, Giuliano pensò che il capo sarebbe stato contento. Fu lì lì per mandare un altro messaggio, quasi trionfante, ma non era facile spiegare in un sms perché Antonio non c’era più e che cazzo era successo. Poi, meglio non staccare le mani dal volante. Toccava procedere ai due all’ora, massima attenzione. Si ricordò solo dopo una decina di metri di avviare i tergicristalli. La scena piovosa si ricompose perfettamente visibile. No, occorreva sistemare la faccenda al più presto, andasse a fare in culo don Antonio, non era lui che ci doveva pensare. Lui doveva pensare a portare a termine l’affare, e poi se la sarebbe vista col capo, al ritorno, ma dopo aver avuto successo, successo pieno, solo allora Antonio l’avrebbe pagata, vecchio lunatico, inaffidabile – chissà, forse avrebbe fatto l’infame, ma no, era vecchio e pauroso, e la paura era la migliore delle garanzie, in quel caso. Come diceva sempre il capo? Sì, la paura è l’anima del commercio, e chi fa più paura? Noi, o loro?

Giuliano sorrise, convinto com’era della risposta.

26

Giuliano rischiò la vita mille volte, molto più che in molti anni di onorata carriera.

La strada era un tornante dopo l’altro, occorreva avere una testa simile a un compasso, e le mani e i piedi dovevano essere ben connessi con la testa, bisognava sperare che i freni tenessero, mandavano una puzza di bruciato infernale, la sentiva entrare attraverso il finestrino destro abbassato a spiraglio: mani e piedi dovevano essere sensibili, trasmettere al camion le precise intenzioni di chi guidava, nulla doveva essere perso nel viaggio tra occhi, neuroni e ruote.

Come se non bastasse doveva imbroccare in modo preciso la stradina dove lo aspettavano gli albanesi, perfettamente percorribile, avevano detto. Se il viaggio non avesse avuto inconvenienti sarebbero arrivati dalla parte della Strada Fondovalle, pochi chilometri di vera strada di montagna, poi stradina ed ecco fatto. Invece così si rischiava, altro che, bastardi autisti peruviani del cazzo, forse si potevano importare e far lavorare in quei casi che lo richiedessero, tipo tenerli dietro, in cuccetta, zitti, e tirarli fuori al momento del bisogno…

L’ulcera mandò una fitta lunga, lancinante. Il Conte Piccolo quasi si piegò in due. Gli vennero le lacrime agli occhi, odiava le lacrime agli occhi. Si sentì una merda, allungò la mano a tastoni per prendere il Maalox, ma dovette rimetterla sul volante, puttana madonna, sulla destra c’era una vera e propria scarpata, il camion prendeva tutta la carreggiata.

Giuliano si augurò di non trovare tornanti così stretti da non poter piegare camion e rimorchio a dovere. Era tutta tensione, solo tensione, Giuliano guidava e imprecava tra i denti, bestemmiava dio e la madre, il volto contratto, i cordoni del collo in rilievo – ma ecco la stradina che avevano detto, era riconoscibile anche venendo da su, dall’altra parte, c’era un’insegna con una freccia che puntava dritta nella sua direzione e diceva Agriturismo Stella Alpina, come avevano detto gli albanesi.

Stella Alpina? Quei bolognesi di montagna dovevano essere completamente fuori di testa.

Ecco, si avvicinava. L’imbocco della stradina che aveva visto dall’alto avrebbe dovuto apparire sulla destra oltre la prossima curva.

Un lampo nero attraversò la strada, uscendo e rientrando dal nulla con la velocità di una mente eccitata. Giuliano sterzò d’istinto e schiacciò i freni, che mandarono un cigolio pietoso.

La strada era in discesa, il camion, pesante, fermò le ruote oltre la carreggiata, oltre i paracarri, oltre la soglia di un fosso che proseguiva in un prato ancora in discesa, in una radura, e poi si vedevano gli alberi.

Giuliano rimase a bocca aperta per più di qualche secondo.

Doveva essere il cane che diceva don Antonio.

Quale cane.

Quello non era un cane.

Tutto, tranne un cane.

Giuliano scese, guardò il camion, gli prese un momento di scoramento, era finito tutto in merda. Poi pensò che no, era vicinissimo all’appuntamento, la cosa poteva essere salvata. Sarebbe andato all’appuntamento a piedi. Avrebbe messo un po’ di paura agli albanesi, extracomunitari del cazzo, sapevano bene con chi avevano a che fare.

Però si sentiva una merda. Era sudato fradicio, gli pioveva in testa pioggia del cazzo, oltre a merda possibile, e doveva, dico doveva riprendersi.

Quindi pippò la coca rimasta, al ritorno non ce ne sarebbe stata, porco dio, ma bisogna fare delle scelte, scelte e controllare la pistola. La tirò fuori dallo zainetto Invicta, fece scorrere il carrello, la guardò come se la vedesse per la prima volta.

Si avviò, un passo e poi un altro, sperando di non incontrare il non-cane nero.

27

Doveva essersi perso. Il sentiero era sparito, rimanevano alberi, sottobosco spinoso, erba bagnata, fango.

Ora saliva, aveva perso l’orientamento, si sentiva stanco, infreddolito. Antonio pensò che doveva essere la fame, perché continuava a piovere, ma era freddo solo come quando si dice “è freddo” d’estate, saranno stati diciannove-venti gradi.

Il corpo, reduce da un’altra età del mondo, era provato, contratto.

Saliva. C’era una specie di nebbiolina, il terreno era così ripido che pareva strano crescesse qualcosa. C’erano faggi eretti come spilli, come i capelli bianchi in testa, rami bassi, matasse spinose. Se il sentiero esisteva, era sommerso dai ginepri, dai rovi, da legna secca, scaglie di arenaria franate da chissà dove.

In mezzo al castagneto, ancora intimorito dalla vista e dall’odore dei maiali selvatici, Antonio si era trovato di fronte una barriera di filo spinato. L’aveva aggirata, ma alle spalle della recinzione il sentiero non c’era più. Era un binario morto, un vicolo cieco: piante di cardo, ortiche, ciuffi d’erba di mezzo metro, un cartello giallo con su scritto Oasi Faunistica Monte Budadda.

Antonio aveva pensato di risalire il costone, la provinciale non poteva essere lontana. Costava fatica, ma le gambe di un montanaro si formano durante l’infanzia, sono più forti di quelle di un uomo normale: così giunse ai limiti del bosco, sotto il crinale si stendeva un pascolo.

Il costone era una specie di scivolo, ormai, l’ascesa simile a una scalata. I muscoli dolevano.

Antonio arrivò sulla riva di un torrente. La pioggia batteva sull’acqua corrente, acqua su acqua, cicatrice d’ombra sul fianco rugoso del monte.

Poi l’ascesa tornò gradualmente salita, si trovava su una specie d’altipiano.

Trovò un abbeveratoio per animali, un filo d’acqua usciva dal tubo di gomma e cadeva nella vasca di pietra. Bevve con avidità, piacere animale. L’erba bagnata era più bassa, i faggi radi, più grandi, solitari.

Spinto dall’inerzia della paura, proseguì. Si apriva una radura, di quelle che in primavera sono un tappeto di viole e gelsomini: ora era una specie di acquitrino, scivolare era facile. Sulla destra, una siepe di biancospino.

Oltre, Antonio vide l’imbocco di una grotta.

Un buon posto per riposare. In più i fiammiferi li aveva, forse là dentro avrebbe trovato legna non troppo bagnata. Un fuoco avrebbe asciugato vestiti e ossa, e poi il fuoco purifica, passa la puzza di camion e sudore, se doveva proseguire in corriera era l’ideale.

Però occorreva avvicinarsi con circospezione. Chissà cosa avrebbe trovato là dentro: un tasso, qualche altro animale più spiacevole, forse niente, l’apertura della grotta era ampia, proteggeva, sì, ma solo dalla pioggia, non dava proprio l’idea di una tana… i cinghiali stanno dentro le grotte? si chiese. La testa affaticata non seppe rispondere.

Ora era davanti all’imboccatura. La grotta sembrava spaziosa e, in confronto a fuori, anche asciutta. Il pavimento della grotta, poi, non era roccia: era argilla sedimentaria, liscia.

Sembrava vuota. Niente animali, ma il lato più lontano, in fondo, sulla sinistra, era oscuro, all’ombra. Cosa c’è, all’ombra, nelle grotte? Pipistrelli, rispose a se stesso Antonio. Animali schifosi, ma non pericolosi, Se c’erano, sarebbero volati via, fuori: bastava coprirsi il capo in modo che non si impigliassero ai capelli, anche se l’aveva sentito dire che era una stronzata, ma non si sa mai. Comunque, non vedeva alternative. Era stanco. Stanco di pioggia, di tensione, di anni, di ascesa. Deglutì, fece un passo all’interno della grotta.

Niente volo di pipistrelli. Azzardò un altro passo, mentre gli occhi si adattavano man mano all’oscurità. No, era andata bene. Si guardò intorno, per terra c’era qualcosa che assomigliava a sterpi. Anche il fuoco, forse, si poteva accendere. Antonio si chinò. A cinque, sei metri da lui, occhi ferini si aprirono. Nello stesso istante le sue narici percepirono odore di sangue, di selvatico. Gli occhi brillarono, gialli, come sospesi nel buio. Gli occhi emisero una specie di soffio rauco. Antonio si alzò di scatto, corse fuori, a perdifiato, mentre la pioggia tornava a bagnarlo.

28

Stridore di freni. Mahmeti drizzò le orecchie.

“Eccoli.”

Le labbra del gangster si distesero in un sorriso beffardo. Alla faccia dei professionisti, pensò.

“Andiamo ad accogliere i nostri amici.” Si rivolse al Pinta e al Marcio: “Voi rimanete qui. Meno vi vedono, meglio è.”

I montanari assunsero un’espressione afflitta. Mahmeti si mosse seguito dagli albanesi, un passo preciso dopo l’altro, salendo verso la strada principale. Dopo poche decine di metri apparve una figura alta, vestita tipo Azouz Marzouk, ma bagnato fradicio, e infangato. Mahmeti lo vide: il proprietario del Tom Tom. Lo sparatore. Il ritardatario del cazzo. Gli altri albanesi non sapevano se digrignare i denti o starsene tranquilli, non captavano messaggi chimici provenire dal capobranco, si guardavano tra loro. Il nuovo arrivato alzò la mano destra.

“Eccomi, scusate il ritardo.”

“Ma di niente, le pare.” Il sorriso sul volto di Mahmeti si era fatto più ampio.

“Il carico è qui vicino, qui sopra, abbiamo avuto problemi col camion, e… anche altri problemi. Ma ora è tutto a posto.”

Il nuovo arrivato aveva una faccia dura, segnata. Era ancora giovane, pensò Mahmeti. Non era uno di mezza tacca, se no non ci sarebbe arrivato vivo, alla sua pur giovane età. Giù al meridione era dura. Molto dura. Quasi come a casa sua, anche di più, forse.

“Il carico dovevate consegnarcelo al luogo dell’appuntamento.”

“Sì, ma quanto manca? Cento metri?” Il napoletano parlava a scatti. “E che sarà mai? Le dico che ho avuto problemi. E i miei problemi sono problemi anche vostri.”

Questo è da vedere, pensò Mahmeti. Continuò a sorridere e tese la mano. Dopo la stretta, proseguì. “Va bene, poco male. Ma… non hai sentito degli spari?”

Giuliano sentì un brivido nella schiena. Come se il corpo provasse paura, ma la testa era radicata nell’arroganza che l’aveva formata. Sparo a chi cazzo mi pare, pensò.

“È il problema principale che dicevo prima. Siamo stati seguiti, da prima di Roma a qua. Qualcuno deve aver fatto l’infame. Qualcuno a Napoli, o qualcuno qui. Comunque vedremo. Quel che conta è che li ho tolti di mezzo, a quegli sbirri. Però ora bisogna fare in fretta.”

“E il camion?” la voce di Mahmeti aveva una sfumatura melliflua.

“Sulla strada, saranno cinquanta metri.

Si avviarono. Jakup Mahmeti pensò che era degno di qualunque impresa, se non aveva ancora cancellato dall’esistenza quell’essere, lì, sulla stradina, scaricando tutto il revolver e sputando sul cadavere.

Cazzo. Il camion era in bilico, le ruote oltre il ciglio della strada, tenuto in equilibrio dal peso del rimorchio.

Una volta scaricati i maiali – lavoro di merda, toccava a loro, meglio, al Marcio e a Pinta, forse bisognava chiamare anche il Buzza- la motrice sarebbe scivolata, giù, lungo il declivio ripido, e si sarebbe fermata contro gli alberi.

“Ci tocca un lavoro lungo e pure difficile. Con gli sbirri che arrivano, di sicuro, strano che non son già arrivati, anzi.”

“Problemi vostri. Il carico è qui, ringraziatemi che gli sbirri non c’erano già, all’appuntamento.”

Giuliano si sentì alto sei metri, ll suo piedistallo era il volume d’affari della sua famiglia, le braccia e le gambe erano tutta la gente che avevano ammazzato. Quello era esattamente il tono da tenere con gli extra. Passò in rassegna i volti degli albanesi. Quello che parlava, il capo, era inespressivo, un mezzo sorriso stampato sulla faccia. Gli altri, nelle giacche di pelle e piumini neri, avevano facce dure. Non più dure di quelle a cui era abituato. Non più dure della sua. Proseguì.

“Anzi, mi serve che oltre il camion e il carico mi date pure un autista. Il mio si è sentito male, era vecchio, l’ho portato io il camion. E pure dei vestiti puliti.”

“Va bene. Ora ci penso. Rimani qui con i miei.”

“In fretta però.”

“In fretta, sì.”

Mahmeti tornò indietro, camminando a lunghe falcate, parlando al telefonino. Giuliano lo vide annuire, fermarsi circa trenta metri più in giù, chiudere il cellulare con un gesto secco, avanzare di nuovo verso di lui.

“Va bene. Si fa. Ti accompagno io a Napoli. Ora bisogna muoversi.”

Uno degli albanesi chiese qualcosa al capo. Il capo rispose secco. Giuliano intuì che aveva detto di lasciare lì camion e maiali congelati. Non c’era tempo.

29

Ci aveva fatto l’abitudine. La mente è un pezzo di cera, la modelli in un certo modo e reagisce come l’hai modellata. Quando andava in parrocchia, aveva preso molto sul serio la faccenda della carità, anche se allora era solo dar soldi in elemosina e fare offerte quando c’era la messa. Poi aveva iniziato con il volontariato. Aiutare i vecchi, i disabili. Finalmente aveva capito il significato della parola equanimità: la sofferenza era sofferenza, che toccasse lei, sua madre o un animale. La sofferenza non poteva essere evitata, d’accordo, ma almeno alleviata.

Così aveva iniziato a lavorare coi cani abbandonati, al canile di Zonca, per una miseria di stipendio, part-time: il resto della giornata lo spendeva facendo la barista a Castel Madero, perché se no i conti non tornavano. In fondo stare dietro agli uomini era una faccenda troppo complessa, bisognava essere consci dei propri limiti. E poi i cani le davano così tanta soddisfazione, ogni giorno, che lei si commuoveva, si sentiva utile, importante, le sembrava di non sprecare il tempo che gli era stato dato in sorte. Quando andava ancora in parrocchia e il prete parlava della morte, gli altri facevano scongiuri, i maschi infilavano la mano in tasca, ma lei aveva capito bene, proprio bene quello che voleva dire. Non bisognava sprecare tempo: quindi canile, al pomeriggio, e di sera bar, fino a mezzanotte. Era diventata amica della proprietaria, Gaia Beltrame, era come e più di una sorella, per lei.

A 26 anni Lucia Gambrini sentiva di aver imboccato una strada.

La mente è un pezzo di cera, e lei si stava allenando almeno alla non-nocività, se non ad essere davvero utile agli altri. Aveva spazzato il culo ai vecchi e forse era troppo per lei, ma qualcosa si poteva fare, insomma. Così quando aveva visto quel tipo bagnato fradicio, seduto sul ciglio della strada alla fermata della Linea Blu Suviana-Bologna, si era fermata, aveva tirato giù il finestrino sul lato destro e sporgendosi aveva chiesto se poteva dare un passaggio.

Quell’uomo era quasi vecchio, e impaurito. Meridionale, di sicuro. I discorsi erano piuttosto sconnessi, l’atteggiamento chiuso, quasi ostile. Voleva essere lasciato in pace, diceva. Lucia aveva sfoderato il miglior sorriso e aveva chiesto: “Sicuro?”

L’uomo aveva chinato il capo. Aveva aperto la portiera ed era entrato, portando con sé odore di vestiti vecchi, bagnati.

“La corriera non passa più a quest’ora.”

“C’era scritto di sì, che passava alle sette meno dieci.”

“No, quella è la linea 627A, si ferma a Sasso Marconi. Lei non va a Sasso Marconi, vero?”

L’uomo rimase interdetto. Sembrava quasi indispettito. Lucia proseguì, cambiando marcia.

“Non per farmi i fatti suoi, sa.”

“No, è che… io dovrei andare a Bologna. Alla stazione di Bologna. Sa, ho saputo che… mia nipote sta male, l’hanno… sì, investita. Sta all’ospedale, sta. Io devo tornare giù più in fretta che posso.”

Lucia annuì e controllò l’orologio. “E sa a che ora parte il treno?”

“No, non lo so. Ma ce ne sarà, poi magari in stazione aspetto.”

“Senta, sa che facciamo? Io sto andando al lavoro, lì c’è il computer e controlliamo. Poi magari le faccio chiamare un taxi, o magari chiedo a Gaia e l’accompagno io, così siamo sicuri.”

Lucia si volse verso l’uomo. “Non dovrebbe dire di no, è un’emergenza.”

“Gentile, gentilissima, aspetti che mi presento. Antonio Principe.”

Antonio si morse la lingua. Ormai l’aveva detto. Coglione che era, non poteva dire Gennaro o Pasquale o Ciro checcazzo? No, lui no. Coglione che era, il nome giusto le aveva detto.

Intanto Lucia rispondeva, ma ad Antonio gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro. Però, però era stato fortunato, era stato: c’era la possibilità di andare a Bologna in macchina, e chi lo pigliava più, lì sopra? Il Conte Piccolo aveva altro a cui pensare, ora, poteva tornare a casa e poi magari rifugiarsi su dallo zio, era vecchio, non faceva domande, il paesino era a casa del diavolo, chi lo avrebbe preso lì?

“Se mi accompagna lei, le pago la benzina, è chiaro.”

“Non importa, ma se ci tiene.”

Antonio si pentì subito dell’offerta, ma non la rimangiò. Era di un’altra epoca del mondo, quella in cui i contadini erano educati, gli operai erano educati, tutti venivano su educati, tranne magari i potenti, mica come la gente di adesso… però questa ragazza faceva eccezione, di sicuro.

“Sì che gliela pago, scherza?”

30

Ormai era sera. Non pioveva più. La periferia di Bologna scorreva ai lati della tangenziale, immobile, ossificata in impalcature, centri commerciali, edifici insensati, discount, concessionarie d’auto, vie che passavano sotto i ponti e si aprivano verso nord, oppure penetravano verso l’ovale antico del centro. Giuliano pensò che non dovevano essere molto lontani dal luogo dove aveva esordito, tanti anni prima. Era stato un amico del fratello ad ospitarlo la notte prima. Avevano parlato del Conte, di quello vero, di quello originario, a mezze frasi, però, e ne avevano enumerato le qualità. L’amico si era astenuto dal chiedere che cosa ci facesse, a Bologna.

Era il primo incarico, atipico, ma confidavano sul fatto che il Conte Piccolo (il soprannome era stato dato subito, appena dopo l’affiliazione) conosceva il territorio, era già stato su al nord molte volte, e poi aveva qualcosa da dimostrare. Dimostrare di non essere come la persona che aveva sempre desiderato essere.

Pensò al fratello maggiore, al primo della schiatta, a quello intelligente. Non lo faceva quasi mai. Nella sua vita, il Maggiore era una figura, una legge, una funzione. L’intelligenza e l’affidabilità non l’avevano protetto. Certo, aveva fatto la scelta giusta, quando aveva deciso di vendicare il buon nome del Conte. Certo, chi l’aveva tolto di mezzo era intoccabile. Ma chi spandeva merda ulteriore sulla tomba del Conte doveva pagare. Aveva fatto la scelta giusta anche chiamando lui, e non un professionista, per sbrigare la faccenda. Certo. Non avrebbe mai potuto fare altro, il Conte Piccolo.

Giuliano sentì qualcosa come un bolo di rabbia e nostalgia fuse insieme, compresse, ferme tra gola e bocca dello stomaco… anzi, la nostalgia era qualcosa più su, verso l’alto, e la rabbia giù, verso le viscere.

Bologna scorreva a sinistra e a destra, si vedevano i colli, la chiesa su in alto, S. Luca si chiamava, ecco. Il carico era stato stivato in un autoarticolato nuovo fiammante, rosso, vistosissimo, una scritta bianca, enorme, sui fianchi, CASALINI, e la C contornava e abbracciava, immensa, buona parte del nome della ditta.

L’albanese aveva detto mezza parola dall’inizio del viaggio. Meglio così. Anche da sano e riposato, Giuliano non amava la conversazione. Gli albanesi, comunque, erano stati di parola. Tornava a casa con i soldi e con il carico.

Entrarono sulla Bologna-Firenze, e Giuliano sprofondò in un tetro dormiveglia. Visioni ipnagogiche, Antonio fuggiva inseguito da una muta di cani, e c’erano i due sbirri baffuti vestiti da caccia alla volpe, ma su uno di quei bocchini a quattro ruote e manubrio che vanno di moda in provincia di Caserta. Poi invece era nell’autogrill, giù nei cessi, e Antonio gli sparava con una di quelle pistole ad acqua che fanno schizzi lunghissimi, quelle a pompa, e lui si vedeva riverso sulla tazza del cesso, bagnato d’acqua e di sangue.

Un colpo di clacson lo riportò sull’abitacolo del camion. L’ulcera doleva, e il Maalox era rimasto sull’altro camion, nella fretta. La bamba era finita da un pezzo, il viaggio si preannunciava lungo come un’agonia. I messaggi del capo, almeno, erano tranquillizzanti. Si complimentava per la buona riuscita dell’operazione, una cosa rara, voleva dire che si era reso conto, anche da lontano, di quante palle sotto Giuliano Ventre avesse, e di quanta scaltrezza e velocità, anche.

Il nome della famiglia, forse, poteva dirsi ripulito, e forse avrebbe potuto dire ad alta voce che lui non era il Conte Piccolo, che cambiassero soprannome, una buona volta.

Poco prima del tramonto il cielo si era aperto. Il sole sprofondava, rosso, a occidente. Giuliano pensò all’animale che aveva visto su in montagna, qualche ora prima. Di colpo, capì.

31

Persone gentili, bene educate, come piacevano a lui.

Il panino era buono, il vino anche, la proprietaria del bar era proprio una bella donna. Dopo qualche occhiata, gli avventori avevano ripreso, saggiamente, a farsi i fatti propri. Antonio Principe si sentiva rinfrancato. L’unica cosa che lo metteva in imbarazzo era la condizione dei propri vestiti.

La ragazza che le aveva dato il passaggio finì di parlare con la proprietaria, girò il bancone, gli rivolse un sorriso. “Tutto a posto, signor Principe. L’accompagno io. A quest’ora in cinquanta minuti siamo giù.”

“Grazie, le volevo chiedere… se c’è un negozio di vestiti, forse facciamo in tempo, a che ora chiudono?”

La ragazza annuì. “Dovremmo farcela, è qui vicino. Però bisogna sbrigarsi.”

In quel momento Gaia Beltrame accese il televisore. Era l’ora del TG3 regione. Si apriva con il rinvenimento, sulla strada di Monte Budadda, di un’alfa 147 bianca con due cadaveri a bordo. Era un omicidio. I due uomini si chiamavano Desiderio Quinta e Augusto Petrelli. Erano poliziotti, ma non in servizio. Era già arrivata una rivendicazione da parte delle BR-PCC. C’erano dubbi sull’autenticità. Gli inquirenti non escludevano alcuna pista.

Le dieci-quindici persone dentro il bar rimasero mute. Alcune, la maggior parte, guardavano lo schermo: la tragedia si era prodotta a pochi chilometri di lì, dietro casa, c’era l’orrore misto eccitazione della cronaca nera quando ti riguarda da vicino, con in più l’appeal dell’omicidio politico e dell’uccisione di sbirri. Alcuni sembravano toccati: Lucia, Gaia, un signore sui cinquanta che si era gelato sotto il televisore, mentre andava in bagno, e un altro, il bicchiere di spritz in mano. Altri erano muti perché giocavano a carte.

Dal tavolo dei giocatori, mentre partiva il servizio, venne un’indegna caciara. Qualcuno aveva sbagliato, il tressette è un’arte, volavano insulti. Il cinquantenne provò a zittire.

“Dai mò lè, n’aviv brisa sintò? I han amazè du pulismen que’ ad ciotta!”

Per un istante il tavolo dei gambler zittì. Poi il cinismo prevalse. “Muressen tòtt!”

La proprietaria iniziò con una serie di duri rimbrotti, l’uomo che aveva partorito l’infelice esclamazione si schermiva, alzando le braccia e mostrando i palmi, dicendo che era solo una battuta.

Lucia Gambrini guardò il vecchio. Fissava lo schermo del televisore con aria attonita. Sembrava impaurito. La mente della ragazza formulò un pensiero che si rivelò subito assurdo, al primo germe d’analisi. Andiamo, era solo un vecchio impaurito.

32

Non piove più. Squarci dell’ultima luce del giorno bucano nuvole gonfie, nere. Strade allagate, buche grandi come piscine.

L’autista inchioda per scansare uno scooter spuntato dal nulla.

“O’ sang e chi te mmuort!”

Solo la prima di una lunga litania di imprecazioni e bestemmie che fa da contrappunto a incidenti appena sfiorati. Il tassista dice che la Jervolino è una stronza, che Bassolino è n’omm e mmerd, che da Napoli si deve scappare. Che Bersani deve morire.

Sorrido, in silenzio.

“Dottò scusate, ma chist è o’ terzo mondo. Terzo Mondo. Guardate ccà!”

Ai lati del caos torreggiano montagne d’oro, cumuli di denaro accatastati ovunque, sacchi ricolmi di smeraldi e diamanti galleggiano in pozze scure.

L’oro puzza. Il denaro ha un odore dolciastro, nauseante, che nemmeno la pioggia attenua. Anzi.

Rapido calcolo in container, ecoballe, compost. Traduzione immediata nell’Equivalente Universale. Automatismi, tic.

Pecunia olet.

La radio gracchia: “MISTERO SULL’EFFERATA ESECUZIONE DEI DUE AGENTI DI POLIZIA IN PROVINCIA DI BOLOGNA. SPUNTA L’IPOTESI DELLE NUOVE BR”. Cofferati dichiara lutto cittadino: “NON CEDEREMO ALLA BARBARIE TERRORISTA. FIACCOLATA NOTTURNA IN PIAZZA MAGGIORE”.

L’uomo al volante commenta: “Con rispetto parlando dottò, si sparasser’a cchi dic’io, m’mettess cu’lloro.”

Sono a casa.

Comunicazioni azzerate, schede distrutte, cellulari con fittizie utenze straniere polverizzati. Il ritorno non è più affare mio. Giuliano, porta il culo alla base. Altrimenti, Angelo porta il culo altrove.

Piani B, C, D. Brasile, Canada, Dubai.

Saluti da Abu Dhabi.

Quarto, Marano, Qualiano: nessun Rinascimento, nessun G8 ha mai sfiorato queste lande. Né Bill né Hillary, sono venuti a mangiarvi la pizza. Terre di latte e miele, dal ventre rigonfio d’oro.

Oro che aumenta l’incidenza del cancro, la mortalità infantile, le leucemie. Bene rifugio il cui prezzo cresce giorno dopo giorno. Un prezzo che volete pagare. Il prezzo dell’ignoranza e della schiavitù.

Non torno mai volentieri a casa. Ogni volta devo lottare con quello che ero prima di andare via. Non mi piace. Faticoso, improduttivo. Inutile. Tanto il futuro ce l’hai scritto dentro. Conta l’appartenenza, la famiglia. La genetica è una scienza sociale. L’unico vero Codice adottato nei nostri tribunali.

Domani all’alba di nuovo in aereo. Ventilatori spenti, ritorno ai cieli blu. Ai panorami da sogno, dove non si può perdere.

Acerra.

Imperturbabili. Impeccabili. Fare il vuoto.

Ognuno giochi con le sue carte.

Un grande cancello metallico.

“Dottò, avess’esser ccà.”

Le Porte di Buzzurtown.

“Sì.”

“DI CARLO TRASPORTI CELERI”.

Pago. Sorrido. Non piove.

33

Tra le operazioni che Angelo aveva concepito e attuato, l’assegnazione al consorzio che faceva capo alla famiglia della nuova Darsena di Levante (lato ponente) spiccava come una delle più brillanti. L’area era protetta alla vista dalla darsena petroli, dal traffico e dalla sosta delle lunghe navi che scaricavano linfa economica, energia compressa, ur-merda del demonio equivalente universale sotto forma di idrocarburi. La società Stella Maris, che aveva avviato un cospicuo giro d’affari con la Repubblica Popolare Cinese, si era trovata a disposizione un parco giochi di cemento & strutture di circa duecentocinquanta metri per lato. Il molo dell’area, in modo del tutto appropriato, si chiamava Progresso.

L’ascesa è anche questo, possedere pezzi ampi di città, chili e chili di cose, tonnellate di cose, potenza che si concretizza, pesante, che è visibile e schiaccia.

Il colpo di genio finale era stata l’autorizzazione per l’atterraggio e il decollo elicotteri. Quella grande E cerchiata dipinta sul tetto piatto della rimessa principale. Non serviva a un cazzo, in realtà, se non a circondare, ad ammantare di potenza i potenti e far sentire gli impotenti costretti a terra, sul cemento, prossimi all’acqua del porto, alla nafta e alla salsedine. Per quell’occasione, poi, la cosa sembrava più che appropriata: trattandosi di un episodio finale, di un punto, di una sentenza, sembrava giusto che il giudice calasse dall’alto.

Il paesaggio urbano si apriva basso, aperto, lontano, costellato di luci, sotto il turbine ronzante dell’elicottero. La città sommersa dai rifiuti era inudibile, inavvertibile all’olfatto, ma era un magnete, il peso specifico appeso a quella costola di paese sembrava in grado di inabissarne la linea di costa, di sprofondarla, e anche se Angelo non tornava a Napoli spesso, sentiva che anche quelle rade volte erano troppe. Non c’era protezione contro Napoli, non c’erano ambienti domestici sapientemente ovattati né antivirus efficaci per il software di sofferenza che faceva girare il sistema operativo della città. Fin dagli anni di Bologna, Angelo aveva concepito un senso di distanza sempre maggiore dal luogo sovraccarico dove era nato. Ma comunque fosse, Angelo non era tanto arrogante e immemore da dimenticare che era Napoli a tenerlo in vita, ai vertici della vita, per così dire. Napoli, miniera a cielo aperto. Napoli, luogo della sventura, e quindi del guadagno esponenziale, sfacciato, dell’impero personale possibile.

Angelo non amava apparire, né mostrarsi. Ma calare dall’alto, beh, quello era gratificante. La Presenza al suo fianco non lasciava dubbi. Il capo era assai girato di cazzo. Non amava spostarsi.

L’elicottero cominciò la discesa. Il paesaggio urbano si faceva più distinto. In quell’area, niente cumuli di spazzatura. Erano sul porto, lo sguardo di Angelo fu attirato dalla sagoma di un camion che procedeva lento verso il retro degli impianti della darsena.

Lì sopra, c’era l’albanese con Giuliano. Lì dentro, spazzatura.

L’albanese era rimasto muto, freddo come un brivido, per chilometri e chilometri. Il navigatore satellitare parlava in albanese, una voce di donna, ed erano arrivati dove dovevano arrivare in fretta, senza ostruzioni, anche in mezzo al traffico, costeggiando montagne di rifiuti, cattedrali di immondizia. Giuliano si era chiesto ancora una volta perché diavolo fosse necessario andare a prendersela su al nord, la monnezza, che ce n’era più che abbastanza lì da loro. Era una domanda alla quale non sapeva rispondere, e non gli interessava nemmeno più di tanto, in fondo, era solo una curiosità, lui pensava che c’entrasse con un ricatto, la città doveva girarsene a spalle piegate, a schiena gobba perché loro, tutti loro potessero camminare dritti, impettiti. Ma il meccanismo che attuava la magia, Giuliano non lo conosceva.

Comunque, era fatta. Erano arrivati. L’odore del porto riempiva le narici, a Giuliano era sempre piaciuto, fin dall’infanzia, quando andava in giro col Conte in gommone, d’estate.

Giuliano fu preso da un senso di mancanza, un vuoto abissale. Credette di localizzarlo nello stomaco, invece era il cuore. Diede un sorso alla bottiglia d’acqua e Maalox. L’ulcera l’aveva quasi lasciato in pace, al ritorno. Accese una sigaretta. Senza dire una parola, l’albanese aprì il finestrino.

Giuliano sentì il rumore dell’elicottero. L’albanese guardò in su, di sbieco, cercando di vedere dove fosse. Arrivavano quelli importanti.

Il vuoto nelle viscere si trasformò in un movimento enterico. Giuliano sudò freddo. Arrivano quelli importanti, pensò, e non riuscì a continuare il pensiero né a dargli senso. Arrivano quelli importanti.

Sul molo c’era gente, due auto coi fari accesi. Un sacco di soldati, facce che Giuliano riconobbe. Qualcuno di loro aveva diviso più di un alto e basso con lui.

Beh, quello era un comitato di accoglienza in piena regola. Erano lì per proteggere quelli importanti. Quelli che venivano da Milano.

Tutto accadeva come se non appartenesse più a lui. Scesero dal camion, le facce li guardarono, l’albanese era sciolto, Angelo Perla in persona lo accolse, gli strinse la mano, scambiarono parole che Giuliano non udì. Chissà perché l’elicottero non aveva spento i motori, c’era un casino infernale.

Angelo Perla si mosse verso di lui, con un ampio sorriso.

“Eccolo qui, il Conte Piccolo.”

Giuliano ebbe la sensazione di trovarsi di fronte a suo padre. La voce riuscì ad oltrepassare la strozzatura della gola. “Ho fatto del mio meglio.”

Il volto di Angelo Perla mutò espressione. Adesso era piombo. “Del tuo meglio, sì. Vieni, che dobbiamo parlare.”

Giuliano deglutì. Fece un passo per seguire l’altro verso una Lancia azzurra, che di notte sembrava nera. Fece un altro passo e incespicò. Passò di fianco all’albanese che lo fissò con insistenza. Giuliano si guardò attorno. Le facce non dicevano nulla. Né ciao come va, né bentornato, né brutto stronzo pezzo di merda. Le facce non esprimevano. Le facce erano attaccate ai corpi, Giuliano sapeva che dentro, nella testa, c’erano pensieri, ci dovevano essere, mentre a lui erano scappati tutti. Angelo entrò. L’autista accese il motore. Nel sedile posteriore c’era un uomo che conosceva bene. Il Capo.

Giuliano piegò le gambe per salire, lo sportello davanti era ancora aperto. Il Conte Piccolo vide il proprio volto nel retrovisore. D’istinto, si ravviò i capelli con la destra. Entrò in macchina. Gli sportelli si chiusero.

Postilla (Gennaio 2009)

Previsioni del tempo è stato scritto da Wu Ming 3 e Wu Ming 5, con la supervisione dell’intero collettivo Wu Ming, tra l’ottobre 2007 e il gennaio 2008, a cavallo di due continenti (la stesura è iniziata in Canada durante il viaggio narrato nel libro Grand River).

E’ un racconto lungo, pensato per la collana “Verdenero” delle Edizioni Ambiente. Si tratta, tecnicamente parlando, di un racconto “su commissione”. Questo fa pensare a un racconto “a tesi”, propagandistico, piegato a logiche che, determinandone l’argomento, svilirebbero tono e poetica. A qualcuno è piaciuto e piacerà pensarlo. Chi invece non si accontenta di interpretazioni capziose e predigerite, non si stupirà di apprendere che la suddetta “commissione” era tutta in una domanda: “Ci scrivereste qualcosa che abbia per tema l’ambiente?”. Punto.

Per quel che riguarda il modo di lavorare, possiamo parlare solo per noi, non sapendo come gli altri autori coinvolti abbiano vissuto quelle che certi insipienti hanno definito “imposizioni”. Di imposizioni non sappiamo nulla. A noi è stata lasciata – e ci mancherebbe altro! – piena libertà di ideazione e scrittura.

Abbiamo scelto una via “indiretta” e obliqua per parlare di ecomafia. Nel racconto, il problema dei rifiuti è affrontato principalmente raccontando la vita quotidiana di “proletari” del business criminale. Allo spettro opposto della critica, qualcuno ci ha rimproverati perché non abbiamo “spiegato” la cosiddetta “emergenza-spazzatura” del 2007-08, ma non era nostra intenzione. Per quello esistono già molti saggi e reportages, scritti o filmati. Consigliamo senz’altro il documentario Biùtiful cauntri del trio Calabria-D’Ambrosio-Ruggiero.

Nei giorni in cui la coppia WM3/WM5 scriveva Previsioni del tempo, la coppia WM1/WM2 scriveva il racconto Momodou (poi apparso sull’antologia Crimini italiani, 2008) e la coppia WM2/WM4 scriveva il racconto American Parmigiano (uscito nei “Corti di carta”, allegati al “Corriere della sera”). In seguito, ci siamo resi conto che tutti e tre i racconti (più Grand River) descrivono le reazioni di due persone – don Antò e il Conte Piccolo; Carlo e Max; Ciaravolo e Tajani; i due viaggiatori fusi in un solo io narrante – di fronte a una situazione complessa: precipitare di eventi, missione da compiere, viaggio iniziatico etc. Sono forse allegorie di una fase nella vita del collettivo, una crisi di crescita durata alcuni mesi, conclusasi con un riassetto e una ripartenza.

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